I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia

L’Eucaristia, l’Immacolata e il Sommo Pontefice!

«L’ECUMENISMO E’ IL NEMICO DELL’IMMACOLATA»

Nel 1933, quando il movimento ecumenico iniziò la sua avanzata, San Massimiliano Kolbe lo vide per quello che era e definì l’ecumenismo come il nemico della Beata Vergine Maria; un movimento da combattere e distruggere.

La missione che San Massimiliano affidò ai suoi Cavalieri dell’Immacolata era quella di convertire il mondo intero alla Chiesa cattolica.

Diceva: «Soltanto quando tutti gli scismatici e i protestanti professeranno il Credo cattolico con convinzione e quando tutti gli ebrei chiederanno volontariamente il Santo Battesimo, solamente allora l’Immacolata avrà raggiunto i suoi obiettivi».

«… In altre parole -insisteva San Massimiliano- non c’è peggior nemico dell’Immacolata e della sua Milizia che l’ecumenismo attuale, contro il quale ogni Cavaliere non solo deve combattere, ma anche fare opera di neutralizzazione attraverso un’azione diametralmente opposta che in ultima battuta lo annienti.

Noi dobbiamo realizzare il più rapidamente possibile l’obiettivo della Milizia Immacolata, cioè conquistare all’Immacolata, ed attraverso lei al Sacratissimo Cuore di Gesù, il mondo intero ed ogni singola anima che vive oggi o che vivrà domani, fino alla fine del mondo».

Padre Edward Hanahoe, un grande teologo degli anni ’50 smaschera il male intrinseco del nuovo ecumenismo. Spiega che reca l’effetto nefasto di «perpetuare lo status di separazione, di tenere le persone fuori dalla Chiesa Cattolica piuttosto che farvele confluire». Sarebbe difficile dipingere un ritratto più vivido dell’ecumenismo post conciliare.

Quelli che promuovono il nuovo ecumenismo conciliare non ricordano mai ai non-cattolici la necessità di convertirsi alla Chiesa cattolica per salvarsi.

Il vero principio di conversione dei non-cattolici ora è rimpiazzato col nuovo principio di «convergenza coi non-cattolici». Ne consegue che, come ha messo in guardia padre Hanahoe, il nuovo ecumenismo avalla il perpetuarsi dello stato di separazione di coloro che sono fuori dalla Chiesa, anzichè riportarli dentro di essa.

L’ecumenismo adottato dai cattolici dal Concilio in poi è in effetti un modello distorto di unità propugnato dal Consiglio Mondiale delle Chiese, che implicitamente nega la dottrina infallibile e sicuramente definita: «Fuori della Chiesa non è salvezza».

14 agosto: San Massimiliano Maria Kolbe

Grande festa quest’oggi del grandissimo SAN MASSIMILIANO M KOLBE.
Tra le tante cose che potrei citarvi di lui voglio riportare i suoi consigli “Per resistere nella fede in questi tempi terribili”, soprattutto tenendo presente dell’opera nefasta della massoneria…ma che alla fine a Trionfare sarà l’Immacolata!

https://gloria.tv/post/iXUyUwmsk4Mq26dRt2CiC6dvr

Quando santa Chiara arrestò i saraceni ad Assisi

Mentre nelle chiese si accolgono i musulmani e li si rende partecipi delle proprie liturgie, come è accaduto dopo l’assassinio del parroco di Saint-Etienne-du-Rouvray, accadono contemporaneamente episodi sacrileghi per loro mano perché l’Islam possiede nel suo patrimonio genetico il dovere di infierire e piegare gli infedeli. Le recenti profanazioni nelle chiese di Venezia sono la dimostrazione che la moderna pastorale ecumenica, che oggi invita ad una blasfema convivenza religiosa e non ad una oculata tolleranza, porta a creare situazioni che si ritorcono contro la Chiesa stessa. 

Dopo il braccio spezzato al Cristo settecentesco di San Geremia a Venezia da parte di un franco-magrebino, ora espulso, pochi giorni dopo quattro donne musulmane velate hanno sputato sul Crocifisso della chiesa di San Zulian, vicina alla Basilica di San Marco. In questo sacro luogo entrano addirittura degli islamici per pregare Allah e quando sono stati ripresi dal sacrestano, il quale li ha invitati ad andare nelle loro moschee, essi hanno risposto spavaldamente che sono autorizzati a pregare proprio lì, perché «possiamo, il Papa ci ha dato il permesso»

(http://www.ilgazzettino.it/nordest/venezia/venezia_sputi_crocifisso_san_zulian-1899535.html) .

Di fronte agli invasori musulmani santa Chiara di Assisi (festa liturgica: 12 agosto per il calendario del Vetus ordo e 11 agosto per quello del Novus ordo) reagì ben diversamente dalla Chiesa di Papa Francesco. Al tempo della santa essi venivano chiamati saraceni (termine utilizzato a partire dal II secolo d.C. sino a tutto il Medioevo per indicare i popoli provenienti dalla penisola araba o, per estensione, di religione musulmana). In Italia i saraceni compirono, per secoli, diverse incursioni prima nel Sud, conquistando la Sicilia, poi nel Nord Occidente, con base in Provenza (nel 906 saccheggiarono e distrussero l’Abbazia della Novalesa). Con le loro violente e sanguinarie scorrerie giunsero anche ad Assisi. Fu proprio Madre Chiara a fermarli. Figlia del conte Favarone di Offreduccio degli Scifi e di Ortolana, catturata dalla predicazione di san Francesco d’Assisi, nella notte della domenica delle Palme, quando aveva circa 18 anni, fuggì da una porta secondaria della casa paterna, situata nei pressi della cattedrale di Assisi, al fine di raggiungere Francesco e i suoi frati minori nella chiesetta di Santa Maria degli Angeli, già allora denominata Porziuncola. Francesco la condusse al monastero benedettino di San Paolo delle Badesse presso Bastia Umbra, per poi trovarle ricovero nel monastero di Sant’Angelo di Panzo, alle pendici del Subasio, dove poco dopo fu raggiunta dalla sorella Agnese. Infine prese dimora nel piccolo fabbricato annesso alla chiesa di San Damiano, restaurata da san Francesco sotto il permesso del Vescovo Guido. Qui Chiara venne raggiunta da un’altra sorella, Beatrice, e da sua madre, oltre che da molte altre donne: dapprima vennero chiamate popolarmente Damianite, mentre Francesco usava il titolo di Povere Dame, per prendere poi il nome di Clarisse.

Aveva circa 47 anni quando i saraceni insidiarono Assisi e il suo monastero. Non surrogato femminista, come molte suore odierne, Madre Chiara si pose a difesa con Cristo della sua amata città, sprovvista di valide difese. Federico II, Imperatore del Sacro Romano Impero e Re di Sicilia, aveva mosso guerra contro la Chiesa, spingendo le sue soldataglie all’invasione delle terre pontificie, chiedendo ausilio ai più fieri nemici della cristianità, i saraceni appunto. Ne assoldò circa 20 mila, donando loro la città di Lucera, nel regno di Napoli e da quella base partirono per continue scorrerie, saccheggiando, distruggendo, incendiando città e castelli,  compiendo sacrilegi e profanazioni nelle chiese e nei monasteri, uccidendo e facendo prigionieri. Un venerdì del settembre 1240 scalarono le mura del monastero di Santa Chiara e le suore, lascia scritto Tommaso da Celano: «Corsero a santa Chiara che era gravemente inferma e, con molte lacrime, le dissero come quella gente pessima avevano rotte le porte del monastero. Ed essa le confortava che non temessero […] ma armate di fede ricorressero a Gesù Cristo. E giacendo santa Chiara sulla paglia, inferma, si fece portare una cassettina d’avorio dove era il Santo Corpo di Cristo consacrato e si fece portare incontro a quella mala gente. E orando devotamente […] “Pregoti, Signor mio, che ti piaccia che queste tue poverelle serve, le quali tu, Signore, hai nutricate sotto la mia cura, che non mi siano tolte né tratte di mano, acciò che non vengano nelle mani e alla crudeltà di questi infedeli e pagani; onde pregoti, Signor mio, che tu le guardi, che io senza di te guardarle non posso e massimamente ora in questo amaro punto”. A questo priego, dalla cassettina che aveva dinnanzi reverentemente, si uscì una voce, come di fanciullo e, udendola tutte le suore, disse: “Io per tuo amore guarderò te e loro sempre” […]». (Vita di santa Chiara vergine, Opusc. I,21-22, in FF 3201, pp. 1915-1916).

