I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia

L’Eucaristia, l’Immacolata e il Sommo Pontefice!

Santi Cosma e Damiano

I santi martiri Cosma e Damiano furono soprannominati anargiri, cioè “senza denaro” (dal termine greco anargyroi), perché curavano i malati senza chiedere compenso. Ma da cristiani sapevano che la prima carità è far conoscere il Medico celeste: Gesù

Furono soprannominati anargiri, cioè «senza denaro» (dal termine greco anargyroi), perché curavano i malati senza chiedere compenso. Le fonti che ci sono pervenute convergono nell’indicarli come fratelli. Forse gemelli e appartenenti a una ricca famiglia d’origine araba, ricevettero un’educazione cristiana e completarono gli studi di medicina in Siria.

Medici per vocazione i santi Cosma e Damiano († 303) lo erano davvero. Non solo facevano quello che ogni medico dovrebbe fare, salvare vite umane (una verità elementare, negata dal relativismo morale che legittima aborto ed eutanasia), ma da veri credenti sapevano che la prima carità è far conoscere il Medico celeste: Gesù Cristo. Così, alla loro professione unirono l’annuncio del Vangelo, convertendo diversi malati al cristianesimo.

A volte guarivano con miracoli. Ma la loro fama di taumaturghi e benefattori non li risparmiò dalle persecuzioni, riprese sotto Diocleziano. Il governatore della Cilicia, Lisia, cercò di convincerli a omaggiare le divinità romane, avvertendoli che non avrebbe tollerato una ribellione alle leggi. «Nessuna legge ci può costringere a inchinarci ai vostri dei di fango. Noi adoriamo il Dio vivo e ci inchiniamo a Gesù Cristo Salvatore», risposero Cosma e Damiano. Infuriato, Lisia li fece sottoporre a torture tali che in alcuni documenti è scritto che furono martiri cinque volte. Il loro culto è antichissimo, come conferma il fatto che già il vescovo Teodoreto di Cirro (c. 393-458) parlava della divisione delle reliquie tra le chiese presto dedicate ai due santi.

Triduo a San Michele Arcangelo

1. Io credo fermamente, o glorioso Arcangelo Michele, che siete sempre davanti a Dio, pronto a difendere i Suoi divini diritti e a tutelare, col vostro potente aiuto, i vostri devoti allorché sono assaliti dalle suggestioni di Satana e del mondo. Animato da questa fede, a Voi ricorro, o mio celeste Difensore, e ardente vi supplico di difendermi da ogni insidia malefica, soprattutto quando sarò assalito dal nemico infernale che cerca di allontanarmi da Dio e da ogni perversità del mondo che cerca la mia perdizione nel tempo e nell’eternità.

Tre Gloria al Padre….

O Arcangelo Michele, nostro invitto Difensore, prega sempre con fervore per noi tutti il buon Gesù.

2. Umilmente in terra prostrato, o glorioso Arcangelo Michele, vi prego di liberarmi dalle mani dei miei nemici sia occulti sia palesi, da falsi testimoni, da lingue malefiche, da discordie familiari e sociali, dalla fame, dalla guerra, da ogni male contagioso, da fòlgori, terremoti e tempeste: le quali cose tutte suole il drago dell’inferno eccitare a danno nostro. Non lasciate, vi supplico, o Condottiero delle angeliche squadre, di provvedere alle necessità di me, vostro servo, e di tutti i vostri devoti, dando alla terra la fecondità desiderata, pace e concordia tra i popoli cristiani.

Tre gloria al Padre…

O Arcangelo Michele, nostro invitto Difensore, prega sempre con fervore per noi tutti il buon Gesù.

3. Vi chiedo finalmente, o Principe degli Arcangeli Michele, di liberarmi da ogni infermità spirituale e temporale. Assistetemi in questa presente vita e nell’ultima ora della mia morte, acciò sotto la vostra protezione, rimanendo vincitore di Satana, me ne venga a godere con voi, nel santo paradiso, la divina Bontà, ove spero col vostro aiuto di avervi a ringraziare in eterno.

Deh! Compiacetemi di custodire e patrocinare me, tutti quelli della mia casa e tutti i vostri devoti, affinché col vostro patrocinio, menando una vita incolpabile, possa un giorno venire a contemplare Iddio e voi e godere l’eterna felicità per tutti i secoli dei secoli.

Tre gloria al Padre…

O Arcangelo Michele, nostro invitto Difensore, prega sempre con fervore per noi tutti il buon Gesù.

Preghiere e consacrazione alla Beata Vergine Maria della Mercede

PREGHIERA ALLA BEATA MARIA DELLA MERCEDE

O Vergine Santissima della Mercede, Tu che per pietà verso i miseri schiavi cristiani, scendesti dal Cielo, ingiungendo a S. Pietro Nolasco di fondare un Ordine religioso che, con voto eroico, attendesse alla loro liberazione, deh! ti muova a pietà lo stato di tanti che giacciono sotto la più dura schiavitù, quella del peccato. Liberali, o Vergine Santa, e concedi loro la libertà dei figli di Dio! Minacciati, come siamo, dalla stessa schiavitù, anche per noi risplenda la tua pietà, o Vergine Santissima della Mercede! Tu che conosci l’insufficienza nostra nelle dure lotte contro il comune nemico, accorri in nostro aiuto, rinsalda le nostre vacillanti volontà, donaci la vittoria. Su Te, Madre nostra Santissima, sono riposte le nostre speranze. Da Te ci aspettiamo il trionfo finale per raggiungere il Paradiso e sciogliere un cantico di gloria e di ringraziamento a Te che ne sei la Regina. Amen.

