I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia

L’Eucaristia, l’Immacolata e il Sommo Pontefice!

Visitazione della Beata Vergine Maria

San Francesco di Sales esaltava così la sollecitudine di Maria verso Elisabetta: “Carità e umiltà non sono perfette se non passano da Dio al prossimo. Non è possibile amare Dio che non vediamo, se non amiamo gli uomini che vediamo. Questa parte si compie nella Visitazione”.

Quando ricevette l’angelico annuncio del concepimento verginale di Gesù, Maria ebbe anche la notizia della maternità di Elisabetta, segno esplicito dell’onnipotenza di Dio. La Santa Vergine partì da Nazareth per visitare l’anziana cugina e prestarle aiuto. L’evangelista Luca riferisce che Maria, dopo un viaggio tra le montagne, raggiunse “in fretta” una città della Giudea, identificata fin dall’antichità in Ain Karem, distante circa sette chilometri da Gerusalemme (oggi ne è un quartiere). Sul suolo di Ain Karem sorgono una chiesa dedicata a san Giovanni Battista e un’altra alla Visitazione, quest’ultima costruita sul luogo in cui secondo la tradizione abitava la famiglia di Zaccaria. Sappiamo che all’udire il saluto della Vergine, Elisabetta sentì esultare di gioia il bambino che portava in grembo (Giovanni Battista, che avrebbe preparato la strada a Gesù) e, piena di Spirito Santo, chiamò a gran voce Maria “madre del mio Signore” (Lc 1, 43).

Elisabetta proclamò perciò la verità al centro dell’Incarnazione, quindi della storia della salvezza, riconoscendo sia il ruolo del Figlio custodito nel grembo di Maria sia quello di colei che la grazia divina aveva eletto per Madre. Da qui nacque il suo elogio alla cugina che era venuta a visitarla, un elogio divinamente ispirato che i cristiani ripetono da secoli ogni volta che recitano l’Ave Maria: “Benedetta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo grembo!”. Nella Visitazione, il secondo mistero gaudioso del Rosario, Elisabetta riconosce dunque già Maria quale Madre dei redenti e modello di fede (“beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore”). Entrambe sono madri per grazia, la prima nonostante la sua sterilità, la seconda nonostante la sua verginità. La prima chiamata a dare alla luce il Precursore, la seconda il Redentore.

Il brano di Luca ricorda pure che ogni onore alla Vergine riflette la gloria di Dio. Dopo l’elogio da parte della cugina, Maria innalza immediatamente il suo inno di lode, il Magnificat (ricco di richiami all’Antico Testamento), in cui esalta l’Onnipotente dichiarandosi ancora una volta, dopo l’Annunciazione, sua serva. Indica ai fedeli la misericordia e giustizia di Dio e annuncia una profezia che la riguarda direttamente e che si compie da oltre duemila anni: “D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata”.

La festa della Visitazione – celebrata in Occidente già verso il XII secolo con il titolo di Madonna delle Grazie – si diffuse particolarmente per merito dei francescani dopo il 1263, quando san Bonaventura la raccomandò nel Capitolo generale di Pisa. Nel 1389 Urbano VI fissò al 2 luglio la data della festa, chiedendo alla Vergine di intercedere per la fine dello Scisma d’Occidente. L’anno successivo Bonifacio IX la estese a tutta la Chiesa, e la sua decisione fu confermata nel 1441 dal Concilio di Basilea, Firenze e Ferrara. La scelta del 2 luglio si basa anzitutto sul racconto di san Luca, il quale riferisce che Maria, messasi in viaggio dopo l’Annunciazione (avvenuta al sesto mese di gravidanza della cugina), rimase con Elisabetta per circa tre mesi. Si è assunta la data del 2 luglio presumendo che Maria si trattenne per altri otto giorni dopo la nascita del Battista, celebrata già dalla Chiesa primitiva al 24 giugno (vedi al riguardo pure la data del Natale), poiché all’ottavo giorno avveniva la circoncisione e l’imposizione del nome.

Quella scelta privilegiava la celebrazione del termine della visita di Maria, mentre con la riforma del calendario del 1969 si è fissata la data al 31 maggio, ultimo giorno del mese mariano per eccellenza. La celebrazione al 2 luglio è comunque mantenuta nella forma straordinaria del Rito romano. Non si può escludere anche un’influenza della Chiesa bizantina, che al 2 luglio festeggiava dal V secolo il ricordo della deposizione del Maphorion (un manto usato dalla Vergine per coprirsi le spalle e il capo) nel santuario di Blacherne, a Costantinopoli. Al mistero della Visitazione sono dedicati diversi ordini religiosi, il più noto dei quali è quello fondato nel 1610 da san Francesco di Sales, che così esaltava la sollecitudine di Maria verso Elisabetta: “Carità e umiltà non sono perfette se non passano da Dio al prossimo. Non è possibile amare Dio che non vediamo, se non amiamo gli uomini che vediamo. Questa parte si compie nella Visitazione”.

Fulton Sheen: L’amore è trino

“L’amore è trino in Dio perché in Lui vi sono tre Persone nell’unica Natura Divina. L’amore è trino in quanto è il riflesso di quell’Amore Divino in cui sussistono tre Persone: Padre, Figliuolo e Spirito Santo”

“L’amore è trino”

(Fulton John Sheen , Ex vescovo di New York)

