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L’Eucaristia, l’Immacolata e il Sommo Pontefice!

La sodomia? Peste che distrugge la la Chiesa. Parola di san Pier Damiani

Qualcuno ha notato  che l’imbarazzante summit vaticano sugli abusi, molto attento a lasciare da parte la questione dell’omosessualità, si è aperto proprio nel giorno (il 21 febbraio) in cui la Chiesa cattolica ricorda san Pier Damiani, autore di quel Liber Gomorrhianus, in italiano Libro gomorriano o Libro di Gomorra, nel quale la sodomia è condannata con parole di fuoco.

La circostanza, del tutto ignorata dagli organizzatori del summit, ci spinge a dare un’occhiata a quanto scriveva il santo teologo, vescovo e cardinale, vissuto dal 1007 al 1072 e proclamato dottore della Chiesa nel 1828.

Sentite. “Questa pestilenziale tirannia di Sodoma rende gli uomini turpi e spinge all’odio verso Dio; trama turpi guerre contro Dio; schiaccia i suoi schiavi sotto il peso dello spirito d’iniquità, recide il loro legame con gli angeli, sottrae l’infelice anima alla sua nobiltà sottomettendola al giogo del proprio dominio. Essa priva i suoi schiavi delle armi della virtù e li espone ad essere trapassati dalle saette di tutti i vizi”.

E ancora: “Questa peste scuote il fondamento della fede, snerva la forza della speranza, dissipa il vincolo della carità, elimina la giustizia, scalza la fortezza, sottrae la temperanza, smorza l’acume della prudenza; e una volta che ha espulso ogni cuneo delle virtù dalla curia del cuore umano, vi intromette ogni barbarie di vizi”.

Di fronte a tale “peste” è necessario, spiega il santo, che la Chiesa intervenga con decisione quando la sodomia si diffonde tra i chierici.

“Un chierico o un monaco che molesta gli adolescenti o i giovani, o chi è stato sorpreso a baciare o in un altro turpe atteggiamento, venga sferzato pubblicamente e perda la sua tonsura. Dopo essere stato rasato, venga ricoperto di sputi e stretto con catene di ferro, venga lasciato marcire nell’angustia del carcere per sei mesi. Al vespro, per tre giorni la settimana mangi pane d’orzo. Dopo, per altri sei mesi, sotto la custodia di un padre spirituale, vivendo segregato in un piccolo cortile, venga occupato con lavori manuali e con la preghiera. Sia sottoposto a digiuni, e cammini sempre sotto la custodia di due fratelli spirituali, senza alcuna frase perversa, o venga unito in concilio con i più giovani. Questo sodomita valuti a fondo se abbia amministrato bene i suoi uffici ecclesiastici, poiché la sacra autorità giudica questi oltraggi tanto ignominiosi e tanto turpi”.

In ogni caso, anche se  “la mano della severa punizione non lo affronterà al più presto”, possiamo essere certi che “la spada del furore divino  infierirà terribilmente” su questo “vizio assai scellerato e obbrobrioso”, vero e proprio “cancro nell’ordine ecclesiastico”.

Senza dimenticare che queste cose Pier Damiani le scriveva a un papa, Leone IX, è chiaro che il linguaggio del santo alle nostre orecchie suona incredibilmente duro, eppure l’analogia con la situazione presente non può essere sottaciuta.

Il Liber Gomorrhianus uscì in un momento in cui la corruzione morale nel clero era diffusa, fino ai vertici del mondo ecclesiastico. Ecco perché il monaco e futuro cardinale lanciava l’allarme. Quella “peste” non metteva a rischio solo la salvezza delle anime coinvolte, ma l’esistenza della Chiesa stessa.

Interessante è notare che Pier Damiani fonda la condanna dell’omosessualità sulle sacre scritture: “Questa turpitudine viene giustamente considerata il peggiore fra i crimini – afferma –  poiché sta scritto che l’onnipotente Iddio l’ebbe in odio sempre ed allo stesso modo, tanto che mentre per gli altri vizi stabilì dei freni mediante il precetto legale, questo vizio volle condannarlo con la punizione della più rigorosa vendetta. Non si può nascondere infatti che Egli distrusse le due famigerate città di Sodoma e Gomorra, e tutte le zone confinanti, inviando dal cielo la pioggia di fuoco e zolfo”.

“Questo vizio – spiega poi – non va affatto considerato come un vizio ordinario, perché supera per gravità tutti gli altri vizi. Esso infatti uccide il corpo, rovina l’anima, contamina la carne, estingue la luce dell’intelletto, scaccia lo Spirito Santo dal tempio dell’anima, vi introduce il demonio istigatore della lussuria, induce nell’errore, svelle in radice la verità dalla mente ingannata, prepara insidie al viatore, lo getta in un abisso, ve lo chiude per non farlo più uscire, gli apre l’Inferno, gli serra la porta del Paradiso, lo trasforma da cittadino della celeste Gerusalemme in erede dell’infernale Babilonia, da stella del cielo in paglia destinata al fuoco eterno, lo separa dalla comunione della Chiesa e lo getta nel vorace e ribollente fuoco infernale”.

Tanta durezza nasceva dalla consapevolezza del pericolo. Come detto, in gioco c’era la sopravvivenza stessa della fede e della Chiesa.

Il professor Roberto de Mattei, che al Liber Gomorrhianus ha dedicato uno studio, commenta così gli allarmi lanciati dal santo: “Mille anni sono passati da allora e mille erano allora passati dalla morte e Resurrezione di Cristo. Ma la voce di Pier Damiani risuona, oggi come ieri, di sprone e di conforto per tutti coloro che nella storia avrebbero come lui combattuto, sofferto, gridato e sperato. Pier Damiani sentì la fragilità della carne, il peso del peccato, la caducità delle cose del mondo, l’avanzare inesorabile della morte, ma si abbandonò con fiducia alla misericordia di Dio e ottenne la celeste ricompensa. Fu universalmente venerato come santo sin dal momento della sua morte”.

Domanda che viene facile a noi moderni: Pier Damiani, collocato da Dante nel settimo cielo, tra i contemplativi, fu forse un uomo obnubilato dal pregiudizio e prigioniero delle paure medievali?

Nient’affatto, risponde de Mattei. Anzi, il suo fu spirito di verità, perché “non distolse lo sguardo davanti alla lordura morale, ma sollevò il velo con cui gli altri ecclesiastici volevano coprire il male e ne mostrò la deformità e l’orrore”. Il suo fu inoltre spirito soprannaturale, “perché non si fece intimorire dal falso giudizio del mondo, ma tutto considerò alla luce della legge divina e naturale”. E spirito profetico, “perché non solo vide i mali, ma ne previde le conseguenze nella società e nella vita delle anime e ne indicò i rimedi necessari, in una vita di Grazia, di penitenza e di lotta. Non moderò il linguaggio, ma lo rese infuocato per mostrare tutta la sua indignazione. Non ebbe timore di esprimere il suo odio intransigente verso il peccato e fu proprio quest’odio a rendere incandescente il suo amore per la Verità ed il Bene”.

Ma il  Liber Gomorrhianus, come annota de Mattei, denuncia qualcosa di peggio del vizio morale praticato e teorizzato: “È il silenzio di chi dovrebbe parlare, l’astensione di chi dovrebbe intervenire, il legame di complicità che si stabilisce tra i malvagi e coloro che con il pretesto di evitare lo scandalo tacciono e tacendo acconsentono”.

Parole che si attagliano alla perfezione, ahinoi, a una certa Chiesa dei nostri giorni.

