I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia

L’Eucaristia, l’Immacolata e il Sommo Pontefice!

Santa Scolastica anima d’amore!

La storia di Santa Scolastica ha un stretto legame con quello che, per i disegni della Provvidenza è nato per la vita, il grande San Benedetto, suo fratello gemello e padre del monachesimo occidentale, a chi ha amato di tutto il suo cuore.

Quando Nostro Signore è venuto nel mondo, ci ha portato un nuovo comandamento: “Come Io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (Gv 13,34). Questo amore portato alle ultime conseguenze ci ha propiziato la Redenzione. E un rapporto umano regolato e ben condotto deve seguire l´esempio del Divino Maestro. Il vero amore del prossimo è quello che si nutre di altri per l´amore a Dio e che ha il Creatore come il centro, mirando alla santità di quei che amiamo. Già Santo Agostino ha insegnato che ci sono solo due amori: o si ama a sé stesso fino all´oblio di Dio, o si ama a Dio fino alla dimenticanza di sé stesso.santa_escolastica.jpg

Così era Santa Scolastica, un´anima innocente e piena d´amore a Dio, dal quale poco si sa, ma lei quando si è aperta alla sua grazia ha acquisito eccezionale forza d´animo ed è riuscita a raggiungere l´onore dell´ altare. La sua storia ha un legame stretto a quello che per i disegni della Provvidenza è nato insieme a lei, il grande San Benedetto, suo fratello gemello e padre del monachesimo occidentale, che amava con tutto il cuore.

Benedetto e Scolastica sono nati a Norcia, in Umbria, regione d´Italia situata ai piedi degli Appenini, nell´anno 480. Insieme al fratello, ha avuto una buonissima educazione. Insieme ai genitori, cattolici e timorati di Dio, sono stati una delle famiglie più illustri di quelle montagne. Scolastica era un modello di fanciulla cristiana, molto pia, virtuosa, coltivava la preghiera e era nemica dello spirito mondano e delle vanità.

Camminava sempre all´unisono con suo fratello Benedetto, uniti già prima della nascita e gemelli anche nell´anima. Con la morte dei genitori, Scolastica ha vissuto più raccolta a casa sua. Quando viene a sapere che il fratello aveva lasciato il deserto di Subiaco e aveva fondato il famoso monastero di Monte Cassino, Scolastica ha deciso di professare anche lei la perfezione evangelica, distribuendo tutti i suoi beni ai poveri e partendo insieme a una cameriera all´incontro del fratello.

Quando lo ha trovato, gli ha spiegato le sue intenzioni di passare il resto della vita in solitudine come lui, e gli ha pregato perché fosse il suo padre spirituale, le prescrivendo le regole che dovrebbe seguire per il miglioramento della sua anima. San Benedetto, conoscendo già la vocazione della sorella ha accettato la sua richiesta e ha mandato costruire a Scolastica e alla sua cameriera una cella non molto lontana dal monastero, dando a lei praticamente le stesse regole che ai suoi monaci.

La fama di questa nuova santa eremita cresceva e, poco a poco si sono unite a lei altre giovane che si sentivano chiamate alla vita monastica e che dovevano obbedire a Santa Scolastica e a San Benedetto, dando origine così a un nuovo Ordine Femminile, che più tardi è diventata conosciuta come L´Ordine delle Benedittine, che ha avuto circa 14 mila conventi sparsi in tutto l´Occidente.

Ogni anno, qualche giorno prima della Quaresima, Benedetto e Scolastica restavano a metà del percorso per i due conventi, in una piccola casa che esisteva lì per questo fine. Loro trascorrevano la giornata tra colloqui spirituali e poi tornavano a incontrarsi solo l´anno successivo. Uno dei capitoli del libro “Dialoghi”, di San Gregorio Magno ha aiutato a salvare dell´oblio il nome di questa importante santa, che ha un posto d´onore tra le vergine consacrate. Il grande Papa narra con semplicità l´ultimo incontro tra San Benedetto e Santa Scolastica, nei quali l´innocenza e l´amore hanno vinto la propria ragione.

Era il primo giovedì della Quaresima dell´anno 547. San Benedetto era andato a vedere sua sorella alla piccola casa come d´abitudine. Hanno passato tutta la giornata insieme. Al tramonto, San Benedetto si è alzato, deciso a tornare al suo monastero, e poi tornerebbe a vedere la sorella solo nel prossimo anno. Sentendo però che la sua morte arriverebbe presto, Santa Scolastica ha chiesto al fratello che passasse la notte lì e che non interrompesse il così benedetto incontro tra di loro. E il fratello le a risposto:

“Cosa dice ? Lei non sa che non posso passare la notte fuori la clausura?”

Scolastica niente ha detto. Ha soltanto abbassato la testa e, nell´innocenza del suo cuore, ha chiesto a Dio che le concedesse la grazia di essere un po´di più insieme al fratello e padre spirituale, a chi tanto amava. Quindi, nello stesso momento il cielo si è offuscato. Lampi e tuoni riempivano il cielo di luci e frastuoni. La pioggia ha cominciato a cadere intensamente e era impossibile salire sul Monte Cassino in quelle condizioni. Scolastica ha appena chiesto a suo fratello:

“E allora, non deve uscire ?”sao_bento_e_santa_escolastica.jpg

San Benedetto essendo accorto di quello che era successo le ha domandato:

“Cosa ha fatto, sorella mia? Dio la perdoni per questo…”

“Io Le ho fatto una richiesta e Lei non ha voluto accoglierla. Ho pregato a Dio e Lui mi ha sentito”, ha risposto la candida vergine.

Allora, loro hanno trascorso quella notte in santa convivenza, e poi il santo fondatore ha potuto ritornare al suo monastero così si è fatto giorno. Infatti, si è confermato il presentimento di Scolastica e lei ha consegnato la sua anima a Dio appena tre giorni dopo di quel bell´avvenimento. San Benedetto ha visto, dalla finestra della sua cella, l´anima di Scolastica salire al cielo sotto la forma di una colomba bianca, simbolo dell´innocenza che lei ha sempre avuto. Il suo corpo è stato portato al monastero e lì sepolto nel tumulo prevviamente preparato. Pochi mesi dopo anche San Benedetto ha consegnato la sua anima a Dio. Sono stati per sempre uniti nella morte quei due fratelli, che in vita si erano uniti per la vocazione.

Trattando questo avvenimento della vita dei due santi, San Gregorio ha detto che il procedimento di Santa Scolastica è stato giusto, e Dio ha voluto dimostrare la forza dell´anima di una innocente, che ha messo l´amore a Dio sopra le proprie ragioni o regole. Secondo San Giovanni, “Dio è amore” (Gv 4,7) e non c´è da meravigliarsi che Santa Scolastica sia stata più potente del suo fratello, nella forza della sua preghiera piena d´amore. “Ha potuto di più chi ha amato di più”, ci insegna San Gregorio. Dunque, in quella singolare contenda l´amore ha superato la ragione.

Chiediamo a Santa Scolastica la grazia del restauro della nostra innocenza battesimale, perché cresca l´amore di Dio nella nostra anima e perché possiamo avere la forza spirituale per dire con tutta la proprietà le parole di San Paolo: “Tutto posso in Colui che mi conforta” (Fil 4,13)

Santa Scolastica

La sorella di san Benedetto è invocata contro le tempeste e i fulmini perché fu l’unica, per quanto ne sappiamo, a tenere in scacco l’amatissimo fratello con il celebre miracolo narrato nei Dialoghi di san Gregorio Magno…

La sorella di san Benedetto è invocata contro le tempeste e i fulmini perché fu l’unica, per quanto ne sappiamo, a tenere in scacco l’amatissimo fratello con il celebre miracolo narrato nei Dialoghi di san Gregorio Magno (540-604), da cui si ricavano gran parte delle informazioni sulla sua vita. In base a una tradizione che risale al IX secolo circa, santa Scolastica da Norcia (480-547) e Benedetto erano addirittura gemelli e la madre Abbondanza Claudia – sposa di Eutropio, un discendente della gens Anicia – morì dopo averli partoriti.

Scolastica si consacrò al Signore già da fanciulla, come in perfetta comunione spirituale con il fratello, che era stato mandato a Roma per compiere gli studi letterari ma era rimasto talmente sconvolto dalle dissolutezze del mondo da abbandonare prestissimo quella strada e scegliere decisamente la vita religiosa. Molti anni dopo, quando il fratello lasciò Subiaco e si diresse verso Cassino, la santa fondò un monastero a pochi chilometri di distanza dal luogo in cui Benedetto aveva già fondato l’Abbazia di Montecassino. Assieme alle consorelle seguì la Regola benedettina e si tramanda che una delle maggiori raccomandazioni di Scolastica era l’osservanza del silenzio, specialmente con persone estranee al monastero. Così diceva: «Tacete, o parlate di Dio, poiché quale cosa in questo mondo è tanto degna da doverne parlare?».

Una volta all’anno, come ci informa san Gregorio, Scolastica e Benedetto si incontravano a metà strada in un casolare di proprietà dei monaci, scambiandosi esperienze della loro ricchissima vita spirituale. Un giorno, tra lodi a Dio e santi colloqui, l’incontro tra i due si prolungò più del consueto e, quando già l’ora si era fatta tarda, la santa pregò il fratello di rimanere con lei fino al mattino «a pregustare, con le nostre conversazioni, le gioie del cielo». Al rifiuto di Benedetto, che non voleva mancare alla Regola pernottando fuori dal monastero, Scolastica chinò il capo, poggiandolo sulle mani conserte sopra il tavolo, e si immerse in una profonda orazione. Nell’istante in cui la religiosa risollevò la testa, non solo il tavolo appariva ricoperto da un fiume di lacrime ma nel cielo, da sereno che era, si scatenò un tale diluvio, con tuoni e lampi, che né Benedetto né i suoi discepoli osarono mettere un piede fuori dal casolare.

