I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia

L’Eucaristia, l’Immacolata e il Sommo Pontefice!

Autore: Araldi del Vangelo (Page 1 of 56)

Santi primi martiri della Chiesa di Roma

Il giorno dopo la solennità dei santi Pietro e Paolo, la Chiesa celebra i moltissimi martiri cristiani che furono uccisi brutalmente durante la prima persecuzione a Roma, avvenuta sotto Nerone e iniziata nel 64.

Il giorno dopo la solennità dei santi Pietro e Paolo, la Chiesa celebra i moltissimi martiri cristiani che furono uccisi brutalmente durante la prima persecuzione a Roma, avvenuta sotto Nerone e iniziata nel 64. Fino a quell’anno la comunità cristiana romana aveva vissuto in pace, ma gli eventi del mese di luglio – quando scoppiò il terribile incendio che devastò la capitale dell’impero dal Palatino all’Aventino – cambiarono radicalmente la situazione. Poiché tra il popolo vi erano sospetti che il rogo fosse stato voluto da Nerone, il quale nell’ordinare la riedificazione della città si fece costruire l’immensa Domus Aurea (quando fu pronta, secondo Svetonio, disse di poter finalmente vivere «come un essere umano»), l’imperatore fece ricadere ingiustamente la colpa sui cristiani.

Così riferisce Tacito (c. 55-120) negli Annales: «Perciò, per far cessare tale diceria, Nerone si inventò dei colpevoli e sottomise a pene raffinatissime coloro che il volgo, detestandoli per le loro nefandezze, chiamava cristiani. Origine di questo nome era Cristo […]». Ai fedeli in Cristo venivano attribuite «nefandezze» perché si rifiutavano di adorare le divinità pagane ed erano perciò considerati ‘atei’ (Tertulliano scriverà al riguardo che «i pagani attribuiscono ai cristiani ogni pubblica calamità, ogni flagello»). Quali furono invece le «pene raffinatissime» riferite da Tacito? Lo racconta ancora lo stesso storico latino: «A quelli che andavano a morire si aggiungevano beffe: coperti di pelli ferine, perivano dilaniati dai cani, o venivano crocifissi oppure arsi vivi in guisa di torce, per servire da illuminazione notturna al calare della notte. Nerone aveva offerto i suoi giardini e celebrava giochi circensi, mescolato alla plebe in veste d’auriga o ritto sul cocchio».

Anche san Clemente (†100), terzo successore di san Pietro, riferisce che molte esecuzioni avvennero nei giardini sul Vaticano, dove sorgeva il circo di Nerone. Le crudeltà contro i cristiani suscitarono tuttavia dei sentimenti di compassione in buona parte del popolo, come scrive sempre Tacito: «Benché si trattasse di rei, meritevoli di pene severissime, nasceva un senso di pietà, in quanto venivano uccisi non per il bene comune, ma per la ferocia di un solo uomo», appunto Nerone. Sotto questa viva impressione popolare l’imperatore attenuò le sue crudeltà, preferendo perlopiù condannare i cristiani ai lavori pubblici necessari a riedificare Roma, ma comunque questa prima ondata di persecuzioni imperiali si arrestò solo con la morte di Nerone, nel 68, un anno dopo il martirio di Pietro e Paolo.

Tra coloro che provvidero alla sepoltura dei due Apostoli vi furono le sante Basilissa e Anastasia (†68), che poi subirono a loro volta il martirio. I loro nomi, tra la vasta schiera di martiri di quel tempo, sono tra i pochissimi a essere conosciuti (insieme ai santi Edisto, Martiniano, Processo e Torpè, quest’ultimo martirizzato nei pressi di Pisa). Presumibilmente è a loro che si riferiva il Martirologio Geronimiano, che alla data del 29 giugno ricordava, per Roma, un gruppo di moltissimi martiri anonimi. È possibile che le loro reliquie vennero riunite in sepolcri comuni, i poliandri di cui parla Prudenzio in uno degli inni del suo Peristephanon, dove spesso si annotava il numero dei martiri senza scrivervi i nomi che «solo Gesù Cristo conosce».

Pietro e Paolo: Apostoli della nascita della Chiesa!

Pensiero per la solennità dei Santi Pietro e Paolo!

GRANDE SOLENNITÀ QUEST’OGGI DEI SANTI PIETRO E PAOLO!
Della Fede e della Chiesa l’uno rappresenta la FERMEZZA e l’altro la PERSEVERANZA: Possano intercedere per tutti noi e donare alla Chiesa militante il coraggio necessario!
Auguri a tutti coloro che portate il nome di questi grandi e gloriosi Santi!

29 giugno: Santi Pietro e Paolo

Un semplice pescatore della Betsaida proclama che il figlio di un falegname è realmente Figlio di Dio, per natura. Costui, in seguito, annuncia che edificherà un’opera indistruttibile e lascerà in mano del suo amministratore “le chiavi del Regno del Cielo”. L’ambiente che lo circonda è povero, arido, ma di una certa grandezza. Lì è piantato il grano di senape, dal quale nasceranno le chiese, le cerimonie, le università, i martiri, dottori e santi, insomma la Santa Chiesa Cattolica Apostolica e Romana.

I – Considerazioni iniziali

È difficile incontrare qualcuno che abbia mai messo in dubbio la consonanza della sonorità di cristalli armonici. Basta un semplice tocco, in uno solo di loro, affinché anche gli altri risuonino. È, addirittura, una prova per riconoscere l’autenticità di questa o quella coppa.

Così avviene anche nel campo delle anime. Discerniamo quella che è visceralmente cattolica e con facilità la differenziamo dalla debole, atea o eretica, quando facciamo “risuonare” una semplice nota: l’amore al Papato, qualunque sia il Papa. Diventano incandescenti le anime ferventi, indifferenti quelle deboli, indisposte alcune, ecc.

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 Statua di San Pietro rivestita coi
paramenti pontificali

Basilica Vaticana

Questo è dunque l’argomento del Vangelo di oggi. Per prepararci a contemplare le prospettive che esso ci manifesta, ci è parso opportuno riprodurre le considerazioni trascritte di seguito. Potremo, in questo modo avere una nozione della qualità del “cristallo” della nostra anima:

“Tutto ciò che nella Chiesa esiste quanto a santità, autorità, virtù soprannaturale, tutto questo, ma proprio tutto senza eccezione alcuna, né condizione, né restrizione, è subordinato, condizionato, dipendente dall’unione alla Cattedra di San Pietro. Le istituzioni più sacre, le opere più venerabili, le tradizioni più sante, le persone più cospicue, tutto quanto insomma che possa esprimere più genuinamente e altamente il Cattolicesimo e ornare la Chiesa di Dio, tutto questo diventa nullo, maledetto, sterile, degno del fuoco eterno e dell’ira di Dio, se disgiunto dal Romano Pontefice.

Conosciamo la parabola della vite e dei tralci. In questa parabola, la vite è Nostro Signore, i tralci sono i fedeli. Ma siccome Nostro Signore Si è legato indissolubilmente alla Cattedra Romana, si può dire con tutta sicurezza che la parabola sarebbe vera raffigurando la vite come la Santa Sede, e i tralci come le varie Diocesi, Parrocchie, Ordini Religiosi, istituzioni particolari, famiglie, popoli e persone che costituiscono la Chiesa e la Cristianità.

Tutto questo sarà veramente fecondo soltanto nella misura in cui sarà in intima, calorosa, incondizionata unione con la Cattedra di San Pietro.

‘Incondizionata’, abbiamo detto, e a ragione. In morale, non ci sono condizionalismi legittimi. Tutto è subordinato alla grande ed essenziale condizione di servire Dio. Dato che il Santo Padre è infallibile, l’unione al suo infallibile magistero può solamente essere incondizionata.

Per questo, è segno di vigore spirituale, un’estrema suscettività, un fremito delicatissimo e vivace dei fedeli per tutto quanto riguardi la sicurezza, gloria e tranquillità del Romano Pontefice. Dopo l’amore a Dio, è questo il più alto degli amori che la Religione ci insegna. L’uno e l’altro amore addirittura si confondono. Quando Santa Giovanna d’Arco fu interrogata dai persecutori che la volevano uccidere, e che per questo scopo cercavano di farla cadere nell’errore teologico con qualche domanda capziosa, ella rispose: ‘Quanto a Cristo e alla Chiesa, per me sono una cosa sola’. E noi possiamo dire: ‘ Per noi, tra il Papa e Gesù Cristo non c’è differenza’. Tutto quanto si dice relativamente al Papa riguarda direttamente, intimamente, indissolubilmente, Gesù Cristo”1.

II – Il Vangelo: “Tu es Petrus”

Domanda di Gesù e circostanze nelle quali fu formulata

Essendo giunto Gesù nella regione di Cesarèa di Filippo, chiese ai suoi discepoli: “La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?”.

La città nella quale si svolge il Vangelo di oggi era stata costruita dal tetrarca Filippo che, per attirarsi la simpatia dell’imperatore Cesare Augusto, le diede il nome di Cesarea. La Storia non conosce l’esatto percorso intrapreso dal Signore e dagli apostoli in quel momento degli avvenimenti; l’ipotesi più probabile è quella che avessero attraversato la via di Damasco a Gerusalemme, presso il ponte delle Figlie di Giacobbe.

Il territorio dove nasce il fiume Giordano, compreso tra Giulia e Cesarea, è roccioso, solitario e accidentato. Fu in questa località montuosa e pietrosa che Erode il Grande, eresse un vistoso tempio di marmo bianco in omaggio all’imperatore Cesare Augusto. Calcando le pietre di questa regione, forse alla vista di questo tempio in cima alle rocce, avvenne che si stabilì il dialogo durante il quale diventarono esplicite per gli apostoli la natura divina di Gesù e l’edificazione della Santa Chiesa.

Conviene non dimenticarci quanto la divina pedagogia di Gesù scegliesse gli accidenti della natura sensibile per uno scopo didattico, in modo che chi ascoltava potesse comprendere meglio le realtà invisibili dell’universo della fede. A questo proposito, sono innumerevoli i casi che meriterebbero di essere citati, ma ci basta ricordare il modo in cui Egli ha convocato i due fratelli pescatori, Pietro e Andrea: “Seguitemi ed Io vi farò pescatori di uomini” (Mt 4, 19).

Non si tratta, pertanto, di basarci su ragioni meramente poetiche per supporre che lo svolgimento di questo dialogo si sia verificato sulle pietre; contiene un elevato tenore simbolico. Lì erano presenti le rocce che dovevano perpetuarsi e la contemplazione di queste creature minerali, frutto della sua onnipotenza, rendeva più bella la solenne profezia dell’edificazione della sua indistruttibile Chiesa.

Alcuni autori mettono in risalto un altro importante aspetto: il fatto che Gesù abbia scelto una regione appartenente al mondo pagano per manifestarSi come Figlio di Dio e fondare il primato della sua Chiesa. Essi interpretano come un preannuncio del rifiuto del regno messianico, da parte dei giudei, e il loro definitivo trasferimento in seno ai gentili.

“Un giorno, mentre Gesù si trovava in un luogo appartato… ” (Lc 9, 18). Secondo il racconto di San Luca, tutta la conversazione narrata nel Vangelo di oggi si realizzò dopo che Gesù Si era ritirato e Si era lasciato “perdere”, con le sue facoltà umane, nelle infinitezze del suo Padre eterno. Egli utilizzò questo mezzo infallibile di azione, la preghiera, per conferire radici e linfa immortali all’opera che avrebbe lanciato.

Secondo la Glossa, “volendo confermare i suoi discepoli nella fede, il Salvatore comincia con l’allontanare dal loro spirito le opinioni e gli errori che altri avrebbero potuto infondergli” 2; ossia, invitandoli ad avere una chiara coscienza degli equivoci dell’opinione pubblica riguardo alla Sua identità, fortificava in loro le convinzioni. È curioso il commento di San Giovanni Crisostomo sul carattere “sommamente malizioso” 3 del giudizio emesso dagli scribi e dai farisei riguardo al Signore, molto differente da quello dell’opinione pubblica che, malgrado fosse erroneo, non era mosso da nessuna malizia.

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Dettaglio del quadro “Cristo consegna le chiavi a San Pietro”, di
Vicente Catena – Museo del Prado, Madrid

Gesù non chiede che cosa pensino gli altri di Lui, ma cosa pensino riguardo al Figlio dell’Uomo, ” al fine di sondare la fede degli apostoli e dar loro l’occasione di dire liberamente quello che sentivano, sebbene Egli non oltrepassasse i limiti di quello che avrebbe potuto suggerirgli la sua santa Umanità” 4. Con tutte le conoscenze che Gli erano proprie, dal divino allo sperimentale, Gesù sapeva quali erano le opinioni che circolavano sulla Sua persona, non aveva bisogno, pertanto, di informarSi; desiderava piuttosto portarli a proclamare la verità contestando gli equivoci dell’opinione pubblica.

Il popolo non considerava Gesù come il Messia

Risposero: “Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcu- no dei profeti”.

Gli apostoli avevano una nozione esatta del giudizio che gli “uomini” di allora si erano fatti a proposito del Signore.

Malgrado ogni evidenza, i miracoli, la dottrina nuova dotata di potenza, ecc., il popolo non Lo considerava come il Messia tanto atteso. Gesù appariva agli occhi di tutti come la resurrezione o la riapparizione di profeti precedenti. Non trovavano in Lui l’efficace magnificenza del potere politico, così essenziale per la realizzazione del mirabolante sogno messianico che li inebriava. Di conseguenza Lo immaginavano come il Battista risorto, o Elia, in quanto più specificamente un precursore, o addirittura un Geremia, legittimo difensore della nazione teocratica (cfr. 2º Mac 2, 1-12).