PREGHIERA A MARIA SS. DELLA MERCEDE

   Salve o Maria, Madre purissima della Mercede, fonte perenne da cui derivano a noi le grazie del Signore, esempio di virtù da cui le nostre anime apprendono la loro perfezione. Il tuo nome risuona festoso in cielo ed in terra ed è per tutti luce e splendore che rischiara santamente l’intelletto, fortezza che rende invincibile il cuore contro gli assalti nemici. Tu sei rifugio dei cristiani e sei ancora la padrona dei loro affetti, dei loro pensieri. Tu per liberare i fedeli dalle catene dei maomettani discendesti dal cielo. Per questo tutto il mondo riconoscente ti acclama sua dolce consolatrice. O Vergine Santa, poiché ti sei compiaciuta di unire alla suprema dignità di Madre di Dio e degli uomini, il nome e l’ufficio pietoso di Madre e Redentrice degli schiavi, degnati di stendere il tuo manto benedetto su di noi, devoti di sì caro nome e su tutti i cristiani vivi e defunti, affinché salvati dalla tua materna protezione da quanti mali ci affliggono, veniamo a rallegrarci con te eternamente nel gaudio del Signore. Amen

ATTO DI CONSACRAZIONE DELLA FAMIGLIA A MARIA SS. DELLA MERCEDE

   Dègnati, o dolcissima Vergine della Mercede, di visitare con il tuo divin Figlio, questa casa che da oggi in poi è tua; e ricolma i fortunati tuoi figli che vi abitano delle celesti grazie e dei singolari favori che costantemente concedi alle famiglie consacrate al tuo tenero cuore di Madre.
   Tu stessa, o Sovrana Redentrice degli schiavi, hai manifestato che desideri e vuoi regnare nelle famiglie. Perciò questa famiglia tutta, ascoltando la tua voce, risponde premurosa alla tua chiamata e contrariamente all’abbandono e all’indifferenza di tante famiglie, ti proclama, o carissima Madre della Mercede, sua amabile Regina e ti consacra interamente le sue gioie, le sue fatiche, le sue tristezze, il suo presente ed il suo avvenire.
   Benedici dunque i presenti, benedici gli assenti, benedici anche o amorosa Madre, i nostri cari defunti. Prendi dimora in questa tua casa, te ne supplichiamo per gli acerbissimi dolori che soffristi ai piedi della croce; stabilisci in essa il tuo dolce regno ed il dominio della tua carità e del tuo amore, della tua bontà e delle tue misericordie.
   Vieni, o Signora, e regna in questa casa; vieni e comanda in essa come Madre, come Regina, come Padrona. Tutto qui è tuo, tutto ti appartiene.
   Allontana tutto ciò che ti disgusta, correggi tutti i difetti che vedi in essa, ispira in essa l’amore casto e l’osservanza delle sante leggi, infondi in tutti i suoi membri lo spirito di fede e di pietà, di fortezza e di purezza.
   Fa, o Signora, che la mansuetudine, la pazienza, l’umiltà, il distacco ed il disprezzo per le folli vanità, e tutte le altre virtù che furono tue prerogative, formino anche la delizia di questa famiglia.
   Aprici, o Signora, il tuo dolce manto di Madre e come in un’arca di salvezza custodisci sotto di esso tutti i componenti di questa famiglia che sono tuoi fino alla vita eterna.    Viva sempre amata, benedetta e glorificata tra noi la Vergine SS. della Mercede, unitamente al cuore vittorioso di Gesù. Amen

Beata Vergine Maria della Mercede

Nostra Signora della Mercede apparve a San Raimondo, dell’ordine di San Domenico, in questo giorno, il 1 ° agosto dell’anno 1218, e anche a Re Giacomo I d’Aragona, e parimenti a San Pietro Nolasco in tre diverse apparizioni, facendo conoscere a tutti e tre che desiderava che ognuno di loro contribuisse a stabilire un ordine per riscattare i prigionieri.

Re Giacomo I d’Aragona
San Pietro Nolasco
San Raimondo

L’Ordine che hanno stabilito è conosciuto come l’Ordine Reale, Celestiale e Militare di Nostra Signora della Misericordia e la Redenzione dei prigionieri, è anche conosciuto come L’Ordine della Beata Vergine Maria della Misericordia, l’Ordine di Mercede, l’Ordine dei Prigionieri , o l’Ordine di Nostra Signora della Mercede.

Madonna della Mercede

A quel tempo nella storia, durante il XIII secolo, i potenti regni islamici di Taifa in Spagna, così come l’impero ottomano all’estremità opposta del Mar Mediterraneo, gestivano una tratta di schiavi la cui portata non è stata vista in nessun momento nella storia. Gli spagnoli, in particolare, sono stati oggetto di incursioni in cui sarebbero stati catturati e imprigionati, venduti in schiavitù e spesso costretti a rinunciare alla loro fede cattolica o/a subire discriminazioni, torture e morte.

Molto prima della prima crociata, organizzazioni come i cavalieri di San Giovanni Ospedaliere e i Templari si formarono per proteggere i pellegrini cristiani in Terra Santa, mentre gli Ospedaliere gestivano anche ospizi lungo il percorso verso la Terra Santa e persino un ospedale a Gerusalemme. C’erano anche istituzioni caritatevoli, di solito gestite dalla nobiltà, che avrebbero riscattato prigionieri cristiani dalla prigione.

Nell’anno 1203, un uomo di nome Peter Nolasco formò un’organizzazione che avrebbe riscattato quelli che non erano uomini ricchi o prominenti, che chiamò il “povero di Cristo”. San Pietro Nolasco non era un prete, ma lavorò diligentemente per salvare Cristiano prigionieri, e altri uomini presto si unirono a lui in questo lavoro caritatevole. Sfortunatamente, c’erano molti più prigionieri di quanti lui fosse in grado di aiutare, così Peter si rivolse a Dio e alla sua Madre in preghiera per chiedere aiuto. Fu allora che la Beata Madre, Nostra Signora del Riscatto, gli apparve il 1 ° agosto 1218, trasformando il suo ordine in un’organizzazione religiosa con l’assistenza di San Raimondo e la protezione di Re Giacomo I d’Aragona.

San Pietro Nolasco con il re Giacomo I d’Aragona

Il giorno seguente San Pietro Nolasco si recò alla corte del re Giacomo I e, poiché anche il re aveva ricevuto una visione della Beata Vergine, fu di grande aiuto per ciò che Peter Nolasco intendeva fare. Infatti, il re Giacomo si considerava un fondatore dell’ordine, e diede il proprio illustre stemma, con una croce sopra uno scudo con quattro strisce rosse su fondo oro, da indossare sui loro petto e come scapolari. La croce è la Croce di Malta dei Cavalieri di San Giovanni, l’ordine militare che aveva combattuto così magnificamente contro l’Islam per secoli.