I mercenari islamici fuggirono precipitosamente dal monastero, respinti dalla potenza di una forza invisibile. E di lì a poco lasciarono Assisi. Tuttavia, nel 1241 l’Imperatore, scomunicato da Gregorio IX, non tollerando la sottomissione di Assisi al romano Pontefice, organizzò una nuova spedizione. Quando il pericolo fu imminente santa Chiara chiamò le consorelle: ordinò un giorno di digiuno, dopo il quale le invitò a cospargersi il capo di cenere e a prostrarsi con lei davanti al tabernacolo. La mattina del 22 giugno un forte temporale portò lo scompiglio nell’accampamento degli assedianti, costringendoli ad una nuova fuga. Santa Chiara difese Cristo, il monastero, la sua città con l’arma della Fede e con il Corpo di Nostro Signore. Catturata a Cristo grazie a san Francesco, abbandonò tutte le offerte terrene per vivere con sorella Povertà e unirsi al Crocifisso per guadagnare la salvezza di molti. Votata unicamente a Dio, si lasciò guidare da un’unica ricchezza, la Trinità, e non ebbe stima per nessun’altra religione che non fosse quella cattolica. 

Papa Francesco cerca, come hanno fatto altri Pontefici del postconcilio, di applicare e di far applicare ciò che sta scritto nella Nostra aetate: «La Chiesa guarda anche con stima i musulmani che adorano l’unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini. Essi cercano di sottomettersi con tutto il cuore ai decreti di Dio anche nascosti, come vi si è sottomesso anche Abramo, a cui la fede islamica volentieri si riferisce. Benché essi non riconoscano Gesù come Dio, lo venerano tuttavia come profeta; onorano la sua madre vergine, Maria, e talvolta pure la invocano con devozione. Inoltre attendono il giorno del giudizio, quando Dio retribuirà tutti gli uomini risuscitati. Così pure hanno in stima la vita morale e rendono culto a Dio, soprattutto con la preghiera, le elemosine e il digiuno». Parole sganciate dalla realtà religiosa, storica e culturale dei popoli. Allah non è Dio Uno e Trino: «Se, nel corso dei secoli, non pochi dissensi e inimicizie sono sorte tra cristiani e musulmani, il sacro Concilio esorta tutti a dimenticare il passato e a esercitare sinceramente la mutua comprensione, nonché a difendere e promuovere insieme per tutti gli uomini la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà» (§ 3). Dimenticare significa rinnegare Cristo per cercare di raggiungere una religione universale di fattura umana.

Ricoprire le nostre terre cristiane di moschee, entrare nei centri di culto islamici, ammettere i musulmani nelle nostre chiese, dando luogo ad un sincretismo tanto profanatorio quanto assurdo, non potrà mai essere la chiave risolutiva dell’attuale violenza islamica. Santa Chiara arrestò i saraceni, veneratori, oggi come allora, di Maometto e non del Figlio di Dio, con la fiducia totale nella Verità, nella Giustizia, nei Valori, nella Pace, nella Libertà portata da Gesù Cristo e Gesù Cristo fece sentire la sua potenza. 

11 agosto: Santa Chiara d’Assisi!

Chiara nasce da una nobile famiglia nel 1194, da Favarone di Offreduccio di Bernardino e da Ortolana. La madre, recatasi a pregare alla vigilia del parto nella Cattedrale di S.Rufino, sentì una voce che le predisse:“Oh, donna, non temere, perchè felicemente partorirai una chiara luce che illuminerà il mondo”. La bambina fu chiamata Chiara e battezzata in quella stessa Chiesa. Si può senza dubbio affermare che una parte predominante della educazione di questa fanciulla è dovuta proprio alla Cattedrale di San Rufino, la sua Chiesa, dove poco distante sorgeva la casa paterna. L’ambiente familiare di Chiara era pervaso da una grande spiritualità. La madre educò con ogni cura le sue figlie e fu tra quelle dame che ebbero la grande fortuna di raggiungere la Terra Santa al seguito dei crociati. L’esperienza della completa rinuncia e delle predicazioni di San Francesco, la fama delle doti che aveva Chiara per i suoi concittadini, fecero sì che queste due grandi personalità s’intendessero perfettamente sul modo di fuggire dal mondo comune e donarsi completamente alla vita contemplativa. La notte dopo la Domenica delle Palme (18 marzo 1212) accompagnata da Pacifica di Guelfuccio (prima suora dell’ordine), la giovane si recò di nascosto alla Porziuncola, dove era attesa da Francesco e dai suoi frati. Qui il Santo la vestì del saio francescano, le tagliò i capelli consacrandola alla penitenza e la condusse presso le suore benedettine di S. Paolo a Bastia Umbra, dove il padre inutilmente tentò di persuaderla a far ritorno a casa. Consigliata da Francesco si rifugiò allora nella Chiesina di San Damiano che divenne la Casa Madre di tutte le sue consorelle chiamate dapprima “Povere Dame recluse di San Damiano” e, dopo la morte della Santa, Clarisse. Qui visse per quarantadue anni, quasi sempre malata, iniziando alla vita religiosa molte sue amiche e parenti compresa la madre Ortolana e le sorelle Agnese e Beatrice. Nel 1215 Francesco la nominò badessa e formò una prima regola dell’Ordine che doveva espandersi per tutta Europa. La grande personalità di Chiara non passò inosservata agli alti prelati, tanto che il Cardinale Ugolino (legato pontificio) formulò la prima regola per i successivi monasteri e più tardi le venne concesso il privilegio della povertà con il quale Chiara rinunciava ad ogni tipo di possedimento. Nel 1243 durante un’incursione di milizie saracene nel Monastero di San Damiano, Chiara scacciò con un atto di coraggio la soldatesca. Durante quella tempesta, che la Chiesa dovette sostenere al tempo dell’imperatore Federico in diverse parti del mondo, la val le di Spoleto dovette bere più volte dal calice dell’ira. Vi erano in essa compagnie di soldati e battaglioni di arcieri saraceni nume rosi come api, mandati, per ordine dell’imperatore, a spopolare i villaggi ed espugnare le città. In queste circostanze il furore ne fece irruzione contro Assisi, città prediletta del Signore, e già si avvicinava l’esercito alle porte della città, quando i Saraceni, gente malvagia, assetata del sangue dei cristiani, in cerca di ogni sorta di nefandezza, senza vergogna, giunsero presso San Damiano, dentro i confini del monastero, fino a dentro il chiostro delle vergini. I cuori delle dame si sciolgono dal timore, e le voci tremano dalla paura e portano i loro pianti alla madre, la quale, pur essendo malata, con cuore impavido, ordina che la conducano alla porta e che la pongano davanti ai nemici, facendola precedere dalla cassa d’argento racchiusa nell’avorio ove si conservava con gran de devozione il corpo del Santissimo. Al che, dopo essersi prostrata tutta in preghiera al Signore Cristo suo, tra le lacrime disse: «Ti fa piacere, o Signore, che le tue ancelle inermi, che ho allevato nel tuo amore, ora siano con segnate nelle mani dei pagani? Signore ti prego, custodisci queste tue serve che ora io non posso più custodire». All’improvviso alle sue orecchie risuonò una voce come di bambino, propiziatoria di una nuova grazia: «Io vi custodirò sempre»«E allora mio Signore – riprese – se ti piace, proteggi la città che ci sostenta per amor tuo». E Cristo a lei: «Sosterrà gravi prove, ma sarà difesa dalla mia protezione». Allora la vergine, alzando il volto pieno di lacrime, conforta quel le che piangevano dicendo: «Vi assicuro figliole che non soffrire te alcun male. Soltanto abbiate fede in Cristo». E non c’è molto da attendere: subito l’audacia di quei cani, respinta, si acquieta e, superando quegli stessi muri su cui erano saliti, se ne vanno in fretta, spinti dalla forza della sua preghiera. Subito Chiara ordina con cura a quelle che avevano udito quella voce predetta: «Guardatevi in ogni modo, carissime figlie, di non riferire a nessuno quel la voce, finché io sarò in vita». La fermezza di carattere, la dolcezza del suo animo, il modo di governare la sua comunità con la massima carità e avvedutezza, le procurarono la stima dei Papi che vollero persino recarsi a visitarla. La morte di San Francesco e le notizie che vari monasteri accettavano possessi e rendite amareggiarono e allarmarono la Santa che sempre più malata volle salvare fino all’ultimo la povertà per il suo convento componendo una Regola (simile a quella dei Frati Minori) approvata poi dal Cardinale Rainaldo (futuro papa Alessandro IV) nel 1252 e alla vigilia della sua morte da Innocenzo IV, recatosi a S. Damiano per portarle la benedizione e consegnarle la bolla papale che confermava la su a regola; il giorno dopo (11 agosto 1253) Chiara muore, officiata dal Papa che volle cantare per lei non l’ufficio dei morti, ma quello festivo delle vergini. Il suo corpo venne sepolto a San Giorgio in attesa di innalzare la chiesa che porta il suo nome. Nonostante l’intenzione di Innocenzo IV fosse quella di canonizzarla subito dopo la morte, si giunse alla bolla di canonizzazione nell’autunno del 1255, dopo averne seguito tutte le formalità, per mezzo di Alessandro IV.