Si vede chiaramente in questo versetto come lo spirito umano sia incline all’errore e come facilmente si allontani dalla vera ottica della salvezza. Ma, almeno, quei suoi contemporanei ancora discernevano qualcosa di grandioso in Gesù. Sarebbe interessante chiederci come Egli sarebbe visto dall’umanità globalizzata, scientifista e relativista dei nostri giorni.

Pietro Lo riconosce come Figlio di Dio

Disse loro: “Voi chi dite che io sia?”.

Sottolinea molto bene San Giovanni Crisostomo l’essenza di questa seconda domanda 5. Senza confutare gli errori di valutazione degli altri, Gesù vuole udire dalle stesse labbra dei suoi più intimi il giudizio che di Lui hanno. Per render loro facile la proclamazione della Sua divinità, non usa qui il titolo umile di Figlio dell’Uomo.

Rispose Simon Pietro: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”.

Pietro parlava interpretando l’opinione di tutti, in quanto era il più fervente e il principale 6, quantunque non fosse la prima volta che Gesù era riconosciuto come Figlio di Dio. Già Natanaele (cfr. Gv 1, 49), gli apostoli dopo la tempesta nel mare di Tiberiade (cfr. Mt 14, 33) e lo stesso Pietro (cfr. Gv 6, 69) avevano manifestato questa convinzione. Sola fides! Qui non c’è alcun elemento emozionale o sensibile, come in circostanze precedenti. Tra le rocce fredde di un ambiente naturale, lontano da avvenimenti coinvolgenti e dall’agitazione delle turbe o delle onde, soltanto la voce della fede si fa udire.

“Una prova certissima è che Pietro chiamò Cristo Figlio di Dio per natura, quando Lo contrappose a Giovanni, a Elia, a Geremia e ai profeti, i quali erano stati – è chiaro – figli di Dio per adozione” 7. Inoltre, come commenta lo stesso Maldonado, Pietro dà a Dio il titolo di “vivo” per distinguerLo dagli dei pagani che sono sostanze morte. Infine, l’articolo – come di solito accade nella lingua greca – precedendo il sostantivo “figlio”, designa “figlio unico” secondo natura, e non uno fra tanti.

La scienza umana non ha la forza per raggiungere l’unione ipostatica

E Gesù, rispondendo gli disse: “Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli.

Nel felicitarsi con il suo apostolo, Gesù valuta l’affermazione di Pietro riguardo la sua filiazione e, pertanto, la sua natura divina e consustanzialità con il Padre. Su questo particolare sono unanimi i commentatori. Era un costume giudaico indicare la filiazione della persona per metterne in risalto l’importanza; in questo caso concreto c’era l’intenzione di manifestare quanto “Cristo è tanto naturalmente il Figlio di Dio come Pietro è figlio di Giona, cioè, della stessa sostanza di colui che lo ha generato”8.

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Il fondamento è Pietro e tutti i suoi successori, i romani 
pontefici, poiché, in caso contrario, non perdurerebbe
l’esistenza dell’edificio

Piazza di San Pietro – Vaticano

Le parole di Pietro non sono frutto di un ragionamento che si basi su una semplice conoscenza sperimentale. Non erano state poche le guarigioni subito dopo le quali i beneficiati conferivano con esclamazioni al Salvatore il titolo di “Figlio di Davide” (cfr.Mt 15, 22; Mc 10, 47, ecc.), noto come uno degli appellativi del Messia. Gli stessi demoni, incontrandosi con Lui, Lo proclamavano “il Santo di Dio” (Lc 4, 34), “il Figlio di Dio” (Lc 4, 41), “Figlio dell’Altissimo” (Lc 8, 28; Mc 5, 7).

Egli stesso aveva dichiarato di essere “Signore del sabato” (Mt 12, 8), e dopo la moltiplicazione dei pani la moltitudine voleva acclamarLo “Re” (Gv 6, 15). Così come questo, molti altri passi potrebbero facilmente indicarci le profonde impressioni prodotte da Gesù sui suoi discepoli9. Ma, in nessuna occasione precedente Pietro ricevette un tale elogio proveniente dalle labbra del Salvatore. In questo passo, egli “è felice perché ha avuto il merito di alzare il suo sguardo oltre ciò che è umano e, senza soffermarsi su ciò che proveniva dalla carne e dal sangue, contemplò il Figlio di Dio per un effetto della rivelazione divina e fu giudicato degno di essere il primo a riconoscere la Divinità di Cristo”10.

Pertanto l’affermazione di Pietro si realizzò sulla base di un discernimento penetrante, lucido e comprensivo della natura divina del Figlio di Dio.

La scienza, la genialità e qualsiasi altro dono umano non hanno la forza sufficiente per attingere le vaste pianure dell’unione ipostatica realizzata nel Verbo Incarnato. È indispensabile che sia rivelata dallo stesso Dio e accettata dall’uomo. Ma l’uomo senza fede si aggrappa alle sue idee, tradizioni e studi, respingendo, a volte, le prove più evidenti, come sono per esempio i miracoli. Per costui, Gesù non è altro che, al massimo, un saggio o un profeta. Ci saranno anche coloro che non Lo vedranno se non come “il figlio del falegname” (Mt 13, 55).

Questa è la nostra fede insegnata dalla Chiesa, rivelata dallo stesso Dio, annunciata dal Figlio, l’inviato del Padre e confermata dallo Spirito Santo, inviato dal Padre e dal Figlio.

Le verità della fede non sono frutto di sistemi filosofici, né dell’elaborazione di grandi saggi.

Gesù edifica la Sua Chiesa su Pietro

E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa.

Molto ispirata oltre che indispensabile ed eccellente è la seguente affermazione di Origene: “Nostro Signore non specifica se è contro la pietra sulla quale Cristo ha edificato la sua Chiesa o se è contro la stessa Chiesa, costruita sopra la pietra, che le porte dell’inferno non prevarranno. Ma è evidente che esse non prevarranno né contro la pietra né contro la Chiesa”11.

Sì, perché per distruggere questa pietra, ossia, il Vicario di Gesù Cristo sulla Terra, sono stati impiegati molti sforzi da parte di un considerevole numero di eretici, nel tentativo di scuotere il sacro edificio della Chiesa a partire dal suo fondamento, che è la gioia, la consolazione e il trionfo dei veri cattolici. In questo “edificherò” si trova il reale annuncio del Regno di Gesù. Il grande e divino disegno comincia a delinearsi con questo nome, fino ad allora mai usato: “la mia Chiesa”.

Il piano di Gesù è proclamato sulle rocce di Cesarea, dallo stesso Figlio di Dio, che Si presenta come un divino architetto a erigere questo edificio indistruttibile, grandioso e santissimo, la società spirituale, costituita da uomini: militante sulla Terra, sofferente in Purgatorio, trionfante nel Cielo. L’insieme di tutti coloro che si uniscono sotto la stessa fede, in questa Terra, si chiama Chiesa. Di questa, il fondamento è Pietro e tutti i suoi successori, i romani pontefici, poiché, in caso contrario, non perdurerebbe l’esistenza dell’edificio. Ecco un punto vitale della nostra fede: “il fatto che la Chiesa è edificata sullo stesso Pietro” – che del resto – “è ammesso da tutti gli autori antichi, eccetto gli eretici”12.

Un solo corpo e un solo spirito intorno al Successore di Pietro

“Ci sono nella Chiesa molte persone costituite in autorità, alle quali dobbiamo restare uniti con l’obbedienza. Intanto, tutta questa varietà deve ridursi ad un prelato primo e supremo, in cui principalmente si concentri il principato universale su tutti. Deve ridursi non solo a Dio e a Cristo, ma anche al Suo vicario; e questo non per statuto umano, ma per statuto divino, mediante il quale Cristo designa San Pietro principe degli apostoli, stabiliti questi, a loro volta, come principi nella Terra. Cristo ha fatto questo molto convenientemente, perché così lo esigevano l’ordine della giustizia universale, l’unità della Chiesa e la stabilità, tanto di questo ordine, quanto di questa unità” 13.

Il “Tu sei Pietro…” sarà applicato a tutti coloro che sono scelti in conclave per sedersi sulla Cattedra dell’Infallibilità.
Così, è morto Pietro, ma non il Papa, ed è intorno a lui che la Chiesa conserva la sua unità.

“Facile è la prova che conferma la fede e compendia la verità. Il Signore parla a San Pietro e gli dice: ‘Io ti dico che tu sei Pietro’ (Mt 16, 18). Ed in un altro passo, dopo la sua resurrezione: ‘Pasci le mie pecore’ (Gv 21, 17). Solamente su di lui edifica la sua Chiesa, e lo incarica di pascere il suo gregge. E sebbene conferisca uguale potere a tutti gli apostoli e dica loro: ‘Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi’ (Gv 20, 21), senza dubbio, per manifestare l’unità, ha stabilito una Cattedra, e con la sua autorità ha disposto che l’origine di questa unità si fondasse in uno. Sicuramente, tutti gli apostoli eranocome Pietro, ornati con la stessa partecipazione di onore e potere; ma il principio deriva dall’autorità, e a Pietro fu dato il Primato per dimostrare che una sola è la Chiesa di Cristo e una la Cattedra. Tutti sono pastori, ma c’è un solo gregge istruito dagli apostoli di comune accordo […].

Può avere fede chi non crede in questa unità della Chiesa? Può pensare di trovarsi nella Chiesa chi si oppone e le resiste, chi abbandona la Cattedra di Pietro, sulla quale essa è fondata? San Paolo insegna pure lui la stessa cosa, e manifesta il mistero dell’unità, dicendo: ‘Esiste un solo corpo e un solo spirito, come una sola è speranza, quella della vostra vocazione. Un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo, un solo Dio’ (Ef 4, 4-6)” 14.

Giurisdizione piena, suprema e universale

Se leggiamo gli Atti degli Apostoli, troveremo Pietro che esercita questo supremo potere, parlando in primo luogo nelle riunioni degli apostoli, proponendo quello che si deve fare, inaugurando la missione apostolica, chiudendo le discussioni con la sua parola, ecc. Così si è perpetuata, nel corso di due millenni, la giurisdizione e il magistero dei papi.

Ogni successore di Pietro possiede la vera giurisdizione, poiché ha il potere di promulgare leggi, giudicare e imporre pene, in forma diretta, in materia spirituale, e indiretta, nel campo temporale, sempre che si presenti come necessaria per ottenere beni spirituali. Questa giurisdizione è piena: non esiste potere nella Chiesa che non risieda nel Papa. È universale, ossia, tutti i membri della Chiesa (fedeli, sacerdoti e vescovi) a lui sono sottomessi.

È, inoltre, suprema: il Papa al di sopra di tutti, nessuno al di sopra di lui. Perfino i Concili Ecumenici non possono realizzarsi se non sono convocati e presieduti da lui. Gli stessi statuti conciliari non lo obbligano, avendo lui il potere di mutarli o di derogarli.

Magistero infallibile

Altrettanto si può affermare a proposito di una analoga e grande funzione di Pietro e dei suoi successori: il supremo Magistero che, come colonna che sostiene la Chiesa, non può essere fallibile. Il Papa è infallibile parlando ex cathedra, ossia, in quanto dottore di tutti i cristiani, definendo con autorità apostolica dottrine sulla fede e la morale, che devono essere accettate da tutta la Chiesa universale. Qui sta il motivo per il quale “le porte dell’inferno” non potranno sovrapporsi a un edificio costruito sulla pietra che è Pietro.

“Dolce Cristo sulla Terra”

“A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”

Cristo sarebbe tornato al Padre, lasciando nelle mani di Pietro le chiavi della sua Chiesa. “Chi ha l’uso legittimo ed esclusivo delle chiavi di una casa o di una città, costui è l’amministratore, il sovrintendente supremo che ha ricevuto i poteri del suo signore. La Chiesa è il regno dei Cieli in questo mondo; la Chiesa Trionfante sarà il regno definitivo ed eterno dei Cieli, prolungamento di questa stessa Chiesa della Terra, ormai purificata da ogni impurità. Pietro avrà il potere di aprire e chiudere l’entrata in questa Chiesa temporale e, conseguentemente, in quella eterna” 15.

Il capo di questo corpo mistico sarà sempre Cristo Gesù. Nel corso della Storia dell’umanità, Egli sarà il capo invisibile, ma lascia tra noi un Pietro accessibile, il “dolce Cristo sulla Terra” (espressione usata da Santa Caterina da Siena) che tutti dobbiamo amare come un buon padre, obbedire persino alle sue più lievi insinuazioni e consigli, onorare come un supremo monarca, re dei re.

III – Nasce un’opera indistrutti bile

Desta meraviglia lo svolgersi di questo avvenimento storico avvenuto nella “regione di Cesarea di Filippo”. Un semplice pescatore della Betsaida proclama che il figlio di un falegname è realmente Figlio di Dio, per natura. Costui, successivamente, annuncia che edificherà un’opera indistruttibile e lascerà nelle mani del suo amministratore, con pieni poteri di giurisdizione e magistero, “le chiavi del Regno del Cielo”. L’ambiente che li circonda è povero, arido ma ha una sua grandezza. Lì è piantato “il chicco di senape”, dal quale nasceranno le chiese, le cerimonie, le università, i martiri, dottori e santi, insomma la Santa Chiesa Cattolica Apostolica e Romana.

Sono trascorsi due millenni e, dopo tante e catastrofiche tempeste, questa “nave di Pietro” continua incrollabile, avendo Cristo, con potere assoluto, al suo centro. Nessun’altra istituzione ha resistito alla corruzione prodotta dalle deviazioni morali o dalla perversione della ragione e dell’egoismo umano. Soltanto la Chiesa ha saputo affrontare le teorie caotiche, opponendo loro la verità eterna; raffreddare l’egoismo, la violenza e la voluttà, utilizzando le armi della carità, giustizia e santità; pervadere e riformare i poteri dispotici e materialisti di questo mondo, con la solenne e disarmata influenza di una saggia, serena e materna autorità.