Il 10 agosto, l’Ordine Celeste e Militare di Nostra Signora della Misericordia e la Redenzione dei prigionieri è stato ufficialmente costituito nella Cattedrale della Santa Croce a Barcellona. Uno dei voti dei suoi membri è che prenderanno il posto dei prigionieri e moriranno anche per ogni cristiano che rischiava di perdere la fede cattolica.

Nel 1235 papa Gregorio IX riconobbe formalmente l’Ordine ispirato a Nostra Signora della Mercede, che a un certo punto era famoso per aver salvato 70.000 anime cristiane. Si stima che 2.700 furono salvati durante la vita di San Pietro Nolasco, che morì nel 1258.

Padre Pio: La Storia di un Santo (Documentario La Grande Storia)

Padre Pio e la Tradizione della Chiesa

A conferma della profonda fede tradizionale del Santo di Pietrelcina sta la testimonianza di un suo confratello Padre Pellegrino Funicelli, al quale il padre impose di recitare il giuramento antimodernista, introdotto da Pio X e lasciato nel dimenticatoio dai suoi successori; Padre Pellegrino arrivando forse un po troppo scherzosamente a denigrare il suddetto giuramento e lamentandosi del rigore eccessivo della Chiesa, fece giungere Padre Pio a pronunciare alcune parole che oggi come non mai assumono una importanza fondamentale e vitale!

“Il rigore della Chiesa è sempre necessario, anche quando è seccante. Tempo ci vuole e capirai ance tu. SENZA RIGORE SUCCEDEREBBE IL CAOS.
Per amare la Chiesa ci sono tanti motivi; ma, secondo me, il solo fatto che essa, con il rigore usato per tanti secoli, ci ha conservato intatta, almeno nella sostanza, la Parola di Dio e l’Eucaristia, dovrebbe essere sufficiente a farcela amare più di una madre.”

(Tratto dal volume “Padre Pio-Tra sandali e cappuccio” di Padre P Funicelli, pag 94)

Perché Padre Pio è stato speciale ed è amato in tutto il mondo?

Padre Pio… “Alter Christus”…

Per la festa di san Pio, ecco alcune pagine tratte dall’introduzione al mio libro: “Il segreto di padre Pio” (Rizzoli)

Per addentrarci nello sconvolgente “segreto” del padre bisogna dimenticare l’immagine folkloristica che gli è stata cucita addosso dai media (dove Padre Pio finisce per diventare il pretesto per fare passerella (1) ) e dall’ostilità un po’ sprezzante dell’establishment clericale che Giovanni Paolo II debellò, arrivando alla canonizzazione del Padre, voluta a gran voce dal popolo cristiano.

Anche se quella sorda ostilità, dopo la scomparsa di Giovanni Paolo II, sembra rialzare la testa e si moltiplicano i segnali di attacco esplicito a Padre Pio di nuovo provenienti da ambienti clericali (2).

A raccontarne la vita e la figura hanno provato in tanti. Ma il suo segreto, che ci riguarda tutti e che probabilmente si dispiegherà nei prossimi anni, resta inaccessibile. Accennò alla sua esistenza lo stesso padre Pio, in maniera inequivocabile, anche se discretissima.Cercare questi piccoli accenni è come andare a caccia di pepite d’oro nell’oceano profondo, ma è possibile trovarne due minuscole tracce nelle confidenze ai direttori spirituali degli anni giovanili (va tenuto presente che padre Pio aveva fatto richiesta esplicita al destinatario che queste lettere (3) andassero distrutte o almeno non fossero lette da altri (4) .Il primo riferimento è contenuto in una lettera, del 7 aprile 1913, indirizzata a padre Agostino, suo direttore spirituale. Prima riferisce quanto il Signore gli ha detto di dire ai suoi superiori, poi conclude: “Gesù continuò ancora, ma quello che disse non potrò giammai rivelarlo a creatura alcuna di questo mondo” (5).

Il secondo accenno, sempre discretissimo, ma più chiaro, è datato 18 agosto 1918 (un mese prima della stimmatizzazione visibile). Scrive al suo confessore e come d’abitudine gli riferisce dei momenti del suo intimo dialogo con Dio: “Ti siano rese lodi e grazie senza fine, o mio Dio. Tu mi hai nascosto a tutti, ma sin d’allora hai affidato al tuo figliolo una missione grandissima che è nota a Te solo e a me. Mio Dio ! Padre Mio !” (6).

Andando a cercare nel mare magnum dei documenti del padre o sul padre, negli immensi volumi che raccolgono gli atti del processo di beatificazione o nell’epistolario, non si trovano altri chiarimenti. Se non impliciti.

Come quando confida piangendo a una figlia spirituale che lo interrogava su ciò che gli accadeva durante la messa: “la mia responsabilità è unica al mondo” (7). E in un’altra circostanza: “Tanti misteri del mio cuore si sveleranno solo lassù” (8).

Peraltro deve trattarsi di un “segreto” ancora più grande di quanto lui stesso poté comprendere, almeno all’inizio, se scrivendo al padre Agostino, a cui pure confidava le cose più intime, il 17 marzo 1916 scrisse: “Quante cose vorrei dirvi, o padre, ma non il posso: riconosco d’essere un mistero a me stesso” (9) . Sebbene si tratti di qualcosa di vertiginoso, c’è da credere che padre Benedetto, suo direttore spirituale, abbia colto nel segno quando definì la sua misteriosa missione come “una vocazione a corredimere” (10).

Si tratta però di capire che significa e quali conseguenza sconvolgenti abbia avuto e abbia anche attualmente una tale “missione”.

Sul “mistero” di padre Pio d’altronde abbiamo anche un altro documento eccezionale. La rivelazione soprannaturale che ebbe Lucia Fiorentino (11).

