I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia

L’Eucaristia, l’Immacolata e il Sommo Pontefice!

Autore: Araldi del Vangelo (Page 1 of 47)

LA SETTIMANA SANTA…

Fedeltà e fermezza

Quanto più la Chiesa è osteggiata da ogni parte, quanto più le false massime dell’errore e del pervertimento morale infettano l’aria coi loro miasmi pestiferi, tanto maggiori meriti vi sarà dato acquistare dinanzi a Dio. 

Quanto più la Chiesa è osteggiata da ogni parte, quanto più le false massime dell’errore e del pervertimento morale infettano l’aria coi loro miasmi pestiferi, tanto maggiori meriti vi sarà dato acquistare dinanzi a Dio.

La Chiesa, questa grande società religiosa degli uomini, che vivono nella stessa fede e nello stesso amore sotto la guida suprema del Romano Pontefice, ha uno scopo superiore e ben distinto da quello delle società civili, che tendono a raggiungere quaggiù il benessere temporale, mentre essa ha di mira la perfezione delle anime per l’eternità.

La Chiesa è un regno che non conosce altro padrone che Dio ed ha una missione tanto alta che sorpassa ogni limite e forma di tutti i popoli d’ogni lingua e d’ogni nazione una sola famiglia; non si può quindi nemmeno supporre che il regno delle anime sia soggetto a quello dei corpi, che l’eternità divenga strumento del tempo, che Dio stesso divenga schiavo dell’uomo.

Importante obbedire a Dio prima che agli uomini

Gesù Cristo infatti, il Figlio eterno del Padre, cui fu dato ogni potere in cielo ed in terra, ha imposto ai primi ministri della Chiesa, gli Apostoli, questa missione: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi” (Gv 20, 21). “Andate dunque; istruite tutte le genti, battezzandole nel Nome del Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo; insegnando loro di osservare
tutto quello che vi ho comandato. Ed ecco ch’io sono con voi sino alla consumazione dei secoli” (Mt 28, 19-20). 

Dunque la Chiesa ha da Dio stesso la missione d’insegnare, e la sua parola deve pervenire alla conoscenza di tutti senza ostacoli che la arrestino e senza imposizioni che la frenino. Poiché non disse Cristo: la vostra parola sia rivolta ai poveri, agli ignoranti, alle turbe; ma a tutti senza distinzione, perchè voi nell’ordine spirituale siete superiori a tutte le sovranità della terra.

La Chiesa ha la missione di governare le anime e di amministrare i Sacramenti; e quindi, come nessun altro per nessun motivo può pretendere di penetrare nel Santuario, essa ha il dovere d’insorgere contro chiunque con arbitrarie ingerenze o ingiuste usurpazioni pretenda di invadere il suo campo.

La Chiesa ha la missione d’insegnare l’osservanza dei precetti e di esortare alla pratica dei consigli evangelici, e guai a chiunque insegnasse il contrario, portando nella società il disordine e la confusione. 

La Chiesa ha il diritto di possedere, perchè è una società di uomini e non di angeli, ed ha bisogno dei beni materiali ad essa pervenuti dalla pietà dei fedeli, e ne conserva il legittimo possesso per l’adempimento dei suoi ministeri, per l’esercizio esteriore del culto, per la costruzione dei templi,per le opere di carità, che le sono affidate e per vivere e perpetuarsi fino alla consumazione dei secoli.

Questi diritti sono così sacri che la Chiesa ha sentito sempre il dovere di sostenerli e difenderli, ben sapendo che, se cedesse per poco alle pretensioni dei suoi nemici, verrebbe meno al mandato ricevuto dal Cielo e cadrebbe nella apostasia.

Perciò la storia ci segnala una serie di proteste e rivendicazioni fatte dalla Chiesa contro quanti volevano renderla schiava. La sua prima parola al Giudaismo, detta da Pietro e dagli altri Apostoli: “Bisogna obbedire a Dio, piuttosto che agli uomini” (At
5, 29), questa sublime parola fu ripetuta sempre dai loro successori e si ripeterà fino alla fine del mondo, fosse pure per confermarla con un battesimo di sangue.

C’è libertà per tutti, meno per la Chiesa

Di questo sono così persuasi i nostri stessi avversari, che ripetono a parole, esservi all’ombra della loro bandiera ogni sorta di libertà; infatti però la libertà, o meglio la licenza, è pertutti, ma non la libertà per la Chiesa.

Libertà per ognuno di professare il proprio culto, di manifestare i propri sistemi; ma non per il cattolico, come tale, che è fatto segno a persecuzioni e dileggi, e non promosso, o privato di quegli offici, a cui ha sacro diritto. Libertà d’insegnamento; ma soggetta al monopolio dei Governi, che permettono nelle scuole la propagazione e la difesa di ogni sistema e di ogni errore; e proibiscono perfino ai bambini lo studio del Catechismo. 

Libertà di stampa, e quindi libertà al giornalismo più iroso d’insinuare in onta alle leggi altre forme di governo, di aizzare a sedizione le plebi, di fomentare odi e inimicizie, d’impedire cogli scioperi il benessere degli operai e la vita tranquilla dei cittadini, di vituperare le cose più sacre e le persone più venerande; ma non al giornalismo cattolico, che difendendo i diritti della Chiesa e propugnando i principi della verità e della giustizia, dev’essere sorvegliato, richiamato al dovere e fatto segno a tutti come avverso alle libere istituzioni, e nemico della patria.

A tutte le associazioni anche più sovversive la libertà di pubbliche e clamorose dimostrazioni; ma le processioni cattoliche non escano dalle Chiese, perchè provocano i partiti contrari, sconvolgono l’ordine pubblico e disturbano i pacifici cittadini. Libertà di ministero per tutti, scismatici e dissidenti; ma pei cattolici solo allora che i ministri della Chiesa non abbiano nel paese, cui sono mandati, anche un solo prepotente, il quale s’imponga al Governo, che ne impedisce l’ingresso e l’esercizio.

Libertà di possesso per tutti; ma non per la Chiesa e per gli Ordini religiosi, i cui beni con arbitraria violenza sono manomessi, convertiti e dati dai Governi alle laiche istituzioni.

Il Signore vi sosterrà in questa pugna

Questa, come voi ben conoscete, è la libertà di cui gode la Chiesa anche in paesi cattolici! E quindi abbiamo ben ragione di consolarci con voi, che la reclamate lottando per essa nel campo di azione che vi è finora concesso.

Coraggio adunque, o figli diletti ; quanto più la Chiesa è osteggiata da ogni parte, quanto più le false massime dell’errore e del pervertimento morale infettano l’aria dei loro miasmi pestiferi, tanto maggiori meriti vi sarà dato acquistare dinanzi a Dio, se farete ogni sforzo per evitare il contagio e non vi lascerete smuovere da alcune delle vostre convinzioni, rimanendo fedeli alla Chiesa.