Non potevano mani meramente umane erigere un’opera tanto portentosa, solo la virtù stessa di Dio poteva essere capace di conferire santità ed elevare alla gloria eterna uomini concepiti nel peccato.

1 CORRÊA DE OLIVEIRA, Plinio. A Guerra e o Corpo Místico, in “O Legionário”, del 16/4/1944.
2 AQUINO, San Tommaso de. Catena Aurea.
3 CRISÓSTOMO, San Giovanni.
Omelia 54 sul Vangelo di San Matteo, § 1.
4 MALDONADO, SJ, P. Juan de.
Comentario a los cuatro Evangelios.
Madrid: BAC, 1950, vol. I, pag. 579.
5 Cfr. CRISOSTOMO. Op. cit. § 1.
6 Cfr. CRISOSTOMO. Idem ibidem.
7 MALDONADO, Op. cit. pag.
580.
8 CRISOSTOMO. Op. Cit. § 3.
9 Si veda il suo potere di perdonare i peccati, in Mt 9, 6; la sua superiorità sul Tempio, in Mt 12, 6; il sospetto sul suo carattere messianico, in Mt 12, 23; ecc.
10 ILARIO DE POITIERS, San, In Evangelium Matthaei Commentarius, cap.XVI.
11 Apud AQUINO. Catena Aurea.
12 MALDONADO. Op. cit.
pag.584.
13 BONAVENTURA, San. La perfezione evangelica, cap. 4 a. 3 concl.
in Obras de San Buenaventura.
Madrid: BAC, 1949, t. 6, pag. 309.
14 CIPRIANO, San. De unitate ecclessia, § 4.
15 GOMÁ Y TOMÁS, Dr. D. Isidro.
El Evangelio Explicado. Barcelona: Ediciones Acervo, 1967, vol.II, pag.38.

(Revista Araldi Del Vangelo, Giugno/2008, n. 62, p. 12 à 19)

L’Apostolo dei Gentili

Né la vita né la morte potevano separare Paolo dall’amore di Cristo. Per questo, mille anni dopo l’inizio della sua peregrinazione terrena, la monumentale opera dell’Apostolo dei Gentili si mantiene viva e continua a produrre abbondanti frutti per la Chiesa.

Clara Isabel Morazzani Arráiz

La vocazione è un dono concesso liberamente da Dio e, a volte, il Signore si compiace nel chiamare qualcuno apparentemente contrario alla missione alla quale Egli lo destina, al fine di manifestare con maggior fulgore il potere della Sua Grazia e la gratuità del Suo richiamo. In questi casi, nonostante gli apparenti paradossi e a prescindere dalla consapevolezza del diretto interessato, le cui aspirazioni sembrano entrare in conflitto con i disegni Divini, il Signore prepara il cammino, servendoSi perfino degli stessi ostacoli per far compiere la sua Santa Volontà.

Giovane fariseo di Tarso

Nulla sembrava indicare che quel giovinetto dal volto vivo e intelligente, di nome Saulo, si trasformasse in un intrepido difensore di Gesù Cristo. Nato a Tarso, in Cilicia, in seno a una famiglia ebrea, il piccolo Saulo fu soggetto, molto presto, a due forti influenze che avrebbero pesato enormemente sulla formazione del suo carattere. Da un lato, le convinzioni religiose che apprese dai suoi genitori non tardarono a fare di lui un autentico fariseo, attaccato alle tradizioni, desideroso dell’arrivo di un Messia vittorioso e liberatore del popolo eletto, allora sottomesso al giogo straniero e zelante osservante della Legge fino alle sue minime prescrizioni.

Dall’altro lato, l’ambiente della sua città natale marcò profondamente la personalità del giovane fariseo. Tarso – metropoli greca suddita dell’Impero Romano – divenne, per la sua localizzazione privilegiata, uno dei centri di commercio più importanti di quel tempo. Era un crogiolo di popoli provenienti dalle nazioni più diverse, le cui lingue e costumi si mescolavano sotto il fattore preponderante della cultura ellenica. La Provvidenza cominciava a preparare il giovane fariseo alla sua futura missione di Apostolo dei Gentili.

Discepolo di Gamaliele

Poco più che adolescente, Saulo abbandonò la sua patria per installarsi nella città-culla della religione dei suoi antenati: Gerusalemme. Lì, divenne assiduo studioso delle Scritture, istruito dal dotto Gamaliele, uno dei più noti membri del Sinedrio. Anche qui possiamo notare la mano di Dio che interviene nella sua vita, poiché la conoscenza dei Libri Sacri, che acquisì durante quegli anni, gli sarebbe servita più tardi per aprire i suoi orizzonti rispetto alla realtà messianica di Gesù Cristo.

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Il giovane fariseo si sentiva a disagio: le parole
di Stefano erano talmente ispirate e convincenti,
che non gli si poteva resistere

“”Martirio di Santo Stefano” – Juan de Juanes
– Museo del Prado, Madrid

Nel frattempo, se Saulo progrediva a passi rapidi nelle dottrine farisaiche, sotto lo sguardo vigilante di Gamaliele, in nulla sembrò assimilare la prudenza che caratterizzava il suo maestro, sempre cauto nei suoi giudizi e moderato negli apprezzamenti. Al contrario, il giovane alunno mostrava un esaltato fanatismo religioso, come egli stesso avrebbe confessato nella sua lettera ai Galati: “Superavo nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei e connazionali, accanito com’ero nel sostenere le tradizioni dei padri” (Gal 1,14) Tra i discepoli di Gamaliele batteva un cuore sincero, alla ricerca della verità.

Egli la cercava ardentemente, desideroso di raggiungere la sua piena conoscenza. Non sapeva che il fine di questi suoi desideri si trovava in Colui che, di Se stesso, aveva detto: “Io sono la Via, la Verità e la Vita, nessuno viene al Padre se non per mezzo di Me” (Gv 14,6) Sì, Saulo non poteva arrivare al Padre, Suprema Verità, senza passare per Gesù, il Mediatore tra Dio e gli uomini. L’affermazione proferita dal Signore, momenti prima della Sua Passione, egli l’avrebbe vista compiersi nella sua vita, anche se contro la sua volontà e nonostante le sue riluttanze. Le convinzioni di Saulo, in urto di fronte al Cristianesimo che sorgeva, si erano convertite in odio profondo contro questo.

Incontro di Saulo con il Cristianesimo

Saulo aveva trascorso fuori Gerusalemme alcuni anni, che coincisero conil periodo della vita pubblica di Gesù. Quando tornò, verificò un grande cambiamento. La Città Santa non era la stessa che aveva conosciuto quando era studente: dopo la tragedia della Passione, pesava sulla coscienza del popolo e soprattutto delle autorità, l’immagine insanguinata della Vittima del Golgota, che essi invano cercavano di gettare nell’oblio. Inoltre i discepoli di quell’Uomo non avevano paura di predicare la loro dottrina nello stesso Tempio, proclamando che questo Gesù, che avevano ucciso, era resuscitato dai morti (cfr. At 3, 11 e segg.).

Tali avvenimenti non potevano lasciare indifferente un fariseo convinto come Saulo. Non comprendeva come quei semplici galilei si alzassero impunemente contro la religione dei suoi antenati, trascinando dietro di loro una sì grande moltitudine di seguaci. La sua irritazione arrivò al culmine quando, stando nella sinagoga detta dei Liberti, dove settimanalmente si riunivano giudei di tutte le comunità della Diaspora, si imbatté su di un giovane chiamato Stefano, mentre annunciava impavidamente la lieta novella.

Poco più tardi, essendo stato presentato Stefano al tribunale del Grande Consiglio, Saulo ascoltò attentamente il lungo discorso in cui costui dimostrò, con esempi storici e di profezie, che Gesù era il Messia atteso. Il giovane fariseo si sentiva a disagio: le parole di Stefano erano talmente ispirate e convincenti, che non gli si poteva resistere (cfr. At 6, 10), d’altro canto, la figura di questo Gesù Nazareno, che egli non aveva conosciuto, sembrava perseguitarlo e costantemente si vedeva obbligato a sentir parlare al riguardo, in tal modo i suoi adepti erano disseminati per Gerusalemme.

Duro era per lui ricalcitrare contro il pungolo (cfr. At 26, 14). E, intanto, Saulo recalcitrava! Indignato di fronte al coraggio di Stefano, approvò entusiasticamente la sua morte (cfr. At 8, 1) e considerò come un onore la missione di custodire i mantelli dei lapidatori, visto che la sua età non gli permetteva di sollevare la mano contro il condannato.

Sorge il persecutore dei cristiani

A partire da quel giorno, l’esaltato discepolo di Gamaliele non pose più freno alla sua furia. Credendo “che aveva il dovere di lavorare attivamente contro il nome di Gesù il Nazareno” (At 26, 9), entrava nelle case dei fedeli per mettere uomini e donne in prigione (cfr. At 8, 3); arrivava a maltrattarli per obbligarli a bestemmiare (cfr. At 26, 11). Non contento di devastare soltanto la Chiesa di Gerusalemme, andò a presentarsi al principe dei sacerdoti, chiedendogli lettere per le sinagoghe di Damasco, al fine di catturare, in questa città, tutti coloro che si proclamassero seguaci della nuova dottrina (cfr. At 9, 2). Ma, questo Gesù che egli si ostinava a perseguitare (At 9, 5), si sarebbe posto di nuovo sul suo cammino, questa volta in modo definitivo ed efficace.

Sulla via di Damasco

Possiamo immaginare l’ansia del giovane Saulo nell’avvicinarsi a Damasco, pregustando l’ora di saziare la sua collera nel compimento della missione che si era proposto. Ma ecco che, all’improvviso, una luce folgorante proveniente dal cielo lo avvolse insieme ai suoi compagni, derubandolo del cavallo. Lì, caduto a terra e accecato dallo splendore dei raggi divini, l’orgoglioso fariseo non poté più resistere al potere di Cristo e si dichiarò vinto: “Signore, che vuoi che io faccia?” (At 9, 6). Da persecutore qual era pochi istanti prima, diveniva servo fedele, pronto ad obbedire ai comandi del Messia. Quanta gloria per il Crocifisso! Con un semplice tocco della sua grazia, aveva trasformato in Suo Apostolo uno dei più ferventi discepoli di coloro che erano stati i suoi principali avversari, durante la vita pubblica.

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L’orgoglioso fariseo non poté più resistere al potere di Cristo
e si dichiarò vinto: “Signore, che vuoi che io faccia?”


“La conversione di San Paolo”, di Murilo – Museo del Prado, Madrid

Aiutato dai suoi compagni, Saulo si rizzò in piedi, ma più che sollevarsi dal suolo, sorse nella sua anima “l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera” (Ef 4, 24). Il blasfemo di una volta sarebbe rimasto per sempre prostrato in un amoroso riconoscimento della sua sconfitta: “Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori e di questi il primo sono io. Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Gesù Cristo ha voluto dimostrare in me, per primo, tutta la sua magnanimità, a esempio di quanti avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna” (I Tm 1, 15-16).

Saulo si converte in Paolo

Con la stessa radicalità con cui prima si era votato al giudaismo, Saulo abbracciava ora la Chiesa di Cristo. La grazia aveva rispettato la natura, conservando le caratteristiche proprie della sua personalità che avrebbero più tardi contribuito alla formazione della scuola paolina di vita spirituale. A partire da questo momento, il Saulo convertito, il nuovo Paolo, si sarebbe mosso soltanto per un unico ideale, che prendeva tutte le fibre della sua anima e dava un senso vero alla sua esistenza: “Quanto a me invece non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo” (Gal 6, 14).

D’ora in poi questa Croce – nella quale Paolo non solo considerava le sofferenze del Salvatore, ma vedeva, soprattutto, lo splendore della Resurrezione – sarebbe stata per lui la direzione della sua vita, la luce dei suoi passi, la forza della sua virtù, il suo unico motivo di gloria. Questo amore, che in un istante aveva operato la sua trasformazione, lo spingeva ora a parlare, a predicare, a percorrere i confini del mondo allo scopo di conquistare anime a Cristo, strappandogli, dal fondo del cuore, questo gemito: “Guai a me se non predicassi il vangelo!” (I Cor 9, 16).

Per questo amore era disposto ad affrontare tutte le tribolazioni, a sopportare i peggiori tormenti, sia di ordine naturale, che di ordine morale: “Spesso sono stato in pericolo di morte. Cinque volte dai Giudei ho ricevuto i trentanove colpi; tre volte sono stato battuto con le verghe, una volta sono stato lapidato, tre volte ho fatto naufragio, ho trascorso un giorno e una notte in balìa delle onde. Viaggi innumerevoli, pericoli di fiumi, pericoli di briganti, pericoli dai miei connazionali, pericoli dai pagani, pericoli nella città, pericoli nel deserto, pericoli sul mare, pericoli da parte di falsi fratelli; fatica e travaglio, veglie senza numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità. E oltre a tutto questo, il mio assillo quotidiano, la preoccupazione per tutte le Chiese!” (IICor 11, 23-28).

