I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia

L’Eucaristia, l’Immacolata e il Sommo Pontefice!

15ottobre: Santa Teresina

Con un aspetto bello e luminoso e dicendo parole che risuonavano come un coro angelico, Santa Teresina è apparsa diverse volte per comunicare al mondo intero questa
rassicurante verità:”la santità è alla portata di tutte le anime, anche
di quelle piùdeboli.”

Juan Carlos Casté

Siamo nel 1897. Due giovani carmelitane conversano nel Carmelo di Lisieux. Una di loro, Suor Teresina del Bambin Gesù, si approssima alla fine della sua vita e all’apice della santità. L’altra, che nutre per lei vera ammirazione, è una novizia proveniente da Parigi, Suor Maria della Trinità.

Innanzitutto è necessario credere nel Papa

Le due conversano sulla via spirituale che Suor Teresina insegnava: “la piccola via”. Di fronte alle insistenti domande della novizia, la santa e dottore della Chiesa afferma con assoluta sicurezza: – Se ti sto inducendo in errore con la mia piccola via d’amore, non temere che io ti permetta di seguirla per molto tempo. Apparirei subito per dirti di prendere un’altra direzione. Se io non torno, credi nella verità delle mie parole:nel buon Dio tanto potente e misericordioso, non si confida mai troppo. Da Lui si ottiene tutto quanto si spera.

– Sono così convinta di quanto mi dici, che anche se il Papa dicesse che ti stai sbagliando, non gli crederei…Santa Teresina corregge immediatamente la giovane religiosa, molto fervida, ma un po’sventata:

– Oh! Questo no! Per prima cosa bisogna credere nel Papa, comunque, non aver paura che egli ti venga a dire di cambiare via: non gli darei il tempo, perché, se arrivando in Cielo mi rendessi conto che ti ho indotta in errore, otterrei dal buon Dio l’autorizzazione per venire immediatamente ad avvertirti. Fino a quel momento però, devi credere che la mia via è sicura, dunque, seguila fedelmente.

Un angoscioso problema finanziario

Sfogliando gli atti del processo di beatificazione della Serva di Dio, abbiamo trovato, oltre ai suoi scritti e alle dichiarazioni dei testimoni, anche la relazione dei miracoli da lei realizzati post mortem.

In uno di questi, operato nel monastero carmelitano di Gallipoli, Santa Teresina conferma la sicurezza e la santità della sua “piccola via”.

Nel mese di gennaio del 1910, il Carmelo di Gallipoli si trovava in una situazione economica catastrofica. A causa di un periodo di carestia, ad ogni suora era concesso un chilo di pane alla settimana; c’erano giorni in cui, non avendo nulla da mangiare al posto di andare al refettorio, si recavano in cappella a pregare.

È passata di lì una religiosa della Congregazione delle Marcelline, di Milano, la quale ha parlato loro della giovane Serva di Dio Teresina del Bambin Gesù ed ha donato loro la traduzione italiana della Storia di un’Anima.

Le carmelitane di Gallipoli entusiasmate per la loro sorella d’abito, morta in odore di santità in Francia, hanno iniziato, con la sua intercessione, un triduo alla Santissima Trinità, chiedendo la soluzione del loro angoscioso problema finanziario.

Il giorno 16 dello stesso mese di gennaio, Suor Maria Carmela del Cuore di Gesù, si è seriamente ammalata, per le preoccupazioni riguardo i debiti del suo monastero. La stessa narra quello che è accaduto quella notte.

“Ecco, tieni 500 lire per pagare i debiti”

Verso le tre del mattino – racconta – ho sentito che una mano mi copriva, teneramente, con la coperta che era caduta. Pensando che fosse una suora del convento, le ho detto senza aprire gli occhi:

– Lasciami, sto sudando molto! Ho sentito allora una voce dolce e sconosciuta che mi diceva:

– No, quello che sto facendo è una cosa buona. Ascolta, il buon Dio si serve degli abitanti del Cielo, come di quelli della terra, per soccorrere i suoi servitori. Prendi, ecco qui 500 lire per pagare i debiti della comunità.

Ho risposto:

– I debiti della comunità sono solo di 300 lire.

– Bene, – ribattè – ne resteranno 200; adesso, visto che non puoi tenere denaro nella cella, vieni con me.

Allora, ho pensato: “Come faccio ad alzarmi? Sono piena di sudori”. In quel momento la celeste visione ha aggiunto sorridendo: “La bilocazione ci aiuterà”.

Mi sono trovata immediatamente fuori dalla cella in compagnia di una giovane carmelitana il cui abito e velo lasciavano trasparire una luce paradisiaca che ci illuminava il cammino.

Lei mi ha condotto nella sala dove custodivamo il denaro in una piccola cassetta. Lì c’era la nota dei debiti della comunità, e lei vi ha depositato le 500 lire. L’ho guardata con un’ammirazione e piena di gioia mi sono prostata per ringraziarla, dicendo: “Oh! Mia Santa Madre!” (È così che le carmelitane si rivolgono a Santa Teresa d’Avila). Lei, però, accarezzandomi con molto affetto, mi ha detto: “No, non sono la nostra Santa Madre, sono la Serva di Dio Suor Teresina di Lisieux”.

Quindi la giovane religiosa, dopo avermi accarezzato ancora una volta con amore, si è allontanata soavemente.

“La mia via è sicura e non mi sono sbagliata seguendola”

Attonita per quello che era appena accaduto, e pensando che Santa Teresina non avesse trovato la porta per uscire dal Carmelo, la Priora le ha detto un po’ ingenuamente:

– Attenzione potrebbe sbagliare il cammino!

– No, no, la mia via è sicura e non mi sono sbagliata seguendola – ha risposto la Santa con un sorriso celestiale.

Suor Maria Carmela si è alzata immediatamente ed è andata alla Cappella. Le religiose, notando in lei qualcosa di diverso, le hanno chiesto cosa fosse successo. Allora lei ha narrato la meravigliosa visione così tutte insieme sono andate a vedere la cassetta dove era custodito il denaro del Carmelo e là hanno trovato la banconota di 500 lire!

Il vescovo ha perso e le carmelitane hanno guadagnato

Ma non è finito qui il miracolo. Nei mesi successivi, la Serva di Dio è apparsa diverse volte alla fortunata Priora, parlandole di “cose spirituali” e dandole aiuti economici. Nella notte del 15 giugno, narra la Madre Carmela, “lei mi ha promesso di portarmi 100 lire”.

Tuttavia, l’aspetto più pittoresco e grazioso di questo modo di fare di Santa Teresina è stato la maniera in cui ha fatto arrivare questa somma alle carmelitane di Gallipoli. Un giorno, il vescovo di questa diocesi, Mons.Gaetano ha raccontato loro di aver notato che nella sua cassetta mancava una banconota da 100 lire e sperava che Suor Teresina la portasse a loro…

E così è successo!

Il 6 agosto, la Santa di Lisieux è apparsa nuovamente a Madre Carmela, con in mano una banconota da 100 franchi, e le ha detto: “Il potere di Dio toglie o dà con la stessa facilità tanto nelle cose temporali che in quelle spirituali”.

La Priora si è affrettata a devolvere questa somma al Vescovo, ma questi l’ha ritornata alle religiose.

“Queste ossa benedette faranno miracoli straordinari”

Il 5 settembre di quell’anno – vigilia dell’esumazione dei suoi resti mortali – la Serva di Dio è apparsa ancora una volta.

“Dopo avermi parlato riguardo il bene spirituale della comunità – narra Madre Carmela – lei mi ha annunciato che nell’esumazione si sarebbero trovate soltanto ossa. Poi mi ha fatto capire i prodigi che avrebbe fatto in futuro. “Stia sicura, mia cara Madre, che queste ossa benedette faranno miracoli straordinari e saranno armi potenti contro il demonio.”

La Priora ha osservato che la Santa della “piccola via” appariva sempre all’aurora, il suo aspetto era bello e luminoso, le sue vesti brillavano come argento trasparente e le sue parole risuonavano come un coro angelico.

Una nuova conferma

Suor Teresina è tornata a manifestarsi in questo Carmelo l’anno seguente, questa volta a Mons. Nicola Giannattasio, Vescovo di Nardo, città vicina a Gallipoli, il quale aveva studiato la vita della Serva di Dio. Senza avere avuto conoscenza delle parole che lei aveva rivolto a Suor Maria della Trinità nel 1897, pensava che la risposta data alla Priora nel 1910 – “la mia via è sicura” – doveva essere intesa nel senso spirituale e come una conferma della sua “piccola via”. Con l’idea di ottenere questa conferma, e di chiedere per sè e per la sua Diocesi la protezione della giovane Serva di Dio, ha deciso di fare un esperimento azzardato; ha collocato in una busta una banconota di 500 lire, insieme al suo biglietto da visita, nel quale ha scritto:

In memoriam

“La mia via è sicura ed io non mi sono ingannata” Suor Teresina del Bambin Gesù a Suor Carmela, Gallipoli, data 16 gennaio 1910.

Ora pro me quotidie ut Deus misereatur mei (Prega per me tutti i giorni, affinché Dio abbia pietà di me). Mons. Giannattasio ha sigillato la busta e l’ha consegnata alle carmelitane di Gallipoli, chiedendo loro di collocarla nella cassetta dove Santa Teresina aveva operato i miracoli.

Poco tempo dopo è andato al Carmelo a predicare un ritiro, alla fine ha voluto vedere la busta. Essa era intatta, ma un pochino voluminosa… Aprendola, il vescovo ha trovato, non solo le 500 lire che aveva messo, ma addirittura 800, che egli ha dato immediatamente alle religiose. Una delle banconote esalava un delicato profumo di rose.

Tanto Mons. Giannattasio quanto le carmelitane hanno compreso che, tramite questo nuovo prodigio, Santa Teresina voleva manifestare chiaramente che la sua “piccola via” era sicura. Poche volte un cammino di perfezione è stato confermato da un’azione miracolosa così straordinaria.

