I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia

L’Eucaristia, l’Immacolata e il Sommo Pontefice!

21 agosto: San Pio X

Le ragioni della profonda crisi della Fede e della Chiesa, che con costernazione molti cattolici osservano e vivono oggi, sono quelle individuate con logica e realismo da san Pio X, il grande Pontefice riformatore e restauratore che guidò la Chiesa nel primo Novecento fino allo scoppio della prima Guerra mondiale. Il centenario del suo dies natalis, 20 agosto 1914 – 20 agosto 2014, viene così a cadere in un tempo in cui l’obiettivo del suo Magistero, Instaurare omnia in Christo, diventa di sorprendente attualità: come allora Papa Sarto, di fronte agli assalti secolarizzanti del liberalismo e del modernismo, vide come unico rimedio la necessità di ricapitolare ogni cosa in Cristo, così oggi le parole di San Paolo diventano insegnamento di urgente attuazione per difendere la Chiesa da quei mali fotografati, esaminati e analizzati nell’enciclica Pascendi Dominici Gregis che San Pio X scrisse nel 1907 e che resta, nel Magistero petrino, uno dei documenti più importanti e più celebri di tutti i tempi.
San Pio X avviò un piano santamente ambizioso e di riforma generale poiché non solo le forze nemiche, liberali e massoniche, minacciavano la Chiesa, e i semi avvelenati del liberalismo e del modernismo (termine presente per la prima volta nella Pascendi) avevano ormai attecchito con successo in alcuni ambienti “cattolici”, sia nel clero, sia fra i laici; ma si era andato formando, in particolare sotto il Pontificato di Leone XIII, un clima di stanchezza e di apatia nei Seminari, nelle parrocchie e persino nelle celebrazioni delle Santa Messe, dove erano entrati addirittura canti profani, bande musicali, arie di opere liriche… fra le azioni di Papa Sarto ci fu anche la Riforma della musica sacra: avvalendosi della consulenza di un eccellente esperto e compositore come Lorenzo Perosi (1872-1956), diede al canto gregoriano la preminenza assoluta nella Liturgia.
Il Modernismo, definito nella Pascendi, «sintesi di tutte le eresie», tentava di coniugare Vangelo e positivismo, Chiesa e mondo, filosofia moderna e teologia cattolica; esso aveva visto i suoi albori in Francia, dove si era consumata la Rivoluzione che aveva abolito il diritto divino, incoronando la «dea ragione». Il motto «liberté, egalité, fraternité», che aveva prodotto il testo giuridico della Déclaration des Droits de l’Homme et du Citoyen (26 agosto 1789), divenne, lungo i decenni, il lite motive di molti pensatori cristiani che decisero di inchinarsi al mondo, senza più condannare gli errori e senza più preservare l’integrità della dottrina della Fede. Fu proprio contro questa mentalità che San Pio X decise di combattere al fine di tutelare gli interessi di Dio e della Sposa di Cristo.
Profonda Fede, amore immenso per la Chiesa, grande umiltà e grande sensibilità. Uomo dalle poche parole e dai molti fatti, era sempre teso a compiere la volontà di Dio, anche quando, chiamato ad alte mansioni, sentiva tutto il peso gravoso delle responsabilità; ma una volta accolto l’impegno, la sua preoccupazione era quella di rispettare e far rispettare leggi e principi divini, senza distrazioni verso il rispetto umano e il consenso delle opinioni del mondo. Non cercò mai i riflettori, ma soltanto la difesa dei diritti del Creatore e la salvezza delle anime.
Dal campanile di Riese, dove nacque il 2 giugno 1935, passò a quelli di Salzano e di Treviso per poi arrivare a quello di San Marco a Venezia e approdare a quello di San Pietro a Roma, tuttavia rimase sempre identico a se stesso: libero da ogni passione terrena, continuò a voler vivere in povertà, come lasciò scritto nel suo Testamento: «Nato povero, vissuto povero e sicuro di morir poverissimo». Povertà per sé, ma non per Dio: non lesinava mai corredi e paramenti nella Sacra Liturgia.
San Pio X si caratterizza per la sua formazione tomista, per il suo sano e disincantato realismo, per la sua tangibile pastoralità (vicina ai reali e non demagogici problemi), per il suo attaccamento alla Fede e non all’ideologia, per il suo tenere le distanze dalla politica; ma proprio per questo suo atteggiamento di pastore-missionario fu sempre stimato e rispettato in vita. Questo Pontefice, seppure con discrezione ed umiltà, come era di sua natura, è diventato interprete determinato e determinate della Chiesa militante e continua, senza rumore, ma nel proficuo e fertile silenzio di Dio, a fare scuola.
Diede vita ad un’immensa opera di restaurazione con l’obiettivo di Instaurare omnia in Christo, come ebbe a scrivere nella sua enciclica programmatica E Supremi Apostolatus del 4 ottobre 1903:
«Le ragioni di Dio sono le ragioni Nostre; è stabilito che ad esse saranno votate tutte le Nostre forze e la vita stessa. Perciò se qualcuno chiederà quale motto sia l’espressione della Nostra volontà, risponderemo che esso sarà sempre uno solo: “Rinnovare tutte le cose in Cristo».
Agì su due fronti: da un lato riformò e dall’altro condannò.
Riformare per restaurare. Dirà lo spagnolo Cardinale Rafael Merry del Val, non solo Segretario di Stato di San Pio X, ma suo braccio destro, suo confidente, suo amico d’anima:
«La riforma della curia romana, la fondazione dell’istituto Biblico, l’erezione dei seminari centrali e la legislazione per una migliore formazione del clero, la nuova disciplina per la prima – per la frequente – comunione, la restaurazione della musica sacra, il suo poderoso atteggiamento contro i fatali errori del cosiddetto modernismo e la sua energica difesa della libertà della Chiesa in Francia, in Germania, in Portogallo, in Russia e altrove – per non parlare di molti atri atti di governo – basterebbero indubbiamente per additare Pio X come un grande pontefice e un eccezionale condottiero di uomini. Posso attestare che tutto questo enorme lavoro fu dovuto principalmente, e spesso elusivamente, al suo progetto e alla sua iniziativa personale. La storia non si limiterà a proclamarlo semplicemente un papa la cui “bontà” nessuno sarebbe capace di mettere in questione».
Quel suo passato da cappellano a Tombolo (1858-1867); da parroco a Salzano (1867-1875); da canonico, da Direttore di Seminario, da cancelliere, da Vicario capitolare a Treviso (1875-1884); da Vescovo di Mantova (1884-1893); da Cardinale e Patriarca di Venezia (1893-1903), fu basilare per il gigantesco piano riformatore che mise in moto durante il suo Pontificato, che durò 11 anni, dal 1903 al 1914.
Quando Giuseppe Sarto divenne sacerdote (18 settembre 1858), si dedicò subito e con particolare attenzione all’istruzione catechistica, considerando l’ignoranza religiosa il primo grave problema che un ministro di Dio deve affrontare. «Frequentare la Messa», diceva, «e ignorare le verità della fede sono cose che si elidono a vicenda, perché non è possibile accettare verità che non si conoscono». Diede così vita al Catechismo Maggiore (1905) e al Catechismo della dottrina cristiana (1912), maggiormente divulgato.
Diede anche avvio alla formulazione di un Codice di Diritto canonico, il Codex iuris canonici, mai esistito nella Chiesa. Era un’esigenza viva e sentita da Vescovi e canonisti. E finalmente volle dare rimedio al caos delle norme, alla poca chiarezza di molte di esse, alla contraddittorietà delle une e delle altre che andavano spesso a elidersi a vicenda e alla difficoltà del reperimento di fonti certe, tanto che molte erano persino sconosciute a chi avrebbe dovuto servirsene.
Il Codex, dove sono presenti spirito di Fede, intransigenza sui principi e profonda pietà, è risultato essere un grande strumento di utilità pastorale, sovvenendo così alle nuove ed inedite necessità organizzative e funzionali che si sono presentate alla Chiesa del XX secolo e, allo stesso tempo, si inserisce a pieno titolo nel programma di restaurazione cattolica che caratterizza il Pontificato di San Pio X.
L’Eucaristia fu un asse portante della dottrina pastorale di Giuseppe Sarto. Già Patriarca egli raccomandava vivamente la Santa Messa quotidiana. Il decreto Sacra Tridentina Synodus (1905) verte sulla comunione frequente, mentre il decreto Quam singulari (1910) sull’anticipazione «all’età dell’uso della ragione» (7 anni) della prima comunione. Atti molto innovativi, che mettevano al centro della vita di ogni fedele, come della stessa Chiesa, Gesù Eucaristico. La ragione per cui volle anticipare la prima comunione era per rispondere all’esigenza di preservare il più possibile l’innocenza nei bambini, quell’innocenza che oggi la civiltà laica e senza Cristo fa di tutto per violare ed infrangere.
Né si può tralasciare la sua ampia azione di denuncia contro le leggi anticristiane della Francia. Ricordiamo, in particolare, la Lettera all’episcopato francese Notre charge apostolique (1910), contro la concezione secolarizzata della democrazia.
Uomo di profonda e riflessiva intelligenza, non aveva difficoltà alcuna a parlare con tutti, ad ascoltare tutti, ad avere un atteggiamento di carità concreta (i suoi agiografi ne hanno registrato l’immensa portata, oltre che descrivere grazie e miracoli ottenuti per sua intercessione e ancora in vita) e intellettuale con ogni individuo: traboccante di umiltà, non fu mai né altero, né superbo, neppure quando venne avviato il piano repressivo nei confronti dei modernisti; il suo cuore rimase sempre generosamente evangelico, seppure fieramente dalla parte di Cristo. Spirito né settario, né fanatico, egli fu realmente cattolico e la sua intransigenza in materia di Fede non si trasformò mai in zelo amaro. Rimase sempre padre misericordioso e curato d’anime.
Sapienza e fecondità sono presenti nelle sue sedici encicliche, documenti sentiti, partecipati, vissuti e supportati da una Fede adamantina che esige di essere applicata. In esse si coglie la gioia della Buona Novella dell’uomo di Dio che dai tetti annuncia la rivelazione del Salvatore a tutte le genti e trasmette un unico insegnamento, quello di Gesù Cristo, a dispetto di chi vorrebbe silenziarlo, oppure profanarlo, oppure cambiarne il significato a proprio piacimento.

20 agosto: San Bernardo di Chiaravalle

Uomo focoso, consigliere di papi e monarchi, denominato dal Papa Innocenzo
III ” una muraglia inespugnabile che regge la Chiesa”, San Bernardo di Chiaravalle è stato anche un mirabile araldo della Vergine Maria e 
uno dei primi apostoli dell’intercessione universale della 
Madre di Dio.

L’ambiente era carico di aspettativa e serietà. La moltitudine si comprimeva, silenziosa, attorno ad un uomo ancora giovane, dall’aspetto austero, che predicava sulle rive di un fiume. La sua voce, grave e compassata, faceva trasparire una profonda pace dell’anima. “Convertitevi, perchè il regno di Dio è vicino. (…) Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri (Mt 3, 2-3), affermava con severità. Continuava poi soavemente, quasi intenerito: “Viene dopo di me chi è più forte di me, al quale non son degno di slacciare, prostrato a terra, i lacci dei sandali” (Mc 1, 7).

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Giovanni Battista, l’ultimo e il maggiore dei profeti dell’Antico Testamento, annunciava al popolo eletto la prossima apparizione del Salvatore del genere umano. E più tardi, quando rivelò la divinità del Messia nel proclamare: “Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie i peccati del mondo” (Gv 1, 29), la lunga e grandiosa fila di profeti, che avevano predetto l’avvento del Redentore e guidato il popolo attraverso secoli di attesa, era finalmente chiusa. Tutte le profezie si erano realizzate.

La rivelazione è completa, ma Dio desidera servirsi delle cause seconde per comunicare i suoi divini disegni all’umanità. Così, Egli sempre farà sorgere uomini e donne che indichino il Cammino, insegnino la Verità e trasmettano la Vita alla maggioranza degli uomini. Questa realtà ce la spiega San Tommaso, nella Summa Teologica: “In tutte le epoche sono esistiti uomini che possedevano lo spirito profetico, non per far conoscere dottrine nuove, ma per dirigere la vita umana”

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Il profeta del secolo XII

Nel secolo XII la Civiltà Cristiana aveva attinto un’auge che nessun santo avrebbe potuto immaginare agli albori duri e sanguinosi della prima epoca della Chiesa. ” La filosofia del Vangelo governava gli Stati; l’influenza della saggezza cristiana e la sua virtù divina compenetravano le leggi, le istituzioni, i costumi dei popoli, tutte le categorie e tutte le relazioni della società civile” – affermò Leone XIII nell’Immortale Dei. Il sostegno di questa società sacrale era stato, per più di un secolo, la santità emanata dall’abbazia benedettina di Cluny.

         Essendosi propagati rapidamente in tutto l’Occidente cristiano, questi figli di San Benedetto influenzavano e orientavano la spiritualità e la cultura dei popoli dell’Europa a partire dall’interno dei loro immensi monasteri, dall’alto dei pulpiti, sviluppando una bellissima e aristocratica liturgia e incantando le moltitudini con l’angelico canto gregoriano. Avvenne però che, dopo aver raggiunto la vetta, la grandezza di Cluny venne scemando lentamente, forse per non aver avuto anime generose che, nell’apice del suo splendore, volessero partire per estremi nuovi di santità. Fu allora che sorse, non un’istituzione, ma un uomo che fu il riformatore della disciplina ecclesiastica, il modello di tutte le virtù, la voce di Dio che indicava nuovi obiettivi a quella società che cominciava a vacillare: Bernardo di Chiaravalle.

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Un misterioso disegno

Nell’anno 1091 nasceva in un castello della Borgogna il terzo figlio del signore di Fontaines e della virtuosa dama Alet. Poco prima di dare alla luce il bambino, ella aveva fatto un sogno così nitido ed espressivo che la sua materna intuizione non esitò a vedere in esso un provvidenziale preannuncio del futuro del figlio: le era apparso un cagnolino dal pelo bianchissimo che abbaiava a gran voce e senza sosta. Afflitta, per il fatto di non riuscire a dare una chiara interpretazione che traducesse i suoi presentimenti, consultò un servo di Dio, che le rispose: “Il bambino sarà un grande predicatore e abbaierà continuamente per proteggere la Casa di Dio, e guarirà le ferite di molte anime”.