Ne parla nel “Diario” scritto su ordine dei direttori spirituali. Tutto è riportato negli atti del processo di canonizzazione di Padre Pio. Lucia conobbe da Gesù stesso nel 1906 l’arrivo a San Giovanni Rotondo di un sacerdote paragonato a un “albero di smisurata grandezza” .

All’inizio – il Padre era ancora un giovane frate che viveva nel seminario cappuccino di Morcone – lei fece varie supposizioni su chi potesse essere. Alcuni anni dopo Padre Pio arrivò a San Giovanni Rotondo e diventò suo direttore.

Il 19 agosto 1923 fu lo stesso Gesù a spiegargli tutto:

“Gesù mi diceva: ‘Ti ricordi di quanto ti ho manifestato nel 1906 mentre eri inferma?’. ‘Sì, mi ricordo’. Gesù mi aveva detto, sempre in locuzione: Verrà da lungi un sacerdote, simboleggiato in un grande albero, che si doveva piantare in convento. Albero così grande e ben radicato doveva coprire con la sua ombra tutto il mondo’. Chi, avendo fede, si sarebbe rifugiato sotto quest’albero, così bello e ricco di foglie, avrebbe avuto la vera salvezza; al contrario chi avrebbe disprezzato e deriso quest’albero, Gesù minacciava di castighi. E così ora mi spiega che l’albero è padre Pio, che venuto da lontano è radicato al convento per volontà di Dio, e a rifugiarsi sotto sono quelle anime, da lui guidate che ubbidiscono con fede e andranno avanti; mentre quelle che lo disprezzano, lo deridono e lo calunniano saranno da Dio castigate” (12) .

C’è un altro “documento” straordinario che viene da un’altra mistica, la serva di Dio Maria Francesca Foresti (al secolo Eleonora Foresti) che fu la fondatrice delle Religiose Francescane Adoratrici.

Di lei a Bologna si è aperto il processo diocesano di beatificazione. Conobbe padre Pio nel 1919 e nel suo Diario riferisce che in visione Gesù le rivelò di aver salvato l’Italia da una rivoluzione comunista nel 1920 (13) grazie alla preghiera di padre Pio.

E poi le parlò del frate con queste espressioni sconvolgenti:

“L’anima di padre Pio è fortezza inespugnabile… E’ il mio rifugio nelle ingratitudini degli uomini… Ha lo stesso mio imperio, Io, Gesù, vivo in lui… E’ il capolavoro della mia misericordia. A lui ho conferito tutti i doni del mio Spirito, come a nessuna altra creatura. E’ il mio perfetto imitatore, la mia Ostia, il mio altare, il mio sacrificio, la mia compiacenza, la mia gloria!” (14).

Parole vertiginose, su cui non sapremmo dare un giudizio, ma che ripropongono la domanda sul mistero di padre Pio (15) .

L’unico che ha provato a dare una risposta è stato il cardinale Siri:

“Un uomo che sta crocifisso per mezzo secolo? Cosa vuol dire tutto questo? Sapere perché Gesù Cristo è andato in croce? E’ andato in croce per i peccati degli uomini e quando, nella storia, compare qualche crocifisso… vuol dire che il peccato degli uomini è grande e che per salvarli occorre che qualcuno rivada sul Calvario, rimonti sulla croce e stia lì a soffrire per i suoi fratelli. Dio chiede agli uomini di abbracciare la croce, di diventare benefici per gli altri. Nell’applicazione della redenzione, molti possono salvare molti” (16).

Questo spiega perché attraverso di lui sia passato e passi un tale fiume di grazie di ogni genere.

Come lui stesso aveva predetto a Giovanni Bardazzi: “Tu dirai a tutti che, dopo morto, sarò più vivo di prima. E a tutti quelli che verranno a chiedere, nulla mi costerà dare. Chi salirà questo monte, nessuno tornerà a mani vuote!” (17) .

Antonio  Socci


1) Memorabile – ma è solo un esempio fra i tanti – è stato il programma  “Una voce per Padre Pio” trasmesso il 12 giugno, in prima serata, da Rai Uno. Fra cantanti e comici, salì sul palco pure il ministro Pecoraro Scanio che era lì in rappresentanza del governo. Della sua esternazione su Padre Pio e la politica è meglio tacere. Quattro giorni dopo, il 16 giugno, lo stesso ministro Pecoraro andò – senza avvertire la minima contraddizione – al Gay Pride di Roma 2007, particolarmente sarcastico con il Papa ela Chiesa. Anche lì il ministro esternò.

2) Dopo le due terribili persecuzioni subite in vita, su padre Pio, dopo la morte, nel clima di mondanizzazione del post-concilio, si è abbattuta la pesante diffidenza dell’establishment clericale modernista e laicizzato. Il giornalista americano Kenneth L. Woodward scriveva, prima della canonizzazione: “Padre Pio è una figura della vecchia mentalità ecclesiale, uno che aveva identificato la santità con il soprannaturale, invece che con le opere buone e la protesta politica. Molti cappuccini sono indifferenti, o addirittura ostili alla causa di Padre Pio proprio per i suoi doni mistici” (cit. in Rino Cammilleri, Vita di Padre Pio, Piemme 2002, p. 50).

3) Le lettere del santo sono raccolte nei quattro volumi di Padre Pio da Pietrelcina, Epistolario (edizioni Padre Pio da Pietrelcina 2002), curato da Melchiorre da Pobladura e Alessandro da Ripabottoni (con la successiva revisione e correzione di Padre Gerardo Di Flumeri). Da adesso saranno citate come Ep. con l’indicazione del volume e della pagina.

 4) Padre Pio scrive a padre Benedetto il 21 ottobre 1912 dell’ “obbligo di tutto tener segreto, essendo questo il comando di Gesù” (Ep. I, p. 309). E il 7 luglio 1913 allo stesso padre Benedetto scrive: “desidero che la presente sia distrutta, insieme alle altre due precedenti, tenendo presente che solo con questa speranza mi è riuscito di aprirmi con più confidenza in questi scritti” e nel caso in cui padre Benedetto non trovi giusto ciò “siete pregato però che questi miei scritti non siano letti da nessuno”  (Idem, p. 385).