Possiamo immaginare la gioia di Suor Maria della Trinità nel prendere atto di questi fatti narrati dalle sue sorelle di vocazione del Carmelo di Gallipoli. “La Piccola Via” della sua cara maestra di novizie si confermava essere un cammino sicuro e che non portava all’errore…

La santità alla portata delle persone comuni

La stessa Santa Teresina spiega, nei “Manoscritti Autobiografici”, in che cosa consiste la sua “piccola via” di santificazione. “Sempre ho desiderato essere santa, ma – povera me! – sempre ho constatato, nel raffrontarmi ai santi, che tra loro e me esiste la stessa differenza che c’è tra una montagna la cui vetta si perde nel cielo ed il granello di sabbia scuro calpestato dai passanti. Lungi dal perdere coraggio, ho detto a me stessa: “Il buon Dio non può ispirare desideri irrealizzabili. Dunque, nonostante la mia piccolezza, posso aspirare alla santità. Diventare grande, è impossibile; devo allora sopportarmi così come sono, con tutte le mie imperfezioni, ma voglio trovare un mezzo per andare in Cielo per una via piccola ma ben diritta, ben breve, una piccola via interamente nuova’.”

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In quell’epoca, riscuoteva un enorme successo l’ascensore, recentemente inventato, in quanto risparmiava alle persone lo sforzo di salire le scale. Suor Teresina ha sentito un grande desiderio di “trovare un ascensore per elevarmi fino a Gesù, perché sono troppo piccola per arrampicarmi sulla faticosa scala della perfezione”. Si è messa allora a cercare nei Libri Sacri e ha trovato questa riflessione: ” Se qualcuno è piccolino, che venga a Me” (Pr 9,4). Continuando la sua ricerca, ha trovato quest’altra affermazione: “Come una madre accarezza suo figlio, così Io vi consolerò, vi stringerò al petto”( Is 66, 12-13). Allora ha concluso piena di giubilo: “Ah! L’ascensore che mi deve innalzare fino al Cielo sono le vostre braccia, o Gesù!”

La lettura attenta ed amorosa dei Santi Vangeli le ha gettato più luce ancora: “Se non diventerete come fanciulli, non entrerete nel Regno dei Cieli” (Mt 18, 3). “Lasciate che i bambini vengano a Me e non tratteneteli, perché il Regno di Dio è di coloro che gli assomigliano” ( Mc 10, 14).

Ecco dunque spiegato in che cosa consiste la “piccola via”, il cammino dell’infanzia spirituale. In essa, l’importante non è fare grandi mortificazioni corporali, ma accettare con umiltà la propria piccolezza, i propri limiti, ed avere un amore e una fiducia illimitata nella bontà di Dio. Come frutto di questo amore, è necessario un immenso desiderio di fare alla perfezione ogni atto della vita quotidiana.

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Con la sua dottrina e, soprattutto, col suo esempio, la dolce Carmelitana di Lisieux ha dimostrato che la santità è accessibile a tutti. Lei “ha vissuto la santità pura e semplice, con tutto l’incanto e la seduzione dell’anima moderna, molto umana e molto prossima a noi”, afferma uno dei suoi più insigni biografi.

Con il canonizzarla – più ancora, col proclamarla Dottore della Chiesa – la Santa Chiesa ha ufficializzato la sua “piccola via” come un autentico cammino di santità. Questo è stato ribadito chiaramente dal Papa Benedetto XV, in un discorso tenuto il 14 agosto 1921: “Nel cammino dell’infanzia spirituale sta il segreto della santità per i fedeli del mondo intero”. E la bolla di canonizzazione segnala che per mezzo di Santa Teresina: Dio propone agli uomini un nuovo modello di santità, alla portata non solo di preti e suore, ma anche dei laici di ogni età e condizione sociale.

Santa Teresa di Gesù Bambino

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  Sensibilissima e precoce, fin da bambina decise di dedicarsi a Dio. Entrò nel Carmelo di Lisieux e nel solco della tradizione carmelitana scoprì la sua piccola via dell’infanzia spirituale, ispirata alla semplicità e all’umile confidenza nell’amore misericordioso del Padre. Puosta dalla vocazione contemplativa nel cuore della Chiesa, si aprì all’ideale missionario, offrendo a Dio le sue giornate fatte di fedeltà e di silenziosa e gioiosa offerta per gli apostolo del Vangelo. I suoi pensieri, raccolti sotto il titolo Storia di un’anima, sono la cronaca quotidiana del suo cammino di identificazione con l’Amore. Con San Francesco Saverio è patrona delle missioni. (Mess. Rom.)

  Si arrampica a Milano sul Duomo fino alla Madonnina, a Pisa sulla Torre, e a Roma si spinge anche nei posti proibiti del Colosseo. La quattordicenne Teresa Martin è la figura più attraente del pellegrinaggio francese, giunto in Roma a fine 1887 per il giubileo sacerdotale di Leone XIII. Ma, nell’udienza pontificia a tutto il gruppo, sbigottisce i prelati chiedendo direttamente al Papa di poter entrare in monastero subito, prima dei 18 anni. Cauta è la risposta di Leone XIII; ma dopo quattro mesi Teresa entra nel Carmelo di Lisieux, dove l’hanno preceduta due sue sorelle (e lei non sarà l’ultima).

  I Martin di Alençon: piccola e prospera borghesia del lavoro specializzato. Il padre ha imparato l’orologeria in Svizzera. La madre dirige merlettaie che a domicilio fanno i celebri pizzi di Alençon. Conti in ordine, leggendaria puntualità nei pagamenti come alla Messa, stimatissimi. E compatiti per tanti lutti in famiglia: quattro morti tra i nove figli. Poi muore anche la madre, quando Teresa ha soltanto quattro anni.

  In monastero ha preso il nome di suor Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo, ma non trova l’isola di santità che s’aspettava. Tutto puntuale, tutto in ordine. Ma è scadente la sostanza. La superiora non la capisce, qualcuna la maltratta. Lo spirito che lei cercava, proprio non c’è, ma, invece di piangerne l’assenza, Teresa lo fa nascere dentro di sé. E in sé compie la riforma del monastero. Trasforma in stimoli di santificazione maltrattamenti, mediocrità, storture, restituendo gioia in cambio delle offese.

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  E’ una mistica che rifiuta il pio isolamento. La fanno soffrire? E lei è quella che “può farvi morir dal ridere durante la ricreazione”, come deve ammettere proprio la superiora grintosa. Dopodiché, nel 1897 – giusto cent’anni fa – lei è già morta, dopo meno di un decennio di vita religiosa oscurissima. Ma è da morta che diviene protagonista, apostola, missionaria. Sua sorella Paolina (suor Agnese nel Carmelo) le ha chiesto di raccontare le sue esperienze spirituali, che escono in volume col titolo Storia di un’anima nel 1898.
Così la voce di questa carmelitana morta percorre la Francia e il mondo, colpisce gli intellettuali, suscita anche emozioni e tenerezze popolari che Pio XI corregge raccomandando al vescovo di Bayeux: “Dite e fate dire che si è resa un po’ troppo insipida la spiritualità di Teresa. Com’è maschia e virile, invece! Santa Teresa di Gesù Bambino, di cui tutta la dottrina predica la rinuncia, è un grand’uomo”. Ed è lui che la canonizza nel 1925.

  Non solo. Nel 1929, mentre in Urss trionfa Stalin, Pio XI già crea il Collegio Russicum, allo scopo di formare sacerdoti per l’apostolato in Russia, quando le cose cambieranno. Già allora. E come patrona di questa sfida designa appunto lei, suor Teresa di Gesù Bambino.

Celebrazioni del 102° Anniversario del miracolo del sole di Fatima!

Immagini che parlano da se!!! Salve Maria!

Il 13 ottobre per gli Araldi del Vangelo…

Ecco come gli Araldi del Vangelo, fedeli alla Santa Chiesa Cattolica Romana, onorano Nostra Signora di Fatima nel 102° Anniversario di quella che fu l’ultima apparizione con il segno grandioso del miracolo del sole!

Il tempo di Maria è alle porte! “Per quanto riguarda il caso presente, ecco ciò che vi dico: Non occupatevi di questi uomini e lasciateli andare. Se infatti questa teoria o questa attività è di origine umana, verrà distrutta; ma se essa viene da Dio, non riuscirete a sconfiggerli; non vi accada di trovarvi a combattere contro Dio!».” At 5,38-49

I pastorelli di Fatima

Uno dei divertimenti preferiti da Francesco, Giacinta e Lucia era quello di gridare ad alta voce, dall’alto dei monti, seduti sulla roccia. Il nome che più echeggiava era quello della Madonna. A volte Giacinta, «quella a cui la Vergine Santissima ha comunicato maggior abbondanza di grazie e maggior conoscenza di Dio e della virtù», come scriverà Suor Lucia, recitava tutta l’Ave Maria, pronunciando la parola seguente soltanto quando l’eco riproduceva per intero quella precedente. Tale innocentissima preghiera di bambina, quasi surreale, dove il soprannaturale si sovrapponeva al naturale, doveva essere di sublime bellezza. Ebbene, la Madonna scelse proprio lei, suo fratello e la cugina per rivelare a Fatima, nel 1917, i rimedi che l’umanità e la Chiesa avrebbero dovuto prendere per combattere errori e guerre: la recita del Santo Rosario, la lotta contro il peccato, la consacrazione della Russia al Cuore Immacolato di Maria per arrestare l’ideologia comunista.

Il 12 settembre 1935 le spoglie di Giacinta furono trasportate da Vila Nova de Ourém a Fatima. Quando la bara fu aperta si attestò che il volto della piccola veggente era incorrotto. Venne scattata una fotografia e il Vescovo di Leiria, Monsignor José Alves Correia da Silva (1872-1957) ne inviò una copia a suor Lucia che, nei ringraziamenti, accennò alle virtù della cugina. Tale fatto indusse il Monsignore ad ordinare alla monaca di scrivere tutto ciò che sapeva della vita di Giacinta, ecco che nacque la Prima Memoria, che l’autrice terminò nel Natale dello stesso 1935.