Discendente di due nobili famiglie e aleggiando su di lui questo misterioso vaticinio, fu allevato con la massima cura da sua madre, che, non appena possibile, lo inviò ad una famosa scuola nella città di Chatillon-sur-Seine. Il suo grande talento intellettuale generava ammirazione nei maestri e faceva presagire per lui una carriera brillante. L’indole affabile e un po’ timida di Bernardo possedeva una nota di nobiltà e dolcezza che attirava molti a lui. In poco tempo, sentì ardere nell’anima il desiderio della gloria della scienza e di un’esistenza mondana vissuta nell’opulenza.

Il demonio, il mondo e la carne tentarono innumerevoli volte di trascinarlo alla perdizione, ma, nonostante gli assalti, egli seppe conservare sempre integra la sua innocenza battesimale. Una volta, sentendo una speciale attrazione per una bella e poco virtuosa giovinetta, e volendo a qualsiasi costo evitare il minimo errore, si lanciò in un laghetto d’acqua gelata (era inverno) e là vi rimase, immerso fino al collo, fino a quando lo tirarono fuori quasi privo di sensi.

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Il richiamo del Signore

Bernardo aveva 21 anni d’età, e la grazia divina aveva molto battuto alle porte del suo cuore ardente: “Perché sei venuto al mondo?” Questa domanda se la poneva con una frequenza sempre maggiore..

La radicalità della vita monastica attirava quell’anima fatta per grandi atti d’eroismo: abbandonare onori, ricchezza e famiglia, consacrarsi per sempre al servizio del Re Eterno, vivere di quell’amore sovrannaturale le cui fiamme crescevano sempre più nel suo intimo… Nello stesso tempo però, non pochi parenti e amici lo esortavano a seguire una strada più comoda: innanzitutto, le straordinarie qualità del giovane Bernardo promettevano grandi glorie mondane; e inoltre la precaria salute e la sua fragile costituzione non avrebbero sopportato i rigori della vita religiosa; così essi sostenevano che si poteva servire Dio anche senza seppellire in un chiostro i talenti di un’indole tanto delicata.

Afflitto da questi pensieri e dissidi interiori, un giorno entrò in una chiesa e implorò una luce celeste che gli facesse conoscere, senza ombra di dubbio, il disegno di Dio a suo riguardo. Il Signore non tardò a venire in soccorso del suo prescelto che a Sè chiamava.

Bernardo si alzò rinvigorito e pieno di sovrannaturale certezza e si diresse a un monastero quasi sconosciuto, fondato non molto tempo prima dal santo abate Roberto di Molesmes e situato in un boschetto non distante dal castello della sua famiglia: Cister.

Bisogna aggiungere che egli non si limitò semplicemente a partire per quell’austero chiostro dove sarebbe nato, in mezzo ad innumerevoli difficoltà, un nuovo ordine religioso: con ispirata eloquenza, trascinò con sè suo zio materno, quattro fratelli e altri trenta cavalieri suoi compagni! All’ultimo fratello di Bernardo, che era ancora piccolo, furono dette le seguenti parole: “Rimani con Dio.

Noi partiamo per il monastero e ti lasciamo tutti i nostri averi”. Desolato, il bambino rispose: “Voi conquistate il Cielo e mi lasciate a terra? Brutta spartizione questa!” E pochi giorni dopo, andò a bussare a quelle benedette porte che già avevano accolto i suoi cinque fratelli maggiori…

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La valle della luce

Se era stato esiguo per molti anni il numero di monaci di Cister, ben presto, grazie a Bernardo, le sue rudimentali pareti di pietra divennero strette.

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Per ordine del suo superiore, ora Santo Stefano Harding, egli partì, insieme a dodici compagni, per fondare una nuova abbazia. Aveva appena 25 anni

Il luogo prescelto per fermarsi fu un’isolata e ombrosa valle, temuta a causa dei ladri che lì si rifugiavano. In poco tempo la foresta cedette lo spazio ai campi coltivati, i muri cominciarono a elevarsi, voci pure e virili fecero echeggiare la laus perenni in quelle vastità, e la luce divina riflessa da San Bernardo dissipò le oscurità del luogo, che cominciò ad essere chiamato Clara Vallis – Chiaravalle.

Attirati dalla fama di santità che subito circondò questo monastero, accorsero numerosi giovani, nobili e plebei, colti e ignoranti, desiderosi di seguire Cristo nella povertà, obbedienza e castità, sotto la guida del giovane abate. Passò ben presto a 700 il numero di monaci che riempivano l’abbazia della valle della luce. 

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Voce e braccio di Dio

La luce, però, non fu fatta per essere nascosta quanto invece per illuminare e brillare agli occhi di tutti (cfr. Mt 5, 15-16). Invano Bernardo cercava la solitudine e il silenzio della sua amata valle.

        Contro la sua volontà, divenne il consigliere di Papi, vescovi e monarchi, il direttore spirituale dell’Europa medievale, il Mosé della Cristianità.

Non c’era predicatore più ardente nè personaggio con maggior prestigio di lui. Venerato come santo dalle moltitudini e riconosciuto come profeta e taumaturgo, la sua semplice presenza, le sue parole e scritti risvegliavano un entusiasmo nuovo e combattevano vittoriosamente le eresie e gli avversari della Chiesa.

Essendosi verificato in quel periodo un pericoloso scisma nella Chiesa di Dio, quasi tutti i fedeli vacillavano, disorientati, tra il legittimo Pontefice e un antipapa di nome Anacleto.

Teologi e dottori dibattevano con foga argomenti a favore dell’uno o dell’altro, senza giungere a risultati convincenti o definitivi. Gli occhi di molti si rivolsero allora verso il santo abate di Chiaravalle, alla ricerca di una parola che risolvesse la spinosa questione. Bernardo accorse al Concilio di tutti i vescovi del regno di Francia, e grazie alla sua ispirata ed ardente eloquenza il voto dell’assemblea decise a favore del legittimo Papa, Innocenzo II.

L’incendio della divisione, comunque, non si estinse immediatamente. Nella provincia di Guascogna, un vescovo orgoglioso che aveva trovato l’appoggio di un conte ambizioso della regione, ancora si sollevava contro il vero pastore della Santa Chiesa.

Il Papa inviò San Bernardo a porre fine a questa triste situazione, nell’aspettativa che la saggezza del santo trionfasse laddove i ragionamenti dei teologi avevano fallito. Invano egli tentò di ridurre alla giusta obbedienza l’agitato spirito del vescovo ribelle.

Cercò, allora, di convincere il dispotico conte, dimostrandogli l’insensatezza della sua posizione. Entrambi, però, ebbri di orgoglio, si ostinavano nell’errore.

Rattristato di fronte a tanta malvagità, ma deciso a far prevalere l’autorità del Sommo Pontefice, Bernardo convocò tutto il popolo nella cattedrale della città e celebrò solennemente il Santo Sacrificio dell’altare. Dopo la Consacrazione, alzando tra le sue mani il Santissimo Sacramento sopra una patena, si diresse nella piazza dove si trovava il conte che, essendo stato scomunicato, non poteva entrare nel tempio. Guardandolo severamente,gli disse con voce minacciosa: “Noi ti abbiamo pregato e tu ci hai disprezzato; molti servi di Dio ti hanno supplicato e tu a nessuno hai prestato attenzione.

Ecco che il Figlio della Vergine, Capo e Signore della Chiesa che tu perseguiti viene in tua presenza! Ecco il Giudice nelle cui mani un giorno la tua anima cadrà. Vediamo se anche a Lui giri le spalle come hai fatto a noi!” Come anticamente i venditori del Tempio di Gerusalemme erano fuggiti davanti al Maestro adirato, l’infelice conte, nell’udire queste parole, si buttò a terra, terrorizzato. Poi si alzò, toccato finalmente dalla grazia di Dio, si prostrò completamente pentito ai piedi del santo abate e fece tutto quanto questi gli ordinò. Più tardi strinse con Bernardo un’amicizia così intensa che, seguendo i suoi santi consigli, abbandonò il mondo e terminò i suoi giorni in un convento. Il vescovo recalcitrante, invece, ostinato nella sua malizia, un giorno fu trovato morto nel suo letto, senza confessione né viatico.

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Araldo della Madonna

Ma quest’uomo focoso, denominato dal Papa Innocenzo III “una muraglia inespugnabile che sostiene la Chiesa”, passò alla Storia col titolo di “Dottore Mellifluo”, perché la dolcezza delle sue esortazioni portava tutti ad affermare che le sue labbra distillavano purissimo miele. Chi, nel mondo cristiano, non conosce l’incomparabile preghiera “Ricordatevi”, a lui attribuita? Fu uno dei primi a chiamare “Madonna” la Madre di Dio.

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La tradizione racconta che, ascoltando una volta i suoi fratelli cantare la Salve Regina, irruppe dal suo cuore pervaso d’ispirazione la triplice esclamazione che oggi corona questa preghiera: “O clemente, o pia, o dolce Vergine Maria!” Fu anche uno dei primi apostoli dell’intercessione universale di Maria Santissima, lasciando questa dottrina chiaramente consegnata in numerosi sermoni: “Siccome eravamo indegni di ricevere qualsiasi cosa, c’è stata data Maria per ottenere, per mezzo Suo, tutto quanto di cui abbiamo bisogno. Dio ha voluto che noi niente riceviamo senza passare prima per le mani di Maria

(…) Nel più profondo della nostra anima, con tutti gli affetti del nostro cuore e tutti i sentimenti e desideri della nostra volontà, veneriamo Maria, perché questa è la volontà di quel Signore che ha voluto che tutto riceviamo da Maria.” 

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“Venite, benedetto di mio Padre”

Ritornando da una missione apostolica, quando ormai aveva 63 anni di età, guarì una donna cieca, in presenza di un’enorme moltitudine accorsa a venerarlo. Fu l’ultimo miracolo realizzato nella sua esistenza terrena. Nel giungere al suo amato monastero di Chiaravalle, sentiva che stava perdendo le sue forze. La sua anima, però, traboccava della serena fiducia propria del navigante che finalmente avvista il porto anelato.

Egli stesso, in una lettera, fa sapere della sua ultima afflizione, poco prima di partire per l’eternità: “Il sonno fugge da me, affinché il dolore non si attenui stando i sensi addormentati. Quasi tutto quello che patisco sono dolori allo stomaco. Per non voler nascondere niente ad un amico desideroso di conoscere lo stato del suo amico, e parlando non come saggio, secondo l’uomo interiore, vi dico che la mente è pronta, nella carne debole. Pregate il Salvatore, il quale non vuole la morte del peccatore, che non ritardi più la mia fine, ma la protegga e la sostenga”.

Vescovi, abati e monaci circondavano il letto dove agonizzava quel profeta del Signore. Piangevano il superiore che dava consigli, il dottore che insegnava, il padre che li amava, l’uomo di Dio che li santificava. Questi li animò fino all’ultimo respiro e li consolò, con grande modestia diceva che era ormai tempo che un servo divenuto inutile passasse ad un altro il suo incarico e che un albero sterile fosse divelto…

Il giorno 20 agosto del 1153, alle nove del mattino, consegnò la sua purissima anima al suo Creatore e Redentore.

XX Domenica del Tempo ordinario – (Anno – C)

Il Signore Gesù

Vangelo 

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: 49 “Sono venuto a portare il fuoco sulla Terra; e come vorrei che fosse già acceso! 50 C’è un battesimo che devo ricevere; e come sonoangosciato, finché non sia compiuto! 51 Pensate che Io sia venuto a portare la pace sulla Terra? No, vi dico, ma la divisione. 52 D’ora innanzi in una casa di cinque persone, si divideranno tre contro due e due contro tre; 53 saranno divisi: il padre contro il figlio e il figlio contro il padre; la madre contro la figlia e la figlia contro la madre; la suocera contro la nuora e la nuora contro la suocera” (Lc 12, 49-53).

Il fuoco purificatore!

Pregustando il momento in cui avrebbe visto tutta la Terra trasformarsi, incendiata dal fuoco dell’amore divino, Nostro Signore rivela la straordinaria forza rinnovatrice che nasce dal suo sacrificio e manifesta l’ardente desiderio di consumarlo.

I – Le manifestazioni d’amore del Divino Maestro

Commoventi e mirabili sono le manifestazioni di misericordia del Signore Gesù nel corso della sua vita pubblica. Senza mai rifiutare beneficio alcuno agli infelici che Lo avvicinavano bisognosi di aiuto, realizzava guarigioni corporee e spirituali mai prima testimoniate. Una volta, mentre camminava per le strette strade della città di Nain, si imbatté nel funerale di un giovane che era morto lasciando la madre, una povera vedova, sola e abbandonata. Mosso a compassione per la triste sorte che l’aspettava, Gesù fece tornare in vita il giovane e lo restituì a sua madre in eccellenti condizioni fisiche, certamente migliori delle precedenti.

In un’altra occasione, dieci lebbrosi si prostrarono davanti a Lui implorando la fine dei loro mali. Ricevettero uno sguardo benigno del Maestro, seguito dalla bramata guarigione, mediante la quale ritornarono alla vita sociale, pieni di giubilo. Ancora maggiori di questi, però, erano i benefici fatti alle anime, con il perdono dei peccati a tutti i colpevoli pentiti. Incessanti erano i miracoli e incommensurabile la portata dei suoi favori. Per questo, l’Apostolo Pietro sintetizzò tali opere affermando che Egli “pertransivit benefaciendo – passò beneficando” (At 10, 38).

Per il fatto di sentire con frequenza dalle stesse labbra divine parole piene di commiserazione, l’insegnamento contenuto nel Vangelo di questa 20ª Domenica del Tempo Ordinario può causarci una certa perplessità perché non si adatta, a prima vista, al modo di procedere di Nostro Signore testimoniato in altri passi. Ci sarebbe, pertanto, una contraddizione nel ministero di Gesù? O le sue parole sul fuoco, la divisione e la rottura dei lacci familiari contengono una profondità che esige un’analisi più accurata? Il testo proposto dalla Liturgia di questa domenica offre una privilegiata opportunità per comprendere la vera ampiezza del perfettissimo insegnamento di Cristo e i suoi sviluppi per la vita di ognuno di noi.

II – Un nuovo fuoco è portato sulla Terra

Mosè

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: 49 “Sono venuto a portare il fuoco sulla Terra; e come vorrei che fosse già acceso!”

Audace è l’affermazione del versetto iniziale, nel quale Nostro Signore dichiara di aver assunto l’Incarnazione con la finalità di propagare un fuoco, essendo così veemente il suo desiderio di vederlo ardere che aspetta con ansia l’arrivo di tale momento. Dovremmo intendere tale affermazione in senso letterale? Sarebbe Egli venuto come una torcia fiammeggiante, per percorrere tutta la Terra al fine di produrre un incendio universale? Evidentemente no.