Tre elementi occorrono all’amore. Quel che lega l’amante e l’amata sulla terra è un ideale ch’è al di fuori di entrambi. Come non si da pioggia senza nuvole, così è impossibile comprendere l’amore senza Dio. Nel Vecchio Testamento Dio è definito l’Essere la cui natura è di esistere: « Io sono Colui che è.» Ma nel Nuovo Testamento Dio è definito Amore : « Dio è Amore. » Ecco perché il fondamento di ogni filosofia è l’esistenza, ma la base di ogni teologia è la Carità, ossia l’amore. Se volessimo indagare il mistero per cui l’amore è trino e implica l’amante, l’amato e l’amore, dovremmo risalire a Dio stesso. L’amore è trino in Dio perché in Lui vi sono tre Persone nell’unica Natura Divina. L’amore è trino in quanto è il riflesso di quell’Amore Divino in cui sussistono tre Persone: Padre, Figliuolo e Spirito Santo. E’ la Trinità che offre una risposta alle domande di Fiatone: Se c’è un solo Dio, a che cosa può Egli pensare? Si risponde : Egli pensa un pensiero eterno, il Suo Verbo Eterno, Suo Figlio. E poi: Se c’è un solo Dio, chi ama Egli? Si risponde: Egli ama Suo Figlio, e questo reciproco amore è lo Spirito Santo. Quel grande filosofo rasentò il mistero della Trinità, perché il suo nobile intelletto parve in qualche modo intuire che un Essere infinito debba avere relazioni di pensiero e di amore, e senza né pensiero né amore Dio non può addirittura essere concepito. Ma fu soltanto quando il Verbo si fu incarnato che l’uomo conobbe il segreto di quelle relazioni e della intima vita di Dio, perché fu Gesù Cristo, suo Figliuolo, a rivelarcela. Il mistero della Trinità risponde anche a coloro che hanno voluto rappresentare Dio come un Dio egotista che sta appartato in solitario splendore fin dalla preistoria ; giacché la Trinità ci rivela che fin da prima della creazione Dio godeva della comunione con la Verità, dell’abbraccio con l’Infinito Amore, e non aveva quindi bisogno di uscir fuori da Se stesso alla ricerca della felicità. La meraviglia più grande è invece che, essendo perfetto e godendo di una perfetta felicità, Dio creasse il mondo. Per far questo, Egli non poté avere che un unico motivo. Nulla il mondo poteva aggiungere alla Sua Perfezione ; nulla poteva aggiungere alla Sua Verità ; né poteva accrescere la Sua Felicità. Dio creò il mondo soltanto perché amava, e perché l’amore tende ad effondersi negli altri. Infine, è il mistero della Trinità quello che da la risposta alla brama di felicità e ci spiega che cosa sia il Paradiso. Il Paradiso non è un luogo dove non ci si offra altro che la semplice ripetizione vocale d’infiniti alleluja tra un monotono pizzicare di arpe. Il Paradiso è il luogo dove troveremo la pienezza di tutti i massimi valori della vita. E’ uno stato dove ci sarà dato di trovare, nella loro perfezione, tutte quelle cose che possono estinguere la sete dei cuori, saziare la fame d’intelletti che morivano d’inedia, e dare requie ai desolati amori. Il Paradiso sta nella comunione con la Vita Perfetta, con la Perfetta Verità e il Perfetto Amore: Dio Padre, Dio Figliuolo e Dio Spirito Santo. Qui sta la risposta all’enigma dell’amore. L’amore implica relazione. Se vive nell’isolamento diviene egoismo ; se è assorbito nella collettività smarrisce la propria personalità e, con questa, il diritto di amare. La ragione ultima per cui all’amore occorrono tre elementi sta nel fatto che Dio è Amore, e che il Suo Amore è trino. Ogni affetto terreno degno di questo nome è l’eco di « Questo Immenso Amante ». Che non è un Ego individuale, ma un’Associazione di Amore.

Fulton John Sheen , vescovo (estratto dal libro “Tre per sposarsi”)

Solennità della Santissima Trinità – Anno B.

Santissima Trinità

Vangelo

In quel tempo, 16 gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. 17 Quando Lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. 18 Gesù Si avvicinò e disse loro: “A Me è stato dato ogni potere in Cielo e sulla Terra. 19 Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, 20 insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, Io sono convoi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 16-20).

Da rifiutato a onnipotente

Fino a che punto lo scandalo prodotto dal Figlio dell’Uomo nella sua vita pubblica è alla radice dell’onore, potere e gloria ricevuti nella sua Resurrezione?

I – Le premesse

I pochi versetti del Vangelo concernenti la Solennità della Santissima Trinità sono di facile comprensione e rendono dispensabili lunghe digressioni per approfondirne il significato.

Ma è di capitale importanza, per meglio assaporare il racconto di San Matteo alla fine del suo Vangelo, conoscere molto esattamente le cause che hanno indotto Gesù ad affermare agli Apostoli: “A Me è stato dato ogni potere in Cielo e sulla Terra”. Ossia, il perché sia toccato a Lui, in quanto Figlio dell’Uomo, conferire agli Apostoli il potere ufficiale di insegnare a tutte le nazioni e battezzarle in nome della Santissima Trinità.

Per questo, prima di entrare nel vivo delle considerazioni su questo passo di San Matteo, soffermiamoci su delle importanti premesse al Vangelo di oggi.

La trasformazione delle mentalità

Con l’accentuata e crescente decadenza morale degli ultimi tempi, gradualmente si trasformano le mentalità, e cominciano a vigere nuove norme, che insorgono contro quelle eterne stabilite da Dio. Dando libero sfogo alle loro passioni e vizi, in un progressivo deterioramento dei principi morali più profondi, gli uomini contemporanei arrivano a dire nei loro cuori: “Il Signore non fa né bene né male” (Sof 1, 12); e finiscono per darsi norme rilassate di vita: “Tutto è permesso… È proibito proibire”.

Ora, se noi apriamo i Vangeli, constateremo che non è stata questa la condotta di Gesù e neppure in tal senso erano indirizzati i suoi consigli. Del tutto al contrario, il Divino Maestro ha affermato: “Sia invece il vostro parlare: ‘Sì, sì’, ‘No, no’” (Mt 5, 37).

Gesù è stato pietra di scandalo

Durante la sua vita pubblica, Cristo ha diviso i campi tra il bene e il male, laverità e l’errore, il bello e il brutto. Così lo ha dimostrato, per esempio, SanBeda, il Venerabile, affermando: “Quando Gesù predicava e prodigava i suoi miracoli, le moltitudini erano prese dal timore e glorificavano il Dio diIsraele; ma i farisei e gli scribi accoglievano con parole cariche di odio tuttii detti che provenivano dalle labbra del Signore, come anche le opere che realizzava”.1

Già quando il Bambino Dio fu presentato nel Tempio, Maria udì da Simeone queste parole: “Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti inIsraele, segno di contraddizione” (Lc 2, 34). Il fatto che Gesù sia stato pietradi scandalo è una delle cause per cui L’hanno odiato e trattato come l’Uomo più reietto della Storia. Questo scandalo è avvenuto, sinteticamente, per tre ragioni.

1. Per la sua umiltà e grandezza. La Persona Divina di Gesù unisce in Sé due estremi opposti: l’umiltà e la grandezza. Che il Messia fosse nato in una grotta, era forse ancora accettabile per l’orgoglio umano, ma morire sulla Croce… Era portare questa virtù a limiti inconcepibili. D’altra parte, Cristo, dall’interno della sua inferiore condizione umana, ha dimostrato il suo dominio sulle infermità e la stessa morte, sui mari, sui venti e le tempeste, causando stupore persino ai suoi più intimi. Ci è facile comprendere l’umiltà, tuttavia vederla armonicamente sussistere con la grandezza, in uno stesso essere, si scontra con la nostra debole intelligenza. Tuttavia, Gesù ci chiama alla pratica di queste virtù opposte: da un lato, essere convinti della nostra contingenza; dall’altro, vivere con piena compenetrazione il fatto di essere, col Battesimo, figli di Dio.
Cristo, Re dell’Universo

2. Gesù, inoltre, ha scandalizzato con la sua dottrina. Non solo perché la esponeva con una chiarezza e integrità totali, ma perché Egli era la stessa Verità in essenza: “Io sono la Via, la Verità ela Vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di Me” (Gv 14, 6). Non è difficile comprendere lo stupore di molti nell’udire il figlio del falegname dire questo!

Come afferma Donoso Cortés,2 celebre scrittore del XIX secolo, l’uomo accetta verità, ma ha difficoltà ad ammettere la Verità. L’aspra polemica di Gesù con i farisei aveva come nodo centrale questa problematica: il Divino Maestro indicava il grave dovere morale di adeguare la vita e i costumi alla Legge di Dio, ma, soprattutto, invitava i suoi ascoltatori ad accettarLo come fonte e sostanza di tutto quello che predicava. I farisei erano ipocriti, guide cieche,serpenti, razza di vipere, ecc. (cfr. Mt 23, 13-33), e nel loro orgoglio erano risoluti a non accettare mai la Verità. Di qui la persecuzione fino alla morte, mossa da loro contro il Verbo Incarnato.