Egli si era proposto, innanzitutto, la glorificazione di Gesù Cristo e della Sua Chiesa e questo costituiva per lui il succo essenziale, il punto di riferimento della sua vita. A questo riguardo commenta San Giovanni Crisostomo: “Ogni giorno egli saliva più in alto e diventava più ardente, ogni giorno lottava con energia sempre nuova contro i pericoli che lo minacciavano. […] Realmente, in mezzo alle insidie dei nemici riportava continue vittorie, trionfando in tutti i suoi assalti. E dappertutto, flagellato, coperto di ingiurie e maledizioni, come se sfilasse in un corteo trionfale, ergendo numerosi trofei, si gloriava e rendeva grazie a Dio, dicendo: ‘Siano rese grazie a Dio, il quale ci fa partecipare al suo trionfo in Cristo’ (II Cor 2, 14)”.

Apostolo dei Gentili

Così, a poco a poco, con i suoi viaggi apostolici e le numerose lettere attraverso cui sosteneva nella fede i suoi figli spirituali, Paolo andava fissando i fondamenti della Sposa Mistica di Cristo. Neanche all’interno gli dovevano mancare avversari: a volte, tra gli stessi cristiani sorgevano concetti erronei, come quello di voler obbligare i pagani convertiti a praticare i costumi della Legge Mosaica.

A questo riguardo Paolo portò la sua audacia fino al punto da discutere con lo stesso apostolo Pietro, “opponendosi a lui a viso aperto perché evi dentemente aveva torto” (Gal 2, 11). Pietro accettò con umiltà il punto di vista di Paolo e si affrettò a metterlo in pratica, ma i cristiani che avevano sparso le sue idee per le Chiese della Galazia non lo imitarono, adducendo come giustificazione il fatto che essi compivano strettamente la Legge. Nulla avrebbe potuto essere tanto nocivo per la Chiesa nascente quanto tali errori e Paolo lo capì subito. Decise di lasciare per iscritto tutta la dottrina su questo punto, con tanta sicurezza e chiarezza da far dedurre che l’abbia ricevuta dalle labbra dello stesso Gesù.

La lettera diretta ai Galati è uno scritto polemico, senza timore di presentare la verità così com’ è: “O stolti Galati, chi mai vi ha ammaliati, proprio voi agli occhi dei quali fu rappresentato al vivo Gesù Cristo crocifisso? […] Quelli invece che si richiamano alle opere della legge, stanno sotto la maledizione” (Gal 3, 1. 10). Poco prima aveva affermato: “Abbiamo creduto anche noi in Gesù Cristo per essere giustificati dalla fede in Cristo e non dalle opere della legge” (Gal 2, 16).

San Paolo e i greci

Se Paolo ebbe da affrontare opposizioni all’interno del suo stesso popolo, si vide anche contestato dai greci, che presentavano obiezioni di tenore completamente differente, ma che non erano meno pericolose. La Grecia, principale centro della cultura di quei tempi, era orgogliosa della fama dei suoi pensatori e di essere la culla della filosofia. Ora, la parola e la predicazione sostenute da Paolo, “non si basavano su discorsi persuasivi di sapienza” (I Cor 2, 4), come egli stesso affermava.

Non poche volte diventava bersaglio del disprezzo o oggetto di vergogna per i convertiti. Egli non si preoccupava delle offese fatte alla sua persona, ma temeva che i suoi discepoli facessero eco a idee così vane o venissero a soccombere, per paura delle umiliazioni. Per questo, egli scriveva ai fedeli di Corinto, città ove principalmente queste false dottrine avevano trovato spazio: “La parola della croce infatti è stoltezza per quelli cha vanno in perdizione, ma per quelli che si salvano, per noi, è potenza di Dio” (I Cor 1, 18).

Non era questo, tuttavia, il peggiore degli ostacoli incontrati da Paolo in Grecia. Sprofondati nella dissolutezza e nel disordine morale, i greci avevano elaborato, nel corso dei tempi, una giustificazione per i loro cattivi costumi, negando la resurrezione dei morti. Alcuni addirittura, come Epicuro di Samo (†270 a.C.), erano giunti ad affermare che l’anima umana è materiale e mortale. Nello stesso Vangelo percepiamo delle scintille di questa incandescente tematica quando i sadducei – che, su influenza ellenica, non credevano nella resurrezione – si approssimarono a Gesù per metterlo alla prova, rivolgendoGli una domanda capziosa (cfr. Lc 20, 27-39). La discussione, come vediamo, veniva da lontano e si ergeva come principale ostacolo allo sviluppo dell’apostolato paolino.

Forse Paolo, ai tempi del suo fervore farisaico, aveva già dovuto affrontare gli stessi sadducei a questo proposito. Ora, però, come cristiano, possedeva l’argomento della Resurrezione di Cristo e contava sul poderoso aiuto della grazia.

Grande Apostolo della Resurrezione

I dubbi esposti dai greci, quando non l’opposizione aperta, gli servivano da stimolo per approfondirsi di più nella dottrina della resurrezione e lasciarla esplicitata per i secoli futuri. Così egli scrisse ai Corinzi: “Ora, se si predica che Cristo è risuscitato dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non esiste risurrezione dei morti? Se non esiste risurrezione dai morti, neanche Cristo è risuscitato! Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede. […] Se poi noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini. Ora, invece, Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti” (I Cor 15, 12-14; 19-20). Costava, a quei greci dalla vita sregolata, dover assimilare questi principi.

Accettando la resurrezione della carne, si sarebbero visti forzosamente invitati ad un mutamento dei costumi e ad abbracciare un modo di pensare e di comportarsi confacente a questa speranza. Anche la loro riluttanza avrebbe contribuito al bene, come afferma lo stesso San Paolo: “Oportet et haereses inter vos esse” (I Cor 11, 19) – è necessario che vi siano fazioni, o eresie, tra di voi. Spinto dalle circostanze, Paolo si trasforma nel grande Apostolo della Resurrezione.

Agnello e leone allo stesso tempo

Non tutto però era lotta per l’instancabile Paolo. Se di fronte all’errore e alla mancanza di fede egli mostrava tutto il suo ardore combattivo e la sua intransigenza, in relazione ai buoni lasciava intravvedere un fondo d’animo estremamente affettuoso e compassionevole, ordinato secondo la carità di Cristo. In questa ammirevole coniugazione di virtù, all’apparenza opposte, Paolo assomigliava al Gesù, sempre disposto a perdonare o pronto a riprendere, ad essere Agnello e Leone allo stesso tempo. In una sua lettera ai fedeli di Filippi, che si preoccupavano per le loro sofferenze e le loro necessità, così scrive: “Infatti Dio mi è testimonio del profondo affetto che ho per tutti voi nell’amore di Cristo Gesù!” (Fil 1, 8). Ed ancora, agli stessi Galati, contro cui prima aveva fatto un’invettiva a proposito delle loro deviazioni, scriveva più avanti: “Figlioli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore finché non sia formato Cristo in voi (Gal 4, 19).

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 Ammanettato, Paolo è portato da Gerusalemme a Roma. 
Durante il viaggio, Paolo non perde l’opportunità di
annunciare il Vangelo in tutti i luoghi del suo passaggio.

San Paolo, secondo Bossuet

È difficile esaltare le virtù dell’Apostolo dei Gentili in uno spazio così esi guo. La pluralità strabiliante dei suoi fatti, il potere della sua voce e la portata della sua azione apostolica, i cui frutti anche oggi alimentano la Chiesa, lasciano nell’imbarazzo qualsiasi scrittore.

Per questo ricorriamo all’incomparabile eloquenza di Bossuet, che così ha descritto l’impeto della predicazione dell’Apostolo: “Quest’uomo, ignorante nell’arte del parlare bene, dalla locuzione rude e dall’accento straniero, giungerà alla raffinata Grecia, madre di filosofi e oratori e, nonostante la resistenza mondana, fonderà più chiese di quanti discepoli ha avuto Platone. Predicherà Gesù ad Atene, ed il più saggio degli oratori passerà dall’Areopago alla scuola di questo barbaro. Continuerà ancora nelle sue conquiste e abbatterà ai piedi del Signore la maestà delle aquile romane nella persona di un proconsole,e farà tremare nei suoi tribunali i giudici davanti ai quali sarà citato. Roma ascolterà la sua voce e un giorno quella vecchia maestra si sentirà più onorata per una sola lettera dallo stile barbaro di San Paolo, diretta ai suoi cittadini, che per tutte le famose arringhe di Cicerone, ascoltate in altri tempi”.

La prigione a Gerusalemme

Sì, Roma avrebbe dovuto ascoltare la sua predicazione e le sue vie lastricate di grandi pietre sarebbero state calpestate dai piedi dell’Apostolo. Questi piedi, intanto, avrebbero trascinato pesanti catene che gli avrebbero tolto la libertà dei movimenti. Accusato dall’odio dei suoi concittadini, a causa della sua fedeltà a Cristo, Paolo era stato consegnato alla giustizia romana.

Se il suo corpo sopportava le catene e i ceppi, la sua anima sentiva pesare su di sé il soave giogo di Cristo. Prigioniero dello Spirito (cfr. At 20, 22), Paolo aveva ricevuto, una notte, questa rivelazione: “Coraggio! Come hai testimoniato per me a Gerusalemme, così è necessario che tu mi renda testimonianza anche a Roma” (At 23, 11). Obbediente all’ispirazione ricevuta, Paolo esclamerà nel tribunale del governatore Festo: “Mi trovo davanti al tribunale di Cesare, qui mi si deve giudicare. […]Io mi appello a Cesare!” (At 25, 10-11). Volendo disfarsi del caso così complicato, che coinvolgeva questioni della religione giudaica, Festo si affrettò a soddisfare il desiderio del prigioniero, mandandolo a Roma, ammanettato e sotto la custodia del centurione Giulio.

Il primo periodo di predicazione a Roma

Durante il viaggio, Paolo non perdeva l’opportunità di annunciare il Vangelo in tutti i luoghi dove passava. Dopo varie difficoltà lungo la traversata e dopo aver affrontato un naufragio, fece scalo a Siracusa, in Sicilia, e da lì fu condotto a Reggio ( At 28, 12-13). Una volta giunto alla capitale dell’Impero e posto in prigione domiciliare, Paolo realizzava un desiderio che da tempo covava nel cuore, come egli stesso lo espresse ai cristiani di Roma: “Sono quindi pronto, per quanto sta in me, a predicare il vangelo anche a voi di Roma” (Rm 1, 15).

Due anni sarebbe dovuta durare la sua prigionia, ma egli, come afferma San Giovanni Crisostomo, “considerava come un gioco da ragazzi i mille supplizi, i tormenti e la stessa morte, purché potesse soffrire qualcosa per Cristo”. Approfittò del tempo per predicare il Regno di Dio ( At 28, 31), scrivere numerose lettere alle comunità della Grecia e dell’Asia, le cosiddette Lettere della prigionia. La Provvidenza chiedeva al suo Apostolo ancora altri anni di abnegazione e fatiche, a lui che sospirava la morte, considerandola un profitto per giungere a Cristo (Fil 1, 21).

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 Il sublime imitatore di Gesù Cristo compie
dà testimonianza col proprio sangue.


“Martirio di San Paolo” – Parrocchia di Maroggia

Nuovi viaggi e ritorno alla capitale dell’Impero

Liberato per un decreto giuridico, Paolo avrebbe ancora visitato Creta, la Spagna e nuovamente le note chiese dell’Asia Minore, alle quali tanto si era dedicato. Infine sarebbe tornato a Roma dove si sentiva attratto, forse per un segreto presentimento della prossimità della “corona della giustizia” (II Tm 4, 8) che lì lo aspettava. Sul trono dei cesari si sedeva allora il terribile Nerone, la cui crudeltà, a fianco di un orgoglio patologico, già aveva contribuito alla sua fama. Noto era l’odio che votava contro i cristiani, e Paolo non passò inosservato alla perspicacia delle spie del tiranno.

Accusato di essere capo della setta, fu catturato dalla milizia imperiale e gettato nel Carcere Mamertino dove, secondo un’antica tradizione, già si trovava Pietro. In questo oscuro sotterraneo, dalle strette dimensioni e dal soffitto basso, il Pontefice della Chiesa di Cristo e l’Apostolo dei Gentili rimasero incatenati ad una stessa colonna. Così, uniti in un’unica fede e speranza, stavano entrambi avvinti dalle catene dell’amore alla Roccia, che è Cristo ( I Cor 10, 4).

Il martirio di San Paolo

Giunse infine il giorno in cui Paolo avrebbe dovuto “essere immolato” (II Tm 4, 6). Per lui la morte significava poco, si riteneva già morto per il peccato e vivo per Dio ( Rm 6, 11). Un’intima ed esclusiva unione lo legava al suo Signore. Non era lui stesso che viveva, ma Cristo che in lui abitava ( Gal 2, 20) e operava.

Condannato all’amore, Paolo, per il fatto di essere un cittadino roma no, non poteva, come Pietro, soffrire la pena ignominiosa della crocifissione, ma quella della decapitazione, che doveva avvenire fuori della città. Condotto da un gruppo di soldati, l’Apostolo trascinò i suoi pesanti ceppi lungo la via Ostiense e la Via Laurentina, fino a raggiungere una distante vallata, nota col nome di Aquæ Salviae. Lì, in quella regione paludosa, il sublime imitatore di Cristo sigillava il suo testamento col proprio sangue.

La sua testa, nel cadere al suolo sotto il colpo fatale della spada, saltò tre volte, facendo sgorgare in ognuno dei tre punti una fonte di acqua zampillante. Questo fatto, se non comprovato dalla Storia, si basa su una pietosa tradizione confermata dal nome di Tre Fontane, nome del monastero trappista costruito in quel luogo.

“Ha combattuto la giusta lotta”

Paolo era morto, ma la sua monumentale opera apostolica, fondata sulla carità che aveva consumato la sua vita, continuava ad essere viva e avrebbe prodotto abbondanti frutti per la Chiesa. Fino all’ultimo respiro, la sua vita non era stata se non una grande lotta. Lotta di entusiasmo e di dedizione, di altruismo e di eroismo, lotta per portare il Vangelo a tutte le genti, confidando sempre nella benevolenza di Cristo.