D’altra parte, sappiamo che l’immagine del fuoco appare nella Scrittura con diversi significati, nella maggior parte delle volte con una connotazione punitiva. Nell’episodio in cui Mosè lo ha invocato su Core, Datan, Abiron e duecentocinquanta rivoltosi, così efficace è stato l’effetto prodotto che non sono rimasti neppure vestigi dei diffamatori (cfr. Sir 45, 22-24; Nm 16, 35). Con una finalità simile Elia ha fatto scendere fuoco dal Cielo su due capitani, ciascuno seguito da cinquanta soldati, tutti immediatamente ridotti in cenere (cfr. II Re 1, 9-12). L’Apocalisse preannuncia il fuoco che deve esser lanciato sulla Terra nella conflagrazione finale per purificarla (cfr. Ap 20, 9-10). Inoltre, le menzioni alle pene infernali sono sempre accompagnate dall’immagine di un incendio peculiare, creato da Dio a questo scopo, la cui energia è Egli stesso, un fuoco intelligente che non si consuma.1

Ora, il contesto di questo Vangelo denota che il Salvatore non allude ai passi antichi già noti al pubblico al quale predicava, né si riferisce alle fiamme dell’inferno. Le sue parole, avvolte in un’aura di mistero, versano sopra un fuoco nuovo, preconizzato soltanto dalla predicazione di San Giovanni Battista.

L’umanità necessitava di una purificazione

Alla moltitudine stipata, avida di sapere se era o no davanti al Messia, il Precursore ha dichiarato in tono solenne: “Io vi battezzo con acqua; ma viene uno che è più forte di me, al quale io non son degno di sciogliere neppure il legaccio dei sandali: costui vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco” (Lc 3, 16). Era l’annuncio del battesimo sacramentale, incomparabilmente più profondo, efficace e perfetto di quello della penitenza, seguito da un fuoco trasformatore.

In realtà, prima dell’avvento di Nostro Signore, l’umanità era pervasa e macchiata dagli effetti del peccato originale, essendo diventata schiava delle passioni disordinate. Nel corso dei secoli, c’è stato un graduale radicamento di queste cattive tendenze con tutte le nefaste conseguenze registrate dalla Storia, rendendosi indispensabile una purificazione. Come operare la santificazione della società in tali circostanze? Attraverso le vie normali dello sforzo o con la pratica di una virtù naturale non si raggiunge un così elevato obbiettivo; si rendeva indispensabile un fattore determinante originato da un’iniziativa divina, visto che l’uomo non aveva dei mezzi per vincere la propria cattiveria, essendo questo il magnifico rimedio che il Redentore ci è venuto a portare.

Il fuoco dell’amore divino

Attraverso l’unione della natura umana con quella divina in una sola Persona, e per i meriti infiniti dell’Incarnazione, Passione, Morte e Resurrezione del Signore Gesù, è sceso sulla Terra un fuoco capace di purificare il fango nel quale gli uomini si trovavano impantanati: “Gesù è venuto dal Cielo alla Terra per mettere fuoco nelle anime al fine di depurarle, bruciare le loro scorie e renderle puro argento e oro davanti a Dio: è il fuoco della santità, della  carità; è l’intero sistema di santificazione che Gesù ha portato al mondo”.2 Con la Redenzione, siamo stati elevati ad un livello spirituale inimmaginabile, perché ci è stata aperta la possibilità di essere graditi a Dio e partecipi della sua stessa divinità. Chiamati con forza ad assumere la stessa perfezione del Padre Celeste (cfr. Mt 5, 48), riceviamo per questo l’effusione dell’amore di Cristo che affina il nostro proprio amore, lo rende meritorio e fecondo, oltre ad offrirci la possibilità di vincere il peccato, che sebbene scagli ancora il suo pungiglione, ormai non impera più. Nella misura in cui gli uomini si lasciano penetrare dal fuoco della carità, gli ostacoli ai dettami della grazia vengono superati, perché nulla può fermare la marcia di quelli che amano. Chi si dà interamente all’amore soprannaturale diventa capace di realizzare prodigi, proprio come hanno fatto i grandi eroi della Fede.

Santa Caterina da Siena

Santa Giovanna d’Arco, per esempio, è montata a cavallo, ha indossato un’armatura, ha guidato un esercito e ha conquistato la libertà per la sua nazione. Santa Caterina da Siena, grande Dottore della Chiesa, ha ottenuto che il Papa tornasse alla Sede di Roma dopo più di mezzo secolo di esilio ad Avignone ed ha consigliato con tanta sapienza i potenti del suo tempo che nessuno ha potuto mettere in dubbio l’ispirazione divina delle sue parole. Per entrambe non c’è stata legge di umana prudenza che significasse un impedimento. Mosse da questo fuoco ardente, esse si sono dedicate a una causa più che eccelsa, hanno affrontato con determinazione sovrumana le maggiori avversità e hanno cambiato il corso della Storia.

Queste sono anime che hanno posseduto la pienezza della carità, per la cui rappresentazione Nostro Signore non ha trovato simbolo migliore del fuoco, poiché la fiamma è attraente, bella, eleva la sua luce al Cielo e illumina. Allo stesso tempo, però, esso brucia, e davanti a questo potere di combustione non c’è chi commetta la temerità di ritenerlo innocuo. Così è l’amore: oltre ad essere una natura meravigliosa, si riveste di fortezza per difendere ed esaltare l’oggetto amato, spogliandolo del male.

Il battesimo del Calvario

50 “C’è un battesimo che devo ricevere; e come sono angosciato, finché non sia compiuto!”

Evidenziando ulteriormente quanto la propagazione di questo fuoco dipenda dal proprio impulso, il Maestro rivela di aver bisogno di passare per un battesimo, avvalendoSi, per questo, dell’incisiva formulazione “devo ricevere”. Egli aveva già ricevuto, agli inizi della vita pubblica, il battesimo da San Giovanni – del quale non aveva bisogno, ma ha voluto esserne partecipe per santificare le acque dell’universo, tra altre ragioni 3 –, il che rende evidente che non Si riferisce qui al penitenziale. Superiore a questo – e quanto più prezioso! – è il doloroso battesimo di sangue operato coi tormenti della Passione. L’autorevole parere di Maldonado sintetizza l’opinione degli esegeti a questo riguardo, visto che Nostro Signore lascia l’affermazione avvolta in una certa ombra di mistero: “Chiama battesimo, indubitabilmente, la sua Passione e morte, come tutti gli interpreti ammettono […]. In tal modo esser battezzati, che è propriamente immergersi nelle acque, si interpreta qui con patire e morire; e battesimo, con tribolazione, passione e morte”.4 Data la suprema perfezione di Cristo, si comprende che questo battesimo non sfociava in un beneficio per Lui, che è Dio, quanto per l’umanità.

Quale sarà stata la ragione per cui Lui era ansioso che questo si compisse? Questa ragione è la redenzione del genere umano che si sarebbe operata attraverso questa consegna, poiché il suo amore infinito per le anime Lo spingeva a volerle purificare prima possibile e far sì che questo fuoco cominciasse a consumare le miserie umane, trasformando gli uomini in perfetti figli di Dio. Era il “desiderio ardente e generoso per cui, come Redentore, Gesù voleva in qualche modo anticipare la sua Passione, a causa dei frutti di salvezza che essa avrebbe prodotto per la stirpe umana”.5

Proprio come si verifica in tutti i particolari e detti della vita del Salvatore, un sublime insegnamento emana da questo passo: Egli ci mostra quanto dobbiamo aspirare per vedere subito realizzato il bene che dobbiamo fare. A partire dal momento in cui la volontà divina a nostro riguardo diventa chiara, dobbiamo anelare a compierla senza indugio, impegnando tutti i nostri sforzi, dedizione e sacrifici al fine di essere strumenti della grazia per la salvezza del prossimo. Il fuoco dell’amore non comporta ritardi, poiché questi significano un indebolimento di fervore, e Gesù, muovendoSi soltanto per amore al Padre e a noi, si dirige con bramosia verso il tormento, come sottolinea Sant’Ambrogio: “Grande è la condiscendenza del Signore, che testimonia di avere un grande desiderio nel suo cuore di infonderci la devozione, di consumare in noi la perfezione e di portare a termine, in nostro favore, la sua Passione”.6

La generosità del Cuore di Gesù

Sacro Cuore di Gesù

L’infinita generosità di tale consegna ci conduce alla considerazione dei benefici ricevuti da Cristo: Egli ha voluto incarnarSi, soffrire tutte le vicissitudini di una natura umana sofferente, come fame, freddo, sete, caldo, stanchezza, ingiurie…, e oltretutto, ricevere il battesimo di sangue. Ha patito l’olocausto con l’intento di riparare le nostre colpe e offrirci la purificazione di tutte le macchie del peccato dei nostri progenitori, Adamo ed Eva, restituendoci lo stato di grazia e rintroducendoci, così, nella familiarità con Lui attraverso la partecipazione alla natura divina, concedendoci il privilegio di essere figli del Padre per adozione: suoi fratelli e coeredi, per godere l’eternità insieme a Lui. In questo modo intravvediamo, seppur in forma molto imperfetta, le dimensioni straordinarie del Sacro Cuore di Gesù, i cui meriti sono di un cuore umano unito ipostaticamente a Dio e, pertanto, nel quale c’è un’intera identità tra l’amore che parte dall’umanità e quello che si origina nella divinità. Sono due amori coesistenti in uno stesso Cuore, diventando per questo incomprensibili, irraggiungibili e insondabili per il nostro limitato intelletto.

Con il vertice raggiunto dalla donazione operata da questo Cuore nel Calvario, si comprende che il corso della Storia non sarebbe più stato come prima.

III – Una nuova era per l’umanità

Dopo aver sintetizzato in due straordinari versetti lo straripante amore con il quale ha portato la salvezza all’umanità, Nostro Signore sottolinea, nei seguenti, le conseguenze dell’adesione alla sua Persona e dottrina. Infatti, dal primo peccato commesso da Adamo ed Eva fino all’Incarnazione, esisteva una forza predominante sulla Terra che possiamo designare come il polo del male. Sebbene vigesse la promessa divina, che assicurava la Redenzione, e la sollecitudine del Creatore si esercitasse in modo costante a favore dei Giudei, è chiaro che tra gli altri popoli dell’Antico Testamento esisteva una concordanza tra gli uomini per cui il male imperava in tutti gli ambienti, non essendoci mezzi perché i buoni realizzassero opere rilevanti per distruggere l’impero del demonio. Sulla base di questa pseudo armonia prodotta dal peccato – un’unità falsamente perfetta –, le forze infernali hanno stabilito la coesione del male. Era, per così dire, proibito esser buoni, e tutti gli uomini, con rarissime eccezioni, si adattavano alla mentalità dominante. Addirittura quelli che praticavano il bene lo facevano quasi sempre in sordina, senza farsi conoscere, sotto pena di vedere le loro buone opere annientate con impeto prepotente, nel caso esse acquisissero un’evidenza significativa.

Ora, la venuta di Cristo ha appiccato il fuoco dell’amore divino sulla Terra e ha inaugurato il polo del bene, con una straordinaria forza di espansione. Come osserva padre Manuel de Tuya, la menzione a questo fuoco riguarda “un doppio incendio: in Lui e negli altri. […] Questo fuoco che Egli propaga sulla Terra esigerà che ci si schieri con Lui. Incendierà molti, e per questo Egli porta la ‘divisione’, non come un obbiettivo, ma come una conseguenza”.7 Una radicale separazione diventa inevitabile, poiché chi aderisce al bene restringe l’azione di chi opta per il male e impedisce il suo progresso, aprendosi, in questo modo, un abisso che li distanzia.

Gesù Si oppone alla tranquillità del disordine

51 “Pensate che Io sia venuto a portare la pace sulla Terra? No, vi dico, ma la divisione”.

Siamo di fronte ad una delle affermazioni più incisive proferite dal Maestro in tutto il Vangelo: “non sono venuto a portare la pace”. Com’è che Lui, il “principe della pace” profetizzato da Isaia (9, 5), che invocando la presenza dello Spirito Santo dirà: “La pace sia con voi” (Gv 20, 19), predica alle moltitudini di non esser venuto a portarla? Ecco un versetto che causa perplessità negli spiriti cartesiani. La spiegazione, però, è semplice e profonda: la sua pace non coincide con quella che è concepita a partire da concetti stravolti: “non ve la dò come il mondo la dà” (Gv 14, 27). L’autentica pace è la tranquillità dell’ordine, ci insegna Sant’Agostino.8 Ma, la pace rifiutata da Nostro Signore è quella che si stabilisce quando le anime sono unite nel peccato, con la complicità che porta i perversi a proteggersi tra loro e a vivere in apparente concordia, in una falsa armonia fondata nel male. A volte ci possono essere dissensi, originati sempre in interessi personali ed egoistici, mentre nel campo dei principi si mantengono in pieno accordo.

Sebbene le acque siano tranquille, non sono in ordine, perché regna la putrefazione, proliferano microbi pericolosi

Un adultero, per esempio, protegge il complice per godersi la sua relazione illecita; i membri di una banda di rapinatori si sostengono l’un l’altro nell’ora di rubare, per appropriarsi più facilmente del bene altrui. L’apparente pace regnante tra loro è in verità la complicità nel male, perché il principio d’unione che li aggrega è il peccato; sono in combutta in una sistemazione di disordine nella quale non c’è la vera pace, perché non c’è conformità con l’ordine. Potremmo comparare tale situazione alla tranquillità di un pantano infetto dove, peraltro, si trova ogni tipo di germi di malattia. Sebbene le acque siano calme, non sono in ordine, perché regna la putrefazione, proliferano i germi malefici. L’origine di questo mutuo sostegno sta nel fatto che l’uomo è dotato di un forte istinto di socievolezza e, per questo, trova difficoltà a praticare il male da solo, andando contro la sua stessa coscienza. Al fine di infrangere la Legge di Dio, è sempre alla ricerca di una compagnia che lo aiuti a smorzare le sue resistenze interne: il bandito desidera che altri lo seguano nella rapina, l’impuro cerca la compagnia di altri impuri.