Trascorsero due anni dalla Prima Memoria e il Vescovo di Leiria ordinò a Suor Lucia di scrivere, in tutta verità, la sua vita e le apparizioni mariane, così come erano avvenute. Suor Lucia obbedì, scrivendo la Seconda Memoria dal 7 al 21 novembre 1937.

In una lettera del 31 agosto 1941, indirizzata a padre Giuseppe Bernardo Gonçalves Sj, Lucia spiega come nacque la Terza Memoria: «Mons. Vescovo… mi ordinò di ricordare qualsiasi altra cosa che avesse relazione con Giacinta, per una nuova edizione che vogliono stampare. Quest’ordine mi penetrò nell’anima come un raggio di luce …». Fu proprio con questo scritto che Fatima raggiunse dimensioni internazionali. Sorpresi dai racconti della Terza Memoria, Monsignor Giuseppe Alves Correia da Silva e don Galamba conclusero che Lucia, nelle relazioni anteriori, non aveva detto tutto e che nascondeva ancora degli elementi. Dunque, il 7 ottobre 1941, la monaca riceve il nuovo ordine di scrivere qualsiasi altra cosa che avesse potuto emergere dagli accadimenti di Fatima. Fu così che l’8 dicembre, giorno dell’Immacolata Concezione, dello stesso anno, l’autrice consegnò il manoscritto affermando: «Fin qui, ho fatto il possibile per nascondere quel che le apparizioni della Madonna nella Cova d’Iria avevano di più intimo. Ogni volta che mi vidi obbligata a parlare, cercai di accennarvi di sfuggita, per non  scoprire quello che tanto desideravo tener in serbo. Ma ora, che l’obbedienza mi comandò, ho detto tutto! E io rimango come lo scheletro, spogliato di tutto e perfino della vita stessa, messo nel Museo Nazionale, per ricordare ai visitatori la miseria e il niente di tutto quel che passa. Così spogliata, resterò nel Museo del Mondo ricordando a quelli che passano, non la miseria e il niente, ma la grandezza delle Misericordie Divine».

Con schiettezza e semplicità Suor Lucia narra in queste pagine le “magiche” beltà della loro infanzia. Tutti e tre i bambini nacquero ad Aljustrel, in Portogallo. Lucia dos Santos, poi suor Lucia di Gesù, il 22 marzo 1907, morirà a Coimbra il 13 febbraio 2005; Francesco Marto l’11 giugno 1908, morirà a Fatima il 4 aprile 1919 (beatificato, con la sorella il 13 maggio 2000); Giacinta Marto l’11 marzo 1910, morirà a Lisbona il 20 febbraio 1920.

Era la primavera del 1916 quando l’Angelo del Portogallo (così si identificò) comparve loro, anticipando l’arrivo di Nostra Signora di Fatima. Lucia e Giacinta (come accadrà anche con la Madonna), potevano vedere e sentire; la prima poteva anche colloquiare, mentre Francesco vedeva soltanto. L’Angelo, che portò l’Eucaristia e li comunicò, per tre volte pregò: «Mio Dio! Io credo, adoro, spero e Vi amo. Vi chiedo perdono per quelli che non credono, non adorano, non sperano e non Vi amano». Poi disse: «Pregate così. I Cuori di Gesù e di Maria stanno attenti alla voce delle vostre suppliche».

Francesco aveva un carattere mite, umile, paziente. Nel gioco accettava la sconfitta benevolmente e tendeva ad isolarsi, non si dava cura e pensiero se veniva emarginato. Era sempre sorridente, gentile, condiscendente. Quando qualcuno si ostinava a negargli i suoi diritti di vincitore, si piegava senza resistere: «Credi di aver vinto tu?! E va bene! A me non me n’importa!» e se qualcuno degli altri bambini insisteva nel togliergli qualcosa che gli apparteneva, diceva: “Fa’ pure… a me che me n’importa?!”». E davvero nulla gli importava, se non le realtà celesti. Amava il silenzio e non mancava occasione per mortificarsi con atti di eroismo.

Dopo il pascolo, la sera, Francesco e Giacinta andavano nell’aia della famiglia di Lucia per giocare e, insieme, aspettavano che la Madonna e gli Angeli accendessero le loro «lucerne», così definivano la luna e le stelle, e allora Francesco si animava nel contarle, ma nulla lo entusiasmava di più che l’osservare il sorgere e il tramontare del sole, che identificava come la lucerna del Signore, mentre Giacinta amava maggiormente quella della Madonna.

La sensibilità di animo di Francesco e di Giacinta, che traspariva dalla naturalezza dei loro gesti, con le apparizioni, raggiunse un livello di straordinario misticismo: la grazia corrisposta diede vita ad altezze di virtù. Quella di Francesco fu anima di profonda preghiera. Quando prese ad andare a scuola a volte diceva a Lucia: «Senti, tu va’ a scuola. Io resto qui, in chiesa, vicino a Gesù nascosto. Per me non vale la pena di imparare a leggere; fra poco vado in Cielo. Quando torni, vieni a chiamarmi». Allora si metteva vicino al Tabernacolo e, interrogato su cosa facesse tutte quelle ore, egli affermava: «Io guardo Lui e Lui guarda me».

Mentre Giacinta faceva penitenze per salvare anime peccatrici dall’Inferno, Francesco pensava a consolare il Signore e la Madonna. Ricordando la promessa di Maria Vergine, della quale aveva sempre un’immensa nostalgia, di portarlo presto in Cielo con Giacinta, gioiva dicendo: «lassù almeno potrò meglio consolare il Cuore di Gesù e di Nostra Signora».

Sapeva accettare e sopportare la sofferenza con esemplare rassegnazione e accolse la «Spagnola», che lo portò via, come un dono immenso per consolare Cristo, per riscattare i peccati delle anime e per raggiungere il Paradiso.

La breve vita di Giacinta trascorse in maniera parallela a quella del fratello, legata da un’identica serenità spirituale grazie al clima di profonda Fede che si respirava in casa. Il suo temperamento era però forte e volitivo e aveva una predisposizione per il ballo e la poesia. Era il numero uno dell’entusiasmo e della spensieratezza. Saranno gli accadimenti del 1917 a mutare i suoi interessi e più non ballerà, assumendo un aspetto serio, modesto, amabile. Il profilo che Lucia tratteggia della cuginetta è straordinario: è il ritratto dei puri di cuore, i cui occhi parlano di Dio.

Giacinta era insaziabile nella pratica del sacrificio e delle mortificazioni. Le penitenze più aspre per Lucia erano invece dettate dalle ostilità familiari e in particolare di sua madre, che la considerava una bugiarda e un’impostora. Lucia, essendo la più grande, fu la veggente più vessata e più interrogata (fino allo sfinimento) sia dalle autorità religiose che civili. A coronare questo clima intriso di tensioni e diffide c’era pure la situazione economica precaria dei dos Santos, provocata anche dal fatto che nel luogo delle apparizioni mariane, di proprietà della famiglia, non era più possibile coltivare nulla: la gente andava con asini e cavalli, calpestando tutto.

Agli inizi del mese di luglio del 1919 Giacinta entrò in ospedale, anche lei colpita dalla «Spagnola». Sua madre le chiese che cosa desiderasse e la piccola chiese la presenza dell’amata Lucia. La visita fu tutto un parlare delle sofferenze offerte per i peccatori al fine di allontanarli dall’Inferno – che con grande sgomento era stato loro mostrato dalla Madonna – e per il Sommo Pontefice: «Tu rimani qua per dire che Dio vuole istituire nel mondo la devozione al Cuore Immacolato di Maria. Quando ce ne sarà l’occasione, non ti nascondere. Di’ a tutti che Dio ci concede le grazie per mezzo del Cuore Immacolato di Maria; che le domandino a Lei, che il Cuore di Gesù vuole che vicino a Lui, sia venerato il Cuore Immacolato di Maria. Chiediamo la pace al Cuore Immacolato di Maria; Dio la mise nelle mani di Lei. S’io potessi mettere nel cuore di tutti, il fuoco che mi brucia qui nel petto e mi fa amare tanto il Cuore di Gesù e il Cuore di Maria!”».

Quando Lucia perse i cugini fu abissale il suo dolore, infatti, come lei stessa ebbe a dichiarare, non ebbe in terra altra più amata compagnia che quella di Francesco e di Giacinta.

Fatima: Il miracolo del sole!

13 ottobre: Ultima apparizione di Nostra Signora di Fatima

Il 13 maggio si celebrano le apparizioni della Vergine Maria a Fatima, in Portogallo nel 1917. A tre pastorelli, Lucia de Jesus, Francesco e Giacinta Marto, apparve per sei volte la Madonna: lasciò loro un messaggio per tutta l’umanità, centrato soprattutto sulla penitenza e sulla devozione al suo Cuore Immacolato. Il 13 ottobre 1930 il vescovo di Leiria dichiarò degne di fede le visioni dei tre bambini, autorizzando il culto alla Madonna di Fatima. Sul luogo delle apparizioni è sorto un santuario, che comprende la Basilica di Nostra Signora del Rosario di Fatima, dove sono venerati i resti mortali dei tre veggenti.

La prima apparizione mariana del XX secolo
Dopo tre apparizioni di rilievo della Vergine Maria, verificatesi durante il XIX secolo, a La Salette nel 1846, a Lourdes nel 1858, a Castelpetroso nel 1888, la Madonna apparve nel 1917, per la prima volta nel XX secolo, a Fatima in Portogallo.
In tutte queste apparizioni, come pure nel 1432 a Caravaggio e nel 1531 a Guadalupe in Messico, la Vergine si rivolse a ragazzi o giovani di umili condizioni sociali, per lo più dediti alla pastorizia. Indicava in tal modo la sua predilezione per le anime semplici e innocenti, a cui affidare i suoi messaggi all’umanità peccatrice, invocandone il pentimento ed esortandola alla preghiera.

