I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia

L’Eucaristia, l’Immacolata e il Sommo Pontefice!

“Pange lingua Gloriosi”: Inno composto da San Tommaso d’Aquino

Alla scuola di San Tommaso d’ Aquino

Tutti noi, figli della Chiesa, dobbiamo, per lo meno in una certa misura, essere discepoli del Dottore Angelico e collocarci nella scuola del suo capolavoro, la “Summa Theologiæ”.

Vorrei oggi completare, con una terza parte, le mie catechesi su San Tommaso d’Aquino. Anche a più di settecento anni dopo dalla sua morte, possiamo imparare molto da lui. Lo ricordava anche il mio Predecessore, il Papa Paolo VI, che, in un discorso pronunciato a Fossanova il 14 settembre 1974, in ccasione del settimo centenario della morte di san Tommaso, si domandava: “Maestro Tommaso, quale lezione ci puoi dare?”. E rispondeva così: “la fiducia nella verità del pensiero religioso cattolico, quale da lui fu difeso, esposto, aperto alla capacità conoscitiva della mente umana” (Insegnamenti di Paolo VI, XII [1974], pagg. 833-834). E, nello stesso giorno, ad Aquino, riferendosi sempre a San Tommaso, affermava: “tutti, quanti siamo figli fedeli della Chiesa possiamo e dobbiamo, almeno in qualche misura, essere suoi discepoli!” (Idem, pag.836).

Sforzo della mente illuminato dalla preghiera

Mettiamoci dunque anche noi alla scuola di San Tommaso e del suo capolavoro, la Summa Theologiae. Essa è rimasta incompiuta, tuttavia è un’opera monumentale: contiene 512 questioni e 2669 articoli. Si tratta di un ragionamento serrato, in cui l’applicazione dell’intelligenza umana ai misteri della fede procede con chiarezza e profondità, intrecciando domande e risposte, nelle quali San Tommaso approfondisce l’insegnamento che viene dalla Sacra Scrittura e dai Padri della Chiesa, soprattutto da Sant’Agostino.

In questa riflessione, nell’incontro con vere domande del suo tempo, che sono anche spesso domande nostre, San Tommaso, utilizzando anche il metodo e il pensiero dei filosofi antichi, in particolare di Aristotele, arriva così a formulazioni precise, lucide e pertinenti delle verità di fede, dove la verità è dono della fede, risplende e diventa accessibile per noi, per la nostra riflessione.

Tale sforzo, però, della mente umana – ricorda l’Aquinate con la sua stessa vita – è sempre illuminato dalla preghiera, dalla luce che viene dall’Alto. Solo chi vive con Dio e con i misteri può anche capire che cosa essi dicono.

Struttura di un’opera monumentale

Nella Summa Theologiæ, San Tommaso parte dal fatto che ci sono tre diversi modi dell’essere e dell’essenza di Dio: Dio esiste in Se stesso, è il principio e la fine di tutte le cose, per cui tutte le creature procedono e dipendono da Lui; poi Dio è presente attraverso la Sua Grazia nella vita e nell’attività del cristiano, dei santi; infine, Dio è presente in modo del tutto speciale nella Persona di Cristo unito qui realmente con l’uomo Gesù, e operante nei Sacramenti, che scaturiscono dalla Sua opera redentrice. […]

È un circolo: Dio in Se stesso, che esce da Se stesso e ci prende per mano, così che con Cristo ritorniamo a Dio, siamo uniti a Dio, e Dio sarà tutto in tutti.

La prima parte della Summa Theologiæ indaga dunque su Dio in Se stesso, sul Mistero della Trinità e sull’attività creatrice di Dio. In questa parte troviamo anche una profonda riflessione sulla realtà autentica dell’essere humano in quanto uscito dalle mani creatrici di Dio, frutto del Suo amore. Da una parte siamo un essere creato, dipendente, non veniamo da noi stessi; ma, dall’altra, abbiamo una vera autonomia, così che siamo non solo qualcosa di apparente – come dicono alcuni filosofi platonici – ma una realtà voluta da Dio come tale, e con valore in se stessa.

Nella seconda parte San Tommaso considera l’uomo, spinto dalla Grazia, nella sua aspirazione a conoscere e ad amare Dio per essere felice nel tempo e nell’eternità. Per prima cosa, l’Autore presenta i principi teologici dell’agire morale, studiando come, nella libera scelta dell’uomo di compiere atti buoni, si integrano la ragione, la volontà e le passioni, a cui si aggiunge la forza che dona la Grazia di Dio attraverso le virtù e i doni dello Spirito Santo, come pure l’aiuto che viene offerto anche dalla legge morale. Quindi l’essere umano è un essere dinamico che cerca se stesso, cerca di divenire se stesso e cerca, in questo senso, di compiere atti che lo costruiscono, lo rendono veramente uomo; qui entra la legge morale, entra la Grazia e la propria ragione, la volontà e le passioni.

Su questo fondamento San Tommaso delinea la fisionomia dell’uomo che vive secondo lo Spirito e che diventa, così, un’icona di Dio. Qui l’Aquinate si sofferma a studiare le tre virtù teologali – fede, speranza e carità -, seguinte dall’esame acuto di più di cinquanta virtù morali, organizzate attorno alle quattro virtù cardinali – la prudenza, la giustizia, la temperanza e la fortezza. Termina poi con la riflessione sulle diverse vocazioni nella Chiesa.

Nella terza parte della Summa Theologiæ, San Tommaso studia il Mistero di Cristo – la Via e la Verità – per mezzo del quale noi possiamo ricongiungerci a Dio Padre. In questa sezione scrive pagine pressoché insuperate sul Mistero dell’Incarnazione e della Passione di Gesù, aggiungendo poi un’ampia trattazione sui sette Sacramenti, perché in essi il Verbo divino incarnato estende i benefici dell’Incarnazione per la nostra salvezza, per il nostro cammino di fede verso Dio e la vita eterna, rimane materialmente quasi presente con le realtà della creazione, ci tocca così nell’intimo.

Innamoriamoci dell’Eucaristia!

Parlando dei Sacramenti, San Tommaso si sofferma in modo particolare sul Mistero dell’Eucaristia, per il quale ebbe una grandissima devozione, al punto che, secondo gli antichi biografi, era solito accostare il suo capo al Tabernacolo, come per sentire palpitare il Cuore divino e umano di Gesù.

In una sua opera di commento alla Scrittura, San Tommaso ci aiuta a capire l’eccellenza del Sacramento dell’Eucaristia, quando scrive: “Essendo l’Eucaristia il sacramento della Passione di Nostro Signore, contiene in sé Gesù Cristo che patì per noi. Pertanto tutto ciò che è effetto della Passione di Nostro Signore, è anche effetto di questo sacramento, non essendo esso altro che l’applicazione in noi della Passione del Signore” (In Ioannem, c.6, lect.6, n.963). Comprendiamo bene perché San Tommaso e altri santi abbiano celebrato la Santa Messa versando lacrime di compassione per il Signore, che Si offre in sacrificio per noi, lacrime di gioia e di gratitudine.

Cari fratelli e sorelle, alla scuola dei santi, innamoriamoci di questo Sacramento! Partecipiamo alla Santa Messa con raccoglimento, per ottenerne i frutti spirituali, nutriamoci del Corpo e del Sangue del Signore, per essere incessantemente alimentati dalla Grazia divina! Intratteniamoci volentieri e frequentemente, a tu per tu, in compagnia del Santissimo Sacramento!

Argomenti che non devono mancare nella catechesi e nella predicazione

Quanto San Tommaso ha illustrato con rigore scientifico nelle sue opere teologiche maggiori, come appunto la Summa Theologiae, anche la Summa contra Gentiles è stato esposto anche nella sua predicazione, rivolta agli studenti e ai fedeli.

Nel 1273, un anno prima della sua morte, durante l’intera Quaresima, egli tenne delle prediche nella Chiesa di San Domenico Maggiore a Napoli. Il contenuto di quei sermoni è stato raccolto e conservato: sono gli Opuscoli in cui egli spiega il Simbolo degli Apostoli, interpreta la preghiera del Padre Nostro, illustra il Decalogo e commenta l’Ave Maria. Il contenuto della predicazione del Doctor Angelicus corrisponde quasi del tutto alla struttura del Catechismo della Chiesa Cattolica.

Infatti, nella catechesi e nella predicazione, in un tempo come il nostro di rinnovato impegno per l’evangelizzazione, non dovrebbero mai mancare questi argomenti fondamentali: ciò che noi crediamo, ed ecco il Simbolo della fede; ciò che noi preghiamo, ed ecco il Padre Nostro e l’Ave Maria; e ciò che noi viviamo come ci insegna la Rivelazione biblica, ed ecco la legge dell’amore di Dio e del prossimo e i Dieci Comandamenti, come esplicazione di questo mandato dell’amore.

Risposta di San Tommaso a quelli che obiettano contro la fede

Vorrei proporre qualche esempio del contenuto, semplice, essenziale e convincente, dell’insegnamento di San Tommaso. Nel suo Opuscolo sul Simbolo degli Apostoli egli spiega il valore della fede. Per mezzo di essa, dice, l’anima si unisce a Dio, e si produce come un germoglio di vita eterna; la vita riceve un orientamento sicuro, e noi superiamo agevolmente le tentazioni. A chi obietta che la fede è una stoltezza, perché fa credere in qualcosa che non cade sotto l’esperienza dei sensi, San Tommaso offre una risposta molto articolata, e ricorda che questo è un dubbio inconsistente, perché l’intelligenza umana è limitata e non può conoscere tutto. Solo nel caso in cui noi potessimo conoscere perfettamente tutte le cose visibili e invisibili, allora sarebbe un’autentica stoltezza accettare delle verità per pura fede. Del resto, è impossibile vivere, osserva San Tommaso, senza fidarsi dell’esperienza altrui, là dove la personale conoscenza non arriva.