21 febbraio: San Pier Damiani

Questo santo, tutto fuoco, nacque a Ravenna nel 1007 da poveri genitori carichi di figli. Sua madre lo abbandonò, per fortuna momentaneamente, ancora lattante. Quando mori, l’orfano fu educato con grande durezza dal fratello Rodelinda, che lo fece guardiano di porci. Possedeva però un’intelligenza talmente viva che il fratello maggiore, Damiano, più benevolo, pensò di avviarlo agli studi prima a Faenza, poi a Parma. In essi Pietro fece prodigiosi progressi. A venticinque anni si acquistò un nome nell’insegnamento.
Verso il 1035 cattivi esempi e violente tentazioni determinarono il santo a entrare segretamente nel monastero benedettino di Fonte Avellana, sul monte Catria (Pesaro), dove si abbandonò a così rigorose penitenze da contrarre violenti mal di testa e insonnia. Durante la convalescenza approfondì lo studio delle Scritture. La fama di esegeta che si acquistò tra i pochi confratelli lo fece richiedere come oratore dall’abbazia di Pomposa, dal monastero di S. Vincenzo di Petra Pertusa, e da altri centri in relazione con Fonte Avellana.
Quando ritornò nel suo eremo, il Damiani fu eletto priore. Il suo governo segnò per la comunità un’era di prosperità materiale e spirituale, tant’era innamorato dell’ideale della vita claustrale di cui divenne il teorico. I novizi accorsero numerosi alla sua scuola, motivo per cui gli fu possibile moltiplicare le case filiali nelle regioni limitrofe, e dare origine a una Congregazione eremitica d’ispirazione camaldolese, anche se in sé autonoma. Penetrato dello spirito di S. Agostino e di S. Benedetto, egli seguì le orme dei grandi monaci del suo secolo: S. Romualdo, fondatore dei Camaldolesi; S. Odilone e S. Ugo il Grande, abati di Cluny e Desiderio, abate di Montecassino. Nulla sfuggiva al suo vigile occhio. Egli esigeva l’assiduità alle ore canoniche diurne e notturne, voleva che i monaci praticassero la rigorosa povertà, non uscissero dall’eremo, e non si occupassero di negozi secolari. Alla preghiera i religiosi dovevano aggiungere il lavoro, la pratica di frequenti digiuni e mortificazioni in proporzione dei propri peccati. Il santo fu un grande sostenitore delle flagellazioni corporali supererogatorie. Ai più ferventi religiosi permise di flagellarsi ogni giorno durante la recita di una quarantina di salmi.
L’epoca in cui Pier Damiani visse fu triste per la Chiesa a causa della simonia e dell’immoralità del clero. Per oltre trent’anni i conti di Tuscolo avevano disposto della sede romana come di un bene di famiglia. Il primo papa che fece sperare una riforma fu Gregorio VI, il quale aveva persuaso il dodicenne Benedetto IX a rinunciare al papato, sborsandogli una somma dì denaro. I romani lo avevano eletto al posto di lui, ma nel concilio di Sutri del 1046, radunato da Enrico III, fu costretto a dimettersi perché sospettato di simonia. Al suo posto fu eletto Clemente II. L’imperatore invitò più volte Pier Damiani a stabilirsi a Roma in qualità di consigliere del papa, ma egli si limitò a scrivere all’eletto, per notificargli il disordine che regnava nelle chiese della sua provincia a causa del fasto dei vescovi, la maggior parte dei quali era carica di crimini.
La riforma della Chiesa fu iniziata con coraggio da S. Leone IX (10481054) coadiuvato da Ildebrando, monaco e cardinale. Sotto il suo pontificato prese forme concrete l’opera del Damiani a favore del risanamento della gerarchia, che nel suo zelo irruente, voleva casta e feconda di opere buone. Scrisse allora i suoi due più famosi trattati, il Liber Gratissimus riguardante gli ecclesiastici ordinati gratuitamente e, secondo lui, validamente da vescovi simoniaci, e il Liber Gomorrhianus, dedicato al papa stesso, nel quale flagella spietatamente i costumi del clero corrotto. Leone IX lodò l’autore per l’aiuto che gli prestava nella lotta contro i mali del tempo, ma furono tanto vive le rimostranze che sollevò con il suo scritto che lo ritenne un po’ frutto della sua fantasia.
Fu Stefano IX, succeduto a Vittore II (+ 1057), che impose per ubbidienza al Damiani il titolo di cardinale vescovo di Ostia, ma morì troppo presto per compiere l’opera di riforma che l’irruente santo perseguiva. Nel 1058 i conti di Tuscolo fecero eleggere papa Giovanni, vescovo di Velletri, col nome di Benedetto X, ma il nuovo cardinale lo trattò come intruso e simoniaco. Raggiunse a Siena Ildebrando, di ritorno da una missione presso l’imperatrice Agnese, e con lui provvide all’elezione del vescovo di Firenze, Gerardo di Borgogna, che prese il nome di Niccolò II. Da questo momento il Damiani dichiarò guerra senza quartiere ai perturbatori della Chiesa e si adoperò con le sue lettere di fuoco e i suoi trattati perché fosse osservato il decreto di Leone IX contro i chierici simoniaci e incontinenti, che avvilivano il sacerdozio e scandalizzavano i fedeli. Sotto il pontificato di Niccolò II, nel 1059, svolse la sua prima missione a Milano per la riforma di quella chiesa, e di altre della Lombardia. Egli vi riportò la pace applicando la sua teoria della validità delle ordinanze simoniache, in contrasto con quella del cardinal Umberto di Selva Candida. Molto verosimilmente, fu dietro consiglio di Ildebrando e di Pier Damiani che Niccolò II emanò in quello stesso anno il celebre decreto per cui, onde assicurare in futuro l’indipendenza delle elezioni pontificie, la scelta del papa era esclusivamente affidata al collegio dei cardinali. L’ultima parola spettava ai cardinali-vescovi, mentre l’imperatore conservava soltanto il diritto di conferma e il popolo quello d’approvazione.
Pur amando svisceratamente la Chiesa, il Damiani non vedeva l’ora di deporre la carica che gli era stata affidata contro voglia, per ritirarsi nella solitudine del chiostro. Il papa non lo esaudì perché un uomo come lui era indispensabile al suo fianco. Inoltre i nuovi torbidi sorti alla morte di Niccolò II (+1061), rendevano molto utile la sua presenza a Roma. Elevato al pontificato per interessamento suo e di Ildebrando Anselmo da Baggio, vescovo di Lucca, col nome di Alessandro II (+ 1073), il Damiani ne sostenne caldamente le parti contro l’antipapa Càdalo, vescovo di Parma, abusivamente eletto a Basilea per interessamento dell’imperatrice Agnese, ingannata dal partito favorevole ai simoniaci. Non tutti i suoi passi furono approvati dai sostenitori della riforma. Egli difatti pensava che convenisse mantenere ad ogni costo l’armonia tra il papato e l’impero germanico, mentre era risaputo che le maggiori difficoltà per la desiderata e improrogabile riforma provenivano proprio dall’impero e dal laicato.
Il nuovo papa acconsenti che Pier Damiani si ritirasse nel chiostro. Il cardinale arcidiacono Ildebrando, invece, riteneva indispensabile la sua permanenza alla corte pontificia. Fosse dipeso da lui gli avrebbe imposto di restare in virtù di santa ubbidienza. Il Damiani trovò il suo intervento indiscreto e giunse a tacciarlo di “Verga di Assur”, Dio supremo degli Assiri, e di”Santo Satana”.
A Fonte Avellana il santo si rinchiuse in un’angusta cella per darsi al digiuno quotidiano, alle intense discipline, alla meditazione e al canto dei salmi. Per umiltà prendeva il suo pane nello stesso piatto che serviva a lavare i piedi ai poveri, e dormiva per terra sopra un graticcio di giunchi. Nel capitolo, dopo aver rivolto le sue esortazioni ai monaci, si accusava pubblicamente delle proprie colpe come un religioso qualunque, e si dava la disciplina a due mani. Da ogni parte giungevano all’eremo persone desiderose dei suoi consigli. Alessandro II lo pregò di scrivergli più sovente. Il santo ne approfittò per dirgli con franchezza quel che pensava riguardo a due abusi invalsi nella curia romana: quello di moltiplicare gli anatemi senza motivo, e di impedire ai chierici e ai laici di riprendere gli eccessi dei loro vescovi.
All’occorrenza seppe accettare e portare a termine con zelo le missioni che gli furono affidate dal sommo pontefice. Nel 1063 andò a Cluny per difendere, contro le pretese del vescovo di Mâcon, l’esenzione dell’abate S. Ugo, direttamente dipendente dal papa, e a Firenze per un’indagine sul vescovo Pietro, accusato dai monaci vallombrosani di simonia, e da lui assolto per mancanza di prove. Nel 1069 fu inviato a Magonza per distogliere Enrico IV dal divorzio con Berta di Torino, e nel 1071 a Montecassino per la consacrazione della chiesa. Alla scomparsa nel 1072 dell’antipapa Càdalo (Onorio II), già apostrofato dal Damiani “voragine di libidine, ignominia del sacerdozio, fetore del mondo”, e del suo principale sostenitore, Enrico, arcivescovo di Ravenna, il santo fu inviato a riconciliare con il papa gl’interdetti ravennati. Mentre ritornava a Roma per dar conto della sua legislazione, a Faenza fu colto da febbre e morì il 22-2-1072 nel monastero di Santa Maria fuori Porta. Sul suo sepolcro fece porre questo epitaffio: “Io fui ciò che tu sei; tu sarai ciò che io sono. Di grazia, ricordati di me. Guarda con pietà le ceneri di Pietro. Prega, piangi e ripeti: “Signore, risparmialo!””. Fu subito universalmente venerato come santo. Leone XII il 1-10-1828 gli decretò il titolo di dottore. Le sue ossa sono custodite nel duomo di Faenza.

Chi era Francisco Marto, il pastorello che ha visto la Madonna a Fatima?

Il 13 maggio Papa Francesco lo canonizzerà insieme alla sorella Jacinta, che vide con lui e con la cugina la Vergine nel 1917

È il 1917. L’Europa è nel pieno della guerra. Tre pastorelli – Francisco, Jacinta e Lucia – stanno portando al pascolo il proprio gregge alla Cova da Iria, a circa due chilometri da Fatima (Portogallo), quando una “Signora più splendente del sole” appare loro, tenendo in mano un Rosario bianco.

Per tre volte, prima di questa prima apparizione (su un totale di sei), un angelo li aveva avvertiti di un futuro evento di grazia divina e li aveva invitati a offrire preghiere e sacrifici a mo’ di riparazione per i peccati degli uomini. Questa visione era rimasta impressa nel loro cuore.

Chi sono i due pastorelli che Papa Francesco canonizzerà il 13 maggio durante il suo pellegrinaggio a Fatima? Aleteia vi propone di iniziare a conoscere Francisco, da cui molti testimoni affermano di aver ricevuto “doni di grazia” dopo aver pregato per la sua intercessione. Parleremo poi di Jacinta.

Francisco, la vocazione

Francisco era il decimo di undici fratelli. Era di un’“obbedienza esemplare”, come dichiaravano i genitori, Olimpia e Manuel Marto. Era un bambino “paziente, gentile e riservato, incline alla contemplazione”. Nei giochi accettava di buon grado la sconfitta, e anche quando vinceva e i suoi compagni si impegnavano a strappargli la vittoria cedeva senza fiatare.

Aveva anche una certa tendenza all’isolamento e non si preoccupava se gli altri tendevano a metterlo un po’ da parte. In base a varie testimonianze, amava il silenzio e non cercava mai il litigio. Il pastorello amava la natura, la poesia e la musica, e aveva un gran cuore.

Durante la sua prima apparizione, il 13 maggio 1917, la Vergine Maria gli predisse che sarebbe andato presto in cielo, ma prima doveva recitare molti Rosari. Francisco lo fece fino alla morte, avvenuta il 4 aprile 1919 a causa dell’influenza spagnola che egli ricevette come “un dono immenso” per consolare Cristo, “tanto triste per via di tanti peccati”, diceva – per redimere i peccati delle anime e guadagnarsi il Paradiso, come informano i biografi.

Il sito web di riferimento in Belgio sulle apparizioni di Fatima, Fatima.be, riporta un racconto di chi assistette ai suoi ultimi giorni:

“Un giorno due signore parlarono con lui e gli chiesero cosa avrebbe voluto fare da grande:
‘Vuoi diventare falegname?’, chiese una di loro.
‘No, signora’, rispose il bambino.
‘Allora soldato?’, chiese l’altra.
‘No, signora’.
‘Forse medico?’
‘Nemmeno’.
‘Allora so cosa ti piacerebbe fare: il sacerdote! Dire Messa, confessare, predicare… vero?’
‘No, signora, non voglio diventare sacerdote’.
‘E allora cosa vuoi diventare?’
‘Non voglio niente. Voglio morire e andare in Cielo!”

Due giorni prima di morire, Francisco chiese di fare la Prima Comunione e confessò alla sorellina minore Jacinta: “Oggi sono più felice di te perché ho Gesù nel cuore”.

Alle dieci di sera, prima di spirare, disse alla madre con un sorriso angelico, senza sofferenze né lamentele: “Mamma, guarda quella bella luce vicino alla porta!” Aveva appena 11 anni. La Madonna glielo aveva promesso: sarebbe venuta per lui se avesse recitato molto il Rosario.

“Lo recitava nove volte al giorno e aveva compiuto sacrifici eroici” per evitare i peccati, e quando non gli restavano più forze per recitarlo diceva: “Mamma! Non ho più la forza per recitare il Rosario, e le Ave Maria che dico suonano come vuote!” Allora la madre lo consolava dicendogli: “Se non riesci a recitare il Rosario con le labbra, dillo con il cuore. La Madonna lo ascolta anche così e sarà contenta comunque!”

I resti di Francisco sono rimasti nel cimitero parrocchiale fino al 13 marzo 1952, giorno in cui vennero trasferiti nella cappella a destra dell’altar maggiore della basilica di Nostra Signora del Rosario a Fatima, accanto ai resti della sua sorellina, deposti lì il 1° maggio 1951, un anno prima. Accanto a loro riposano quelli della cugina, suor Lucia, deposti lì il 19 febbraio 2006.

Le umiliazioni di Francisco

Il piccolo Francisco subì varie umiliazioni quando la notizia della prima apparizione della Madonna si diffuse nel villaggio di Aljustrel, dove viveva con la sua famiglia. A scuola lo prendevano in giro, e anche il maestro, che non credeva in Dio, lo accusava di essere un “falso veggente”.

Francisco, però, non si lamentava mai, e sopportava tutte le umiliazioni, fisiche e verbali, senza dire nulla, al punto che i genitori non ne seppero mai niente. “Avrete molto da soffrire, ma la grazia di Dio sarà il vostro conforto”, aveva detto la Vergine Maria ai tre pastorelli.