Il contesto storico
Si era in un tempo di affermazione di un diffuso materialismo, sia ideologico, sia politico, il cui maggior filone era il bolscevismo sovietico; inoltre il 5 maggio 1917, quindi otto giorni prima, papa Benedetto XV, visto il perdurare della sanguinosa Prima Guerra Mondiale, scoppiata nel 1914 in Europa, aveva invitato i cattolici di tutto il mondo ad unirsi in una crociata di preghiera, per ottenere la pace per intercessione della Madonna.

I luoghi e i veggenti
Fatima era allora un villaggio della zona centrale del Portogallo (Distretto di Santarém) sugli altipiani calcarei dell’Estremadura, a venti chilometri a sud-est di Leiria. Una leggenda narra che avesse preso il nome, che era anche quello della figlia di Maometto, da una ragazza musulmana andata sposa, nel XII secolo, al nobile cattolico don Gonçalo Hermigues.
Nella frazione di Aljustrel, a un chilometro e mezzo dal centro abitato, nacquero e vissero i tre protagonisti della storia di queste apparizioni: Lucia (in portoghese Lúcia) Dos Santos, nata nel 1907, e i suoi cugini Francesco (Francisco) Marto, nato nel 1908, e Giacinta (Jacinta) Marto, nata nel 1910. Le due famiglie erano numerose: i Dos Santos avevano 5 figli, mentre i Marto 10.
Come molti ragazzi del luogo, i tre cugini portavano a pascolare le piccole greggi delle rispettive famiglie, verso i luoghi di pascolo dei dintorni, dove trascorrevano l’intera giornata. A mezzogiorno consumavano la colazione preparata dalle loro mamme e dopo recitavano il Rosario, seppure in forma abbreviata.

Il “Ciclo Angelico”
Nel 1916, fra aprile ed ottobre, i tre bambini furono testimoni di un fenomeno prodigioso: apparve loro un angelo sfavillante di luce, che si qualificò come l’Angelo della Pace e che li invitò alla preghiera.
Queste apparizioni, classificate come il “Ciclo Angelico”, furono in tutto tre: due alla “Loca do Cabeço” e una volta al pozzo nell’orto della casa paterna di Lucia. 

Il “Ciclo Mariano” – Prima apparizione: 13 maggio 1917
Domenica 13 maggio 1917, i tre cuginetti dopo aver assistito alla Santa Messa nella chiesa parrocchiale di Fatima, tornarono ad Aljustrel per prepararsi a condurre al pascolo le loro pecore.
Il tempo primaverile era splendido e quindi decisero di andare questa volta fino alla Cova da Iria, una grande radura a forma di anfiteatro, delimitata verso nord da una piccola altura.
Mentre giocavano, nel cielo apparve un bagliore come quello dei fulmini. Perciò, preoccupati per un possibile temporale in arrivo, decisero di ridiscendere la collina per portare il gregge al riparo.
A metà strada dal pendio, vicino ad un leccio, la luce sfolgorò ancora. Pochi passi più avanti videro una bella Signora vestita di bianco, in piedi sopra il leccio, che emanava una luce sfolgorante. I bambini rimasero stupiti a contemplarla, stando a poco più di un metro di distanza. La Signora quindi parlò rassicurandoli: 
– Non abbiate paura, non vi farò del male.
Il suo vestito, bianco con fregi dorati, aveva per cintura un cordone d’oro; un velo, anch’esso con bordi d’oro, le copriva il capo e le spalle, scendendo fino ai piedi come un vestito. Dalle sue dita, portate sul petto in atteggiamento di preghiera, pendeva un Rosario coi grani bianchi.
A quel punto Lucia chiese alla Signora: 
– Da dove venite?
– Vengo dal Cielo.
 – Dal cielo! E perché è venuta Lei fin qui?
– Per chiedervi che veniate qui durante i prossimi sei mesi ogni giorno 13 a questa stessa ora; in seguito vi dirò chi sono e cosa desidero, ritornerò poi ancora qui una settima volta
– E anch’io andrò in cielo?
– Sì.
– E Giacinta?
– Anche lei.
– E Francesco?
– Anche lui, ma dovrà dire il suo Rosario.
La Vergine poi chiese:
– Volete offrire a Dio tutte le sofferenze che Egli desidera mandarvi, in riparazione dei peccati dai quali Egli è offeso, e per domandare la conversione dei peccatori?
Lucia rispose:
– Sì, lo vogliamo.
– Allora dovrete soffrire molto, ma la Grazia di Dio sarà il vostro conforto. 
E dopo avere raccomandato ai bambini di recitare il Rosario tutti i giorni, per ottenere la pace nel mondo e la fine della guerra, la Signora cominciò ad elevarsi e sparì nel cielo.

La scoperta dell’apparizione
Tutti e tre i pastorelli avevano visto la Signora, ma solo Lucia la sentì parlare. Giacinta, invece, la vide e udì, ma non parlò con lei. Infine Francesco la vide senza percepire la sua voce. Avvenne così anche nelle apparizioni successive.
Al ritorno dalla Cova da Iria, Lucia raccomandò ai due piccoli cugini di non dire nulla a casa, ma Giacinta si lasciò sfuggire il segreto. 
Da allora la loro vita quotidiana cambiò: nell’alternarsi delle notizie e delle relative valutazioni, i tre bambini subirono sgridate, opposizioni, incredulità e prese in giro, prima dagli spaventati genitori, poi dalle autorità ecclesiastiche e politiche.

Seconda apparizione: 13 giugno 1917
Comunque all’appuntamento del 13 giugno i tre veggenti non erano soli: già una sessantina di persone curiose li avevano accompagnati.
Dopo aver recitato il Rosario, la Signora apparve di nuovo: raccomandò di recitare il Rosario tutti i giorni e chiese a Lucia d’imparare a leggere e scrivere, per essere così in grado di trasmettere i suoi messaggi.
Rivelò le sofferenze del suo Cuore Immacolato per gli oltraggi subiti dai peccati dell’umanità. Disse poi che Giacinta e Francesco sarebbero andati in cielo a breve, mentre Lucia sarebbe restata nel mondo per far conoscere e amare il suo Cuore Immacolato.

Terza apparizione: 13 luglio 1917
Il 13 luglio 1917, dopo avere affrontato ogni tipo di disprezzo e scherno da parte dei loro concittadini, Lucia, Francesco e Giacinta ritornarono alla Cova da Iria per il terzo incontro con la Signora: quella volta erano in compagnia di più di duemila persone.
Dopo la recita del Rosario, la Signora apparve di nuovo e Lucia le chiese di dire chi fosse e di compiere un miracolo affinché tutti potessero credere. La Signora assicurò:
– Continuate a venir qui tutti i mesi: Ad ottobre dirò chi sono, quel che voglio, e farò un miracolo che tutti potranno vedere bene per credere.
La Signora, come le altre volte, aprì le mani, da dove uscì un raggio di luce, che penetrò nella profondità della terra. I veggenti impallidirono, mentre Lucia esclamò: “Ahi! Nostra Signora!”.
A quel punto la Signora confidò ai tre bambini un segreto, vietando espressamente loro di rivelarlo a nessuno. Concluse dicendo: 
– Quando recitate il Rosario, dite alla fine di ogni decina: «O Gesù mio, perdonate le nostre colpe; preservateci dal fuoco dell’inferno; portate in cielo tutte le anime e soccorrete specialmente le più bisognose della Vostra misericordia».

L’arresto dei veggenti
Il 13 agosto 1917 un gran numero di fedeli radunato alla Cova da Iria udì il tuono e vide il lampo che accompagnavano le apparizioni, ma i tre veggenti non c’erano.
Erano infatti stati impediti di andarci dal sindaco, o meglio dall’amministratore della municipalità di Vila Nova de Ourém, sotto cui ricadeva Fatima, fortemente anticlericale: con un inganno, li aveva trasferiti da Aljustrel alla Casa Comunale di Fatima. In seguito, visto che non volevano ritrattare nulla sulle apparizioni né svelare eventuali trucchi, li fece mettere in prigione per intimorirli.
Nel carcere, Giacinta scoppiò a piangere per la paura e rivelò a Lucia: 
– Io vorrei almeno vedere la mamma. 
Francesco la incoraggiò: 
– Sarebbe peggio se la Madonna non tornasse più.
Poi tutti e tre, seguiti dagli altri carcerati, recitarono il Rosario.

La quarta e la quinta apparizione: 19 agosto e 13 settembre 1917
La domenica successiva, 19 agosto, i tre ebbero la sorpresa di vedere la Signora nel luogo chiamato Valinhos, Ella volle placare la loro angoscia per aver saltato l’appuntamento del 13 alla Cova da Iria e chiese che fosse eretta una cappella sul luogo delle apparizioni con le offerte lasciate dai pellegrini.
Il 13 settembre la Signora apparve di nuovo ai tre pastorelli, che erano circondati da una folla di circa 30.000 persone. Anche quella volta promise che il 13 ottobre avrebbe fatto un miracolo per tutti, poi sparì in un globo luminoso che, partendo dal leccio, si elevò verso il cielo.

La sesta apparizione: 13 ottobre 1917
La notizia di un miracolo visibile a tutti, fece il giro del Portogallo. All’appuntamento di ottobre ci fu così una folla valutata sulle 70.000 persone, provenienti da tutto il Paese, con giornalisti e fotografi della stampa nazionale ed internazionale inviati per registrare l’avvenimento.
Non mancavano fra loro gli scettici ed i beffardi, pronti ad assaporare la cocente delusione di quanti erano in preghiera, se non fosse avvenuto nulla. Il tempo, da parte sua, non prometteva niente di buono: quel giorno era scuro e freddo, la pioggia cadde copiosamente, mentre la gran folla di pellegrini cercava di ripararsi alla meglio.
Anche questa volta, appena apparsa la Signora, Lucia domandò:
– Signora, chi siete e cosa volete da me?
– Io sono la Madonna del Rosario; voglio una cappella costruita qui in mio omaggio; che continuino a recitare il Rosario tutti i giorni. La guerra finirà e i soldati torneranno presto alle loro case; gli uomini non devono offendere il Signore, che è già troppo offeso.