È ragionevole dunque prestare fede a Dio che Si rivela e alla testimonianza degli Apostoli: essi erano pochi, semplici e poveri, affranti a motivo della Crocifissione del loro Maestro; eppure molte persone sapienti, nobili e ricche si sono convertite in poco tempo all’ascolto della loro predicazione. Si tratta, in effetti, di un fenomeno storicamente prodigioso, a cui difficilmente si può dare altra ragionevole risposta, se non quella dell’incontro degli Apostoli con il Signore Risorto.

Considerazioni sul Mistero dell’Incarnazione

Commentando l’articolo del Simbolo sull’Incarnazione del Verbo divino, San Tommaso fa alcune considerazioni. Afferma che la fede cristiana, considerando il Mistero dell’Incarnazione, viene ad essere rafforzata; la speranza si eleva più fiduciosa, al pensiero che il Figlio di Dio è venuto tra noi, come uno di noi, per comunicare agli uomini la propria divinità; la carità è ravvivata, perché non vi è segno più evidente dell’amore di Dio per noi, quanto vedere il Creatore dell’universo farsi Egli stesso creatura, uno di noi.

Infine, considerando il Mistero dell’Incarnazione di Dio, sentiamo infiammarsi il nostro desiderio di raggiungere Cristo nella gloria. Adoperando un semplice ed efficace paragone, San Tommaso osserva: “Se il fratello di un re stesse lontano, certo bramerebbe di potergli vivere accanto. Ebbene, Cristo ci è fratello: dobbiamo quindi desiderare la Sua compagnia, diventare un solo cuore com Lui” (Opuscoli teologico- spirituali, Roma 1976, pag. 64). […]

La Madonna: luogo dove la Trinità trova il Suo riposo

San Tommaso è stato, come tutti i santi, un grande devoto della Madonna. L’ha definita con un appellativo stupendo: Triclinium totius Trinitatis, triclinio, cioè luogo dove la Trinità trova il Suo riposo, perché, a motivo dell’Incarnazione, in nessuna creatura, come in Lei, le tre divine Persone inabitano e provano delizia e gioia a vivere nella Sua anima piena di Grazia. Per la Sua intercessione possiamo ottenere ogni aiuto.

Con una preghiera, che tradizionalmente viene attribuita a San Tommaso e che, in ogni caso, riflette gli elementi della sua profonda devozione mariana, anche noi diciamo: “O beatissima e dolcissima Vergine Maria, Madre di Dio…, io affido al Tuo cuore misericordioso tutta la mia vita… Ottienimi, o mia dolcissima Signora, carità vera, con la quale possa amare con tutto il cuore il Tuo santissimo Figlio e Te, dopo di Lui, sopra tutte le cose, e il prossimo in Dio e per Dio”.

(Passi dell’Udienza Generale, 23/6/2010)

28 Gennaio: San Tommaso d’Aquino

Quando papa Giovanni XXII nel 1323, iscrisse Tommaso d’Aquino nell’Albo dei Santi, a quanti obiettavano che egli non aveva compiuto grandi prodigi, né in vita né dopo morto, il papa rispose con una famosa frase: “Quante proposizioni teologiche scrisse, tanti miracoli fece”.

E questo, è il riconoscimento più grande che si potesse dare al grande teologo e Dottore della Chiesa, che con la sua “Summa teologica”, diede sistematicamente un fondamento scientifico, filosofico e teologico alla dottrina cristiana. 

Origini, oblato a Montecassino, studente a Napoli
Tommaso, nacque all’incirca nel 1225 nel castello di Roccasecca (Frosinone) nel Basso Lazio, che faceva parte del feudo dei conti d’Aquino; il padre Landolfo, era di origine longobarda e vedovo con tre figli, aveva sposato in seconde nozze Teodora, napoletana di origine normanna; dalla loro unione nacquero nove figli, quattro maschi e cinque femmine, dei quali Tommaso era l’ultimo dei maschi. 
Secondo il costume dell’epoca, il bimbo a cinque anni, fu mandato come “oblato” nell’Abbazia di Montecassino; l’oblatura non contemplava che il ragazzo, giunto alla maggiore età, diventasse necessariamente un monaco, ma era semplicemente una preparazione, che rendeva i candidati idonei a tale scelta. 
Verso i 14 anni, Tommaso che si trovava molto bene nell’abbazia, fu costretto a lasciarla, perché nel 1239 fu occupata militarmente dall’imperatore Federico II, allora in contrasto con il papa Gregorio IX, e che mandò via tutti i monaci, tranne otto di origine locale, riducendone così la funzionalità; l’abate accompagnò personalmente l’adolescente Tommaso dai genitori, raccomandando loro di farlo studiare presso l’Università di Napoli, allora sotto la giurisdizione dell’imperatore. 
A Napoli frequentò il corso delle Arti liberali, ed ebbe l’opportunità di conoscere alcuni scritti di Aristotele, allora proibiti nelle Facoltà ecclesiastiche, intuendone il grande valore. 

Domenicano; incomprensioni della famiglia
Inoltre conobbe nel vicino convento di San Domenico, i frati Predicatori e ne restò conquistato per il loro stile di vita e per la loro profonda predicazione; aveva quasi 20 anni, quando decise di entrare nel 1244 nell’Ordine Domenicano; i suoi superiori intuito il talento del giovane, decisero di mandarlo a Parigi per completare gli studi. 
Intanto i suoi familiari, specie la madre Teodora rimasta vedova, che sperava in lui per condurre gli affari del casato, rimasero di stucco per questa scelta; pertanto la castellana di Roccasecca, chiese all’imperatore che si trovava in Toscana, di dare una scorta ai figli, che erano allora al suo servizio, affinché questi potessero bloccare Tommaso, già in viaggio verso Parigi. 
I fratelli poterono così fermarlo e riportarlo verso casa, sostando prima nel castello paterno di Monte San Giovanni, dove Tommaso fu chiuso in una cella; il sequestro durò complessivamente un anno; i familiari nel contempo, cercarono in tutti i modi di farlo desistere da quella scelta, ritenuta non consona alla dignità della casata. 
Arrivarono perfino ad introdurre una sera, una bellissima ragazza nella cella, per tentarlo nella castità; ma Tommaso di solito pacifico, perse la pazienza e con un tizzone ardente in mano, la fece fuggire via. La castità del giovane domenicano era proverbiale, tanto da meritare in seguito il titolo di “Dottore Angelico”. 
Su questa situazione, i racconti della “Vita” divergono. Alcuni dicono che papa Innocenzo IV, informato dai preoccupati Domenicani, chiese all’imperatore di liberarlo e così Tommaso tornò a casa; altri dicono che Tommaso riuscì a fuggire; altri che Tommaso, ricondotto a casa della madre – la quale non riusciva ad accettare che un suo figlio facesse parte di un Ordine “mendicante” – resistette a tutti i tentativi fatti per distoglierlo; dopo un po’ anche la sorella Marotta, passò dalla sua parte e in seguito diventò monaca e badessa nel monastero di Santa Maria a Capua. Infine anche la madre si convinse, permettendo ai domenicani di far visita al figlio e, dopo un anno di quella situazione. lo lasciò finalmente partire.

Studente a Colonia con s. Alberto Magno
Ritornato a Napoli, il Superiore Generale, Giovanni il Teutonico, ritenne opportuno anche questa volta, di trasferirlo all’estero per approfondire gli studi; dopo una sosta a Roma, Tommaso fu mandato a Colonia dove insegnava sant’Alberto Magno (1193-1280), domenicano, filosofo e teologo, vero iniziatore dell’aristotelismo medioevale nel mondo latino e uomo di cultura enciclopedica. 
Tommaso divenne suo discepolo per quasi cinque anni, dal 1248 al 1252; si instaurò così una feconda convivenza tra due geni della cultura; risale a questo periodo l’offerta fattagli da papa Innocenzo IV di rivestire la carica di abate di Montecassino, succedendo al defunto abate Stefano II, ma Tommaso che nei suoi principi rifuggiva da ogni carica nella Chiesa, che potesse coinvolgerlo in affari temporali, rifiutò decisamente, anche perché amava oltremodo restare nell’Ordine Domenicano. 
A Colonia per il suo atteggiamento silenzioso, fu soprannominato dai compagni di studi “il bue muto”, riferendosi anche alla sua corpulenza; s. Alberto Magno venuto in possesso di alcuni appunti di Tommaso, su una difficile questione teologica discussa in una lezione, dopo averli letti, decise di far sostenere allo studente italiano una disputa, che Tommaso seppe affrontare e svolgere con intelligenza. 
Stupito, il Maestro davanti a tutti esclamò: “Noi lo chiamiamo bue muto, ma egli con la sua dottrina emetterà un muggito che risuonerà in tutto il mondo”. 