5) Ep. I, p. 351

6) Ep. III, p. 1009

7) Cit. in A.Negrisolo, N. Castello, S.M. Manelli, Padre Pio nella sua interiorità, San Paolo 2002, p. 214

8) Beatificationis et canonizationis Servi Dei Pii a Pietrelcina. Positio super virtutibus, vol. IV, p. 250 (Questiones selectae). D’ora in poi i suddetti atti del processo saranno citati come “Positio” con l’indicazione del volume e della pagina.

9) Epistolario v. I, p. 42.  Poco dopo, il 15 agosto 1916, sempre a padre Agostino ripeté le stesse parole: “Che dirti di me? Sono un mistero a me stesso”.

10) Ep. I, p. 40

11) Lucia Fiorentino (1889-1934) si iscrisse molto giovane al terzo’ordine francescano conducendo un’intensa vita spirituale. “Avrebbe desiderato consacrarsi a Dio nella vita religiosa, ma si opposero i genitori. Dal 1916 fu una delle animatrici del gruppo di quelle anime pie, assetate di perfezione che si raccolsero intorno a Padre Pio” (Ep. III, p. 469). Nel suo Diario si legge: “Spesse volte Gesù mi parlava in locuzione (come la chiamò il Padre quando gli manifestai tutto lo stato dell’animo mio). Sentivo spesso queste voci interne insieme a ispirazioni. Il Padre giudicò che tutto era di Dio e non fantasia, come spesso mi diceva satana” (cit. in Ep. III, p. 473). Lucia “morì nel febbraio 1934 dopo essersi offerta vittima per l’apostolato di Padre Pio, durante gli anni della di lui segregazione (1931-1933)”, come si legge nella Positio, I/2, p. 707.

12) Ep. III, p. 471

13) In quell’anno in effetti si verificano gravi sommosse culminate nell’occupazione delle fabbriche nel Nord industriale (a cominciare dall’Alfa Romeo a Milano, il 30 agosto) e circa mezzo milione di lavoratori mobilitati. La storiografia ha soprannominato “il biennio rosso” questo periodo di gravi sommosse sociali seguite al ciclone della guerra.

14) Cit. in Negrisolo-Castello-Manelli, cit., p. 181

15) Anche padre Gabriele Amorth, celebre esorcista che fu amico di Padre Pio, si dice convinto dell’esistenza di questa misteriosa missione (vedi  Marco Tosatti, Padre Pio e il diavolo. Gabriele Amorth racconta, Piemme 2003).

16) Fernando Da Riese Pio X, Padre Pio da Pietrelcina (crocifisso senza croce), Edizioni Padre Pio da Pietrelcina 2002, p. 182

 17) Giovanni Bardazzi, Un discepolo di Padre Pio, Feeria 2005

San Matteo, l’esattore che divenne Apostolo

Prima pubblicano, poi apostolo ed evangelista, infine santo. Il suo Vangelo, scritto verso il 40-50, è rivolto soprattutto ai Giudei. Malgrado ci sia pervenuta solo un’edizione greca (già conosciuta nel I secolo), sappiamo che Matteo scrisse originariamente in aramaico, come riporta tra gli altri Eusebio di Cesarea nella sua Storia Ecclesiastica

Prima pubblicano, poi apostolo ed evangelista, infine santo. Matteo, che Luca e Marco chiamano anche Levi, descrive così la radicale svolta della sua vita: «Andando via di là, Gesù vide un uomo seduto al banco delle imposte, chiamato Matteo, e gli disse: “Seguimi”. Ed egli si alzò e lo seguì» (Mt 9, 9). Come commentò Benedetto XVI, «in questo ‘alzarsi’ è legittimo leggere il distacco da una situazione di peccato e insieme l’adesione consapevole a un’esistenza nuova, retta, nella comunione con Gesù», alla luce dell’esortazione del Signore di non accumulare tesori sulla terra, bensì nel Cielo.

I pubblicani collaboravano infatti con gli occupanti Romani per la riscossione delle imposte e a volte praticavano l’usura, motivi per i quali venivano considerati pubblici peccatori. Significativamente, nell’enumerare i Dodici, l’evangelista si definisce «Matteo il pubblicano». Secondo san Girolamo, lo fa «per dimostrare ai lettori che nessuno deve disperare della salvezza, se si converte a una vita migliore».

Il primo Vangelo, scritto verso il 40-50, è rivolto soprattutto ai Giudei, come notavano già gli antichi Padri. In questo senso si possono leggere la scelta di iniziare con una genealogia di Gesù che risale fino ad Abramo e le frequenti citazioni dell’Antico Testamento, per mostrare che Cristo è il Messia profetizzato nelle Scritture. Malgrado ci sia pervenuta solo un’edizione greca già conosciuta nel I secolo, sappiamo che Matteo scrisse originariamente in aramaico, come riporta tra gli altri Eusebio di Cesarea nella sua Storia Ecclesiastica: «Matteo, che dapprima aveva predicato tra gli ebrei, quando decise di andare anche presso altri popoli scrisse nella sua lingua materna il Vangelo da lui annunciato; così cercò di sostituire con lo scritto, presso coloro dai quali si separava, quello che essi perdevano con la sua partenza».

XXV Domenica del Tempo Ordinario – Anno A

La parabola degli operai della vigna

Vangelo

In quel tempo, Gesù raccontò questa parabola ai suoi discepoli: 1 “Il Regno dei Cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. 2 Accordatosi con loro per un denaro al giorno, li mandò nella sua vigna. 3 Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano sulla piazza disoccupati 4 e disse loro: ‘Andate anche voi nella mia vigna; quello che è giusto ve lo darò’. Ed essi andarono. 5 Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre e fece altrettanto. 6 Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano là e disse loro: ‘Perché ve ne state qui tutto il giorno oziosi?’ 7 Gli risposero: ‘Perché nessuno ci ha presi a giornata’. Ed egli disse loro: ‘Andate anche voi nella mia vigna’. 8 Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: ‘Chiama gli operai e dà loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi’. 9 Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. 10 Quando arrivarono i primi, pensavano che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero un denaro per ciascuno. 11 Nel ritirarlo però, mormoravano contro il padrone dicendo: 12 ‘Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo’. 13 Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: ‘Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse convenuto con me per un denaro? 14 Prendi il tuo e vattene; ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te. 15 Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?’ 16 Così gli ultimi saranno primi, e i primi ultimi” (Mt 20, 1-16).