3. Infine, Gesù ha scandalizzato per la sua santità: “E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere” (Gv 3, 19-20). Ancor oggi – e così sarà fino al giorno del Giudizio – il peccatore, nella sua concupiscenza, ha orrore del giusto, poiché, alla luce della vita di questi, si rende conto della cattiveria e della bruttezza del vizio che ha abbracciato, e non volendo abbandonarlo, cerca di distruggere, o denigrareil simbolo che lo censura. La vera santità consiste nel conoscere la Verità, amarla e praticarla, anche se questo può suscitare incomprensioni e persino rifiuto. Di questo Egli ci ha dato un pungente esempio nel “consummatum est” (Gv 19, 30), dall’alto della Croce: da segno di scherno e di ignominia, essa è stata trasformata dal Redentore in trono d’onore, potere e gloria.

Nel rifiuto sta l’origine del suo potere
Nostro Signore crocifisso

Terminate queste considerazioni, torniamo a chiederci: dove trovareil fondamento di quest’onnipotenza data al Figlio dell’Uomo? In quanto Seconda Persona della Santissima Trinità, Cristo è onnipotente da tutta l’eternità. In quanto Uomo, partecipa a questo potere nella sua pienezza, a causa dell’unione ipostatica tra la natura umana e quella divina nella Persona del Verbo.3

Non è a questa origine del suo potere regio e universale che Gesùfa riferimento nel passo del Vangelo di oggi, poiché afferma chiaramente: “A Me è stato dato ogni potere in Cielo e sulla Terra”. Questo versetto ha una stretta relazione con la regalità di Cristo per diritto di conquista, ossia, per il fatto di aver redento il mondo con la sua Passione e Morte in Croce. Si tratta di un dominio che Gli è stato dato nel tempo, e non di quello suo eterno, come tanto chiaramente traspare in Daniele (cfr. Dn 7, 13-14), Luca (cfr. Lc 1, 32-33) e ancor più nell’Enciclica Quas primas, di Pio XI: “Eppure che cosa più soave e bella che il pensare che Cristo regna su di noi non solamente per diritto di natura, ma anche per diritto di conquista, in forza della Redenzione?”.4

Ecco il fondamento di “ogni potere” dato a Cristo-Uomo: la sua Passione e Morte, la Redenzione del mondo.

Ora, è per lo scandalo prodotto da Gesù che, senza il minimo briciolo di rispetto umano, Egli è stato rifiutato e crocefisso. Per l’accettazione umile di questo totale rifiuto, si è fatto oggetto di un merito così grande: da reietto, è diventato onnipotente.5 Per questo motivo, Egli stesso ha detto ai discepoli di Emmaus: “Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?” (Lc 24, 26).

II – Noi e lo scandalo

L’uomo ha una vera ansia di potere, ma lo cerca per vie sbagliate.

La Redenzione ci ha elevati, dallo stato di mere creature, alla categoria di figli di Dio e coeredi di Cristo, e ha fatto di noi veri templi di Dio (cfr. Rm 8,17; II Cor 6, 16). Questa qualità acquisita nel Battesimo esige un’alta compenetrazione rispetto alla dignità e grandezza della nostra partecipazione alla vita divina.

Ma, d’altronde, siamo concepiti nel peccato originale. La nostra natura è fragile, per questo siamo obbligati a riconoscere la nostra contingenza, apprendendo da Gesù a essere mansueti e umili di cuore (cfr. Mt 11, 29).

Falsa nozione di umiltà

Molto si è insistito nel corso dei secoli su questa virtù, della quale Nostro Signore è il modello perfetto. Le Scritture sono piene di consigli a questo proposito (per esempio: cfr. Gdt 8, 16; Pr 15, 33; 22, 4; Mi 6, 8; Sf 2, 3; Ef 4, 2; Fil 2, 3; Col 3, 12; I Pt 3, 8), e lo stesso Divino Maestro recrimina la superbia arrogante del fariseo, stigmatizzandola in una parabola, alla fine della quale afferma: “chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato” (Lc 18, 14).

A causa di una comprensione errata di quello che è la vera umiltà, alcune deviazioni sono diventate frequenti nei nostri tempi, influenzando i gesti, gli atteggiamenti e persino il modo di vestire.

Per esemplificare, consideriamo il modo di vestire adottato in questi ultimidecenni. Sembra essere orgoglioso chi usa indumenti in base al suo ceto sociale, soprattutto se molto puliti e ben stirati. La mancanza di pretese consisterebbe, allora, nell’essere in disordine, nel vestirsi con grande trascuratezza, nell’avere i capelli spettinati, ecc.

Ora, San Tommaso d’Aquino6 afferma che, molte volte, non è per virtù che le persone si vestono male, ma per sciatteria. Secondo lui, dobbiamo mettere cura e diligenza nella nostra presentazione personale. Egli cita, a questo proposito, una frase di Sant’Agostino, che dice: “Non solamente nello splendore e nella pompa delle cose materiali può esserci tracotanza, ma anche nel deplorevole disordine, il che è ancor più pericoloso, perché nascondendosi sotto un manto di pietà, inganna con la parvenza di servire Dio”.7
La guarigione dei dieci lebbrosi

Il grande scandalo: denunciare il male

L’umiltà male intesa, portata ai suoi estremi, sfocia nel giudizio distorto di certi nostri contemporanei che giungono ad affermare che è orgoglioso chidenuncia il male. O, detto in un’altra maniera, il permissivismo morale – che oggi si è diffuso in tutti i popoli e si è eretto come legge assoluta – condanna solo un unico “scandalo”: denunciare il male.

Ancora una volta, l’errore è smentito dallo stesso Gesù. Egli non ha smessodi essere umile quando ha accusato i farisei: “Voi avete per padre il diavolo e volete compiere i desideri del padre vostro” (Gv 8, 44); né quando rivolgendosi “alla folla e ai suoi discepoli” (Mt 23, 1), li ha vituperati con gli epiteti di ipocriti, insensati e ciechi, sepolcri imbiancati, razza di vipere. Con questo modo di procedere, avrebbe potuto Gesù non scandalizzare? Ecco la grande lezione che ci danno le premesse del Vangelo di oggi: siamo umili per davvero, senza abbandonare la santità di vita e di costumi, anche se quest’atteggiamento produca scandalo negli altri. Non dobbiamo mai dimenticarci la nostra condizione di figli di Dio.

III – Il Vangelo

Analizziamo ora, uno per uno, i versetti del Vangelo.

In quel tempo, 16 gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato.

Furono convocati gli “Undici”, perché il traditore si era già suicidato. Gesù aveva detto loro che li avrebbe incontrati di nuovo in Galilea (cfr. Mt 28, 10),però, il riferimento alla montagna sorge qui per la prima volta e non si sa con certezza di quale si tratti. Alcuni autori hanno pensato al Monte Tabor.

17 Quando Lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono.

Lo Spirito Santo non era ancora sceso sui discepoli com’era stato promesso (cfr. Gv 16, 7), poiché Gesù non era andato al Padre prima di quella circostanza. Per tale ragione, “essi dubitarono”. Mancava loro di liberarsi da una comprensione molto umana del Messia, che aveva offuscato loro la vera visione fino all’ora dell’Ascensione di Gesù al Cielo, portandoli a chiederGli in quest’occasione: “Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?” (At 1, 6).