La sua ricompensa sulla Terra

A 17 anni dal pellegrinaggio di Giovanni Paolo II a Fatima, nel maggio del 2000, quando Francisco venne beatificato insieme alla sorella Jacinta 48 anni dopo l’apertura del processo, Papa Francesco torna in Portogallo per festeggiare il centenario delle apparizioni e proclamare, il 13 maggio, la loro canonizzazione, che li renderà i primi bambini, fratello e sorella, non martiri a diventare santi insieme e aprirà la via della beatificazione ad altri bambini morti sempre in tenera età in “odore di santità”.

Il primo miracolo avvenuto per intercessione di Francisco e scelto per la sua beatificazione è stata la guarigione, il 25 marzo 1987, di Maria Emilia Santos, di Leiria (Portogallo), paraplegica che ha recuperato la capacità di camminare dopo aver recitato un Rosario durante un ritiro per malati a Fatima. Il secondo miracolo, scelto per la canonizzazione, è la guarigione di un bambino portoghese, Felipe Moura Marques, che viveva in Svizzera, diabetico fin dalla nascita (diabete di tipo 1) e dichiarato “incurabile”.

Anche Lucia, cugina dei fratelli Marto e anche lei testimone delle apparizioni, potrebbe essere beatificata e poi canonizzata, ma la sua morte è più recente (2005). L’indagine diocesana per la sua beatificazione si è chiusa ufficialmente il 13 febbraio scorso.

Santa Giacinta di Fatima: La profetessa inascoltata-video

Il messaggio di Santa Giacinta per l’educazione dei giovani

Santa Giacinta brilla come luce radiosa nelle tenebre e indica una strada da seguire a piccoli e grandi.

La piccola Giacinta è una figura che genera stupore ancora oggi. Bambina fragile ma dotata di tutte le qualità della donna forte della Scrittura, seppe abbinare in modo prodigioso le virtù della fanciullezza a quelle dell’età matura. Innocentissima, è vero, ebbe anche occhi maturi per vedere in tutta la loro brutta realtà i mali morali che affliggevano il mondo, più di tanti adulti ottimisti; debole per l’età ebbe la forza di un’eroina nel sopportare le sofferenze e i dolori per la conversione dei peccatori, come le aveva chiesto la bella Signora; candida e tenera come una colomba riuscì a individuare senza errore, avendo il tempo come testimone dell’autenticità del suo profetismo, quale sarebbe stato il triste futuro di un sacerdote un po’ troppo rilassato che anni dopo avrebbe abbandonato la talare per seguire altre vie… E potremmo continuare indefinitamente l’elenco di questa sorta di somma di qualità della nostra piccola.

Così, nella nostra epoca storica in cui spesso si trova il fenomeno contrario, cioè adulti imbambolati e bambini tante volte corrotti precocemente, Santa Giacinta brilla come luce radiosa nelle tenebre e indica una strada da seguire a piccoli e grandi.

Santa Giacinta Marto e Lucia

Anzitutto ci mostra che innocenza e serietà sono virtù che vanno inseparabilmente unite. Quando seppe che suo fratello Francesco doveva lasciare questo mondo, mandò a dirgli: “Salutami tanto Nostro Signore e la Madonna e di’ Loro che soffro tutto quello che vorranno per convertire i peccatori e riparare il Cuore Immacolato di Maria”. Queste sue parole sono una dimostrazione di dolce confidenza piena di tenerezza nei confronti del Signore e di sua Madre, ma sono anche parole che manifestano la disposizione coscienziosa a soffrire tutto, senza lamenti, per dar gloria a Gesù e a Maria!

E com’era lo sguardo di Giacinta sul peccato? La bambina esaminava la realtà del peccato con grande orrore: “I peccati del mondo – siamo nel 1918! – sono troppo grandi. Se gli uomini sapessero che cos’è l’eternità, farebbero di tutto per cambiare la loro vita”.

Ma dove hanno origine le tante qualità della piccola pastorella? La somma di virtù che troviamo in Giacinta è un frutto particolare della formazione che la Stessa Vergine di Fatima volle dare ai suoi piccoli discepoli: li mise davanti alla terribile alternativa della vita eterna con Dio o senza Dio, nel Cielo o nell’Inferno. E quanto è servito questo metodo per modellare l’anima di Santa Giacinta!

Molti educatori, oggigiorno, potrebbero pensare che sia stata un’esagerazione far vedere a una bambina la terribile realtà dell’Inferno. Una realtà, d’altronde, che secondo la descrizione dei pastorelli è in tutto simile a quanto riporta l’Apocalisse quando ci insegna che i dannati berranno il vino puro dell’ira di Dio e dell’Agnello e saranno torturati con fuoco e zolfo al cospetto degli angeli santi: “Il fumo del loro tormento salirà per i secoli dei secoli, e non avranno riposo né giorno né notte” (Ap 14, 9-11).

I pastorelli di Fatima

Notiamo, però, un altro dettaglio. Prima di mostrare a Lucia, a Giacinta e a Francesco i terrori di una vita eterna disgraziata, la Vergine Santissima li inondò con lo splendore celestiale, quella luce ineffabile di Dio che, uscita dal suo Cuore Immacolato, li riempì di una felicità piena, stabile, innocente, al di sopra di ogni considerazione! Il timor di Dio si sostiene quindi anche sull’amore di carità.

Sì, Santa Giacinta ci mostra l’effetto benefico di essere formati alla serietà mediante la contemplazione degli estremi più distanti – Cielo e Inferno – che tutti gli uomini troveranno dopo il tramonto di questo mondo. Tertium non datur: o Cielo o Inferno, e per sempre!

E lungi dal causare traumi o disturbi psicologici, il veder chiaramente, senza nessun tipo di falsificazione soft, la grandezza di un futuro eterno, ha dato alla Chiesa e al mondo i santi più piccoli!

C’è da rifletterci su! Tanti genitori e tanti educatori non parlano mai né insegnano queste realtà ai piccoli, pensando solo a non creare in loro paure o timori… Invece possono trovarsi in un pericoloso errore, come si evince dalla catechesi fatta da Maria ai suoi piccoli prediletti. Santa Giacinta è un monumento di tenerezza mista a tanta maturità. Come sarebbe bello trovare più bambini come lei e come il suo fratellino Francesco… E, allora, perché non imitare la Madonna? Perché non presentare il Cielo nella sua bellezza eterna e l’inferno in tutto il suo terribile realismo come elementi essenziali della formazione cristiana da riproporre nelle famiglie, nelle scuole cristiane e nelle parrocchie?

Ascolteremmo così, dai nostri piccoli, frasi come questa: “Mi piace molto pensare”, detta da Santa Giacinta nel suo letto di dolore, e sentiremmo consigli come: “Le persone che servono Dio non devono seguire la moda. La Chiesa non ha mode… Nostro Signore è sempre lo stesso”. Chi avrebbe mai detto che una contadina di otto anni sarebbe stata capace di tali ragionamenti? Non sarebbe bello se dalle labbra dei nostri piccoli sentissimo cose del genere? Ecco il frutto della formazione di Maria Santissima. Alla scuola della Madonna si imparano l’amore e il timore di Dio, si formano le grandi personalità, si riceve una sapienza nascosta e sublime.

Se vogliamo far felici i bambini, trattiamoli con la stessa serietà con cui la Vergine formò i pastorelli di Fatima, e allora pianteremo alberi di santità, capaci di gridare al mondo, come fece Santa Giacinta: “È necessario fare penitenza. Se noi ci emendiamo, Nostro Signore proteggerà ancora il mondo; ma se non ci si emenderà, verrà il castigo!”.

Santa Giacinta Marto

Uno dei divertimenti preferiti da Francesco, Giacinta e Lucia era quello di gridare ad alta voce, dall’alto dei monti, seduti sulla roccia. Il nome che più echeggiava era quello della Madonna. A volte Giacinta, «quella a cui la Vergine Santissima ha comunicato maggior abbondanza di grazie e maggior conoscenza di Dio e della virtù», come scriverà Suor Lucia, recitava tutta l’Ave Maria, pronunciando la parola seguente soltanto quando l’eco riproduceva per intero quella precedente.

Tale innocentissima preghiera di bambina, quasi surreale, dove il soprannaturale si sovrapponeva al naturale, doveva essere di sublime bellezza. Ebbene, la Madonna scelse proprio lei, suo fratello e la cugina per rivelare a Fatima, nel 1917, i rimedi che l’umanità e la Chiesa avrebbero dovuto prendere per combattere errori e guerre: la recita del Santo Rosario, la lotta contro il peccato, la consacrazione della Russia al Cuore Immacolato di Maria per arrestare l’ideologia comunista.
Il 12 settembre 1935 le spoglie di Giacinta furono trasportate da Vila Nova de Ourém a Fatima. Quando la bara fu aperta si attestò che il volto della piccola veggente era incorrotto. Venne scattata una fotografia e il Vescovo di Leiria, Monsignor José Alves Correia da Silva (1872-1957) ne inviò una copia a suor Lucia che, nei ringraziamenti, accennò alle virtù della cugina. Tale fatto indusse il Monsignore ad ordinare alla monaca di scrivere tutto ciò che sapeva della vita di Giacinta, ecco che nacque la Prima Memoria, che l’autrice terminò nel Natale dello stesso 1935. 
Trascorsero due anni dalla Prima Memoria e il Vescovo di Leiria ordinò a Suor Lucia di scrivere, in tutta verità, la sua vita e le apparizioni mariane, così come erano avvenute. Suor Lucia obbedì, scrivendo la Seconda Memoria dal 7 al 21 novembre 1937.

In una lettera del 31 agosto 1941, indirizzata a padre Giuseppe Bernardo Gonçalves Sj, Lucia spiega come nacque la Terza Memoria: «Mons. Vescovo… mi ordinò di ricordare qualsiasi altra cosa che avesse relazione con Giacinta, per una nuova edizione che vogliono stampare. Quest’ordine mi penetrò nell’anima come un raggio di luce …». Fu proprio con questo scritto che Fatima raggiunse dimensioni internazionali. Sorpresi dai racconti della Terza Memoria, Monsignor Giuseppe Alves Correia da Silva e don Galamba conclusero che Lucia, nelle relazioni anteriori, non aveva detto tutto e che nascondeva ancora degli elementi. Dunque, il 7 ottobre 1941, la monaca riceve il nuovo ordine di scrivere qualsiasi altra cosa che avesse potuto emergere dagli accadimenti di Fatima. Fu così che l’8 dicembre, giorno dell’Immacolata Concezione, dello stesso anno, l’autrice consegnò il manoscritto affermando: «Fin qui, ho fatto il possibile per nascondere quel che le apparizioni della Madonna nella Cova d’Iria avevano di più intimo. Ogni volta che mi vidi obbligata a parlare, cercai di accennarvi di sfuggita, per non  scoprire quello che tanto desideravo tener in serbo. Ma ora, che l’obbedienza mi comandò, ho detto tutto! E io rimango come lo scheletro, spogliato di tutto e perfino della vita stessa, messo nel Museo Nazionale, per ricordare ai visitatori la miseria e il niente di tutto quel che passa. Così spogliata, resterò nel Museo del Mondo ricordando a quelli che passano, non la miseria e il niente, ma la grandezza delle Misericordie Divine».