Sacerdote; Insegnante all’Università di Parigi; Dottore in Teologia
Nel 1252, da poco ordinato sacerdote, Tommaso d’Aquino, fu indicato dal suo grande maestro ed estimatore s. Alberto, quale candidato alla Cattedra di “baccalarius biblicus” all’Università di Parigi, rispondendo così ad una richiesta del Generale dell’Ordine, Giovanni di Wildeshauen. 
Tommaso aveva appena 27 anni e si ritrovò ad insegnare a Parigi sotto il Maestro Elia Brunet, preparandosi nel contempo al dottorato in Teologia. 
Ogni Ordine religioso aveva diritto a due cattedre, una per gli studenti della provincia francese e l’altra per quelli di tutte le altre province europee; Tommaso fu destinato ad essere “maestro degli stranieri”. 
Ma la situazione all’Università parigina non era tranquilla in quel tempo; i professori parigini del clero secolare, erano in lotta contro i colleghi degli Ordini mendicanti, scientificamente più preparati, ma considerati degli intrusi nel mondo universitario; e quando nel 1255-56, Tommaso divenne Dottore in Teologia a 31 anni, gli scontri fra Domenicani e clero secolare, impedirono che potesse salire in cattedra per insegnare; in questo periodo Tommaso difese i diritti degli Ordini religiosi all’insegnamento, con un celebre e polemico scritto: “Contra impugnantes”; ma furono necessari vari interventi del papa Alessandro IV, affinché la situazione si sbloccasse in suo favore. 
Nell’ottobre 1256 poté tenere la sua prima lezione, grazie al cancelliere di Notre-Dame, Americo da Veire, ma passò ancora altro tempo, affinché il professore italiano fosse formalmente accettato nel Corpo Accademico dell’Università. 
Già con il commento alle “Sentenze” di Pietro Lombardo, si era guadagnato il favore e l’ammirazione degli studenti; l’insegnamento di Tommaso era nuovo; professore in Sacra Scrittura, organizzava in modo insolito l’argomento con nuovi metodi di prova, nuovi esempi per arrivare alla conclusione; egli era uno spirito aperto e libero, fedele alla dottrina della Chiesa e innovatore allo stesso tempo. 
“Già sin d’allora, egli divideva il suo insegnamento secondo un suo schema fondamentale, che contemplava tutta la creazione, che, uscita dalle mani di Dio, vi faceva ora ritorno per rituffarsi nel suo amore” (Enrico Pepe, Martiri e Santi, Città Nuova, 2002). 
A Parigi, Tommaso d’Aquino, dietro invito di s. Raimondo di Peñafort, già Generale dell’Ordine Domenicano, iniziò a scrivere un trattato teologico, intitolato “Summa contra Gentiles”, per dare un valido ausilio ai missionari, che si preparavano per predicare in quei luoghi, dove vi era una forte presenza di ebrei e musulmani. 

Il ritorno in Italia; collaboratore di pontefici
All’Università di Parigi, Tommaso rimase per tre anni; nel 1259 fu richiamato in Italia dove continuò a predicare ed insegnare, prima a Napoli nel convento culla della sua vocazione, poi ad Anagni dov’era la curia pontificia (1259-1261), poi ad Orvieto (1261-1265), dove il papa Urbano IV fissò la sua residenza dal 1262 al 1264. 
Il pontefice si avvalse dell’opera dell’ormai famoso teologo, residente nella stessa città umbra; Tommaso collaborò così alla compilazione della “Catena aurea” (commento continuo ai quattro Vangeli) e sempre su richiesta del papa, impegnato in trattative con la Chiesa Orientale, Tommaso approfondì la sua conoscenza della teologia greca, procurandosi le traduzioni in latino dei padri greci e quindi scrisse un trattato “Contra errores Graecorum”, che per molti secoli esercitò un influsso positivo nei rapporti ecumenici. 
Sempre nel periodo trascorso ad Orvieto, Tommaso ebbe dal papa l’incarico di scrivere la liturgia e gli inni della festa del Corpus Domini, istituita l’8 settembre 1264, a seguito del miracolo eucaristico, avvenuto nella vicina Bolsena nel 1263, quando il sacerdote boemo Pietro da Praga, che nutriva dubbi sulla transustanziazione, vide stillare copioso sangue, dall’ostia consacrata che aveva fra le mani, bagnando il corporale, i lini e il pavimento. 
Fra gli inni composti da Tommaso d’Aquino, dove il grande teologo profuse tutto il suo spirito poetico e mistico, da vero cantore dell’Eucaristia, c’è il famoso “Pange, lingua, gloriosi Corporis mysterium”, di cui due strofe inizianti con “Tantum ergo”, si cantano da allora ogni volta che si impartisce la benedizione col SS. Sacramento. 
Nel 1265 fu trasferito a Roma, a dirigere lo “Studium generale” dell’Ordine Domenicano, che aveva sede nel convento di Santa Sabina; nei circa due anni trascorsi a Roma, Tommaso ebbe il compito di organizzare i corsi di teologia per gli studenti della Provincia Romana dei Domenicani. 

La “Summa theologiae”; affiancato da p. Reginaldo
A Roma, si rese conto che non tutti gli allievi erano preparati per un corso teologico troppo impegnativo, quindi cominciò a scrivere per loro una “Summa theologiae”, per “presentare le cose che riguardano la religione cristiana, in un modo che sia adatto all’istruzione dei principianti”. 
La grande opera teologica, che gli darà fama in tutti i secoli successivi, fu divisa in uno schema a lui caro, in tre parti: la prima tratta di Dio uno e trino e della “processione di tutte le creature da Lui”; la seconda parla del “movimento delle creature razionali verso Dio”; la terza presenta Gesù “che come uomo è la via attraverso cui torniamo a Dio”. L’opera iniziata a Roma nel 1267 e continuata per ben sette anni, fu interrotta improvvisamente il 6 dicembre 1273 a Napoli, tre mesi prima di morire. 
Intanto Tommaso d’Aquino, per i suoi continui trasferimenti, non poteva più vivere una vita di comunità, secondo il carisma di s. Domenico di Guzman e ciò gli procurava difficoltà; i suoi superiori pensarono allora di affiancargli un frate di grande valore, sacerdote e lettore in teologia, fra Reginaldo da Piperno; questi ebbe l’incarico di assisterlo in ogni necessità, seguendolo ovunque, confessandolo, servendogli la Messa, ascoltandolo e consigliandolo; in altre parole i due domenicani vennero a costituire una piccola comunità, dove potevano quotidianamente confrontarsi. 
Nel 1267, Tommaso dovette mettersi di nuovo in viaggio per raggiungere a Viterbo papa Clemente IV, suo grande amico, che lo volle collaboratore nella nuova residenza papale; il pontefice lo voleva poi come arcivescovo di Napoli, ma egli decisamente rifiutò. 

Per tre anni di nuovo a Parigi e poi ritorno a Napoli
Nel decennio trascorso in Italia, in varie località, Tommaso compose molte opere, fra le quali, oltre quelle già menzionate prima, anche “De unitate intellectus”; “De Redimine principum” (trattato politico, rimasto incompiuto); le “Quaestiones disputatae, ‘De potentia’ e ‘De anima’” e buona parte del suo capolavoro, la già citata “Summa teologica”, il testo che avrebbe ispirato la teologia cattolica fino ai nostri tempi. 
All’inizio del 1269 fu richiamato di nuovo a Parigi, dove all’Università era ripreso il contrasto fra i maestri secolari e i maestri degli Ordini mendicanti; occorreva la presenza di un teologo di valore per sedare gli animi. 
A Parigi, Tommaso, oltre che continuare a scrivere le sue opere, ben cinque, e la continuazione della Summa, dovette confutare con altri celebri scritti, gli avversari degli Ordini mendicanti da un lato e dall’altro difendere il proprio aristotelismo nei confronti dei Francescani, fedeli al neoplatonismo agostiniano, e soprattutto confutò alcuni errori dottrinari, dall’averroismo, alle tesi eterodosse di Sigieri di Brabante sull’origine del mondo, sull’anima umana e sul libero arbitrio. 
Nel 1272 ritornò in Italia, a Napoli, facendo sosta a Montecassino, Roccasecca, Molara; Ceccano; nella capitale organizzò, su richiesta di Carlo I d’Angiò, un nuovo “Studium generale” dell’Ordine Domenicano, insegnando per due anni al convento di San Domenico, il cui Studio teologico era incorporato all’Università. 
Qui intraprese la stesura della terza parte della Summa, rimasta interrotta e completata dopo la sua morte dal fedele collaboratore fra Reginaldo, che utilizzò la dottrina di altri suoi trattati, trasferendone i dovuti paragrafi. 

L’interruzione radicale del suo scrivere
Tommaso aveva goduto sempre di ottima salute e di un’eccezionale capacità di lavoro; la sua giornata iniziava al mattino presto, si confessava a Reginaldo, celebrava la Messa e poi la serviva al suo collaboratore; il resto della mattinata trascorreva fra le lezioni agli studenti e segretari e il prosieguo dei suoi studi; altrettanto faceva nelle ore pomeridiane dopo il pranzo e la preghiera, di notte continuava a studiare, poi prima dell’alba si recava in chiesa per pregare, avendo l’accortezza di mettersi a letto un po’ prima della sveglia per non farsi notare dai confratelli. 
Ma il 6 dicembre 1273 gli accadde un fatto strano, mentre celebrava la Messa, qualcosa lo colpì nel profondo del suo essere, perché da quel giorno la sua vita cambiò ritmo e non volle più scrivere né dettare altro. 
Ci furono vari tentativi da parte di padre Reginaldo, di fargli dire o confidare il motivo di tale svolta; solo più tardi Tommaso gli disse: “Reginaldo, non posso, perché tutto quello che ho scritto è come paglia per me, in confronto a ciò che ora mi è stato rivelato”, aggiungendo: “L’unica cosa che ora desidero, è che Dio dopo aver posto fine alla mia opera di scrittore, possa presto porre termine anche alla mia vita”. 
Anche il suo fisico risentì di quanto gli era accaduto quel 6 dicembre, non solo smise di scrivere, ma riusciva solo a pregare e a svolgere le attività fisiche più elementari. 

I doni mistici
La rivelazione interiore che l’aveva trasformato, era stata preceduta, secondo quanto narrano i suoi primi biografi, da un mistico colloquio con Gesù; infatti mentre una notte era in preghiera davanti al Crocifisso (oggi venerato nell’omonima Cappella, della grandiosa Basilica di S. Domenico in Napoli), egli si sentì dire “Tommaso, tu hai scritto bene di me. Che ricompensa vuoi?” e lui rispose: “Nient’altro che te, Signore”. 
Ed ecco che quella mattina di dicembre, Gesù Crocifisso lo assimilò a sé, il “bue muto di Sicilia” che fino allora aveva sbalordito il mondo con il muggito della sua intelligenza, si ritrovò come l’ultimo degli uomini, un servo inutile che aveva trascorso la vita ammucchiando paglia, di fronte alla sapienza e grandezza di Dio, di cui aveva avuto sentore. 
Il suo misticismo, è forse poco conosciuto, abbagliati come si è dalla grandezza delle sue opere teologiche; celebrava la Messa ogni giorno, ma era così intensa la sua partecipazione, che un giorno a Salerno fu visto levitare da terra. 
Le sue tante visioni hanno ispirato ai pittori un attributo, è spesso raffigurato nei suoi ritratti, con una luce raggiata sul petto o sulla spalla. 