Ad Amaseno il Sangue di San Lorenzo si è sciolto…in anticipo!

FEDE E TRADIZIONE
🔔✨Miracolo in… anticipo: il sangue di San Lorenzo si è già sciolto
Amaseno – Il processo di liquefazione era già iniziato da qualche giorno. L’annuncio del parroco don Italo Cardarilli. Era accaduto anche nel 2014. Il paese pronto alla festa

Il prodigio si è compiuto ieri: il sangue di San Lorenzo Martire si è sciolto. Ha colorato di rosso vivo l’ampolla custodita nel reliquiario della collegiata di Santa Maria Assunta suscitando la gioia dei fedeli e dell’intero paese. Ad annunciare il verificarsi in anticipo dello scioglimento del sangue, fenomeno che di solito si compie tra la sera del 9 e le prime ore del 10 di agosto, è stato il parroco don Italo Cardarilli dagli altoparlanti della chiesa e i frequentatori della parrocchia che in un post su Facebook hanno scritto: “Con immensa gioia comunichiamo che il prodigioso sangue di San Lorenzo ha iniziato il processo di liquefazione”.

Immediata la reazione di gioia dei fedeli che, dopo aver sentito il lieto annuncio proclamato durante l’orario della messa vespertina, circa le 19, si sono recati ad ammirare l’ampolla e a pregare di fronte al “miracolo” che ogni anno si ripete e riempie i cuori. Il processo di liquefazione, a differenza degli altri anni, era già iniziato da qualche giorno e il parroco, andando come ogni sera durante la novena di San Lorenzo ad aprire il reliquiario per mostrare il sangue ai fedeli, si è reso conto dell’avvenuta liquefazione.

Non è peraltro la prima volta che il prodigio si verifica al di fuori dei giorni duranti i quali il paese celebra la festa del santo: già nel luglio 2014, quando la reliquia fu portata in pellegrinaggio a Malta e, in presenza della delegazione di cittadini amasenesi, dal sindaco Antonio Como e dal parroco don Italo, trasportata su un battello da Vittoria all’isola di Gozo per farla omaggiare dai fedeli da San Lawrenz, questa si mostrò di un rosso fiammante suscitando lacrime di gioia alla folla festante.

Anche quest’anno lo stupore si è mescolato alla commozione per un evento tanto atteso quanto spiazzante: «che il santo ci abbia voluto dimostrare la sua vicinanza in un periodo tanto difficile come questo 2020 segnato dalla paura del Covid-19?”, questo è quanto si chiedono parecchi abitanti del comune lepino, i quali certamente non hanno lesinato nei mesi precedenti preghiere nei confronti di san Lorenzo e del suo prezioso sangue affinché aiutasse la comunità ad uscire dalla paura e a riprendersi la propria vita.

San Lorenzo: la vita, il martirio e il legame con le stelle cadenti

La notte del 10 agosto è da sempre la notte di San Lorenzo. Conosciamone la vita, il martirio e il legame con le stelle cadenti

Come ogni anno in questa notte, la notte di San Lorenzo, «la notte dei desideri», migliaia di occhi saranno puntati verso il cielo per cogliere una «stella cadente» ed esprimere il proprio sogno. Ma chi era San Lorenzo?

Lorenzo nacque nel 225 a Osca (Huesca), ai piedi dei Pirenei, in Aragona, nella prima metà del III secolo. Le notizie sulla sua vita, a dispetto della notevole devozione popolare che lo ha riguardato, sono decisamente scarse.Venuto a Roma, centro della cristianità, si distinse per la sua pietà, carità verso i poveri e l’integrità di costumi, grazie alle sue doti venne nominato Diacono della Chiesa da Papa Sisto II, sovrintendendo all’amministrazione dei beni, accettando le offerte e custodendole, provvedendo ai bisognosi, agli orfani e alle vedove.

SAN LORENZO 2

Per queste mansioni, Lorenzo fu uno dei personaggi più noti della prima cristianità di Roma ed uno dei martiri più venerati, tanto che la sua memoria fu ricordata da molte chiese e cappelle costruite in suo onore nel corso dei secoli. Lorenzo fu catturato dai soldati dell’Imperatore Valeriano il 6 agosto del 258 nelle catacombe di San Callisto ,assieme al Papa Sisto II ed altri diaconi. Mentre il Pontefice e gli altri diaconi subirono subito il martirio, Lorenzo fu risparmiato per farsi consegnare i tesori della chiesa. Si narra che all’Imperatore Valeriano, che gli imponeva la consegna dei tesori della Chiesa, Lorenzo abbia portato davanti dei poveri ed ammalati, esclamando: “Ecco i tesori della chiesa”. In seguito Lorenzo fu dato in custodia al centurione Ippolito, che lo rinchiuse in un sotterraneo del suo palazzo, dove si trovava imprigionato anche un certo Lucillo, cieco.

SAN LORENZO 3 MARTIRIO

Lorenzo confortò il compagno di prigionia, lo catechizzò alla dottrina di Cristo e, servendosi di una polla d’acqua che sgorgava dal suolo, lo battezzò. Dopo il Battesimo, Lucillo riebbe la vista. Il centurione Ippolito visitava spesso i suoi carcerati e, avendo constatato il fatto prodigioso, colpito dalla serenità, dalla mansuetudine dei prigionieri e illuminato dalla grazia di Dio, si fece cristiano, ricevendo il battesimo da Lorenzo. In seguito Ippolito, riconosciuto cristiano, fu legato alla coda di cavalli e fatto trascinare per sassi e rovi fino alla morte. Il Martirio di San Lorenzo è datato dal martirologio romano il 10 agosto del 258 d.C.

SAN LORENZO 5

In che modo morì? Un’antica “passione”, raccolta da Sant’Ambrogio, precisa: “Bruciato sopra una graticola”… un supplizio che ispirerà opere d’arte, testi di pietà e detti popolari per secoli. Diversi studi, invece, ritengono che a Lorenzo non fu inflitta una tortura lenta e straziante, ma che sia stato decapitato come Sisto II, Cipriano e altri. Ma qual è il legame di San Lorenzo con le stelle cadenti? La notte del 10 agosto è , da tempi immemori, dedicata al martirio del Santo e le stelle cadenti sarebbero le lacrime versate da Lorenzo durante il suo supplizio, che vagano eternamente nei cieli, scendendo sulla terra solo il giorno in cui egli morì, creando un’atmosfera magica e carica di speranza.

SAN LORENZO 7

Si crede, infatti, che in questa notte si possano avverare i desideri di tutti coloro che si soffermano a ricordare il dolore di San Lorenzo e, ad ogni stella cadente, si pronuncia la filastrocca: “Stella, mia bella stella, desidero che…”, e si aspetta l’evento desiderato durante l’anno. Nella tradizione popolare, le stelle del 10 agosto sono anche chiamate “fuochi di San Lorenzo”, poiché ricordano le scintille provenienti dalla graticola infuocata su cui sarebbe stato ucciso il martire, poi volate in cielo. Anche se in realtà non si sa se San Lorenzo sia stato bruciato o decapitato, nell’immaginario popolare l’idea dei lapilli volati in cielo ha preso piede, tanto che ancora oggi in Veneto un proverbio recita “San Lorenzo dei martiri innocenti, casca dal ciel carboni ardenti”.

Santa Teresa Benedetta della Croce

Brillante filosofa, a lungo atea, poi innamorata di Dio, carmelitana scalza, mistica, autrice di opere di intensa spiritualità e vittima della Shoah. Il pellegrinaggio esistenziale di santa Teresa Benedetta della Croce, al secolo Edith Stein (1891-1942), compatrona d’Europa, racchiude molta della storia drammatica del Novecento, da cui lei – figlia d’Israele – emerse scoprendo e incarnando totalmente in sé il mistero di Cristo crocifisso e risorto

La vita di questa brillante filosofa, a lungo atea, poi innamorata di Dio, carmelitana scalza, mistica, autrice di opere di intensa spiritualità e vittima della Shoah, non smette mai di affascinare. Il pellegrinaggio esistenziale di santa Teresa Benedetta della Croce, al secolo Edith Stein (1891-1942), proclamata compatrona d’Europa da Giovanni Paolo II, racchiude molta della storia drammatica del Novecento, con i suoi fallimenti e contraddizioni. Un secolo da cui lei – figlia d’Israele – emerse scoprendo e incarnando totalmente in sé il mistero di Cristo crocifisso e risorto.