Con schiettezza e semplicità Suor Lucia narra in queste pagine le “magiche” beltà della loro infanzia. Tutti e tre i bambini nacquero ad Aljustrel, in Portogallo. Lucia dos Santos, poi suor Lucia di Gesù, il 22 marzo 1907, morirà a Coimbra il 13 febbraio 2005; Francesco Marto l’11 giugno 1908, morirà a Fatima il 4 aprile 1919 (beatificato con la sorella il 13 maggio 2000 e con lei canonizzato diciassette anni esatti dopo); Giacinta Marto l’11 marzo 1910, morirà a Lisbona il 20 febbraio 1920.
Era la primavera del 1916 quando l’Angelo del Portogallo (così si identificò) comparve loro, anticipando l’arrivo di Nostra Signora di Fatima. Lucia e Giacinta (come accadrà anche con la Madonna), potevano vedere e sentire; la prima poteva anche colloquiare, mentre Francesco vedeva soltanto. L’Angelo, che portò l’Eucaristia e li comunicò, per tre volte pregò: «Mio Dio! Io credo, adoro, spero e Vi amo. Vi chiedo perdono per quelli che non credono, non adorano, non sperano e non Vi amano». Poi disse: «Pregate così. I Cuori di Gesù e di Maria stanno attenti alla voce delle vostre suppliche».

Francesco aveva un carattere mite, umile, paziente. Nel gioco accettava la sconfitta benevolmente e tendeva ad isolarsi, non si dava cura e pensiero se veniva emarginato. Era sempre sorridente, gentile, condiscendente. Quando qualcuno si ostinava a negargli i suoi diritti di vincitore, si piegava senza resistere: «Credi di aver vinto tu?! E va bene! A me non me n’importa!» e se qualcuno degli altri bambini insisteva nel togliergli qualcosa che gli apparteneva, diceva: “Fa’ pure… a me che me n’importa?!”». E davvero nulla gli importava, se non le realtà celesti. Amava il silenzio e non mancava occasione per mortificarsi con atti di eroismo. 
Dopo il pascolo, la sera, Francesco e Giacinta andavano nell’aia della famiglia di Lucia per giocare e, insieme, aspettavano che la Madonna e gli Angeli accendessero le loro «lucerne», così definivano la luna e le stelle, e allora Francesco si animava nel contarle, ma nulla lo entusiasmava di più che l’osservare il sorgere e il tramontare del sole, che identificava come la lucerna del Signore, mentre Giacinta amava maggiormente quella della Madonna. 
La sensibilità di animo di Francesco e di Giacinta, che traspariva dalla naturalezza dei loro gesti, con le apparizioni, raggiunse un livello di straordinario misticismo: la grazia corrisposta diede vita ad altezze di virtù. Quella di Francesco fu anima di profonda preghiera. Quando prese ad andare a scuola a volte diceva a Lucia: «Senti, tu va’ a scuola. Io resto qui, in chiesa, vicino a Gesù nascosto. Per me non vale la pena di imparare a leggere; fra poco vado in Cielo. Quando torni, vieni a chiamarmi». Allora si metteva vicino al Tabernacolo e, interrogato su cosa facesse tutte quelle ore, egli affermava: «Io guardo Lui e Lui guarda me».

Mentre Giacinta faceva penitenze per salvare anime peccatrici dall’Inferno, Francesco pensava a consolare il Signore e la Madonna. Ricordando la promessa di Maria Vergine, della quale aveva sempre un’immensa nostalgia, di portarlo presto in Cielo con Giacinta, gioiva dicendo: «lassù almeno potrò meglio consolare il Cuore di Gesù e di Nostra Signora».
Sapeva accettare e sopportare la sofferenza con esemplare rassegnazione e accolse la «Spagnola», che lo portò via, come un dono immenso per consolare Cristo, per riscattare i peccati delle anime e per raggiungere il Paradiso. 
La breve vita di Giacinta trascorse in maniera parallela a quella del fratello, legata da un’identica serenità spirituale grazie al clima di profonda Fede che si respirava in casa. Il suo temperamento era però forte e volitivo e aveva una predisposizione per il ballo e la poesia. Era il numero uno dell’entusiasmo e della spensieratezza. Saranno gli accadimenti del 1917 a mutare i suoi interessi e più non ballerà, assumendo un aspetto serio, modesto, amabile. Il profilo che Lucia tratteggia della cuginetta è straordinario: è il ritratto dei puri di cuore, i cui occhi parlano di Dio.

Giacinta era insaziabile nella pratica del sacrificio e delle mortificazioni. Le penitenze più aspre per Lucia erano invece dettate dalle ostilità familiari e in particolare di sua madre, che la considerava una bugiarda e un’impostora. Lucia, essendo la più grande, fu la veggente più vessata e più interrogata (fino allo sfinimento) sia dalle autorità religiose che civili. A coronare questo clima intriso di tensioni e diffide c’era pure la situazione economica precaria dei dos Santos, provocata anche dal fatto che nel luogo delle apparizioni mariane, di proprietà della famiglia, non era più possibile coltivare nulla: la gente andava con asini e cavalli, calpestando tutto.

Agli inizi del mese di luglio del 1919 Giacinta entrò in ospedale, anche lei colpita dalla «Spagnola». Sua madre le chiese che cosa desiderasse e la piccola chiese la presenza dell’amata Lucia. La visita fu tutto un parlare delle sofferenze offerte per i peccatori al fine di allontanarli dall’Inferno – che con grande sgomento era stato loro mostrato dalla Madonna – e per il Sommo Pontefice: «Tu rimani qua per dire che Dio vuole istituire nel mondo la devozione al Cuore Immacolato di Maria. Quando ce ne sarà l’occasione, non ti nascondere. Di’ a tutti che Dio ci concede le grazie per mezzo del Cuore Immacolato di Maria; che le domandino a Lei, che il Cuore di Gesù vuole che vicino a Lui, sia venerato il Cuore Immacolato di Maria. Chiediamo la pace al Cuore Immacolato di Maria; Dio la mise nelle mani di Lei. S’io potessi mettere nel cuore di tutti, il fuoco che mi brucia qui nel petto e mi fa amare tanto il Cuore di Gesù e il Cuore di Maria!».
Quando Lucia perse i cugini fu abissale il suo dolore, infatti, come lei stessa ebbe a dichiarare, non ebbe in terra altra più amata compagnia che quella di Francesco e di Giacinta.

Il Sacro Manto: I nostri 30 giorni a san Giuseppe

L’origine della devozione al Sacro Manto di San Giuseppe risale al 22 Agosto 1882, data in cui l’Arcivescovo di Lanciano Mons. F.M. Petrarca ha approvato la devozione a questa pratica, invitando i fedeli a farne uso frequente.
Queste orazioni vanno recitate per trenta giorni consecutivi in ricordo dei 30 anni di vita di San Giuseppe a fianco di Gesù. Sono senza numero le grazie che si ottengono ricorrendo a San Giuseppe. E’ cosa buona accostarsi ai Sacramenti e promuovere il culto del Santo.

Introduzione

San Giuseppe ci sorrida propizio e ci benedica sempre.
San Giuseppe, conforto degli afflitti, prega per noi!

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
Amen.

O Dio, vieni a salvarmi.
Signore vieni presto in nostro aiuto.
Gesù, Giuseppe e Maria,
vi dono il cuore e l’anima mia.

GLORIA AL PADRE(alla Santissima Trinità ringraziandola per aver esaltato San Giuseppe ad una dignità del tutto eccezionale)
INVOCAZIONE ALLO SPIRITO SANTOVieni, Santo Spirito, manda a noi dal Cielo un raggio della tua luce.
Vieni, padre dei poveri, vieni, datore dei doni, vieni, luce dei cuori.
Consolatore perfetto, ospite dolce dell’anima, dolcissimo sollievo.
Nella fatica, riposo, nella calura, riparo, nel pianto, conforto.
O luce beatissima, invadi nell’intimo il cuore dei tuoi fedeli.
Senza la tua forza, nulla è nell’uomo, nulla senza colpa.
Lava ciò che è sordido, bagna ciò che è arido, sana ciò che sanguina.
Piega ciò che è rigido, scalda ciò che è gelido, drizza ciò che è sviato.
Dona ai tuoi fedeli, che solo in te confidano, i tuoi santi doni.
Dona virtù e premio, dona morte santa, dona gioia eterna.
Amen.

CREDO APOSTOLICOIo credo in Dio, Padre onnipotente,
creatore del cielo e della terra
e in Gesù Cristo, suo unico Figlio,
nostro Signore, il quale fu concepito di Spirito Santo,
nacque da Maria Vergine, patì sotto Ponzio Pilato,
fu crocifisso, morì e fu sepolto;
discese agli inferi,
il terzo giorno risuscitò da morte;
salì al cielo, siede alla destra di Dio Padre onnipotente;
di là verrà a giudicare i vivi e i morti.
Credo nello Spirito Santo,
la santa Chiesa cattolica, la comunione dei santi,
la remissione dei peccati,
la risurrezione della carne, la vita eterna.
Amen!

Offerta

1) Eccomi San Giuseppe, prostrato devotamente innanzi a te. Ti presento questo Manto prezioso e nello stesso tempo ti offro il proposito della mia devozione fedele e sincera. Tutto quello che potrò fare in tuo onore, durante la mia vita, io intendo eseguirlo, per mostrarti tutto il mio amore verso di te.
Aiutami, San Giuseppe! Assistimi ora e in tutta la mia vita, ma soprattutto nell’ora della mia morte, come tu fosti assistito da Gesù e da Maria, perché ti possa un giorno onorare nella patria celeste per tutta l’eternità. Amen.

2) O glorioso Patriarca San Giuseppe, prostrato innanzi a te, ti venero devotamente e ti offro queste mie preghiere, a ricordo delle innumerevoli virtù che adornano la tua santa persona. In te ebbe compimento il sogno misterioso dell’antico Giuseppe, poiché, non solo il Sole divino, Gesù, ti circondò con i suoi fulgidissimi raggi, ma anche la mistica luna, Maria, ti rischiarò con la sua dolce luce.
Glorioso San Giuseppe, come l’esempio di Giacobbe, che andò personalmente a rallegrarsi con il figlio suo prediletto, esaltato sopra il trono dell’Egitto, servì a trascinarvi anche i suoi figli, così spero che l’esempio di Gesù e di Maria, che ti onorarono con tutta la loro stima e con tutta la loro fiducia, convincano anche me a intessere in tuo onore questo manto prezioso.
O gran Santo, fa’ che il Signore rivolga sopra di me uno sguardo di benevolenza. E come l’antico Giuseppe non scacciò i colpevoli fratelli, anzi li accolse pieno di amore, li protesse e li salvò dalla fame e dalla morte, così tu, o glorioso Patriarca, mediante la tua intercessione, fa’ che il Signore non voglia mai abbandonarmi in questa valle di esilio. Ottienimi inoltre la grazia di conservarmi sempre nel numero dei tuoi servi devoti, e come loro di vivere sereno sotto il manto della tua protezione ogni giorno della mia vita e nel momento della mia morte. Amen.