I peggiori marosi della vita non riuscirono ad intaccare il suo tabernacolo interiore. La sua fermezza, simile all’immobilità di una roccia battuta dalle onde del mare, si manteneva inalterabile nelle maggiori angustie e agonie, certo che né la vita né la morte lo avrebbero potuto separare dall’amore di Cristo ( Rm 8, 38-39). Una volta conclusa la lotta, percorsa tutta la sua carriera e giunto al termine della sua peregrinazione terrena ( II Tm 4, 7), l’Apostolo apparve allo sguardo ammirato dell’umanità, in tutta la sua statura di gigante della fede, trasmettendo per i secoli futuri questo messaggio: “. Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità. La carità non avrà mai fine!” (I Cor 13, 13.8).

Cristo: Dio o uomo?

1. Un personaggio misterioso 

Nato in Siria da genitori persiani, quando bambino è andato ad Antiochia, dove probabilmente ebbe come maestro Teodoro di Mopsuestia (uno dei pionieri della dottrina erronea della doppia personalità di Cristo). Più tardi sentì la vocazione alla vita religiosa ed entrò nel convento di Euprepios, vicino ad Antiochia. Data la sua notevole eloquenza, lo chiamarono il “secondo Crisostomo”, e Teodosio II lo inviò alla sede patriarcale di Costantinopoli. Eletto patriarca di Costantinopoli nell’anno 428, da allora raddoppiò il suo zelo per educare la gente e lottare contro le eresie. Sempre si presentava come un uomo religioso, riformatore del popolo e del clero. Con la sua vita ascetica e con il fuoco delle sue parole, affascinava coloro che lo ascoltavano. Nonostante la sensazione di ortodossia e la chiarezza della sua dottrina, incontrò difficoltà nella Nuova Roma a causa delle sue espressioni cristologiche, che lasciavano perplessi le persone abituate ad altri modi di pensare. Il suo nome era Nestorio.

Un giorno, un prete di fiducia, di nome Anastasio negò pubblicamente, contro il beneplacito generale del popolo, che la Madonna era Madre di Dio (Theotókos). Quale non fu la sorpresa della gente nel vedere che anche l’arcivescovo Nestorio difendeva e cominciava a predicare questa dottrina. Affermava che Maria era la madre della natura umana di Cristo e, pertanto, deve essere chiamata Madre di Cristo (Christotókos). Però, in nessun modo una donna può generò a Dio, quindi non è la Madre di Dio. Lei diede alla luce l’uomo in cui abitava il Verbo, il Figlio di Dio.

Così, si formarono due correnti: una che difendeva la maternità divina e un’altra che la negava. Facciamo attenzione al seguente fatto:

“In un momento in cui Proclo, candidato infruttuoso per la sede di Costantinopoli, esaltava la Theotókos in una predica alla presenza dell’arcivescovo di Costantinopoli, prendendo poi questo la parola, allora, sentì il dovere di reprimere la sua invadente distinzione. Qui sorgono le due fazioni”. (GER vol. XVI, pag. 758. Madrid, 1973) (1)

2. La dottrina eretica 

Si inizia in questo modo una vera e propria guerra. Nestorio promuove un incontro con i suoi e condanna i sostenitori della Madre di Dio. La risposta di questi non ci mette molto tempo, perché un giorno apparve alle porte della Chiesa di Santa Sofia, un cartello su cui erano messe le dichiarazioni del patriarca eretico che condannava coloro che dicessero che: uno è quello generato dal Padre prima di tutti i secoli, e un altro è quello nato dalla Vergine Maria.cristo_rei_do_universo.jpg

Questa nuova dottrina presentava una serie di conseguenze disastrose per la Chiesa, perché, secondo lei, l’umanità di Cristo, quella che ha sofferto i dolori della passione, non poté redimere il mondo con una redenzione infinita e sovrabbondante, perché era limitata, finita. La redenzione perciò era distrutta. E la religione cattolica perdeva il suo significato.

Così, non si può dire Verbum caro factum est (il Verbo si fece carne), nemmeno applicarle certe espressioni del Vangelo che alludono alla sua divinità; perché anche se si voleva ponderare l’unione delle presunte due persone, divina e umana, in Cristo, non si riuscirà che le azioni della persona umana siano assegnate correttamente alla persona divina. Un errore disastroso!

Il primo a reagire con energia contro la campagna nestoriana fu Eusebio, sacerdote, futuro vescovo di Dorylaeum. Poi, il suo amico Proclo si unì a lui. Entrambi avevano il ruolo di primo piano nella difesa dell’ortodossia, in particolare nel contesto cristologico.

Nestorio, tuttavia, non tardò a dare una risposta all’offensiva Alessandrina. Accusò i religiosi che si opponevano alle sue idee di promuovere il disordine pubblico, e utilizzando la sua autorità e influenza, conquistò il governo, riuscendo ad arrestare e a maltrattare i tali religiosi, una volta che non poteva confutare le sue argomentazioni. Dispiaciuto della situazione, Nestorio ebbe il coraggio di informare Papa San Celestino I, che tardò a risponderlo.

3. Intervento di San Cirillo di Alessandria 

Nel frattempo, la notizia della nuova eresia raggiunse le orecchie di San Cirillo di Alessandria, che prese la decisione di combattere strenuamente. Scrisse ai religiosi spiegando la vera dottrina della Chiesa dell’Incarnazione e la Theotókos (maternità divina), senza fare alcuna menzione a Nestorio. Alla fine dell’anno 429, San Cirillo scrisse a Nestorio per la prima volta, avvertendolo delle voci che correvano nella zona sulle sue dottrine, chiedendoli spiegazioni. Questo lo contestò apertamente, e invitò il santo alla moderazione cristiana. All’inizio dell’anno 430, San Cirillo scrisse la sua famosa seconda lettera a Nestorio, dove espose la dottrina cattolica dell’Incarnazione. Riportiamo qui un brano:

“Non diciamo, infatti, che la natura del Verbo è stata trasformata e si è fatta carne, ma nemmeno è stata trasformata in un uomo completo, composto di corpo e anima; prima, però, che il Verbo unì secondo l’ipostasi a sé una carne animata da un’anima razionale, diventando uomo, in modo ineffabile e incomprensibile, e fu chiamato figlio dell’uomo, non solo secondo la volontà o l’approvazione, né assumendo solo la persona; e cosa sono le varie nature che si uniscono in vera unità, ma solo un Cristo e Figlio che risulta da entrambi; non perché la differenza delle nature sia stata annullata dall’unione, ma invece, perché la divinità e l’umanità, con il suo ineffabile e arcano incontro nell’unità, costituì per noi un solo Signore e Cristo e Figlio” (D 250).

Oltre a spiegare la dottrina dell’Incarnazione, non lasciò di chiarire quella della Theotókos insistendo quindi nella riconoscenza dal Patriarca di Costantinopoli all’inadeguatezza delle sue idee e a riprendere il cammino della sana dottrina. Ecco il brano che contiene la dottrina della divina maternità della Vergine Maria:

“Infatti, non nacque prima della Santa Vergine un uomo qualsiasi, su cui poi scenderebbe il Verbo, ma si dice che questo, unito dal grembo materno, assunse la nascita carnale, appropriandosi la nascita della sua propria carne. Quindi, (i santi Padri) non hanno esitato a chiamare la santa Vergine di Deìpara (che ha dato alla luce Dio), non nel senso che la natura del Verbo o la sua divinità abbia avuto origine dalla santa Vergine, ma perché era della Vergine il santo corpo con anima razionale a cui era unito secondo l’ipostasi. Il Verbo si dice nato secondo la carne”. (D 251)

Nestorio scrive anche a San Cirillo anche una lettera, che diventerà famosa perché letta e pubblicamente condannata al Concilio di Efeso. Si dice che ancora non si può chiamar Maria come Madre di Dio, ma solo come Madre di Cristo:

“La divina Scrittura, sempre che ricorda l’economia della magistrale salvezza, assegna la nascita e la passione, non alla divinità, ma all’umanità di Cristo, in modo che, in termini più corretti, la santa Vergine è chiamata Cristìpara e non Deìpara”. (D 251d)nsjc_crucificado.jpg

Insiste ancora sulla distinzione delle due nature in Cristo e accusa Cirillo di apolinarista, basando le sue parole su una errata interpretazione della tradizione evangelica:

“È giusto e d’accordo alla tradizione Evangelica confessare che il corpo è il tempio della divinità del Figlio, tempio nel senso di una e divina unione degli elementi, in modo che la natura divina si appropria di ciò che appartiene a questo tempio. Ma quando al termine appropriazione vengono associati le proprietà della carne aggiunta, cioè, la nascita, la passione e la morte, esso, ò fratello, si tratta di un pensiero erroneo, secondo i greci pagani, o affetto dallo squilibrio di Apollinare, di Ario e di altre eresie”. (D 251e)

4. Sansone all’eresia 

Rendendosi conto che i suoi sforzi erano nulli, San Cirillo scrive lettere al fine di vincere sostenitori contro Nestorio. Si preoccupa di fare un dossier con un’antologia di testi patristici. Infine, appellò a Roma, scrivendo a Papa San Celestino I raccontando tutto quello che era accaduto. Con la lettera inviò i testi dei sermoni di Nestorio, un riepilogo degli errori, i testi patristici che lui, San Cirillo, aveva preparato e una copia delle lettere all’eretico.

Con tutto questo, il Papa era sufficientemente informato sulla situazione della Chiesa d’Oriente, e ben presto prese serie decisioni per ridurre gli errori di Nestorio. Nell’agosto 430, convocò un sinodo a Roma per condannare la dottrina nestoriana. Inviò lettere ai vescovi più importanti d’Oriente, al clero e al popolo di Costantinopoli. Anche Nestorio ricevé una lettera in cui il Papa sosteneva la cristologia ciriliana e in cui diceva che se in dieci giorni non si ritrattasse per scritto per tutti i suoi errori e si unisse ad Alessandria, sarebbe scomunicato.

San Cirillo è stato nominato incaricato di eseguire la sentenza contro Nestorio, a nome della Santa Sede. Convocò nel novembre dello stesso anno, un sinodo a Alessandria, in cui rinnovò la condanna di Nestorio e scrisse una terza lettera nella quale esponeva i veri principi sull’Incarnazione e un’elenco dei dodici anatemi contro la dottrina nestoriana.

Nel frattempo, Nestorio cercò di ottenere il sostegno da parte dell’imperatore. Questo decise di convocare un concilio. Teodosio II informò i vescovi d’Oriente e il Papa del suo piano di celebrare un concilio ecumenico a Efeso, che fu poi il terzo della cristianità. A questo Concilio, la dottrina nestoriana fu definitivamente condannata, e salvaguardata la dottrina dell’unità di Persona in Nostro Signore Gesù Cristo, e di conseguenza la divina maternità della Vergine Maria.

Luiz Carlos da Silva

Riferimenti bibliografici

CAROL, Juniper B., O. F. M. Mariologia. Trad. Maria Angeles G. Careaga. Madrid: B. A. C., 1964.

DENZINGER, Heinhich. Compêndio dos símbolos, definições e declarações de fé e moral. Trad. José Mario Luz e Johan Konings. São Paulo: Paulinas, Loyola, 2007.

ENCICLOPEDIA MARIANA “THEOTÓKOS”. Trad. Dom Francisco Aparicio. Madrid: Studium, 1960.

GRAN ENCICLOPEDIA RIALP. Tomo VII e XVI. Madrid: Rialp, 1972.

LLORCA, Bernardino, S. I.. Historia de la Iglesia Católica. Vol. I, Edad Antigua. 8a edição. Madrid: B. A. C., 2001.

PIO XI. Lettera Enciclica Lux Veritatis. 25 de dezembro de 1931. Disponível em acessado em 15 de maio de 2009.

1. En una ocasión en que Proclo, candidato sin exito para la sede de Contantinopla, exaltaba la Theotókos en un sermón pronunciado en presencia del arzobispo de Constantinopla, tomando éste seguidamente la palabra se sentió en el deber de recalcar su inoportuna distinción. Es aquí cuando se originan las dos facciones.

San Cirillo d’Alessandria

Nato nel 370, dal 412 al 444 guidò con coraggio la Chiesa d’Egitto, impegnandosi in particolare nella lotta per l’ortodossia, in una delle epoche più difficili nella storia della Chiesa d’Oriente. Per la difesa dell’ortodossia, si oppose con vigore a Nestorio, che discuteva la maternità divina di Maria, e per questo sperimentò per qualche mese l’umiliazione del carcere. Al concilio di Efeso però le tesi di Nestorio furono sconfitte, grazie soprattutto agli sforzi di Cirillo che elaborò in quell’occasione una convincente teologia dell’Incarnazione.

 Il vescovo di Alessandria è anche ricordato come uno dei padri del culto mariano. Teologo profondo, egli fu al tempo stesso un vigile pastore d’anime come dimostrano numerose sue omelie di carattere pratico. Il culto della sua santità venne esteso a tutta la Chiesa latina sotto il pontificato di Leone XIII che gli accordò il titolo di «dottore». (Avvenire) S. Cirillo, nato nel 370, dal 412 al 444, anno della morte, tenne fermamente in mano le redini della Chiesa d’Egitto, impegnandosi al tempo stesso in una delle epoche più difficili nella storia della Chiesa d’Oriente, nella lotta per l’ortodossia, in nome del papa S. Celestino.