Quanti di noi non soffrono di questo stesso male? Il fissare il meglio della nostra attenzione esclusivamente sugli aspetti comuni e apparenti della nostra esistenza ci induce a non discernere Gesù che ci accompagna ad ogni passo. Esitiamo! In ogni momento, Gesù ci chiama ad avvicinarci di più a Lui. Ma se ci lasciamo, per così dire, ipnotizzare dalle nostre faccende, amicizie, beni – insomma, da tutto quello che ci circonda – non daremo ascolto alla sua voce.

Gesù-Uomo, autorità suprema

18 Gesù Si avvicinò e disse loro: “A Me è stato dato ogni potere in Cielo e sulla Terra”.

Evidentemente, Gesù non si riferisce in questo passo alla sua natura divina, poiché questa ha potere assoluto da sempre, essendo coeterno con il Padre. Si tratta, qui, di una comunicazione della divinità alla carne, del Figlio di Dio al Figlio della Vergine: l’autorità suprema, assoluta e infinita è conferita all’umanità santissima di Gesù.

San Paolo, scrivendo ai Colossesi, ha reso chiara l’essenza di questo potere:“Egli è immagine del Dio invisibile, primogenito di tutta la creazione, perché in Lui furono create tutte le cose,  nei Cieli e sulla Terra, quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potenze. Tutte le cose sono state create per mezzo di Lui e in vista di Lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte in Lui sussistono. Egli è anche il Capo del Corpo, della Chiesa. Egli è principio, primogenito di quelli che risorgono dai morti, perché sia Lui ad avere il primato su tutte le cose. E’ piaciuto infatti a Dio che abiti in Lui tutta la pienezza e che per mezzo di Lui e in vista di Lui siano riconciliate a Sé tutte le cose, avendo pacificato con il Sangue della sua Croce sia le cose che stanno sulla Terra, sia quelle che stanno nei Cieli”(Col 1, 15-20).

Sempre in questo passo del Vangelo, è degna di nota l’insuperabile didattica e senso di cerimonia del Risorto. Vedendo l’esitazione di alcuni e, allo stesso tempo, per rendere più solenni le sue parole, ha deciso di pronunciarle bene approssimandoSi.

19a “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli…”

Rivestito di ogni potere, Gesù non chiede, ma ordina: “andate”. Così procede non solo per esercitare la sua autorità, ma per conferire agli inviati – gli Undici e i loro legittimi successori – un carattere di ufficialità. Gli Apostoli, per estensione e partecipazione al potere del Redentore, dopoquesta indicazione, hanno cominciato ad agire in nome dello stesso Signore Gesù.
L’Ascensione di Gesù

E quale sarà il raggio d’azione di questo potere conferito alla Chiesa al suo nascere? Universale!Sì, Gesù desidera espandere il suoRegno su tutti i popoli e nazioni.

La Sapienza Eterna e Incarnata aveva educato con cura i suoi Apostoli prima di lanciarli in mari più agitati, cominciando con l’addestrarli dentro i limiti della propria nazione: “Questi dodici Gesù li inviò dopo averli così istruiti: ‘Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele’” (Mt 10, 5-6). Dopo la Resurrezione, ormai sono adatti a insegnarea “tutti i popoli”, compiendo l’ordine del Salvatore.

Strumenti per la conversione dell’umanità

19b “…battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo…”

Dalla teologia, sappiamo che la conversione è frutto di una grazia efficace, d’iniziativa dello stesso Dio. Ma, per ragioni di altissimo contenuto ontologico, legate all’istinto di socievolezza, Dio vuole servirSi di strumentiumani per convertire le anime. Per ciò ha creato un metodo e, soprattutto, un’organizzazione che si sintetizzano in questo versetto, in cui Gesù, in forma solenne, proferisce la decisione che gli uni insegnino agli altri, senzapreferenza di persone o di razze, conducendo tutti al ricevimento del Battesimo. Il Vangelo, in quanto messaggio di Nostro Signore, deve essere la via preparatoria in vista dell’accoglienza del neoconvertito in seno alla Chiesa.

20a “…insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato”.

Dopo essere stato battezzato, il neofita dovrà osservare tutto quello che è stato prescritto dal Divino Maestro. “La fede senza le opere è morta” (Gc 2, 26), dice San Giacomo. In questo modo, è indispensabile che egli faccia diventare la sua vita e le sue abitudini in accordo con il Vangelo che ha ascoltato e accettato nel suo cuore. Non basta, pertanto, aver fede ed esser battezzati; per salvarsi è obbligatorio osservare i Comandamenti divini. Questa pratica verrà soprattutto dall’amore, conforme all’insegnamento del Vangelo di San Giovanni: “Se Mi amate, osserverete i miei comandamenti” (14, 15).

Una promessa per coloro che hanno fede

20b “Ecco, Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”.

Prima della Passione, Gesù aveva promesso: “Non vi lascerò orfani; verrò da voi” (Gv 14, 18). Ma ora, oltre che categorico, il suo impegno è permanente e più sostanziale: “Ecco, Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. Gesù certamente non Si riferisce alla Presenza Eucaristicacon esclusività, poiché aveva già affermato: “Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, Io sono in mezzo a loro” (Mt 18, 20). Ossia, si tratta di una presenza misteriosa e attraente. Egli vivificherà la sua opera, la Chiesa,animandola e fortificandola incessantemente. È la proclamazione, secondoSan Girolamo8, del trionfo della Chiesa, poiché Egli non Si allontanerà mai dai fedeli che in Lui credono.

1) SAN BEDA. Homiliæ Genuinæ. L.I, hom.XV. In purificatione

Beatæ Mariæ: ML 94, 82

2) Cfr. DONOSO CORTÉS, Juan. Ensayo sobre el Catolicismo,

el Liberalismo y el Socialismo. L.I, c.III, n.4-5. In:

Obras Escogidas. Buenos Aires: Poblet, 1943, p.501502.

3) Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO. Somma Teologica. III,

q.13, a.1, ad 1.

4) PIO XI. Quas primas, n.12.

5) Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO, op. cit., q.46; q.13

6) Cfr. Idem, II-II, q.169, a.1.

7) SANT’AGOSTINO. De sermone Domini in monte. L.II, c.12, n.41.

In: Obras. 2.ed. Madrid: BAC, 1954, v.XII, p.935.

8) Cfr. SAN GIROLAMO. Comentario a Mateo. L.IV (22,41-28,20),

c.28, n.64. In: Obras Completas. Comentario a Mateo y otros

escritos. Madrid: BAC, 2002, v.II, p.421.