Orazioni

1) Salve o glorioso San Giuseppe, custode dei tesori incomparabili del Cielo e padre davidico di Colui che nutre tutte le creature. Dopo Maria Santissima tu sei il Santo più degno del nostro amore e meritevole della nostra venerazione. Fra tutti i Santi, tu solo avesti l’onore di allevare, guidare, nutrire e abbracciare il Messia, che tanti Profeti e Re avevano desiderato vedere.
San Giuseppe, salva l’anima mia e ottienimi dalla Misericordia Divina la grazia che umilmente imploro. Ti ricordo anche le anime benedette del Purgatorio perché tu ottenga per loro grande sollievo nelle loro pene.3 GLORIA AL PADRE
2) Potente San Giuseppe, che fosti proclamato patrono universale della Chiesa, t’invoco fra tutti i Santi, quale fortissimo protettore dei miseri e benedico mille volte il tuo cuore, pronto sempre a soccorrere ogni sorta di bisogni. A te, o caro San Giuseppe, fanno ricorso la vedova, l’orfano, l’abbandonato, l’afflitto, ogni sorta di sventurati. Poiché non c’è dolore, angoscia o disgrazia che tu non abbia pietosamente soccorso, degnati, per i doni che Dio ha messo nelle tue mani, di ottenermi la grazia che ti domando. Anche voi, anime sante del Purgatorio, supplicate San Giuseppe per me.3 GLORIA AL PADRE
3) Tu, o caro Santo, che conosci tutti i miei bisogni, prima ancora che li esponga con la preghiera, sai quanto mi è necessaria la grazia che ti domando. L’anima mia addolorata non trova riposo in mezzo alle pene. Nessun cuore umano potrebbe comprendere la mia angoscia; se pure trovassi compassione presso qualche anima caritatevole, essa non mi potrebbe aiutare. Tu invece hai donato conforto e pace, grazie e favori a tante persone che ti hanno pregato prima di me; per questo mi prostro davanti a te e ti supplico sotto il grave peso che mi opprime.
A te o San Giuseppe ricorro e spero che non mi vorrai respingere, poiché Santa Teresa ha detto e lasciato scritto nelle sue memorie: “Qualunque grazia si domanda a San Giuseppe verrà certamente concessa”.
O San Giuseppe, consolatore degli afflitti, abbi pietà del mio dolore e porta verso la luce divina e la felicità le anime sante del Purgatorio, che tanto sperano dalle nostre preghiere.3 GLORIA AL PADRE
4) Eccelso Santo, per la tua perfettissima obbedienza a Dio, abbi pietà di me.
Per la tua santa vita piena di meriti, esaudiscimi.
Per il tuo carissimo Nome, aiutami.
Per il tuo clementissimo cuore, soccorrimi.
Per le tue sante lacrime, confortami.
Per i tuoi dolori, abbi compassione di me.
Per le tue allegrezze, consola il mio cuore.
Da ogni male dell’anima e del corpo liberami.
Da ogni pericolo e disgrazia salvami.
Soccorrimi con la tua santa protezione e, nella tua misericordia e potenza, ottienimi quello che mi è necessario e soprattutto la grazia di cui ho particolare bisogno. Alle anime care del Purgatorio ottieni la pronta liberazione dalle loro pene.
3 GLORIA AL PADRE
5) Glorioso San Giuseppe innumerevoli sono le grazie e i favori, che tu ottieni per i poveri afflitti. Tutti coloro che sono ammalati, oppressi, affamati e offesi nella loro dignità umana, calunniati, traditi, implorano la tua regale protezione certi di essere esauditi nelle loro domande.
Non permettere, San Giuseppe carissimo, che io sia il solo, fra tante persone beneficate, a restare privo della grazia che ti domando. Mostrati anche verso di me potente e generoso e io ti ringrazierò come mio grande protettore e particolare liberatore delle anime sante del Purgatorio.3 GLORIA AL PADRE
6) Eterno divin Padre, per i meriti di Gesù e di Maria, degnati di concedermi la grazia che imploro. A nome di Gesù e di Maria, mi prostro riverente alla tua divina presenza e ti prego devotamente di accettare la mia ferma decisione di essere tra i molti che vivono sotto la protezione di San Giuseppe. Benedici quindi il prezioso manto, che io oggi dedico a lui quale segno della mia devozione.3 GLORIA AL PADRE

Pie suppliche

In ricordo della vita nascosta di San Giuseppe con Gesù e Maria.

San Giuseppe, prega Gesù
Che venga nell’anima mia e la santifichi.
San Giuseppe, prega Gesù
Che venga nel mio cuore e lo infiammi di carità.
San Giuseppe, prega Gesù
Che venga nella mia intelligenza e la illumini.
San Giuseppe, prega Gesù
Che venga nella mia volontà e la fortifichi.
San Giuseppe, prega Gesù
Che venga nei miei pensieri e li purifichi.
San Giuseppe, prega Gesù
Che venga nei miei affetti e li regoli.
San Giuseppe, prega Gesù
Che venga nei miei desideri e li diriga.
San Giuseppe, prega Gesù
Che venga nelle mie azioni e le benedica.

San Giuseppe, ottienimi da Gesù
Il suo santo amore.
San Giuseppe, ottienimi da Gesù
L’imitazione delle sue virtù.
San Giuseppe, ottienimi da Gesù
La vera umiltà di spirito.
San Giuseppe, ottienimi da Gesù
La mitezza di cuore.
San Giuseppe, ottienimi da Gesù
La pace dell’anima.
San Giuseppe, ottienimi da Gesù
Il santo timore di Dio.
San Giuseppe, ottienimi da Gesù
Il desiderio della perfezione.
San Giuseppe, ottienimi da Gesù
La dolcezza di carattere.
San Giuseppe, ottienimi da Gesù
Un cuore puro e caritatevole.
San Giuseppe, ottienimi da Gesù
La grazia di sopportare con pazienza le sofferenze della vita.
San Giuseppe, ottienimi da Gesù
La forza per compiere sempre la volontà del Padre.
San Giuseppe, ottienimi da Gesù
La perseveranza nell’operare il bene.
San Giuseppe, ottienimi da Gesù
La fortezza nel sopportare le croci.
San Giuseppe, ottienimi da Gesù
Il distacco dai beni di questa terra.
San Giuseppe, ottienimi da Gesù
Di camminare per la via stretta del cielo.
San Giuseppe, ottienimi da Gesù
Di fuggire ogni occasione di peccato.
San Giuseppe, ottienimi da Gesù
Un santo desiderio del Paradiso.
San Giuseppe, ottienimi da Gesù
La perseveranza finale.

San Giuseppe, non mi allontanare da te.
San Giuseppe, fa’ che il mio cuore non cessi mai di amarti e la mia lingua di lodarti.
San Giuseppe, per l’amore che portasti a Gesù aiutami ad amarlo.
San Giuseppe degnati di accogliermi come tuo devoto.
San Giuseppe, io mi dono a te: accettami e soccorrimi.
San Giuseppe, non mi abbandonare nell’ora della morte.
Gesù, Giuseppe e Maria, vi dono il cuore e l’anima mia.

3 GLORIA AL PADRE

Invocazioni a San Giuseppe

1) Ricordati, mio caro protettore San Giuseppe, purissimo sposo di Maria vergine, che mai si udì che alcuno abbia invocato la tua protezione e chiesto il tuo aiuto, senza essere stato consolato. Con questa fiducia, mi rivolgo a te e con insistenza mi raccomando.
O San Giuseppe, ascolta la mia preghiera, accoglila pietosamente ed esaudiscila. Amen.

2) Glorioso San Giuseppe, sposo di Maria e padre davidico di Gesù, pensa a me, veglia su di me. Insegnami a lavorare per la mia santificazione, aiutami a comprendere il tuo esempio di castità. Prendi sotto la tua pietosa cura i bisogni urgenti che oggi affido alle tue sollecitudini paterne. Allontana gli ostacoli e le difficoltà e fa che il felice esito di quanto ti chiedo sia per la maggior gloria del Signore e per il bene dell’anima mia. In segno della mia più viva riconoscenza, ti prometto di fare conoscere le tue glorie, mentre con tutto l’affetto benedico il Signore che ti volle tanto potente in cielo e sulla terra. Amen.

Litanie in onore a San Giuseppe

Signore, pietàSignore, pietà
Cristo, pietàCristo, pietà
Cristo, ascoltaciCristo, ascoltaci
Cristo esaudisciciCristo esaudiscici

Padre celeste, Dioabbi pietà di noi
Figlio, Redentore del mondo, Dioabbi pietà di noi
Spirito Santo, Dioabbi pietà di noi
Santa Trinità, unico Dioabbi pietà di noi

Santa Mariaprega per noi
San Giuseppeprega per noi
Glorioso figlio di Davideprega per noi
Splendore dei Patriarchiprega per noi
Sposo della Madre di Dioprega per noi
Custode purissimo della Vergineprega per noi
Tu che nutristi il Figlio di Dioprega per noi
Solerte difensore di Cristoprega per noi
Capo dell’alma Famigliaprega per noi
O Giuseppe giustissimoprega per noi
O Giuseppe castissimoprega per noi
O Giuseppe prudentissimoprega per noi
O Giuseppe fortissimoprega per noi
O Giuseppe obbedientissimoprega per noi
O Giuseppe fedelissimoprega per noi
Modello di pazienzaprega per noi
Amante della povertàprega per noi
Modello dei lavoratoriprega per noi
Decoro della vita domesticaprega per noi
Custode dei verginiprega per noi
Sostegno delle famiglieprega per noi
Conforto dei sofferentiprega per noi
Speranza degli infermiprega per noi
Patrono dei moribondiprega per noi
Terrore dei demoniprega per noi
Protettore della Santa Chiesaprega per noi

Agnello di Dio,
che togli i peccati del mondoperdonaci, o Signore
Agnello di Dio,
che togli i peccati del mondoesaudiscici, o Signore
Agnello di Dio,
che togli i peccati del mondoabbi pietà di noi

Preghiamo:
O Padre, che ci hai rinnovati con il tuo dono, fa che camminiamo davanti a te nelle vie della santità e della giustizia, sull’esempio e per l’intercessione di San Giuseppe, uomo giusto e fedele, che nella pienezza dei tempi cooperò con il grande mistero della nostra redenzione. Per Cristo nostro Signore.
Amen!

Chiusura del Sacro Manto

O Glorioso San Giuseppe, che da Dio sei stato posto a capo e custode della più santa tra le famiglie, degnati di custodire dal cielo l’anima mia, che domanda di essere ricevuta sotto il manto del tuo patrocinio.
Fin da ora, ti eleggo padre, protettore, guida, ponendo sotto la tua speciale custodia l’anima mia, il mio corpo, quanto ho e quanto sono, la mia vita e la mia morte.
Guardami come tuo figlio; difendimi da tutti i miei nemici visibili e invisibili; assistimi in tutte le necessità; consolami in tutte le amarezze della vita, ma specialmente durante l’agonia. Rivolgi una parola per me a quell’amabile Redentore, che Bambino portasti sulle tue braccia, a quella Vergine gloriosa, di cui fosti dilettissimo sposo.
Ottienimi quelle benedizioni che tu vedi essere utili al mio vero bene, alla mia eterna salvezza, e io farò di tutto per non rendermi indegno del tuo speciale patrocinio.
Amen!

Le visioni e i messaggi della veggente di Akita

Irmã Agnes, Akita

Suor Agnese Katsuko Sasagawa racconta la prima volta che ha visto uno spirito celeste, quando era in ospedale a Myoko: insieme avrebbero recitato la corona del Rosario

In Giappone, in relazione coi prodigi che si produssero dal 1973 al 1981 su di una statua della Vergine Maria “Signora di tutti i popoli” nella comunità delle Serve dell’Eucarestia di Akita, gli angeli si manifestarono sotto una forma femminile alla veggente, suor Agnese Katsuko Sasagawa,nata nel 1931 e oggi novantenne che dichiarò:

Scorsi improvvisamente sulla destra del mio letto una graziosa persona che non conoscevo e che si mise a recitare il Rosario con me. Dopo la prima decina, ella aggiunse una preghiera sconosciuta. Sorpresa, io l’ho ripetuta dopo di lei. Poi lei mi ha consigliato di aggiungerla dopo di essa. Eccone il testo: Gesù mio, perdonate i miei peccati, preservateci dal fuoco dell’inferno, e portate in Cielo tutte le anime, soprattutto quelle che hanno più bisogno della vostra misericordia”.