Edith era nata il 12 ottobre 1891 a Breslavia, allora in territorio tedesco, da genitori d’origine ebraica. Rimase orfana del padre quando non aveva ancora due anni. La madre cercò di educarla nell’ebraismo, ma la fanciulla finì per non credere più: «In piena coscienza e libera scelta smisi di pregare», ricorderà poi. Entrò a far parte di un’associazione per il diritto di voto alle donne («… fui una radicale femminista. Persi poi l’interesse a tutta la questione. Ora sono alla ricerca di soluzioni puramente obiettive») e si appassionò di filosofia, in particolare della corrente fenomenologica di Husserl. Assetata di conoscenza, si iscrisse all’università di Gottinga, e lì seguì le lezioni del celebre filosofo: per le sue straordinarie qualità intellettive si guadagnò presto la stima dei docenti, Husserl compreso, di cui divenne assistente.

Nei circoli filosofici aveva conosciuto alcuni colleghi di fede cristiana. Fu come un seme nella sua ricerca della verità. Nella sua tesi di laurea sull’empatia così scrisse nelle pagine finali: «Ci sono stati degli individui che in seguito a un’improvvisa mutazione della loro personalità hanno creduto di incontrare la misericordia divina». In quel periodo un fatto la colpì. Vide una donna, con la cesta della spesa, entrare per una breve preghiera in una chiesa cattolica «come se si recasse a un intimo colloquio. Non ho mai potuto dimenticare l’accaduto». Una notte d’estate del 1921, rimasta sola in casa di amici, i suoi occhi si posarono su un libro: la Vita di santa Teresa d’Avila. «Cominciai a leggere e non potei più lasciarlo finché non ebbi finito. Quando lo richiusi, mi dissi: questa è la verità». Fu la scintilla definitiva. L’1 gennaio 1922 Edith venne battezzata.

Nel cristianesimo riscoprì tutta la bellezza delle sue radici: «Avevo cessato di praticare la mia religione ebraica e mi sentivo nuovamente ebrea solo dopo il mio ritorno a Dio». Già allora voleva entrare in monastero, ma venne convinta a pazientare. Nel decennio successivo scandì le sue giornate tra preghiera e lavoro: insegnò in tre diverse scuole cattoliche, tradusse il De Veritate di san Tommaso d’Aquino, elaborò un saggio sulla filosofia tomistica che poi amplierà fino a divenire la sua opera maggiore (Essere finito ed Essere eterno). Su consiglio di un abate, viaggiò per tenere conferenze sui ricchissimi significati della femminilità nella luce cristiana. Fece tutto volendo essere «strumento di Dio». Recita una sua bellissima preghiera: «Signore, dammi tutto ciò che mi conduce a Te. Signore, prendi tutto ciò che mi distoglie da Te. Signore, strappa me da me stessa e dammi tutta a Te. Queste sono tre grazie, di cui l’ultima, la più grande, racchiude le altre due. Si prega appunto per riceverle».

Nel 1933 ci fu l’ascesa di Hitler al poteredi cui predisse subito la portata drammatica in una lettera a Pio XI. Il 16 luglio di quell’anno, nel giorno della Madonna del Carmelo, ottenne il «sì» all’ammissione tra le carmelitane. Edith, che da tempo meditava sulla Passione di Gesù e i dolori di Maria, assunse il nome di Teresa Benedetta della Croce, quasi una profezia sulla sua vita. Cinque anni più tardi fece la professione perpetua di obbedienza, povertà e castità. Mentre il nazismo rivelava il suo volto, pensava a una donna delle Scritture: «Penso alla regina Ester che è stata scelta per intercedere davanti al re per il suo popolo. Io sono una piccola Ester, povera e impotente, ma il Re che mi ha scelta è infinitamente grande e misericordioso. E questa è una grande consolazione». Il 31 dicembre 1938, per proteggerla dalle persecuzioni, i superiori la fecero spostare al Carmelo di Echt, in Olanda. Ma i nazisti, per ritorsione al messaggio fatto leggere dai vescovi olandesi in tutte le chiese, la catturarono comunque, insieme alla sorella Rosa (anche lei convertita): era il 2 agosto 1942. «Vieni, andiamo per il nostro popolo», disse a Rosa.

Stettero alcuni giorni al campo di smistamento di Westerbork, dove la incontrò un ebreo di Colonia che la ricorderà così: «Si distingueva per il comportamento pieno di pace e l’atteggiamento calmo. Le grida, i lamenti, lo stato di sovraeccitazione angosciata dei nuovi arrivati erano indescrivibili. Suor Teresa Benedetta andava tra le donne come un angelo consolatore, calmando le une, curando le altre. […] si occupò dei bimbi piccoli, li lavò, li pettinò, procurò loro il nutrimento e le cure indispensabili. Per tutto il tempo in cui stette al campo dispensò intorno a sé un aiuto così caritatevole che a pensarci mi sconvolge». Fu poi trasferita con la sorella al campo di Auschwitz, dove il 9 agosto trovò la morte nelle camere a gas. Da agnello innocente, come l’amato Sposo, ormai pronta a risplendere con Lui nella gloria eterna.

Dagli scritti spirituali di Santa Teresa Benedetta della Croce.

“Ti salutiamo, Croce santa, nostra unica speranza!”.
Il mondo è in fiamme: la lotta tra Cristo e anticristo si è accanita apertamente, serciò se ti decidi per Cristo può esserti chiesto anche il sacrificio della vita.

Contempla il Signore che pende davanti a te sul legno, perchè è stato obbediente fino alla morte di croce. Egli venne nel mondo non per fare la sua volontà, ma quella del Padre.

Di fronte a te il Redentore pende dalla Croce spogliato e nudo, perchè ha scelto la povertà.

Stai davanti al Signore che pende dalla Croce con cuore squarciato: Egli ha versato il sangue del suo Cuore per guadagnare il tuo cuore.
Attraverso la potenza della Croce puoi essere presente  su tutti i luoghi del dolore dovunque ti porta la tua compassionevole carità, quella carità che attingi dal Cuore divino.

Gli occhi del Crocifisso ti fissano interrogandoti, interpellandoti. Vuoi stringere di nuovo con ogni serietà l’alleanza con Lui? Quale sarà la tua risposta? “Signore, dove andare? Tu solo hai parole di vita”.
Ave Crux, spes unica!

Fonte: suorecarmelitanedifirenze

XIX Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)

Gesù cammina sulle acque

Vangelo

Dopo che la folla ebbe mangiato, 22 subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. 23 Congedata la folla, salì sul monte, solo, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava ancora solo lassù. 24 La barca intanto distava già qualche miglio da terra ed era agitata dalle onde, a causa del vento contrario. 25 Verso la fine della notte egli venne verso di loro camminando sul mare. 26 I discepoli, a vederLo camminare sul mare, furono turbati e dissero: “È un fantasma” e si misero a gridare dalla paura. 27 Ma subito Gesù parlò loro: “Coraggio, sono Io, non abbiate paura”. 28 Pietro Gli disse: “Signore, se sei Tu, comanda che io venga da te sulle acque”. 29 Ed egli disse: “Vieni!” Pietro, scendendo dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. 30 Ma per la violenza del vento, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: “Signore, salvami!” 31 E subito Gesù stese la mano, lo afferrò e gli disse: “Uomo di poca fede, perché hai dubitato?” 32 Appena saliti sulla barca, il vento cessò. 33 Quelli che erano sulla barca gli si prostrarono davanti, esclamando: “Tu sei veramente il Figlio di Dio!” (Mt 14, 22-33).

Fino a dove deve arrivare la nostra fede

La barca con gli Apostoli è in balìa della tempesta:

potrebbe essere l’immagine della Chiesa in lotta, nei

mari di questo mondo, in piena notte, con l’obiettivo di

approdare sulle rive del Regno Eterno.

I – La moltitudine voleva proclamarLo re

“Ecco il grande Profeta, atteso da secoli! Ecco Colui che è stato annunciato da Mosè! Ecco il Figlio di Davide!”. Tra grida e acclamazioni, sembrava si stesse realizzando in Galilea il trionfo di Gesù (cfr. Gv 6, 14). In forma sintetica, ma molto espressiva, San Giovanni è l’unico Evangelista a narrare la forte impressione prodotta dalla moltiplicazione dei pani e dei pesci in coloro che ne beneficiarono, il cui racconto, nella penna di San Matteo (cfr. Mt 14, 13-21), abbiamo avuto la precedente domenica, 18ª del Tempo Ordinario.

I testimoni del miracolo, oltre ad aver molto apprezzato il cibo, rimasero psicologicamente colpiti dal potere di quel Gesù di Nazaret, convinti che fosse realmente Lui il Profeta che sarebbe dovuto venire al mondo.