Con la vostra fermezza darete opera a ben fruttuoso apostolato, persuadendo avversari e dissidenti, che la libertà della Chiesa provvederà mirabilmente alla salute e alla tranquillità dei popoli, perchè esercitando il magistero divinamente affidatole, conserverà intatti e in vigore i principi di verità e di giustizia, sui quali poggia ogni ordine e dai quali germogliano la pace, l’onestà ed ogni civile cultura.

In questa lotta non potranno certo mancarvi difficoltà, molestie e fatiche: guardatevi però dal perdervi di animo, perchè vi sosterrà nella pugna il Signore, apportandovi copioso soccorso di celesti favori. )Estratto da: SAN PIO X. Discorso ai fedeli convenuti a Roma in occasione del XVI centenario della promulgazione dell’Editto di Costantino, 23/2/1913)(Rivista Araldi del Vangelo, Febbraio/2020, n. 200 p.6-7). 

Domenica delle Palme e della Passione del Signore (Anno C)

Entrata gloriosa a Gerusalemme

Vangelo

Quando fu l’ora, prese posto a tavola e gli apostoli con lui, e disse: «Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, poiché vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio». E preso un calice, rese grazie e disse: «Prendetelo e distribuitelo tra voi, poiché vi dico: da questo momento non berrò più del frutto della vite, finché non venga il regno di Dio». Poi, preso un pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: «Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me». Allo stesso modo dopo aver cenato, prese il calice dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che viene versato per voi». «Ma ecco, la mano di chi mi tradisce è con me, sulla tavola. Il Figlio dell’uomo se ne va, secondo quanto è stabilito; ma guai a quell’uomo dal quale è tradito!». Allora essi cominciarono a domandarsi a vicenda chi di essi avrebbe fatto ciò. Sorse anche una discussione, chi di loro poteva esser considerato il più grande. Egli disse: «I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno il potere su di esse si fanno chiamare benefattori. Per voi però non sia così; ma chi è il più grande tra voi diventi come il più piccolo e chi governa come colui che serve. Infatti chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve. Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove; e io preparo per voi un regno, come il Padre l’ha preparato per me, perché possiate mangiare e bere alla mia mensa nel mio regno e siederete in trono a giudicare le dodici tribù di Israele. Simone, Simone, ecco satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli». E Pietro gli disse: «Signore, con te sono pronto ad andare in prigione e alla morte». Gli rispose: «Pietro, io ti dico: non canterà oggi il gallo prima che tu per tre volte avrai negato di conoscermi». Poi disse: «Quando vi ho mandato senza borsa, né bisaccia, né sandali, vi è forse mancato qualcosa?». Risposero: «Nulla». Ed egli soggiunse: «Ma ora, chi ha una borsa la prenda, e così una bisaccia; chi non ha spada, venda il mantello e ne compri una. Perché vi dico: deve compiersi in me questa parola della Scrittura: E fu annoverato tra i malfattori. Infatti tutto quello che mi riguarda volge al suo termine». Ed essi dissero: «Signore, ecco qui due spade». Ma egli rispose «Basta!». Uscito se ne andò, come al solito, al monte degli Ulivi; anche i discepoli lo seguirono. Giunto sul luogo, disse loro: «Pregate, per non entrare in tentazione». Poi si allontanò da loro quasi un tiro di sasso e, inginocchiatosi, pregava: «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà». Gli apparve allora un angelo dal cielo a confortarlo. In preda all’angoscia, pregava più intensamente; e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadevano a terra. Poi, rialzatosi dalla preghiera, andò dai discepoli e li trovò che dormivano per la tristezza. E disse loro: «Perché dormite? Alzatevi e pregate, per non entrare in tentazione». Mentre egli ancora parlava, ecco una turba di gente; li precedeva colui che si chiamava Giuda, uno dei Dodici, e si accostò a Gesù per baciarlo. Gesù gli disse: «Giuda, con un bacio tradisci il Figlio dell’uomo?». Allora quelli che eran con lui, vedendo ciò che stava per accadere, dissero: «Signore, dobbiamo colpire con la spada?». E uno di loro colpì il servo del sommo sacerdote e gli staccò l’orecchio destro. Ma Gesù intervenne dicendo: «Lasciate, basta così!». E toccandogli l’orecchio, lo guarì. Poi Gesù disse a coloro che gli eran venuti contro, sommi sacerdoti, capi delle guardie del tempio e anziani: «Siete usciti con spade e bastoni come contro un brigante? Ogni giorno ero con voi nel tempio e non avete steso le mani contro di me; ma questa è la vostra ora, è l’impero delle tenebre». Dopo averlo preso, lo condussero via e lo fecero entrare nella casa del sommo sacerdote. Pietro lo seguiva da lontano. Siccome avevano acceso un fuoco in mezzo al cortile e si erano seduti attorno, anche Pietro si sedette in mezzo a loro. Vedutolo seduto presso la fiamma, una serva fissandolo disse: «Anche questi era con lui». Ma egli negò dicendo: «Donna, non lo conosco!». Poco dopo un altro lo vide e disse: «Anche tu sei di loro!». Ma Pietro rispose: «No, non lo sono!». Passata circa un’ora, un altro insisteva: «In verità, anche questo era con lui; è anche lui un Galileo». Ma Pietro disse: «O uomo, non so quello che dici». E in quell’istante, mentre ancora parlava, un gallo cantò. Allora il Signore, voltatosi, guardò Pietro, e Pietro si ricordò delle parole che il Signore gli aveva detto: «Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte». E, uscito, pianse amaramente. Frattanto gli uomini che avevano in custodia Gesù lo schernivano e lo percuotevano, lo bendavano e gli dicevano: «Indovina: chi ti ha colpito?». E molti altri insulti dicevano contro di lui. Appena fu giorno, si riunì il consiglio degli anziani del popolo, con i sommi sacerdoti e gli scribi; lo condussero davanti al sinedrio e gli dissero: «Se tu sei il Cristo, diccelo». Gesù rispose: «Anche se ve lo dico, non mi crederete; se vi interrogo, non mi risponderete. Ma da questo momento starà il Figlio dell’uomo seduto alla destra della potenza di Dio». Allora tutti esclamarono: «Tu dunque sei il Figlio di Dio?». Ed egli disse loro: «Lo dite voi stessi: io lo sono». Risposero: «Che bisogno abbiamo ancora di testimonianza? L’abbiamo udito noi stessi dalla sua bocca». Tutta l’assemblea si alzò, lo condussero da Pilato e cominciarono ad accusarlo: «Abbiamo trovato costui che sobillava il nostro popolo, impediva di dare tributi a Cesare e affermava di essere il Cristo re». Pilato lo interrogò: «Sei tu il re dei Giudei?». Ed egli rispose: «Tu lo dici». Pilato disse ai sommi sacerdoti e alla folla: «Non trovo nessuna colpa in quest’uomo». Ma essi insistevano: «Costui solleva il popolo, insegnando per tutta la Giudea, dopo aver cominciato dalla Galilea fino a qui». Udito ciò, Pilato domandò se era Galileo e, saputo che apparteneva alla giurisdizione di Erode, lo mandò da Erode che in quei giorni si trovava anch’egli a Gerusalemme. Vedendo Gesù, Erode si rallegrò molto, perché da molto tempo desiderava vederlo per averne sentito parlare e sperava di vedere qualche miracolo fatto da lui. Lo interrogò con molte domande, ma Gesù non gli rispose nulla. C’erano là anche i sommi sacerdoti e gli scribi, e lo accusavano con insistenza. Allora Erode, con i suoi soldati, lo insultò e lo schernì, poi lo rivestì di una splendida veste e lo rimandò a Pilato. In quel giorno Erode e Pilato diventarono amici; prima infatti c’era stata inimicizia tra loro. Pilato, riuniti i sommi sacerdoti, le autorità e il popolo, disse: «Mi avete portato quest’uomo come sobillatore del popolo; ecco, l’ho esaminato davanti a voi, ma non ho trovato in lui nessuna colpa di quelle di cui lo accusate; e neanche Erode, infatti ce l’ha rimandato. Ecco, egli non ha fatto nulla che meriti la morte. Perciò, dopo averlo severamente castigato, lo rilascerò».. Ma essi si misero a gridare tutti insieme: «A morte costui! Dacci libero Barabba!». Questi era stato messo in carcere per una sommossa scoppiata in città e per omicidio. Pilato parlò loro di nuovo, volendo rilasciare Gesù. Ma essi urlavano: «Crocifiggilo, crocifiggilo!». Ed egli, per la terza volta, disse loro: «Ma che male ha fatto costui? Non ho trovato nulla in lui che meriti la morte. Lo castigherò severamente e poi lo rilascerò». Essi però insistevano a gran voce, chiedendo che venisse crocifisso; e le loro grida crescevano. Pilato allora decise che la loro richiesta fosse eseguita. Rilasciò colui che era stato messo in carcere per sommossa e omicidio e che essi richiedevano, e abbandonò Gesù alla loro volontà. Mentre lo conducevano via, presero un certo Simone di Cirène che veniva dalla campagna e gli misero addosso la croce da portare dietro a Gesù. Lo seguiva una gran folla di popolo e di donne che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui. Ma Gesù, voltandosi verso le donne, disse: «Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli. Ecco, verranno giorni nei quali si dirà: Beate le sterili e i grembi che non hanno generato e le mammelle che non hanno allattato. Allora cominceranno a dire ai monti: Cadete su di noi! e ai colli: Copriteci! Perché se trattano così il legno verde, che avverrà del legno secco?». Venivano condotti insieme con lui anche due malfattori per essere giustiziati. Quando giunsero al luogo detto Cranio, là crocifissero lui e i due malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra. Gesù diceva: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno». Dopo essersi poi divise le sue vesti, le tirarono a sorte. Il popolo stava a vedere, i capi invece lo schernivano dicendo: «Ha salvato gli altri, salvi se stesso, se è il Cristo di Dio, il suo eletto». Anche i soldati lo schernivano, e gli si accostavano per porgergli dell’aceto, e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». C’era anche una scritta, sopra il suo capo: Questi è il re dei Giudei. Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!». Ma l’altro lo rimproverava: «Neanche tu hai timore di Dio e sei dannato alla stessa pena? Noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male». E aggiunse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso». Era verso mezzogiorno, quando il sole si eclissò e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. Il velo del tempio si squarciò nel mezzo. Gesù, gridando a gran voce, disse: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». Detto questo spirò. Visto ciò che era accaduto, il centurione glorificava Dio: «Veramente quest’uomo era giusto». Anche tutte le folle che erano accorse a questo spettacolo, ripensando a quanto era accaduto, se ne tornavano percuotendosi il petto. Tutti i suoi conoscenti assistevano da lontano e così le donne che lo avevano seguito fin dalla Galilea, osservando questi avvenimenti. C’era un uomo di nome Giuseppe, membro del sinedrio, persona buona e giusta. Non aveva aderito alla decisione e all’operato degli altri. Egli era di Arimatèa, una città dei Giudei, e aspettava il regno di Dio. Si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. Lo calò dalla croce, lo avvolse in un lenzuolo e lo depose in una tomba scavata nella roccia, nella quale nessuno era stato ancora deposto. Era il giorno della parascève e gia splendevano le luci del sabato. Le donne che erano venute con Gesù dalla Galilea seguivano Giuseppe; esse osservarono la tomba e come era stato deposto il corpo di Gesù, poi tornarono indietro e prepararono aromi e oli profumati. Il giorno di sabato osservarono il riposo secondo il comandamento. (LC 22,17-71.23,1-56)