Il verme roditore dell’invidia

Veleno che corrode le anime, l’invidia è ancora peggiore quando si rivolta contro i favori spirituali concessi da Dio al prossimo. A questo vizio morale si dà il nome di invidia della grazia altrui.

Non rare volte, il passo del Vangelo da commentare acquista in prospettiva quando viene situato nel suo contesto di tempo e luogo, osservando il comportamento del pubblico e le ripercussioni psicologiche dei protagonisti.

L’ambiente nel quale Gesù espose la parabola

La parabola dei lavoratori della vigna fu proferita dal Divino Maestro nel suo ultimo viaggio, di ritorno a Gerusalemme. Era un momento cruciale. Raggiunto l’apice dei Suoi miracoli, prova inequivocabile della sua divinità, Gesù aveva resuscitato Lazzaro e, per ragioni di prudenza – prevedendo le reazioni irate dei suoi nemici –, aveva deciso di andarsene da Gerusalemme. Passato del tempo, riprese il cammino verso la Città Santa, dove sarebbe entrato solennemente la Domenica delle Palme. Ed è in quest’ultimo tragitto che Lo incontriamo. In quell’epoca, molto anteriore a Gutenberg, non esisteva Antônio evidentemente la stampa, e meno ancora si poteva pensare alla radio, televisione e internet. Abituati a tutti questi mezzi di comunicazione, facciamo fatica ad immaginare come le notizie potessero diffondersi. In verità, sebbene fossero trasmesse da bocca a orecchio, non per questo era lenta la loro divulgazione, soprattutto se rivestite di un carattere spettacolare. Così, per esempio, le novità sull’intensa attività di San Giovanni Battista, la cui attuazione aveva di poco preceduto quella di Gesù, erano corse per tutto il paese e anche oltre frontiera, causando grande mormorio tra il popolo e profonda preoccupazione nel Sinedrio. Era stato solo l’inizio. Dai giorni in cui il Precursore aveva battezzato i suoi primi penitenti, Israele non aveva più smesso di essere assalita da una crescente ondata di avvenimenti inusitati e sconvolgenti. E questa successione di fatti sarebbe culminata nella resurrezione di una persona morta da quattro giorni.
Grappoli d’uva

Tuttavia, più che i miracoli – perfino più di questi –, erano sorprendenti gli insegnamenti del Divino Maestro. Le sue parole cadevano come una pioggia rinfrescante in una terra assetata, com’era il mondo di allora, incluso il popolo eletto. Ci troviamo qui in una prospettiva psicologica piena di curiosità e inquietudine, che portava le persone a interessarsi fin nei minimi dettagli dei sermoni di Gesù di Nazareth. Di qui il grande numero di coloro che si riunivano intorno a Lui, al punto che gli evangelisti parlavano a volte di grande moltitudine, come avvenne nella traversata del Giordano (cfr. Mt 19, 1-2), al tempo del ritorno dalla Galilea alla Giudea. D’altra parte, la dottrina di Gesù e i suoi movimenti erano motivo di grande inquietudine per scribi, farisei e dottori della Legge. La progressiva fama del Divino Maestro li aveva portati a presentarGli questioni apparentemente insolubili e sempre più capziose, ma l’unico risultato dei loro attacchi era darGli l’opportunità di esporre i Suoi divini insegnamenti, che costituiscono il fondamento della dottrina cattolica. E l’insegnamento di una dottrina nuova creava il clima per la spiegazione di un’altra, in una concatenazione naturale straordinaria.

Dottrine concatenate

Questo lo vediamo verificarsi nel suddetto viaggio di ritorno a Gerusalemme, antecedente alla Domenica delle Palme. In quest’occasione avviene il pronunciamento di Nostro Signore sulla indissolubilità del vincolo matrimoniale e la bellezza della verginità (cfr. Mt 19, 3-12). Con ciò, veniva creato l’ambiente favorevole perché Gesù chiamasse tutti a far parte della sua futura Chiesa.

Seguendo il racconto evangelico, ci imbattiamo nell’incontro di Gesù con i bambini: “Lasciate che i bambini vengano a Me, perché di questi è il Regno dei Cieli” (Mt 19, 14). Subito dopo, Nostro Signore dice che il primo nel Regno dei Cieli sarà colui che diventerà come un bambino, indicando la necessità che gli uomini siano simili ai bambini per entrare nel Regno dei Cieli.

Segue l’episodio del giovane ricco, attraverso il quale, diventa chiaro a tutta la Storia, uno dei maggiori ostacoli per l’adesione piena e totale alla Chiesa: l’attaccamento ai beni di questo mondo (cfr. Mt 19, 16-22). È stato l’insegnamento di Gesù, originato dal rifiuto del giovane di rispondere alla chiamata del Maestro, che ha provocato un intervento di Pietro. Per il suo carattere estremamente comunicativo, egli non resistette a chiedere: “Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e Ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne otterremo?” (Mt 19, 27). Dalla risposta a questa domanda, vediamo come Gesù stesse preparando l’opinione pubblica a ricevere la sua chiamata. Lui rispose con divina chiarezza: “Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna” (Mt 19, 29). Come il “cento volte tanto” si riferisce alla vita presente, la frase di Nostro Signore ci conduce alla facile conclusione che ci sono promessi due premi differenti: uno sulla Terra, l’altro nell’eternità. Si tratta di un grande incoraggiamento a tutti i seguaci di Cristo, che li aiuta a rimanere incrollabili nella via da percorrere.

Incisione della parabola degli operai della vigna

Precisamente in questo punto del Vangelo inizia la parabola dei lavoratori della vigna, con la quale Gesù fa una specie di passo ulteriore nella fase di istruzione dei suoi seguaci, inclusi quelli futuri.