Sempre più ammalato; in viaggio per Lione
Con l’intento di staccarsi dall’ambiente del suo convento napoletano, che gli ricordava continuamente studi e libri, in compagnia di Reginaldo, si recò a far visita ad una sorella, contessa Teodora di San Severino; ma il soggiorno fu sconcertante, Tommaso assorto in una sua interiore estasi, non riuscì quasi a proferire parola, tanto che la sorella dispiaciuta, pensò che avesse perduto la testa e nei tre giorni trascorsi al castello, fu circondato da cure affettuose. 
Ritornò poi a Napoli, restandovi per qualche settimana ammalato; durante la malattia, due religiosi videro una grande stella entrare dalla finestra e posarsi per un attimo sul capo dell’ammalato e poi scomparire di nuovo, così come era venuta. 
Intanto nel 1274, dalla Francia papa Gregorio X, ignaro delle sue condizioni di salute, lo invitò a partecipare al Concilio di Lione, indetto per promuovere l’unione fra Roma e l’Oriente; Tommaso volle ancora una volta obbedire, pur essendo cosciente delle difficoltà per lui di intraprendere un viaggio così lungo. 
Partì in gennaio, accompagnato da un gruppetto di frati domenicani e da Reginaldo, che sperava sempre in una ripresa del suo maestro; a complicare le cose, lungo il viaggio ci fu un incidente, scendendo da Teano, Tommaso si ferì il capo urtando contro un albero rovesciato. 
Giunti presso il castello di Maenza, dove viveva la nipote Francesca, la comitiva si fermò per qualche giorno, per permettere a Tommaso di riprendere le forze, qui si ammalò nuovamente, perdendo anche l’appetito; si sa che quando i frati per invogliarlo a mangiare gli chiesero cosa desiderasse, egli rispose: “le alici”, come quelle che aveva mangiato anni prima in Francia. 

La sua fine nell’abbazia di Fossanova
Tutte le cure furono inutili, sentendo approssimarsi la fine, Tommaso chiese di essere portato nella vicina abbazia di Fossanova, dove i monaci cistercensi l’accolsero con delicata ospitalità; giunto all’abbazia nel mese di febbraio, restò ammalato per circa un mese. 
Prossimo alla fine, tre giorni prima volle ricevere gli ultimi sacramenti, fece la confessione generale a Reginaldo, e quando l’abate Teobaldo gli portò la Comunione, attorniato dai monaci e amici dei dintorni, Tommaso disse alcuni concetti sulla presenza reale di Gesù nell’Eucaristia, concludendo: “Ho molto scritto ed insegnato su questo Corpo Sacratissimo e sugli altri sacramenti, secondo la mia fede in Cristo e nella Santa Romana Chiesa, al cui giudizio sottopongo tutta la mia dottrina”. 
Il mattino del 7 marzo 1274, il grande teologo morì, a soli 49 anni; aveva scritto più di 40 volumi. 

Il suo insegnamento teologico
La sua vita fu interamente dedicata allo studio e all’insegnamento; la sua produzione fu immensa; due vastissime “Summae”, commenti a quasi tutte le opere aristoteliche, opere di esegesi biblica, commentari a Pietro Lombardo, a Boezio e a Dionigi l’Areopagita , 510 “Questiones disputatae”, 12 “Quodlibera”, oltre 40 opuscoli. 
Tommaso scriveva per i suoi studenti, perciò il suo linguaggio era chiaro e convincente, il discorso si svolgeva secondo le esigenze didattiche, senza lasciare zone d’ombra, concetti non ben definiti o non precisati. 
Egli si rifaceva anche nello stile al modello aristotelico, e rimproverava ai platonici il loro linguaggio troppo simbolico e metafisico. 
Ciò nonostante alcune tesi di Tommaso d’Aquino, così radicalmente innovatrici, fecero scalpore e suscitarono le più vivaci reazioni da parte dei teologi contemporanei; s. Alberto Magno intervenne più volte in favore del suo antico discepolo, nonostante ciò nel 1277 si arrivò alla condanna da parte del vescovo E. Tempier a Parigi, e a Oxford, sotto la pressione dell’arcivescovo di Canterbury, R. Kilwardby; le condanne furono ribadite nel 1284 e nel 1286 dal successivo arcivescovo J. Peckham. 
L’Ordine Domenicano, si impegnò nella difesa del suo più grande maestro e nel 1278 dichiarò il “Tomismo” dottrina ufficiale dell’Ordine. Ma la condanna fu abrogata solo nel 1325, due anni dopo che papa Giovanni XXII ad Avignone, l’aveva proclamato santo il 18 luglio 1323. 

Il suo culto
Nel 1567 s. Tommaso d’Aquino fu proclamato Dottore della Chiesa e il 4 agosto 1880, patrono delle scuole e università cattoliche. 
La sua festa liturgica, da secoli fissata al 7 marzo, giorno del suo decesso, dopo il Concilio Vaticano II, che ha raccomandato di spostare le feste liturgiche dei santi dal periodo quaresimale e pasquale, è stata spostata al 28 gennaio, data della traslazione del 1369. 
Le sue reliquie sono venerate in vari luoghi, a seguito dei trasferimenti parziali dei suoi resti, inizialmente sepolti nella chiesa dell’abbazia di Fossanova, presso l’altare maggiore e poi per alterne vicende e richieste autorevoli, smembrati nel tempo; sono venerate a Fossanova, nel Duomo della vicina Priverno, nella chiesa di Saint-Sermain a Tolosa in Francia, portate lì nel 1369 dai Domenicani, su autorizzazione di papa Urbano V, e poi altre a San Severino, su richiesta dalla sorella Teodora e da lì trasferite poi a Salerno; altre reliquie si trovano nell’antico convento dei Domenicani di Napoli e nel Duomo della città. 
A chiusura di questa necessariamente incompleta scheda, si riporta il bellissimo inno eucaristico, dove san Tommaso profuse tutto il suo amore e la fede nel mistero dell’Eucaristia. 

Un prete dal Ruanda: “Vi racconto la Madonna di Kibeho”

Ha vissuto sulla sua pelle la strage del genocidio del 1994 in Ruanda ed è sopravvissuto. Don Jean Claude racconta di come la sua vita sia cambiata dall’incontro con la Madonna. E ci svela come le apparizioni e le profezie della Madre di Kibeho in terra africana non siano concluse, ma parlano all’uomo e alla Chiesa di oggi: “Ecco perché tutti dobbiamo ascoltare la Madonna e mettere in pratica quello che Lei dice”

«In quegli anni di orrore e di terribile sofferenza, in cui ho perso i miei affetti più cari, io avevo tra le mani una sola arma: la preghiera alla nostra Madre di Kibeho. In molte occasioni, che sembravano davvero i miei ultimi giorni su questa terra, la mia preghiera fu una sola: “Nostra Madre Maria, aiutami!”. Posso testimoniare che la Madonna non ha mai fatto mancare il Suo soccorso, mai! Neanche quando la speranza sembrava essere morta».

A parlare è don Jean Claude Mbonimpa, un sacerdote di Musanze, villaggio nel nord del Ruanda, ove 26 anni fa si è consumato uno dei fatti più terrificanti della storia del ventesimo secolo. Il noto genocidio del 1994, scatenato dall’odio interetnico tra Hutu e Tutsi, durante il quale circa un milione di ruandesi furono massacrati a colpi di machete, bastoni chiodati, asce, coltelli e armi da fuoco.

Don Jean Claude, negli ultimi dodici anni, è stato rettore di un grande collegio cattolico nel suo paese, Notre Dame de l’Etoile; oggi si trova in Italia, dove è venuto per approfondire gli studi presso la Facoltà teologica del Triveneto.

C’è un qualcosa di davvero sconvolgente nella vita di questo sacerdote. E non s’intende lo scandalo per la raccapricciante violenza che la sua storia porta in seno, quanto il fatto di scoprire che esiste veramente un Amore capace di abbracciare l’uomo dentro al peggior inferno e di salvarlo. “Il mio grandissimo amore e la mia devozione a Maria Madre di Dio sono cresciuti oltre misura proprio durante la guerra e il genocidio in Ruanda”.

LA MADRE DELLA STORIA

Se è vero che in Maria ogni singola anima ed il mondo intero si intrecciano in un unico piano di amore, esattamente così fu per Jean Claude.

La sua storia personale, trafitta dal dolore e vinta dall’amore di Dio, si specchia esattamente in quella del suo popolo: chi ama seguire i passi di Maria dentro al cammino dell’umanità sa, infatti, che il Ruanda è terra solcata e prediletta dalla Piena di Grazia.

“Le apparizioni di Mamà a Kibeho iniziarono nel 1981, io le ricordo molto bene anche se ero piccolo e abitavo dalla parte opposta del Paese”. Colei che Jean Claude chiama teneramente Mamà, si presenta in terra africana, come Nyina wa Jambo, che significa Madre del Verbo. Gli eventi soprannaturali che interessano il Ruanda durano otto anni, dal 28 novembre 1981 sino al 28 novembre 1989, lungo i quali la Madonna consegna i suoi messaggi a tre giovani ragazze: Nathalie (18 anni), Marie Claire (21 anni) e Alphonsine (16 anni).