Santissima Trinità

Nel De Trinitate, per definire la relazione d’amore interna al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo, sant’Agostino scrisse: «Le persone divine non sono più di tre: la prima che ama quella che nasce, la seconda che ama quella da cui nasce e la terza che è lo stesso amore». Aggiungendo poi: «Ecco sono tre: l’Amante, l’Amato e l’Amore»

Fides omnium christianorum in Trinitate consistit, «la fede di tutti i cristiani si fonda sulla Trinità», insegnava sant’Agostino sul mistero più grande che possa esistere. Un mistero da noi professato ogni volta che ci facciamo il segno della croce e contenuto nella formula del Battesimo che Gesù stesso trasmise agli apostoli con un comando solenne: «Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo» (Mt 28, 19). Il termine «Trinità» per esprimere l’unione delle tre Persone divine compare per la prima volta negli scritti di san Teofilo di Antiochia (c. 120-185) e poi di Tertulliano. Ma tra gli autori dei primi secoli della cristianità fu proprio sant’Agostino (354-430) colui che più cercò di approfondire il mistero trinitario.

La tradizione, ripresa da una vasta iconografia, riferisce che mentre Agostino passeggiava sul litorale laziale, meditando sulla Trinità, vide un fanciullo che attingeva ripetutamente con la mano l’acqua del mare e la versava in una piccola buca sulla spiaggia. Sentendosi chiedere il perché di quella strana azione, il fanciullo rispose che voleva versare tutto il mare nella buca. «Ma ciò è impossibile!», gli disse Agostino, che si sentì replicare: «È più facile per me riuscire a versare tutta l’acqua del mare in questa piccola fossa, che per te spiegare l’imperscrutabile mistero della Santissima Trinità». Detto questo, l’angelo sparì.

Nel suo capolavoro sulla dottrina trinitaria, il De Trinitate, Agostino, per definire la relazione d’amore interna al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo, scrisse: «Le persone divine non sono più di tre: la prima che ama quella che nasce, la seconda che ama quella da cui nasce e la terza che è lo stesso amore». Aggiungendo poi: «Ecco sono tre: l’Amante, l’Amato e l’Amore». In un altro suo scritto, il vescovo di Ippona usò un’altra bella immagine, in questo caso rivolta a ogni anima e alla scelta che ne determinerà la sorte eterna: «Ciascuno è ciò che ama. Ami la terra? Sarai terra. Ami Dio? Che cosa devo dire? Che tu sarai Dio? Io non oso dirlo per conto mio. Ascoltiamo piuttosto le Scritture: Io ho detto: voi siete dèi, e figli tutti dell’Altissimo [cfr. Sal 81, 6Gv 10, 34]. Se, dunque, volete essere dèi e figli dell’Altissimo, non amate il mondo, né le cose che sono nel mondo».

Prima e dopo l’opera del vescovo di Ippona, la Chiesa ha sempre cercato di formulare nel modo più chiaro possibile la sua fede trinitaria, sia per difenderla dalle eresie (che non sono certo opinioni innocue bensì inganni che minano alle fondamenta la possibilità stessa di una retta conoscenza di Dio da parte dell’uomo e con ciò ne mettono a repentaglio la salvezza, rischiando di allontanarlo da Lui) sia proprio per arrivare a una migliore intelligenza della Santissima Trinità, il fine per il quale siamo stati creati. Non per nulla i primi quattro concili ecumenici (Nicea nel 325, Costantinopoli nel 381, Efeso nel 431, Calcedonia nel 451) sono dei capisaldi della vera fede, di cui il Credo è un’altissima sintesi.

Già nell’Antico Testamento si possono rinvenire le tracce dell’essere trinitario di Dio. Un esempio è la straordinaria manifestazione divina ad Abramo alle Querce di Mamre (Genesi 18), dove si ha la prima immagine di Dio Uno e Trino. Ma solo con la venuta di Cristo tra gli uomini nella pienezza dei tempi e la Pentecoste i fedeli inizieranno ad avere accesso a questo mistero. Spiega il Catechismo: «L’intimità del suo Essere come Trinità Santa costituisce un mistero inaccessibile alla sola ragione, come pure alla fede d’Israele, prima dell’incarnazione del Figlio di Dio e dell’invio dello Spirito Santo» (CCC 237).

Per questo motivo la Chiesa celebra la solennità della Santissima Trinità nella prima domenica dopo la Pentecoste (fu Giovanni XXII, nel 1334, a estendere la festa liturgica a tutta la Chiesa), punto d’inizio della sua missione salvifica tra i popoli. Una missione che deve condurre l’uomo a Dio, Amore e Verità, nostro principio e nostro fine, che faceva dire a santa Caterina da Siena: «Tu, Trinità eterna, sei come un mare profondo, in cui più cerco e più trovo, e quanto più trovo, più cresce la sete di cercarti. Tu sei insaziabile; e l’anima, saziandosi nel tuo abisso, non si sazia, perché permane nella fame di Te, sempre più Te brama, o Trinità eterna».

San Paolo VI

15 anni di pontificato in una delle epoche più difficili per la Chiesa, lacerata da crescenti spinte moderniste e dal rifiuto dell’obbedienza. Come disse al tramonto della sua vita terrena, nel suo ministero petrino (che gli causò molte sofferenze, specie dopo l’Humanae Vitae) cercò di preservare due pilastri: la fede e la vita umana

«Tutta la vita di Paolo VI fu piena di […] adorazione e venerazione verso l’infinito mistero di Dio», disse Giovanni Paolo II all’Angelus del 3 agosto 1980. E aggiunse: «Proprio così vediamo la sua figura nella luce di tutto ciò che ha fatto e insegnato; e la vediamo sempre meglio, a misura che il tempo ci allontana dalla sua vita terrestre e dal suo ministero». Il ministero di san Paolo VI (1897-1978) ebbe il suo culmine nei 15 anni di pontificato in una delle epoche più difficili per la Chiesa. La Sposa di Cristo si vide lacerata all’interno da crescenti spinte moderniste e contestata all’esterno da un mondo sempre meno incline a riconoscerne l’autorità in tema di fede e di morale.

Secondogenito di tre fratelli, Giovanni Battista Montini nacque in provincia di Brescia e crebbe in una famiglia di solida fede cattolica. Il padre, Giorgio, era impegnato in campo politico-sociale (parlamentare, si ritirò dopo l’ascesa del fascismo) e gli insegnò, come ricorderà il santo, «a non preferire mai la vita alle ragioni della vita»; la madre, Giuditta Alghisi, gli trasmise «il senso di raccoglimento, della vita interiore, della meditazione che è preghiera».

Il 29 maggio 1920 venne ordinato sacerdote e il giorno dopo celebrò la sua prima Messa. Di vasta cultura, si laureò in filosofia, diritto canonico e diritto civile. Per otto anni, fino al 1933, fu assistente ecclesiastico nazionale della Federazione universitaria cattolica italiana (Fuci), orientando gli studenti verso l’approfondimento culturale alla luce della fede. Intanto, nel 1924, era iniziata la sua trentennale collaborazione con la Segreteria di Stato. In questi trent’anni diventò così uno dei più stretti collaboratori di Pio XI e poi di Pio XII, che, ancora cardinale, aveva assunto la guida della Segreteria di Stato nel 1930. Durante la Seconda Guerra Mondiale, Montini si occupò più volte di far arrivare gli aiuti della Chiesa, a nome di papa Pacelli, agli ebrei.

L’1 novembre 1954, Pio XII lo nominò arcivescovo di Milano. Per Montini, dopo il lungo impegno nella diplomazia, era la prima grande esperienza pastorale. La diocesi ambrosiana soffriva la diffusione di una visione atea e marxista, soprattutto nel mondo del lavoro. Lui cercò di rievangelizzarla, si interessò alle condizioni dei lavoratori e diede avvio alla costruzione di oltre cento chiese.