L’immagine della vigna

In quel tempo, Gesù raccontò questa parabola ai suoi discepoli: 1 “Il Regno dei Cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. 2 Accordatosi con loro per un denaro al giorno, li mandò nella sua vigna”.

Al contrario di quanto in genere si suppone, la regione nella quale oggi sono inclusi la Palestina e l’Israele era, al tempo di Nostro Signore, alquanto fertile. Il panorama molte volte arido e desolante dei nostri giorni è il risultato di duemila anni di lotte e distruzioni. Ma a quei tempi, di fatto, era un paese dove, oltre a scorrere latte e miele (cfr. Nm 13, 27) e produrre ottimo olio di oliva, si coltivavano eccellenti vigneti, come attestano le Sacre Scritture (cfr. Nm 13, 23-24), certamente segno della benedizione di Dio.

Nel lavoro della vigna, si utilizzavano due periodi dell’anno: l’inizio della primavera e l’autunno. Il primo per renderla pronta alla fioritura e l’altro per la raccolta. Per tutte e due le occasioni c’era bisogno di un buon numero di lavoratori stagionali poiché pochi erano permanenti. Per questo vediamo, nella parabola in questione, il padre di famiglia andare in cerca degli operai, offrendo lavoro agli uni per necessità e agli altri per il puro desiderio di offrire loro un mezzo per guadagnare qualcosa.

3 “Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano sulla piazza disoccupati 4 e disse loro: ‘Andate anche voi nella mia vigna; quello che è giusto ve lo darò’. Ed essi andarono. 5 Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre e fece altrettanto. 6 Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano là e disse loro: ‘Perché ve ne state qui tutto il giorno oziosi?’ 7 Gli risposero: ‘Perché nessuno ci ha presi a giornata’. Ed egli disse loro: ‘Andate anche voi nella mia vigna’. 8 Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: ‘Chiama gli operai e dà loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi’. 9 Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. 10 Quando arrivarono i primi, pensavano che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero un denaro per ciascuno”.

Le ore di lavoro erano divise in quattro parti da Sole a Sole, ossia, di tre in tre ore, dalle sei del mattino alle sei del pomeriggio. Tuttavia, nella parabola dei vignaioli, gli ultimi lavorarono solo dalle cinque alle sei del pomeriggio, costituendo un quinto gruppo. Il salario, com’è ovvio, era quello pattuito.

La spiegazione

11 “Nel ritirarlo però, mormoravano contro il padrone dicendo: 12 ‘Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo’. 13 Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: ‘Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse convenuto con me per un denaro? 14 Prendi il tuo e vattene; ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te. 15 Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?’”

Una buona spiegazione di questa parabola, data con la chiarezza, concisione e obiettività proprie dello stile francese, è opera del noto esegeta Louis Claude Fillion.1 Secondo lui, vari sono i commentatori dei Vangeli, tutti concordi sul fatto che, nelle parabole, vi sono circostanze la cui funzione è solo di ornamento. Nel caso presente, molti commentatori esitano nell’analisi, forzando l’interpretazione di ogni dettaglio. Avendo presente questo, Fillion cerca di indicare l’idea dominante nella parabola: “Sembra che Dio, nei panni del proprietario ricco, compia fedelmente le sue promesse verso coloro che Lo servono, e a tutti dia, senza eccezione, in qualsiasi momento della vita in cui abbiano cominciato il loro lavoro, una giusta ricompensa di tutte le loro fatiche”.2

Tuttavia, quest’uomo ripartisce i suoi doni nella proporzione che gli aggrada. Per vari esegeti, qui risiede la principale difficoltà della parabola: a prima vista, sembrerebbe un’ingiustizia che il padrone della vigna paghi lo stesso salario tanto a quelli che hanno lavorato di più, quanto a quelli che hanno lavorato di meno.

Fillion evidenzia che, nel racconto, nessuno è stato dimenticato al momento della distribuzione, in modo da non creare motivo per lamentele. San Tommaso è dello stesso parere: “Quando si tratta di cose che vengono date per grazia, ciascuno può dare a suo piacimento a chi vuole, più o meno, senza pregiudizio della giustizia, purché a nessuno sottragga ciò che gli è dovuto”.3 Tornando a Fillion, egli conclude il suo ragionamento con una sentenza della massima importanza, sulla quale torneremo più avanti: “Ciascuno deve essere soddisfatto di quello che ha ricevuto e dimostrare riconoscenza, senza guardare con invidia quelli che hanno guadagnato di più”.4

La chiamata di Dio

16 “Così gli ultimi saranno primi, e i primi ultimi”.

Al termine del commento, l’autore francese indica un’altra rilevante lezione della parabola: “Non tutti iniziano a lavorare per la propria salvezza e santificazione nella stessa epoca della loro vita. Alcuni lo fanno nella prima ora, l’infanzia, altri in gioventù, altri ancora nell’età matura e alcuni iniziano quando già si manifestano i segnali precursori della morte. Beati gli operai della prima ora, che hanno vissuto soltanto per Dio! Beati anche quelli che, avendo udito a un certo punto della vita la chiamata della grazia, corrispondono a questa e accorrono presso il loro Salvatore, per lavorare con Lui e per Lui!”.5

Come dicevamo all’inizio di quest’articolo, Gesù preparava con le Sue predicazioni, in questa fase, la chiamata ai suoi seguaci futuri. Dio, proprio come risulta in questa parabola, chiama tutti alla perfezione, nonostante lo facciano in momenti e occasioni diverse della vita. Nessuno deve scoraggiarsi se ha lasciato a molto tardi il preoccuparsi della propria salvezza, poiché a tutti la misericordia di Dio riserva un premio. Nel frattempo, è anche necessario rispondere subito alla convocazione di Gesù, in maniera decisa. Nessuno di quelli chiamati al lavoro, in questa parabola, è arrivato a proporre un orario più tardo, ma immediatamente si è messo a lavorare. Nessuno ha inoltre rifiutato. Così dobbiamo procedere noi: non dobbiamo ritardare il nostro “sì” alla chiamata del Maestro.