Uno dei fatti più impressionanti di questo ciclo di apparizioni mariane sta in una visione che la Madonna mostra in sequenza alle ragazze, il 15 agosto 1982. Fiumi di sangue, fuoco ardente, uomini che si uccidono a vicenda e una fossa enorme dove molte persone stanno per precipitare… le ragazze vedono tutto questo mentre Nyina wa Jambo appare loro profondamente addolorata e piangente.

“In quel momento, nessuno poteva immaginare il significato di quelle immagini. Solo più tardi si scoprirà che la Madonna aveva predetto con esattezza ciò che sarebbe accaduto dodici anni dopo con il genocidio del popolo ruandese”. Jean Claude spiega che quella profezia, puntualmente avveratasi, fu una “cartina al tornasole” sulla veridicità delle apparizioni di Kibeho, che il 29 giugno 2001 vengono ufficialmente approvate dalla Chiesa attraverso il vescovo di Gikongoro, Augustin Misago.

Sebbene questo sia il fatto più eclatante e noto di queste apparizioni, in verità la Madonna a Kibeho dice molto di più: “Il messaggio che Mamà ha dato nel mio Paese non è rivolto solo al Ruanda, ma all’umanità intera. È un messaggio di amore per tutti i suoi figli che non è finito, ma continua ancora oggi”.

In un certo senso, si può dire che il messaggio di Kibeho non si sia concluso, anzi risulta estremamente attuale per l’uomo e la Chiesa di oggi. Infatti, leggendo le parole di Maria nel continente africano, si rimane colpiti dalla totale continuità con le profezie che Ella ci consegna a Fatima e a Medjugorje: l’accorato e instancabile invito alla conversione del cuore, l’avvento di prove terribili con gravissimo pericolo per le anime e la promessa della Vittoria per chi decide di mettersi al fianco di Maria sulla strada di Dio, accomunano le diverse apparizioni della Beata Vergine.

“Il mondo va assai male”, dice la Madonna a Nathalie, una delle veggenti, il 15 agosto 1982, “se voi non fate nulla per pentirvi e per rinunciare ai vostri peccati, guai a voi!”. E poi: “Il mondo è in ribellione contro Dio, vi si commettono troppi peccati, non c’è più né amore né pace… Se voi non vi pentite e non convertite i vostri cuori, voi cadrete tutti in un baratro. Io voglio liberarvi dal baratro perché voi non vi cadiate, ma voi rifiutate”. Ancora: “Verrà il tempo in cui voi desidererete pregare, pentirvi e obbedire, senza più la possibilità di farlo, a meno che non lo cominciate a fare subito adesso, pentendovi e facendo tutto quello che io attendo da voi”.

Non è tutto. A Kibeho la Madonna mette in guardia contro un altro gravissimo pericolo: la perdita della fede e l’apostasia, non solo nel mondo, ma anche all’interno della Chiesa stessa. E invita a pregare molto per i sacerdoti, per i vescovi, per i cardinali e per tutta la Chiesa, affinché proclamino sempre il vero Vangelo di Dio, contro l’opera distruttrice di Satana che li vuole pervertire.

LA MADRE DELLA SPERANZA

Sebbene il messaggio sia davvero forte e “politicamente scorretto”, non bisogna mai dimenticare che la “Madonna dei dolori”, così si chiama il Suo Santuario a Kibeho, è anche “Madre della Speranza”: “La Madonna appare e dice la verità perché ci vuole tutti salvi, ci vuole portare tutti in Paradiso con Lei! Ecco perché tutti dobbiamo ascoltarLa e mettere in pratica quello che Lei dice”. Ne è convinto don Jean Claude che, più volte, ha vissuto sulla sua pelle la potenza della maternità di Maria, non solo durante il genocidio, ma in tutta la sua vita, specialmente da quando è diventato sacerdote di Dio.

«Qualche anno fa – racconta – nel collegio cattolico dove ero preside, una ragazza iniziò a stare molto male. Stette male per parecchi mesi e tutti quanti erano molto preoccupati per la sua vita. Nonostante i moltissimi esami e cure, i medici non riuscivano a capire quale malattia avesse, tanto che erano arrivati a disperare della guarigione. Il tempo stringeva, così iniziai a fare una novena implorando la Madonna che salvasse questa giovane ragazza: “Mamma, ti prego – la supplicavo – fa’ che i medici possano trovare il problema e la cura!”. L’ultimo giorno della novena, mentre stavo recitando il terzo mistero della Luce, mi arriva una telefonata: i medici avevano trovato il problema e potevano iniziare le cure. In pochissimo tempo la ragazza guarì completamente».

Al termine del racconto, gli occhi di don Jean Claude luccicano di commozione e di gioia per il dono di salvezza concesso da Dio a quella ragazza. Per un istante sembra di scorgere in quell’umile sacerdote lo sguardo d’amore di Maria sui suoi figli. E si capisce che, se stiamo con Lei, nulla è perduto, ma tutto concorre alla salvezza che Dio ha preparato per noi.

26 Gennaio: Santi fondatori Cistercensi

Nascita dell’Ordine Cistercense: i Santi fondatori

Nel 1098, il giorno 21 marzo, festa di San Benedetto e in quell’anno anche domenica delle Palme, un gruppo di ventuno monaci benedettini, con a capo Roberto di Champagne, abate di Molesme in Borgogna, AlbericoStefano Harding, animati da spirito di saggia riforma e ripristino di un’autentica e più intensa osservanza della Regola di San Benedetto, recatisi nelle paludi della Saona a Citeaux (in latino Cistercium), fondarono un monastero, al fine di attuare il loro “sogno” spirituale. Ma la durezza dell’impresa, che implicava soprattutto la soggezione ad una vita piuttosto austera, fatta di veglie continue, digiuni e pesante lavoro manuale, sembrava far decadere e morire anzitempo il “nascente” Ordine monastico. Intervenne, però, la Divina Provvidenza, inviando in quel “santo” luogo, verso la fine del maggio 1112, Bernardo di Fontaines con una trentina di giovani, desiderosi di abbracciare quella vita, segnata dalle esigenze più profonde e radicali del Vangelo. Il gruppo, così, si trovò a vivere un’intensa esperienza spirituale, benedetta dalla Grazia, che non poteva non portare frutti. Bernardo, infatti, fu ben presto inviato a Clairvaux, dove nel giugno del 1115 fondò un nuovo monastero, cui seguirono negli anni successivi numerose altre fondazioni. San Bernardo di ChiaravalleClairvaux (nato da Aletta e Tescelino a Fontaines, presso Digione, nel 1090 e morto nel 1153 nel suo monastero di Clairvaux) divenne così l’uomo della Provvidenza, che non solo seppe dare forte impulso alla vita dell’Ordine (alla sua morte si potevano contare più di settanta monasteri, direttamente fondati dal suo potente carisma spirituale, ai quali si aggiungeranno in seguito diverse comunità affiliate), ma fu anche una robusta colonna della chiesa e della società del suo tempo. Non solo guidò egregiamente i monaci alla pratica delle virtù con l’azione e con l’esempio, ma a causa degli scismi, sorti nella chiesa, percorse l’Europa per ristabilire la pace e l’unità, facendo da “paciere” tra imperatore e re, imperatore e papa, papa e antipapa. La sua intensa predicazione in gran parte d’Europa toccò profondamente le coscienze dei suoi contemporanei. Scrisse molte opere riguardanti la teologia e l’ascetica, tra cui De gradibus humilitatis et superbiaeDe diligendo DeoDe gratia et libero arbitrioDe praecepto et dispensationeDe consideratione ad Eugenium PapamVita Sancti Malachiae; e una gran quantità di Sermones, Epistulae e Sententiae.

La Regola

La nuova Abbazia, fondata a Citeaux da Roberto e dai due co-fondatori Alberico e Stefano, non poteva non rifarsi che alla Regola di San Benedetto, non però con un attaccamento ad un litteralismo insipiente, ma attraverso uno sforzo continuo di attingere in essa l’ideale evangelico fondamentale, ossia la ricerca di Dio tramite la preghiera e il lavoro. Divisa in 73 capitoli, introdotti da un prologo, attraverso i quali è disciplinata la vita di tutti coloro che intendono abbracciare l’ideale cenobitico, e attingendo in larga misura dalla spiritualità della Chiesa primitiva, dalla Sacra Scrittura e dall’esperienza dei Santi Padri, la Regola rappresentava davvero il cuore dell’esistenza benedettina. Pur tuttavia, sembrò bene ai Padri fondatori del nuovo Ordine di rendere più specifico lo spirito del rinnovamento cistercense, promovendo disposizioni tese alla salvaguardia della povertà e della quiete monastica. Nasce così la cosiddetta Charta Caritatis, stilata da Stefano Harding e divisa in 12 capitoli, introdotti da un prologo, che rappresenta il documento base dell’Ordine. Si tratta di principi finalizzati a tutelare la povertà e la pace monastica, nonché l’unione e la concordia tra le Abbazie, sostituendo alla subordinazione feudale la libertà nella carità e nel principio di sussidiarietà. Il documento fu, infatti, denominato Carta di Carità, perché lo statuto, respingendo ogni gravame di esazione, “persegue unicamente la carità e il bene delle anime sia nelle cose divine che in quelle umane”.

Santi Timoteo e Tito

La Chiesa commemora nello stesso giorno i santi vescovi Timoteo e Tito, discepoli prediletti di san Paolo e destinatari nel complesso di tre lettere «pastorali», così chiamate perché con esse l’Apostolo delle genti istruì i due pastori riguardo ai doveri di chi guida una comunità cristiana. Sia nelle due lettere a Timoteo che in quella a Tito, ricorrono le esortazioni a difendere la sana dottrina dai falsi maestri e la necessità di perseverare nella fede.