Il prodigio del sole
La Vergine a questo punto aprì di nuovo le mani e indicò il sole. Così il giornalista e libero pensatore Avelino de Almeida, direttore del giornale di Lisbona «O Século», descrisse il fenomeno nell’edizione del mattino di lunedì 15 ottobre 1917: 
– L’astro sembra una placca d’argento opaco ed è possibile fissarlo senza il minimo sforzo. Non scalda, non acceca. Si direbbe che sia in fase di eclissi. Ma ecco che si alza un grido possente e agli spettatori che son vicini giunge la voce: – Miracolo, miracolo! Meraviglia, meraviglia! – Agli occhi sbarrati di quel popolo, la cui attitudine ci trasporta ai tempi biblici, e che, pallido di terrore, con la testa scoperta, fissa l’azzurro, il sole tremò, il sole ebbe movimenti bruschi, non mai visti e contro tutte le leggi cosmiche; – il sole ballò – secondo la tipica espressione dei contadini…

L’ultima visione
Quando tutto ciò finì, gli abiti di tutti prima bagnati dall’insistente pioggia, erano perfettamente asciutti. Fu quindi evidente che alla Cova da Iria la Madonna era veramente apparsa e si era manifestata con un miracolo visto dai presenti stupiti e terrorizzati.
Mentre la Signora si elevava verso il cielo, i tre veggenti poterono vedere accanto al sole Gesù Bambino, San Giuseppe e la Madonna. In pochi attimi ebbero anche la visione di un uomo adulto che benediceva il mondo e la Madonna che a Lucia parve essere la Madonna Addolorata. Infine una terza scena: la Madonna del Carmelo con lo Scapolare in mano.

La conferma della Chiesa
Il 28 aprile 1919 si diede inizio alla costruzione della Cappellina delle Apparizioni. Il 13 ottobre 1930 il vescovo di Leiria dichiarò «degne di fede le visioni dei bambini alla Cova da Iria», autorizzando il culto alla Madonna di Fatima.
La prima pietra della chiesa più grande venne benedetta il 13 maggio 1928 dall’arcivescovo di Evora, mentre la dedicazione, col titolo di Nostra Signora del Rosario, avvenne il 7 ottobre 1953. Il titolo di basilica venne concesso da papa Pio XII col Breve «Luce Superna» l’11 novembre 1954.
Il 13 maggio 1946 il cardinal Benedetto Aloisi Masella, in qualità di legato pontificio, incoronò la statua della Vergine di Fatima davanti a una folla di ottocentomila pellegrini.

I tre veggenti dopo le apparizioni
Come aveva predetto la Madonna, prima Francesco Marto, poi la sorellina Giacinta morirono prestissimo, vittime della terribile epidemia di febbri influenzali detta “spagnola”, che desolò l’Europa negli anni 1917-20.
Francesco morì il 4 aprile 1919 nella sua casa di Aljustrel a dieci anni e nove mesi, mentre Giacinta morì il 20 febbraio 1920 nell’ospedale «Dona Estefânia» di Lisbona, a nove anni e undici mesi. I resti mortali di entrambi sono stati traslati negli anni ’50 del secolo scorso presso la Basilica di Nostra Signora del Rosario di Fatima. Beatificati il 13 maggio 2000 da san Giovanni Paolo II, sono stati canonizzati il 13 maggio 2017 da papa Francesco.
Lucia Dos Santos invece proseguì la sua missione di veggente-confidente della Vergine e custode del suo messaggio al mondo. Inizialmente religiosa delle Suore di Santa Dorotea, a 41 anni entrò nel Carmelo di Coimbra col nome di suor Maria Lucia di Gesù e del Cuore Immacolato; ritornò varie volte per brevi visite a Fatima sul luogo delle apparizioni. Ulteriori comunicazioni soprannaturali da lei ricevute formano il terzo ciclo delle vicende di Fatima, col nome di “Ciclo Cordimariano”.
Suor Lucia morì il 13 febbraio 2005, a 98 anni, nel convento carmelitano di Coimbra. Dal 19 febbraio 2006 riposa nella stessa cappella dove sono conservate le spoglie di Giacinta Marto. Il suo processo di beatificazione, ottenuta la dispensa dai cinque anni dalla morte, è iniziato nel 2008 e si è concluso nel 2017.

I Papi e Fatima
Numerose sono state le visite dei successivi Pontefici a Fatima, come anche gli invii di legati speciali. Il primo Papa a recarsi lì fu il Beato Paolo VI il 13 maggio 1967, in occasione del cinquantesimo anniversario delle Apparizioni. 
Le visite di san Giovanni Paolo II sono avvenute in due date: la prima fu il 13 maggio 1982, un anno esatto dopo l’attentato subito in piazza San Pietro (il cui proiettile fu incastonato nella corona della statua in segno di riconoscenza), rinnovando i due atti di consacrazione operati da Pio XII. Tornò a Fatima nel 1991, a dieci anni dall’attentato, e il 13 maggio 2000, per procedere alla beatificazione dei fratelli Marto.
Per il novantesimo anniversario delle apparizioni, nel 2007, papa Benedetto XVI inviò come legato il cardinal Tarcisio Bertone. Il Pontefice di persona visitò il santuario nel 2010, in occasione del decimo anniversario della beatificazione di Giacinta e Francesco Marto. Il 2017, anno del primo centenario, ha invece visto la venuta di papa Francesco.

Gli atti di consacrazione al Cuore Immacolato di Maria
Il 13 maggio 1931 l’episcopato portoghese, secondo il messaggio di Fatima, compì la prima consacrazione del Portogallo al Cuore Immacolato di Maria.
Il 31 ottobre e l’8 dicembre 1942 papa Pio XII consacrò il mondo al Cuore Immacolato di Maria e il 7 luglio 1952 consacrò a Maria in maniera speciale i popoli della Russia, come aveva chiesto la Celeste Signora a Fatima.
Papa Paolo VI, al termine della terza sessione del concilio Vaticano II (21 novembre 1964), rinnovò la consacrazione dell’umanità al cuore immacolato della Beata Vergine. Giovanni Paolo II, il 24 marzo 1984, in comunione spirituale con tutti i vescovi del mondo, consacrò solennemente l’intera umanità alla Madonna.

Il “Terzo segreto di Fatima”
Al termine della beatificazione dei pastorelli, l’allora Segretario di Stato vaticano, il cardinal Angelo Sodano, diede lettura della comunicazione in lingua portoghese sul cosiddetto terzo segreto di Fatima, in realtà terza parte della visione ricevuta da Lucia e dai santi Francesco e Giacinta nell’apparizione del 13 luglio 1917. Appena un mese dopo, il 26 giugno 2000, san Giovanni Paolo II ne autorizzò la divulgazione pubblica da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede, che fino ad allora ne aveva custodito il testo.
In estrema sintesi, la prima parte tratta della visione spaventosa dell’inferno o, per meglio dire, dell’autocondanna delle anime peccatrici. Nella seconda, invece, la Signora affermò che per contribuire alla salvezza delle anime bisognava diffondere nel mondo la devozione al suo Cuore Immacolato. Il testo noto fino al 2000 si fermava qui e risaliva al 1941, quando suor Lucia rivelò per obbedienza le prime due parti. 
Quanto alla terza, la mise per iscritto il 3 gennaio 1944 in un documento poi inviato in Vaticano. Il suo soggetto è la persecuzione della Chiesa in tutti i suoi membri, compreso il «vescovo vestito di bianco» che i veggenti ebbero l’impressione che fosse il Santo Padre.
L’allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, il cardinal Joseph Ratzinger, scrisse nel Commento teologico che accompagnava il testo della terza parte del “Segreto”: «La parola chiave di questo “Segreto” è il triplice grido: “Penitenza, Penitenza, Penitenza!”… A suor Lucia appariva sempre più chiaramente come lo scopo di tutte quante le apparizioni sia stato quello di far crescere sempre più nella fede, nella speranza e nella carità – tutto il resto intendeva portare solo a questo…».

In conclusione
L’autorità della Chiesa, a più riprese, ha ravvisato in Fatima un faro che ancora oggi continua a gettare la sua luce, per richiamare il mondo disorientato verso l’unico porto di salvezza.
Gli avvertimenti della Vergine Maria, dunque, non costituiscono tanto uno spauracchio per l’umanità, né un’occasione forte per gente morbosamente curiosa e assetata di catastrofi, quanto un invito alla speranza, che nasce dalla certezza che Dio vuole il nostro bene ad ogni costo.

XXVIII Domenica del Tempo ordinario – (Anno – C)

La guarigione dei dieci lebbrosi

Vangelo

1 Accadde che, durante il viaggio verso Gerusalemme, Gesù attraversò la Samaria e la Galilea. 12 Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi i quali, fermatisi a distanza, 13 alzarono la voce, dicendo: “Gesù, Maestro, abbi pietà di noi!” 14 Appena li vide, Gesù disse: “Andate a presentarvi ai sacerdoti”. E mentre essi andavano, furono sanati. 15 Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce; 16 e si gettò ai piedi di Gesù per ringraziarlo. Era un samaritano. 17 Ma Gesù osservò: “Non sono stati guariti tutti e dieci? E gli altri nove dove sono? 18 Non si è trovato chi tornasse a render gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?” 19 E gli disse: “Alzati e và; la tua fede ti ha salvato” (Lc 17,11-19).

Dieci guarigioni e un miracolo

Avendo compassione delle sofferenze fisiche di dieci lebbrosi, Nostro Signore ha voluto concedere loro la guarigione miracolosa che avevano chiesto fiduciosi. Ma siccome soltanto uno di loro ha espresso la sua gratitudine, costui è stato l’único favorito con il miracolo più importante.