La divisione inaugurata da Gesù consiste in un’intransigente censura di questo atteggiamento di complicità nel male, fatta, soprattutto, dalla retta condotta delle anime virtuose e dalla corrente di bene da loro suscitata. Fondando la Chiesa immortale, Nostro Signore ha dato al bene una forza divina capace di smascherare l’errore di coloro che abbracciano il peccato, di mostrare quanto orribile esso sia e di opporre resistenza al suo dominio. La virtù e il bene, fino alla venuta di Cristo, erano di portata limitata. Egli è venuto per conferire loro onnipotenza e trasformarli nel fattore decisivo della Storia. La divisione tra buoni e cattivi è diventata una realtà molto più consolidata di quanto era prima, con una peculiare caratteristica: i buoni, quando sono integri, riescono sempre vittoriosi. Come sottolinea padre Raniero Cantalamessa, “Egli è venuto a portare la pace e l’unità nel bene, che conduce alla vita eterna, ed è venuto a eliminare la falsa pace e unità, che servono soltanto ad addormentare le coscienze e portarle alla rovina”.9 La sua pace è la pace della virtù, del buon ordinamento delle cose e della pratica di tutti i comandamenti della Legge di Dio.

Chi abbraccia la virtù semina divisione

52 “D’ora innanzi in una casa di cinque persone, si divideranno tre contro due e due contro tre; 53 saranno divisi: il padre contro il figlio e il figlio contro il padre; la madre contro la figlia e la figlia contro la madre; la suocera contro la nuora e la nuora contro la suocera”.

Mostrando come la divisione che aveva portato possiede un’applicazione pratica, il Divino Maestro annuncia la scissione nel cuore della famiglia, l’istituzione più amata e radicata nel cuore umano. In questo passo Gesù non allude alle discordie comuni esistenti frequentemente tra i membri di una stessa famiglia, ma al rifiuto di quelli che Lo amano da parte dei loro parenti più prossimi, quando questi si chiudono all’invito della grazia.

Non si tratta, è chiaro, di una regola assoluta, poiché, nel caso tutti siano sulla via della santità, la famiglia sperimenta la vera pace. Ciò nonostante, se la fiamma dell’amore divino non penetra l’insieme, smette di esistere il principale fattore di coesione, come mette in risalto l’insegnamento di Sant’Ambrogio: “Se è necessario dare l’onore corrispondente ai genitori, quanto più al Creatore dei genitori, a cui tu devi render grazie per i tuoi genitori! E se essi non Lo riconoscono in modo assoluto come loro Padre, come puoi tu riconoscerli? In realtà, Egli non dice che si debba rinunciare a tutto quello che ci è caro, però, che si deve dar a Dio il primo posto. […] Non ti è proibito amare i tuoi genitori, ma di anteporli a Dio; perché le cose buone della natura sono doni del Signore”.10

Siccome coloro che vivono in peccato hanno gravi problemi di coscienza, insoddisfazione e insicurezza, desiderano sconvolgere o distruggere chi denuncia la loro iniquità. Questo impeto malefico non rispetta nemmeno i legami della natura, in sé tanto elevati e benedetti da Dio, come vediamo nel martirio di Santa Barbara o nella persecuzione sofferta da San Francesco d’Assisi, oltre alla testimonianza di innumerevoli altri beati. In loro si è compiuta alla lettera la predizione fatta in questo versetto, poiché sono stati perseguitati dai propri genitori.

Statua del Cuore Immacolato di Maria

È questo fuoco dell’amore che Nostro Signore è venuto a portare sulla Terra che risveglia l’ostilità degli adepti della pseudo pace, produce una lotta interna nella vita familiare e genera una situazione nella quale la virtù della fortezza deve esser praticata, senza che sia lecito accettare l’unione propagata da coloro che disprezzano Dio. Non c’è dubbio che, in certe occasioni, dobbiamo praticare la prudenza, e metter mano a tutti i mezzi per ottenere da Dio la salvezza eterna dei nostri parenti, ma tutto questo senza abbandonare la fermezza delle nostre convinzioni cristiane, che valgono più di qualsiasi vincolo terreno.

IV – Accendete nuovamente il fuoco del vostro amore!

Passati due millenni da questa entusiasmante predicazione del Salvatore, la Liturgia di oggi ripete il richiamo fatto da Lui, questa volta rivolto a ognuno di noi. Con lo stesso amore usato nel rivolgerSi alle moltitudini, Gesù ci invita a lasciarci consumare come una fiamma di lode e adorazione a Lui, ricevendo il fuoco sacro che era venuto a portare al mondo. Apriamo le nostre anime a questa combustione trasformatrice che brucia gli egoismi, sana i problemi, eleva le menti al desiderio delle cose celesti e valica le barriere della mancanza di fiducia, di fede e di coraggio. Basta una lieve corrispondenza da parte nostra a questo amore affinché si operino meraviglie, il potere delle tenebre sia vinto e si consolidi il polo del bene. E quando il vento contrario della divisione si abbatte su di noi, teniamo presente che Gesù già lo aveva annunciato e non ci negherà le forze per la vittoria, poiché i cattivi non possono trionfare sul fuoco dell’integrità, dell’innocenza, della radicalità nel bene: in una parola, della santità.

Con quanto dolore constatiamo che l’umanità dei nostri giorni è precipitata in un insondabile abisso di peccato e, più che mai, necessita di una purificazione. La gravità delle offese commesse contro Dio e i rischi di salvezza eterna per i quali passano le anime indicano l’indifferenza di molti di fronte al messaggio salvifico del Vangelo. In questa congiuntura dobbiamo porci una domanda, e con essa un esame di coscienza: in che misura abbiamo collaborato all’inversione di questo quadro? Qual è stata la nostra magnanimità a cospetto di tale situazione, la cui unica soluzione è una resa totale della nostra vita a Cristo, verso la quale dobbiamo andare con santa impazienza?

Un esempio straordinario dell’amore disinteressato e pieno di fervore ci è offerto dalla Madonna. Ella era consumata dall’amore, ed era preoccupata per la situazione del mondo, per la redenzione delle anime che si perdevano, e desiderava cooperare per la conversione dell’umanità. Maria, che Si considerava un niente, ardeva di zelo ed è stata, per questa ragione, visitata dall’Arcangelo San Gabriele, che Le ha portato il premio per il suo fuoco d’amore: l’Incarnazione della Seconda Persona della Santissima Trinità nel suo seno.

Il Prof. Plinio Corrêa de Oliveira, negli anni’90

Come commenta il Prof. Plinio Corrêa de Oliveira, “la principale gioia di Nostro Signore durante la vita terrena era in un lume acceso nella casa di Nazaret: il Cuore Sapienziale e Immacolato di Maria, il cui amore eccedeva quello di tutti gli uomini che ci furono, ci sono e ci saranno fino alla fine del mondo”.11 Chiediamo alla Vergine Santissima che Si degni di trasmetterci una scintilla dell’amore ardente del suo Cuore, affinché il suo Divino Figlio faccia uso di noi come fedeli strumenti nella propagazione di questo fuoco purificatore su tutta la Terra.

1) A questo riguardo, dice Garrigou-Lagrange: “San Tommaso 
(C. Gentes, IV, c.90; IIIa; Suppl., q.70, a.3) e i suoi 
migliori commentatori ammettono che il fuoco dell’inferno
riceve da Dio la virtù di tormentare i rinnegati” 
(GARRIGOU-LAGRANGE, OP,Réginald. O homem e a eternidade. 
Lisboa: Aster, 1959, p.153). Si veda anche SAN TOMMASO D’AQUINO.
 Somma Teologica. Suppl., q.97, a.5, ad 3; a.6, ad 2.

2) GOMÁ Y TOMÁS, Isidro. El Evangelio explicado. Años primero 
y segundo de la vida pública de Jesús. Barcelona: Acervo, 
1967, v.II, p.195.

3) Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO, op. cit., III, q.39, a.1.

4) MALDONADO, SJ, Juan de. Comentarios a los Cuatro Evangelios.
Evangelios de San Marcos y San Lucas. Madrid: BAC, 1956,
v.II, p.609.

5) FILLION, Louis-Claude. Vida de Nuestro Señor Jesucristo.
Vida pública. Madrid: Rialp, 2000, v.II, p.385.

6) SANT’AMBROGIO. Tratado sobre el Evangelio de San Lucas.
L.VII, n.133. In: Obras. Madrid: BAC, 1966, v.I, p.413.

7) TUYA, OP, Manuel de. Bíblia comentada. Evangelios. 
Madrid: BAC, 1964, v.V, p.855.

8) Cfr. SANT’AGOSTINO. De Civitate Dei. L.XIX, c.13, n.1. 
In: Obras. Madrid:BAC, 1958, v.XVI-XVII, p.1398.

9) CANTALAMESSA, OFMCap, Raniero. Echad las redes.
Reflexiones sobre los Evangelios. Ciclo C. Valencia: Edicep, 
2003, p.279.

10) SANT’AMBROGIO, op. cit., L.VII, n.136, p.415.

11) CORRÊA DE OLIVEIRA, Plinio. Conferenza. São Paulo,
7 apr. 1984.

San Rocco il Santo pellegrino

San Rocco, secondo da sinistra, registro centrale, affresco

Chiesa dell’Annunciazione in Ascensione, frazione di Costa Serina (BG) tardo ‘400 (Foto Marcello)

Arte e devozione

Il 16 Agosto la Chiesa celebra la memoria di San Rocco, Terziario francescano, pellegrino e taumaturgo. Nacquea Montpellier, in Francia, tra il 1345/1350 e morì ad Angera, in provincia di Varese, il 16 agosto di un anno tra il 1376 ed il 1379.

Percorrendo le contrade del Nord d’Italia, è frequente incontrare chiese e cappelle a lui dedicate per la gran devozione, che si diffuse attorno alla sua vita di grande carità e per i miracoli di guarigione, che il Santo operava con estrema frequenza.

Numerosi i grandi artisti che l’hanno celebrato: da Cesare da Sesto al Parmigianino, da Gianbattista Pittoni al Gandino.

Ma più numerosi furono gli artisti anche meno noti, o anonimi, che lo ritrassero in numerosi ex-voto nelle chiese più sperdute. A chi poteva, infatti, rivolgersi nella preghiera, invocando guarigione certa, il popolo, al tempo, privo di cure efficaci, se non a San Rocco, che nella propria carne aveva conosciuto il morbo contagioso e, ciò nonostante, aveva sempre perseverato nella cura dei malati contagiosi, lungo il pellegrinaggio che  lo portò a Roma sulla tomba degli Apostoli?

Io stesso ho rintracciato diversi luoghi di culto anche rurali. Non solo in Ascensione, in Val Brembana, della quale riproduco all’inizio l’immagine, ma, per esempio, anche nella minuscola “Cappella per Frerola”, in Frerola frazione di Algua (BG), decorata dalla Bottega dei Marinoni con un bel Cristo Pantocratore, circondato dai quattro celebri Dottori della Chiesa (Gerolamo, Ambrogio, Agostino, Gregorio Magno). Qui, sull’altare, tra Maria in trono e Sant’Antonio Abate, risplende l’immagine del Santo.

Cappella per Frerola, Bottega dei Marinoni, affresco prima metà del ‘500, particolare 

La storia

San Rocco nacque a Montpellier fra il 1345 e il 1350 e morì a Voghera fra il 1376 ed il 1379 molto giovane a non più di trentadue anni di età. I genitori Jean e Libère De La Croix erano sposi di esemplari virtù cristiane, ricchi e benestanti e dediti ad opere di carità . Rattristati dalla mancanza di un figlio, rivolsero continue preghiere alla Vergine Maria dell’antica Chiesa di Notre-Dame des Tables fino ad ottenere la grazia di un figlio. Il neonato, a cui fu dato il nome di Rocco (dal tedesco Rog o Rotch,  con il significato di grande e forte, o di alta statura), nacque con una croce vermiglia impressa sul petto. A circa vent’anni di età , perse entrambi i genitori e decise di seguire Cristo prendendo la propria croce. Vendette tutti i suoi beni, si consacrò nel Terz’Ordine francescano e, indossato l’abito del pellegrino, fece voto di recarsi a Roma per pregare sulla tomba degli Apostoli Pietro e Paolo. Il Bordone, o bastone del pellegrino, mantello, cappello, borraccia e conchiglia divennero i segni che lo contraddistinguono nella iconografia insieme ad un cagnolino e ad una fiaschetta nella quale conservava l’unguento con il quale curava gli ammalati. Forte della preghiera e della carità , Gesù Cristo divenne il suo gaudio e la sua santità .

San Rocco, Cappella per Frerola, fraz. di Algua (BG), affresco, particolare (Foto Marcello)

Arrivò dalla Francia nel nostro Paese, forse attraverso le Alpi, per poi dirigersi verso l’Emilia e l’Umbria, o lungo la Costa Azzurra per passare dalla Liguria al litorale tirrenico. Certo è che nel luglio 1367 era ad Acquapendente, in provincia di Viterbo, dove, ignorando i consigli della gente in fuga per la peste, il Santo chiese di prestare servizio nel locale ospedale, mettendosi al servizio di tutti.

Tracciando il segno di croce sui malati, invocando la Trinità di Dio per la guarigione degli appestati, San Rocco diventò strumento di Dio per operare miracolose guarigioni. Ad Acquapendente San Rocco si fermò per circa tre mesi, fino al diradarsi dell’epidemia, per poi dirigersi verso l’Emilia Romagna, dove il morbo infuriava con maggiore violenza.

L’arrivo a Roma è databile fra il 1367 e l’inizio del 1368, quando Papa Urbano V era da poco ritornato da Avignone. E’ del tutto probabile che il nostro Santo si sia recato all’ospedale del Santo Spirito, ed è qui che sarebbe avvenuto il più famoso miracolo di San Rocco: la guarigione di un cardinale, liberato dalla peste dopo aver tracciato sulla sua fronte il segno di Croce. Fu proprio questo cardinale a presentare San Rocco al pontefice. L’incontro con il Papa fu il momento culminante del soggiorno romano di San Rocco.

Beato Urbano V, Santa Croce, Andria, affresco sec. XIV, particolare

La partenza da Roma avvenne tra il 1370 e il 1371. Il Santo fu presente a Rimini, Forlì, Cesena, Parma, Bologna. Nel luglio 1371 fu a Piacenza, presso l’ospedale di Nostra Signora di Betlemme. Qui proseguì la sua opera di conforto e di assistenza ai malati, finché anch’egli fu colpito dalla peste. Si allontanò, dunque, dalla città, rifugiandosi in un bosco, in una capanna nei pressi del fiume Trebbia. Qui, un cane (tanti artisti lo dipingeranno, o, lo scolpiranno al fianco del santo) lo trovò e salvò dalla morte, portandogli ogni giorno un tozzo di pane, finché, il suo ricco padrone, seguendolo, scoprì il rifugio. Secondo la tradizione, tale capanna si trovava in una zona alla periferia di Sarmato, sempre sulla via Francigena. Se si trattasse del Signore del castello di Sarmato, il nobile potrebbe essere identificato in Gottardo Pallastrelli.