Dalla riforma del Calendario romano generale del 1969, la Chiesa commemora nello stesso giorno i santi vescovi Timoteo e Tito, discepoli prediletti di san Paolo e destinatari nel complesso di tre lettere «pastorali», così chiamate perché con esse l’Apostolo delle genti istruì i due pastori riguardo ai doveri di chi guida una comunità cristiana. Sia nelle due lettere a Timoteo che in quella a Tito, ricorrono le esortazioni a difendere la sana dottrina dai falsi maestri, la necessità di perseverare nella fede e nelle buone opere, fino al ritorno glorioso di Gesù Cristo che ricompenserà chi avrà vissuto osservando la sua Parola.

SAN TIMOTEO (c. 17-97). Oltre che nelle lettere paoline, di lui si parla negli Atti degli Apostoli che lo citano per sei volte, introducendone la figura all’inizio del capitolo 16, prologo del secondo viaggio missionario di Paolo, che «si recò a Derbe e a Listra. C’era qui un discepolo chiamato Timoteo, figlio di una donna giudea credente e di padre greco». È probabile che Timoteo si convertì durante il primo viaggio di Paolo, che già era stato a Listra e al suo ritorno volle che il discepolo, dottissimo nelle Sacre Scritture e «assai stimato dai fratelli», partisse con lui. Lo fece circoncidere «per riguardo ai Giudei che si trovavano in quelle regioni», cioè di fatto per facilitare la buona riuscita della missione, che era diretta anche al comunicare ai vari Giudei cristiani le decisioni prese dal Concilio di Gerusalemme sulla circoncisione, da allora esplicitamente non richiesta ai pagani convertiti (cfr. At 15, 1-29).

Timoteo seguì Paolo nei suoi viaggi nell’Asia Minore e in Grecia, ricevendo numerosi incarichi dal maestro. Lo aiutò a evangelizzare Corinto, fu inviato a Tessalonica per confermare nella fede la nascente Chiesa del luogo, andò in Macedonia sempre su mandato di Paolo, che in seguito gli chiese di rimanere a Efeso (in Anatolia). Secondo la Storia Ecclesiastica di Eusebio, fu il primo vescovo di quella città. La tradizione riferisce che vi morì martire, sottoposto alla lapidazione per aver pubblicamente condannato il culto di Dioniso. Timoteo combatté perciò fino alla fine la buona battaglia e testimoniò Cristo con la predicazione e le opere, seguendo l’esortazione più celebre rivoltagli da Paolo: «Annuncia la Parola, insisti al momento opportuno e non opportuno, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e insegnamento. Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina […]. Tu però vigila attentamente, sopporta le sofferenze, compi la tua opera di annunciatore del Vangelo, adempi il tuo ministero».

SAN TITO. Come già Timoteo, anche Tito è chiamato da Paolo «mio vero figlio nella medesima fede» (Tt 1, 4). La comunanza di intenti e l’amicizia fraterna tra i due si riscontra anche nella Seconda lettera ai Corinzi, in cui Paolo riferisce che al suo arrivo a Troade «non ebbi pace nel mio spirito perché non vi trovai Tito», che poi incontrò in Macedonia in un momento di grande tribolazione per l’Apostolo delle genti, confortato dalle notizie che il discepolo gli riferì sulla comunità cristiana di Corinto: «Egli ci ha annunciato il vostro desiderio, il vostro dolore, il vostro affetto per me, cosicché la mia gioia si è ancora accresciuta» (cfr. 2 Cor 7, 5-7). Nella stessa epistola si parla dell’affidamento a Tito di una colletta tra i Corinzi, destinata ai poveri.

Tito, greco d’origine pagana, aveva in precedenza accompagnato il maestro al Concilio di Gerusalemme, dove non fu obbligato alla circoncisione (Gal 2, 1-10), grazie alla difesa di Paolo contro la linea dei farisei divenuti cristiani e grazie ai discorsi di Pietro (il quale nel frattempo era stato testimone della discesa dello Spirito Santo in casa di Cornelio, il centurione convertito) e Giacomo, segno che la Chiesa era stata arricchita dalla verità sul Battesimo quale «circoncisione di Cristo» nella Nuova Alleanza. Dalle lettere paoline sappiamo che predicò in Dalmazia, dove è ancora oggi molto venerato. Era già stato posto a capo della Chiesa di Creta quando ricevette la lettera pastorale di Paolo, che dopo averlo messo in guardia sui falsi maestri gli raccomandava di insegnare ai credenti la necessità di una vita non slegata bensì in tutto coerente con la fede.

III Domenica del Tempo ordinario – (Anno – A)

San Giovanni Battista

Vangelo12Avendo intanto saputo che Giovanni era stato arrestato, Gesù si ritirò nella Galilea 13e, lasciata Nazaret, venne ad abitare a Cafarnao, presso il mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali,14perché si adempisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia:15“Il paese di Zàbulon e il paese di Nèftali, sulla via del mare, al di là del Giordano, Galilea delle genti; 16 il popolo immerso nelle tenebre ha visto una grande luce; su quelli che dimoravano in terra e ombra di morte una luce si è levata”. 17 Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: “Convertitevi, perché il Regno dei Cieli è vicino”. 18 Mentre camminava lungo il Mare di Galilea vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano la rete in mare, poiché erano pescatori. 19 E disse loro: “SeguiteMi, vi farò pescatori di uomini”. 20 Ed essi subito, lasciate le reti, Lo seguirono. 21 Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello, che nella barca insieme con Zebedèo, loro padre, riassettavano le reti; e li chiamò. 22 Ed essi subito, lasciata la barca e il padre, Lo seguirono. 23 Gesù andava attorno per tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe e predicando la Buona novella del Regno e curando ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo (Mt 4, 12-23).L’inizio della vita pubblicaPerché Gesù avrà scelto la piccola Nazaret per vivere ela dissoluta Cafarnao per iniziare la sua predicazione?Nella vita del Salvatore gli avvenimenti si spiegano conelevate ragioni di saggezzaI – Fine del regime della Legge e dei profeti12 Avendo intanto saputo che Giovanni era stato arrestato, Gesù si ritirò nella Galilea…La prigionia del Precursore, determina la fine del regime della Legge e dei profeti e l’inizio della predicazione sul Regno dei Cieli, come vedremo nella Liturgia di questa 3ª Domenica del Tempo Ordinario.“Tra il digiuno e le tentazioni di Cristo nel deserto e la prigionia e il successivo martirio del Battista – che San Matteo racconterà dettagliatamente più avanti (14, 3-12) – decorre un lassodi tempo di alcuni mesi, durante il quale Gesù esercita il suo primo ministero nelle terre della Giudea e Samaria. L’Evangelista SanGiovanni è l’unico che ci fa conoscere questa lacuna lasciata dai si nottici. Gesù Cristo, dopo i quaranta giorni trascorsi nel deserto, è tornato dove si trovava il Battista, che predicava sulle rive del Giordano. VedendoLo, Giovanni testimonia che Quello è l’Agnello che viene a debellare il peccato nel mondo, e alcuni discepoli cominciano a seguire Gesù. Questi va con loro nella Galilea, dove opera il suo primo miracolo a Cana; di qui parte per Cafarnao; dopo pochi giorni torna in Giudea per celebrare la Pasqua. Predica e opera alcuni miracoli a Gerusalemme, il che offre l’occasione al colloquio notturno con Nicodemo. Per alcuni mesi continua a predicare nelle regioni della Giudea e, in questa occasione, è catturato il Battista. Per questo motivo, Cristo intraprende il suo ritorno in Galilea, passando per la Samaria (Gv 1, 29–4, 4).“San Giovanni Battista è consegnato al tetrarca Erode Antipa dagli scribi e farisei, come insinua Cristo stesso più avanti (cfr. Mt 17, 12). È questa la ragione per la quale Gesù fugge in Galilea, nonostante questa provincia sia sotto il dominio di Erode, nemico del Battista. I farisei della Giudea erano molto irritati – come avverte San Giovanni (4, 1) – peril fatto che i discepoli di Gesù fossero più numerosi di quelli del Battista,ed avrebbero approfittato, senza dubbio, di qualsiasi occasione favorevole per mettere anche Cristo nelle mani di Erode”.1