OBJAWIENIA MARYJNE NA ŚWIECIE
Giappone: Nostra Signora di Akita. Nel 1973, una ferita a forma di croce è apparsa sul palmo della mano sinistra di suor Agnes. In seguito la suora ha sentito una voce che proveniva dalla statua della Beata Vergine Maria nella cappella in cui stava pregando. La Madonna ha parlato alcune volte con suor Agnes affidandole dei messaggi. Alcune suore hanno poi notato delle gocce di sangue che scorrevano dalla mano destra della statua, sudore sulla fronte e sul collo e pianto a intervalli.

“Una bellissima donna”

Suor Agnese è molto affermativa, l’angelo si mostrò come una persona di sesso femminile. Non era certamente la Vergine Maria, che non può pregare se stessa recitando la corona:

Suor Agnese racconta che una bellissima “donna” le era apparsa quando ella era in ospedale a Myoko, che ha recitato la corona con lei, le ha insegnato la preghiera che la Vergine stessa ha data ai pastori di Fatima. Chi è dunque capace d’un tale prodigio, se non un angelo? Da nove anni, quella persona le è apparsa infinite volte, guidandola, avvertendola, talvolta anche reprimendola.

La prima visita dell’angelo

Filo conduttore delle apparizioni e dei messaggi sono gli angeli. La prescelta, suor Agnese, vanta un rapporto particolare con gli angeli. L’angelo che le fece visita la prima volta ha continuato a parlarle per sei anni seguenti. Del resto, ebbe la fortuna di vivere una relazione strettissima con questa dimensione fin da quando si salvò da un coma profondo nel corso del quale ebbe visioni magnifiche che proseguirono in seguito anche in stato di coscienza.

angel

“Brillava, non lo si può descrivere”

In una visione del luglio 1973, la religiosa vide una figura che pregava al suo fianco. “E’ la stessa che avevo visto al lato del letto in ospedale, una donna fatta di luce, dalla voce magnifica, pura, che risuonava nella mia testa. Fissandola mi accorsi che somigliava vagamente a mia sorella morta. Appena l’idea mi sfiorò, la creatura mi rispose sorridendo gentilmente e facendo cenno di no con la testa. Poi disse: “Sono colei che resta sempre al tuo fianco e ti protegge”. “L’angelo brillava. Non lo si può descrivere a parole, emanava una sensazione di dolcezza. Il suo abito era di luce”.

Segue una nuova visione del 2 ottobre successivo, festa degli angeli custodi. Racconta suor Agnese:

“Una luce brillante mi abbagliò. Nello stesso istante apparvero le figure degli angeli che pregavano davanti all’ostia luminosa. Erano in otto, inginocchiati intorno all’altare e formavano un semicerchio. Quando dico che erano inginocchiati, non intendo che vedevo le loro gambe, o distinguevo i loro tratti. E’ difficile perfino descriverne gli abiti. Sicuramente non assomigliavano a degli esseri umani, non avevano l’aspetto di bambini, né di adulti, erano senza età ed erano proprio lì. Non avevano ali, ma i loro corpi erano avvolti da una specie di luminescenza misteriosa. Non credevo ai miei occhi. Tutti adoravano il Santo Sacramento con grande devozione. Al momento della comunione, uno di essi mi invitò ad avanzare verso l’altare, da dove potei distinguere chiaramente gli angeli custodi di ogni membro della comunità. Davano veramente l’impressione di guidarli e proteggerli con gentilezza ed affetto. Niente come quella scena riuscì ad aprirmi gli occhi sul profondo significato dell’angelo custode: fu molto meglio di qualsiasi spiegazione teologica…”.

La testimone

Suor Agnes Sasagawa, la religiosa che nel 1973 ricevette in tre diverse occasioni messaggi dalla Madonna, in apparizioni che furono confermate dalla Chiesa, avrebbe ricevuto nelle settimane passate un altro messaggio, veicolato da un angelo. Suor Sasagawa, ne ha parlato con una consorella, dandole il permesso di diffondere il messaggio, di per sé piuttosto breve.

“Domenica, 6 ottobre (2019), alle 3.30 ad Akita, lo stesso angelo è apparso davanti a me (suor Sasagawa) come circa 30  anni fa. L’angelo per prima cosa mi ha detto qualche cosa di privato. La buona cosa da diffondere a tutti è: “Copritevi con le ceneri”, e “per favore pregate il Rosario Penitenziale ogni giorno. Tu, suor Sasagawa, diventa come un bambino e ogni giorno per favore offri sacrificio”. Suor M chiese a suor Sasagawa: “Posso dirlo a tutti?”. Suor Sasagawa ha dato il suo assenso e ha aggiunto: “Pregate perché io sia capace di diventare come un bambino e offrire sacrificio”. Questo è quanto fu udito da suor M.”.

VI Domenica del Tempo ordinario – (Anno – A)

Nostro Signore con gli Apostoli

Vangelo

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: 17 “Non pensate che Io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento. 18 In verità vi dico: finché non siano passati il Cielo e la Terra, non passerà neppure un iota o un segno dalla Legge, senza che tutto sia compiuto. 19 Chi dunque trasgredirà uno solo di questi Precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel Regno dei Cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel Regno dei Cieli. 20 Poiché Io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel Regno dei Cieli. 21 Avete inteso che fu detto agli antichi: ‘Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio’. 22 Ma Io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio. Chi poi dice al fratello: ‘stupido’, sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: ‘pazzo’, sarà sottoposto al fuoco della Geenna. 23 Se dunque presenti la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, 24 lascia lì il tuo dono davanti all’altare e va prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono. 25 Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei per via con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia e tu venga gettato in prigione. 26 In verità ti dico: non uscirai di là finché tu non abbia pagato fino all’ultimo spicciolo! 27 Avete inteso che fu detto: ‘Non commettere adulterio’; 28 ma Io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore. 29 Se il tuo occhio destro ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te: conviene che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geenna. 30 E se la tua mano destra ti è occasione di scandalo, tagliala e gettala via da te: conviene che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geenna. 31 Fu pure detto: ‘Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto di ripudio’; 32 ma Io vi dico: chiunque ripudia sua moglie, eccetto il caso di concubinato, la espone all’adulterio e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio. 33 Avete anche inteso che fu detto agli antichi: ‘Non spergiurare’, ma ‘adempi con il Signore i tuoi giuramenti’; 34 ma Io vi dico: non giurate affatto: né per il Cielo, perché è il trono di Dio; 35 né per la Terra, perché è lo sgabello per i suoi piedi; né per Gerusalemme, perché è la città del Gran Re. 36 Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. 37 Sia invece il vostro parlare ‘sì’, ‘Sì’; ‘no’, ‘No’; il di più viene dal maligno” (Mt 5, 17-37).

Il vero compimento della Legge è in ciò che dicono i farisei?

La Liturgia di questa domenica ci mostra che il Messia non è venuto ad abolire né a sminuire la Legge, ma a darle pieno compimento. Ora, ci dice San Paolo che nessuno si giustifica con la pratica della Legge, ma solo con la fede in Gesù Cristo. Come risolvere questa apparente contraddizione?

I – Il peccato e la Legge

Nel Paradiso Terrestre, l’uomo rifletteva in modo mirabile il Creatore nella perfetta armonia regnante tra fede e ragione, volontà e sensibilità. La fede illuminava l’intelletto, e questo governava una volontà interamente equilibrata, contro la quale la concupiscenza non si ribellava, poiché nel primo uomo – insegna San Tommaso – “l’anima era sottomessa a Dio, seguendo i precetti divini, e anche la carne era sottomessa in tutto all’anima e alla ragione”.1 

I nostri progenitori godevano anche del dono dell’integrità, grazie al quale la loro anima tendeva al più elevato e aveva una propensione a scegliere il bene. L’assenza di conflitti tra le diverse parti di questo micro universo chiamato uomo – minerale, vegetale, animale e spirituale – gli concedeva la felicità e gli offriva ogni aiuto per compiere la legge naturale. 

Ora, con il peccato, Adamo ed Eva hanno perso questo dono, l’armonia nella quale si trovavano, stabilita grazie alla giustizia originale, è andata distrutta; si è rotto il dominio delle facoltà spirituali sul corpo. La carne, afferma San Tommaso d’Aquino, “ha cominciato ad esser disobbediente alla ragione”,2 e ognuna delle parti che compongono l’uomo ha voluto far valere la propria legge. Il disordine si è introdotto nel nostro intimo.

Necessità di precetti chiari e indiscutibili

Mosè riceve le Tavole della Legge

Dio ha introdotto nell’anima umana una luce intellettuale con la quale l’uomo conosce che il bene deve esser praticato e il male evitato. Questa luce – denominata sinderesi dalla Scolastica – non si è spenta con il primo peccato, ma permane nella nostra anima. Come afferma il Concilio Vaticano II, l’uomo “ha in realtà una legge scritta da Dio dentro al cuore”,3 la legge naturale. 

Considerando che il nostro spirito è governato da una logica monolitica, non riusciamo a praticare una qualsiasi azione senza tentare di giustificarla in qualche maniera. Per questo, per poter peccare, l’uomo ricorre a false ragioni che soffocano la sua retta coscienza e portano l’intendimento a presentare alla volontà l’oggetto desiderato come un bene. È questa l’origine dei sofismi e delle dottrine erronee con le quali cerchiamo di dissimulare le nostre cattive azioni. 

In vista di ciò, è diventata indispensabile – oltre al sigillo impresso da Dio nel più intimo delle nostre anime – l’esistenza di precetti concreti che ci ricordino, in forma chiara e indiscutibile, il contenuto della legge naturale.4 Sono i Dieci Comandamenti consegnati da Dio a Mosè sul Monte Sinai. 

Infatti, in forma molto sintetica, il Decalogo compendia le regole poste da Dio nell’anima umana. Dio “ha scritto su tavole” quello che gli uomini “non riuscivano a leggere nei loro cuori”,5 afferma Sant’Agostino. L’essere stato inciso su pietra – elemento fermo, stabile e duraturo – simbolizza il carattere perenne del suo vigere.

I farisei deturpano la Legge di Mosè

Rispetto ad ogni norma giuridica, ci sono sempre due correnti: quella dei lassisti che, in nome della “moderazione”, giustificano la loro inosservanza con ogni genere di stratagemmi e razionalizzazioni; e quella degli esagerati, estimatori della Legge per la Legge, che astraggono dal suo vero spirito e dal suo vincolo col Legislatore. 