Altra era, invece, la realtà vista dagli occhi del Divino Maestro. Quello che sembrava il maggiore successo della sua vita, era, nella concretezza dei fatti, il maggior pericolo che la sua opera poteva correre. Ecco perché Egli ha impiegato la sua forza e saggezza divina per indirizzare bene questo spontaneo e frizzante entusiasmo.

Concezioni erronee riguardo al messianismo

Tutti erano convinti di trovarsi dinnanzi a quel Messia tanto commentato e anelato. E, senza dubbio, avevano ragione! Infatti era Lui il preannunciato dai profeti, l’atteso da patriarchi e re, e il promesso da Dio ad Adamo ed Eva nel Paradiso Terrestre. Era il Salvatore. Ma non corrispondeva al modello creato, nel corso dei tempi, dal popolo eletto. Non era un leader politico nazionalista, terrestre e carnale; ma piuttosto il Messia, nel contempo Uomo e Dio, celeste e spirituale.

Egli stesso dirà a Pilato che il suo Regno non è di questo mondo, pertanto, con nulla in comune con gli altri regni tanto dibattuti e ambiti da un’opinione pubblica obnubilata.

Era dovuto a questo equivoco il desiderio del popolo, eccitato all’estremo, di appropriarsi del Signore e di proclamar-Lo immediatamente re di Israele, anche se contro la sua divina volontà.

A questo punto della vita pubblica di Gesù – ci troviamo nel quattordicesimo capitolo di San Matteo, che corrisponde al sesto di San Giovanni –, nulla portava a blandire l’infondata ambizione del popolo, nemmeno le mirabolanti idee dei dottori della Legge, farisei, sacerdoti, ecc. In ogni caso, né gli uni né gli altri hanno voluto comprendere e neppure vedere o intuire, le linee generali delineate da Gesù riguardo all’annuncio della Buona novella. Pochi presenti si sono resi conto, e comunque anch’essi in modo insufficiente, delle bellezze che il Salvatore portava.

Tali concezioni erronee riguardo il messianismo, fermentate nel corso dei secoli all’interno del popolo eletto, hanno prodotto un’incompatibilità tra le moltitudini e il Divino Maestro, rendendo più profondo, ad ogni passo, l’immenso abisso che le separava dal Vangelo. Sarebbe proprio a partire da questo punto che molti discepoli Lo avrebbero abbandonato; infatti pensieri simili, sebbene con meno acume e sostanza, si annidavano perfino nello spirito di quelli che L’accompagnavano.

Problema quasi insolubile per l’intelligenza umana

Incomparabilmente più dinamica di quella degli Apostoli, accecata dalle sue idee fisse, la moltitudine non riusciva a raggiungere le vette della dottrina predicata da Nostro Signore, a proposito del vero Regno messianico, né desiderava abbandonare i suoi preconcetti distorti sulla figura del Messia.

Quegli uomini vedevano in Gesù il capo che li avrebbe portati a conquistare il potere per mezzo di miracoli portentosi e, abbacinati dagli aspetti sovrumani della moltiplicazione dei pani e dei pesci, progettavano di condurre il Signore a Gerusalemme, per proclamarLo re.

Momenti di grande perplessità e suspense: che fare? Per un’intelligenza puramente umana, la situazione era intricata, confusa e quasi insolubile. Sappiamo quanto le agitazioni popolari siano terribili quando arrivano al parossismo: ingaggiano le personalità più forti e attirano anche quelli più abili, con decisioni molte volte impensate, frutto di puro impulso. Ma tutto questo costituisce per Gesù un problema estremamente facile da risolvere.
Moltiplicazione dei pani e dei pesci

Incipiente rivoluzione sventata in un sol colpo

Dopo che la folla ebbe mangiato, 22 subito Gesù costrinse i

discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché

non avesse congedato la folla.

Se Gesù fosse rimasto con la moltitudine, insieme con i suoi discepoli, probabilmente questi si sarebbero lasciati influenzare dall’esaltazione di tutti. Infatti, coltivavano anche loro il sogno di essere liberati dal giogo romano e di conquistare il mondo intero.

Se, d’altra parte, Egli fosse partito con i suoi discepoli per altri luoghi, l’esaltazione della folla non avrebbe fatto altro che aumentare e, all’improvviso, sarebbe potuta sfociare in una rivoluzione nella stessa Galilea. La Storia ci insegna quanto questi momenti portino, alle volte, a veri incendi le cui fiamme divorano tutto.

Gesù constatò fino a che punto la moltitudine si lasciasse prendere dall’idea di un trionfo politico-sociale. Non c’era chi fosse in grado di frenarla da una glorificazione umana del Divino Maestro. Era convinta che proclamarLo re avrebbe portato come conseguenza la fondazione brillante dell’atteso regno terreno.

Di fronte a questo delirio popolare, la prima preoccupazione di Gesù fu quella di salvare i suoi discepoli. E così ha proceduto senza perdere un secondo. Per questo motivo “ordinò ai discepoli di salire sulla barca”. Padre Manuel de Tuya commenta in questo modo: “Così facendo, disfaceva in un sol colpo tutta quella incipiente rivoluzione pseudo-messianica”.1

Gesù mira ad irrobustire la fede dei discepoli

Visualizzando un altro aspetto di questo procedimento del Signore, San Giovanni Crisostomo analizza l’accaduto, dal punto di vista della vita spirituale e della formazione morale dei suoi Apostoli: “Volendo il Signore dare loro l’opportunità di fare un minuzioso esame di quello che era avvenuto, ordinò che si separassero da Lui quanti avevano assistito al miracolo e ricevuto come prova i cesti con gli avanzi; perché poteva sembrare che, essendo Lui presente, avesse fatto loro immaginare una cosa che di fatto non si era realizzata; invece, essendo assente, era impossibile dare al miracolo questa spiegazione”.2

Maldonado3 menziona a Teofilatto che condivide la opinione, cioè, che avendo gli avanzati ed essendo lontani da Gesù, i discepoli potessero meditare sul grande miracolo. Ed è possibile che l’intenzione del Divino Maestro sia stata quella di rendere più robusta la fede dei discepoli. Comunque, non c’è mai una ragione soltanto per spiegare i suoi gesti, i suoi atteggiamenti e le sue parole. Per questo Matteo e Giovanni presentano ragioni diverse per spiegare la partenza degli Apostoli verso l’altra sponda.

Dominio sulla moltitudine

Su questo passaggio, San Giovanni Crisostomo tesse altre considerazioni a beneficio della nostra vita spirituale: “Inoltre, sempre che il Signore operava grandi cose, era solito congedare le moltitudini e persino i suoi discepoli; facendoci capire che non dobbiamo mai cercare il plauso popolare, né fare in modo che il popolo ci segua”.4

Gesù, nel suo potere umano-divino, incantava, seduceva e dominava la moltitudine, ma non permetteva mai che essa avesse su di Lui una qualche emprise. In quei tempi, di frequenti insurrezioni e agitazioni, le turbe erano abituate ad acclamare come salvatori della patria questi e quegli pseudo eroi. Con Gesù, su questa materia, non sono approdati a nulla, poiché Lui era determinato a fare la volontà del Padre; e non solo nel caso suo, ma anche per tutti i suoi discepoli lungo i secoli, la norma sarà sempre fuggire da tutti quelli che cercano di pregiudicare o deviare il richiamo di Dio.

Preghiera in cima al monte

23 Congedata la folla, salì sul monte, solo, a pregare. Venuta la

sera, egli se ne stava ancora solo lassù.
Cristo in preghiera nell’Orto degli Ulivi

In che cosa consistesse la preghiera di Gesù, in cima al monte, è per noi un mistero. La sua Anima si trovava nella visione beatifica, pertanto, aveva una nozione chiara di quali fossero i disegni di Dio. La sua conoscenza divina è eterna, per il fatto che Egli è la seconda Persona della Santissima Trinità. Inoltre, la sua conoscenza sperimentale umana si sviluppava in ogni momento.

Certissimo è che questa preghiera è stata fervorosa e perfetta ed è consistita in rendimenti di grazia, lode, adorazione ed anche suppliche forti e definite. Attraverso queste preghiere Egli esercitava la sua missione di Pontefice Supremo, Sacerdote dell’Altissimo.

Che cosa avrà chiesto? Lagrange solleva un’interessante ipotesi: “Essendo il miracolo dei pani un simbolo dell’Eucaristia, non è forse da pensare che in questa occasione Gesù abbia chiesto a suo Padre di concedere questa grazia alla sua Chiesa, ringraziandoLo anticipatamente a nome nostro per questo beneficio?”.5

II – Onnipotenza di Gesù sul suo proprio Corpo

Le circostanze del miracolo

24 La barca intanto distava già qualche miglio da terra ed era

agitata dalle onde, a causa del vento contrario. 25 Verso la fine

della notte egli venne verso di loro camminando sul mare.