L’invidia, “carie delle ossa”

Come abbiamo visto, Fillion recrimina l’invidia nata nel cuore di alcuni lavoratori della vigna. Infatti, questa parabola porta un insegnamento a proposito dell’inconsistenza, illogicità e malizia dell’invidia.

In cosa consiste tale vizio? Nella tristezza a causa del bene altrui. Tanquerey evidenzia che il dispetto causato dall’invidia è accompagnato da una costrizione del cuore, che diminuisce la sua attività e produce un sentimento di angoscia. L’invidioso sente il bene di un’altra persona “come se fosse un colpo inferto alla sua superiorità”.6 Non è difficile capire come questo vizio nasca dalla superbia, la quale, come spiega il famoso teologo padre Royo Marín, “è l’appetito disordinato della propria eccellenza”.7 L’invidia “è uno dei peccati più vili e ripugnanti che si possa commettere”,8 ci tiene a sottolineare il domenicano.

San Tommaso9 coglie, tra i diversi commenti di questo passo contenuti nella Catena Aurea, il fatto che i lavoratori della vigna non si lamentassero per il fatto di considerarsi defraudati nella ricompensa alla quale avevano diritto, ma perché gli altri avessero ricevuto più di quanto meritassero. Vediamo qui l’insensatezza dell’invidioso, al punto che soffre più per il successo degli altri che per le sue perdite.

Dall’invidia nascono diversi peccati, come l’odio, l’intrigo, la maldicenza, la diffamazione, la calunnia e il piacere per le avversità del prossimo. Essa è alla radice di molte divisioni e molti crimini, persino in seno alle famiglie. Basti ricordare la storia di Giuseppe d’Egitto. Dice la Scrittura: “La morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo” (Sp 2, 24). Ecco la radice di tutti i mali della nostra Terra d’esilio. Il primo omicidio della Storia ha avuto questo vizio come causa: “Il Signore gradì Abele e la sua offerta, ma non gradì Caino e la sua offerta. Caino ne fu molto irritato e il suo volto era abbattuto” (Gen 4, 4-5).

Nella parabola in questione, l’invidia è il motivo della maldicenza degli operai della prima ora contro il padrone della vigna. Questo stesso affermerà: “Tu sei invidioso perché io sono buono?”. Peccato dalle conseguenze funeste, esso amareggiò molti angeli, già nel primo giorno della creazione, che per questa ragione furono precipitati dall’alto dei Cieli al più profondo degli inferi. Non sopportarono l’infinita superiorità di Dio e, chissà, la divinità di Gesù e la predestinazione di sua Madre alla maternità divina.

I Vangeli traboccano nella narrazione della perfidia degli scribi e farisei contro il Messia. Quale la causa di quest’odio deicida? Perfino Pilato “sapeva bene che glielo avevano consegnato per invidia” (Mt 27, 18). Con proprietà afferma il Libro dei Proverbi: “Un cuore tranquillo è la vita di tutto il corpo, l’invidia è la carie delle ossa” (14, 30).

Questo vizio comporta dei gradi. Quando ha per oggetto beni terreni – bellezza, forza, potere, ricchezza, ecc. –, avrà una gravità maggiore o minore, dipendendo dalle circostanze. Ma se riguarderà doni e grazie concesse da Dio a un fratello, costituirà uno dei più gravi peccati contro lo Spirito Santo: l’invidia della grazia fraterna. “L’invidia del profitto spirituale del prossimo è uno dei peccati più satanici che si possa commettere, perché con esso non solo si prova invidia e tristezza per il bene del fratello, ma anche per la grazia di Dio, che cresce nel mondo”,10 commenta padre Royo Marín.

Tutte queste considerazioni devono imprimersi a fondo nei nostri cuori, facendoci fuggire da questo vizio come da una peste mortale. Rallegriamoci per il bene dei nostri fratelli, e lodiamo Dio per la sua liberalità e bontà. Chi agirà così noterà, in poco tempo, come il cuore sarà tranquillo, la vita in pace, e la mente libera di navigare verso orizzonti più elevati e belli. Più ancora: diventerà egli stesso oggetto dell’affetto e della predilezione del nostro Padre Celeste.

Di passaggio, ci sembra opportuno notare che questa regola si applica non solamente a ogni cattolico, ma anche alle numerose famiglie spirituali esistenti nella Chiesa. Tra loro deve regnare sempre e in modo crescente l’atmosfera espressa dall’Apostolo in queste parole: “La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta” (I Cor 13, 4-7).

Dove impera l’amore di Dio, scompare l’invidia.
Sacro Cuore di Gesù

La ricompensa molto grande

Qui su questa Terra siamo solo di passaggio. Il nostro destino è la visione beatifica nell’eternità: “In lumine tuo videbimus lumen – Nella tua luce vediamo la luce” (Sal 36, 10). La nostra intelligenza parteciperà al lumen gloriæ – luce della gloria – di Dio e sarà attraverso questa che Lo vedremo, faccia a faccia. Egli sarà lo stesso per tutti, per cui, nella nostra parabola, il salario sarà lo stesso per ognuno degli operai della vigna. Ma un salario che colmerà tutti d’indicibile felicità, poiché, come ha detto Dio: “la tua ricompensa sarà molto grande” (Gen 15, 1). La condizione essenziale perché tutti giungiamo fin là è fissata però nella vera carità, e mai nell’invidia.

1) Cfr. FILLION, Louis-Claude. Vida de Nuestro Señor Jesucristo. Vida pública. Madrid: Rialp, 2000, v.II, p.435.

2) Idem, ibidem.

3) SAN TOMMASO D’AQUINO. Somma Teologica. I, q.23, a.5, ad 3.

4) FILLION, op.cit., p.435.

5) Idem, ibidem.

6) TANQUEREY, Adolphe. Compendio de Teología Ascética e Mística. 4.ed. Madrid: Palabra, 2002, p.455.

7) ROYO MARÍN, OP, Antonio. Teología Moral para seglares. 7.ed. Madrid: BAC, 1996, v.I, p.488.

8) Idem, ibidem.

9) Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO. Catena Aurea. In Matthæum, c.XX, v.1-16.

10) ROYO MARÍN, op.cit, p.264.

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