Nella seconda categoria c’erano gli scribi e i farisei, che trascuravano il compimento dei più fondamentali precetti del Decalogo, ma hanno aggiunto alla Legge mosaica, nel corso dei tempi, numerosi obblighi e regole, portando la sua pratica a estremi ridicoli. Ora, questa Legge, scrive Fillion, “dovrebbe essere per gli israeliti un privilegio e non un peso; invece, per opera dei farisei e delle numerose prescrizioni da loro raccolte, pesava in modo oppressivo sulle spalle dei giudei”.6 

Credendosi gli unici detentori della verità, i dottori della Legge si servivano della loro autorità per creare una morale basata sulle esteriorità, mentre l’orgoglio, l’invidia, l’ira e altri vizi scrosciavano sfrenatamente nei loro cuori. Meritavano, pertanto, la terribile censura di Nostro Signore: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima della menta, dell’aneto e del cumino, e trasgredite le prescrizioni più gravi della Legge. […] Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pulite l’esterno del bicchiere e del piatto mentre all’interno sono pieni di rapina e d’intemperanza. […] Serpenti, razza di vipere, come potrete scampare dalla condanna della Geenna?” (Mt 23, 23.25.33).

II – Cristo è la pienezza della Legge

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: 17 “Non pensate che Io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento”.

Gesù tralasciava alcune norme farisaiche in tal modo, che molti avrebbero potuto immaginare che fosse venuto a revocare la Legge Mosaica per sostituirla con un’altra. 

I dottori della Legge, per esempio, proibivano il contatto con i peccatori e i pubblicani, invece il Divino Maestro andava a cenare a casa loro. Rompeva anche i precetti farisaici del sabato, permetteva che i suoi discepoli omettessero le abluzioni rituali prima della refezione e affermava che non c’era impurità negli alimenti quanto piuttosto nel cuore. Tutto questo potrebbe dare l’impressione che Egli fosse un lassista disposto ad abolire le antiche pratiche, eccessivamente rigorose.

Il Decalogo è un riflesso del Creatore

Non ignorando questa obiezione dei suoi ascoltatori, Gesù comincia col mostrar loro che la Buona Novella non è “una dottrina di facilitazioni né una religione a prezzi promozionali, meno ancora un’anarchia o una rottura rivoluzionaria col passato di Israele”.7 Al contrario, Egli edificherà il Vangelo “sugli antichi fondamenti, e della Legge divina nulla passerà, a meno che non si dica che un bocciolo di rosa finisce quando il fiore sboccia, o un abbozzo tracciato a matita è soppresso quando la pittura definitiva viene a completarlo, fissarlo per sempre”.8 

In cosa consiste, allora, il “pieno compimento” annunciato dal Messia? 

L’Antica Legge era, secondo San Tommaso,9 quella “dell’ombra”, poiché figurava con alcuni atti cerimoniali e prometteva con parole soltanto la giustificazione degli uomini. La Nuova, pertanto, è quella della verità, perché realizza in Cristo quanto la Legge Antica prometteva e figurava. Ossia, la Legge Nuova realizza l’Antica in quanto sopperisce a quanto era mancato alla precedente. 

Nostro Signore non è solo l’Autore della Legge, ma la Legge viva stessa. Come diciamo che “il Verbo di Dio Si è fatto carne” (Gv 1, 14), così possiamo affermare che “la Legge di Dio Si è fatta carne ed ha abitato tra noi”. Nel Divino Maestro si trovano i Dieci Comandamenti nello stato di divinità, infatti, per esempio, che cosa Egli ha fatto nella sua vita terrena se non praticare in ogni momento il Primo Comandamento: “Amerai il Signore tuo Dio sopra ogni cosa”? 

In questa prospettiva, è facile vedere nel Decalogo un riflesso del Creatore, comprendere la bellezza che esiste nei suoi precetti e osservarli con amore, in modo da creare nella nostra anima l’aspirazione a compierli con integrità, come mezzo per approssimarci a Dio.

Mosè trasmette i Comandamenti al popolo giudeo

Decalogo e morale di situazione

18 “In verità vi dico: finché non siano passati il Cielo e la Terra, non passerà neppure un iota o un segno dalla Legge, senza che tutto sia compiuto”.

Gli adepti della cosiddetta “morale di situazione” sostengono la mutabilità dei principi etici in funzione del contesto nel quale essi sono applicati. Così, secondo questa filosofia, se i costumi evolvono nel corso dei tempi, lo stesso deve avvenire con le norme morali. Anche ammettendo che esse siano universali e perenni, si deve evitare una loro applicazione in forma assoluta nelle situazioni concrete, riducendo il loro valore a quello di mere orientazioni da esser ponderate in funzione delle circostanze del momento. 

Ora, la Legge sintetizzata nei precetti del Decalogo è assoluta e permanente, come insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica: “Poiché enunciano i doveri fondamentali dell’uomo verso Dio e verso il prossimo, i Dieci Comandamenti rivelano, nel loro contenuto essenziale, obbligazioni gravi. Sono sostanzialmente immutabili e obbligano sempre e dappertutto. Nessuno potrebbe dispensare da essi”.10

Pertanto, quello che era peccato quando Adamo ed Eva hanno lasciato il Paradiso, lo sarà anche fino all’ultimo giorno, quando sarà morto l’Anticristo e verrà la fine del mondo.

Il peccato di scandalo

19 “Chi dunque trasgredirà uno solo di questi Precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel Regno dei Cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel Regno dei Cieli”.

Ora, peggio del disobbedire ai precetti della Legge divina è creare o propagare una dottrina che inviti a trasgredirli. Chi procede così perde, senza dubbio, la grazia di Dio e, nel caso non si emendi, “sarà considerato minimo nel momento del Giudizio; ossia, sarà condannato, sarà l’ultimo. E l’ultimo cadrà inesorabilmente nell’inferno”.11

La “giustizia” dei farisei 

20 “Poiché Io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel Regno dei Cieli”. 

Gli scribi e i farisei conoscevano perfettamente la Legge e sapevano pesare ogni atto in sua funzione. Si presentavano come la “legge viva”, ma ciò non si poteva affermare di loro. 

Come è già stato detto sopra, la loro giustizia si fondava sull’esteriorità. “Quanto al riposo sabbatico, essi avevano moltiplicato le interdizioni, entrando nei più piccoli dettagli. Sulla questione delle impurità, diedero libero corso all’immaginazione e aggiunsero alla legislazione mosaica le più minuziose prescrizioni”.12 

Gesù ci ammonisce qui che, per entrare nel Regno dei Cieli, è indispensabile praticare una virtù “maggiore” di quella dei farisei e maestri della Legge. Ossia, non attaccarsi alle esteriorità, né fare ingannevoli ragionamenti, bensì compiere di fatto nella loro integrità, amorevolmente, i Dieci Comandamenti.

III – Gesù condanna la morale farisaica

Nei versetti seguenti, il Signore Gesù utilizza varie volte le espressioni “Avete inteso…” e “Io vi dico…”, per confrontare la morale di esteriorità praticata dai farisei con la vera morale. Cristo, Lui stesso, è la Parola eterna, posta qui in contrapposizione alla parola dei farisei. La Legge Antica e immutabile sarà portata ora fino alle ultime conseguenze, denunciando le interpretazioni erronee di coloro che si presentavano davanti al popolo come “maestri” infallibili.

Partecipazione al peccato di omicidio

21 “Avete inteso che fu detto agli antichi: ‘Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio’. 22 Ma Io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio. Chi poi dice al fratello: ‘stupido’, sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: ‘pazzo’, sarà sottoposto al fuoco della Geenna. 23 Se dunque presenti la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, 24 lascia lì il tuo dono davanti all’altare e và prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono”.

I farisei consideravano l’omicidio un peccato gravissimo, ma non reputavano una mancanza morale arrabbiarsi col fratello o dirgli ogni sorta di insolenze. 

Il Signore mostra loro che chi si comporta così sarà reo anche nel giorno del Giudizio, poiché, lasciandosi trascinare in questo modo dall’odio, ha già intrapreso le vie che conducono all’omicidio, partecipando, in una certa misura, a questo crimine e meritando per questo un analogo castigo. 

Più ancora. Con la sua parola ed esempio, Gesù ha insegnato che nella Nuova Alleanza il rapporto tra gli uomini deve, al contrario, reggersi sul rispetto, considerazione e stima per non dare occasione a qualsivoglia accusa reciproca.

Prepariamoci per il giorno del Giudizio

Il ritorno del figliol prodigo, di Rembrandt

25 “Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei per via con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia e tu venga gettato in prigione. 26 In verità ti dico: non uscirai di là finché tu non abbia pagato fino all’ultimo spicciolo!” 

L’“avversario” di cui parla il Signore Gesù in questo versetto simbolizza, da un certo punto di vista, Lui stesso: il Bene sostanziale di cui ci rendiamo nemici col peccato. La cosa più necessaria e urgente, pertanto, è cercare innanzitutto di riconciliarci con Lui, riconoscendo le nostre colpe, chiedendo perdono per esse e facendo un fermo proposito di non deviare d’ora in poi dalla retta via del Redentore. Infatti, presto o tardi, terminerà la nostra peregrinazione terrena e compariremo dinanzi al Giudice Supremo, che pronuncerà una sentenza giustissima e inappellabile. Se quel giorno il nostro Divino Avversario avrà ancora qualcosa da dichiarare contro di noi, il debito sarà saldato, nella migliore delle ipotesi, nel fuoco del Purgatorio, dal quale non si esce senza pagare fino all’ultimo centesimo.

Si tratta, pertanto, di agire con totale integrità nel cammino verso l’ultimo giudizio. A nulla varranno ragionamenti con i quali burliamo la nostra coscienza, perché non sarà mai possibile ingannare Dio. Egli è dentro di noi e noi dentro di Lui. Tutto si fa in sua presenza e tutti i nostri atti verranno a galla nel giorno del Giudizio Finale per essere conosciuti dall’umanità e dagli Angeli.

Vigilanza e fuga dalle occasioni

27 “Avete inteso che fu detto: ‘Non commettere adulterio’; 28 ma Io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore. 29 Se il tuo occhio destro ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te: conviene che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geenna. 30 E se la tua mano destra ti è occasione di scandalo, tagliala e gettala via da te: conviene che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geenna”.

La Legge di Mosè condannava l’adulterio e lo castigava con la morte (cfr. Lv 20, 10). Ma la morale farisaica, fondata su riti ed esteriorità, non dava nessuna importanza alla lascivia degli sguardi o dei cattivi desideri. 

“Chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore”: il Signore Gesù Si riferisce qui al nono Comandamento del Decalogo, il quale condanna anche il peccato interiore: “Non desiderare la moglie del tuo prossimo” (Dt 5, 21).

Subito dopo, il Divino Maestro sottolinea la radicalità con cui devono essere praticati i Comandamenti, esortandoci a portare fino all’estremo il principio della fuga dalle occasioni di peccato. “Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione” (Mt 26, 41), dirà nell’Orto degli Ulivi. La preghiera è indispensabile, ma non sufficiente: è anche necessario vigilare e allontanarsi completamente da quello che conduce al peccato, soprattutto in materia di castità.

Nostro Signore con la donna adultera (dettaglio) – Cattedrale di Avila (Spagna)

Una concessione temporanea in disaccordo con la legge naturale

31 “Fu pure detto: ‘Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto di ripudio’; 32 ma Io vi dico: chiunque ripudia sua moglie, eccetto il caso di concubinato, la espone all’adulterio e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio”.