Mentre nella notte Gesù si ritirava, immerso nelle sue orazioni, in cima alla montagna, la barca si trovava in mezzo al mare. L’atmosfera era agitata ed il vento di ponente si trasformava in terribile tempesta. Onde enormi, oltre al vento contrario, rendevano inutili tutti gli sforzi intrapresi sui remi. È risaputo che il Mar di Tiberiade ha di questi imprevisti repentini, che lasciano i rematori senza forze e scoraggiati. Ma Gesù, anche stando a distanza, umanamente parlando, col suo potere divino li seguiva in ogni istante. Li vedeva nella grande difficoltà in cui si trovavano. Dopo le tre del mattino, ha camminato sopra le acque ed è giunto in prossimità della barca.

Avrà Egli assunto in quel momento l’agilità caratteristica del corpo glorioso o avrà compiuto un miracolo? La cosa certa è che ha superato la distanza esistente dall’alto della montagna al centro del lago con estrema facilità.

Secondo quanto osserva ancora Lagrange,6 Marco afferma che Gesù li vedeva da lontano, sebbene Matteo non dica nulla al riguardo. Da parte sua, Maldonado, basandosi su San Cirillo di Alessandria e Leonzio, tesse considerazioni molto interessanti sull’occasione scelta dal Maestro: “Gesù Cristo ha atteso una triplice circostanza per operare il miracolo: che i discepoli fossero in alto mare, dove non potevano aspettarsi aiuto da nessuna parte; che il vento fosse loro contrario e la barca fosse investita dalle grandi onde; che arrivasse l’ultima vigilia della notte, affinché i naviganti provassero la loro fede e pazienza, e sentissero la necessità di un miracolo”.7

Mantenere la calma nella tempesta

Da questo avvenimento possiamo trarre una buona lezione per i momenti di difficoltà e tentazione, che molto spesso ci troviamo ad affrontare. Nel momento della tempesta, ci viene l’idea che siamo prossimi a morire. Molte volte neppure arriviamo a prevedere la burrasca nella quale, all’improvviso, siamo introdotti. È stato quello che è capitato agli stessi Apostoli. Chi di loro avrebbe potuto immaginare che, imbarcandosi su espresso ordine di Gesù, avessero potuto incontrare un mare così agitato e tempestoso?

Ci imbattiamo in venti contrari e impetuosi? Dobbiamo saper mantenere la calma. Anche se in forma impercettibile, Gesù è sempre presente e, da un momento all’altro, Si farà vivo per noi.

Comprendiamo, allora, da questo episodio, quanto il pensiero di Dio non solo è infinitamente superiore al nostro, ma anche distinto. Se noi avessimo visto il terribile sforzo dei discepoli, che remavano contro le onde, nell’angoscia e nel pericolo, e l’inutilità del loro impegno, avremmo cercato immediatamente di soccorrerli. Dio invece ha fatto finta di essere assente, per far brillare il suo potere e la sua gloria, fortificare la loro fede, concedergli più meriti e premiarli, infine, con consolazioni inenarrabili.

Allo stesso modo è condotta anche la Chiesa dal suo Divino Fondatore: esposta a ogni specie di persecuzioni e drammi, da ognuna di queste situazioni risulta sempre vittoriosa e, non poche volte, trionfante.

“È un fantasma”

26 I discepoli, a vederLo camminare sul mare, furono turbati e

dissero: “È un fantasma” e si misero a gridare dalla paura. 27 Ma

subito Gesù parlò loro: “Coraggio, sono Io, non abbiate paura”.

Torniamo a considerare la situazione dei discepoli in mezzo al mare, nell’ardua lotta contro la tempesta. “Il quarto Evangelista, uomo di mare come tutti loro, chiarisce il percorso fatto dalla barca fino all’alba: ‘Dopo aver remato circa 25 o 30 stadi’ (4,5 o 5,5 chilometri, probabilmente non in linea retta, per liberarsi dai colpi del mare, che lì misurava 60 stadi di larghezza, ossia, 11 chilometri) ‘videro Gesù che camminava sul mare’”.8

Erano comuni, tra i pescatori di quel tempo, certi miti e superstizioni a proposito di fantasmi marittimi.9 Di qui la reazione descrittaci da San Matteo, a partire dal momento in cui i discepoli cominciarono ad intravvedere un volto umano tra le ombre della notte. All’inizio, Egli apparve camminando parallelamente alla lunghezza della barca; ma una volta constatato l’avvicinamento, proruppero le grida.
Nostro Signore cammina sul mare

Gesù ha avuto compassione della loro debolezza e, immediatamente, ha detto loro di farsi coraggio, dichiarando la sua identità. Le stesse impressioni passano nelle anime di persone che cominciano a convertirsi, ad uscire dalle tenebre del peccato e dell’infedeltà, da una vita debole e mondana! La luce che ancora non si è fatta forte davanti ai loro occhi non permette loro di distinguere perfettamente tutti gli oggetti, per cui si impauriscono con facilità ed immaginano fantasmi da tutte le parti… Basta che queste anime si mettano in stato di pace e fiducia per sentire Gesù che dice loro: “Coraggio: sono Io, non abbiate paura!”.

Dal panico all’entusiasmo

28 Pietro gli disse: “Signore, se sei Tu, comanda che io venga da te sulle acque”.

La pittoresca scena che segue è riferita solamente da Matteo. Pietro, sempre pieno d’ardore e quasi mai valutando le conseguenze delle sue richieste ed azioni, nell’udire la voce del suo Maestro, passò dallo stato di panico a quello di entusiasmo e chiese al Signore di raggiungerlo, camminando sopra le acque. Conosceva bene il potere di Gesù Cristo e sapeva che una Sua parola sarebbe stata sufficiente per operare il prodigio. Il suo desidero era di unirsi al Signore, anche se fosse stato a nuoto. Non mirava ad un miracolo. Desiderava, questo sì, stare ben vicino al Maestro, che tanto amava.

Inoltre, era senz’altro possibile che non fosse estraneo al suo spirito il desiderio di constatare positivamente che si trattasse del Maestro, e non di un fantasma.

San Giovanni Crisostomo, con i suoi lumi speciali, così commenta la fede di San Pietro: “Vedete come è grande la sua fede, come è grande il suo fervore. Egli non ha detto: ‘prega, supplica’, ma ‘ordina’. […] E ha desiderato vivamente andare fino a Lui, non per fare ostentazione di questo prodigio, ma per il grande amore che aveva per Gesù, perché non ha detto ‘fammi andare sopra le acque’, ma ‘fammi andare fin dove sei Tu’. […] Questo perché ha creduto che Cristo potesse, non solamente andare sulle acque, ma anche far andare altri”.10

A sua volta, Padre Manuel de Tuya mette in evidenza, in questo episodio, l’impetuoso amore dell’Apostolo: “Alla paura subentra la fiducia; al timore di un maligno fantasma, la fiducia nel suo Maestro. Quello che egli chiede non è lo spettacolare prodigio di camminare sulle acque: Gli chiede con amore e come garanzia ‘di andare dove tu sei’. Perché non aspettare che venisse con tutti nella barca? Perché questo impeto? Pietro! Sei il Pietro di sempre: quello dell’impeto, quello dell’amore e della debolezza”.11

“Signore, salvami!”

29 Ed egli disse: “Vieni!” Pietro scendendo dalla barca, si mise a

camminare sulle acque e andò verso Gesù. 30 Ma per la violenza

del vento, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: “Signore, salvami!”

Nell’udire l’ordine di Gesù – “Vieni!” –, Pietro, pieno di gioia, salta dalla barca e comincia a camminare sulle acque in cerca del Maestro. Ma, una cosa è la tempesta stando dentro la barca e un’altra, più violenta, stando fuori di questa, senza la sua protezione. Il discepolo smette di guardare verso il Maestro e presta attenzione al furore delle onde. Quella fede iniziale e spontanea diminuisce, cedendo il posto nuovamente alla paura, fortemente basata, questa volta, sull’istinto di conservazione. Indebolita la sua fiducia, il mare ha perso consistenza sotto i suoi piedi.

Questa è la nostra storia: nel corso del nostro cammino verso il Regno Eterno, accade sempre, presto o tardi, che diminuisca il fervore o, alle volte, che perfino la sua sensibilità arrivi al livello zero. Così siamo provati nella nostra fede. Guai a noi, se in queste circostanze ci dimentichiamo che quanto abbiamo di buono viene da Dio! Se alla prima tentazione perdiamo l’entusiasmo e la fiducia, finiamo per sentire la legge della gravità che si riprende il peso della nostra miseria: infallibilmente moriamo. L’unica soluzione per noi è di imitare San Pietro, gridando: “Signore, salvami!”.