In questa fermezza al servizio della dottrina e nel coraggio dimostrato nella difesa della verità cattolica sta la santità del battagliero vescovo di Alessandria, anche se tardivamente riconosciuta, almeno in Occidente. Infatti, soltanto sotto il pontificato di Leone XIII il suo culto venne esteso a tutta la Chiesa latina, ed egli ebbe il titolo di “dottore”. Per la difesa dell’ortodossia, contro l’errore di Nestorio, vescovo di Costantinopoli, egli rischiò di essere mandato in esilio e per qualche mese sperimentò l’umiliazione del carcere: “Noi, – scrisse – per la fede di Cristo, siamo pronti a subire tutto: le catene, il carcere, tutti gli incomodi della vita e la stessa morte”. 

Al concilio di Efeso, di cui Cirillo fu un protagonista, venne sconfitto il suo avversario Nestorio, che aveva sollevato una vera tempesta in seno alla Chiesa, mettendo in discussione la divina maternità di Maria. Titolo di gloria per il vescovo di Alessandria fu di avere elaborato in questa occasione una autentica e limpida teologia dell’Incarnazione. “L’Emmanuele consta con certezza di due nature: di quella divina e di quella umana. Tuttavia il Signore Gesù è uno, unico vero figlio naturale di Dio, insieme Dio e uomo; non un uomo deificato, simile a quelli che per grazia sono resi partecipi della divina natura, ma Dio vero che per la nostra salvezza apparve nella forma umana”. 

Di particolare interesse è la quarta delle sette omelie pronunciate durante il concilio di Efeso, il celebre “Sermo in laudem Deiparae”. In questo importante esempio di predicazione mariana, che dà l’avvio a una ricca fioritura di letteratura in lode della Vergine, Cirillo celebra le grandezze divine della missione della Madonna, che è veramente Madre di Dio, per la parte che Ella ha avuto nella concezione e nel parto dell’umanità del Verbo fatto carne. Controversista di classe, Cirillo riversò i fiumi della sua faconda oratoria. Teologo dallo sguardo acuto, egli fu al tempo stesso un vigile pastore d’anime. Infatti accanto alle trattazioni esclusivamente dottrinali abbiamo di lui 156 Omelie su S. Luca a carattere pastorale e pratico e le più note Lettere pastorali, espresse in 29 omelie pasquali.

XIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)

Nostro Signore insegna agli Apostoli

Vangelo

In quel tempo, disse Gesù ai suoi Apostoli: 37 “Chi ama il padre o la madre più di Me non è degno di Me; chi ama il figlio o la figlia più di Me non è degno di Me; 38 chi non prende la sua croce e non Mi segue, non è degno di Me. 39 Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà. 40 Chi accoglie voi accoglie Me, e chi accoglie Me accoglie Colui che Mi ha mandato. 41 Chi accoglie un profeta come profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto come giusto, avrà la ricompensa del giusto. 42 E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità Io vi dico: non perderà la sua ricompensa” (Mt 10, 37-42).

Innestati in Cristo

Viviamo innestati in Cristo o nel mondo? Dove

troveremo la pace dell’anima e come potremo compiere il

fine soprannaturale per il quale siamo stati creati?

I – Il Battesimo ci innesta in Gesù Cristo

Meraviglioso riflesso del Creatore, la natura materiale presenta sorprendenti e variegate lezioni di vita. Una di esse si osserva nella pratica comune dell’innesto di alberi da frutto in altri dello stesso genere più resistenti, con l’obiettivo di migliorare la qualità dei frutti o di rendere possibile la loro crescita in un ambiente ostile. Con questo curioso processo le due piante associate formano un’unità, che nutre il vegetale più debole con la linfa di quello più robusto.

Questo fenomeno botanico è un’immagine didattica di una realtà molto più ricca nel campo spirituale. Infatti, col Battesimo siamo come innestati in Gesù Cristo e passiamo a vivere della Sua linfa, potendo, così, dar frutti che non corrispondono alla nostra capacità, ma sono soprannaturali, come disse Nostro Signore agli Apostoli: “Io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga” (Gv 15, 16).

Questa nota immagine dell’innesto ci aiuterà a intendere meglio l’altissimo principio contenuto nella Liturgia della 13ª Domenica del Tempo Ordinario.

II – La vera vita ci viene solo dalla linfa divina

Prima di fare gli ammonimenti trascritti nel passo del Vangelo selezionato per questa domenica, Nostro Signore aveva già esposto buona parte della sua dottrina e aveva realizzato molti miracoli per comprovare la veracità del suo insegnamento e la sua origine divina, lasciando le moltitudini ammirate: “Non si è mai vista una cosa simile in Israele” (Mt 9, 33). E dopo inviò i Dodici Apostoli a predicare, conferendo loro il potere di guarire malattie e scacciare demoni (cfr. Mt 10, 5-8; Mc 6, 7-13; Lc 9, 1-2).

Ora il Divino Maestro cerca di mostrare la profondità richiesta nell’adesione a Lui e alcune delle sue conseguenze pratiche.

Il legittimo amore familiare deve avere Cristo al centro

In quel tempo, disse Gesù ai suoi Apostoli: 37 “Chi ama il padre o

la madre più di Me non è degno di Me; chi ama il figlio o la figlia

più di Me non è degno di Me;…”

Per ben valutare la portata di quest’affermazione di Gesù, è utile ricordare il suo contesto. Aveva appena annunciato di non essere venuto a portare la pace, ma la spada, l’opposizione tra il figlio e suo padre, la figlia e sua madre, la nuora e la suocera, aggiungendo anche che i nemici sarebbero stati gli stessi familiari (cfr. Mt 10, 34-36). Ossia, davanti a Lui il mondo si dividerà sempre: gli uni a favore, gli altri contro, perfino in una stessa casa, come, purtroppo, si può constatare con frequenza al giorno d’oggi.

E per porre l’accento su quanto l’amore a Dio deve primeggiare su tutto, il Divino Maestro ricorre all’esempio di ciò che c’era di più penetrante, profondo e vigoroso nell’ambito dell’affetto umano in quella società: la relazione familiare. I figli avevano una vera venerazione per i padri, ed era rarissimo che un figlio si rivoltasse contro l’autorità paterna. Si può misurare la gravità di questa colpa col castigo imposto al figlio ribelle che non si correggesse: la morte per lapidazione (cfr. Dt 21, 18-21).

Mosè con le Tavole della Legge

Come si armonizza l’amore a Dio con l’amore ai familiari

Che abbia voluto per caso Nostro Signore, con le parole di questo versetto, screditare l’istituzione della famiglia? Ipotesi assurda, visto che il Quarto Comandamento della Legge di Dio obbliga a onorare il padre e la madre, dando un carattere religioso al rapporto tra figli e genitori. Tuttavia, conviene ricordare la categorica prescrizione del Primo Comandamento: si deve amare Dio sopra ogni cosa – dunque, più dei nostri intimi –, poiché tutto è di Dio e a Lui deve esser restituito.

Nonostante l’apparente contraddizione, entrambi i precetti si armonizzano, rispettata la debita gerarchia, come insegna Sant’Agostino: “Ti insegna Cristo a disdegnare i tuoi genitori e ad amare i tuoi genitori, perché allora li ami in forma ordinata e pietosa, non anteponendoli a Dio. Ecco le parole del Signore: ‘Chi ama suo padre o sua madre più di Me, non è degno di Me’. Con queste parole, pare incentivarti a non amarli; però, fa’ attenzione, Egli ti esorta ad amarli. Potrebbe aver detto: ‘Chi ama suo padre o sua madre non è degno di Me’. […] Non promulga, pertanto, una legge contraria, e raccomanda l’Antica; ti indica l’ordine, senza toglierti la pietà, dicendo: […] ‘Amali, dunque, ma non più di Me’. Dio è Dio e l’uomo è uomo. Ama i genitori, rispettali, onorali, ma se Dio ti chiama a un’impresa più alta, davanti alla quale i genitori possano essere un ostacolo, conserva l’ordine, non contravvenire alla carità”.1

Nostro Signore vuole la famiglia ben costituita, ossia, ordinata in funzione dell’alto. Di conseguenza, l’amore del figlio o della figlia al padre o alla madre, e viceversa, deve esser subordinato e condizionato all’amore a Dio.
San Pietro Giuliano Eymard

È necessario combattere gli affetti familiari disordinati

Ora, non raramente i più prossimi sono i maggiori oppositori alle vocazioni religiose, come dimostra il celebre episodio della vita di San Francesco di Assisi in cui suo padre, non accettando le generose elemosine date dal figlio, lo diseredò. “Quanti martiri nel focolare domestico!” – esclama San Pietro Giuliano Eymard. “L’amore sovrano di Gesù Cristo rivelerà un giorno – nel grande giorno – virtù sublimi che hanno avuto per testimoni solo coloro che avrebbero dovuto essere per loro il rifugio e non i carnefici”.2

In senso contrario, l’agiografia registra meravigliosi esempi di genitori che primeggiarono per l’educazione dei figli nel timor di Dio e stimolarono la loro consegna a Lui, come i Beati Luigi e Zelia Martin: le loro cinque figlie, tra cui Santa Teresa di Gesù Bambino, si fecero religiose. Oppure Santa Monica, che pianse per molti anni per la conversione del figlio, Sant’Agostino, quando ancora era maestro di retorica di successo. E, in ugual maniera, si può dire che hanno un vero affetto per i genitori solo i figli che amano Dio sopra tutte le cose.

È importante rilevare che la frase “non è degno di Me” non significa solo che Dio respinge chi ama un parente più di Lui. Denota che la stessa persona, per il fatto di non essere innestata in Cristo, ma nella rispettiva famiglia, riceve da questa la linfa – ossia, la mentalità, il modo di essere, la concezione di vita –, e non da Gesù. Dio vuole, pertanto, che il nostro amore per Lui sia esclusivo e prevalga anche sopra i sentimenti più nobili e legittimi. E in questo passo del Vangelo insegna a lasciarci requisire dalla Provvidenza in forma libera e spontanea, prendendo la decisione di aderire a Lui con piena volontà. Questo comporta spesso ardue lotte spirituali contro gli affetti disordinati. E in questa materia nulla è trascurabile, poiché, come una piccola fiamma può provocare un grande incendio, così qualsiasi affezione smisurata a qualcosa o a qualcuno può separarci definitivamente da Dio, perché implica preferire una creatura al Creatore.

Con le parole di questo versetto, il Divino Maestro ammonisce in modo speciale i figli che, avendo una vocazione religiosa, le sovrappongono la considerazione familiare, o ai genitori che impediscono ai figli di seguire questa chiamata: gli uni e gli altri si rendono indegni di Cristo!

Di questo fu modello il Bambino Gesù nel Tempio quando, alla domanda di sua Madre virginale – “Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e Io, angosciati, ti cercavamo!” (Lc 2, 48) –, Egli rispose: “Perché Mi cercavate? Non sapevate che Io devo occuparMi delle cose del Padre mio?” (Lc 2, 49). E, ancora, quando disse nel mezzo di una predicazione: “Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre” (Mc 3, 35). È inutile ricordare che l’amore di Gesù a Maria Santissima e a San Giuseppe era il più perfetto possibile.

La croce di affrontare l’opinione dei più prossimi

38 “…chi non prende la sua croce e non Mi segue, non è degno di Me”.

Questa è la prima allusione di Nostro Signore, nei Vangeli sinottici, al modo in cui avrebbe patito e sarebbe morto, ma anche alle sofferenze morali cui tutti sono soggetti, tante volte più atroci di quelle fisiche. In questo senso, ciò che più ferì il Divino Redentore non furono i chiodi che Gli trafissero le mani e i piedi sacrosanti, ma l’esser stato rifiutato dal popolo che era venuto a salvare.

Se non vinciamo la tendenza a stare in armonia con le nostre cerchie sociali, il nostro cambiamento di vita non sarà effettivo. Soltanto chi si stacca dall’opinione del mondo riesce adabbandonare abitudini peccaminose – costumi, modo di esser , di pensare e persino di parlare – e assumere un nuovo modo di vivere (cfr. At 5, 20), secondo lo spirito del Vangelo. E frenare dentro di sé questo desiderio di approvazione da parte degli altri, come pure lottare contro i propri capricci e le proprie macchie, costituisce una delle maggiori dilacerazioni per l’uomo, perché significa la vittoria su se stesso, vittoria possibile solo a chi è innestato nella gloriosa Croce di Cristo, l’albero della vita. Come ammonisce Sant’Ilario di Poitiers, “coloro che hanno crocifisso il corpo, e con lui i loro vizi e concupiscenze, questi sono di Cristo (cfr. Gal 5, 24); ed è indegno di Cristo chi non Lo segue dopo aver preso la sua Croce, per la quale soffriamo, moriamo, siamo sepolti e resuscitiamo con Lui, per vivere con un nuovo spirito in questo mistero della Fede”.3

Due vite contrapposte

39 “Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la

sua vita per causa mia, la troverà”.

Trattandosi di due vite distinte, quella dell’anima e quella del corpo, quest’antagonismo presentato da Nostro Signore può confondere un po’ il lettore. Dopo aver parlato dell’esigenza di far prevalere l’amore a Lui sopra qualsiasi legame familiare, e del dovere, se fosse necessario, di piegare il proprio istinto di socievolezza per abbracciare la sua croce, Gesù indica ora un altro istinto che grida dentro di noi: quello di conservazione. Qualsiasi taglietto, qualunque goccia di sangue che cominci a scorrere, qualsiasi malessere passeggero già ci fa tremare per il bene così pregiato che è la salute…

Per questo, chiarisce San Giovanni Crisostomo: “Considerate qui l’ineffabile sapienza del Signore. Non parla ai suoi discepoli solo dei genitori né solo dei figli, ma di quello che più intimamente ci appartiene, che è la nostra stessa vita”.4 Dunque, il Divino Maestro censura colui la cui preoccupazione per la vita corporale eccede la riverenza e l’amore a Lui, poiché finirà per perdere la vita per eccellenza, cioè, quella soprannaturale, smettendo di essere innestato in Lui. Rapportarsi con Dio, essere suoi figli per stare nella sua grazia, questa è la vera vita e dobbiamo apprezzarla più della nostra esistenza fisica, poiché cadere in peccato grave significa morire per l’eternità.