Anche nell’ora dell’apparente sconfitta, il Sommo Bene vince sempre

Alle lodi dell’ingresso trionfale di Nostro Signore a Gerusalemme si sono presto succeduti i dolori della Passione. Come spiegare questo paradosso?

I- L’inesorabile lotta tra il bene e il male

Andiamo con l’immaginazione all’eternità, quando ancora non esisteva il tempo, poiché Dio non aveva creato l’universo. Egli aveva davanti a Sé la possibilità di creare infiniti mondi differenti da quello in cui viviamo ma, per una libera scelta della Sua volontà, non ha voluto farlo.1 Molti, ai nostri occhi di semplici creature, avrebbero potuto essere migliori di questo nostro mondo, chissà, magari senza peccato e senza lotte…

Invece, che cosa ha creato Dio? Un universo le cui creature sono buone e il loro insieme è “molto buono” (Gen 1, 31). Subito al suo inizio, però, tutto questo bene creato ha cominciato a coesistere con il male, dal momento in cui la terza parte degli spiriti angelici si è unita a Lucifero in una rivolta contro Dio (cfr. Ap 12, 4). Al grido di San Michele, gli Angeli fedeli si sono sollevati contro i ribelli e “factum est prælium magnum in Cælo – una grande battaglia è stata ingaggiata nel Cielo” (Ap 12, 7). Precipitato nelle tenebre eterne, il demonio ha tentato, per manifestare la sua ostinata opposizione a Dio, di deturpare la bellezza del piano della creazione.

Invidiando la creatura umana, che ancora si conservava innocente e godeva delle delizie del Paradiso e dell’amicizia con Dio, il diavolo si è impegnato “a ingannare gli uomini, affinché non fossero esaltati ed elevati al luogo da dove egli era caduto”.2 Preso l’aspetto di un incantevole serpente, astuto e abile a esacerbare le passioni umane, egli è entrato in contatto con Eva e le ha proposto la disobbedienza a Dio. Eva ha ceduto e ha indotto Adamo a seguirla nello stesso cammino.

Perché il serpente entrò nel Paradiso?