San Pietro si rendeva senz’altro conto di quanto fosse inutile la sua grande esperienza di navigazione, in quella tempesta. A nulla o a pochissimo gli sarebbe servito usare la sua abilità per nuotare di nuovo fino alla barca. Nuovamente appaiono le caratteristiche proprie della sua anima così espressiva e trasparente. Pieno di fede, generoso, intrepido e persino imprudente, facilmente passa dal maggior fervore al timore più dichiarato.
Nostro Signore salva San Pietro

Non viene mai a mancare l’aiuto di Dio, ma la nostra Fede

31 E subito Gesù stese la mano, lo afferrò e gli disse: “Uomo di

poca fede, perché hai dubitato?”

San Giovanni Crisostomo, ancora una volta, si distingue dagli altri commentatori focalizzando questo versetto con le seguenti parole: “Il Signore non ha ordinato ai venti di placarsi, ma ha afferrato Pietro, poiché era necessario che lui avesse fede; perché quando manca la nostra cooperazione, cessa anche l’aiuto di Dio. E per manifestargli che non era il furore del vento, ma la sua poca fede che lo faceva temere per la sua vita, gli ha detto: ‘Uomo di poca fede, perché hai dubitato?’”.12

Già Sant’Agostino trae da questo avvenimento una bella lezione spirituale: “Ognuno ha la sua tempesta nella passione che lo domina. Ami Dio? – cammini sulle acque e tieni ai tuoi piedi la paura del mondo. Ami il mondo? – esso ti sommergerà. Quando, però, il tuo cuore sarà agitato dal piacere, invoca la divinità di Cristo in modo da vincere le passioni”.13

Il famoso Maldonado, su questo passo, ci rievoca altri commenti fatti da grandi Dottori: “È dubbioso il motivo per il quale Cristo ha permesso che il suo Apostolo affondasse o dubitasse. Crisostomo e Teofilatto dicono che è stato perché egli non si insuperbisse per un così grande miracolo. E Girolamo scrive queste parole: ‘La fede ardeva nell’anima, ma la fragilità umana lo trascinava verso il fondo. Si permette a Pietro un po’ di tentazione affinché la sua fede aumenti ed egli intenda che è conservato, non per la facilità della richiesta, ma per il potere del Signore’”.14

I discepoli adorano il Figlio di Dio

32 Appena saliti sulla barca, il vento cessò. 33 Quelli che erano sulla

barca gli si prostrarono davanti, esclamando: “Tu sei veramente il Figlio di Dio!”

Gesù poteva perfettamente concludere il viaggio sostenendo San Pietro e, pertanto, camminando insieme a lui sulle acque; invece, con la sua paternità insuperabile, è venuto incontro al desiderio di coloro che si trovavano nella barca e ha deciso di salire nella stessa.

Non appena è salito sull’imbarcazione, seguito da San Pietro, il mare si è placato completamente. Come ci racconta un altro Evangelista, sono approdati poco tempo dopo. I grandi sforzi impiegati durante l’intera notte, li avevano fatti procedere solo fino a metà traversata, ma è bastato che Gesù salisse nella barca perché questa giungesse a riva “rapidamente” (Gv 6, 21).

Lo spirito dei discepoli era limitato, come quello dei loro compatrioti. I loro cuori erano ancora ciechi, al punto da non trarre tutte le conseguenze sul piano del soprannaturale, basate sulla fede, dei fatti che si stavano verificando nella vita pubblica del Signore o della stessa moltiplicazione dei pani e dei pesci. Così, di fronte ad ogni nuovo miracolo, erano colti di sorpresa e rimanevano sbalorditi.

Qui esiste, certamente, un parallelismo con coloro che si fanno guidare più dai sensi e dall’immaginazione che dalla fede e dalla ragione. Solo ora, dopo tutte queste realizzazioni uscite dalle mani del Salvatore, essi si prosternano e Lo adorano, lodandoLo nella sua filiazione eterna e divina.

Maldonado, a proposito di questo episodio, arriva alla seguente conclusione: “Si sono realizzati, dunque, cinque miracoli in una sola occasione: Cristo, secondo la mia opinione, ha camminato per aria incontro agli Apostoli; ha camminato sul mare; ha fatto camminare anche Pietro; ha dominato la tempesta e il vento; e la barca, non appena vi è salito, è giunta a terra”.15

Tutti questi miracoli, enumerati da Maldonado, mostrano quanto – al contrario della realtà terrestre, disprezzata ed evitata dal Salvatore al fine di preservare la sua vera vocazione messianica – il Padre conceda a Gesù una sovranità divina. Egli saprà approfittarne come un mezzo per strappare i suoi discepoli da un cammino interamente mondano di seduzione del potere e renderli, così, testimoni dell’autentica gloria del Regno.

III – L’invincibile aiuto di Gesù

Dando da mangiare a quella moltitudine, partendo da un così ristretto numero di pani e di pesci, Gesù ha dimostrato il suo potere sull’alimento, fatto, del resto, già constatato nelle Nozze di Cana. Scendendo dal monte, dopo aver trascorso la notte in preghiera, ha mostrato il suo dominio sulle acque, i venti e le onde in agitazione. E servendoSi di questi elementi per raggiungere i suoi discepoli, ha manifestato anche quanto la sua onnipotenza si applichi al suo sacro Corpo. La sensibilità dei suoi testimoni era, così, preparata alla rivelazione sull’Eucaristia, che in breve sarebbe stata fatta.

D’altro canto, la barca degli Apostoli, scossa dalla tempesta, potrebbe ben rappresentare l’immagine della Chiesa in lotta, nei mari di questo mondo, in piena notte, con l’obiettivo di sbarcare sulle rive del Regno Eterno. Essa è invincibile perché in questa solidità è stata eretta dal suo Fondatore e, per questo, resiste a tutte le forze che insorgono contro di lei.

Sulla montagna di Dio, Si trova Gesù, solo, a pregare. Nei momenti più critici, Egli viene in aiuto dell‘umana debolezza dei suoi. Niente costituirà un ostacolo per coloro che chiederanno la sua protezione. Si tratta di sapere cosa chiedere. Chi si lascia soggiogare dal timore, di fronte ai rischi e alle minacce, confidando più nelle proprie forze che in Gesù Cristo, sarà sconfitto. Al contrario, armandosi di una robusta e indistruttibile fede, tutto gli sarà possibile.

Malgrado i dolori, se qualcuno che sta vicino a Gesù sente l’impotenza della propria natura, un grido di soccorso sarà sufficiente a che Lui gli tenda la mano e lo porti sulla barca. Salendovi, gli elementi si placheranno con la sua semplice presenza e riuscirà ad approdare alle spiagge dell’Eternità. Sbarcando, intenderà con enorme consolazione il ruolo di Colei che ad un certo punto ha raccomandato: “Fate quello che vi dirà” (Gv 2, 5).

È con molta saggezza e a proposito, che Sant’Ilario così conclude: “E quando verrà il Signore, troverà la sua Chiesa stanca e accerchiata dai mali che l’Anticristo e lo spirito del mondo susciteranno. E come i costumi dell’Anticristo spingeranno i fedeli ad ogni genere di tentazioni, essi avranno paura persino della venuta di Cristo, per il timore che l’Anticristo infonderà loro per mezzo di false immagini e dei fantasmi che gli presenterà. Ma il Signore, che è tanto buono, allontana da loro questo timore, dicendo: ‘Sono Io’, e allontana, con la fede nella sua venuta, l’imminente pericolo”. 16

1) TUYA, OP, Manuel de. Biblia Comentada. Evangelios. Madrid:

BAC, 1964, v.V,p.343.

2) SAN GIOVANNI CRISOSTOMO. Omelia XLIX, n.3. In: Obras.

Homilías sobre el Evangelio de San Mateo (46-90). 2.ed.

Madrid: BAC, 2007, v.II, p.60.

3) Cfr. MALDONADO, SJ, Juan de. Comentarios a los Cuatro

Evangelios. Evangelio de San Mateo. Madrid: BAC, 1950, v.I, p.537.

4) SAN GIOVANNI CRISOSTOMO, op. cit., p.60.

5) LAGRANGE, OP, Marie-Joseph. Évangile selon Saint Matthieu.

7.ed. Paris: J. Gabalda,1948, p.293.

6) Cfr. Idem, p.294.

7) MALDONADO, op. cit., p.538.

8) GOMÁ Y TOMÁS, Isidro. El Evangelio explicado. Años primero

y segundo de la vida pública de Jesús. Barcelona: Rafael Casulleras,

1930, v.II, p.364.

9) Cfr. MALDONADO, op. cit. p.540.

10) SAN GIOVANNI CRISOSTOMO. Omelia L, n.1. In: Obras,

op. cit., p.74.