Gottardo voleva seguirlo nella vita di penitenza, ma Rocco non glielo permise. Nonostante ciò, talmente commosso alla vista di quel mendico, e affascinato dalle sue parole, anche Gottardo cedette ai poveri il suo patrimonio e si ritirò da eremita in quella capanna.

Secondo alcuni, Gottardo divenne il primo biografo del santo pellegrino e ne avrebbe dipinto il primo ritratto, tuttora visibile, affrescato nella chiesa di Sant’Anna di Piacenza: la datazione non coincide, ma si tratta, comunque, della più antica raffigurazione del santo, assieme ad una statua conservata a Grenoble.

Il giovane romeo non morì di peste, volendo il Signore che curasse e lenisse le sofferenze del suo popolo avendo egli stesso provato le piaghe del morbo.

Intanto, in tutti i luoghi nei quali Rocco era passato e aveva guarito col segno di croce, il suo nome diventava famoso. Tutti raccontavano del giovane pellegrino che portava la carità  di Cristo e la potenza miracolosa di Dio.

Si ritiene che San Rocco sia morto a Montpellier, dove era ritornato, o, ad Angera sul Lago Maggiore. E’ invece certo che si sia trovato, sulla via del ritorno a casa, implicato nelle complicate vicende politiche del tempo. Arrestato come persona sospetta e condotto a Voghera davanti al governatore ed interrogato, per adempiere il voto, non volle rivelare il suo nome, dicendo solo di essere “un umile servitore di Gesù Cristo”.

San Rocco e Sant’Antonio abate, Frerola, affresco, particolare (Foto Marcello)

Gettato in prigione, vi trascorse cinque anni, vivendo questa nuova dura prova come un purgatorio  per l’ espiazione dei peccati. Quando la morte era ormai vicina, chiese al carceriere di condurgli un sacerdote. Si verificarono allora alcuni eventi prodigiosi, che indussero i presenti ad avvisarne il Governatore. Le voci si sparsero in fretta, ma quando la porta della cella venne riaperta, San Rocco fu trovato morto. Era il giorno 16 agosto di un anno compreso tra il 1376 ed il 1379.

Prima di spirare, il Santo aveva ottenuto da Dio il dono di diventare l’ intercessore di tutti i malati di peste che avessero invocato il suo nome, nome che venne scoperto dall’anziana madre del Governatore, o, dalla sua nutrice, per il particolare della croce vermiglia sul petto, così che riconobbe in lui il Rocco di Montpellier. Il Governatore fece seppellire il giovane con tutti gli onori.

Sulla sua tomba, a Voghera, cominciò subito a fiorire il culto al giovane Rocco, pellegrino di Montpellier, amico degli ultimi, degli appestati e dei poveri.

Il Concilio di Costanza, confermando il voto del popolo, nel 1414 lo invocò santo per la liberazione dall’epidemia di peste ivi propagatasi durante gli stessi lavori conciliari, tanto che un giovane cardinale propose ai confratelli di elevare preghiere a Rocco per la loro salvezza.

Gregorio XIII introdusse il nome di Rocco nel Martirologio Romano. Sotto il pontificato di Urbano VIII, la Congregazione dei Riti accordò un Ufficio e una Messa propri per le chiese costruite in onore del santo. Infine, nel 1694, Innocenzo XII presrisse ai Francescani di celebrare la festa con rito doppio maggiore, forte della citazione fatta nel 1547 da Paolo IV nella Bolla Cum a nobis di San Roco quale membro del Terz’Ordine di San Francesco.

San Rocco è venerato come Patrono dei malati infettivi, degli invalidi, dei prigionieri e di Montpellier.

Immaginette per tutti i gusti

Numerose le immaginette diffuse nel tempo. Eccone alcune assai espressive della simbologia del Santo.

San Rocco immaginetta

Nota preghiera a San Rocco

Glorioso San Rocco, che colpito da morbo pestilenziale

nell’atto di servire ad altri infetti,

e posto da Dio alla prova dei più spasmodici dolori,

domandaste ed otteneste di essere posto lungo la strada,

indi da quella scacciato,

fuori della città  vi ricoveraste in povera capanna,

ove da un Angelo vennero risanate le vostre piaghe

e da un cane pietoso ristorata la vostra fame,

recandovi ogni giorno un pane tolto alla mensa del suo padrone, Gottardo,

ottenete a noi tutti la grazia di soffrire

con inalterabile rassegnazione

e le infermità , le tribolazioni,

le disgrazie tutte di questa vita,

aspettando sempre dal cielo il necessario soccorso.

Gloria

San Rocco immaginetta

San Rocco nella Chiesa oggi

Numerose le Associazioni ispirate al Santo che ne diffondono il culto e ne seguono l’esempio. Dal 1999 è attiva, presso la Chiesa di San Rocco in Roma, dove per volontà  di Papa Clemente VIII dal 1575 è custodita una Insigne Reliquia del Braccio destro di San Rocco, l’Associazione Europea Amici di San Rocco, con lo scopo di diffondere il culto e la devozione verso il Santo della carità  attraverso l’esempio di amore verso i malati ed i bisognosi. Oltre a quello romano, altri centri rocchiani sono:

– l’Arciconfraternita Scuola Grande di Venezia, che ne custodisce il corpo;

– il santuario di San Rocco della sua città  natale di Montpellier;

– l’Association Internationale, che ha sede sempre in Montpellier e che aggrega e collega le diverse associazioni nazionali;

– l’Associazione Nazionale San Rocco Italia, che ha sede a Sarmato (PC), dove avvenne l’incontro col cane;

– il Comitato Internazionale Studi Rocchiani, che ha sede in Voghera (PV), località  da cui prese avvio il culto.

Preghiera a Maria Assunta in Cielo di Papa Pio XII

Guido Reni assumption of the Virgin

Preghiera a Maria Assunta in Cielo di Papa Pio XII

O Vergine Immacolata, Madre di Dio e Madre degli uomini,
Noi crediamo con tutto il fervore della nostra fede
nella Tua Assunzione trionfale in anima e in corpo al cielo,
ove sei acclamata Regina da tutti i cori degli Angeli
e da tutte le schiere dei Santi; e noi ad essi ci uniamo
per lodare e benedire il Signore,
che Ti ha esaltata sopra tutte le altre pure creature,
e per offrirti l’anelito della nostra devozione e del nostro amore.

Noi sappiamo che il Tuo sguardo,
che maternamente accarezzava l’umanità umile e sofferente di Gesù in terra,
si sazia in cielo alla vista della umanità gloriosa della Sapienza increata,
e che la letizia dell’anima Tua nel contemplare faccia a faccia l’adorabile Trinità
fa sussultare il Tuo cuore di beatificante tenerezza; e noi, poveri peccatori,
noi a cui il corpo appesantisce il volo dell’anima,
Ti supplichiamo di purificare i nostri sensi, affinché apprendiamo, fin da quaggiù,
a gustare Iddio, Iddio solo, nell’incanto delle creature.

Noi confidiamo che le Tue pupille misericordiose si abbassino sulle nostre miserie
e sulle nostre angosce, sulle nostre lotte e sulle nostre debolezze;
che le Tue labbra sorridano alle nostre gioie e alle nostre vittorie;
che Tu senta la voce di Gesù dirti di ognuno di noi, come già del suo discepolo amato:
Ecco il tuo figlio; e noi, che Ti invochiamo nostra Madre,
noi Ti prendiamo, come Giovanni, per guida, forza e consolazione della nostra vita mortale.

Noi abbiamo la vivificante certezza che i Tuoi occhi,
i quali hanno pianto sulla terra irrigata dal sangue di Gesù,
si volgono ancora verso questo mondo in preda alle guerre,
alle persecuzioni, alla oppressione dei giusti e dei deboli;
e noi, fra le tenebre di questa valle di lacrime,
attendiamo dal Tuo celeste lume
e dalla Tua dolce pietà sollievo alle pene dei nostri cuori,
alle prove della Chiesa e della nostra Patria.

Noi crediamo infine che nella gloria, ove Tu regni,
vestita di sole e coronata di stelle,
Tu sei; dopo Gesù, la gioia e la letizia di tutti gli Angeli e di tutti i Santi;
e noi, da questa terra, ove passiamo pellegrini,
confortati dalla fede nella futura risurrezione,
guardiamo verso di Te, nostra vita, nostra dolcezza, nostra speranza;
attraici con la soavità della Tua voce, per mostrarci un giorno,
dopo il nostro esilio, Gesù, frutto benedetto del Tuo seno,
o clemente, o pia, o dolce Vergine Maria.

Assunzione di Maria Vergine

La festa dell’Assunzione ci invita a meditare sulla gloria ineffabile 
della Vergine Maria, il Paradiso di Dio. 

P. Pedro Morazzani Arráiz, EP 

Tanto più l’uomo cerca di approfondirsi nella conoscenza di Dio, tanto più comprende che non riuscirà ad abbracciarLo, tali sono le grandezze e i misteri che gli si presentano.

Il Creatore, che stabilisce le regole, si diletta a creare magnifiche eccezioni. La Teologia ci insegna che Tre creature non potevano essere create in grado più eccellente. La prima di queste è Gesù Cristo, Uomo-Dio: impossibile che sia più perfetto, nulla gli si dovrebbe aggiungere. La seconda è Maria: “quasi divina”, è l’espressione utilizzata da diversi teologi nel riferirsi alla Madre del Redentore. E infine la visione beatifica, il Cielo: il premio riservato ai giusti non potrebbe essere migliore né più grande. È lo stesso Dio che Si dà ai Beati!

Perché morì la Madre della Vita? 

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La pienezza delle grazie e delle perfezioni possibili ad una semplice creatura si trova in Maria Santissima. Secondo la bella espressione di Sant’Antonino, “Dio riunì tutte le acque e le chiamò mare, riunì tutte le grazie e le chiamò Maria”. Fin dall’eternità, il decreto divino stabiliva il singolarissimo privilegio del fatto di essere la Vergine Santissima libera dalla macchia originale. Privilegio proprio a Colei che avrebbe generato nel suo seno il Dio stesso.

Trascorsa la sua vita in questa terra, cosa sarebbe successo a nostra Madre?

Ella, che aveva dato alla luce, nutrito e protetto il Bambino-Dio e ricevuto nelle sue braccia verginali il Corpo martoriato di suo Figlio e Redentore, era pronta ad esalare l’ultimo respiro.Come avrebbe potuto passare per l’afflizione della morte quella Vergine Immacolata, mai toccata dalla più lieve ombra di qualsiasi mancanza?

Tuttavia, come il soave declinare del sole in un magnifico tramonto, la Madre della Vita cedeva la sua anima. Perché moriva Maria? Avendo partecipato a tutti i dolori della Passione di Gesù, non volle esimersi dal passare per la morte, per imitare in tutto il suo Dio e Signore.

Di cosa morì Maria?

Perfettissima era la natura della Vergine Maria. In effetti, afferma Tertuliano che “se Dio impiegò tanta cura nel formare il corpo di Adamo grazie al pensiero di Cristo che avrebbe dovuto nascere da lui, quante maggiori cure avrà avuto nel formare il corpo di Maria, dalla quale avrebbe dovuto nascere, non in modo remoto e mediato, ma in modo vicino e immediato, il Verbo Incarnato”? (1)

Inoltre, scrisse Sant’Antonino, “la nobiltà del corpo aumenta e si intensifica in proporzione alla maggior nobiltà dell’anima, con cui è unito e da cui è informato. Ed è razionale, poiché la materia e la forma sono proporzionate una all’altra. Pertanto, partendo dal fatto che l’anima della Vergine fu la più nobile, dopo quella del Redentore, è logico concludere che anche il suo corpo fu il più nobile dopo quello di Suo Figlio” (2).

All’anima santissima di Maria, concepita senza peccato originale e piena di grazia fin dal primo istante della sua esistenza, corrispondeva pertanto un organismo umano perfettissimo, senza il benchè minimo disequilibrio.

Come conseguenza della sua natura verginale, la Madonna fu immune a qualsiasi malattia e non fu mai soggetta alla degenerazione del corpo a causa dell’età.

Di cosa morì, poi, la Madre di Dio?

Il termine dell’esistenza terrena di Maria si dovette alla “forza del divino amore e al veemente desiderio di contemplazione delle cose celestiali, che consumavano il suo cuore” (3).

La Santissima Vergine morì di amore! San Francesco di Sales descrive in questo modo questo sublime avvenimento:

“Quanto attivo e potente (…) è l’amore divino! Nulla di strano se vi dico che Nostra Signora morì a causa di questo amore, perché portando sempre nel suo cuore le piaghe del Figlio, soffriva senza abbattersi, ma finalmente morì grazie all’impeto del dolore. Soffriva senza morire, tuttavia, infine, morì senza soffrire.

O, amore di passione! Se suo Figlio era in Cielo, il suo cuore non era già in Lei. Era in quel corpo che amava tanto, ossa delle sue ossa, carne della sua carne, e verso il Cielo volava quell’aquila santa. Il suo cuore, la sua anima, tutto era in Cielo: perché avrebbero dovuto rimanere qui in terra?

“Finalmente, dopo tanti voli spirituali, tanti rapimenti e tante estasi, quel castello santo di purezza e umiltà si arrese all’ultimo assalto dell’amore, dopo averne resistito a tanti. L’amore la vinse, e portò con sé la sua benedettissima anima” (4).

La Chiesa chiama questa morte di Maria, soave e benedetta come un bellissimo tramonto, con il nome suggestivo di “dormizione”, per indicare che il suo corpo non soffrì la corruzione.

Piena di grazia e piena di gloria 

Quanto durò la permanenza del purissimo corpo di Maria nel sepolcro?

Asuncion de Maria Catedral de Siguenza IMG_1388.jpg

Non lo sappiamo. Ma secondo la tradizione la sua anima stette molto poco tempo separata dal suo corpo. E nella Costituzione Apostolica Munificentissimus Deus, il Papa Pio XII afferma: “Ella per privilegio del tutto singolare ha vinto il peccato con la sua concezione immacolata; perciò non fu soggetta alla legge di restare nella corruzione del sepolcro, né dovette attendere la redenzione del suo corpo solo alla fine del mondo”.

Così, risplendente di gloria, l’anima santissima di Nostra Signora riassunse il suo verginale corpo, rendendolo completamente spiritualizzato, luminoso, sottile, agile e impassibile.