Ora, perché Dio ha lasciato entrare il serpente nel Paradiso e ha permesso che il male si stabilisse sulla faccia della Terra? Tra le altre ragioni, ne evidenzieremo tre: in primo luogo, per inviarci un Salvatore che operasse la Redenzione. Per questo, nella Liturgia della Veglia Pasquale si canta: “Felice colpa, che meritò di avere un così grande Redentore!”.3 In secondo luogo, per evitare l’infiacchimento e la freddezza dei giusti. L’esistenza dei malvagi è il miglior addestramento per i buoni, che possono, nella difesa del bene, praticare l’eroismo della virtù per la gloria di Dio e per il loro stesso merito. Per ultimo, perché permettendo il male, Dio vuole un bene superiore che da questo derivi accidentalmente.4 Dopo il peccato, per esempio, l’inferno fu creato per gli angeli che hanno offeso Dio e per quegli uomini peccatori che, rimanendo impenitenti, vi sarebbero andati dopo la morte. Brilla così nell’universo la giustizia infinita del Creatore, che premia i buoni e castiga i cattivi. Senza questo Egli non avrebbe manifestato la sua giustizia punitiva,5 né avrebbe trasferito all’universo il potere di castigare il male che è praticato.

Una lotta stabilita da Dio

Dio scaccia Adamo ed Eva dal Paradiso

Pertanto, a partire dal momento in cui angeli e uomini hanno disobbedito ai precetti divini, una lotta è iniziata tra il bene e il male, tra coloro che cercano di servire Dio e quelli che si ribellano a Lui, tra coloro che vogliono soddisfare le loro passioni sregolate e quelli che anelano a vivere sotto l’influsso della grazia. Questa lotta non ha tregua, poiché è stata stabilita dallo stesso Creatore: “Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe” (Gen 3, 15). Lotta tremenda, che attraversa i secoli con il confronto costante di due razze: la benedetta stirpe di Gesù e Maria e il maledetto lignaggio del demonio.

Dall’espulsione dell’uomo dal Paradiso, vediamo, allora, come il filone dei malvagi pareva trionfare, poiché l’imperio del peccato sulla Terra, nell’Antico Testamento, era quasi universale. Attraverso i fili che tessono la Storia Sacra, diventa chiara, anche tra il popolo eletto, l’azione deleteria di questo filone di malvagi che, come denuncia senza veli Nostro Signore, è racchiusa nei crimini commessi dalla morte di Abele fino al suo arrivo (cfr. Lc 11, 47-51). Ora, quest’apparente dominio del potere infernale avrebbe avuto fine col compimento della promessa che Dio aveva fatto ai nostri progenitori: “Questa ti schiaccerà la testa” (Gen 3, 15).

II – Domenica delle Palme, inizio dei dolori

Con l’Incarnazione del Verbo l’opera delle tenebre ha conosciuto la sua rovina, e il confronto tra il bene e il male troverà il suo archetipo, fino alla fine dei tempi, nella lotta implacabile di Nostro Signore contro gli scribi e i farisei, narrata lungamente da tutti gli evangelisti. Il maledetto filone del male ha trovato davanti a sé un Uomo che ha fondato un’Istituzione per combatterlo, l’Uomo-Dio davanti al quale è stato obbligato a udire le verità più contundenti e penetranti, al punto da essergli strappata la maschera dell’ipocrisia, agli occhi di tutto il popolo.

Nella Liturgia della Domenica delle Palme assisteremo all’epilogo di questa lotta. In questo giorno la Chiesa commemora, allo stesso tempo, le gioie dell’ingresso trionfale del Signore Gesù a Gerusalemme e l’inizio della Sua Via Crucis, con la proclamazione della Passione nel Vangelo della Messa. Si apre, così, la Settimana Santa, forse il periodo dell’Anno Liturgico più cogente, durante il quale le più importanti celebrazioni si susseguono, invitandoci a considerare con speciale fervore gli avvenimenti che costituiscono il fulcro della nostra Redenzione.

Entrata trionfale a Gerusalemme

Tra i numerosi miracoli realizzati dal Divino Maestro, nessuno aveva prodotto tanta commozione in Israele quanto la resurrezione di Lazzaro (cfr. Gv 11, 1-44). A un semplice ordine, colui che era morto da quattro giorni era uscito dalla tomba camminando, in perfetta salute. Per evidenziare in forma così grandiosa il potere divino di Gesù, il prodigio provocò un forte slancio di fervore popolare e molti giudei cominciarono a credere in Lui. In contropartita, tale fatto aizzò all’estremo l’odio dei capi dei sacerdoti e farisei. Riunito il Sinedrio, questo deliberò sui mezzi per far cessare la crescente fama di Nostro Signore e, “da quel giorno dunque decisero di ucciderlo” (Gv 11, 53).

Il Redentore, che tutto sapeva, aveva già conoscenza di questa decisione ufficiale del Sinedrio quando cominciò il viaggio di ritorno alla Città Santa, alla vigilia delle commemorazioni di Pasqua. Durante il cammino Egli aveva ammonito i discepoli a questo riguardo, annunciando loro per la terza volta la Passione: “Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai sommi sacerdoti e agli scribi: lo condanneranno a morte, lo consegneranno ai pagani” (Mc 10, 33). Tuttavia, nulla ha fatto per impedire l’affluenza delle persone che accorrevano al suo incontro e cominciavano a seguirLo durante il percorso. Erano, nella maggior parte, israeliti, i quali si dirigevano anche loro al Tempio per celebrare la Pasqua, di modo che, quanto più si approssimava alla città, maggiore diventava il numero di chi Lo seguiva. Uscito da Gerico, per esempio, San Matteo attesta che “una grande moltitudine Lo seguì” (20, 29), e San Giovanni menziona un’altra “grande moltitudine di giudei” (12, 9) che si concentrò in Betania sapendo che Gesù vi era giunto. Tutta questa gente andò con Lui a Gerusalemme, per cui “si può ben supporre che formassero il corteo varie centinaia, e persino migliaia di persone”,6 dice Fillion. È precisamente a questo punto del percorso, nelle prossimità di Betania e Bètfage, che inizia il passo di San Luca raccoltoper il Vangelo della Processione della Domenica delle Palme dell’Anno C.

“Benedetto colui che viene, il Re, nel nome del Signore! Pace in cielo e gloria nel più alto dei cieli!” (Lc 19, 38)

Le lodi cominciarono non appena Nostro Signore montò l’asinello, ancora nella strada. Al suo passaggio il popolo andava stendendo i mantelli per terra e completava questo improvvisato tappeto con rami colti dagli alberi (cfr. Mt 21, 8; Mc 11, 8). Quando già si poteva scorgere il Tempio – il che, secondo un’indicazione precisa di San Luca, corrisponde a “vicino alla discesa del Monte degli Ulivi” –, l’affollata processione irruppe in esclamazioni e grida di gioia: “Benedetto colui che viene, il Re, nel nome del Signore. Pace in Cielo e gloria nel più alto dei Cieli!”. Tale animazione mise in subbuglio la città, che traboccava di pellegrini provenienti da tutte le regioni della Palestina, i quali, andando incontro a Gesù con rami di palme in mano, si unirono alla carovana, per acclamarLo pure loro (cfr. Gv 12, 12-13).