Giovanni XXIII fu un altro pontefice con cui ebbe un rapporto privilegiato. Papa Roncalli stimava molto Montini e al suo primo concistoro lo creò cardinale. Montini venne coinvolto nei lavori preparatori del Concilio Vaticano II. E poi, quando Giovanni XXIII morì, il suo nome venne visto da subito come il più accreditato tra i papabili, stante la sua figura di riformatore moderato. Il Conclave lo elesse il 21 giugno 1963. Paolo VI venne incoronato nove giorni dopo, scrivendo un appunto che suona profetico: «Forse il Signore mi ha chiamato e mi tiene a questo servizio non tanto perché io vi abbia qualche attitudine, o affinché io governi e salvi la Chiesa dalle sue presenti difficoltà, ma perché io soffra qualche cosa per la Chiesa, e sia chiaro che Egli, non altri, la guida e la salva».

Questa sofferenza, innanzitutto interiore, raggiunse l’apice per ciò che seguì alla pubblicazione dell’Humanae Vitae (25 luglio 1968), cioè l’enciclica controcorrente che ribadì, in pieno Sessantotto, la visione cattolica della vita e quindi dell’amore umano. Davanti a chi spingeva per il via libera alla “pillola”, Paolo VI riaffermò l’inscindibilità del significato unitivo e procreativo dell’atto coniugale. E previde le nefaste conseguenze (l’aumento delle infedeltà coniugali, il degrado morale, la riduzione della donna a mero oggetto di piacere, la contraccezione di Stato, ecc.) che la cultura degli anticoncezionali avrebbe prodotto. L’enciclica, la sua settima e ultima, attirò le ire delle conferenze episcopali più progressiste. Segno di un’epoca che attaccava la virtù dell’obbedienza e, con essa, lo stesso primato papale.

Altro nodo fu la riforma liturgica, che andò ben oltre le indicazioni generali del Concilio. Il nuovo Messale Romano nacque dal lavoro del Consilium, di cui Annibale Bugnini fu segretario e regista. Venne promulgato da Paolo VI il 3 aprile 1969. Se è vero che il Santo Padre era favorevole alla riforma nel suo insieme, è pur vero che non ne condivideva diverse deformazioni. Ad alcune cercò di porvi rimedio, mentre di altre storture si accorse (preso com’era da mille incombenze) solo a cose fatte, con i libri liturgici già stampati. Pare che la famosa frase sul «fumo di Satana» entrato «nel tempio di Dio» (29 giugno 1972) si riferisse proprio alle deformazioni subite dalla liturgia, come confidò un suo cerimoniere, monsignor Virgilio Noè.

Devotissimo di Mariala proclamò Madre della Chiesa con l’allocuzione del 21 novembre 1964 davanti ai Padri conciliari.

Convinto che la Chiesa dovesse dialogare con il mondo, forse a volte peccò di ottimismo ma non concepì mai questo dialogo come un cedimento sulla verità (l’Humanae Vitae docet). Tutt’altro. Scriveva nel 1977 a Jean Guitton: «Ciò che mi colpisce, quando considero il mondo cattolico, è che all’interno del cattolicesimo sembra talvolta predominare un pensiero di tipo non cattolico, e può avvenire che questo pensiero non cattolico all’interno del cattolicesimo diventi domani il più forte. Ma esso non rappresenterà mai il pensiero della Chiesa. Bisogna che sussista un piccolo gregge, per quanto piccolo esso sia».

Tornò alla Casa del Padre il 6 agosto 1978, festa della Trasfigurazione. Poco più di un mese prima, il 29 giugno, solennità dei Santi Pietro e Paolo, mentre «il corso naturale della nostra vita volge al tramonto», aveva tracciato un bilancio dei suoi 15 anni da papa. Ricordò allora che il suo ministero petrino si era fondato su due pilastri: la tutela della fede e la difesa della vita umana. Sarà per questo che i due miracoli grazie ai quali Paolo VI è stato proclamato santo hanno riguardato due bambini (un americano e un’italiana, Amanda) nel grembo materno. A Dio è piaciuto così.

Sant’Agostino di Canterbury

Era priore del monastero di Sant’Andrea al Celio, a Roma, quando papa Gregorio Magno gli affidò la missione di rievangelizzare l’antica Britannia. E lui partì alla testa di una quarantina di monaci…

Sant’Agostino di Canterbury (534-604) era priore del monastero di Sant’Andrea al Celio, a Roma, quando papa Gregorio Magno gli affidò la missione di rievangelizzare l’antica Britannia. Questa terra, infatti, dopo l’invasione dei Sassoni (V-VI secolo) era ridivenuta prevalentemente pagana.

Gregorio mise Agostino alla testa di una quarantina di monaci.Nel suo viaggio verso le terre inglesi il gruppo di benedettini, attraversando la Gallia, decise di fermarsi perché intimorito dai racconti sulla natura violenta dei Sassoni. Agostino fece allora ritorno a Roma per ottenere il permesso di cancellare la missione, ma san Gregorio lo incoraggiò a non desistere. Alla fine Agostino e gli altri 40 missionari approdarono sull’isola di Thanet. Qualche giorno dopo il loro arrivo, Etelberto – re del Kent, cresciuto nel paganesimo ma via via interessatosi al cristianesimo grazie alla moglie (santa Berta) – li volle incontrare. Agostino e i suoi monaci, come riferisce san Beda il Venerabile nella Storia ecclesiastica del popolo inglese, si presentarono al sovrano del Kent con una croce d’argento “e l’immagine del Nostro Signore e Salvatore dipinta su una tavoletta; e intonando litanie, offrirono le loro preghiere al Signore per la salvezza eterna di sé stessi e di coloro ai quali erano stati mandati”.

Etelberto diede il benestare alla predicazione di Agostino e dei suoi monaci e, nel giro di un anno, ricevette il Battesimo. Oltre al sovrano, primo re inglese a convertirsi al cristianesimo e lui stesso venerato come santo, si fecero battezzare migliaia di sudditi, circa 10.000 secondo la tradizione. Lo stesso Etelberto accompagnò Agostino a Canterbury dove il santo italiano poté stabilire la sua sede, fondando quella che è oggi conosciuta come Abbazia di Sant’Agostino: la sua funzione religiosa verrà meno nel 1538, a causa della dissoluzione dei monasteri imposta da Enrico VIII in conseguenza dello Scisma anglicano.

Grazie al contatto epistolare con papa Gregorio, nel 601 arrivarono in Britannia altri missionari, su tutti i santi Giusto e Mellito. Questi portarono ad Agostino alcune reliquie e il pallium, a lui destinato come arcivescovo metropolita. Agostino divenne in pratica il primate d’Inghilterra, il primo della storia. Lo stesso santo consacrò tre anni più tardi Mellito vescovo di Londra e Giusto vescovo di Rochester. Poco dopo, era il 26 maggio 604, quando la rievangelizzazione di quelle terre, pur tra le immancabili difficoltà, era ben avviata, Agostino tornò alla Casa del Padre. Il suo corpo venne sepolto nella chiesa all’interno dell’abbazia che porta il suo nome.