E Maria – ovvero la “Signora di luce” – si elevò corpo e anima al Cielo, mentre le infinite legioni delle milizie angeliche esclamavano meravigliate nel contemplare la sua Sovrana mentre varcava le soglie eterne:”Chi è costei che sorge come l’aurora, bella come la luna, fulgida come il sole, terribile come schiere a vessilli spiegati?”.

E si udì allora una voce potente che usciva dal trono:”Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il “Dio-con-loro”.

La Figlia beneamata del Padre, la Madre verginale del Verbo, la Sposa purissima dello Spirito Santo fu incoronata allora dalle Tre Divine Persone, per regnare nell’universo attraverso i secoli dei secoli “alla destra del Re” (Sl 44, 10).

Il dogma 

La verità di questa glorificazione unica e completa della Santissima Vergine fu definita solennemente come dogma di Fede dal Papa Pio XII, il 1º novembre 1950, con queste belle parole:

“Pertanto, dopo avere innalzato ancora a Dio supplici istanze, e avere invocato la luce dello Spirito di Verità, a gloria di Dio onnipotente, che ha riversato in Maria vergine la sua speciale benevolenza a onore del suo Figlio, Re immortale dei secoli e vincitore del peccato e della morte, a maggior gloria della sua augusta Madre e a gioia ed esultanza di tutta la chiesa, per l’autorità di nostro Signore Gesù Cristo, dei santi apostoli Pietro e Paolo e Nostra, pronunziamo, dichiariamo e definiamo essere dogma da Dio rivelato che: l’Immacolata Madre di Dio sempre vergine Maria, terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo».

  1. L’Ascensione di Nostro Signore e l’Assunzione di Maria

È comune fare certa confusione di concetti riguardo all’Ascensione di Nostro Signore Gesù Cristo e all’Assunzione della Madonna. Il famoso teologo Fr. Antonio Royo Marin spiega la questione:

Non è esatta, quindi, la distinzione che stabiliscono alcune persone tra l’Ascensione del Signore e l’Assunzione di Maria, come se la prima differisse dalla seconda per il fatto di essere stata fatta grazie alla sua propria virtù o al suo potere, mentre l’Assunzione di Maria necessitava del concorso o dell’aiuto degli Angeli. Non è così. La differenza è che Cristo avrebbe potuto ascendere al Cielo grazie al suo proprio potere ancora prima della sua morte e della gloriosa risurrezione, mentre Maria non avrebbe potuto farlo – salvo per un miracolo – prima della propria risurrezione.

Tuttavia, una volta realizzata, l’Assunzione si verificò utilizzando la sua propria agilità gloriosa, senza la necessità dell’ausilio degli Angeli e senza alcun miracolo (“La Virgen María”, pp. 213-214).(Rivista Arautos do Evangelho, Agosto/2004, n. 32, p. 18 a 20)

San Massimiliano Kolbe: “La Massoneria è l’Antichiesa creata da Satana per distruggere la Chiesa Cattolica”

Che a Roma divenuta Capitale d’talia, trionfasse e spadroneggiasse la massoneria (siamo negli anni tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900, ndr.), non è un mistero. In un contrasto indefinibile il pellegrino straniero che veniva a Roma (San Massimiliano Kolbe era un Francescano polacco, ndr), centro della Cristianità e sede del Vicario di Cristo, era costretto ad assistere alla più diabolica propaganda anticattolica e anticlericale.

Chi ignora i clamorosi ricevimenti offerti dal Comune di Roma nel novembre 1894, al turpiloque e blasfemo Emilio Zola? Poteva forse sfuggire ad alcuno la propaganda settaria da parte dei rappresentanti governativi contro il Santuario Mariano di Pompei, che in quegli anni sorgeva per opera del Servo di Dio Bartolo Longo?

Potevano forse passare inosservati gli attacchi blasfemi contro il Papa, da Pio IX a Benedetto XV? Il 20 settembre 1893 nel Palazzo di Paolo V il gran Maestro Adriano Lemmi insediava il Grande Oriente. Per protesta un gruppo di cattolici romani fondava l’unione Antimassonica, che tenne un congresso patrocinato dall’Unione Antimassonica Francese. L’Unione Antimassonica romana fu approvata dall’Autorità ecclesiastica nel 1897.

Nel 1917 per i nemici della Chiesa cadevano due centenari quanto mai opportuni per motivare dimostrazioni anticlericali: il quarto centenario della rivolta di Lutero e il secondo centenario dell’inizio ufficiale della Massoneria. Nello stesso anno però veniva pure celebrato il 75° anniversario della conversione miracolosa di Alfonso Ratisbonne.

Per Fr. Massimiliano doveva essere un anno denso di avvenimenti e di prove fisiche. In quest’anno si manifesterà in tutta la sua gravità la malattia polmonare di t.b.c. ma, in compenso, potrà attuare il grande ideale da tempo covato nel suo cuore. Ne fu felice presagio il Capodanno. In quel giorno Fr. Massimiliano insieme con alcuni confratelli potè assistere alla S. Messa del Papa e ricevere la Comunione dalle stesse mani del Pontefice.

La Massoneria italiana per la celebrazione centenaria nel giorno commemorativo della morte di Giordano Bruno inscenò una delle più sacrileghe e diaboliche parodie che mai si fossero viste. Non solo il corteo massonico, diretto al monumento del famigerato apostata, percorse le vie di Roma agitando uno stendardo raffigurante l’Arcangelo S. Michele sconfitto ed atterrato da Lucifero, ma in Piazza S. Pietro apparvero drappi e vessilli con la scritta: — Satana dovrà regnare dal Vaticano, il Papa dovrà fargli da servo.

Non era necessaria una profonda conoscenza storica e filosofica della Massoneria e delle sue oscure origini perché Fr. Massimiliano dovesse vedere in fondo alla realtà delle cose. Nella Massoneria egli, con intuizione soprannaturale, non vide solamente un movimento politico dai mille tentacoli, ordinato a impossessarsi e monopolizzare il governo delle Nazioni; non si limitò incautamente a vedere in essa una semplice associazione che facilita ai suoi proseliti rapide ascensioni per i gradi delle gerarchie politiche, né un movimento occasionale suggerito da esigenze e crisi politiche di epoche storiche, ma la setta dal programma giurato contro Cristo e la sua Chiesa.

Risalendo i secoli e studiando, guidato ed illuminato dalla fede, gli avvenimenti storici delle diverse epoche apparentemente localizzati ora in un paese ora in un altro, ma realmente concatenati secondo un piano universale, il P. Massimiliano si elevò spontaneamente alla chiara e confortante visione delle origini. Allora Dio disse al serpente: « Porrò inimicizia fra te e la donna, fra il tuo seme ed il seme di lei. Essa schiaccerà la tua cervice, e tu insidierai al calcagno di lei » (Gen. Ili, 15). Nel vaticinio di questa lotta, più sociale che personale, — ingaggiata fra i figli della futura « Donna » contrapposta ad Èva ed i figli di Èva peccatrice, i quali rinunziando alla maternità spirituale di quella, incarnano la discendenza di Satana — il giovane teologo, come già i Padri della Chiesa, ebbe la visione del mondo diviso in due campi: i figli della luce e i figli delle tenebre, la città di Dio e quella di Satana, Chiesa e Antichiesa. Perciò nella Massoneria, setta oscura le cui origini si perdono nella preistoria riconobbe la perenne incantazione delle forze infernali insidianti senza tregua alla vita della Chiesa. In questa invece salutò la discendenza dei figli della luce, in lotta costante con i figli delle tenebre, per la rivendicazione dei diritti di Dio e dell’umanità redenta; e in Maria, che in forza del privilegio dell’immacolato concepimento era stata vaticinata trionfatrice di Satana, salutò la celeste vessillifera che condurrà le candide schiere dei nuovi apostoli alla vittoria finale.

A questo punto bisognerebbe accennare all’influsso speciale che l’animo del P. Massimiliano può avere ricevuto dall’educazione ch’egli attinse in seno all’Ordine Serafico, geloso difensore del domma dell’Immacolato Concepimento di Maria. Non ci sembra però inopportuno riflettere che con l’8 dicembre 1854 l’Ordine Serafico, raggiunta la meta, aveva deposto le sue armi ai piedi del trono di Pio IX, appena dopo la definizione dommatica. In realtà la tradizione francescana era ormai piuttosto storia, sebbene sempre rivivente in una più fervorosa venerazione e più solenne culto della « Senza macchia ».

A Fr. Massimiliano invece spetterà, nei disegni della Provvidenza divina, levare più decisamente le àncore, far salpare di nuovo la nave dell’Ordine Serafico, issante la bandiera dell’Immacolata — e ancora molte altre anime e istituti — e lanciarli, sotto la guida e nel nome di Lei, a nuove battaglie e spirituali conquiste. Più tardi nel perfezionamento della sua opera scriverà:

« Per sette secoli abbiamo combattuto perché fosse definito il Domma dell’Immacolato Concepimento: lotta coronata con la definizione dommatica e con le apparizioni dell’Immacolata a Lourdes. E’ ora che cominci la seconda parte della storia: seminare questa verità nelle anime, vigilare che germogli e porti frutti di santità. E ciò in tutte le anime; quelle che esistono e che esisteranno fino alla fine del mondo. La prima parte della storia, cioè quei sette secoli furono solo la preparazione e l’approvazione del progetto; adesso bisogna passare alla esecuzione: vivere la verità dommatica, far conoscere l’Immacolata a tutte le anime, donarla alle anime con tutti i suoi benefici effetti ».

Estratto dalla migliore biografia italiana di San Massimiliano Kolbe:
A. Ricciardi, Beato Massimiliano Kolbe, Postulazione generale dei frati minori Conventuali, Roma 1971, pp. 50-53

Fra Modestino da Pietrelcina

Fra Modestino Fucci, confratello, figlio spirituale e testimone di San Pio da Pietrelcina. È venuto a mancare il 14 agosto 2011. Vogliamo ricordarlo attraverso queste brevi pillole tratte dal programma TV “Tutto avvenne là”. L’intervista risale al 2002.

Gli 80 anni di Mons. João Scognamiglio Clá Dias

Il 15 agosto 2019, Monsignor João Scognamiglio Clá Dias, fondatore degli Araldi del Vangelo, compie 80 anni. Non c’è nessuno che raggiunga questa età senza voltarsi indietro con occhio analitico: quali saranno i frutti di una così lunga esistenza?

Nella vita di un uomo virtuoso, le età devono essere sommate e non sottratte, diceva il professor Plinio Corrêa de Oliveira, maestro e ispiratore di Mons. João.

Ciò significa che quando si passa da uno stadio della vita a quello successivo, si deve conservare il tesoro accumulato nella fase precedente. Quindi, quando si lascia l’infanzia e si entra nell’adolescenza, si ha ildovere di preservare nell’anima il prezioso tesoro dell’innocenza e conservarlo fino alla fine della vita.

All’innocenza si devono aggiungere l’audacia e la generosità della giovinezza. Nulla del passato si è perso, piuttosto si è aggiunto.

Nella longevità dell’uomo completo, che ha consumato la sua vita per un grande ideale, il corpo potrà essere sfinito, ma l’anima procederà più forte che mai, arricchita dalle virtù e dai doni acquisiti in ogni fase. Temperata dalla sofferenza, sarà sempre pronta a nuovi ardimenti, con la saggezza del vecchio e la forza di un giovane.

Da questo punto di vista, si comprende meglio la vita di Mons. Joãoe l’opera che ha realizzato con la fondazione degli Araldi del Vangelo e della famiglia di istituzioni che l’hanno seguita: le più importanti sono senza dubbio il ramo sacerdotale – la Società di Vita Apostolica Virgo FlosCarmeli – e la Società di Vita Apostolica Femminile Regina Virginum.

Mons. João è un uomo completo. Sensibile all’azione dello Spirito Santo, ha focalizzato il suo apostolato sulla gioventù, senza dimenticare nessun’altra realtà sociale o ecclesiale.

Una volta compiuti 80 anni di vita, sarà possibile riassumere, in poche righe, ciò che ha fatto e, soprattutto, ciò che egli è?

“Voi siete una lettera di Cristo” (2 Cor 3, 3), ci insegna San Paolo. Parafrasando l’Apostolo delle Genti, di Monsignor João si può dire che è una partitura di Dio composta dallo Spirito Santo e arricchita dalla dolcezza della Vergine Maria, di cui è un grande devoto.

Una partitura porta alla mente l’armonia e l’armonia è un buon punto di partenza per capire chi è e che cosa è stato in grado di realizzare.

Musicista affermato, ha fondato cori e orchestre e ne ha ispirato la creazione di molti in tutto il mondo. Il suo talento non è meno brillante quanto a direzione di anime, come dimostra il suo operato in uno dei momenti più difficili della sua vita…

Alla fine degli anni ’90, durante la divisione interna della Società TFP – Tradizione, Famiglia e Proprietà -, dopo la morte del Professor Plinio Corrêa de Oliveira, egli seppe armonizzare centinaia di anime e condurle con maestria a un’unione ancora più intima con la Santa Chiesa di Cristo.

Ciò non passò inosservato alla Sede di Pietro che nei pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI concesse l’approvazione pontificia alletre Opere nate dal suo cuore: gli Araldi del Vangelo, la Società Clericale Virgo Flos Carmeli e la Società Femminile di Vita Apostolica Regina Virginum.

È stato anche insignito da Benedetto XVI del titolo di Canonico onorario della Basilica Papale di Santa Maria Maggiore a Roma e di quello di Protonotario Apostolico, oltre ad aver ricevuto la medaglia Pro Ecclesia et Pontifice.

Il genio artistico di Monsignor João può essere apprezzato in due basiliche situate nella regione della Grande San Paolo (in Brasile), i cui stili ha ispirato e guidato nei minimi dettagli, nonché in più di una dozzina di edifici e chiese sparsi in vari paesi.

Dottore in Teologia e in Diritto Canonico, la sua eredità intellettuale speculativa e pratica può essere considerata nei libri e negli articoli pubblicati, nelle riviste che ha creato, senza dimenticare i numerosi centri di istruzione elementare e superiore, nonché un Istituto Superiore di Scienze Religiose, un Istituto Filosofico  e un altro Teologico.

Mons. João è anche l’interprete più autorevole e fedele del pensiero del professor Plinio Corrêa de Oliveira, illustre pensatore e leader cattolico, sulla vita del quale ha scritto i cinque volumi della collezione “Il dono della sapienza nella mente, nella vita e nell’opera di Plinio Corrêa de Oliveira”.

Opera sua è la biografia della Sig.ra Lucilia, madre del suo ispiratore, nella cui prefazione il teologo domenicano, padre Antonio RoyoMarín, senza pretendere di anticipare il giudizio della Chiesa, disse “che può essere equiparata alle migliori vite dei Santi”.