Il santo si lamentò e chiese conto del prodigio: «Che Dio onnipotente ti perdoni, sorella benedetta. Ma che hai fatto?». E Scolastica: «Vedi, ho pregato te e non mi hai voluto dare retta; ho pregato il mio Signore e Lui mi ha ascoltato». Rimasero così insieme a vegliare tutta la notte, rallegrando le loro anime con discorsi sui beni del Paradiso. Commentò san Gregorio: «Poté di più, colei che più amò». Fu quello il loro ultimo incontro terreno. Quattro giorni dopo Benedetto, raccolto in preghiera nella sua cella, vide l’anima gloriosa di Scolastica elevarsi in cielo sotto forma di una colomba. Ripieno di gioia, lodò Dio e chiese ai confratelli di recuperare il corpo della sorella per seppellirlo nel sepolcro che si era preparato per sé. Era il 10 febbraio. Quaranta giorni più tardi anche il santo morì. «Avvenne così – si legge ancora nei Dialoghi – che neppure la tomba poté separare quelle due anime, la cui mente era stata un’anima sola in Dio».

Santa Giuseppina Bachita

Fin dai tempi più remoti, i popoli antichi, immersi nella barbarie e nel paganesimo dopo il disastro della Torre di Babele, praticavano la schiavitù. Se una nazione trionfava sull’altra nella guerra, gli sconfitti erano incarcerati e condannati all’umiliante servitù. Perfino nell’Impero Romano, così civilizzato da molti punti di vista, gli schiavi avevano lo status giuridico di “cosa” (res), sulla quale il diritto conferiva ai nobili il potere di vita e di morte.

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La Chiesa unisce l’umanità

È stata la Chiesa Cattolica che, come madre generosa, ha poco a poco reso più soave il duro giogo imposto dalla crudeltà, insegnando ovunque l’ “Amatevi l’un l’altro” (Gv 13,34), il nono comandamento di Gesù ed ha condotto le relazioni umane ad un equilibrio cristiano. Predicando l’esistenza di un’anima razionale e immortale, elevata alla partecipazione della vita divina attraverso il Battesimo, la dottrina cattolica innalza tutti alla dignità alla quale sono chiamati.

Lungi dall’abolire le diversità che derivano dalla missione e dai doni che il Creatore affida ad ogni anima in particolare, la Chiesa invita gli uomini a un rapporto di reciproco rispetto: di gioiosa sottomissione degli inferiori nei confronti dei superiori, vedendo in loro un riflesso dello stesso Dio e di affettuosa protezione di questi ultimi sui primi.

Già nel I secolo, il grande San Paolo scriveva agli Efesini una sintesi di questo stato d’animo: “Schiavi, obbedite ai vostri padroni secondo la carne con timore e tremore, con semplicità di spirito, come a Cristo, […] Anche voi, padroni, comportatevi allo stesso modo verso di loro, mettendo da parte le minacce, sapendo che per loro come per voi c’è un solo Signore nel cielo, e che non v’è preferenza di persone presso di lui.” (Ef 6, 5-9)»Torna in alto

Anime modello

Tuttavia, considerato l’orgoglio del cuore umano, nel corso della Storia, le ammonizioni dell’Apostolo delle genti e di tanti altri santi e predicatori, molte volte non sono state ascoltate, sia dai grandi che dai piccoli. Da qui derivano la tirannia da parte di alcuni e le ribellioni da parte di altri, causa di guerre e dissensi il cui racconto ci fa tremare di orrore.

Dio, però, ha suscitato innumerevoli uomini e donne che non solo hanno ascoltato la Sua Parola, ma hanno saputo metterla in pratica, facendosi modelli di tale portata da essere imitati dagli altri. Tutti loro, ognuno a proprio modo e secondo la propria specifica vocazione, hanno compreso a fondo la legge dell’Amore portata dal Signore e ad essa hanno conformato le loro vite.

Così è stato per la giovane schiava sudanese Giuseppina Bakhita, la cui docilità d’animo è stata tanto gradita agli occhi di Dio da portarla all’onore degli altari.»Torna in alto

Le vie dell’obbedienza

Dotata di un carattere docile e sottomesso, con una marcata propensione a compiere il bene agli altri, la piccola discendente della tribù dei Dagiu ha mostrato, fin dalla più tenera infanzia, di essere una prediletta di Dio.

Una volta, trovandosi con un’amica nelle vicinanze del suo villaggio, situato nella regione del Darfur, nell’ ovest del Sudan, Bakhita si imbatté in due uomini, comparsi all’improvviso da dietro un recinto. Uno di loro le chiese di andare a prendere un pacco che si era dimenticato nel bosco vicino, dicendo nel contempo alla sua compagna che poteva continuare il suo cammino e che sarebbe stata raggiunta più tardi. “Io non dubitavo di nulla, ho obbedito subito, come facevo sempre con mia madre” — ha raccontato.1

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Protetti dalla foresta e lontani da ogni possibile testimone importuno, i due estranei afferrarono la bambina portandola a forza con loro, sotto la minaccia di un pugnale. La sua ingenuità, comprensibile visti i suoi otto anni, le era costata cara.

Tuttavia, erano proprio queste le misteriose vie della Provvidenza, grazie alle quali si sarebbero realizzati i disegni di Dio nei suoi confronti. Se Bakhita fosse stata una bambina ribelle o capricciosa, non c’è dubbio che non avrebbe accettato così volentieri di fare il favore a quell’estraneo. Avrebbe accelerato il passo e, in compagnia dell’amica, avrebbe raggiunto l’abitato, dove la presenza dei suoi genitori e fratelli avrebbe impedito agli sconosciuti di farle alcun male.

La sua vita sarebbe continuata nella normalità del convivenza familiare, tra faccende domestiche e pratiche rituali del culto animista che professavano i suoi parenti. Probabilmente non avrebbe mai conosciuto la Fede Cattolica, e sarebbe rimasta nelle tenebre del paganesimo.»Torna in alto

Una schiavitù provvidenziale

Spinta violentemente dai suoi rapitori, Bakhita fu condotta ad una crudele e dolorosa schiavitù. Nonostante ancora lo ignorasse, stava facendo i primi passi che l’avrebbero portata, attraverso atroci sofferenze, alla vera libertà di spirito e all’incontro col grande Signore che già amava, prima di conoscerLo.

Si, fin dalla prima infanzia, Bakhita si dilettava a contemplare il sole, la luna, le stelle e le bellezza della natura, chiedendosi meravigliata: “Chi è il padrone di tutte queste cose così belle? E sentiva una grande voglia di vederlo, di conoscerlo, di rendergli omaggio”.

Insegna San Tommaso d’Aquino che “una persona può raggiungere l’effetto del Battesimo grazie alla forza dello Spirito Santo, senza Battesimo d’acqua e perfino senza Battesimo di sangue, quando il suo cuore è mosso dallo Spirito Santo a credere e amare Dio e a pentirsi dei suoi peccati”.2 È ciò che si chiama Battesimo “di desiderio” o “di penitenza”. Appoggiandoci su questa dottrina, possiamo supporre che nell’anima piena di ammirazione della schiava sudanese brillasse la luce della grazia santificante, molto prima che lei ricevesse il Battesimo sacramentale.

Per Bakhita, tuttavia, era appena cominciata la terribile serie di patimenti che si sarebbe prolungata per dieci anni. Tale fu lo choc prodotto nel suo spirito dalla violenza del sequestro da farle dimenticare perfino il proprio nome. Così, quando fu interrogata dai banditi, non fu in grado di pronunciare neanche una parola. Allora uno di loro le ha detto: “Molto bene. Ti chiameremo Bakhita”. Nella sua voce c’era un accento ironico, dato che questo nome, in arabo, significa “fortunata”.»Torna in alto

Patimenti durante la prigionia

Giunti in un abitato, Bakhita venne introdotta in una capanna miserevole e rinchiusa in una stanza stretta e buia, dove rimase per un mese. “Quanto ho sofferto in quel luogo, non si può dire a parole”, avrebbe scritto più tardi. Alla fine, dopo quei giorni nei quali la porta si apriva solo per lasciar passare un misero pasto, la prigioniera poté uscire, non per essere messa in libertà, ma per essere consegnata al trafficante di schiavi che l’aveva appena acquistata.

Bakhita sarebbe stata venduta per altre cinque volte consecutive, ai più svariati padroni, esposta nei mercati, incatenata ai piedi da pesanti catene e obbligata a lavorare senza tregua per soddisfare i capricci dei suoi padroni. Messa a servizio della madre e della moglie di un generale, la giovane schiava affrontò i peggiori anni della sua esistenza, come lei stessa descrive: “Le sferzate si abbattevano su di noi senza misericordia, in modo che nei tre anni che fui al loro servizio, non mi ricordo di aver passato un solo giorno senza ferite, perché non ero ancora guarita dai colpi ricevuti che altri ne ricevevo ancora, senza saperne il motivo. […] Quanti maltrattamenti ricevono gli schiavi senza alcuna ragione! […] Quante mie compagne di sventura sono morte per le percosse subite!”.

Oltre a questi e ad altri tormenti, le fecero un tatuaggio che la obbligò a rimanere immobile sulla sua stuoia per oltre un mese. Bakhita fu segnata per sempre da 144 cicatrici, oltre che da un lieve difetto nel camminare.

Una volta, interrogata sulla veridicità di tutto quanto aveva descritto, affermò di aver omesso nei suoi racconti i dettagli veramente più spaventosi, visti solo da Dio e impossibili da essere detti o scritti. La mano del Signore non la abbandonò neppure un istante. Anche nei peggiori momenti, Bakhita sentiva dentro di sé una forza misteriosa che la sorreggeva, che la spingeva a comportarsi con docilità e obbedienza, senza mai cedere alla disperazione.»Torna in alto

Protezione amorosa di Dio

Anni dopo, gettando uno sguardo sul suo passato, avrebbe riconosciuto l’intervento divino nelle vicende della sua vita: “Posso dire veramente che non sono morta per un miracolo del Signore, che mi destinava a cose migliori”. E a Lui manifestava la sua gratitudine: “Se io rimanessi in ginocchio la vita intera, non direi, mai, a sufficienza, tutta la mia gratitudine al buon Dio”.