Questo corteo trionfale – ma quanto modesto per Colui che è Re e Creatore dell’universo! – realizzava letteralmente la profezia messianica di Zaccaria: “Esulta grandemente figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina” (9, 9).

Intera conformità con la volontà del Padre

Fino ad allora Nostro Signore aveva sempre evitato qualsiasi omaggio ostensivo alla Sua regalità, imponendo silenzio a quelli che riconoscevano in Lui il Salvatore. Nel momento in cui il popolo volle proclamarLo re, subito dopo la prima moltiplicazione dei pani, Egli Si era sottratto, ritirandoSi da solo su un monte (cfr. Gv 6, 15). Entrando a Gerusalemme, quel giorno, al contrario, accettò con completa naturalezza gli onori e gli applausi. Tale atteggiamento, oltre a permettere che le persone da Lui beneficiate manifestassero la loro gratitudine in maniera formale, teneva in considerazione anche la Passione, poiché era necessario fosse noto e testimoniato dallo stesso popolo che il Crocefisso era il discendente di Davide per eccellenza, il Messia atteso.

Vediamo qui messa in risalto la piena conformità di Nostro Signore con la volontà del Padre. Quando Gli fu chiesto di rimanere nell’ombra, il Divino Redentore condivise interamente: nacque in una Grotta della piccola Betlemme e ricevette solamente l’adorazione dei pastori e dei Magi venuti da terre lontane. L’unica reazione di Gerusalemme alla notizia della sua nascita era stata il turbamento (cfr. Mt 2, 3), e nessuno dei suoi abitanti era andato alla ricerca del re dei Giudei appena nato per prestarGli omaggio. Tuttavia, arrivato il momento propizio della Sua glorificazione da parte degli uomini, Egli accolse con benevolenza le grida che Lo proclamavano Re di Israele, così come, per anni, aveva accettato di esser chiamato “figlio del falegname” (Mt 13, 55). Nella risposta all’insolente interpellanza dei farisei che Gli chiedevano di rimproverare i suoi acclamatori, Gesù disse chiaramente che questo trionfo era la realizzazione di un disegno divino, il quale si sarebbe compiuto anche se gli uomini si fossero rifiutati di lodarLo: “Io vi dichiaro: se questi taceranno, grideranno le pietre”.

Trionfo che preannuncia la Passione

Ecce Homo (particolare) – Museo Rolin, Autun (Francia)

Un dettaglio della cerimonia liturgica indica un altro aspetto della Domenica delle Palme, senza il quale non ci sarebbe possibile intendere il suo significato più profondo: il sacerdote celebra rivestito dei paramenti rossi, colore proprio della commemorazione dei martiri.

A causa della Sua personalità divina, per Nostro Signore tutto è presente, tanto il passato quanto il futuro. Di conseguenza, Egli vedeva che entro alcuni giorni, ancora una volta, sarebbero scoppiate nelle strade di Gerusalemme grida ben differenti da quelle che allora lo riconoscevano come Figlio di Davide. Di fronte a Pilato, la plebaglia avrebbe urlato chiedendo la Sua crocifissione e la liberazione del volgare bandito, Barabba. A questo riguardo, il Prof. Plinio Corrêa de Oliveira fa un’osservazione: “I pittori cattolici che hanno riprodotto la scena presentano Nostro Signore che riceve con un certo buon grado quell’omaggio, ma con un fondo di tristezza e allo stesso tempo di severità, perché Egli comprendeva quanto tutto quello avesse di vuoto, e che il popolo che Lo acclamava, senza pensarci, riconosceva la propria colpa. […] Egli sfila buono e triste; Egli sa che cosa Lo aspetta”.7

Il trionfo di Gesù a Gerusalemme non era che il preannuncio del suo martirio sulla Croce. Gli evangelisti, sempre molto sintetici, hanno mostrato una speciale diligenza nel mettere per iscritto la Passione di Cristo, avvenimento d’importanza senza uguali nella Storia. È per questo che il Vangelo della Messa di questa domenica eccede l’estensione abituale degli altri, cosa che rende impossibile commentare ognuno dei suoi versetti nell’esiguo spazio di un sermone. Facciamo, allora, una riflessione che ci collochi nella prospettiva adeguata per contemplare le meraviglie offerte dalla Liturgia della Domenica delle Palme, in modo da ottenere i migliori frutti per la nostra vita spirituale.

III – Il male si coalizzò per uccidere Nostro Signore

Nel racconto della dolorosa Passione del Signore, uno degli aspetti salienti è l’unione di tutti i malvagi quando si sono imbattuti con il Sommo Bene incarnato. Il Vangelo riferisce, per esempio, che “in quel giorno Erode e Pilato diventarono amici; prima, infatti, c’era stata inimicizia tra loro” (Lc 23, 12), causandoci uno spontaneo movimento di sorpresa e indignazione. Si mise fine ad antiche risse personali per questioni politiche in funzione della condanna del Salvatore. È una regola della Storia che trova qui il suo paradigma: i malvagi, per quanto ostili tra loro, uniscono sempre le forze quando si tratta di far fronte comune contro il bene.

È vero che Pilato non agiva motivato dall’odio per Gesù e non Lo trattò con volgare disprezzo, come fece Erode, ma per timore di dispiacere a Cesare; in Erode, mescolato con la curiosità, predominava il sentimento dell’invidia. Certo è, tuttavia, che essi si unirono contro l’UomoDio quando le loro vie s’incrociarono. Allo stesso modo, volontariamente o involontariamente, si allearono con il Sinedrio, nei confronti del quale, tuttavia, entrambi alimentavano antichi disaccordi e inimicizie.

Questo ci insegna come le discordie tra i malvagi non raggiungano, in generale, una grande profondità d’animo, circostanza, del resto, messa in rilievo dal famoso commento di Clemenceau, l’astuto e anticlericale statista francese, vissuto a cavallo tra il XIX e XX secolo: due uomini, per quanto nemici siano, si uniscono nella complicità nel caso essi frequentino le stesse case di tolleranza. Possiamo inferire da quest’affermazione che, al contrario, l’odio che essi consacrano al bene, in modo speciale quando questo sorge con grande splendore, è inestinguibile, ed entrambi entrano in complotto per distruggerlo.

Tra i malvagi, ci sono gradi di perversità che originano indecisione o lentezza. Quando Nostro Signore si trovava davanti ad Erode, “anche i sommi sacerdoti e gli scribi erano presenti, e lo accusavano con insistenza” (Lc 23, 10); di fronte al dubbio di Pilato, “i sommi sacerdoti frattanto gli muovevano molte accuse” (Mc 15, 3), facendo pressione sul governatore con argomenti fallaci. Alla fine, quando fu proposta la liberazione di Gesù, “i sommi sacerdoti attizzarono la moltitudine affinché Pilato liberasse Barabba” (Mc 15, 11) e per questo il popolo insisteva a gran voce “chiedendo che venisse crocifisso; e le loro grida crescevano” (Lc 23, 23). La loro isteria non diminuì fino a quando il Divino Prigioniero non fu consegnato “alla loro volontà” (Lc 23, 25).