La sua ardente devozione verso la Madonna “si respira” nei libri e negli articoli che ha scritto su di Lei, alla luce della solida Cristologia, ed è contenuta nella sua collezione “L’inedito sui Vangeli”, di sette volumi.

Evangelizzatore carismatico, ardente predicatore, ha saputo attrarre i giovani al servizio della Santa Chiesa non trascurando la santificazione della società temporale con la creazione del settore dei Cooperatori degliAraldi del Vangelo.

Il suo desiderio di conquistare il mondo a Cristo e alla sua Chiesa lo ha portato a creare la Cavalleria di Maria e altri gruppi missionari che vanno ovunque annunciando e diffondendo il Vangelo in comunione con i parroci.

Lo zelo per i più bisognosi lo ha spinto a promuovere la creazione del Fondo Misericordia, unendo gli sforzi con gli eroi della carità cristiana, per dar da mangiare agli affamati e da bere agli assetati, per visitare i malati e i carcerati, per vestire gli ignudi e alloggiare i pellegrini.

Una simile attività può nascere solo nel cuore di chi prega e sa soffrire. Infatti, lo Spirito di Pietà ha portato Mons. João a stabilire cappelle per l’adorazione perpetua del Santissimo Sacramento.

Lì trae la forza per portare con rassegnazione e speranza cristiana le sofferenze e le croci che la Divina Provvidenza gli manda e che offre con gioia per l’espansione di questo apostolato in tutto il mondo.

Cosa si può dire di più?

     Lo spirito disciplinato e forte del cavaliere cristiano si accorda armoniosamente con l’affabile cuore paterno. Una volta, a un giovane diacono già prossimo all’ordinazione sacerdotale, Mons. João ricordò un episodio della vita di Don Bosco…

Il Santo Fondatore prese un fazzoletto, lo stropicciò e disse al giovane Michele Rua, poco prima della sua ordinazione, che era così che lo voleva, docile nelle sue mani.

Invece Mons. João, conoscendo la debolezza dei figli che la Provvidenza gli aveva affidato, disse che farebbe diversamente: preferiva stirare il fazzoletto stropicciato, piegarlo, profumarlo e infine dire al giovane ordinando: “È così che ti voglio nelle mani della Madonna!”

Mons. João ha anche sperimentato l’adempimento delle misteriose parole del Vangelo: “A causa del mio Nome sarete odiati” (Mt 10, 22), ma grazie alla sua unione con il Signore Gesù ha sempre saputo perdonare di cuore: “Come il Signore vi ha perdonato, così perdonatevi anche voi ” (Col 3, 13).

Pertanto, si può dire che Monsignor João ha raggiunto un culmine,all’età di 80 anni, vivendo la somma delle età che gli permette di avere l’attività di un giovane aggiunta alla prudenza e alla saggezza di un uomo in età avanzata, doni che come fondatore trasmette a tutta la sua opera.

Questo è ciò che spiega la crescita degli Araldi del Vangelo.

Ma, cosa può ancora accadere in futuro?

Con la protezione della Santissima Vergine, nonostante i tanti ostacoli lungo il cammino, tutto si può sperare, tutto si può osare, nulla si deve temere se non il peccato. La Madonna porterà a buon fine quest’operache è nata dalle sue mani verginali.

Quindi, senza alcuna precipitazione e senza essere temerari, si potrebbe dire: Monsignor João ha appena cominciato …

XIX Domenica del Tempo ordinario – (Anno – C)

Preghiera nell’Orto degli Ulivi

Vangelo

32 “Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il suo Regno. 33 Vendete ciò che avete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro inesauribile nei Cieli, dove i ladri non arrivano e la tignola non consuma. 34 Perché dove è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore. 35 Siate pronti, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese; 36 siate simili a coloro che aspettano il padrone quando torna dalle nozze, per aprirgli subito, appena arriva e bussa. 37 Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità vi dico, si cingerà le sue vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. 38 E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro! 39 Sappiate bene questo: se il padrone di casa sapesse a che ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. 40 Anche voi tenetevi pronti, perché il Figlio dell’Uomo verrà nell’ora che non pensate”. 41 Allora Pietro disse: “Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?” 42 Il Signore rispose: “Qual è dunque l’amministratore fedele e saggio, che il Signore porrà a capo della sua servitù, per distribuire a tempo debito la razione di cibo? 43 Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà al suo lavoro. 44 In verità vi dico, lo metterà a capo di tutti i suoi averi. 45 Ma se quel servo dicesse in cuor suo: ‘Il padrone tarda a venire’, e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, 46 il padrone di quel servo arriverà nel giorno in cui meno se l’aspetta e in un’ora che non sa, e lo punirà con rigore assegnandogli il posto fra gli infedeli. 47 Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; 48 quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche. A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più” (Lc 12, 32-48).

Basta pregare?

Una cassa senza lucchetto non vale niente, così un’anima senza vigilanza rimane in balia del nemico. Per questo Gesù insiste tanto su questa virtù, che deve essere sempre complementare all’autentica pietà.

I – Virtù della vigilanza

“Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione” (Mt 26, 41), ha detto il Signore ai tre Apostoli che più da vicino Lo seguivano nella preghiera, nella notte in cui sarebbe stato consegnato, nell’Orto degli Ulivi. Per quanto lo spirito sia pronto, la carne è debole, ha Egli affermato subito dopo.

Infatti, la Storia conferisce realtà a questa asserzione di Gesù: non poche anime perdono facilmente l’ardore e cadono nella debolezza, a volte persino in peccati gravi, per pura negligenza. A questo punto non è sufficiente la raccomandazione del Salvatore di essere vigilanti, perché come un nemico penetra attraverso una breccia sguarnita nelle mura di una fortezza, allo stesso modo il demonio spia i lati più deboli della nostra anima per attaccarci e sconfiggerci.

Su questo ci mette in guardia San Pietro: “Siate temperanti, vigilate. Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare” (I Pt 5, 8).

Relazione con la prudenza

Questa vigilanza ha le sue radici nella virtù cardinale della prudenza. “La prudenza non si nasconde, ma veglia con una diligenza ammirevole, tale è la paura che ha di essere sorpresa dalle segrete insidie dei malvagi”.1

San Tommaso d’Aquino mette in chiaro che, se la prudenza è la virtù che regge la vita morale e spirituale dell’uomo, come pure quella esteriore ed umana, è chiaro che la vigilanza acquista un ruolo importante nella nostra vita spirituale e morale.2

Nella pratica di questa virtù andiamo incontro alla sollecitudine di Dio per la nostra perseveranza, poiché Egli invia i suoi Angeli a“custodirci in tutti i nostri passi” (Sal 91, 11). Dio “mantiene su di noi, instancabile e sollecito, quel singolare sguardo allerta della clemenza divina”.3

San Pietro dorme nell’Orto

Zelo per la salvezza della stessa anima

Dio ha creato tutte le cose perfette e buone, non potendo procedere da Lui il male. Gli angeli ribellatisi al principio della creazione e gettati all’inferno da San Michele, furono coloro che già nel Paradiso Terrestre introdussero il male e, a tutt’oggi, cercano ancora di farlo penetrare nel fondo delle anime. “Colui che combatte Israele non dorme né sonnecchia. Ogni scopo, ogni preoccupazione delle milizie spirituali nella loro guerra contro di noi è quello di condurci e porci sul loro cammino affinché le seguiamo e ci conducano così al disastroso fine che è loro destinato”.4

Questa è una delle ragioni per le quali dobbiamo prenderci cura delle nostre anime in qualsiasi circostanza della nostra esistenza sia nella tranquillità della clausura di un convento contemplativo che nella più intensa delle attività del mondo.

Di qui il consiglio lasciato in eredità dalla nostra Dottore, Santa Teresina del Bambin Gesù: “Vi dedicate in eccesso alle vostre occupazioni; le vostre faccende vi preoccupano esageratamente. Ho letto tempo fa che gli israeliti costruivano le mura di Gerusalemme lavorando con una sola delle due mani, impugnando nell’altra la spada. Ecco qui un’immagine di quello che dobbiamo fare: lavorare soltanto con una mano, riservando l’altra per difendere la nostra anima dai pericoli che possano impedire l’unione con Dio”.5

I trattati di vita spirituale insistono su un punto di capitale importanza: evitare l’oziosità. “Erano soliti dire i Padri del deserto: Che il demonio ti trovi sempre occupato”. E raccontano che Sant’Antonio, abate, quando si lamentò che non riusciva a stare continuamente in preghiera, ricevette questa risposta dal Cielo: “Quando non puoi pregare, lavora”.6

Il brano del Vangelo della 19ª Domenica del Tempo Ordinario, che si svolge prendendo come punto di partenza tre parabole presentate da Gesù, è incentrato sulle considerazioni riguardanti la virtù della vigilanza.

L’esortazione contenuta in questi versetti di Luca si trova anche in Matteo e Marco. Questi ultimi la collocano al termine del “discorso escatologico”, mentre Luca, forse volendo accentuare il carattere morale della stessa, finisce per localizzarla in una sequenza differente.

II – Esortazioni di Gesù ai discepoli

32 “Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il suo Regno”.

Subito dopo la parabola del ricco stolto, Luca concatena una serie di consigli del Divino Maestro sulla necessità di cercare prima – e soprattutto – il Regno di Dio e la sua giustizia, poiché, così procedendo, il resto ci sarà dato in aggiunta. Tuttavia, data la forza della nostra concupiscenza, i sensi rendono difficile la pratica di questi consigli, per quanto saggi essi siano. La dottrina convince, ma “la carne è debole”. Giustamente in questo punto si concentra il timore: come abbandonarci nelle mani della Divina Provvidenza? Da qui l’enfasi di questo “non temere”.

Il “piccolo gregge” dei prescelti

Inoltre è loro conferito l’appellativo di “piccolo gregge”, epiteto che con una certa frequenza incontriamo percorrendo le pagine dell’Antico Testamento, dato il carattere pastorale della società in questo lungo periodo storico.

Sul perché di questo appellativo dato ai discepoli, molteplici sono le ipotesi tra gli autori. Teofilatto così commenta: “Il Signore chiama piccolo gregge coloro che vogliono essere suoi discepoli, sia per il fatto che, in questa vita, i Santi sembrano piccoli, in virtù della loro povertà volontaria, sia per il fatto che sono superati dalla moltitudine di Angeli, il cui numero è incomparabilmente maggiore”.7

Beda analizza il suddetto appellativo sotto un altro punto di vista: “Il Signore denomina anche come piccolo gregge i prescelti, comparandoli col numero maggiore di reprobi o, meglio ancora, per il suo amore dell’umiltà”.8

In realtà, la Chiesa nascente era minuscola quanto a portata, numero e forza: Essa non era più grande di un granellino di senape. Quei pochi non avrebbero dovuto temere che venisse a mancare il necessario per la loro sussistenza, poiché il Padre, per effetto del suo amore gratuito, aveva loro concesso il suo Regno. Che Padre e che Regno! Si tratta dello stesso Dio e Sovrano Signore, onnipotente e assoluto, per il quale non esiste impedimento che Lo ostacoli nella determinazione delle sue volontà.

Non si tratta di un regno terreno: “Il mio Regno non è di questo mondo” (Gv 18, 36), ha detto Gesù a Pilato. Se fosse un regno di qualche parte della Terra, saremmo impazienti di riceverlo quanto prima e intraprenderemmo ogni sforzo per possederlo. Questo Regno è eterno e celeste, pertanto è indispensabile a questo “piccolo gregge” avere una pienezza di reciprocità in relazione a un così generoso Padre. Gesù ci dà la garanzia della sua parola assoluta: “Manifesta la ragione per la quale non devono temere, aggiungendo: ‘perché è piaciuto al Padre vostro’, ecc. Come se dicesse: ‘Come non potrà essere clemente con voi Colui che dà grazie così straordinarie?’. Anche se è piccolo questo gregge (per sua natura, il suo numero e la sua gloria), la bontà del Padre gli ha concesso il destino degli spiriti celesti, cioè, il Regno dei Cieli”.9

È bello il commento di Maldonado alla seconda parte di questo versetto: “Ognuna di queste parole ha un senso speciale e una particolare dolcezza. Dice ‘è piaciuto’, mostrando la particolare benevolenza e liberalità di Dio verso di loro; dice ‘al Padre vostro’, chiamando Dio padre loro, di modo che, in quanto padre, non può dimenticarsi dei suoi figli (cfr. Is 49, 15); aggiunge: ‘darvi’, come a figli ed eredi suoi, ‘il Regno’, ossia, il Regno celeste ed eterno, non quello terreno e temporale”.10

“Vendete ciò che avete”, un consiglio di Gesù

33 “Vendete ciò che avete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro inesauribile nei Cieli, dove i ladri non arrivano e la tignola non consuma. 34 Perché dove è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore”.

All’inizio del Cristianesimo, era comune che i primi fedeli seguissero alla lettera questo consiglio e, ancor oggi, si trovano alcuni casi in questa direzione. Ciò, nella sua essenza, mette l’accento su due punti:

In primo luogo, la nostra proprietà è costituita non solo da beni materiali o ricchezze, ma anche da ogni sorta di possibili appigli: scienza, erudizione, amicizia, comodità, piaceri leciti (e più intensamente quelli illeciti, quando ci abbandoniamo ad essi), ecc. Quanto più distaccato è il nostro cuore dagli oggetti terreni, sia quelli dello spirito che della materia, tanto più godremo della felicità nel tempo e incommensurabilmente di più nell’eternità.

Un secondo punto riguarda l’obbligatorietà, sì o no, di vendere quello che si possiede e fare elemosina. Potremmo a questo proposito sollevare, con Maldonado, la seguente questione: “Come mai qui Cristo fa vendere a tutti, in generale, quello che hanno per donarlo ai poveri, mentre in un altro passaggio (cfr. Mt 19, 21) consiglia ciò soltanto a coloro che vogliono essere perfetti? La risposta non è difficile: o qui Egli parla soltanto ai discepoli, i quali vorrebbero essere perfetti, oppure, se parla a tutti i cristiani, si riferisce alla disposizione di spirito, come dicono i teologi. Perché, sebbene non sia a tutti necessario vendere tutto quanto hanno, si deve, questo sì, come cristiano, avere la disposizione di spirito di vendere tutti i propri beni, se fosse necessario, per non perdere Cristo”.11

Dare in Terra per ricevere in Cielo

Ancora una parola sui benefici ricevuti da chi fa elemosina. Di per sé, ottiene più beneficio chi dà rispetto a chi riceve: “Vi è più gioia nel dare che nel ricevere” (At 20, 35). “Non c’è peccato che l’elemosina non possa spegnere. Tuttavia, l’elemosina non si fa soltanto col denaro, ma anche con le opere, come quando qualcuno protegge un altro, quando un medico cura o quando un saggio consiglia”.12

La nostra ricchezza distribuita ai bisognosi, qui sulla Terra, ci deriva un inesauribile tesoro in Cielo. Le virtù praticate davanti a Dio per prestarGli culto e lode, le buone opere, i consigli dati agli altri, l’istruire, il pregare per gli afflitti e i bisognosi, come anche il fare elemosina, costituiscono un tesoro nel Cielo. In questa categoria si includono: l’invocazione ai Santi, la fiducia nella loro intercessione, l’assiduità ai Sacramenti, ed ogni atto di pietà e qualunque opera santa.