Una prova della protezione amorosa di Dio, fin dall’infanzia, è data dallo stato di castità e dalla preservazione dell’anima che conservò, pur sottoposta a innumerevoli torture. “Io sono stata sempre in mezzo al fango, ma non mi sono sporcata. […] La Madonna mi ha protetto, anche se non La conoscevo. […] In varie occasioni mi sono sentita protetta da un essere superiore”.»Torna in alto

Il trasferimento in Italia

Nel 1882, il generale che l’aveva comprata dovette far ritorno in Turchia, suo paese natale, perciò mise in vendita i suoi numerosi schiavi. Bakhita, facendo giustizia al suo nome, risvegliò subito la simpatia del console italiano Calisto Legnani, dal quale fu acquistata. “Questa volta sono stata veramente fortunata, perché il nuovo padrone era molto buono e ha cominciato a volermi tanto bene”.

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Sebbene non risulti che il console avesse in qualche modo agito per iniziare alla Fede la giovane schiava, gli anni in cui questa visse a casa sua, furono il periodo dell’aurora dell’incontro con la Chiesa. Da cattolico che era, Legnani trattò Bakhita con bontà. Non esistevano castighi, botte, e nemmeno rimproveri, così lei poté godere della dolcezza domestica delle relazioni tra coloro che cercano di compiere i comandamenti della carità cristiana.

Di fronte all’avanzata di una rivoluzione nazionalista nel Sudan, Calisto Legnani dovette far ritorno in Italia. Su richiesta di Bakhita, la portò con sé. Appena giunti a Genova, il console cedette la giovane sudanese ai signori Michieli, amici suoi, che abitavano a Mirano, nel Veneto, avendo come compito speciale la cura della figlia, la piccola Mimina.»Torna in alto

L’incontro col suo vero Padrone e Signore

Un giorno, Bakhita ricevette da un amabile signore, che si era interessato a lei, un bel crocifisso d’argento: “Mi spiegò che Gesù Cristo, Figlio di Dio, era morto per noi. Io non sapevo chi fosse […]. Ricordo che di nascosto lo guardavo e sentivo una cosa in me che non so spiegare”. Poco a poco, la grazia lavorava l’anima sensibile della ex-schiava africana, aprendola alle realtà soprannaturali che non conosceva.

Nella sua Enciclica Spe Salvi, il Santo Padre Benedetto XVI così descrive il miracolo che si operò nell’intimo di Bakhita: “Dopo ‘padroni’ così terribili di cui fino a quel momento era stata proprietà, Bakhita venne a conoscere un ‘padrone’ totalmente diverso – nel dialetto veneziano, che ora aveva imparato, chiamava ‘paron’ il Dio vivente, il Dio di Gesù Cristo. Fino ad allora aveva conosciuto solo padroni che la disprezzavano e la maltrattavano o, nel caso migliore, la consideravano una schiava utile. Ora, però, sentiva dire che esiste un ‘paron’ al di sopra di tutti i padroni, il Signore di tutti i signori, e che questo Signore è buono, la bontà in persona. Veniva a sapere che questo Signore conosceva anche lei, aveva creato anche lei – anzi, che Egli la amava. Anche lei era amata, e proprio dal ‘Paron’ supremo, davanti al quale tutti gli altri padroni sono essi stessi soltanto miseri servi. Lei era conosciuta e amata ed era attesa. Anzi, questo Padrone aveva affrontato in prima persona il destino di essere picchiato e ora la aspettava « alla destra di Dio Padre»”.3»Torna in alto

Un’inattesa decisione piena di coraggio

Altre sofferenze attendevano Bakhita, sebbene di ordine molto diverso da quelle sopportate in precedenza: Dio le avrebbe chiesto una prova della sua dedizione, della sua rinuncia a tutto, per amore di Lui, offerta con libera e spontanea volontà.

Quando, ormai istruita nella Religione Cattolica dalle Suore Canossiane di Venezia, si preparava a ricevere il Battesimo, la sua padrona volle portarla di nuovo in Sudan, dove la famiglia Michieli aveva deciso di stabilirsi definitivamente. Malgrado il carattere docile e sottomesso, abituata a considerarsi proprietà dei suoi padroni, rivelò in quell’occasione, un coraggio ancora sconosciuto anche da quelli che la conoscevano meglio. Temendo di mettere a rischio la sua perseveranza, si rifiutò di seguire la sua signora.

Le promesse di una vita facile, la prospettiva di rivedere la sua patria, il profondo attaccamento a Mimina e la gratitudine ai suoi padroni, niente di tutto questo poté mutare la sua decisione di consegnarsi a Gesù per sempre. Bakhita si era mostrata sempre docile ai suoi superiori. Ora manifestava in un’altra forma questa virtù, obbedendo più a Dio che agli uomini (cfr. At 4, 19). “Era il Signore che mi infondeva tanta fermezza, perché voleva farmi tutta sua”.»Torna in alto

La consegna definitiva a Dio

Uscita vittoriosa da questa battaglia, Bakhita fu battezzata, cresimata e ricevette l’Eucaristia dalle mani del Patriarca di Venezia, il 9 febbraio 1890. Le furono posti i nomi di Giuseppina Margherita Fortunata. “Ho ricevuto il santo Battesimo con una gioia che solo gli angeli potrebbero descrivere”, avrebbe narrato più tardi.

Poco dopo, volendo suggellare la sua consegna a Dio in modo irreversibile, sollecitò il proprio ingresso nell’Istituto delle Figlie della Carità, fondato da Santa Maddalena di Canossa, a cui doveva il suo ingresso nella Chiesa. Nella festa dell’Immacolata Concezione, nel 1896, dopo aver compiuto il suo noviziato con esemplare fervore, Giuseppina pronunciò i voti nella Casa-Madre dell’Istituto, a Verona.

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A partire da questo momento la sua vita fu un costante atto d’amore a Dio, un darsi agli altri, senza restrizioni, né riserve. Ora incaricata di funzioni umili, come la cucina o la portineria, ora inviata in missione in tutta Italia, la santa sudanese accettava con vera gioia tutto quanto le ordinavano, conquistando la simpatia di chi aveva intorno, senza stancarsi mai di dire: “Siate buoni, amate il Signore, pregate per coloro che non Lo conoscono”.

Sullo spirito missionario di Bakhita, Benedetto XVI commenta così nella sua enciclica: “La liberazione che aveva ricevuto mediante l’incontro con il Dio di Gesù Cristo, sentiva di doverla estendere, doveva essere donata anche ad altri, al maggior numero possibile di persone. La speranza, che era nata per lei e l’aveva ‘redenta’, non poteva tenerla per sé; questa speranza doveva raggiungere molti, raggiungere tutti”.4»Torna in alto

Sottomissione fino alla fine

Alla fine, dopo più di 50 anni di fruttuosa vita religiosa, durante i quali le sue virtù si purificarono nel fuoco della carità, Bakhita sentì la morte approssimarsi. Colpita da numerose bronchiti e polmoniti che le minarono la salute, sopportò tutto con forza d’animo. Nelle sue ultime parole, proferite poco prima della sua morte, lasciò trasparire il piacere che le riempiva l’anima: “Quando una persona ama tanto un’altra, desidera ardentemente andare vicino a lei: perché, allora, tanta paura della morte? La morte ci conduce a Dio”.

L’8 febbraio 1947, Suor Giuseppina ricevette gli estremi Sacramenti, seguendo con attenzione e devozione tutte le preghiere. Quel giorno era un sabato, quando lo seppe, il suo volto sembrò illuminarsi ed esclamò con gioia: “Come sono contenta! Madonna, Madonna!”. Furono queste le sue ultime parole prima di consegnare serenamente l’anima e trovarsi faccia a faccia col “Paron” che fin da piccina desiderava conoscere.

Il suo corpo, traslato presso la chiesa, fu oggetto di venerazione di numerosi fedeli, che per tre giorni affluirono, desiderosi di contemplare per l’ultima volta la cara Madre Moretta, come era affettuosamente conosciuta, che li aveva trattati sempre con tanta bontà. Miracolosamente, le sue membra si mantennero flessibili durante questo periodo, tanto da poterle muovere le braccia e posare la sua mano sopra il capo dei bambini.

Con questo mezzo, Santa Giuseppina Bakhita rivelava il grande segreto della santità che veniva riflessa nel suo stesso corpo. La via per la quale Dio l’aveva chiamata era stata quella della sottomissione eroica alla volontà divina e lei lasciava un modello da seguire. L’umiltà, la mansuetudine e l’obbedienza traspaiono nelle sue parole, con una disposizione veramente sublime della sua anima: “Se incontrassi quei negrieri che mi hanno rapita, e anche quelli che mi hanno torturata, mi inginocchierei a baciare le loro mani, perché se questo non fosse accaduto, io ora non sarei cristiana e religiosa”.

1 Salvo indicazione contraria, tutte le citazioni tra virgolette appartengono a DAGNINO, Suor Maria Luisa, Bakhita racconta la sua storia. Trad.
Cecilia Maringolo Canossiana, Roma: Città Nuova, 1989, pag. 38.
2 Cfr. Summa Teologica, III, q. 66, a. 11.
3 Benedetto XVI, Lettera Enciclica Spe Salvi, 30/11/2007, n.3.
4 Benedetto XVI, Lettera Enciclica Spe Salvi, 30/11/2007, n.3.

V Domenica del tempo ordinario – Anno B.

Nostro Signore mentre evangelizza

Vangelo

In quel tempo, 29 Gesù, uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e di Andrea, in compagnia di Giacomo e di Giovanni. 30 La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito Gli parlarono di lei. 31 Egli Si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva. 32 Venuta la sera, dopo il tramonto del Sole, Gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. 33 Tutta la città era riunita davanti alla porta. 34 Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché Lo conoscevano. 35 Al mattino presto Si alzò quando ancora era buio e, uscito, Si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. 36 Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. 37 Lo trovarono e Gli dissero: “Tutti Ti cercano!” 38 Egli disse loro: “Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché Io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!” 39 E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni (Mc 1, 29-39).

Gesù, fonte della temperanza

Il dolore, questo male inevitabile che accompagna ogni uomo, trova rimedio soltanto nell’azione sommamente temperante del Divino Maestro.

I – Il mistero del dolore

La medicina ha raggiunto, ai nostri giorni, un successo straordinario, curando malattie anticamente considerate mortali. Un tempo era impensabile un trapianto di organi — cuore, fegato, reni —, mentre oggi avviene con relativa frequenza e facilità. Quante meraviglie ha realizzato la scienza! Tuttavia, eliminare completamente le malattie e il dolore è impossibile.