Odio dei malvagi, indifferenza dei buoni

Erode, di Pietro Garcia de Benavarre

In queste ore, deplorevolmente, molti di quelli che si considerano virtuosi non abbracciano con decisione e coraggio il partito del bene, permettendo, perciò, l’espansione del dominio del male. “Questa è la vostra ora, è l’impero delle tenebre” (Lc 22, 53), si lamentava il Salvatore nel momento in cui fu catturato, senza che nessuno tra i suoi più prossimi prendesse la sua difesa in maniera efficace. Buona parte di chi aveva acclamato Gesù all’entrata in Gerusalemme con rami e grida, per il fatto di non aver aderito con profondità al Bene, sarebbe stata più tardi in mezzo alla moltitudine urlante che votava per Barabba.

Non ci costa ammettere che nella turba che esigeva la condanna del Signore ci fosse qualcuno cui Egli aveva restituito la vista, e che non reagiva davanti all’infame spettacolo; qualcun altro cui Egli aveva restituito l’udito e la parola, e che udiva quelle blasfemie senza alzare la voce per protestare; qualcun altro, ancora, che Egli aveva guarito dalla paralisi e che aveva camminato fino a lì soltanto per saziare la sua malsana curiosità, assistendo impavido alla sofferenza di chi lo aveva beneficato. Forse molti non volevano che Nostro Signore fosse crocefisso ma, essendosi lasciati influenzare dai malvagi, finirono per partecipare al peggior crimine mai commesso nella Storia. Tutti, però, erano indifferenti, se non ostili al Divino Maestro.

Per evitare che anche noi ci traviamo, sia sul cammino della freddezza e dell’indifferenza, sia su quello dell’ingratitudine e del tradimento, dobbiamo procedere con fermezza nelle vie della santità e coltivare la nostra indignazione davanti alla temeraria avanzata di quelli che rifiutano Gesù. Se i buoni non entrano nelle vie della radicalità, il male ha la meglio.

Bisogna qui rimuovere un’obiezione riguardo alla virtù dell’umiltà: non sarà meglio e più conforme agli insegnamenti di Nostro Signore che i buoni siano umili e rassegnati? La risposta è affermativa per quanto riguarda le ingiurie fatte a noi stessi. Però non è sensata se il bersaglio delle aggressioni ingiuste sono le cose sacre, la Santa Chiesa Cattolica o una persona innocente. In tal caso, mantenersi passivi è ripetere l’atteggiamento di chi assistette con indifferenza alle sofferenze di Gesù Cristo.8

È sublime l’esempio che Nostro Signore ci dà rinunciando a Se stesso e accettando tutte le ingiurie per la nostra salvezza. Tuttavia, allo stesso tempo dobbiamo apprendere la lezione che, in certe circostanze, l’indifferenza può costituire un peccato maggiore dell’odio. Il contrario sarebbe un’atteggiamento simile a quello di chi, essendo assalito da un ladro nella propria casa, assstesse con indifferenza e a braccia conserte alle peggiori aggressioni contro i suoi familiari più prossimi. Sarebbe questa condotta propria di un buon padre, figlio o marito? Così, nella Passione di Nostro Signore quello che più richiama l’attenzione non è la furia dei nemici, ma l’indifferenza dei buoni. È questo un aspetto trascurato, pur essendo della massima importanza, che deve esser ricordato oggi.

Nostro Signore stava sconfiggendo il male

Gli indifferenti e i freddi, che pretendevano di appartenere al numero dei buoni, erano ciechi d’animo per il loro atteggiamento, al punto da non capire che Nostro Signore, nella Sua Via Dolorosa, otteneva il maggiore dei trionfi. Anche gli avversari del bene, con la vista offuscata dall’odio, non si rendevano conto che acceleravano la propria rovina. “O morte dov’è la tua vittoria? O morte dov’è il tuo pungiglione?” (I Cor 15, 55), chiede con sfida l’Apostolo. Morendo in Croce, il Divino Redentore vinceva non solo la morte ma anche il male, e lasciava fondata su una roccia solida un’istituzione divina, immortale – la Santa Chiesa Cattolica, il suo Corpo Mistico e fonte di tutte le grazie –, che ha indebolito e reso difficile l’azione della razza del serpente, privandola del potere schiacciante e dittatoriale che aveva esercitato sul mondo antico.

Ci causa giubilo sapere che l’apparente catastrofe della Passione e Morte di Nostro Signore segna l’irrimediabile e fragorosa sconfitta del demonio. Questi, infliggendo i peggiori tormenti a Gesù, s’illudeva, ritenendo di andare incontro a un successo straordinario contro il Bene incarnato. Nella sua pazzia non capiva come stesse contribuendo alla glorificazione del Figlio di Dio e all’opera della Redenzione.

Che gloria, che trionfo, che fastigio aveva raggiunto Nostro Signore con la sua Passione! Che umiliazione negli inferi, schiacciati dall’errore di ignorare la forza invincibile del Bene!

IV – La soluzione al problema del male

Con la Morte del Signore Gesù, il male ha subito la sua sconfitta definitiva

Nella meditazione della Liturgia della Domenica delle Palme troviamo l’ago della bilancia per il problema della lotta tra il bene e il male. Con l’Incarnazione, Passione e Morte del Signore Gesù, il male ha subito la sua sconfitta definitiva, perché è entrato in vigore sulla faccia della Terra il regime della grazia. È stato questo l’ambiente deliberato dalla Sapienza Divina per porre fine alla vitalità e al dinamismo della stirpe del diavolo, il quale, non rassegnato, fa di tutto per vendicarsi; per questo la lotta tra il bene e il male continua senza tregua, oggi più che mai.

Quanto a noi, cattolici, non possiamo ignorare tale realtà, nella quale, del resto, siamo coinvolti. E dobbiamo star molto attenti a un aspetto di suprema importanza: questo scontro s’ingaggia anche dentro di noi. Come nel Paradiso Terrestre esisteva il serpente, allo stesso modo nel nostro intimo ci sono serpenti che fanno un lavoro molto più astuto di quello che ha fatto il demonio con Eva. Sono le nostre cattive inclinazioni, a causa del peccato originale, sempre in agguato, aspettando un’opportunità per trascinarci nel partito dei freddi e degli indifferenti. In questa battaglia interna ci conviene mantenere il male imbavagliato e umiliato, e dare al bene tutta la libertà, cosa che possiamo ottenere solo con la grazia di Dio.