Decapitazione di San Giovanni Battista

Guidato dallo Spirito SantoCome possiamo verificare, dai Vangeli, Gesù era guidato dallo Spirito e, al suo soffio, Si ritira in Galilea. Non perché tema il martirio, ma per non essere ancora giunta la sua ora.È proprio lo Spirito Santo che ci ispira saggiamente comescegliere i tempi e i luoghi. È Lui che ci insegna quando dobbiamo fuggire dalle persecuzioni o quando bisogna affrontarle, in quali momenti abbiamo l’obbligo di parlare o di tacere, di manifestarci a tutti o di ritirarci. Se fossimo interamente flessibili ai soffi della grazia dello Spirito Santo, scirebbero meraviglie dalle nostre mani per la gloria di Dio e della Santa Chiesa, per il bene degli altri e la santificazione delle nostre anime.Purtroppo, con rare eccezioni, l’umanità si muove, lungo la Storia, molto di più per l’interesse personale, per l’ambizione, per l’invidia, per l’amor proprio, per la vanità, per il piacere, in una parola, per il peccato. Che grande spreco di doni, virtù e grazie, di cui si avrà da rendere conto davanti al Giudizio di Dio!Gesù, al contrario, Si ritira in Galilea, per cominciare lì la sua vita pubblica, con le Sue prime predicazioni, confermate da prodigiosi e profusi miracoli, illustrate da insuperabili parabole. Lì stabilisce il centro della sua missione. Oh fortunata Galilea! Se tu avessi saputo trarre tutto il profitto da tanto eccelsa circostanza!Oh odiosa Gerusalemme, oh cattiva Giudea, voi avete perseguitato il Precursore e avete perduto i benefici della presenza del Salvatore. È proprio in quest’ottica che si sintetizza la mia vera felicità, corrispondere alla perfezione ai richiami della grazia o rifiutarli. Io devo temere Gesù che passa e non ritorna…Ragione soprannaturale: portare la cura dove più grave era il male13 …e, lasciata Nazaret, venne ad abitare a Cafarnao, presso il mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali,…A proposito di questo versetto, lo stesso Maldonado è caduto in un equivoco, credendo che ci fossero due Galilee. Esponendo la sua osservazione, il Padre Luis Maria Jiménez Font con molta precisione corregge l’errore in una nota a piè di pagina, in questi termini: “L’autore [Maldonado] fa una distinzione non necessaria. Non esisteva che una Galilea, governata da Erode. Cristo Si ritirò a Cafarnao, dove poteva vivere senza pericolo, poiché si trovava al confine della tetrarchia di Filippo”.2Come chiaramente si deduce, è stato per motivi occasionali che Gesù “venne ad abitare a Cafarnao”. Invece, si può affermare con sicurezza che nulla succeda nella vita del Salvatore senza delle grandi ragioni alla base. Immediatamente, si capisce che non è utile per la vita pubblica, la manifestazione della sua divinità nella città di Nazaret. Gesù l’ha scelta per i decenni della sua fase occulta, a causa del suo raccoglimento, la sua pace, le sue piccole proporzioni geografiche e la sua ristretta popolazione. Non era, però, adatta alla diffusione in grande scala del seme della Buona novella. Inoltre, “nessun profeta è bene accetto in patria” (Lc 4, 24), come Egli stesso ha occasione di ripetere ai suoi concittadini, basti vedere il modo in cui viene espulso da quella città.Un motivo più soprannaturale ha portato Gesù a prendere questo cammino: “Gesù comincia ad evangelizzare le regioni da dove aveva avuto inizio la defezione di Israele. Dimostra con questo la sua misericordia e sapienza, portando la cura dove più grave era il male, servendoSi di una città popolosa, ma incredula e preoccupata solo degli affari umani, affinché da lì si irradiasse la predicazione del Regno di Dio. Ha voluto, così, significare che chi più necessita di cure sono gli infermi, non i sani; e che mai dobbiamo resistere all’apostolato con il pretesto che il campo non è preparato a ricevere il nostro lavoro”.3Il popolo che giaceva nelle tenebre ha visto una grande luce14…perché si adempisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia: 15 “Il paese di Zàbulon e il paese di Nèftali, sulla via del mare, al di là del Giordano, Galilea delle genti; 16 il popolo immerso nelle tenebre ha visto una grande luce; su quelli che dimoravano in terra e ombra di morte una luce si è levata”.

La citazione di Isaia fatta da San Matteo in questi versetti è tratta dal testo ebraico e per questo non sono trascritte alcune parole come risultano nelle nostre traduzioni più correnti:“In un primo tempo egli umiliò la terra di Zabulon e la terra di Neftali, ma nell’avvenire renderà gloriosa la via del mare, al di là del Giordano, il distretto delle nazioni. Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse” (Is 8, 23; 9, 1).Si tratta di una bellissima profezia che si compie nel momento in cui il Signore Si stabilisce a Cafarnao. Infatti, secondo quanto ci è descritto dal secondo libro dei Re (cfr. 15, 29), Tiglat-Pilèzer, re degli Assiri, invase varie regioni, tra cui le terre di Zabulon e Neftali, ossia, la porzione citata in questi versetti di Matteo. Questo avvenne per un castigo di Dio. Venne così devastata la Galilea e presa dalle genti, da cui il suo nome: “Galilea delle Genti”, localizzata nella zona limitrofa della Siria e della Fenicia, piena zeppa di pagani.Questa è la principale ragione per cui i suoi abitanti divengono oggetto di disprezzo da parte del resto della nazione, a causa della grande infiltrazione dei popoli aramei, iturei, fenici e greci, inevitabilmente mescolati con i giudei di razza, come viene narrato nel Primo Libro dei Maccabei: “Si sono uniti contro di noi gli abitanti di Tolemàide, Tiro e Sidone e tutta la Galilea degli stranieri per distruggerci” (5, 15). Si tratta, come già abbiamo detto, di una regione ricca per il commercio, per questo attraente per i vari popoli.Ora, diventa comprensibile quanto si fossero corrotte le dottrine e i buoni costumi religiosi del popolo eletto in quei paraggi, in seguito alla forte e diversificata influenza pagana, come pure il motivo per il quale esso “camminava nelle tenebre” e nell’ “ombra della morte”.“Erano i popoli collocati nella regione dell’ombra della morte” – cita il pensiero di San Giovanni Crisostomo, il Cardinale Gomá y Tomás – “perché non avevano neppure una particella di luce divina che li illuminasse. I giudei, che facevano le opere della Legge, ma non conoscevano la giustizia del Vangelo, erano nelle tenebre. Tutte loro sono dissipate dalla ‘grande luce’ del Messia. Non può esserci luce più intensa e fissa, perché Gesù è la Luce sostanziale: ‘Io sono la Luce del mondo’ (Gv 8, 12). Non diffidiamo mai della sua efficacia per giungere al fondo degli spiriti più coperti di tenebre a causa dell’infedeltà, dell’eresia, dell’ignoranza, dell’indifferenza; facciamoci sempre, per mezzo della nostra predicazione e delle nostre opere, figli di questa Luce e collaboratori della sua azione illuminante”.4II – La predicazione del Regno dei Cieli17Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: “Convertitevi, perché il Regno dei Cieli è vicino”.Anche San Marco ci ha fatto lo stesso resoconto in questi termini: “Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al Vangelo” (1, 15). Mentre un Evangelista è solito parlare di “Regno dei Cieli”, l’altro si riferisce al “Regno di Dio”. Gli autori discutono sul particolare, ma per i nostri obiettivi non ci conviene soffermarci su questo, perciò, prendiamo le due espressioni come sinonimiche.Già nel famoso dialogo notturno con Nicodemo, Gesù aveva fatto menzione al Regno di Dio (cfr. Gv 3, 3-5). Ora comincia propriamente la sua predicazione pubblica sul tema.È risaputo quanto i giudei fossero in attesa di un regno politico-sociale fatto di gloria per il popolo eletto. Questa sarebbe stata, per loro, la realizzazione del Regno di Dio sulla Terra. È a Cafarnao che Gesù comincia a rettificare l’equivoco nazionalista, cosa che Egli farà progressivamente per mezzo di predicazioni, parabole e polemiche, con un’insuperabile forza didattica e di logica.Natura spirituale e carattere universale del RegnoIl metodo graduale per instaurare il Regno annunciato dal Divino Maestro, si scontrava con la concezione giudaica di un intervento imprevisto dell’Onnipotente, che esaltava fino alle stelle il popolo eletto. Immagini come quelle del seme, del granello di senape e del lievito (cfr. Mt 13, 24-33) dimostrano il lento procedere dell’evoluzione del Regno annunciato e portato da Lui.Inoltre, il vero Regno è, soprattutto, religioso, e non possiede un fine politico secondo lo spiccato desiderio dell’opinione pubblica di quei tempi. Questo si stabilisce in opposizione a quello di satana: “Ma se io scaccio i demoni per virtù dello Spirito di Dio, è certo giunto fra voi il Regno di Dio” (Mt 12, 28). Non agirà, pertanto, in opposizione a Cesare (cfr. Mt 22, 21) e, d’altro canto, non sarà nazionale, ma universale: “Ora vi dico che molti verranno dall’Oriente e dall’Occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel Regno dei Cieli” (Mt 8, 11).Sul versetto in questione, così si esprime il grande esegeta Fillion: “Si poteva, dunque, comprendere il Salvatore quando Egli ha fatto echeggiare per tutta la Galilea il ‘Vangelo del Regno’, visto che questa Buona Novella era stata annunciata da molto tempo, e che, recentemente, il Precursore l’aveva proclamata con ardente zelo. Ma era necessario correggere chi aveva preso una brutta piega nello spirito del popolo, perfezionare quello che era buono, elevare alle sfere superiori colui che ancora non era stato rivelato in tutta la sua ampiezza, così, ritornare al magnifico ideale dei profeti e addirittura oltrepassarlo. È per questo che – rigettando con vigore le concezioni meschine e volgari della maggior parte dei suoi compatrioti, svincolando la nozione di Regno di Dio dalle chimere dell’escatologia giudaica, protestando specialmente contro la pretesa dei farisei e degli scribi di dare alle speranze messianiche un aspetto puramente esteriore e politico, in modo da fare di questo il monopolio del loro popolo – Gesù ha insistito instancabilmente sulla natura spirituale e sul carattere universale di questo Regno”.La penitenza apre le porte del Regno dei CieliIl Regno è prossimo e, per penetrarvi, è necessario fare penitenza, umiliarsi, purificarsi. È la via sicura per ottenere la pace con Dio e con se stessi. Questa è stata la condizione posta da Gesù, per questo, “non ha cominciato” – dice una volta in più il Cardinale Gomá, plasmando il pensiero di San Giovanni Crisostomo – “predicando le alte cose della giustizia della Nuova Legge, ma le cose intrinseche della rettificazione della volontà attraverso la penitenza. Per questa via si entra nel Regno dei Cieli: abbandonando le cattive abitudini, rettificando intenzioni e inclinazioni errate, concependo desideri di vivere bene e avendo rammarico di aver fatto il male. È allora che si può già intravvedere il piacere del compimento della perfetta giustizia: ‘Fate penitenza…’; ‘Si è avvicinato il Regno dei Cieli…’”.6III – Vocazione dei primi discepoli18Mentre camminava lungo il Mare di Galilea vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano la rete in mare, poiché erano pescatori. 19 E disse loro: “SeguiteMi, vi farò pescatori di uomini”. 20 Ed essi subito, lasciate le reti, Lo seguirono. 21Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello, che nella barca insieme con Zebedèo, loro padre, riassettavano le reti; e li chiamò. 22 Ed essi subito, lasciata la barca e il padre, Lo seguirono.