Se non è fattibile estirpare i mali fisici, lo stesso accade, e molto di più, con i mali spirituali: ci vediamo spesso attorniati da delusioni, tragedie, sofferenze, incertezze, perplessità, litigi, discordie che distruggono le famiglie… La vita è piena di avversità e non ci è dato fuggire totalmente da queste, né c’è denaro che compri una completa soddisfazione su questa Terra. Come reagire, dunque, di fronte al dolore?

L’uomo ha necessità di soffrire

Pensiamo alla felicità dell’uomo in Paradiso. Là, dove le piante e gli esseri inanimati erano sotto il suo dominio, e gli animali gli obbedivano; mirabilmente equilibrato, egli godeva di un piacere enorme, ineffabile, pienissimo, perché non esiste va nulla che lo facesse soffrire, ma solo motivi di gioia. Non c’erano burrasche, il clima era sempre gradevole, favorito da brezze soavi e serene, e la tranquillità della natura era immagine della calma del temperamento dell’uomo, ornato del dono d’integrità, grazie al quale era libero da ogni movimento disordinato dei suoi appetiti sensibili. Pertanto, non conosceva il dolore.
Il Giardino dell’Eden

In questa prospettiva, immaginiamo che Adamo ed Eva non fossero caduti, e che nel Paradiso Terrestre si sviluppasse una società in cui le persone si rapportassero in armonia, vivendo nel godimento perfetto e senza sperimentare patimento alcuno. Supponiamo, ancora, che in quest’ambiente s’introducesse un individuo con peccato originale: egli avrebbe convissuto con gli altri senza la minima possibilità di dissenso con nessuno, essendo trattato con eleganza e considerazione, in un benessere colossale in quanto oggetto di ogni devozione, cura e affetto. Sebbene sembri un’assurdità, quest’uomo avrebbe avuto una sofferenza impressionante… la sofferenza di non soffrire! Cerchiamo ora di concepire un’altra situazione: un principe che, in ogni istante, fosse esaudito in tutte le sue velleità, senza margine a nessun fastidio. Se lui pensasse a mangiare, gli porterebbero ogni specie di prelibatezze; se sognasse un letto, avrebbe a disposizione, immediatamente, un materasso di piume d’oca soffice come nessun altro; se sentisse sete, gli offrirebbero le più raffinate bibite che potessero esserci al mondo, alla temperatura desiderata! Ebbene, a partire dagli insegnamenti degli spiritualisti cattolici si conclude che questo personaggio ipotetico e chiunque altro del genere, sarebbe preso più che nessun altro, da una tremenda amarezza d’animo. Perché? Perché la creatura umana, dopo il peccato originale, ha sete di sofferenza.1

La necessità di esercizio e di movimento del nostro corpo non è che un riflesso, posto da Dio, dell’analoga necessità dello spirito riguardo al dolore. Quando uno, per esempio, si rompe un osso del braccio e si vede costretto a immobilizzarlo per un certo tempo, tolto il gesso si spaventa nel verificare che il braccio si trova dimagrito e flaccido. Gli sarà necessario fare fisioterapia, in modo che l’arto recuperi la forza. Anche l’anima, senza la sofferenza, diventa squallida, languisce e perde vigore.

Il senso cattolico del dolore

Sbagliano, pertanto, le scuole filosofiche che cercano di spiegare la sofferenza in maniera diversa dalla visione cattolica, affermando che essa deve essere evitata a ogni costo o esser assunta con spirito autodistruttivo. L’unica Religione che affronta bene il dolore è la Santa Chiesa Cattolica Apostolica Romana. Essa mostra quanto il dolore sia indispensabile e debba esser compreso. Noi lo comprendiamo realmente solo guardando Nostro Signore Gesù Cristo in Croce. Egli Si è incarnato con l’obiettivo di riparare il peccato commesso dall’umanità, di restaurare la gloria di Dio e l’ordine; e ha voluto farlo attraverso i tormenti della sua Passione.
GesùCrocefisso

Tutti noi abbiamo l’eredità del peccato dei nostri progenitori Adamo ed Eva, oltre a incorrere in innumerevoli colpe attuali durante la vita, attentando alla gloria del Creatore. Ora, sappiamo che il Settimo Comandamento non si viola solamente rubando il denaro o la proprietà altrui, ma anche rifiutando la gloria che a Dio appartiene. E se, nel primo caso, perché sia perdonata la trasgressione, si esige la restituzione di quello che è stato rubato, non è meno imperioso restituire a Dio la gloria che il peccato Gli ha negato.

È questa, esattamente, la prova alla quale Dio sottopone le creature intelligenti, Angeli e uomini: quella di non ritenere mai i loro successi e conquiste frutto dei propri sforzi, reputandosi fonte delle qualità che sono state loro concesse, siano energia, intelligenza o capacità di lavoro. Piuttosto, dobbiamo riconoscere che i meriti vengono da Dio, poiché è Lui che ci dà tutto, sia in campo naturale, sia, soprattutto, in quello soprannaturale, come disse Nostro Signore: “senza di Me non potete far nulla” (Gv 15, 5).

In questo senso, il dolore è un mezzo per spingere l’anima a restituire quello che ha ricevuto e a superare bene la prova, rendendo chiaro quanto siamo contingenti davanti a Dio, facendoci rivolgere a Lui. Nei successi, al contrario, è facile chiuderci in noi e, ciechi di autosufficienza, dimenticare il Creatore, finendo per staccarci da Lui. “La malattia e la sofferenza” — assicura il Catechismo — “sono sempre state tra i problemi più gravi che mettono alla prova la vita umana. Nella malattia l’uomo fa l’esperienza della propria impotenza, dei propri limiti e della propria finitezza. […] La malattia […] può anche rendere la persona più matura, aiutarla a discernere nella propria vita ciò che non è essenziale per volgersi verso ciò che lo è. Molto spesso la malattia provoca una ricerca di Dio, un ritorno a Lui”.2

Inoltre, la sofferenza è il miglior mezzo purificatore delle nostre anime, poiché, attraverso di essa, ci pentiamo delle nostre colpe, ci confessiamo miserabili e mendicanti della grazia e del perdono divino. “Prendere la propria croce, ogni giorno, e seguire Gesù è la via più sicura della penitenza”.3

Il ruolo della virtù della temperanza

Per rimediare, in un certo modo, alla perdita del dono d’integrità che l’uomo possedeva in Paradiso e alle inevitabili sofferenze che da questa privazione seguirono, esiste una virtù che, introdotta nell’anima con il corteo di tutte le altre che ci sono infuse nel Battesimo, si caratterizza come una delle quattro virtù cardinali: la temperanza. Essa “indica una certa moderazione o sobrietà imposta dalla ragione alle azioni e passioni umane […]. [E] si occupa, prioritariamente, delle passioni tendenti ai beni sensibili, cioè, i desideri e i piaceri, di conseguenza, delle tristezze causate dall’assenza di questi beni”.4

Essa è, infatti, la virtù che equilibra gli stati di spirito e dà all’uomo il benessere e la felicità nel dolore, o l’autocontrollo nell’euforia della gioia. Così, essa conferisce all’anima uno straordinario dominio su di sé.

In mezzo ai dolori, Giobbe cerca la sua consolazione in Dio

Questi insegnamenti ci preparano a comprendere meglio la Liturgia della 5ª Domenica del Tempo Ordinario, la cui prima lettura (Gb 7, 1-4.6-7) è un significativo passaggio del Libro di Giobbe.

La bella storia di quest’uomo giusto ci racconta che essendosi satana presentato davanti all’Onnipotente, quest’ultimo gli chiese se avesse visto Giobbe, suo servo “integro e retto, timorato di Dio e lontano dal male” (Gb 1, 8); e il demonio rispose che quelle virtù si dovevano al fatto che Giobbe non era stato ancora tentato. Il Signore, allora, lo autorizzò a trattare Giobbe come voleva, imponendo, però, questa clausola: “Soltanto risparmia la sua vita” (Gb 2, 6). La prova di Giobbe fu, dunque, permessa dall’Altissimo, ma promossa direttamente dal demonio. Di conseguenza, egli perse i suoi dieci figli, tutte le sue proprietà e animali, e fu colpito da una tremenda “piaga maligna, dalla pianta dei piedi alla cima del capo” (Gb 2, 7). In una situazione così dolorosa, Giobbe si sedette sulla cenere e grattò con un coccio di tegola le sue molteplici ferite (cfr. Gb 2, 8).

E avvenne di peggio: perse l’appoggio delle sue cerchie sociali, gli amici interpretarono la sua sventura come una punizione, credendo che avesse deviato dai Comandamenti del Signore, e la stessa sposa, invece di proteggerlo, prese posizione contro di lui. Completamente isolato, non potendo aprire la sua anima nemmeno con quelli che lo circondavano, si sentiva abbandonato da Dio, senza sapere quale fosse il motivo. Per questo Giobbe fa questa esclamazione, raccolta dalla prima lettura: “L’uomo non compie forse un duro servizio sulla Terra?” (Gb 7, 1). In seguito, narrò i suoi dolori con immagini vive, molto caratteristiche degli orientali: “così a me sono toccati mesi d’illusione e notti di affanno mi sono state assegnate. […] La notte si fa lunga e sono stanco di rigirarmi fino all’alba. I miei giorni […] svaniscono senza un filo di speranza” (Gb 7, 3-4.6). Ciò nonostante, Giobbe non cadde nella disperazione, ma con fiducia cercò la sua consolazione dove, in effetti, l’avrebbe trovata: in Dio! “Ricòrdati che un soffio è la mia vita: il mio occhio non rivedrà più il bene” (Gb 7, 7). Se lui invocò il Signore, fu perché la sua anima disponeva di un mezzo per sostenersi: la virtù della temperanza… Lui era temperante.
La parabola di Lazzaro e la storia di Giobbe

II – L’azione di Gesù ristabilisce l’ordine, l’equilibrio e la pace

Nel Vangelo di oggi incontriamo Gesù che guarisce perfettamente la suocera di Pietro e, poi, allevia dai suoi mali una moltitudine che aveva circondato la casa dove Egli alloggiava. Che ci sia in questo una contraddizione? Agiva così Nostro Signore perché riteneva che il dolore si sarebbe dovuto eliminare? Analizziamo il testo di San Marco in cerca di una risposta.