Mosè ha stabilito nel Deuteronomio che “quando un uomo ha preso una donna e ha vissuto con lei da marito, se poi avviene che essa non trovi grazia ai suoi occhi, perché egli ha trovato in lei qualche cosa di vergognoso, scriva per lei un libello di ripudio e glielo consegni in mano e la mandi via dalla casa” (24, 1). Ora, le interpretazioni lassiste di questo passo biblico hanno dato margine ad abusi scandalosi, al punto che il divorzio è, secondo il Cardinale Gomá, “un male gravissimo del popolo giudeo, ai tempi di Gesù”.13 

Infatti, spiega Fillion: “Le parole ‘qualcosa di vergognoso’, utilizzate dal Deuteronomio, erano di per sé vaghe, ma avevano ricevuto da Hillel e da quelli della sua scuola un’interpretazione scandalosa, che spalancava le porte alla passione. Sostenevano che la donna, anche se fedelissima, poteva esser mandata via per qualsiasi motivo o, per meglio dire, per un qualsiasi frivolo pretesto: un piatto mal preparato, la vista di una donna più bella – si azzardavano a dire i rabbini – erano ragione per il divorzio”.14

Si aggiungeva a questo il fatto che il divorzio non era conforme alla legge naturale.15 Come più avanti affermerà Gesù stesso, si trattava di una concessione temporanea fatta da Mosè dovuta alla durezza di cuore degli ebrei, “ma da principio non fu così” (Mt 19, 8). 

Commenta a questo proposito San Cromazio di Aquileya: “A ragione, Nostro Signore e Salvatore, eliminato quel permesso, restaura ora i precetti della sua antica costituzione. Ordina, infatti, di conservare come legge indissolubile l’unione del matrimonio casto, mostrando che la legge coniugale è stata istituita originariamente da Lui”.16

Si aggiungeva a questo il fatto che il divorzio non era conforme alla legge naturale.15 Come più avanti affermerà Gesù stesso, si trattava di una concessione temporanea fatta da Mosè dovuta alla durezza di cuore degli ebrei, “ma da principio non fu così” (Mt 19, 8).

Commenta a questo proposito San Cromazio di Aquileya: “A ragione, Nostro Signore e Salvatore, eliminato quel permesso, restaura ora i precetti della sua antica costituzione. Ordina, infatti, di conservare come legge indissolubile l’unione del matrimonio casto, mostrando che la legge coniugale è stata istituita originariamente da Lui”.16

La fede elimina il cattivo costume di giurare 

33 “Avete anche inteso che fu detto agli antichi: ‘Non spergiurare’, ma ‘adempi con il Signore i tuoi giuramenti’; 34 ma Io vi dico: non giurate affatto: né per il Cielo, perché è il trono di Dio; 35 né per la Terra, perché è lo sgabello per i suoi piedi; né per Gerusalemme, perché è la città del Gran Re. 36 Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello”.

La Legge di Mosè, afferma padre Tuya, “proibiva espressamente il falso giuramento, ma, a parte questo, la casistica rabbinica ha fatto un prodigio di sottigliezze e distinzioni per giustificare i giuramenti”.17 Al tempo di Gesù, l’abuso di giurare a qualsiasi proposito aveva raggiunto un livello incredibile, portandoLo a condannare espressamente, in questo Discorso della Montagna, ogni tipo di giuramento: “Non giurate affatto”. I tre versetti del sintetico testo di San Matteo, sopra trascritti, indicano bene la gravità di questo male. 

È successo che, spinti dall’orgoglio, i farisei hanno creduto di avere maggior onore e merito nel “fare tutte le cose per Dio, obbligandosi per giuramento”; e dal precetto “non nominare il nome di Dio invano” hanno dedotto, con una interpretazione forzata: “dunque, nominerai il nome di Dio a condizione che sia come garanzia di qualcosa che non sia falso”.18 

Tra i cittadini, al contrario, devono regnare la sincerità e la fiducia, frutto della rettitudine di anime abitualmente in stato di grazia, come insegna Sant’Ilario di Poitiers: “La fede elimina il costume frequente di giurare. Basa sulla verità l’attività della nostra vita e, respingendo l’inclinazione a mentire, prescrive la lealtà tanto nel parlare quanto nell’ascoltare… Pertanto, chi vive nella semplicità della fede non necessita di ricorrere a giuramenti”.19

“Imparate a chiamare peccato il peccato”

37 “Sia invece il vostro parlare ‘sì’, ‘Sì’; ‘no’, ‘No’; il di più viene dal maligno”.

La nostra vita deve essere un perpetuo “sì” a tutto quanto Cristo si aspetta da noi, e un fermo “no” alle proposte e suggerimenti del demonio. A questo ci invita Papa Giovanni Paolo II: “Imparate a pensare, a parlare ed ad agire secondo i principi della semplicità e della chiarezza evangelica: ‘Sì, sì; no, no’. Imparate a chiamare bianco il bianco, nero il nero – male il male e bene il bene. Imparate a chiamare peccato il peccato, e non chiamatelo liberazione e progresso, anche se tutta la moda e la propaganda ne fossero contrarie”.20

IV – Non dobbiamo fare concessioni in materia morale

La lettura del Vangelo di questa domenica ci riporta ad uno dei problemi più gravi del mondo moderno: la terribile perdita del senso morale che distrugge le anime di tanti nostri contemporanei.

Infatti, afferma Papa Benedetto XVI, “viviamo in un contesto culturale segnato dalla mentalità edonistica e relativistica, che tende a cancellare Dio dall’orizzonte della vita, non favorisce l’acquisizione di un quadro chiaro di valori di riferimento e non aiuta a discernere il bene dal male e a maturare un giusto senso del peccato”.21 

Compagno inseparabile di questa mentalità è un falso e deleterio concetto di libertà, sintetizzato da uno dei più famosi slogan del Maggio del 68: “È proibito proibire!”, secondo il quale ogni regola o precetto devono essere banditi. 

Oggi, pertanto, più che mai, è necessario ricordare che la Legge di Dio non è un castigo per il peccato dei nostri progenitori, quanto un prezioso mezzo per diventare più simili a Lui. Dunque, al contrario di quanto affermato dai rivoluzionari della Sorbona, sono le colpe praticate dall’uomo – e non i precetti divini – che impediscono la sua libertà: “Chiunque commette il peccato è schiavo del peccato” (Gv 8, 34). 

Nel Cielo, la Legge risplenderà gloriosa per coloro che l’hanno praticata in questa vita, i Beati; invece si presenterà come eterna censura per coloro che si sono ribellati contro di essa e sono stati condannati al fuoco eterno. Da questa inesorabile alternativa, nessuno sfugge: chi non sta nella Legge della misericordia divina, cade nella Legge della giustizia di Dio. Non c’è una terza opzione. 

Approfittiamo di questa Liturgia della 6º Domenica del Tempo Ordinario per analizzare la nostra coscienza alla ricerca di un ragionamento che ci conduca a concessioni morali, nella nostra vita professionale o personale. 

Che Maria Santissima mai permetta che ci sviamo dai benedetti sentieri dell’integrità dell’anima, e ci aiuti a non dare mai il consenso a nessuna relativizzazione della Legge di Dio.

Madonna della Fiducia – Pontificio Seminario Romano Maggiore

1) SAN TOMMASO D’AQUINO. De decem præceptis. Proœm.

2) Idem, ibidem.

3) CONCILIO VATICANO II. Gaudium et spes, n.16.

4) Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO, op. cit.

5) SANT’AGOSTINO. Enarratio in psalmum LVII, n.1. In: Obras. 
Madrid: BAC, 1965, v.XX, p.417.

6) FILLION, Louis-Claude. Vida de Nuestro Señor Jesucristo. 
Pasión, Muerte y Resurrección. Madrid: Rialp, 2000, v.III, p.53.

7) GRANDMAISON, SJ, Léonce de. Jésus-Christ, sa Personne, 
son message, ses preuves. 6.ed. Paris: Beauchesne, 1928, v.II, p.14. 

8) Idem, ibidem. 

9) Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO. Somma Teologica. I-II, q.107, a.2.

10) CCE 2072.

11) SAN GIOVANNI CRISOSTOMO. Omelia XVI, n.4. In: Obras. 
Homilías sobre el Evangelio de San Mateo (1-45). 2.ed. 
Madrid: BAC, 2007, v.I, p.316.

 12) TRICOT, Alphonse Elie. Le monde juif au temps de 
Notre-Seigneur. In: ROBERT, André; TRICOT, Alphonse Elie 
(Dir.). Initiation biblique. Introduction à l’étude des 
Saintes Écritures. 2.ed. Paris: Desclée, 1948, p.729.


13) GOMÁ Y TOMÁS, Isidro. El Evangelio explicado. 
Años primero y segundo de la vida pública de Jesús. 
Barcelona: Rafael Casulleras, 1930, v.II, p.178. 

14) FILLION, Louis-Claude. Vida de Nuestro Señor Jesucristo. 
Vida pública. Madrid: Rialp, 2000, v.II, p.104-105, nota 179.


15) Cfr. CCE 2384. 

16) SAN CROMACIO DE AQUILEYA. Comentario al Evangelio de Mateo, 
24, 1, 1-3, apud SIMONETTI, Manlio; ODEN, Thomas C. (Ed.). 
La Biblia comentada por los Padres de la Iglesia. Evangelio 
según San Mateo. Madrid: Ciudad Nueva, 2004, v.I, p.169. 

17) TUYA, OP, Manuel de. Biblia Comentada. Evangelios. 
Madrid: BAC, 1964, v.V, p.115.


18) Idem, ibidem. 

19) SANT’ILARIO DI POITIERS. Sobre el Evangelio de Mateo, 
4, 23, apud SIMONETTI; ODEN, op. cit., p.172. 

20) GIOVANNI PAOLO II. Omelia nella Santa Messa in preparazione 
della Pasqua degli universitari, del 26/3/1981.


21) BENEDETTO XVI. Discorso ai partecipanti nel corso annuale sul 
foro interno, promosso dalla Penitenziaria Apostolica, 
del 11/3/2010.

14 febbraio: San Valentino

Il 14 Febbraio, si ricorda il martirio di san #Valentino (176-273), patrono degli #innamorati.

UNA FESTA MEDIEVALE
La festa di San Valentino fu istituita nel 496 da san Gelasio I Papa (400-496), in luogo dell’antica festa pagana dei #Lupercalia, festività romana in onore di #Fauno Luperco, protettore del #bestiame ovino e caprino dagli attacchi dei lupi.

SAN VALENTINO
San Valentino era stato il Vescovo di #Terni sin dall’età di ventun anni. La sua pia figura è legata a un’ampia opera di conversione dei pagani sia a Terni sia a Roma, nonché alla storia della guarigione di una ragazza cieca, alla ricongiunzione di una coppia di #amanti in lite, alla celebrazione delle #nozze di giovani le cui famiglie erano divise dalla diversa fede, con la conversione del centurione #Sabino, pagano, il giorno del matrimonio, sul capezzale dell’amata #Serapia, cristiana.

IL MARTIRIO

Arrestato una prima volta, per ordine dell’#imperatore Marco Aurelio Flavio Valerio Claudio, meglio conosciuto col nome di Claudio II il Gotico (213/214-270), era stato da questi perdonato e rilasciato. Poiché tuttavia si ostinava a non cessare la sua opera di predicazione e di conversione, fu arrestato una seconda volta per ordine del successore di quegli, l’imperatore Lucio Domizio #Aureliano (214-275), che — benché il Santo fosse ormai vecchissimo — lo fece torturare e decapitare.

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