Chiamata di San PietroDalla narrazione di San Giovanni, tutto porta a credere che questi quattro Apostoli già conoscessero Gesù. Gli altri tre evangelisti non fanno menzione riguardo a questo precedente rapporto.Il Precursore aveva segnalato ad Andrea e Giovanni la figura del Messia, per questo, entrambi Lo hanno accompagnato, seguiti subito da Pietro e Giacomo. Il giorno dopo, viene chiamato dallo stesso Gesù l’Apostolo Filippo, il quale, a sua volta, invita Bartolomeo (cfr. Gv 1, 43-51). Pertanto, in un certo modo, essi erano già discepoli del Salvatore quando si svolgono i fatti descritti nei versetti sopra.Pietro e Andrea stanno lavando le reti probabilmente dopo una pesca infruttuosa, se Luca si riferisce alla medesima scena (cfr. Lc 5, 1-11). A loro il Maestro dirige l’invito in un tono quasi imperativo, cosa che lascia supporre conversazioni anteriori preparatorie a questo momento in cui viene concretizzata un’antica promessa di farli pescatori di uomini.La stessa determinazione sarà usata da Gesù con gli altri due fratelli, figli di Zebedeo.La prontezza con cui la coppia di fratelli abbandona tutto, gli ultimi due persino il proprio padre, indica bene il grado di intimità esistente tra loro e il Maestro, e il tenore delle conversazioni avute fino ad allora. Gesù agisce in ognuno di loro con divina saggezza e zelante cura, per l’esercizio di questa robusta fede e intrepida decisione.Le preghiere silenziose di Maria non devono essere state estranee a questa presa di posizione, né è dovuto mancare lo sforzo e l’ardore focoso dell’animo del Battista. Lui li ha riuniti e li ha consegnati al Messia. Tutti questi fattori, messi in sieme, portano i quattro primi discepoli a girare le spalle, con spirito infiammato, a questo mondo e lanciare, non più le reti, ma se stessi, non nelle acque, ma nel Regno dei Cieli.

Pesca miracolosaIl suddetto Padre Luís Maria Jiménez Font, fa un eccellente commento a questo passo: “Sembra che la vocazione degli Apostoli sia avvenuta nella seguente maniera: Cristo ricevette spontaneamente quelli che a Lui si sono uniti, provenienti dal discepolato del Battista – Andrea e Pietro, Giovanni e Giacomo –, e nel primo ritorno in Galilea, Filippo e Natanaèle, ai quali Gesù permise di riprendere le loro attività dopo la guarigione del figlio del regolo, terminata la prima predicazione nella Giudea, poiché il primo ministero del Signore nella Galilea, sembra che Lui lo fece completa mente solo. Quando già era conosciuto nella regione, decise di formalizzare il punto della collaborazione altrui, e chiamò nuovamente coloro che all’inizio Lo avevano seguito per devozione, affinché Lo seguissero in maniera definitiva e del tutto dedita, nel giorno della pesca miracolosa”.7IV – Non era giunta l’ora di manifestarSi come Figlio di Dio23Gesù andava attorno per tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe e predicando la Buona novella del Regno e curando ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.Dopo i lunghi anni del silenzio occulto di Nazaret, vediamo ora il Salvatore nel pieno esercizio della sua missione pubblica, predicando il Regno di Dio, guarendo gli infermi e scacciando i demoni. Non sappiamo dire quanto sia durata questa zelante attività apostolica, ma non sarà esagerato supporre che si sia prolungata per vari mesi.È ricco di contenuto il giudizio espresso dai Professori della Compagnia di Gesù, a proposito di questo versetto:“L’Evangelista riassume, in questi pochi versetti, la missione di Cristo nella Galilea. Nei capitoli seguenti (5-7) egli ce Lo presenterà come il grande Dottore annunciato dai profeti e, dopo (8- 9), come Taumaturgo che opera ogni specie di miracoli per confermare la verità della sua dottrina. Qui, in generale, ci dice che Gesù percorreva i villaggi della Galilea, senza dubbio accompagnato dai suoi discepoli che aveva appena scelto, insegnando la Buona novella – è questo il significato della parola Vangelo –, la quale era la prossima venuta del “Regno dei Cieli”. Predicava, come annota l’Evangelista, nelle sinagoghe. […] Predicava anche, come ci fa capire l’Evangelista e come vedremo più avanti, nelle campagne e nelle piazze. Confermava la verità della sua dottrina con miracoli, che erano allo stesso tempo opere di carità, guarendo ogni specie di infermità. Queste guarigioni miracolose erano una delle caratteristiche del Messia annunciata dai profeti, specialmente da Isaia (35, 5-6)”.8La convinzione di Gesù quanto al suo ruolo di Messia non potrà mai essere messa in dubbio. La sua semplice genealogia sarebbe sufficiente a dimostrarlo; per non parlare, allora, delle rivelazioni fatte da San Gabriele, tanto alla Vergine Madre quanto a Zaccaria, della presenza dei pastori nel Presepio, della visita dei Re Magi e della stessa risposta data a Maria al suo rincontro nel Tempio: “Non sapevate che Io devo occuparMi delle cose del Padre mio?” (Lc 2, 49). Questi fatti sottolineano quanto grande ed esatta sia la convinzione che Egli possedeva in relazione alla sua missione.Tuttavia, se da un lato la coscienza riguardo ai fini – immediato e ultimo – era chiarissima ab initio e non è mai cresciuta né, meno ancora, è mai diminuita, la sua manifestazione agli altri è stata progressiva. Qui in Galilea il Divino Maestro si trova in una fase iniziale.Era non solo prematuro, ma anche imprudente, rivelare in tutto o in parte la sua divinità. Soltanto molto più tardi – circa due anni dopo il Battesimo nel Giordano – Pietro proclamerà la sua filiazione divina, per pura rivelazione del Padre e, in seguito, gli Apostoli riceveranno l’ordine di mantenerne il segreto.La stessa norma di condotta sarà imposta ai demoni degli impossessati (cfr. Lc 4, 33-41) e agli stessi infermi miracolati (cfr. Mt 12, 15-16). Se così non fosse stato, il risultato sarebbe stato incontrollabile, in seguito alla forte impressionabilità delle moltitudini riguardo a un Messia politico. Si guardi la reazione del popolo dopo la moltiplicazione dei pani (cfr. Gv 6, 14-15).Nell’ultimo anno della sua vita pubblica, la manifestazione sarà rivestita di uno splendore esuberante. Nel periodo in Galilea, invece, “il Vangelo del Regno di Dio” è predicato dal Figlio dell’Uomo ad un’opinione pubblica con insufficiente fede per riconoscere l’infinita grandezza del Figlio di Dio.

Miracolo della guarigione del cieco

1) LEAL, SJ, Juan; DEL PÁRAMO, SJ, Severiano; ALONSO, SJ, José. 
La Sagrada Escritura. Evangelios. Madrid: BAC, 1961, v.I, p.49-50.

2) JIMÉNEZ FONT, SJ, Luis María. Notas. In: MALDONADO, SJ, Juan de. 
Comentarios a los Cuatro Evangelios. Evangelio de San Mateo. Madrid:
BAC, 1950, v.I, p.223, nota 1.

3) GOMÁ Y TOMÁS, Isidro. El Evangelio explicado. Años primero y 
segundo de la vida pública de Jesús. Barcelona: Rafael Casulleras, 
1930, v.II, p.72.

4) Idem, ibidem.

5) FILLION, Louis-Claude. Vida de Nuestro Señor Jesucristo. Vida 
pública. Madrid: Rialp, 2000, v.II, p.13.

6) GOMÁ Y TOMÁS, op. cit., p.72.

7) JIMÉNEZ FONT, op. cit., nota 3.

8) LEAL; DEL PÁRAMO; ALONSO, op. cit, p.54.

Straordinaria testimonianza di Jim Caziezel: Il mondo ha bisogno di guerrieri come San Paolo!

Una lode spettacolare alla Madonna!

Io sono Gesù, che tu perseguiti. Ti è duro recalcitrare contro il pungolo…

Signore, cosa vuoi che io faccia?

Signore, cosa vuoi che io faccia?

  Accompagnato da alcuni agenti che dovevano aiutarlo a catturare i cristiani e a trascinarli a Gerusalemme, Saulo arrivava al termine del suo viaggio. Quando era ormai vicino a Damasco, vide all’improvviso, verso mezzogiorno, dal Cielo una grande luce più splendente del Sole, che lo avvolse insieme ai suoi accompagnatori. Vedendola, caddero tutti a terra, spaventati. Dio volle cominciare con l’abbattere l’orgoglio e l’arrogante ostinazione di Saulo, affinché lui ricevesse con umile sottomissione gli ordini che Egli desiderava impartirgli.

   Secondo San Giovanni Crisostomo, Dio fece precedere alla voce la luce, affinché Saulo, divinamente colpito da una luce così folgorante, calmasse un po’ il suo furore e fosse in condizione di ascoltare con maggiore docilità la voce. […]
– Chi sei Tu, Signore?
Lui gli rispose:
– Io sono Gesù, che tu perseguiti. Ti è duro recalcitrare contro il pungolo.
Saulo allora, tremante e attonito, chiese:
– Signore, cosa vuoi che io faccia?

 Ecco il lupo rapace improvvisamente trasformato in pecora. Non sapendo ancora chi gli parlava, ma sentendosi soggiogato dal potere di Dio, egli Lo chiama “Signore” e Gli chiede chi è. Si sottomise infine alla grazia e alla volontà di Dio, poiché questa semplice frase: “cosa vuoi che io faccia?” contiene come una divina semente tutte le conseguenze così mirabili della conversione di Saulo in Paolo.

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