In quel tempo, 29 Gesù, uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e di Andrea, in compagnia di Giacomo e di Giovanni. 30a La suocera di Simone era a letto con la febbre…

Il Divino Maestro aveva iniziato da poco il suo ministero pubblico, e già vediamo come questo fosse estenuante. Andando, con Giacomo e Giovanni, dalla sinagoga alla casa di Simone e Andrea, si direbbe che quello fosse un luogo dove Lui avrebbe potuto stare a suo agio, in disparte dal flusso delle persone; ma no, la suocera di Pietro “era a letto con la febbre”, e Gesù, sempre sollecito nel fare il bene a tutti, non Si fermò per riposare e subito andò da lei.

La febbre delle passioni

Sappiamo che chi ha la febbre molto alta, in genere perde il controllo di sé, cioè, la capacità di avere la sua “anima in mano” — “Anima mea in manibus meis semper” (Sal 119, 109) —, perché essa gli toglie, anche, la possibilità di usare bene la virtù della temperanza. I Padri della Chiesa commentano che questa febbre fisica della suocera di Pietro è un simbolo delle passioni. “In questa donna” — scrive Sant’Ambrogio — “[…] era rappresentata la nostra carne, inferma per le diverse febbri dei peccati, e che ardeva di uno smisurato trasporto per varie cupidigie”.5 San Girolamo concorda con questo pensiero: “Ognuno di noi è colpito da febbre. Quando mi lascio trasportare dall’ira, soffro di febbre. Quanti sono i vizi, altrettanta è la diversità di febbri”.6 E San Rabano Mauro aggiunge: “Ogni anima che vive sotto il dominio della concupiscenza della carne si trova come chi soffre di febbre”.7

La febbre spirituale costringe a letto il febbricitante, rendendolo inutile al lavoro e impossibilitato ad agire, perché tutto il suo essere è applicato nell’inclinazione al male, ansioso di voluttà e, in tal modo, gli manca il coraggio di servire Dio e gli altri. Quante persone diventano relapse nel loro apostolato per aver perso la nozione della grandezza della vocazione, mentre il dinamismo della loro anima è diretto in una passione sfrenata! Sì, infatti, quando uno è chiamato agli orizzonti ampi e profondi della lotta per la sconfitta dell’impero di satana sulla faccia della Terra e non corrisponde a quest’appello, finisce per dedicarsi alle più infime e trascurabili inezie, e in questo modo riesce a soffocare la sua coscienza…

Il Divino Maestro prende l’iniziativa 30b

…e subito Gli parlarono di lei. 31a Egli Si avvicinò…

C’è da notare che Nostro Signore fu avvertito dello stato in cui si trovava la suocera di Pietro, nella speranza che operasse un miracolo. Non era necessario che Glielo dicessero, poiché Lui già era a conoscenza del fatto da tutta l’eternità e poteva, con la sua autorità assoluta, guarirla a distanza. Ma a Lui fu sufficiente una semplice insinuazione — infatti, per non importunarLo, non Gli avevano formulato neppure la richiesta — e non rifiutò. Anzi, dato che era amico di quella famiglia e per i vincoli che Lo univano a San Pietro, Si dispose ad aiutare; appresa la notizia, prese subito l’iniziativa. Tale è la convivenza sociale tra gli uomini che si stimano.

In quell’epoca, secondo le norme giudaiche — e anche dei popoli pagani —, era considerato assurdo che un uomo qualsiasi entrasse nella camera di una signora allettata, anche se questa era anziana. Essendo però la sua missione quella di guarire, Nostro Signore ruppe questo severo costume e “Si avvicinò”. Da parte nostra, quando osserviamo qualcuno con le passioni in ebollizione, che segue un cammino improprio, non ci rallegriamo del male altrui! Abbiamo l’obbligo di raccontare a Gesù e implorarLo che lo guarisca. Se intercediamo per gli altri, il Signore Si approssimerà a loro.

La mano di Gesù è sempre tesa per guarirci 31b

…e la fece alzare prendendola per mano…

Forse qualcuno dei presenti avrà immaginato che il Salvatore andasse soltanto a fare una visita alla malata, allo scopo di incoraggiarla un po’. Che grande sorpresa sarà stata per tutti quando la prese per mano, e lei, che prima ardeva di febbre, si sentì con nuova energia e si alzò! La toccò perché voleva fosse ben chiaro che era Lui l’Autore di questa guarigione, e non, per esempio, uno spirito, secondo le superstizioni che circolavano tra quella gente. Se Lui, da lontano, si fosse limitato a ordinare “Alzati”, essi forse avrebbero dubitato.

Allo stesso modo, questa divina mano che strinse quella della suocera di Pietro è sempre tesa a nostra disposizione! Sì, il Signore Gesù tratta con considerazione e affetto coloro che aprono la loro anima e non Gli frappongono ostacoli, ed è pronto a entrare nella casa dove saremo prostrati per una qualche infermità, per esaudire ciascuno, come se solo lui esistesse. Quante miserie, debolezze e capricci pesano dentro di noi! Malgrado ciò Egli non ha ripulsa nei nostri confronti e non ritrae mai la mano, per quanto cattiva sia la nostra situazione. Ecco la fiducia che dobbiamo avere: tutto può esser risolto da Colui che ci dà la mano!

L’energia per servire Dio viene da Lui 31c

…la febbre la lasciò ed ella li serviva.

Una volta guarita, subito la suocera di Pietro “li serviva”. Ora, tale era il disprezzo per la donna in quei tempi antichi, che mai lei avrebbe potuto servire alla mensa degli ospiti.8 Questa funzione era riservata agli schiavi o ai domestici. Nostro Signore, invece, permette di essere assistito da questa signora, per far capire che introduceva costumi sociali inediti. Uomo-Dio, Egli andava contro corrente e invertiva la mentalità arrogante e vessatoria che imperava, non solo in Israele, ma anche tra i Greci, Romani e altri popoli.

Talmente istantanea fu la guarigione, da sembrare che la suocera di Pietro non avesse patito il minimo disturbo. Lo stesso accade quando una persona, tormentata dalla febbre delle sue passioni, “prende la mano” di Gesù: l’inanizione e l’abbattimento scompaiono e le viene infuso il coraggio. Questo mostra anche come l’energia per l’esercizio di una missione soprannaturale o per difendere una causa giusta provenga da Dio. Pertanto, non ci assalga mai l’insicurezza; se i nostri obiettivi saranno rivolti all’eternità, avremo la forza, l’impulso e il sostegno che ci farà andare avanti, fino alla fine.
La guarigione della suocera di Pietro

Grande vantaggio ci sarà se eviteremo di pensare alla vita passata. Il Vangelo non riferisce alcuna parola della miracolata riguardo al periodo in cui era rimasta a letto. No, il Maestro era lì e lei si è messa al lavoro! Ormai non gliene importava più nulla della febbre e della malattia, tutto era stato dimenticato.

Cerchiamo il tabernacolo!

32 Venuta la sera, dopo il tramonto del Sole, Gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. 33 Tutta la città era riunita davanti alla porta. 34a Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni…

Se San Marco — così sintetico e anche un po’ minimalista — scrisse “tutta la città”, è prova che fu proprio così. Grandi commentatori sono concordi nel sostenere che l’espressione “molti”, da lui usata, significhi che Nostro Signore esaudì tutti.

La fama di Gesù si era diffusa e ognuno voleva avere un contatto con Lui per ricevere un beneficio. Possiamo bene immaginare la scena del popolo che grida e implora l’aiuto del Divino Taumaturgo. E Lui, calmo e sublime, restituiva la salute a numerosi ciechi, zoppi, storpi, lebbrosi, febbricitanti, senza trascurarne uno solo…

Quanto ai posseduti, ricordiamoci che sono quelli il cui corpo è preso dal demonio — o, in certi casi, da un gran numero di questi —, in modo che perdono il dominio di sé. Impossibilitati a governarsi, come nella metafora usata nel precedente commento al Vangelo della 4ª Domenica del Tempo Ordinario, assomigliano a un’automobile controllata da un rapinatore, mentre l’autista — cioè, l’anima — è spinta in un angolo del veicolo. I posseduti si trovano, di conseguenza, in uno stato di squilibrio e disordine. Anche loro il Signore ha liberato e non è rimasto neppure un demonio da espellere.

Quante volte noi, invece di circondare la casa dove sta Gesù, come hanno fatto gli abitanti di Cafarnao, ci chiudiamo in noi stessi, dando al demonio l’opportunità di dialogare con noi per tutto il tempo che vuole. Se, al contrario, cerchiamo Gesù nel tabernacolo, il tentatore si manterrà a distanza e otterremo così la soluzione ai nostri problemi.

Tale è il legato che ci lasciano i Santi. San Tommaso d’Aquino, per esempio, quando, nella composizione delle sue opere, aveva bisogno di risolvere un problema particolarmente arduo, interrompeva il lavoro, accostava il capo alla parete del tabernacolo e lì rimaneva fino a chiarire la questione.10 Egli stesso — uomo intelligentissimo, che citava a memoria le Sacre Scritture — assicurava di aver appreso molto di più nell’adorazione del Santissimo Sacramento o ai piedi del Crocefisso che in tutti gli studi realizzati nel corso della sua vita.11

Il demonio non può annunciare il Vangelo

34b …ma non permetteva ai demòni di parlare, perché Lo conoscevano.

Si direbbe che convenisse a Nostro Signore che i demoni Gli facessero propaganda, poiché avrebbero contribuito a incrementare la sua fama. Invece, Lui impediva loro di parlare per due ragioni: primo, perché non voleva il demonio nel ruolo di apostolo, visto che quest’ultimo deve essere santo e vivere quello che predica, mentre gli spiriti malvagi devono essere cacciati via, senza indugio; secondo, perché voleva preparare le moltitudini alla sua futura Passione. Infatti, ordinando ai demoni il silenzio su chi Lui era, i presenti si sarebbero chiesti per quale motivo impartisse un tale ordine e subito avrebbero compreso che la causa era l’esistenza di gente piena di odio, desiderosa di ucciderLo. Questo li disponeva a comprendere il martirio della Croce.