Nella seconda lettura (Rm 6, 3-4.8-11), San Paolo si esprime bene a questo proposito: “O non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua Morte? Per mezzo del Battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella Morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, anche noi possiamo camminare in una vita nuova” (Rm 6, 3-4). Nei primi tempi del Cristianesimo il sacramento del Battesimo era amministrato per immersione. C’erano battisteri costituiti da una piccola vasca, con gradini su entrambi i lati: il catecumeno – con l’aiuto del sacerdote e del padrino che lo tenevano per mano – scendeva i gradini da un lato fino a giungere in fondo e immergersi tre volte nell’acqua, dopo saliva dall’altro lato, a simbolizzare la morte per il mondo e la resurrezione col Signore Gesù. Infatti, con il Battesimo tutti moriamo per il peccato e siamo innestati nel tronco divino, assorbendo una nuova linfa. Per questo motivo dobbiamo “condurre una vita nuova”, partecipativa alla natura di Dio, e non commettere mai l’ingratitudine di ritornare al vecchio spirito della nostra vita precedente. Solo così riusciremo a “perdere la vita” per il mondo e a conservarla in Cristo Gesù.

Innestati in Cristo… l’apostolato!

40 “Chi accoglie voi accoglie Me, e chi accoglie Me accoglie Colui

che Mi ha mandato”.

Se amiamo il nostro Divino Redentore al di sopra di tutto, assimileremo la sua mentalità e ordineremo l’esistenza in funzione della vita soprannaturale, disponendoci all’apostolato.

Ora, chi coglie un frutto prodotto dal ramo che è stato innestato, accetta la linfa proveniente dall’albero più robusto. In modo analogo, una volta innestati in Cristo, non saremo noi gli accettati o rifiutati quando andremo a evangelizzare, ma Lui, di cui saremo ambasciatori. Il Divino Maestro “ci insegna che ha il compito di mediatore, perché viene da Dio; e, quando Lo riceviamo, Egli ci trasmette Dio. Così, chi riceve gli Apostoli riceve Cristo, e chi riceve Cristo, riceve il Padre”,5 spiega Sant’Ilario.

Innestarsi in un profeta, è anche questo innestarsi in Dio

41 “Chi accoglie un profeta come profeta, avrà la ricompensa del

profeta, e chi accoglie un giusto come giusto, avrà la ricompensa del giusto”.

La realizzazione della promessa di Gesù, formulata nel versetto di cui sopra, la troviamo illustrata nella prima lettura (II Re 4, 8-11.14- 16a) di questa domenica. Una sunamita ricca, incantata dalla santità di Eliseo, che varie volte aveva accolto nella sua casa, propose al suo sposo: “Io so che è un uomo di Dio, un santo, colui che passa sempre da noi. Prepariamogli una piccola camera al piano di sopra, in muratura, mettiamoci un letto, un tavolo, una sedia e una lampada, sì che, venendo da noi, vi si possa ritirare” (II Re 4, 9-10). Questa signora volle procedere in questo modo per beneficiarsi della presenza di Eliseo. Ossia, volle fare un innesto spirituale con il profeta, ricevendo la sua linfa, il soffio che veniva da Dio. In cambio della sua devota opera, non solo lei ottenne numerose grazie, ma anche il dono di una discendenza: il figlio, che tanto desiderava e non le era stato possibile concepire, le fu promesso entro un anno!

Cos’è, dunque, questo “ricevere” al quale allude Nostro Signore? Ammirare! Chi ha avidità di conoscere la Parola di Dio e di accogliere coloro che la possono trasmettere, riceve il premio di partecipare alle meraviglie divine, di cui il profeta è latore. Allo stesso modo, chi ammira un Santo e ama le sue virtù, s’impregna della sua santità, poiché l’amore è trasformante. Come insegna San Giovanni della Croce, “l’amore rende chi ama simile a chi è amato”. 6 E quanto maggiore è l’affezione, maggiore sarà l’identità o somiglianza. Questo deve essere esattamente l’atteggiamento dell’umanità nei confronti dei profeti e dei Santi. Quando sorge uno di questi uomini provvidenziali, dobbiamo porlo al centro della casa, cioè, della società, in modo che la sua luce illumini i fedeli e faccia fiorire la giustizia e la pietà.

Questo succede anche nel senso del male. Quando apprezziamo qualcuno di malvagio, qualcosa della sua malvagità penetra in noi e persino ci assoggetta, come ammonisce il Santo carmelitano: “Colui che ama una creatura scende al suo stesso livello e, in qualche modo, va ancora più in basso, perché l’amore non solo eguaglia, ma anche sottomette l’amante a chi ama”.7

42 “E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità Io vi dico: non perderà la sua ricompensa”.

III – è necessaria un’unione piena con Cristo

Come abbiamo visto, le letture della Liturgia di questa domenica trattano dell’integrità dell’amore a Nostro Signore Gesù Cristo e ci invitano a essere veri suoi schiavi. Se già lo siamo in quanto creature e peccatori redenti dal suo Sangue, dobbiamo volerlo essere anche come figli amorosi che si danno interamente a Lui, in modo volontario, concreto, esplicito, mossi dalla gratitudine.

L’adesione a Nostro Signore implica la lotta

In questo contesto si comprende meglio l’ammonimento del Divino Maestro, menzionato precedentemente: “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla Terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada” (Mt 10, 34). Se apparteniamo al mondo, non causiamo sorpresa nelle cerchie sociali e siamo accettati con naturalezza. Tuttavia, a partire dal momento in cui cambiamo di condotta e adeguiamo la vita alla Legge di Dio, passiamo dalla pace alla spada. Si rompe quell’embricatura col nostro ambiente e diventiamo una pietra di scandalo, a somiglianza del Divino Maestro (cfr. Lc 2, 34), poiché l’osservanza delle regole della morale costituisce un costante “non licet tibi – non ti è lecito” (Mt 14, 4), che suscita problemi di coscienza nei peccatori e provoca indignazione. Per questo i buoni non sono tollerati e sono perseguitati, molte volte, persino dai più prossimi.

La pace concepita secondo il mondo significa liberare le passioni. Si fa quello che si vuole, anche se è peccato. Poco importa! Questa è la falsa pace di cui parlava il profeta: “deceperint populum meum dicentes: Pax, et non est pax – ingannano il mio popolo dicendo: Pace! e la pace non c’è” (Ez 13, 10). Al contrario, come insegna Sant’Agostino,8 la vera pace è la tranquillità dell’ordine. Così, la pace dell’anima può venire solo dalla pratica della virtù, che presuppone la lotta alle tentazioni del demonio, del mondo e della carne. Non ci sarà un solo istante in cui le nostre cattive passioni non ci solleciteranno al peccato e all’attaccamento disordinato a tante persone o cose.

In questo modo, ogni uomo ha davanti a sé solo due vie: vivere della linfa divina o della linfa del mondo. Non c’è altra ipotesi. Ecco il grande dilemma di ogni anima e della Storia. Quando, finalmente, l’umanità deciderà di cooperare con la grazia di Dio e comincerà a vivere esclusivamente della linfa divina, si opereranno meraviglie, “come frutto delle grandi resurrezioni dell’anima di cui anche i popoli sono suscettibili. Resurrezioni invincibili, perché non c’è nulla che sconfigga un popolo virtuoso e che ami veramente Dio”.9

1) SANT’AGOSTINO. Sermo LXXII/A, n.4. In: Obras. Madrid: BAC,

1983, v.X, p.360.

2) SAN PIETRO GIULIANO EYMARD. A Santíssima Eucaristia.

Festas e Mistérios. Tradução pela nova edição crítica francesa.

Petrópolis: Vozes, 1955, v.V, p.204.

3) SANT’ILARIO DI POITIERS. Commentarius in Evangelium Matthæi.

C.X, n.25: ML 9, 977.

4) SAN GIOVANNI CRISOSTOMO. Omelia XXXV, n.2. In: Obras.

Homilías sobre el Evangelio de San Mateo (1-45). 2.ed.

Madrid: BAC, 2007, v.I, p.703.

5) SANT’ILARIO DI POITIERS, op. cit., n.27, 977-978.

6) SAN GIOVANNI DELLA CROCE. Subida del Monte Carmelo.

L.I, c.4, n.3. In: Vida y Obras. 5.ed. Madrid: BAC, 1964, p.371.

7) Idem, ibidem.

8) Cfr. SANT’AGOSTINO. De Civitate Dei. L.XIX, c.13, n.1.

In: Obras. Madrid: BAC, 1958, v.XVI-XVII, p.1398.

9) CORRÊA DE OLIVEIRA, Plinio. Revolução e Contra-Revolução.

5.ed. São Paulo: Retornarei, 2002, p.132.

L’ultimo profeta…

San Giovanni Battista, L’araldo del Messia

Non ha fatto miracoli, ma, con la sua predicazione e con l’esempio della sua vita, attirava alla conversione. Dalla sua nascita a dopo la sua morte, fu un vero araldo del Messia.

  Molto ci parlano i Vangeli della persona ascetica del Battista, con le sue vesti evocative degli antichi profeti di Israele e la sua austerità di vita. I giudei pensarono persino di trovarsi di fronte al Messia atteso. Tuttavia, la storia di questo uomo così singolare, la cui predicazione segna la fine dell’Antico Testamento e dà inizio al Nuovo, è sconosciuta a molti. Parliamo un po’ di questo.

Nascita annunciata da un Angelo

   “Al tempo di Erode, re della Giudea, c’era un sacerdote chiamato Zaccaria, della classe di Abìa” (Lc 1, 5). Sua moglie, di stirpe sacerdotale, si chiamava Elisabetta. Erano entrambi di età avanzata e non avevano ricevuto la principale benedizione di ogni famiglia ebrea: una discendenza. Giusti e timorosi di Dio, accettavano senza poter consolarsi questa dura prova.

  Essendo in servizio nel Tempio, offrendo l’incenso sull’altare dei profumi, Zaccaria sentiva palpitare il suo cuore nella speranza dell’imminente arrivo del Messia quando vide alla sua destra un Angelo del Signore, raggiante di gloria.

  “Non temere, Zaccaria, la tua preghiera è stata esaudita e tua moglie Elisabetta ti darà un figlio, che chiamerai Giovanni”, disse il celeste messaggero. E aggiunse: “Egli sarà grande davanti al Signore” e “Gli camminerà innanzi con lo spirito e la forza di Elia” (Lc 1, 13.15.17). Tuttavia, poiché aveva dubitato della promessa per un istante, rimase muto.

  San Luca ci trasmette a seguire l’Annunciazione dell’Angelo alla Vergine Maria e la visita di questa a Elisabetta, ponendo in contatto la Madre del Messia con la madre del Precursore. Sentendo il saluto di Maria, Elisabetta sentì il nascituro “saltare di gioia” nel suo seno (cfr. Lc 1, 26-45). Il Precursore aveva riconosciuto il Messia e cominciò subito a esercitare la sua funzione di araldo.

  Alla nascita seguiva la circoncisione, il rito di ammissione del figlio maschio nel popolo di Dio. A questa si associava l’imposizione del nome, che era una specie di iscrizione del neonato nel catalogo dei figli di Israele. I parenti e vicini volevano dare al Battista il nome di suo padre, Zaccaria, ma Elisabetta intervenne senza vacillare: “Si chiamerà Giovanni”. Essi replicarono che nella famiglia non c’era nessuno con questo nome. Consultato, Zaccaria scrisse su una tavoletta: “Giovanni è il suo nome”. Subito recuperò la parola, che aveva perso perché aveva dubitato della parola dell’Angelo (cfr. Lc 1, 58-63).

  Sempre generoso con i suoi servitori, Dio non solo lo guarì dal mutismo, ma anche lo riempì dello Spirito Santo e lo elevò alle cime del profetismo, collocando nelle sue labbra il bellissimo cantico del Benedictus: “Benedetto il Signore Dio d’Israele,perché ha visitato e redento il suo popolo, e ha suscitato per noi una salvezza potente nella casa di Davide, suo servo” (Lc 1, 68- 69). Infine, fissando gli occhi nel figlio, profetizzò tremante di emozione: “E tu, bambino, sarai chiamato profeta dell’Altissimo perché andrai innanzi al Signore a preparargli le strade” (Lc 1, 76).

Il primo a dare testimonianza di Gesù

  Dei primi anni di vita del “profeta dell’Altissimo”, conosciamo appena queste brevi parole del Vangelo: “Il fanciullo cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele” (Lc 1, 80). Non appena le cure materne smisero di essergli necessarie, si allontanò dalla convivenza umana, raccogliendosi nelle solitudini del deserto. Secondo San Matteo, visse nascosto agli occhi del mondo nel deserto della Giudea, la parte più arida del paese. Probabilmente, lì fece il suo lungo noviziato.

  Nelle sinagoghe i rabbini garantivano al popolo che il Messia non avrebbe tardato ad apparire. Citavano la celebre profezia di Daniele: “Settanta settimane sono fissate per il tuo popolo e per la tua santa città per mettere fine all’empietà, mettere i sigilli ai peccati, espiare l’iniquità, portare una giustizia eterna, suggellare visione e profezia e ungere il Santo dei santi” (9, 24). In quest’epoca degli eventi, Giovanni si mise a battezzare nel fiume Giordano. Simbolica scelta del luogo, poiché per quelle regioni era entrato il popolo di Dio nella Terra Promessa. Il luogo era, inoltre, adeguato al battesimo di immersione, rito nuovo, che ben rappresentava la conversione alla quale egli esortava.