Certo è che, quanto più progrediamo nella virtù, tanto più potrà sollevarsi contro di noi un’aspra opposizione da parte del potere delle tenebre. Duemila anni di Storia della Chiesa ci mostrano con che facilità quest’opposizione si trasforma in odio e in persecuzione. Non temiamo, invece, quanto ci può capitare, certi che, come dice San Paolo, “tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno” (Rm 8, 28). Procediamo, dunque, sicuri, con gli occhi fissi in Colui che “è apparso per distruggere le opere del diavolo” (I Gv 3, 8), infatti chi è il diavolo vicino a Nostro Signore?

Il male è limitato, il bene è infinito

Come insegna la filosofia perenne, il male è un’assenza di bene.9 Il male assoluto non esiste, al contrario di quanto pretendono le correnti dualiste. Pertanto, essendo una mera negazione del bene, in sé non ha forza per sconfiggerlo.10 Dio è il Sommo Bene, il Bene in essenza, e chi si unirà con integrità a Lui diventerà invincibile, come rivestito della stessa onnipotenza divina.

Di queste riflessioni, nate dalla Liturgia che apre la Settimana Santa, dobbiamo trarre una lezione per i nostri giorni, in cui il male e il peccato dilagano con arroganza nel mondo intero: dalla lotta tra il bene e il male risulta necessariamente la vittoria del bene, di modo che, presto o tardi, i giusti saranno premiati e “faranno brillare come una torcia la loro giustizia” (Sir 32, 20). Nel momento in cui una parte considerevole dell’umanità volge le spalle al suo Creatore e Redentore, siamo chiamati a credere con salda fiducia che, come Nostro Signore ha trionfato un tempo contro tutte le apparenze di sconfitta, trionferà di nuovo ristabilendo il vero ordine: “Io spero nel Signore, l’anima mia spera nella sua parola” (Sal 130, 5).

1) Cfr. ROYO MARÍN, OP, Antonio. Dios y su obra. Madrid: BAC, 
1963, p.143.

2) SANT’AGOSTINO. Enarratio in psalmum LVIII, sermo II, n.5. 
In: Obras. Madrid: BAC, 1965, v.XX, p.489.

3) VEGLIA PASQUALE. Annunzio Pasquale. In: MESSALE ROMANO. 
Riformato a norma dei decreti del Concilio Ecumenico Vaticano II 
e promulgato dal Papa Paolo VI. Città del Vaticano: L. E. Vaticana, 
1983, p.167.

4) Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO. Somma Teologica. I, q.19, a.9.

5) Cfr. Idem, I-II, q.79, a.4, ad 1.

6) FILLION, Louis-Claude. Vida de Nuestro Señor Jesucristo. 
Pasión, Muerte y Resurrección. Madrid: Rialp, 2000, v.III, p.15.

7) CORRÊA DE OLIVEIRA, Plinio. Conferenza. São Paulo, 14 apr. 1984.

8) Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO, op. cit., II-II, q.188, a.3, ad 1.

9) Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO, op. cit., I, q.48, a.1.

10) Cfr. Idem, a.4; q.49, a.3.

Domenica delle Palme!

La Domenica delle Palme è la commemorazione liturgica che ricorda l’ingresso di Gesù nella citta di Gerusalemme, dove si sarebbe recato per celebrare la Pasqua ebraica con i suoi discepoli.

Questa ricorrenza è la porta di ingresso della Settimana Santa. È nella Domenica delle Palme che ha inizio la Settimana della Passione. È il giorno in cui la Chiesa ricorda la storia e la cronologia di questi avvenimenti, per trarne una lezione.

Domenica delle Palme

Un Re entra nella città in sella ad un asino

Già all’entrata della città i figli degli ebrei portavano rami di ulivo e con allegria li agitavano, stendevano mantelli per terra per far passare Gesù. Gesù entrò nella città come un Re!

Sembrava addirittura che fosse un Suo desiderio, perché la scena riproduce la profezia di Zaccaria: il re degli ebrei verrà. Esulta grandemente figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina. (Zc 9,9)

Nonostante Gesù fosse in sella ad un semplice asino, il corteo camminava, allegro e degno. Nell’aspettativa che egli fosse il Messia promesso, Gerusalemme si trasformò, era una città in clima di festa.

Ed Egli era applaudito, acclamato dal popolo: “Osanna al Figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nei luoghi altissimi!” Tutto ciò avvenne pochi giorni prima della condanna a morte di Gesù, quando l’eco delle grida di “osanna” si mescolava già al clamore di insulti, minacce e bestemmie che lo avrebbero portato alla sua Passione redentrice.

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Che tipo di Messia volevano quegli ebrei?

Dall’ingresso festivo come un re a Gerusalemme fino allo scherno della flagellazione, della corona di spine e dell’iscrizione sulla croce (Gesù il Nazareno, il re dei Giudei), siamo portati a chiederci: Che tipo di re voleva quel popolo? E che tipo di re era Gesù? Nostro Signore era acclamato dallo stesso popolo che lo aveva visto alimentare le folle. Era applaudito da coloro che lo avevano visto guarire ciechi e storpi, e fino a quel momento avevano assistito alla risurrezione di Lazzaro.

Impressionata da tutto ciò, quella gente aveva la certezza che Egli era il Messia annunciato dai Profeti. Ma quel popolo era superficiale e mondano, credeva che Gesù fosse un Messia politico, un liberatore sociale che avrebbe tolto Israele dalle grinfie di Roma e avrebbe restituito loro l’apogeo dei tempi di Salomone. E si sbagliavano: Egli non era un Re di questo mondo!

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I loro cuori apprezzavano Gesù in modo incompleto

L’ingresso di Gesù a Gerusalemme fu un’introduzione ai dolori e alle numerose umiliazioni che presto Egli avrebbe sofferto: la stessa folla che lo aveva omaggiato mossa dai suoi miracoli, Gli si voltò le spalle e chiese la sua morte.

Nella Domenica di Palme rimane evidente come il popolo apprezzava Gesù in modo incompleto. È vero che Lo avevano acclamato, però, Egli meritava acclamazioni incommenrusabilmente superiori. Meritava un’adorazione amorosa ben diversa da quella che Gli fu data!

Tuttavia, pieno di umiltà, proseguiva Nostro Signore Gesù Cristo in sella ad un asinello, avanzando in mezzo alla folla rumorosa, spingendo tutti verso l’amore di Dio.

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Soltanto una persona Lo capì in quel momento

In genere i dipinti e le stampe presentano Nostro Signore che guarda addolorato e quasi severo la folla. Per Lui, l’intimo delle anime non aveva segreti. Egli percepiva l’insufficienza e la precarietà di quell’ovazione.

Soltanto una persona si rendeva conto di ciò che stava accadendo a Gesù e soffriva con Lui. Questa persona offriva il suo dolore dell’anima come riparazione del suo amore purissimo a Nostro Signore: era Nostra Signora.