San Filippo Neri

“Non vorrai mica che dicano che Filippo è un santo?”, rispose una volta san Filippo Neri (1515-1595) a chi gli raccomandava di essere un po’ più serio. Grazie al suo proverbiale umorismo, così unito alla carità, conquistò a Dio tante anime…

“Non vorrai mica che dicano che Filippo è un santo?”, rispose una volta san Filippo Neri (1515-1595) a chi gli raccomandava di essere un po’ più serio. Grazie al suo proverbiale umorismo, così unito alla carità, conquistò a Dio tante anime.

Secondo di quattro figli, era fiorentino di nascita, come teneva a precisare. Rimase orfano della madre quando aveva appena cinque anni. Crebbe con una grande passione per la lettura, specie per le Laude del beato Jacopone da Todi, che poi farà musicare.

Arrivò a Roma nel 1534 da pellegrino, ma vi rimase come precettore dei due figli del fiorentino Galeotto Caccia, che poi si diedero entrambi alla vita religiosa. In questo primo periodo romano Filippo visse da semplice laico, tra digiuni e preghiere. Aveva già una grande inclinazione all’apostolato, come dimostrò prendendosi cura degli infermi all’Ospedale di San Giacomo. Era devotissimo alla Madonna e si commuoveva pensando all’amore dei martiri per Cristo. Per questo amava stare in contemplazione nelle catacombe. Proprio lì avvenne una delle esperienze mistiche più grandi della sua vita. Nel giorno di Pentecoste del 1544, mentre era raccolto in preghiera nelle Catacombe di San Sebastiano, una straordinaria effusione di Spirito Santo gli provocò una dilatazione del cuore e delle costole. Questo fatto fu confermato dalle analisi mediche post mortem, nonché dalle molte persone che testimonieranno di aver sentito un singolare calore a contatto con il suo petto.

Allora decise di lasciare la casa dei Caccia, vivendo come un eremita in città. Dormiva in ripari di fortuna e passeggiava vestito di una tonaca con cappuccio, attirandosi spesso le prese in giro dei giovani. Lui stava al gioco, ne conquistava l’amicizia con qualche barzelletta e poi iniziava la catechesi: “Fratelli, state allegri, ridete pure, scherzate finché volete, ma non fate peccato!”. Su consiglio di padre Persiano, fondò la Confraternita della Trinità, per aiutare pellegrini e bisognosi. Si riteneva indegno di divenire sacerdote ma alla fine, a 35 anni, dopo le insistenze di padre Persiano, ricevette l’ordinazione. I fedeli iniziarono a fare la fila per confessarsi con lui e il santo, che ardeva dal desiderio di salvare le anime, stava in confessionale dall’alba a mezzogiorno. A quell’ora celebrava la Messa e non di rado gli capitava di andare in estasi, uno dei suoi maggiori doni mistici insieme alle bilocazioni.

L’incontro con i penitenti, che spesso andavano a trovarlo pure a tarda sera nella sua cameretta presso San Girolamo della Carità, diede a Filippo l’impulso per fondare nel 1551 la Congregazione dell’Oratorio. Con l’aiuto di altri sacerdoti, il santo riuscì a coinvolgere nella preghiera e nella lettura della Bibbia persone di ogni estrazione sociale e specialmente i ragazzi. A loro trasmise, con la sua allegria e la creatività, una solida educazione cristiana. “Ladro rapacissimo nel portar via i migliori”, lo definì san Carlo Borromeo, che cercò in tutti i modi di condurre l’amico a Milano per fargli fondare anche lì un oratorio. Ma il santo, che venne chiamato “Apostolo di Roma”, era ormai romano d’adozione. E in romanesco pronunciava le sue celebri battute, sempre contenenti un insegnamento. Così, se un ragazzo lo faceva spazientire, gli diceva “te possi morì ammazzato…” e aggiungeva: “Ppe’ la fede!”, augurandogli la grazia del martirio.

Fu lui a ridare vigore al Giro delle Sette Chiese, contrastando la licenziosità dei festeggiamenti di Carnevale. Il pellegrinaggio tra sette delle più antiche basiliche romane – che si svolgeva recitando i sette salmi penitenziali per invocare il perdono dei sette vizi capitali e chiedere i sette doni dello Spirito Santo – divenne in breve popolarissimo. Ed estremamente popolare è divenuta la risposta (riportata nel suo processo di canonizzazione) che diede nell’ultima fase della sua vita terrena a Clemente VIII. Questo papa lo voleva fare cardinale per ringraziarlo dei suoi consigli nell’opera di riconciliazione con il re di Francia. San Filippo declinò l’offerta, alzò gli occhi al cielo e manifestò la sua unica aspirazione: “Paradiso, Paradiso”.

San Gregorio VII

Al suo nome è legata la “Riforma gregoriana”, la vasta opera riformatrice già avviata dai suoi predecessori e di cui fu il maggior rappresentante. Scomunicò Enrico IV, che poi fece la celebre penitenza di Canossa, nell’era della “Lotta per le investiture”, difendendo il diritto della Santa Sede nella nomina dei vescovi

In quel periodo travagliatissimo per la cristianità che fu l’XI secolo emerse la personalità straordinaria di san Gregorio VII (c. 1015-1085), al cui nome è legata la “Riforma gregoriana”. Venne chiamata così perché Gregorio fu il maggior rappresentante e sostenitore della vasta opera riformatrice già avviata dai suoi predecessori, che ridiede linfa a una Chiesa svilita dalla diffusa immoralità del clero e dalle ingerenze imperiali.

Al secolo Ildebrando di Soana, toscano di nascita, studiò da giovane a Roma e poi all’Abbazia di Cluny, con in mezzo un periodo di formazione in Germania. In questa fase Ildebrando poté conoscere i religiosi più attivi nel promuovere la riforma della Chiesa, come per esempio Brunone di Toul. Brunone divenne papa nel 1049 con il nome di Leone IX (1002-1054) e si adoperò per difendere il celibato ecclesiastico e combattere la simonia.

Proprio san Leone IX lo inviò come legato papale in Francia, dove Ildebrando si trovò a gestire il caso di Berengario di Tours, che aveva creato scandalo mettendo in dubbio la presenza reale di Gesù nell’Eucaristia. L’autorevolezza di Ildebrando nella vita della Chiesa andò progressivamente crescendo. Collaborò anche con i successori di Leone IX, in un frangente storico in cui vigeva il “Privilegio di Ottone” (promulgato nel 962), che richiedeva l’assenso dell’imperatore per l’elezione del pontefice. Era a tal punto stimato nella Chiesa fedele a Cristo che i cardinali riformatori, sul letto di morte di Stefano IX, giurarono che non avrebbero eletto alcun papa fino al ritorno a Roma di Ildebrando: si decisero poi a raggiungerlo in Toscana, eleggendo insieme Niccolò II (†1061). Fu quest’ultimo, con la bolla In nomine Domini (1059), a porre fine al potere di intromissione dell’imperatore nell’elezione papale, stabilendo la prerogativa esclusiva dei cardinali nella scelta del papa.