Una lezione di distacco e serietà di fronte alla propria missione

35 Al mattino presto Si alzò quando ancora era buio e, uscito, Si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. 36 Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce .37 Lo trovarono e Gli dissero: “Tutti Ti cercano!” 38a Egli disse loro: “Andiamocene altrove, nei villaggi vicini…”

Secondo il modo di pensare di chi è vanitoso, quello sarebbe stato il momento di assaporare tutto il successo del giorno precedente. Ma Gesù, alzatoSi quando era ancora buio, andò in un luogo solitario a pregare, perché Lui, nella sua umanità giustissima, non Si vantava né Si lasciava dominare da alcuna passione.

Gli Apostoli, non appena si svegliarono, andarono a cercarLo, con un’atteggiamento consono a servire da modello per noi: cercare sempre Cristo. Tuttavia, le loro parole, una volta trovatoLo, riflettono il loro desiderio di trarre profitto dalla situazione e i loro sogni di conquista. Essi erano abbagliati da un miraggio, creato a proposito dei miracoli operati dal Maestro e, dopo il primo flash vocazionale e religioso, erano passati a vederLo sotto un punto di vista politico. Di fronte al successo ottenuto a Cafarnao, città molto centrale, piena di animazione e commercio, volevano “industrializzare” Nostro Signore e pretendevano di organizzare un grande movimento di opinione pubblica per riprendere il potere, restaurare la supremazia dei Giudei sugli altri popoli e cambiare la storia di Israele. Ma, contrariamente ai loro aneliti, e al di là di ogni previsione — in modo da non esser controllato da quei discepoli peraltro terreni —, Gesù decise di partire dalla popolosa Cafarnao per i dintorni. In questo modo li educava ad accettare di andare altrove, senza perder tempo ad assaporare i trionfi. Che lezione di distacco e di governo delle passioni! Com’era loro difficile conformarsi a queste nuove prospettive!

Inoltre, avendo già compiuto lì il suo ministero, Gesù desiderava stare in contatto con tutti, poiché per tutti era venuto, mostrando, in questo dettaglio, la responsabilità e la serietà con cui ognuno deve affrontare la sua missione specifica.

Un’azione sommamente temperante

38b “…perché Io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!” 39 E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.

Negli episodi narrati in questo Vangelo, vediamo il Signore Gesù — la Temperanza e la Santità in essenza — esercitare un’azione sommamente temperante attraverso la guarigione e l’esorcismo, ristabilendo nelle anime afflitte l’ordine, l’equilibrio e la pace. E con lo strumento della sua divina parola trasmetteva la verità della Rivelazione, rendeva manifesto il valore della virtù della temperanza e promuoveva la sua pratica.

La parola, quando ben impiegata e proferita secondo il soffio dello Spirito Santo, possiede una forza esorcistica straordinaria per armonizzare lo spirito con Dio. Per esempio, ogni qual volta uno dà un giudizio errato riguardo a sé o agli altri, sia sopravvalutandosi, sia recriminando in forma autodistruttiva — entrambi grandi e pericolose dissennatezze —, il consiglio di un compagno o di un superiore, che analizzi da fuori e con maggior rapidità e precisione, potrà conferire stabilità all’anima. Dio così ha disposto affinché il nostro istinto di socievolezza senta più stimolo ad applicarsi nell’aiuto al prossimo e abbia maggiore facilità nella convivenza.

Un esempio di pratica di questa virtù cardinale

La temperanza è la virtù che più caratterizza i Santi. Abbandonati nelle mani di Dio, accettano che la sua volontà si faccia in loro in tutto: se sopravviene loro un tormento, come quello di Giobbe, lo abbracciano; se un’eccellente notizia piena di gioia è loro annunciata, la accolgono senza alcuna euforia sfrenata o febbrile.

In questo senso, l’Autore di queste righe ha avuto, in un certo momento della sua esistenza, l’opportunità di conoscere la virtù della temperanza, vissuta con lustro e con sfaccettature poco comuni, nella persona del Prof. Plinio Corrêa de Oliveira. Di fronte a un’informazione grave, egli era capace di prendere provvedimenti urgenti e, poi, sedersi a pranzare, evitando la minima conversazione sul caso in precedenza trattato, discorrendo poi con tutta calma su temi dottrinali, attinenti alla considerazione delle realtà più elevate e sublimi. Terminato il pasto e le sue preghiere, interessandosi della questione che prima lo preoccupava, subito ritornava alle attività quotidiane e, se era necessario, le prolungava fino a tarda notte. Infine, concludendole, conciliava il sonno nella più completa tranquillità. In ogni momento, nella sua quotidianità, si poteva osservare questa stessa nota dominante di placidità che gli dava la facoltà di passare dalle questioni più drammatiche ad altre soavi e serene, senza il minimo soprassalto, con completo dominio di se stesso.

III – Dove trovare il vero rimedio al dolore?

Le riflessioni che la Liturgia ci suggerisce, in questo giorno, trovano la chiave in un versetto del Salmo Responsoriale: “Il Signore sostiene gli umili” (Sal 146, 6). Infatti, gli umili, coloro che praticano la temperanza — virtù estranea agli orgogliosi — e si sottopongono alla correzione, alla mortificazione e al dolore, presto o tardi Dio li dovrà esaudire e proteggere.

Quando permise al demonio di tormentare Giobbe, Dio voleva che quell’uomo giusto crescesse ancor più nella temperanza, pertanto, nella santità, per riempirlo, in seguito, di meriti e concedergli in maggior grado la partecipazione alla vita divina. Comprendiamo, allora, quanto le tribolazioni che ci colpiscono siano, in fondo, permesse da Dio, in vista di una ragione superiore. Egli non può promuovere il male per la nostra anima, così agisce perché ci ama e desidera darci molto di più di quello che ha già dato. E poiché è buono, allo stesso tempo che consente le avversità, Egli ci conforta, come sottolineano alcuni altri versetti del Salmo Responsoriale: “È bello cantare inni al nostro Dio […]. Risana i cuori affranti e fascia le loro ferite” (Sal 146, 1.3) ChinandoSi sulla suocera di Pietro e facendole scomparire la febbre, o guarendo la moltitudine afflitta da infermità e tormenti, Nostro Signore non voleva insegnare che il dolore deve essere eliminato. Al contrario, tanto lo considerava un beneficio per l’uomo, che Egli stesso abbracciò la via dolorosa e la scelse anche per sua Madre. In questi miracoli — come in innumerevoli altri operati durante la sua attività pubblica — Egli restituì la salute per lasciare una lezione agli Apostoli, ai circostanti e agli stessi infermi: la luce è in Lui, la vita è in Lui, la soluzione del dolore viene da Lui! Più avanti, nell’imminenza di resuscitare Lazzaro, Egli dirà: “Io sono la Risurrezione e la Vita!” (Gv 11, 25).

Abbracciamo il dolore con gli occhi puntati alla Croce di Cristo

Oggi siamo invitati ad accettare il dolore come una necessità, e a comprenderlo come un elemento fondamentale per l’equilibrio dell’anima, affinché essa non si attacchi più alle creature e giunga alla piena unione con Dio. Se ci sentiamo propensi a chiederGli che faccia cessare un dolore, preghiamo con fiducia, certi che saremo ascoltati; però, se riceviamo l’ispirazione di sopportare con rassegnazione l’avversità — sia essa una malattia, una prova o una semplice difficoltà —, supplichiamoLo di darci le forze necessarie per vivere con la gioia, di cui Egli stesso ha dato l’esempio, insieme alla sua Santissima Madre. Soprattutto, non cediamo alla cattiva tristezza, quella che produce lo scoraggiamento, e manteniamo in fondo all’anima la determinazione a compiere la volontà di Dio; allora, sì, verrà la pace.

Una volta, chi scrive stava aspettando di essere ricevuto in una sala d’ospedale, trovandosi in una situazione di grave rischio di vita, quando giunse una povera donna che gridava e si lamentava, probabilmente colpita da una forte indisposizione. Allora le disse: “Signora, pensi un po’, entrambi stiamo soffrendo; ma cosa sono le nostre amarezze in confronto di quella di Nostro Signore Gesù Cristo? Per amore nostro Egli Si è lasciato uccidere come un agnello e non è uscito nemmeno un gemito dall’alto della Croce! FacciamoGli compagnia in questa nostra tribolazione e offriamo i nostri dolori per consolarLo”. Lei chiuse gli occhi, trattenne le lacrime e recuperò la calma. Il ricordo delle sofferenze del Redentore nel corso della Passione è un lenitivo straordinario per i nostri dolori.

L’Innocente, Colui la cui natura umana è unita alla natura divina nella Persona del Verbo, giunse a esclamare prima di spirare: “Elì, Elì lemà sabactàni — che significa: Dio mio, Dio mio, perché Mi hai abbandonato?” (Mt 27, 46). Misteriosamente — in una maniera che la nostra ragione non comprende —, Egli patì nella sua Anima quel sentimento dell’abbandono, “per la mancanza di qualsiasi tipo di gioia e di consolazione che mitigasse le pene amare e la tristezza della Passione”.12 Perché? Perché il Padre voleva per Lui tutta la gloria!

La via che Dio tracciò per Maria Santissima, la Mater Dolorosa — creatura purissima, senza macchia alcuna di peccato originale —, fu anche questa del dolore, come abbiamo già affermato. Presentando il Bambino Gesù nel Tempio, Ella udì dalle labbra di Simeone una profezia, secondo cui una spada avrebbe trafitto la sua anima (cfr. Lc 2, 35); in seguito, dovendo fuggire col Divino Infante in Egitto, e, più tardi, perdutoLo per tre giorni a Gerusalemme, le sue angosce si sarebbero prolungate fino a culminare nel Calvario. E anche dopo le gioie della Resurrezione, Lei rimase ancora quindici anni sulla Terra in assenza di suo Figlio… Sofferenza continua, che fece di Lei la Corredentrice, poiché, mentre per tutti noi la consolazione in mezzo alle afflizioni consiste nel considerare Cristo in Croce, per Lei — come afferma molto puntualmente Sant’Alfonso de’ Liguori13 —, la contemplazione della Passione non Le portava alcun sollievo, essendo stata questa la fonte stessa dei suoi dolori.