I – Il dovere di gratitudine delle anime beneficiate

Rare volte interrompiamo le occupazioni quotidiane per considerare quanti beni ci sono concessi dalla Divina Provvidenza nel corso della nostra vita, sebbene non li abbiamo chiesti o tantomeno desiderati. Se andiamo fino alla radice di tali benefici, dobbiamo ricordare che non esisteremmo senza un disegno di Dio. A partire dal nulla, Egli ha via via costituito la diversità degli esseri, nel corso dei sei giorni della creazione, come è descritto nella Genesi, fino a modellare Adamo dalla terra Ed Eva dalla sua costola, infondendo in loro la vita. E ogni nascita, Che si verifica in ogni istante nel mondo intero, è un fatto straordinario perché alla legge fisica si aggiunge una legge spirituale: Dio infonde un’anima intelligente, creata con il semplice desiderio della sua volontà, in un corpo concepito con il concorso del padre e della madre.1 E tutto il resto – la salute, il cibo, il riposo, il conforto – viene da lui, direttamente o indirettamente. Inoltre, il Creatore promette, una volta valicate le soglie della morte, un grande miracolo: dopo che i nostri corpi avranno subito la decomposizione, tornando alla terra da cui siamo stati fatti, riassumeremo un corpo glorioso che si unirà di nuovo alla nostra anima, ora nella visione beatifica, e godremo della felicità di Dio per tutta l’eternità.

Quanta bontà! Ma… com’è la nostra risposta? Siamo grati per tutto quanto riceviamo?  uesta è la domanda che sorge considerando il Vangelo della 28ª Domenica del Tempo Ordinario Che ci mostra i differenti atteggiamenti assunti da chi è oggetto di um grande  beneficio proveniente dalle generose mani del Salvatore.

II – Due classi di miracolo: del corpo e dello spirito

All’epoca di Nostro Signore, il lebbroso, a causa della mancanza di aiuti medici che  endessero possibile il suo trattamento – carenza che si prolungò per molti secoli –, era un paria disprezzato dalla società. Una volta rivelata l’infermità, egli si presentava al sacerdote che, dopo un esame minuzioso, lo dichiarava legalmente impuro mediante un cerimoniale appropriato. Se è vero che egli non era deportato in un’isola, secondo il costume adottato in tempi più recenti, doveva, però, assentarsi dalla città, dal convivio umano e vivere isolato in campagna. Lo obbligavano, inoltre, a utilizzare una veste caratteristica per annunciare la situazione di scomunica sociale in cui si trovava e a seguire certe norme come quella di muoversi suonando una campanella per indicare la sua presenza, in modo che le persone aprissero un varco, evitando il rischio di contaminazione per contatto o per la semplice vicinanza. Approssimandosi a qualcuno oltre il dovuto, riceveva immediatamente una severa reprimenda, per il panico generato di fronte al pericolo di contaminazione. Si trascinava così “lamentandosi della sua situazione come avrebbe fatto per un defunto, con le vesti stracciate, la testa scoperta e la barba coperta con il suo manto, gridando ai passanti, affinché non si avvicinassero: ‘Immondo!’”.2

Nel corso di una vita senza prospettiva di guarigione, avrebbe visto le proprie membra imputridire fino a cadere, in un processo che causava un nauseabondo odore e malesseri vari.3 Tale stato produceva, com’è comprensibile, un profondo trauma psicologico. Inoltre, siccome le malattie erano ritenute, a quel tempo, come un castigo per i propri peccati o per quelli commessi dagli antenati, la lebbra portava con sé anche un dramma morale: esser lebbroso di corpo significava, innanzitutto, possedere lebbra di anima. “Ci troviamo di fronte a idee popolari tra gli antichi, in cui si mescola il religioso e il naturale. Il lebbroso si considerava castigato da Dio in virtù di peccati occulti”.4 In questo contesto sociale, si svolge la scena raccolta da San Luca.

Uniti per supplicare un miracolo

11 Accadde che, durante il viaggio verso Gerusalemme, Gesù attraversò la Samaria e la Galilea. 12 Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi i quali, fermatisi a distanza, 13 alzarono la voce, dicendo: “Gesù, Maestro, abbi pietà di noi!”

La guarigione dei dieci lebbrosi

Recita un detto che la disgrazia condivisa è sempre più gioiosa. I dieci lebbrosi di cui parla il Vangelo formavano una società tra loro, e in questo modo rendevano le loro pene più sopportabili e garantivano una compagnia fino a che sopravveniva la morte, termine obbligato di quella lenta e dolorosa infermità. Senza dubbio, avevano già sentito parlare del Maestro e sapevano delle numerose guarigioni da Lui operate, tra le quali se ne contavano varie del male di cui soffrivano. Ricevendo la notizia dell’avvicinarsi del Divino Taumaturgo, subito si misero in cammino nel tentativo di avere un incontro con Nostro Signore, con la speranza che non sorgesse un qualche ostacolo che impedisse loro un contatto, anche da lontano.

Infatti, dal racconto evangelico vediamo come questi dieci lebbrosi compivano i precetti legali, in ciò che si riferisce alla loro terribile malattia. Per tale motivo non osarono avvicinarsi troppo a Gesù, e mettendosi a una certa distanza implorarono la guarigione, per misericordia. Essi obbedirono alla Legge, sì, ma mancò loro fervore per inginocchiarsi tutti insieme davanti a Cristo, che certamente li avrebbe toccati e guariti in quel momento, come nell’episodio prima accaduto con un altro lebbroso (cfr. Mt 8, 2-4; Mc 1, 40-45; Lc 5, 12-16).

Questo fatto ci serve da lezione per la vita spirituale: trattandosi del rapporto con Gesù, dobbiamo agire con piena fiducia e massima intimità, non temendo mai di ricorrere a Lui, per gravi che siano gli errori morali che ci pesano sulla coscienza.

Una prova per la fede dei lebbrosi

14 Appena li vide, Gesù disse: “Andate a presentarvi ai sacerdoti”. E mentre essi andavano, furono sanati.

Accorgendosi subito del loro arrivo, Nostro Signore li guardò. Egli non operò la guarigione subito, per non voler causare troppo stupore nell’opinione pubblica. Così, facendosi un po’ largo in mezzo alla moltitudine che stava presso di Lui, ordinò, con autorità, che andassero a presentarsi ai sacerdoti.

In quell’epoca era molto rara la guarigione dalla lebbra. Nelle poche occasioni in cui questo accadeva realmente, o quando costatato che la stessa diagnosi iniziale era stata sbagliata, essendo il lebbroso ormai conosciuto come tale nella regione, avrebbe dovuto per Legge presentarsi a un sacerdote. Costui redigeva un atto nel quale riportava le caratteristiche del caso, dai primi sintomi fino alla scomparsa dell’infermità, e il documento rendeva possibile all’antico malato la reintegrazione nel convivio sociale (cfr. Lv 14, 1-32).

Dunque, il Maestro decise questa misura, sebbene non ci fossero segni visibili di guarigione. La pronta obbedienza dei dieci lebbrosi evidenzia la fede che possedevano in Gesù – frutto certamente di una mozione della grazia, infusa dallo stesso Uomo-Dio – e denota la forte convinzione che Egli li avrebbe guariti durante il percorso. Essendo tutti d’accordo di osservare questa norma, intrapresero il viaggio verso Gerusalemme.

Possiamo congetturare che essi partirono insieme, sperimentando una grande consolazione interiore, poiché Nostro Signore stava creando grazie per alimentare nelle loro anime la fede nella propria guarigione. E ciascuno, secondo la sua credenza e temperamento, avrebbe dimostrato questo in un modo differente dagli altri. Tra loro, uno più silenzioso avrà pensato, chissà, ad una lebbra peggiore di quella del corpo, che era quella del peccato, poiché viveva lontano dalla religione vera… era samaritano. Confidando nella guarigione, meditava sul modo di esser meglio all’altezza del prodigio di cui tra breve sarebbe stato oggetto.

Finalmente, durante il percorso, si resero conto che la lebbra li aveva abbandonati e, senza dubbio, proruppero in grida di gioia. La gravità del male di cui si videro liberi concorre ancor più a certificare la grandezza del miracolo operato. Affrettarono allora il passo per ottenere quanto prima l’attestato di guarigione.

La gratitudine di uno solo

15 Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce; 16 e si gettò ai piedi di Gesù per ringraziarlo. Era un samaritano.

Ci fu uno, tuttavia, che invece di dirigersi verso il Tempio, decise di tornare per ringraziare Gesù, cantando le glorie di Dio e manifestando l’enorme gioia per aver incontrato Uno cui appoggiarsi e seguire. Era quello che aveva contratto non solo la lebbra fisica, ma anche la lebbra dell’anima. Se egli aveva seguito inizialmente gli altri malati per presentarsi al sacerdote, era solo perché costituiva una società con loro, poiché, non essendo israelita, era esente da tale obbligo. Senza dubbio, a partire dal momento in cui furono guariti, la comunità perdeva la sua ragion d’essere e lui diventava agli occhi degli altri uno straniero infedele, un samaritano qualsiasi e, pertanto, odiato e maltrattato dai Giudei.

Vedendo il Signore attorniato da gente, si avvicinò a Lui, aprendo con la sua presenza un vuoto di ripugnanza nel gruppo. Tuttavia, mentre egli avanzava, tutti erano in grado di verificare la sua carnagione completamente modificata, perché indubbiamente, come era accaduto a Naaman – la cui guarigione è narrata dalla prima lettura di questa domenica – “la sua pelle era diventata come quella di un bambino” (II Re 5, 14), bianca, senza alcuna scottatura del sole, dando anche l’impressione di essere un po’ ingrassato. Vedendo il cambiamento, la moltitudine rimase colpita. Avvicinatosi al Divino Maestro, il samaritano si prostrò per terra, in adorazione.

Più ancora del precetto legale di certificare la guarigione, il principale obbligo di tutti era ringraziare Colui che li aveva guariti. Quando Nostro Signore disse “andate a presentarvi ai sacerdoti”, Egli non aveva loro proibito di esprimere riconoscenza al benefattore. Fece loro solo una raccomandazione, non volendo ferire il libero arbitrio dei lebbrosi col rispettare questa facoltà che ci è offerta di scegliere il bene5, né volendo far perdere loro il merito che avrebbero acquisito con la gratitudine. Tuttavia, disdegnando l’opportunità, gli altri nove decisero di procedere in direzione contraria a quella di Gesù. Più ancora, nulla contraddice l’ipotesi che sarebbero ritornati più tardi alla loro vita normale, dimenticandosi completamente di Chi li aveva beneficiati.