Ildebrando salì al soglio pontificio nel 1073 e continuò energicamente la riforma della Chiesa. Agì contro la simonia, il concubinaggio ecclesiastico e le altre immoralità che attanagliavano il clero. Dal ricco epistolario che ci è pervenuto (438 lettere), emerge tutto il suo carisma. Così scriveva a sant’Ugo di Cluny: “Se poi con gli occhi dello spirito guardo a occidente, a sud o a nord, a stento io trovo vescovi legittimi per elezione e per condotta di vita, che si lascino guidare… dall’amore di Cristo e non dall’ambizione mondana”. Nel 1075 scrisse il documento noto come Dictatus Papae, un elenco di 27 proposizioni in cui affermava che solo il pontefice può di diritto essere chiamato “universale”, perché la Chiesa è stata fondata direttamente da Dio; e solo il papa può deporre e reinsediare i vescovi, e fare altrettanto con l’imperatore. Gregorio VII affermava in breve che il potere spirituale del papa è superiore al potere temporale di qualsiasi sovrano, perché ogni successore di Pietro opera in terra come Vicario di Cristo.

Nel frattempo Enrico IV di Franconia (1050-1106) continuava illegittimamente a nominare vescovi in Germania, acuendo lo scontro passato alla storia come “Lotta per le investiture”. Gregorio scomunicò una prima volta il sovrano. Il quale, trovandosi delegittimato agli occhi dei sudditi, si vide costretto a chiedere il perdono del papa, con la celebre penitenza di Canossa.

Negli anni successivi Enrico IV si rafforzò, proseguì nei suoi tentativi di egemonia sulla Chiesa, elesse perfino un antipapa e assediò Roma, obbligando Gregorio a chiedere l’aiuto dei Normanni di Roberto il Guiscardo. I Normanni liberarono sì l’Urbe dagli invasori ma finirono per saccheggiarla selvaggiamente, senza risparmiare nemmeno le chiese. Era il 1083. Il papa fu di fatto costretto a passare l’ultima parte della sua vita in esilio a Salerno, dove sulla sua tomba venne scolpita la frase: “Ho amato la giustizia e ho odiato l’iniquità: perciò muoio in esilio”. In una lettera ai monaci di Marsiglia aveva scritto parole che suonano attuali: “Sono rari i buoni che anche in tempo di pace sono capaci di servire Dio. Ma sono rarissimi quelli che per Suo amore non temono le persecuzioni o sono pronti a opporsi decisamente ai nemici di Dio. Perciò la religione cristiana – ahimè – è quasi scomparsa, mentre è cresciuta l’arroganza degli empi”.

Maria Ausiliatrice dei Cristiani

O Maria, Madre di
pietà e di clemenza,
proteggi i buoni, che possano
perseverare nella loro bontà;
fortifica i deboli, richiama
alla penitenza i traviati e i
peccatori, affinché trionfino qui
sulla terra la Verità e il Regno
di Gesù Cristo e così crescano
la tua gloria e il numero
degli eletti nel Cielo.
(Dalla novena a Maria
Ausiliatrice propagata
da San Giovanni
Bosco)

Maria Madre della Chiesa

La memoria odierna si celebra solo dal 2018, ma fin dal principio del cristianesimo i Padri hanno riconosciuto la maternità di Maria su tutta la Chiesa, vedendo chiaramente nella Madre di Dio la donna annunciata nella Genesi, nemica del serpente infernale (Gn 3, 15) e Madre dei redenti che accolgono il suo divin Figlio nella loro vita, osservandone i comandamenti

Si celebra oggi la memoria della Beata Vergine Maria “Madre della Chiesa”, un titolo che è stato definito durante il Concilio Vaticano II, ma che si fonda su duemila anni di cristianesimo e storia della salvezza. È stato papa Francesco a decidere l’istituzione nel Calendario Romano Generale di tale memoria obbligatoria, fissandola al Lunedì di Pentecoste di ogni anno, come reso noto da un decreto del prefetto della Congregazione per il Culto Divino, Robert Sarah, recante la data dell’11 febbraio 2018 (e pubblicato il 3 marzo), 160° anniversario della prima apparizione della Madonna a Lourdes. “Questa celebrazione – scrive Sarah nel decreto – ci aiuterà a ricordare che la vita cristiana, per crescere, deve essere ancorata al mistero della Croce, all’oblazione di Cristo nel convitto eucaristico, alla Vergine offerente, Madre del Redentore e dei redenti”.

Il titolo di Maria Madre della Chiesa fu proclamato solennemente da Paolo VI il 21 novembre 1964, nell’atto di promulgare la Lumen Gentium, la costituzione che al capitolo VIII approfondisce il ruolo eccezionale di Maria nel mistero di Cristo e della Chiesa. “Perciò a gloria della Beata Vergine e a nostra consolazione dichiariamo Maria Santissima Madre della Chiesa, cioè di tutto il popolo cristiano, sia dei fedeli che dei Pastori, che la chiamano Madre amatissima; e stabiliamo che con questo titolo tutto il popolo cristiano d’ora in poi tributi ancor più onore alla Madre di Dio e le rivolga suppliche”, disse papa Montini nell’allocuzione davanti ai Padri conciliari.

Sempre sotto Paolo VI fu approvata nel ’73 la Messa votiva De Sancta Maria Ecclesiae Mater, che due anni più tardi venne inserita nell’Editio altera del Messale Romano. La celebrazione fu poi iscritta nel Calendario proprio di alcuni Paesi, come la Polonia e l’Argentina, che ottennero di poterla fissare al Lunedì di Pentecoste. Questo giorno venne scelto per sottolineare l’intimo legame tra le innumerevoli grazie della Chiesa nascente e la sollecitudine materna di Maria, la “piena di grazia” che dopo l’Ascensione del Figlio si raccolse in preghiera nel Cenacolo insieme alle pie donne e agli apostoli (At 1, 12-14). E invocò per nove giorni la discesa dello Spirito Santo che era stato promesso da Gesù e di cui sarebbero stati ricolmati sul finir della Pentecoste. Va poi ricordato che i fedeli si sono abituati a onorare Maria come Madre della Chiesa anche grazie alla possibilità concessa durante il pontificato di Giovanni Paolo II, nel 1980, di inserire l’invocazione nelle Litanie Lauretane.

Fin dal principio del cristianesimo i Padri hanno riconosciuto la maternità di Maria su tutta la Chiesa. Santi e scrittori ecclesiastici hanno visto chiaramente nella Madre di Dio la donna annunciata nella Genesi, nemica del serpente infernale (Gn 3, 15) e Madre dei redenti che accolgono il suo divin Figlio nella loro vita, osservandone i comandamenti. Già sant’Agostino la chiamava “Madre delle membra (di Cristo), […] perché ha cooperato con la sua carità alla nascita dei fedeli nella Chiesa, i quali di quel Capo sono le membra”. E, prima ancora di lui, il Vangelo ne ha reso manifesta la straordinaria cooperazione all’opera redentrice di Gesù, che ha avuto il suo culmine sul Calvario con i suoi immensi dolori ai piedi della Croce. È all’apice di questa partecipazione mistica alle sofferenze del Figlio che Egli, indicandole il discepolo prediletto, le affidò tutti gli uomini come suoi propri figli nell’ordine della grazia. E a quegli stessi figli chiese di amarla, secondo le parole rivolte a Giovanni: “Ecco tua madre!”.

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