Volgere il cuore ai tesori eterni

Mentre gli Apostoli dormivano, i nemici di Gesù cospiravano per ucciderLo

Secondo i costumi dell’epoca, la borsa per le monete era di uso comune agli uomini e alle donne. Si trattava di pezze di tessuto che, nonostante fossero rinforzate, si potevano rovinare col tempo o essere danneggiate dalle tarme, mettendo così a rischio il contenuto. Ben peggiore era la situazione, quando l’abilità di qualche ladro faceva sparire queste borse dal loro posto abituale, per non ritornarvi mai più.

In forza della sua natura, l’uomo non può smettere di cercare la felicità, sia in questo mondo, che nell’eternità, dove si colloca l’obiettivo dei suoi desideri. Abbandonato alle inclinazioni della sua concupiscenza, egli si consegnerà alle voluttà della materia e in essa collocherà il suo cuore.

L’esempio di Maria

È stata Maria che, dall’interno della nostra natura, ha elevato la sua anima verginale a esaltare il Signore e a fare di Lui il suo tesoro. Dalla sua fedeltà è nata una nuova razza che San Luigi Grignion de Montfort denomina “la razza della Vergine”, razza questa che costituisce il calcagno della Sovrana Signora, chiamata a schiacciare la testa del serpente. Ella ci insegna a fare, di questa Terra, una scuola preparatoria per il Cielo, poiché i tesori conquistati qui periscono, sono vili, frequentemente ci degradano, ci affliggono e ci impoveriscono. La morte ce li strappa dalle mani, in maniera implacabile.

L’opposto accade con i tesori del Cielo: essi ci nobilitano, consolano e ci assicurano un’eternità felice. La stessa morte ci concede il possesso irreversibile di questi beni.

Annunciazione

III – “Siate pronti, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese”

35 “Siate pronti, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese; 36 siate simili a coloro che aspettano il padrone quando torna dalle nozze, per aprirgli subito, appena arriva e bussa. 37 Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità vi dico, si cingerà le sue vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. 38 E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro!”

Senza un’illazione molto precisa, San Luca passa a riprodurre due parabole affini quanto alla loro sostanza. La prima di queste è contenuta in questi quattro versetti. Entrambe sono precedute da un’incisiva raccomandazione del Divino Maestro: la necessità di mantenere la cintura ai fianchi, come anche di conservare accese le lanterne.

Simbolismo dell’atto di mettersi la cintura e delle lucerne accese

Come ci descrivono le stesse Sacre Scritture (cfr. Es 12, 11), gli ebrei – ed in genere gli orientali – cercavano per mezzo di una cintura intorno alla vita, di raccogliere un poco le loro lunghe tuniche, sia per poter camminare con più disinvoltura, sia per facilitare il servizio a tavola.

Tuttavia, la conoscenza di questi costumi solleva una perplessità per la perfetta comprensione del significato del simbolismo delle figure utilizzate dal Salvatore, in questo passaggio: perché i servitori si devono porre in situazione di viaggio se stanno soltanto aspettando il ritorno del signore della casa? Inoltre, qual è la ragione di trovarsi disposti a servire a tavola quando il signore sarebbe tornato soddisfatto di quello che avrebbe mangiato alla festa?

Queste difficoltà sono completamente superate dalla vera spiegazione dei particolari dei costumi orientali di quei tempi. Come già abbiamo visto in precedenza, essi usavano tuniche molto ampie che arrivavano fino ai piedi. Ora, per camminare o per il servizio, era indispensabile raccogliere le estremità della veste, trattenendola e rendendola più corta mediante una cintura ben aggiustata alla vita.

Questo cingersi la vita inoltre faceva parte anche del buon contegno ed educazione, soprattutto per ricevere o servire qualcuno di categoria superiore. Nella propria casa, nell’intimità familiare, si poteva stare a proprio agio, facendo a meno di usare il turbante, le calzature e anche la cintura. L’essere scalzi, senza copricapo e, soprattutto, con vestiti liberi, era la nota comune dell’intimità, della spensieratezza ed anche del rilassamento. Ora, è proprio questa la nota sconveniente da ostentare davanti al signore che torna dalla festa.

Quanto alla figura delle lucerne, diventa facile la loro comprensione se pensiamo alla parabola delle vergini sagge e delle vergini stolte (cfr. Mt 25, 1-13). “Quando il padrone di casa arriva di notte, i servitori costumano andargli incontro con le lucerne accese. Così Cristo vuole che facciamo anche noi. Le torce accese significano che dobbiamo avere tutto preparato per ricevere Cristo nel giorno del Giudizio, in modo da non avere niente da mettere in ordine in quell’occasione. Ci sarà una cosa più semplice del fatto di accendere, quando il padrone batte alla porta, la luce necessaria? Ora, persino questo vuole il Signore che sia già fatto prima del suo arrivo. Infatti, oltre al fatto che lui non aspetterebbe fino a che l’altro avesse acceso la torcia, questa attesa sarebbe indecorosa e inadeguata alla dignità del padrone di casa”.13

L’arrivo del Signore

A seguire comincia la prima parabola, propriamente detta. Nei suoi dettagli si capisce che oltrepassa la realtà. Si tratta di un’allegoria, poiché, per ricevere il signore, non era necessario che tutta la servitù restasse sveglia. Tanto più che è sempre nota l’ora di uscita per una festa, ma non quella del ritorno, che peraltro avviene solitamente a tarda ora.

In un rapporto umano normale non succederebbe mai un fatto come quello descritto nei versetti sopra. Nessun signore esigerebbe dai suoi servi – neppure a quei tempi – di aspettare, svegli, il suo ritorno da una festa. Tutt’al più – e qui si capisce – il portinaio. Inoltre, trovando tutti svegli, dopo un saluto, ordinerebbe di andare a dormire, mai li metterebbe a servire a tavola, soprattutto in ore così tarde.

Davanti a questa pluralità di stranezze, si capisce chiaramente che queste eccezioni si possono verificare soltanto sul piano soprannaturale della grazia di Dio: “Sarò Io stesso la tua ricompensa molto grande” (Gen 15, 1). “Il significato vero e completo è che se, giungendo, Cristo ci trova vigili e preparati alle buone opere, Egli ci renderà come signori in Cielo, poiché mangeremo e berremo come tali nella mensa del suo Regno”.14

L’insistenza su una possibile seconda o terza venuta del signore mira, evidentemente, a rinforzare la grande necessità di restare vigili.

Necessità della vigilanza

39 “Sappiate bene questo: se il padrone di casa sapesse a che ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa”.

Il versetto non ci pone nessuna difficoltà di interpretazione, perché ogni ladro cerca un’occasione facile per la sua azione e non desidera essere scoperto. Di fronte a questa prerogativa, il padrone di casa, sapendo l’ora in cui avverrebbe il furto, starebbe all’erta per impedirlo. Così anche noi, pervasi dalla certezza che il Giudizio Supremo verrà, ma non sapendo in quale momento, dobbiamo restare vigili ininterrottamente per non essere colti di sorpresa al suo arrivo.

40 “Anche voi tenetevi pronti, perché il Figlio dell’Uomo verrà nell’ora che non pensate”.

Cristo consegna le chiavi a San Pietro

I servitori vigili ci offrono la conoscenza del premio immeritato che ci aspetta se, proprio come essi hanno fatto, procediamo anche noi, amando illimitatamente il Signore, e se in ragione di questo amore rispettiamo la sua parola ed osserviamo i suoi comandamenti. Quando tornerà il Salvatore, Egli ci servirà. D’altra parte, il maestro vigile ci incita a stare attenti per evitare il nostro incontro col Signore in una circostanza sfavorevole, per mancanza di vigilanza. Sono due consigli armonici e fondamentali.

Il Signore verrà. È assolutamente certa la sua venuta. Per questo: “Voi, dunque, siate preparati perché, nell’ora in cui meno ve lo aspettate, verrà il Figlio dell’Uomo”. Potrà essere, pertanto, in un giorno inatteso; in un’età nella quale non ci sarà nulla da temere, quando i grandi progetti si moltiplicherano e chissà, piena di piaceri, realizzazioni, affari…

Niente di meglio per ottenere un’instancabile, forte e continua vigilanza che ricorrere alla Madre di Misericordia. Se anche così ci succedesse di sbagliare, Ella ci otterrebbe il perdono delle nostre miserie.

IV – La parabola dell’amministratore fedele

Nei versetti finali, rispondendo ad una domanda di Pietro che desiderava sapere se la parabola era esclusivamente per loro o per tutti, il Divino Maestro ne elabora un’altra, quella dell’ “amministratore fedele e saggio”. Diventa chiaro il carattere universale del suo insegnamento e quanto esso si applichi a chiunque fra noi. Basti considerare da vicino l’incertezza sull’ora della nostra morte, per renderci conto dell’enorme importanza della virtù della vigilanza.

Obblighi di chi ha autorità su altri

Nel far uso dell’immagine dell’amministratore, Egli vuole rappresentare coloro che hanno qualche autorità o potere su altri. L’applicazione ricadeva direttamente su Pietro e gli Apostoli, che avrebbero ricevuto nelle loro mani l’istituzione della Chiesa e avrebbe anche riguardato i genitori, i tutori, ecc.

In questi versetti, il punto di vista continua ad essere quello della vigilanza, ma ora con un’altra nota caratteristica: quella della prudente fedeltà. Il primissimo obbligo dell’amministratore è quello di non appropriarsi di nessuno dei beni che il signore gli ha affidato e di non cercare il suo piacere, la sua gloria e la sua volontà, quanto piuttosto il puro interesse del suo signore. In secondo luogo, deve essere prudente, discernendo con senso della gerarchia come distribuire i lavori in proporzione al talento e alle forze di ognuno. Inoltre, dovrà provvedere alle necessità di tutti, offrendo loro i mezzi, le istruzioni, il sostentamento, ecc., per il disimpegno delle rispettive funzioni.

  Procedendo con questo amore della perfezione, l’autorità, nell’incontrare il suo signore, oltre alla beatitudine, riceverà l’amministrazione di tutti i suoi possedimenti.

Il castigo dell’amministratore infedele

Gesù che benedice

Quanto all’amministratore infedele, sempre usando toni irreali, il Divino Maestro cerca di delineare la principale causa delle sue colpe: la dimenticanza del fatto di appartenere ad un signore e che questo ritornerà, o allora, il convincersi che il suo padrone non tornerà tanto presto. Di qui i maltrattamenti, l’ingiustizia, l’abbandonarsi alla gola e ai disordini. Costui sarà pure sorpreso dal signore e da lui sarà castigato con la separazione eterna…

A seguire tratta della proporzionalità dei castighi,mostrando come, per giustizia, “a chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto”. Particolarmente in questo si concentra la risposta offerta dal Maestro a San Pietro, la cui sostanza fa temere e tremare quasi a tutti i Santi… Quanti di loro non hanno cercato una via penitenziale, in base alla considerazione di queste divine parole!

Su questo passaggio, commenta il Cardinal Gomá: “Come nell’altra vita non c’è uguaglianza di premi, allo stesso modo non c’è uguaglianza di castighi, dice San Basilio. Saranno condannati alle fiamme tutti coloro che le avranno meritate, alcuni, tuttavia, le soffriranno in modo più intenso di altri; tutti saranno rosi dal verme inestinguibile, ma questo sarà più vigoroso o più indolente. Per questo, dice Teofilatto, i saggi e dottori, che avrebbero dovuto agire concordemente alla dottrina e da questa trarre incentivo per gli altri, saranno tormentati con maggior rigore. Questo pensiero dovrebbe farci tremare, se Dio ci ha favorito con doni di privilegio nella conoscenza della sua volontà, o ci ha concesso grazie straordinarie, o ci ha conferito poteri ordinarie, o ci ha conferito poteri per comunicare agli altri la sua volontà”.15

Che la Liturgia di oggi ci convinca profondamente della grande necessità di essere diligenti nella preparazione del nostro incontro con il Signore, che potrà verificarsi nel momento meno atteso. Facciamo dunque un buon uso del nostro tempo, parole e azioni. In sintesi, che noi siamo sempre santi.

1) SANT’AGOSTINO. De moribus Ecclesiæ, c.24. In: Obras. 
Madrid: BAC, 1956,v.IV, p.317.

2) Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO. Somma Teologica. II-II. 
q.47, a.9.

3) SAN BERNARDO. Sermo XI in psalmum XC, n.1. 
In: Obras completas. Madrid:BAC, 2005, v.III, p.551.

4) Idem, ibidem.

5) SANTA TERESA DI LISIEUX. Conseils et souvenirs. 
Lisieux: Office central de Lisieux, 1954, p.74.

6) RODRÍGUEZ, SJ, Afonso. Exercício de perfeição e virtudes 
cristãs. Lisboa: União gráfica, 1950, p.82.

7) TEOFILATTO, apud SAN TOMMASO D’AQUINO. Catena Aurea. 
In Lucam, c.XII, v.32-34.

8) SAN BEDA, apud SAN TOMMASO D’AQUINO, Catena Aurea, op. cit.

9) SAN CIRILLO DI GERUSALEMME, apud SAN TOMMASO D’AQUINO, Catena
Aurea, op. cit.

10) MALDONADO, SJ, Juan de. Comentarios a los Cuatro Evangelios.
Evangelios de San Marcos y San Lucas. Madrid: BAC, 1951, v.II, 
p.597-598.

11) Idem, ibidem.

12) SAN GIOVANNI CRISOSTOMO, apud SAN TOMMASO D’AQUINO, Catena
Aurea, op. cit.

13) MALDONADO, op. cit., p.600.

14) Idem, p.603.

15) GOMÁ Y TOMÁS, Isidro. El Evangelio explicado. 
Evan-Años primero y segundo de la vida pública de Jesús. 
Barcelona: Acervo, 1967, v.II, p.194.

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