Colposa omissione

17 Ma Gesù osservò: “Non sono stati guariti tutti e dieci? E gli altri nove dove sono? 18 Non si è trovato chi tornasse a render gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?” 19 E gli disse: “Alzati e và; la tua fede ti ha salvato”.

Gesù perdona i peccati del lebbroso

La sorpresa manifestata da Nostro Signore aveva un intento formativo su coloro che Lo attorniavano e ci porta a fare la seguente riflessione: dieci furono guariti dalla lebbra in modo miracoloso e, tra questi, nove ritornarono all’ambiente sociale in cui vivevano prima di contrarre l’infermità. Appartenenti all’establishment locale, erano desiderosi di reintegrarsi nell’ambiente mondano e davano più importanza all’ambiente corrotto e nel quale erano stati contagiati dalla lebbra, che al convivio con il Maestro. Questa era la gratitudine del popolo Giudeo, il più favorito tra tutti, una volta che il Messia era venuto in primo luogo per le “pecorelle perdute della casa di Israele” (Mt 15, 24)… Come evidenzia Maldonado, “quelli, in quanto giudei, certamente avrebbero dovuto mostrarsi più grati a Dio, come il loro stesso nome gli ricordava e invece furono i più ingrati; quelli che avevano un motivo speciale per riconoscere e ricevere Cristo come il loro liberatore, che era stato inviato proprio per loro, erano quelli che sembravano conoscerLo meno degli altri”.6

Per loro, l’episodio della guarigione operata da Nostro Signore era cosa passata. Oggi ignoriamo che fine hanno fatto, poiché scomparvero dalla Storia.

Per la mancanza di gratitudine, è rifiutato un miracolo ancora maggiore

Tale ingratitudine in relazione a Dio forse porta all’inferno, poiché può scatenare una grande quantità di altri peccati. “Il primo grado d’ingratitudine”, insegna San Tommaso d’Aquino, “è l’assenza di riconoscenza, il secondo è la dissimulazione, ossia, quasi si nasconde il fatto di aver ricevuto il beneficio e infine il terzo e più grave consiste nel non riconoscere il beneficio, sia per dimenticanza sia in qualsiasi altro modo”.7

È necessario, soprattutto, considerare che, oltre alla lebbra fisica, soffrivano anche di una lebbra morale chiamata mondanità, che li rendeva ciechi di Dio e faceva sì che riponessero la loro felicità nel prestigio sociale. Il Maestro li guarì dalla prima affinché potessero, al momento di tornare e ringraziare, essere guariti dalla seconda. Tuttavia, per l’ingratitudine, accentuarono ancor più la lebbra morale, sebbene fossero liberi da quella fisica. Questo ci deve portare a riflettere sul pericolo di certe relazioni umane che non ci approssimano a Gesù. Può essere che in un determinato momento abbiamo da riconoscerGli qualche dono o favore e, purtroppo, ci dimentichiamo di questo dovere per dar più valore alle amicizie terrene.

Il samaritano è favorito con un altro miracolo prodigioso

All’estremo opposto di questa postura si trova il decimo lebbroso, originario dalla Samaria, regione abitata da un popolo macchiato da secoli d’infedeltà alla vera religione. Una volta recuperata la salute, egli non aveva a chi ricorrere e, percependo il grande bene che gli era stato fatto, seppe cercare la società vera. Egli non chiese il perdono dei suoi peccati, la salvezza o anche l’entrata nel Regno dei Cieli, né supplicò come il Buon Ladrone sulla croce: “Signore, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno” (Lc 23, 42). Però, egli ringraziò e a partire da questo atto di gratitudine, Gesù lo favorì con un miracolo maggiore della guarigione dalla lebbra: il perdono dei peccati.

Quando otteniamo un miracolo e siamo grati, ne otteniamo un altro maggiore di quello richiesto, poiché Dio sa delle nostre necessità. Questo duplice miracolato probabilmente ha seguito Gesù dappertutto e possiamo congetturare che egli sia uno dei santi che oggi popolano il Cielo e godono del convivio con la Santissima Trinità. Gli altri nove, di che sentenza diventarono meritevoli? Non ci è dato conoscere il destino delle anime post-mortem, ma forse sono andati, quanto meno, in Purgatorio, per una simile ingratitudine… Per questo, quanto dobbiamo temere il pericolo arrecato alla vita spirituale da un’atteggiamento simile al loro in relazione ai beni ricevuti dal Salvatore!

III – La lebbra, infermità simbolica

In questo passo, Cristo ci mostra la lebbra come una malattia simbolica, poiché essa distrugge l’organismo e deforma la bellezza del sembiante. Ora, molto peggiore della lebbra fisica è quella spirituale contratta da chi commette un peccato mortale. Se la lebbra fisica provoca il disfacimento del corpo, quella dello spirito infetta l’anima, la rende repellente agli occhi di Dio e fa sì che la persona diventi schiava delle sue cattive tendenze e passioni. Il lebbroso fisico era espulso dalla società mentre quello spirituale è ritirato da una società molto più eccellente, quella divina, con la privazione della grazia santificante, delle virtù, dei doni, di tutto l’organismo soprannaturale e, soprattutto, dell’inabitazione della Santissima Trinità. “La legge dei Giudei considera la lebbra come un’infermità immonda, mentre la Legge del Vangelo non considera immonda la lebbra esteriore, invece sì quella interiore”.8 La lebbra fisica è contagiosa, caratteristica verificata anche in quella dell’anima, poiché la persona che abbraccia le vie del peccato finirà per causare scandali che porteranno altri alla rovina spirituale. Se la lebbra fisica, dopo una vita infelice, portava alla morte, la lebbra del peccato rende amara l’esistenza e conduce a una morte molto più terribile: l’eterna infelicità, nell’inferno. La lebbra fisica raggiunge soltanto il corpo, ma se il malato affronta la situazione con cristiana rassegnazione e spirito soprannaturale progredirà nella virtù, potendo arrivare a esser santo. Il peccato, sebbene possa esser commesso senza sufficiente nozione della gravità delle sue conseguenze, distrugge la vita divina nell’anima, che è la sua maggiore bellezza, danno molto peggiore che distruggere la bellezza del corpo e la salute.

La scena si ripete nel corso della Storia

Gesù continua ad operare lo stesso miracolo fatto a questi dieci lebbrosi

Il miracolo operato da Nostro Signore, guarendo i dieci lebbrosi, Egli continua a realizzarlo in ogni istante in favore di qualsiasi peccatore che, pentito, venga a supplicare il suo perdono. Egli esige soltanto che si obbedisca alla stessa raccomandazione data ai lebbrosi: presentarsi al sacerdote. Questa prescrizione legale non sarebbe che una prefigurazione dell’assoluzione sacramentale, istituita dal Signore Gesù, per la quale le nostre anime sono purificate dalla lebbra del peccato. Il Vangelo di oggi ci suggerisce un’attualissima applicazione. Non abbiamo una lebbra fisica, però, non sempre possiamo dire che siamo esenti dalla lebbra spirituale. E in quante occasioni siamo stati beneficiati più dei dieci lebbrosi… E’ necessario, dunque, non agire come i nove ingrati, ma imitare l’esempio del samaritano: tornare per ringraziare il Signore per averci guarito tante volte alla lebbra interiore, a cominciare dalla maledizione del peccato originale, anch’esso da Lui abolito.

La pratica della vera gratitudine

Intanto, quanto rara è la virtù della gratitudine! Molte volte essa si pratica solo per educazione e con mere parole. Tuttavia, per esser autentica, è necessario che essa trabocchi dal cuore con sincerità. Purtroppo, afferma il Prof. Plinio Corrêa de Oliveira, “la virtù della gratitudine è intesa oggi in un modo contabile. Di modo che, se uno mi fa un beneficio, io devo rispondere, contabilisticamente, con una porzione di gratitudine uguale al beneficio ricevuto. C’è, pertanto, una specie di pagamento: un favore si paga mediante l’affetto, proprio come la mercanzia si paga mediante il denaro. Allora, io ho ricevuto un favore e devo strappare da dentro la mia anima un sentimento di gratitudine. Non ho più debiti, provo sollievo, sono libero da obblighi”.9 Questa è una forma pagana, materialista, di concepire la gratitudine. Ben differente è questa virtù quando impregnata di spirito cattolico.

“La gratitudine è, in primo luogo, il riconoscimento del valore del beneficio ricevuto. In secondo luogo, è il riconoscimento che noi non meritiamo quel beneficio. E, in terzo luogo, è il desiderio di dedicarci a chi ci ha fatto il servizio in proporzione al servizio prestato e, più ancora, della dedizione dimostrata in relazione a noi. Come diceva Santa Teresina, ‘amore solo con amore si paga’. O la persona paga dedizione con dedizione o non ha pagato. […] In questa prospettiva, la gratitudine delle nostre anime al beneficio che la Madonna ci ha fatto, consentendo alla morte del suo Divino Figlio e accettando i dolori che ha sofferto affinché fossimo riscattati, […] deve esser immensa e deve portarci a volerLa servire con una dedizione analoga”.10

Ora, oltre a darci la vita umana, Dio ci concede l’inestimabile tesoro della partecipazione alla sua vita divina col Battesimo e, più ancora, ci dà costantemente la possibilità di recuperare questo stato quando viene perduto col peccato, bastando per questo il nostro pentimento e la confessione sacramentale. Soprattutto Si dà Se stesso in Corpo, Sangue, Anima e Divinità come alimento spirituale per trasformarci in Lui, santificandoci in maniera da garantirci una resurrezione gloriosa e la vita eterna. Egli ci ha lasciato sua Madre come Mediatrice, a occuparsi del genero umano con tutto l’affetto e premura. I benefici che Dio ci concede sono, così, incommensurabili! Quale non deve essere, dunque, la nostra gratitudine verso Nostro Signore e sua Madre Santissima? Abbracciare con entusiasmo e abnegazione la santità e combattere con sempre crescente dedizione per l’espansione della gloria di Dio e della Vergine Santissima sulla Terra, ecco il miglior mezzo di corrispondere all’infinito amore del Sacro Cuore di Gesù, che è versato su di noi a fiumi, dal nascere del sole fino al suo occaso.

1) Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO. Somma Teologica. 
I, q.90, a.3; a.4, ad 1.

2) COLUNGA, OP, Alberto; GARCIA CORDERO, OP, Maximiliano. 
Biblia comentada. Pentateuco. Madrid: BAC, 1960, t.I, p.688.

3) Cfr. LAGRANGE, OP, Marie-Joseph. Évangile selon Saint Marc.
5.ed. Paris: J.Gabalda, 1929, p.29.

4) COLUNGA; GARCIA CORDERO, op. cit., p.685.

5) Cfr. SANT’AGOSTINO. De Civitate Dei. L.XIV, c.11, n.1 
In: Obras. Madrid: BAC,1958, v.XVI-XVII, p.951.

6) MALDONADO, SJ, Juan de. Comentarios a los Cuatro Evangelios. 
Evangelios de San Marcos y San Lucas. Madrid: BAC, 1951, 
v.II. p.728.

7) SAN TOMMASO D’AQUINO, op. cit., II-II, q.107, a.2.

8) TITO BOSTRENSE, apud SAN TOMMASO D’AQUINO. 
Catena Aurea. In Lucam, c.XVII, v.11-19.

9) CORRÊA DE OLIVEIRA, Plinio. Conferenza. 
São Paulo, 1 giu. 1974.

10) Idem, 27 dic. 1974.

Estratto dalla collezione“L’inedito sui Vangeli”diMons. João Scognamiglio Clá Dias, EP.

Il tesoro più prezioso!

Bartolo Longo, da ‘sacerdote’ spiritista ad apostolo del Rosario

Il Beato Bartolo Longo nacque a Latiano (Br) il 10 Febbraio 1841, dal dott. Bartolomeo e da Antonia Luparelli. Presto si manifestarono le sue qualità naturali: ingegno vivace e carattere ardente. Fu perciò festante, burlone, sbarazzino. A sei anni fu accolto dai Padri Scolopi nel loro Collegio di Francavilla Fontana. Continuò i suoi studi a Lecce e a Napoli, dove conseguì la laurea in giurisprudenza nel 1864. All’università, follemente aperta alla moda anticristiana del tempo, Bartolo si trovò impigliato in una rete di superstizione e spiritismo fino ad essere consacrato “sacerdote dello spirito”. Piangerà con amarezza questa alienazione giovanile. Nei piani della Provvidenza questa “caduta” servì per una riscoperta definitiva della fede e del bene. L’amico Prof. Vincenzo Pepe ed il dotto domenicano P. Alberto Radente furono gli angeli inviati da Dio sul suo cammino. Il suo ritorno fu generoso e completo. Abbandonò la vita forense, dedicandosi alle opere di carità e allo studio della religione. Per questo motivo rinunciò anche a vantaggiose proposte di matrimonio. Ma la missione di Bartolo Longo non doveva esaurirsi così. Nel 1872 si trovò a Pompei per motivi di lavoro, avendogli la Contessa De Fusco affidato l’amministrazione delle sue proprietà. Fu subito colpito ed impietosito dalla miseria umana e religiosa dei pochi contadini. Per divina ispirazione, decise di dedicarsi all’insegnamento del catechismo ed alla diffusione del Rosario. Nel 1876, su suggerimento del Vescovo di Nola, Mons. Formisano, iniziò a questuare “un soldo al mese” per costruire un tempio a Pompei. I prodigi operati per intercessione della Vergine, la cui Immagine del Rosario era stata posta nell’erigenda chiesa, attirarono tanta gente ed offerte per cui s’innalzò un solenne tempio ed un prezioso trono alla Madonna. Ed accanto ad esso, degna cornice, sorse una città mariana arricchita da veri monumenti della carità, quali sono i numerosi Istituti. Cinquanta anni di lavoro instancabile, intelligente, ardente produssero “il miracolo di Pompei”. Migliaia di bambini sono aiutati dalla carità fraterna: milioni di persone pregano, aiutate dagli scritti di B. Longo; milioni si ristorano ai piedi della Vergine nel loro pellegrinaggio terreno. Collaboratrice generosa, forte ed ardente fu la Contessa De Fusco, che andò sposa all’Avvocato, per consiglio di amici e superiori, nel 1885. Gli fu sempre accanto fino al 9 febbraio 1924, quando morì a 88 anni compiuti. Bartolo Longo visse ancora due anni tra amarezze morali e sofferenze fisiche. Si addormentò nel Signore il 5 ottobre 1926. Il 7 maggio 1934 iniziò il processo canonico per la beatificazione. Il 28 febbraio 1947 la Sacra Congregazione dei Riti emise il decreto di introduzione della Causa del Servo di Dio. Il 26 ottobre 1980, a Roma, Bartolo Longo venne proclamato Beato dal Papa Giovanni Paolo II. 

La vocazione ad Apostolo del Rosario
(da Beato Bartolo Longo, Storia del Santuario di Pompei, Pompei, 1981 (riproduzione anastatica dell’ed. 1954), pp. 57-59) 

«Lettor mio, ti sei mai trovato con l’animo involto in un nuvolo di pensieri neri, tristi, che apportano noia, abbattimento desolazione? Tu allora puoi comprendermi. Uscito appena dalla selva oscura degli orrori, in cui mi ero smarrito come cultore del Magnetismo e dello Spiritismo, l’animo mio non trovava più pace. A trentatré anni, lotte incessanti, aspre, implacabili con Satana, che suscitava furiose tempeste, mi avevano atterrato e costretto a mordere quel fango, dal quale la superba cervice soleva orgogliosamente insorgere contro Dio. E Dio a tal punto mi aspettava, affinché dove abbondava la iniquità ivi sovrabbondasse la misericordia. Un abisso chiamava un altro abisso. Iddio è paziente e longanime, perché è forte: essendo onnipotente non si adira, né si vendica, perché tutto a lui è sottoposto. È dolce, di sua natura buono, cioè diffusivo di sue ricchezze, ma per nostre colpe giusto nel punire. Aspetta l’uomo a penitenza: ma poi lo condanna, se ostinato. O grande Iddio! Chi ti mosse allora ad aspettarmi, sì lungo tempo lontano da te; se non la bontà tua essenziale, poiché tutte le tue vie si riducono alla Misericordia ed alla Verità. Alle mie ribellioni tu opponesti una infinita pazienza: ai miei allontanamenti, una dolcissima benignità: alle offese contro di te rivolte, i sospiri del tuo Cuore compassionevole, vivo, generoso e paterno. Alle mie infelici cadute finalmente stendesti la mano del soccorso. Tu vedesti la mia umiliazione e le mie pene, ed allora ebbe trionfo la tua misericordia, giacché nelle umiliazioni tu ergi le montagne della tua grazia. Ed il primo frutto di tua grazia fu l’ispirarmi un desiderio ardente, irrefrenabile, insaziabile di te, verità, luce, cibo, pace dell’uomo, tua creatura. L’anima mia, adunque, cercava violentemente Iddio. Dio solo poteva, come unico centro, fissare l’intelletto fluttuante in un pelago di errori; Dio solo poteva saziare le inique voglie di un cuore dilacerato da tante e focosissime passioni. Un giorno, correva l’ottobre del 1872, la procella dell’animo mi bruciava il cuore più che ogni altra volta, e mi infondeva una tristezza cupa e poco men che disperata. Uscii dal casino De Fusco, e mi posi con passo frettoloso a camminare per la valle [di Pompei, ndr] senza saper dove. E così andando, pervenni al luogo più selvaggio di queste contrade, che i contadini chiamano Arpaja, quasi abitacolo delle Arpie. Tutto era avvolto in quiete profonda. Volse gli occhi in giro: nessun’ombra di anima viva. Allora mi arrestai di botto. Sentivami scoppiare il cuore. In cotanta tenebria di animo una voce amica pareva mi sussurrasse all’orecchio quelle parole, che io stesso aveva letto, e che di frequente ripetevami il santo amico dell’anima mia ora defunto: – Se cerchi salvezza, propaga il Rosario. È promessa di Maria. Chi propaga il Rosario è salvo! – Questo pensiero fu come un baleno che rompe il buio di una notte tempestosa. Satana, che mi teneva avvinto come sua preda, intravide la sua sconfitta e più mi costrinse nelle sue spire infernali. Era l’ultima lotta, disperata lotta. Con l’audacia della disperazione lo sollevai la faccia e le mani al Cielo, e rivolto alla Vergine celeste: – Se è vero – gridai – che Tu hai promesso a San Domenico, che chi propaga il Rosario si salva; io mi salverò, perché non uscirò da questa terra di Pompei senza aver qui propagato il tuo Rosario. Niuno rispose: silenzio di tomba mi avvolgeva dintorno. Ma da una calma che repentinamente successe alla tempesta nell’animo mio, inferii che forse quel grido di ambascia sarebbe un giorno esaudito. Una lontana eco di campana di campana giunse ai miei orecchi, e mi scosse: sonava l’Angelus del mezzodì. Mi prostrai e articolai la prece che in quell’ora un mondo di fedeli volge a Maria».

La missione
(da B. Longo, op. cit., p 377 )

«L’opera santa di Pompei non è solo un atto di fede e di amore cristiano, ma è eziandio la espressione vera del Cattolicesimo, il quale non è Italiano, né Europeo, ma universale. E qui non solo abbiamo in animo di elevare un Tempio, ma ancora un Asilo d’infanzia ed una Scuola cattolica. In tal modo si conseguirà un doppio intendimento. Cioè: 1° di contrapporre una riparazione nazionale agli oltraggi che i protestanti e gl’increduli fan pubblicamente alla nostra Religione ed alla Vergine Madre di Dio in questa Italia, che è sede del Papato, ossia fonte di verace civiltà; 2° di sottrarre all’ignoranza ed all’abbrutimento migliaia di nostri fratelli quali sono i poveri ed abbandonati contadini che vivono dispersi per la Valle nel campo pompeiano».

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