Chiediamo al Signore Gesù, che tutti i giorni S’immola in forma incruenta nel Santo Sacrificio dell’Altare, che versi, per intermediazione della Madonna, torrenti di grazie su di noi, così da convincerci dei benefici del dolore e, in questo modo, affrontarlo con elevazione di spirito e occhi puntati sulla sua Croce.

1) Cfr. PIO XI. Miserentissimus Redemptor, n.5; LYONNARD, SJ, Jean. El apostolado del sufrimiento o las víctimas voluntarias. Madrid: Viuda e Hijo de Aguado, 1887, p.7.

2) CCE 1500-1501.

3) CCE 1435.

4) SAN TOMMASO D’AQUINO. Somma Teologica. II-II, q.141, a.2; a.3.

5) SANT’AMBROGIO. Tratado sobre el Evangelio de San Lucas. L.IV, n.63.

In: Obras. Madrid: BAC, 1966, v.I, p.221.

6) SAN GIROLAMO. Tratado sobre el Evangelio de San Marcos. Homilía II (1,1331).

In: Obras Completas. Obras Homiléticas. Madrid: BAC, 1999, v.I, p.849.

7) SAN RABANO MAURO. Commentariorum in Matthæum. L.III, c.8: ML 107, 861.

8) Cfr. WILLAM, Franz Michel. A vida de Jesus no país e no povo de Israel. Petrópolis:

Vozes, 1939, p.134.

9) Cfr. TUYA, OP, Manuel de. Biblia Comentada. Evangelios. Madrid: BAC, 1964,

v.V, p.635; LAGRANGE, OP, Marie-Joseph. Évangile selon Saint Marc. 5.ed. Paris:

Lecoffre; J. Gabalda, 1929, p.26.

10) Cfr. PETITOT, OP, L. H. La vida integral de Santo Tomás de Aquino. Buenos Aires: Cepa, 1941, p.147; GOMÁ Y TOMÁS, Isidro. Santo Tomás de Aquino: época, personalidad, espíritu. Barcelona: Rafael Casulleras, 1924, p.79.

11) Cfr. JOYAU, OP, Charles-Anatole. Saint Thomas d’Aquin. Tournai: Desclée; Lefebvre et Cie, 1886, p.162-163.

12) SUÁREZ, SJ, Francisco. Disp.38, sec.2, n.5. In: Misterios de la Vida de Cristo. Madrid: BAC, 1950, v.II, p.154.

13) Cfr. SANT’ALFONSO MARIA DE’ LIGUORI. Glórias de Maria. 2.ed. Aparecida: Santuário, 1987, p.364-365.

San Paolo Miki e compagni

Posticipando di un giorno la loro memoria liturgica per non sovrapporla a quella di sant’Agata, la Chiesa ricorda oggi il martirio avvenuto il 5 febbraio 1597 su una collina presso Nagasaki, dove ventisei cristiani furono crocifissi, glorificando Cristo fino all’ultimo respiro terreno.

San Paolo Miki e compagni

Posticipando di un giorno la loro memoria liturgica per non sovrapporla a quella di sant’Agata, la Chiesa ricorda oggi il martirio avvenuto il 5 febbraio 1597 su una collina presso Nagasaki, dove ventisei cristiani furono crocifissi, glorificando Cristo fino all’ultimo respiro terreno.

Non era passato nemmeno mezzo secolo dall’inverno del 1551, da quando cioè san Francesco Saverio aveva lasciato il Giappone dopo aver convertito oltre mille abitanti in due anni di instancabile missione. Altri religiosi seguirono presto le orme del grande gesuita spagnolo e furono liberi di predicare. La comunità cattolica crebbe rapidamente: nel 1587 contava già oltre 200 mila battezzati, ma in quell’anno il daimyo Toyotomi Hideyoshi, il più influente presso l’imperatore, emise il primo editto contro i cristiani, ordinando di bandire i missionari dalle sue terre. Tuttavia, la misura rimase pressoché inattuata e l’opera di apostolato continuò. Il mutato atteggiamento di Hideyoshi era dovuto a più cause: il rifiuto dei gesuiti di fornire una nave per l’invasione della Corea, la saldezza delle vergini cristiane, il sospetto che l’obiettivo dei missionari, impegnati a diffondere il Vangelo e in varie altre opere di carità, fosse quello di preparare la conquista straniera.

Alla fine, nel novembre del 1596, Hideyoshi si risolse a mettere in atto la persecuzione e ordinò ai governatori da lui dipendenti di arrestare tutti i religiosi cristiani. Molti trovarono rifugio nelle campagne, ma ventisei furono catturati. Si trattava di sei francescani d’origine spagnola o portoghese, tre gesuiti e diciassette terziari francescani giapponesi. Tra loro c’era Paolo Miki, capofila del gruppo nel Martirologio, nato da una nobile famiglia nipponica e divenuto un carismatico predicatore gesuita, capace di convertire molti connazionali. I prigionieri furono prima portati in una piazza, dove subirono il taglio di un pezzo dell’orecchio sinistro. Fu solo l’inizio di un lunghissimo calvario. Per intimorire tutti i giapponesi cristiani e scoraggiare altre conversioni, Hideyoshi fece marciare i ventisei da Kyoto a Nagasaki, la città dove era presente la maggiore comunità cattolica e dove i condannati arrivarono dopo trenta giorni e circa 600 miglia di fatiche.

Contrariamente alle aspettative del tiranno, quei giorni furono un trionfo di fede. Del gruppo, che marciava intonando il Te Deum, facevano parte anche tre fanciulli di 12, 13 e 14 anni, cioè Luigi Ibaraki, Antonio Daynan e Tommaso Kozaki, i quali commossero tanti cuori induriti e si rifiutarono di rinnegare Cristo. I ventisei ottennero di potersi confessare prima dell’esecuzione, preannunciata al popolo perché valesse da esempio. Quattromila cristiani si riversarono sulla collina poco fuori Nagasaki dove erano state preparate le croci e, al passaggio dei prigionieri, si prostrarono per chiedere preghiere. Quando i futuri martiri videro le croci che riportavano scritti i loro nomi, si inginocchiarono e le baciarono. I carnefici li legarono con corde e anelli di ferro, poi li innalzarono contemporaneamente sulle croci, sotto le quali stavano dei samurai armati con affilate lance di bambù. L’ordine di esecuzione fu ritardato per accrescere il terrore del supplizio.

In quel frangente si levò improvvisa la voce di uno dei crocifissi, che iniziò a intonare il Benedictus; poi il tredicenne Antonio cantò il “Lodate, fanciulli, il Signore”, seguito da Luigi e Tommaso. Un francescano cominciò la recita delle litanie a Gesù e Maria, ripetute dalla folla, mentre l’ufficiale responsabile dell’esecuzione iniziava a preoccuparsi per quanto avrebbe dovuto riferire a Hideyoshi riguardo a quell’impressionante testimonianza cristiana. Paolo Miki pregò per il perdono dei carnefici, esortò tutti alla conversione e li invitò a guardare i volti dei crocifissi, che non mostravano timore della morte in ragione della fede in Cristo risorto. Infine arrivò l’ordine. Il francescano Filippo di Gesù fu il primo trafitto con due colpi di lancia, l’ultimo fu padre Pietro Battista, che poco prima aveva amministrato il battesimo a una pagana muta, la quale riacquistò la parola grazie al contatto con la croce.

I fedeli si precipitarono a raccogliere con dei panni il sangue dei martiri, ma fu loro impedito di dar sepoltura ai ventisei, i cui corpi rimasero per settimane sulle croci con molte sentinelle di guardia. Tra gli svariati prodigi che si verificarono sull’altura – dalle apparizioni ai globi di fuoco discesi sulle spoglie dei santi, fino agli uccelli rapaci che non osarono avvicinarsi ai loro corpi – numerosi testimoni videro muoversi, sessantadue giorni dopo la morte, padre Pietro Battista, dalle cui ferite, come già avvenuto al terzo giorno, sgorgò una gran quantità di sangue. I protomartiri giapponesi furono beatificati da Urbano VIII nel 1627 e canonizzati da Pio IX nel 1862.

Sant’Agata

Interrogandola, il proconsole Quinziano le chiese perché, da nobile e libera, vestisse come una schiava. «La massima libertà sta nel dimostrare di essere servi di Cristo», gli rispose la santa. Seguirono le torture e quindi la morte. Agata è tra le sette antiche martiri – assieme a Lucia, Agnese, Anastasia, Cecilia, Felicita e Perpetua – a essere invocata nel Canone Romano.

La pietà popolare suscitata dal martirio di sant’Agata (c. 229/235 – 5 febbraio 251), la vergine catanese che durante le persecuzioni di Decio testimoniò la sua incrollabile fede in Cristo, si diffuse presto in tutta la cristianità. Il suo culto antichissimo è attestato da un paio di iscrizioni funerarie databili alla fine del III secolo, di cui una rinvenuta a Ustica su una tale Lucifera morta nel dies natalis della santa. Ancora più interessante, poiché manifesta come la sua venerazione fosse già arrivata in Oriente, è la testimonianza del vescovo Metodio di Olimpo (c. 250-311), che nel suo Symposium decem virginumpresenta Agata come modello di vita cristiana. La rapida diffusione del culto avvalora il particolare riferito dalla tradizione su santa Lucia, che il 5 febbraio del 301 si trovava in pellegrinaggio a Catania per pregare sulla tomba della veneratissima Agata, la quale le apparve e le profetizzò: «Così come Catania è protetta da me, la tua Siracusa lo sarà da te».

Educata cristianamente da una nobile famiglia di Catania, sentì presto il desiderio di consacrarsi totalmente a Cristo e intorno ai 15 anni gli offrì la sua verginità, ricevendo il velo dal vescovo. Quando infuriarono le persecuzioni di Decio (249-251), la fanciulla fu fatta arrestare dal proconsole Quinziano, che si invaghì della sua bellezza e cercò di piegarne la volontà. La affidò per 30 giorni alla matrona Afrodisia pensando di riuscire a corromperla con le seduzioni del mondo, ma Agata fu irremovibile. Fu poi ricondotta davanti a Quinziano che le chiese perché, da nobile e libera, vestisse come una schiava. «La massima libertà sta nel dimostrare di essere servi di Cristo», gli rispose la santa, che con eloquenza mostrò quanto fossero vane le divinità che il proconsole le comandava di adorare.