11) TUYA, op. cit., p.345.

12) SAN GIOVANNI CRISOSTOMO, op. cit., Omelia L, n.2, p.76.

13) SANT’AGOSTINO. Sermo LXXVI, n.9. In: Obras. Madrid: BAC,

1983, v.X, p.398.

14) MALDONADO, op. cit., p.542.

15) Idem, p.543.

16) SANT’ILARIO DI POITIERS. Commentarius in Evangelium Matthæi.

C.XIV, n.14: ML 9, 742.

San Domenico di Guzmán

Domenico nacque il 24 giugno 1170, nel piccolo villaggio di Caleruega, nella Vecchia Castiglia, oggi Spagna. Apparteneva ad una famiglia illustre e nobile, molto ricca e cattolica: i suoi genitori erano Felice di Guzman e Giovanna d’Aza ed i suoi fratelli, Antonio e San Domenico di Guzman.jpgMannes. Il primo divenne sacerdote e morì in odore di santità. Il secondo, con la madre, è stato beatificato dalla Chiesa.

In questo presepe esemplare, il piccolo Domenico percorreva la stessa strada di servire Dio. Anche il suo nome è stato scelto in onore di San Domenico di Silos, perché sua madre, prima della nascita di Domenico, fece una novena al santuario del santo abate. E come vuole la tradizione, il settimo giorno egli sarebbe apparso per annunciare che il suo bambino, non ancora nato, sarebbe un santo per la Chiesa Cattolica.

Domenico si dedicò agli studi, diventando una persona di grande cultura. Ma mai lasciò la carità da parte. A Palencia, la città dove si è laureato, sorprese tutti con la vendita di oggetti della sua camera, tra cui i costosi pergameni utilizzati negli studi, per avere un po’ di soldi, e con esso nutrire i poveri e gli ammalati.

A ventiquattro anni, sentendo la chiamata, ricevé l’ordinazione sacerdotale. Fu inviato alla Diocesi di Osma, dove si distinse per la competenza e l’intelligenza. Ben presto fu invitato ad assistere il re Alfonso VII nei lavori diplomatici del suo governo e anche per rappresentare la Santa Sede, in alcune delle loro difficili missioni.

Durante il Medioevo, periodo in cui visse, c’era l’eresia degli albigesi o catari, emersi nel sud della Francia. Papa Innocenzo III lo mandò lì, insieme a Diego Aceber, suo compagno, al fine di combattere i cattolici reincarnazionisti. Ma a causa della morte improvvisa di questo caro amico, Domenico dové affrontare la missione francese da solo. E lo fece in modo molto efficace, utilizzando solo l’esempio della sua vita e la predicazione della vera Parola di Dio.

Nel 1207, a Santa Maria de Prouille, Domenico fondò il primo monastero del Secondo Ordine, di monache, rivolto alle giovani che, a causa della carestia, erano condannate a una vita di peccato.

La santità di Domenico guadagnava fama crescente, attirando le persone che volevano seguire il suo modello di ministero. Così, nacque il piccolo gruppo chiamato “Frati Predicatori”, dal quale faceva parte suo fratello di sangue, il Beato Mannes.

Nel 1215, da questa fraternità, Domenico decise di fondare un Ordine, offrendo una nuova proposta di evangelizzazione cristiana e di vita apostolica. Essa fu presentata a Papa Innocenzo III, che nello stesso anno, durante il Concilio Lateranense IV, concesse la prima approvazione. L’anno seguente, il suo successore, Papa Onorio III ha rilasciato l’approvazione definitiva, dandogli il nome di Ordine dei Frati Predicatori, o Domenicani. Allora, diventarono conosciuti come uomini saggi, poveri e austeri, avendo come caratteristiche essenziali la scienza, la pietà e la predicazione.

Nel 1217, per attirare i giovani accademici al clero, il fondatore stabilì che le Case dell’Ordine fossero istituite nelle principali città universitarie d’Europa, che al momento erano Bologna e Parigi. Lui si stabilì a Bologna, in Italia, dove si dedicò allo splendido sviluppo della sua opera, presiedendo tra il 1220 e il 1221 i primi due capitoli generali per il progetto della scritta definitiva della “Carta Magna” dell’Ordine.

L’8 agosto 1221, con soli 51 anni di età, morì. Fu canonizzato da Papa Gregorio IX, che gli dedicò la sua particolare stima e amicizia, nel 1234. San Domenico fu sepolto nella cattedrale di Bologna ed è adorato nel giorno della sua morte, come Patrono Perpetuo e Difensore di quella città. *******

L’uomo Santo che ha ricevuto il Rosario dalle mani della Vergine

Come il Santo Rosario è arrivato alle mani di San Domenico? Egli era nella cappella del convento delle monache del primo monastero dell’Ordine Domenicano a pregare per la redenzione delle anime. In questo momento gli apparve la Madonna gli apparve e gli diede il Rosario … Fu allora che San Domenico con il suo zelo ardente cominciò a predicare il Rosario e a convertire migliaia di eretici alla fede cattolica.

I demoni rivelano qual’è il Santo più temuto da loro

Un giorno, mentre San Domenico predicava il Rosario presso Carcassonne, portarono alla sua presenza un eretico che, posseduto dal demonio, predicava contro il Santo Rosario. C’erano più di 12 mila persone nella predicazione. I demoni che possedevano quello sfortunato erano obbligati a rispondere alle domande di San Domenico, con molto imbarazzo.

1 – C’erano quindici mila di loro nel corpo di quel povero uomo, perché lui aveva attaccato i quindici misteri del Rosario – ecco, che il quarto mistero (luminoso) è stato recentemente aggiunto il rosario;

2 – Continuarono a testimoniare che, quando San Domenico predicava il Rosario, lui imponeva la paura e l’orrore nelle profondità dell’inferno e che lui era l’uomo che i demoni più odiavano nel mondo, a causa delle anime che lui strappò da loroSan Domenico di Guzman.jpgattraverso la devozione al Santo Rosario; rivelarono ancora diverse altre cose.

San Domenico mise il suo Rosario intorno al collo del posseduto e chiese che i demoni gli dicessero chi, di tutti i santi del cielo loro temevano di più, e chi dovrebbe quindi essere più amato e venerato dagli uomini. In questo momento, hanno emesso un gemito inesprimibile, in cui la maggior parte delle persone caddero a terra, svenute per la paura … – dobbiamo ricordare che il diavolo è il padre della menzogna e in questo momento lui si fa di vittima di San Domenico – e dissero:

– Domenico, ti supplichiamo, per la passione di Gesù Cristo e per i meriti di sua Madre e di tutti i santi, ci lasci uscire da questo corpo senza parlare più, perché gli angeli risponderanno alla tua domanda in qualsiasi momento …

San Domenico si inginocchiò e pregò la Madonna perché costringesse i nemici a proclamare tutta la verità e nient’altro che la verità. Aveva appena finito di pregare, quando vide la Santa Vergine vicino a lui, circondata da una moltitudine di angeli – solo Domenico era in grado di vederla. Lei colpì l’uomo posseduto con una verga d’oro e disse: – Risponda al mio servo Domenico immediatamente. – Quindi i demoni cominciarono a gridare:

– Ò, tu che sei la nostra nemica, la nostra rovina e distruzione, perché sei venuta giù dal cielo, solo per torturarci così crudelmente? Ò, avvocato dei peccatori, tu che togli le prede dell’inferno, che siete la strada giusta per il cielo, dobbiamo, per il nostro stesso dolore, dire tutta la verità e confessare davanti a tutti, chi è la causa della nostra vergogna e della nostra rovina? Ò, poveri noi, principi delle tenebre, quindi ascoltate bene, voi cristiani: la Madre di Gesù Cristo è onnipotente e può salvare i suoi servi di cadere nell’Inferno. Lei è il sole che distrugge l’oscurità della nostra astuzia e sottigliezza. È lei che scopre i nostri progetti nascosti, rompe le nostre insidie ??e rende le nostre tentazioni inutili e senza effetto. Dobbiamo dire, però a malincuore, che nessuna anima che davvero abbia perseverato nel suo servizio è stata condannata da noi; un semplice sospiro che essa offra alla Santissima Trinità è più prezioso di tutte le preghiere, desideri e aspirazioni di tutti i santi.

Il Santo insistì a tutti di pregare il Rosario ad alta voce. Ad ogni Ave Maria, la Vergine faceva uscire cento demoni dal corpo di quell’eretico, in forma di carboni ardenti.

Dopo essere stato guarito, abiurò tutti i suoi errori e si convertì, insieme agli altri amici, toccati dalla potenza del Rosario. La ricompensa per quelli che attirano altri alla devozione del Santo Rosario è enorme.

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