  Nessuno sapeva la sua origine. Soltanto alcuni vecchi pastori delle montagne raccontavano che era scomparso da casa un bambino concesso miracolosamente al sacerdote Zaccaria.

  Poco dopo che Giovanni comparve in pubblico, Si presentò Gesù. La vita pubblica del Redentore comincia con la missione del Precursore. Questa missione era essenziale. Di lui era scritto: “Ecco, io manderò un mio messaggero a preparare la via davanti a me” (Ml 3, 1). Giovanni parlava di Cristo come di colui che “viene dopo di me” (Mt 3, 11; Mc 1, 7; Gv 1, 15). Come anello di congiunzione tra l’Antico e il Nuovo Testamento, è il primo a dare testimonianza di Gesù. Non solo annuncia il Messia, ma Lo indica.

“Fate penitenza” era la sua parola d’ordine

  San Matteo inizia in forma solenne il racconto della vita pubblica del Precursore: “In quei giorni comparve Giovanni il Battista” (3, 1). Tutta la Giudea parlava a suo riguardo. Quattrocento anni senza profeta risvegliavano nel popolo sete di profezie.

  San Luca, “con una solennità letteraria cronologica speciale”,1 cerca di precisare il tempo e lo spazio in cui Giovanni irrompe come il Precursore. E si rivela ben documentato: “Nell’anno decimoquinto dell’impero di Tiberio Cesare…” (3, 1).

  San Giovanni Evangelista si mostra rispettoso con quello che fu suo maestro e si riferisce a lui con maggiore riverenza: “Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui” (1, 6-7).

  L’apparizione del Battista era così importante che San Luca così lo presenta: “La parola di Dio scese su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto” (3, 2).

  Si generalizzò in tal modo l’affluenza dei giudei intorno a lui che Matteo e Marco non esitano ad affermare: “Allora accorrevano a lui da Gerusalemme, da tutta la Giudea e dalla zona adiacente il Giordano” (Mt 3, 5); “Accorreva a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme” (Mc 1, 5).

  Non sappiamo come agì il figlio di Zaccaria per rendersi così conosciuto. I Vangeli non menzionano neppure un miracolo operato da lui. A questo araldo cui era stato assegnato di “spianare la strada”, bastava la forza delle sue parole e l’esempio della sua vita. Ma sappiamo quello che ci racconta San Luca: “Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri” (3, 4); “Egli è colui del quale sta scritto: Ecco io mando davanti a te il mio messaggero, egli preparerà la via davanti a te” (7, 27). E lo stesso Redentore proclamerà: “tra i nati di donna non c’è nessuno più grande di Giovanni” (Lc 7, 28).

  Giovanni seguì la via opposta a quella dei predicatori di tipo messianico che lo precedettero. Tutto il suo insegnamento si centrava in un’esortazione: “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino” (Mt 3, 2). Era questa la sua parola d’ordine.

Insegnava con l’esempio quello che predicava con la voce

  Della sua vita solitaria si sa solo come fosse austera: “Giovanni portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano locuste e miele selvatico” (Mt 3, 4). Produsse un’immensa commozione e un fremito in Israele: “È sorto un profeta!”.

  Possiamo immaginarlo alto e magro, ma forte, dallo sguardo ardente e carico di misticismo; fermo e deciso, pieno di bontà, tono di voce virile e melodioso. Doveva far acquistare la fama a Nostro Signore e poi scomparire. I farisei dovevano odiarlo molto.

  Non assaggiò vino né sidro, né qualunque altra bevanda delicata. Il suo alimento abituale era consono coi suoi miseri indumenti: locuste e miele selvatico, ossia, colto nei tronchi d’albero o nelle fessure delle rocce. Alla moda dei nazareni, ostentava una lunga e maestosa barba, mai toccata dal rasoio, e i capelli ondeggiavano sulle spalle, accentuando l’austero aspetto del volto. Si distingueva per la sua santità di vita. Tutti rimanevano impressionati dal rigore della sua penitenza, integrità dei suoi costumi e forza delle sue parole. Insegnava con l’esempio quello che predicava con la voce.

  “Giovanni Battista si presentò a battezzare nel deserto, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati” (Mc 1, 4). La prima cosa che esigeva dai suoi ascoltatori era il pentimento. Una metanoia, ossia, un cambiamento completo di mentalità e di anima, una trasformazione spirituale, un ripudio del peccato nelle profondità
del proprio essere. Non accontentandosi dei semplici segnali esteriori di pentimento, esortava a una conversione sincera. Alle predicazioni aggiungeva il battesimo, per significare la necessità di pulire le macchie dell’anima. Non era, infatti, soltanto un araldo, ma colui che battezzava.

  Il battesimo di Giovanni non perdonava i peccati, come il Sacramento del Battesimo cancella la macchia del peccato originale, e quello della Penitenza perdona i peccati personali. Non era che un simbolo esteriore che rappresentava il cambiamento di vita e la pulizia di cuore cui egli esortava.

  Seppe scegliere tra i suoi ascoltatori un certo numero di discepoli, alcuni dei quali diventarono Apostoli di Gesù: Andrea, Pietro, Giacomo e Giovanni. Non perdeva occasione di dare testimonianza dell’“Agnello di Dio”. Fu efficacissima la predicazione del grande profeta.

“Io ho visto e rendo testimonianza che questi è il Figlio di Dio”

  Giungeva l’ora in cui si verificava davanti al popolo giudeo la congiunzione tra il Precursore e il Messia. Giovanni non Lo conosceva se non attraverso le comunicazioni dello Spirito Santo, i suoi occhi non Lo avevano mai visto. Desiderava ardentemente il felice momento di poter contemplare il volto del Salvatore, ascoltare la sua voce e baciare i suoi santi piedi.

  È probabile che circa sei mesi dopo l’inizio della predicazione di Giovanni, Gesù si sia unito a una carovana che andava al Giordano alla ricerca del profeta. In incognito, come un israelita qualsiasi, era uno tra mille. Dal suo linguaggio, si notava che era galileo. Gli Evangelisti ci riferiscono poco su questo incontro. Conversando un giorno con i suoi discepoli a questo riguardo, il Battista affermò: “Io non lo conoscevo, ma chi mi ha inviato a battezzare con acqua mi aveva detto: L’uomo sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è colui che battezza in Spirito Santo’” (Gv 1, 33).

  Mentre preparava un gruppo di penitenti a ricevere il battesimo, fissò all’improvviso lo sguardo su un Uomo il cui aspetto lo fece sussultare, come anni prima si era commosso nel seno materno per la presenza del Salvatore. Un istintivo movimento lo spingeva a Lui. Quando, però, si stava gettando ai suoi piedi, Gesù lo fermò e gli chiese il battesimo. “Io ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me?” (Mt 3, 14), esclamò Giovanni con ammirazione.

  Gesù rispose con le prime parole della sua vita pubblica, registrate dagli Evangelisti: “Lascia fare per ora, poiché conviene che così adempiamo ogni giustizia” (Mt 3, 15). La giustizia esigeva che Cristo, avendo assunto su di Sé le iniquità del mondo intero, fosse trattato come un peccatore. Giovanni comprese e non oppose resistenza alla volontà del Maestro. Realizzato il battesimo, “si aprirono i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui” (Mt 3, 16). Allo stesso tempo, la voce del Padre celeste fece risuonare queste memorabili parole: “Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto” (Mt 3, 17).

  Il Battista poteva ora dare – da araldo qual era – una nuova testimonianza di Gesù, dicendo: “E io ho visto e ho reso testimonianza che questi è il Figlio di Dio” (Gv 1, 34).

L’araldo del Messia confuta gli errori del popolo

  Tale era l’eccitazione delle folle di fronte all’austera vita di Giovanni – degna degli antichi servi di Dio –, l’elevazione della sua dottrina e l’ardore del suo zelo, che i giudei arrivarono a chiedersi se non fossero già in presenza del Messia. Contribuiva per questo il fatto che erano trascorse le settanta settimane annunciate da Daniele.

  Giovanni non poteva consentire neppure per un momento ad un’ambiguità in una questione così fondamentale. Come profeta, compirà con tutta fedeltà la sua missione di indicare il vero Messia; come santo, la sua umiltà non tollererà equivoci; come apostolo, approfitterà di questo momento propizio per eliminare ogni dubbio a tale riguardo. “Io battezzo con acqua, ma in mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, uno che viene dopo di me, al quale io non son degno di sciogliere il legaccio del sandalo” (Gv 1, 26-27). Come autentico araldo, rifiuta con tutta chiarezza questi errori. Molti dei suoi discepoli si arresero all’autorità della sua testimonianza, mentre altri si ostinarono nell’errore e dissero pubblicamente che era lui il Messia atteso.

  Per forzare il Battista a rivelare le sue intenzioni, i giudei di Gerusalemme inviarono a interrogarlo sacerdoti e leviti, tra i quali alcuni farisei. Essi non contavano sullo spirito di verità che lo animava (cfr. Gv 1, 19-27; Mc 1, 8).
– Chi sei tu? – chiesero.
– Io non sono il Cristo – egli rispose senza esitare. Nonostante fossero sconcertati per questa confessione, gli inquisitori insistettero:
– Sei Elia? Sei il profeta?
Dal cuore del Battista sgorgò appenala verità pura e semplice:
– No, non lo sono.
– Dicci, dunque, chi sei, perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso? – chiesero i farisei, credendo che questa volta lo avrebbero preso nelle loro reti.
– Io sono la voce che chiama nel deserto: ho raddrizzato il cammino al Signore, come ha detto il profeta Isaia – replicò Giovanni. Gli ambasciatori tornarono alla carica:
– Come, dunque, battezzi, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta? Giovanni rispose:            – Io battezzo con acqua, ma Lui vi battezzerà nello Spirito Santo. Il Battista non cessava di proclamare la sua testimonianza: “in mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, uno che viene dopo di me”. E l’ambasciata del Grande Consiglio non fece che aumentare il suo prestigio.

L’autenticità dell’araldo: sue testimonianze

  I suoi discepoli furono i primi a ricevere il suo battesimo e a consegnarsi a lui con tutto il cuore. Giovanni li istruiva sulle vie della vita soprannaturale che lui stesso seguiva.

  I Vangeli sinottici non riferiscono nessun’altra testimonianza di Giovanni su Gesù, che non sia quella del suo Battesimo. Il quarto Vangelo, al contrario, ce ne riferisce varie.

  Il giorno successivo a quello dell’episodio sopra descritto, stando Giovanni con due discepoli, fissò gli occhi su Gesù che passava, e segnalò con enfasi il Salvatore di Israele: “Ecco l’Agnello di Dio” (Gv 1, 29). L’Agnello che Si sacrifica, che dà la sua vita per togliere il peccato dal mondo.

  Per non lasciare alcun dubbio nello spirito dei suoi discepoli, Giovanni insisteva: “Voi stessi mi siete testimoni che ho detto: Non sono io il Cristo, ma io sono stato mandato innanzi a lui. […] Egli deve crescere e io invece diminuire” (Gv 3, 28.30).

  Quest’uomo chiamato a essere profeta dell’Altissimo causò un impatto anche dopo morto, spaventando il potente tetrarca Erode, il quale, sentendo parlare dei portentosi miracoli di Gesù, prese paura: “Costui è Giovanni il Battista risuscitato dai morti; per ciò la potenza dei miracoli opera in lui” (Mt 14, 2). Dalla sua miracolosa nascita fino a dopo la sua morte, fu un vero araldo del Messia.

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1 TUYA, OP, Manuel de. Biblia Comentada. Evangelios. Madrid: BAC, 1964, vol.V, p.769.

Natività di San Giovanni Battista

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Nel IV secolo la nascita di Gesù venne fissata al solstizio d’inverno, quella di Giovanni, per rispettare la lettera del racconto evangelico, venne collocata nel solstizio d’estate, esattamente sei mesi prima del Natale, quando le giornate cominciano ad accorciarsi, a confermare fin dall’inizio – dicono i Padri – la testimonianza che Giovanni darà a Cristo: Egli deve crescere, e io diminuire. Ma Colui che, di fronte all’Atteso che viene, scompare, il Precursore che, nel suo nascere, vivere e morire, è unicamente in funzione dell’annuncio che porta, è “il più grande tra i nati di donna”, secondo l’elogio stesso di Gesù; e come tale la liturgia, unico tra tutti i santi, lo celebra sia nella nascita che nella morte.
Frutto della promessa di Dio, egli venne, novello Elia, per preparare al Signore un popolo ben disposto. E dell’attesa visse fin dal seno materno la gioia – come l’“amico dello sposo” – e insieme il rigore della conversione, dimorando nell’aridità del deserto dove nella solitudine, nell’ascesi e nella preghiera si preparò alla sua missione. Quando iniziò la sua predicazione di fuoco, rapidamente la fama del nuovo profeta si diffuse in tutto il paese. “Veniva a lui tutta la Giudea e tutti quelli di Gerusalemme – dice il Vangelo – e si facevano battezzare nel Giordano”.
E tra la folla dei penitenti venne a lui anche Gesù, l’Innocente, che Giovanni riconobbe e indicò come “l’Agnello di Dio”, Colui che porta il peccato del mondo, l’atteso Messia. Del Messia fu precursore anche nella morte innocente, che subì come testimone della verità. Giovanni Battista, fin dagli inizi del monachesimo, è sempre stato venerato con particolare amore dai monaci, che riconoscono in lui un modello e un ispiratore luminoso nella loro ricerca di accogliere il Veniente, il Signore che continua a venire a visitare il suo popolo.

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