In breve arrivarono le torture. Le sue membra furono stirate per mezzo di un eculeo, ma Agata non mostrò alcun cedimento e anzi gioì «come chi vede Colui che da gran tempo ha bramato». Quinziano ordinò allora il terribile supplizio riferito dalle diverse agiografie e rappresentato dagli artisti: le fece lacerare i seni, tirandoli con delle tenaglie. Fu perciò rimessa in prigione, dove a mezzanotte le apparve san Pietro, che la risanò nel nome di Cristo. Quattro giorni più tardi fu richiamata al cospetto del proconsole, che le chiese chi l’avesse curata: «Cristo, il Figlio di Dio», gli spiegò Agata. Accecato dall’ira, Quinziano la sottopose alla tortura dei carboni ardenti, interrotta da un forte terremoto, che causò la morte di due suoi consiglieri, e da una sommossa del popolo che si recò al palazzo pretorio con la convinzione che la scossa fosse un segno divino. Il proconsole fuggì dando ordine di riportare Agata in carcere, dove lei pregò il Signore di accoglierla nel suo Regno. E poco dopo esalò l’ultimo respiro terreno.

Il suo velo, che era rimasto integro mentre il corpo veniva rivoltato sui tizzoni, fu portato in processione dai fedeli l’anno successivo per fermare una colata di lava dell’Etna, che secondo la tradizione si arrestò proprio il 5 febbraio. Molti prodigi simili sono stati attribuiti nel corso dei secoli all’intercessione della santa e la reliquia è tuttora custodita nella cattedrale di Catania. A riprova del grande culto a lei tributato, Agata è tra le sette antiche martiri – assieme a Lucia, Agnese, Anastasia, Cecilia, Felicita e Perpetua – a essere invocata nel Canone Romano.

Origine della benedizione di San Biagio

San Biagio salva il bambino dalla morte

Quando corse voce che il Santo si sarebbe diretto alla città di Sebaste, le strade si riempirono di gente. Arrivavano persino i pagani a ricevere la sua benedizione ed essere alleviati dai loro mali.

Una povera donna afflitta e sconsolata irruppe come poteva tra la moltitudine, e piena di fiducia si gettò ai piedi del Santo, presentandogli uno dei suoi figli che agonizzava a causa di una spina che gli aveva attraversato la gola e lo soffocava senza alcuna possibilità di soccorso medico.

Provando compassione per l’infelice condizione del figlio e per la sofferenza della madre, il pietoso  Vescovo alzò gli occhi e le mani al cielo, pronunciando questa fervente preghiera: “Mio Signore, Padre di misericordia e Dio di ogni consolazione, degnaTi di ascoltare l’umile preghiera del tuo servo e restituisci a questo bambino la salute, affinché tutto il mondo riconosca che solo Tu sei il Signore  della morte e della vita. E visto che sei il Dio sovrano, misericordiosamente liberale verso chi invoca il tuo santo Nome, Ti supplico umilmente che tutti quelli che d’ora in poi ricorrano a me per ottenere da Te, con l’intercessione di questo tuo servo, la guarigione da simili molestie, sentano l’effetto della loro fiducia e siano benignamente ascoltati e favorevolmente esauditi”.

Il Santo aveva appena terminato la sua preghiera, che il bambino espulse la spina e fu completamente guarito. Questo fatto è l’origine della particolare devozione dei fedeli a San Biagio, per quanto concerne i mal di gola.

San Biagio

Nel giorno di san Biagio, martire sotto Licinio, è consueta la benedizione della gola con due candele incrociate. Il sacerdote benedice il fedele con queste parole: «Per l’intercessione di san Biagio, vescovo e martire, il Signore ti liberi dal mal di gola e da ogni altro male. In nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen»

Il santo famoso per la protezione della gola fu vescovo di Sebaste, nell’antica Armenia Minore (oggi parte della Turchia centrale), dove subì il martirio nel 316 sotto Licinio, allora augusto d’Oriente. Qualche tempo dopo aver promulgato insieme a Costantino l’editto di Milano sulla libertà di culto, Licinio aveva infatti ripreso le persecuzioni contro i cristiani, descritte estesamente nel libro decimo della Storia Ecclesiastica del contemporaneo Eusebio di Cesarea (c. 265-340). A ciò si aggiunsero le macchinazioni di Licinio ai danni dello stesso Costantino, all’epoca augusto d’Occidente e intanto divenuto suo cognato, che lo sconfiggerà in più battaglie tra il 316 e il 324.

Secondo un sinassario armeno, al tempo della ripresa delle persecuzioni Biagio si rifugiò su un monte, dove ammansiva gli animali e guariva gli ammalati che gli si presentavano davanti e che lo conoscevano per la sua pietà e santità di vita. Il vescovo era anche un medico, ma operava molte guarigioni «non con medicine, ma con il nome di Cristo». Alla fine fu catturato dagli uomini di Agricola, un governatore che era stato incaricato da Licinio di perseguitare i cristiani. In questo frangente operò il suo più celebre prodigio, salvando con la sola fede un bambino che stava per morire soffocato a causa di una lisca di pesce andata di traverso. Dopo essere stato messo in prigione, fu bastonato. Poi le sue carni furono straziate con i pettini di ferro che si usano per cardare la lana e infine venne decapitato.

Biagio è nel gruppo dei cosiddetti 14 Santi Ausiliatori, invocati per particolari necessità e per i quali nel XV secolo fu istituita una festa collettiva, soppressa nel 1969 con la riforma del calendario. Nel giorno della sua memoria liturgica è consueta la benedizione della gola con due candele incrociate, benedette il giorno prima durante la festa della Presentazione del Signore (oppure, in mancanza, il giorno stesso). Il sacerdote benedice il fedele con queste parole: «Per l’intercessione di san Biagio, vescovo e martire, il Signore ti liberi dal mal di gola e da ogni altro male. In nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen».

La candelora

“PER LA SANTA CANDELORA SE NEVICA O SE PLORA DELL’INVERNO SIAMO FORA; MA SE L’È SOLE O SOLICELLO SIAMO SEMPRE A MEZZO INVERNO”
Questo è un antico detto popolare che in base al tempo del 2 di Febbraio, si prediceva la fine dell’inverno…e oggi a quanto pare il ☀️ ci ride dal cielo! Serva a noi per capire sempre che AL DI LÀ DELLE NUBI C’È SEMPRE IL SERENO!
Nel Cristianesimo, la Candelora è il giorno della “Presentazione di Gesù al Tempio”, come era scritto nella legge Giudaica per tutti i primogeniti maschi. In questo giorno si è soliti benedire le candele e proprio per questo motivo è una ricorrenza collegata alla luce, alla rinascita, all’inverno buio che sta per finire e all’arrivo della primavera con la sua luce e la sua vitalità.
Permettermi anche di ricordare un evento importantissimo: Oggi è anche il 26º Anniversario delle lacrimazioni di Sangue della Madonna di Civitavecchia! IL CIELO IN QUESTO TEMPO CI STA PARLANDO…ASCOLTIAMO!!!

Presentazione della Beata Vergine Maria

Con la memoria liturgica della Presentazione della Beata Vergine Maria, la Chiesa cattolica ricorda la presentazione di Maria bambina al tempio di Gerusalemme. Attraverso l’influsso dell’Oriente la celebrazione si diffuse in Occidente a partire dal 1372

Con la memoria liturgica della Presentazione della Beata Vergine Maria, la Chiesa cattolica ricorda la presentazione di Maria bambina al tempio di Gerusalemme, celebrata nello stesso giorno dagli ortodossi con il titolo di «Ingresso della Madre di Dio al tempio».

La ricorrenza affonda le sue origini nella consacrazione nel 543, a Gerusalemme, della Basilica di Santa Maria Nuova, costruita per volere di Giustiniano I. Solo in seguito nacque però la vera festa della Presentazione, di cui vi è una prima traccia nel calendario dell’imperatore bizantino Basilio II Bulgaroctono (958-1025). Attraverso l’influsso dell’Oriente la celebrazione si diffuse in Occidente a partire dal 1372, quando Gregorio XI la inserì nel calendario della Curia Romana. Il papa era stato persuaso dall’ambasciatore a Cipro, Filippo di Mézières, che gli raccontò come gli ortodossi celebrassero l’evento con grande solennità. Nei secoli successivi la Presentazione si affermò in tutta la Chiesa cattolica come festa, a parte una temporanea soppressione nel XVI secolo. La riforma del calendario liturgico del 1969 ne ha ridotto il rango liturgico a memoria.

Questo mistero della vita di Maria non è menzionato nei Vangeli, ma compare per la prima volta nell’apocrifo Protovangelo di Giacomo, scritto verso la metà del II secolo. Di questo testo la tradizione cristiana ha accolto alcuni contenuti relativi alla vita della Beata Vergine e dei suoi genitori, i santi Anna e Gioacchino, mentre ha rigettato come non ispirate altre narrazioni lontane dallo stile asciutto e sobrio dei quattro evangelisti. Secondo il racconto del Protovangelo, la Madonna fu presentata dai genitori al tempio di Gerusalemme all’età di un anno e vi fu ricondotta a tre anni per esservi allevata, ricevendo la benedizione del sacerdote.

Sull’evento dell’offerta di Maria bambina a Dio si è sviluppata la riflessione degli autori cristiani, come san Germano di Costantinopoli (634-733), che in un’omelia sulla celebrazione odierna disse: «Oggi la porta del tempio divino, spalancata, riceve la sigillata porta dell’Emmanuele che entra rivolto verso l’Oriente».

Sono diverse le congregazioni intitolate alla Presentazione di Maria e di essa parla estesamente anche la venerabile Maria di Agreda nella Mistica Città di Dio (cap. 1, libro 2°). La religiosa spagnola sottolinea la differenza tra le processioni solenni dell’Arca antica, «figura di questa, vera e spirituale, del Nuovo Testamento», e l’umiltà con cui Anna e Gioacchino condussero Maria al tempio: «Dio volle che tutta la gloria e la maestà di questa processione fosse invisibile e divina, poiché i misteri di Maria Santissima furono così sublimi e nascosti che ancora oggi molti di essi continuano a essere tali secondo gli imperscrutabili giudizi del Signore, il quale ha stabilito il tempo opportuno per ogni cosa».

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