Tuttavia,… che preziosità di gloria per Nostro Signore! Era il più grande di tutti perché Nostra Signora vale incomparabilmente più di tutto il Creato. In quelle circostanze Maria rappresentava tutte le anime pie, che meditando sulla Passione del nostro Salvatore avrebbero dovuto compatirsi e provare pena per Lui. Anime che lamenterebbero non esser vissute in quel tempo per poter, allora, essere accanto a Gesù.

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Domenica delle Palme nella mia vita?

C’è un difetto che riduce l’efficacia delle meditazioni che facciamo. Questo difetto consiste nel meditare sui fatti della vita di Nostro Signore, e non applicarli a ciò che avviene in noi o intorno a noi.

Così, per esempio, ci spaventa la versatilità e l’ingratitudine degli ebrei che assistettero all’ingresso di Gesù a Gerusalemme. Noi li biasiamo perché proclamarono con la più solenne accoglienza il riconoscimento di onore dovuto al Divino Salvatore, e poco dopo Lo crocifissero con un tale odio che a molti può persino sembrare inspiegabile.

Domenica delle Palme

Questa ingratitudine, questo cambiamento di opinione e di atteggiamento non sono esistiti soltanto ai tempi di Nostro Signore! L’atteggiamento delle persone contemporanee a Gesù, festeggiando il suo ingresso a Gerusalemme e in seguito abbandonandoLo alla mercé dei suoi carnefici somiglia a molti atteggiamenti che abbiamo.

Molte volte lodiamo Cristo e ci riempiamo di buone intenzioni per seguire i suoi insegnamenti, però, al primo ostacolo ci lasciamo trascinare dallo scoraggiamento o dall’egoismo, o dalla mancanza di solidarietà, e ancora una volta, a causa di questo disamore, alimentiamo la sofferenza di Gesù.

Ancora oggi, nel cuore di quanti fedeli Nostro Signore deve sopportare queste alternative, questi cambiamenti che vanno dalle adorazioni ai vituperi, dalla virtù al peccato? E questi atteggiamenti contraddittori e imperfetti nos accadono soltanto all’interno delle anime di ogni uomo, in maniera discreta, nel fondo delle coscienze: in quanti Paesi queste alternanze avvengono e Nostro Signore è successivamente glorificato e oltraggiato in brevi lassi di tempo?

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Una perdita di tempo: non riparare le offese a Nostro Signore

È una pura perdita di tempo limitarsi a inorridirsi per la perfidia, la frode e il tradimento di coloro che erano presenti all’ingresso di Gesù a Gerusalemme.

Per la nostra salvezza sarà utile riflettere anche sulle nostre frodi e sui nostri difetti. Con i nostri sguardi rivolti alla bontà di Dio, potremo ottenere la riparazione e il perdono per le nostre proprie perfidie. C’è una grande analogia tra l’atteggiamento di coloro che hanno crocifisso il Redentore e la nostra situazione quando cadiamo in un peccato mortale.

Non è vero che molte volte, dopo aver glorificato Nostro Signore ardentemente, cadiamo in peccato e Lo crocifiggiamo nel nosto cuore? Il peccato è un oltraggio fatto a Dio. Colui che pecca espulsa Dio dal proprio cuore, spezza i rapporti filiali tra creatura e Creatore, ripudia la Sua grazia.

Ed è certo che Nostro Signore è molto oltraggiato nei nostri giorni. Non attraverso lo splendore delle nostre virtù, ma tramite la sincerità della nostra umiltà potremo avere gli atteggiamenti di quelle anime che riparano, accanto al trono di Dio, gli oltraggi che ogni ora sono praticati contro di Lui. Le lezioni della Domenica delle Palme ci invitano a ciò. (JG)

marzo è il mese dedicato a San Giuseppe!

ŚWIĘTY JÓZEF W KULTURZE

Sapevate che ogni mese ha una devozione cattolica tipica? Quest’anno, concentriamoci su ciascuna devozione mensile per crescere nella nostra fede e nelle nostre tradizioni! Annotatela, scrivetela sul calendario e recitate ogni giorno del mese una preghiera specifica. Potete usare una preghiera già associata alla devozione o recitarne una personale.

Tradizionalmente, i mercoledì sono i giorni della settimana dedicati a San Giuseppe, il castissimo sposo della Beata Vergine Maria, di cui si celebra la festa il 19 marzo. Se già sapete molte cose su San Giuseppe, è il momento di impararne di più, perché tutto il mese di marzo è per tradizione dedicato a lui.

Nel 1889, Papa Leone XIII ci ha donato laQuamquam pluries (Sulla devozione a San Giuseppe), in cui si legge:

“In Giuseppe i padri di famiglia hanno il più sublime modello di paterna vigilanza e provvidenza; i coniugi un perfetto esemplare d’amore, di concordia e di fede coniugale; i vergini un esempio e una guida dell’integrità verginale. I nobili, posta dinanzi a sé l’immagine di Giuseppe, imparino a serbare anche nell’avversa fortuna la loro dignità; i ricchi comprendano quali siano i beni che è opportuno desiderare con ardente bramosia e dei quali fare tesoro. I proletari poi, gli operai e quanti sono meno fortunati, debbono, per un titolo o per diritto loro proprio, ricorrere a San Giuseppe, e da lui apprendere ciò che devono imitare. Infatti egli, sebbene di stirpe regia, unito in matrimonio con la più santa ed eccelsa tra le donne, e padre putativo del Figlio di Dio, nondimeno passa la sua vita nel lavoro, e con l’opera e l’arte sua procura il necessario al sostentamento dei suoi”.

Ci sarebbe molto da dire su San Giuseppe. La Bibbia non parla molto della sua vita, e leggiamo di lui solo in pochi passi dei Vangeli. Come Maria nell’Annunciazione di Nostro Signore (che si festeggia il 25 marzo), ha accettato umilmente i messaggi di Dio con cuore aperto. Ha seguito la Volontà divina in modo così eccelso che è il silenzio che parla.

Glorificare Dio con la nostra vita non richiede fama e fortuna. Non siamo chiamati ad essere oratori ricercati e rinomati teologi. Possiamo glorificare Dio in qualsiasi situazione.

Domande per la riflessione:

  1. Come vi rapportate a questo santo forte e silenzioso?
  2. Cosa ispira in voi la sua umiltà, raccontata nella Bibbia e nelle storie tradizionali?
  3. Come seguire il suo esempio per essere migliori seguaci di Cristo?
  4. In quale ambito della vostra vita sentite il bisogno di una paternità spirituale?
  5. In quale ambito della vita altrui potete essere un padre spirituale quando è necessario?
  6. Come celebrate le feste di questo mese con umiltà e allo stesso tempo orgoglio per il fatto di far parte della Chiesa cattolica?

Sfida: Questo mese pensate di leggere tutto il documento di Leone XIII o un altro scritto su San Giuseppe. Scegliete almeno una preghiera o una devozione (come la preghiera dei 30 giorni, una semplice preghiera da recitare ogni giorno del mese), la devozione del cingolo o cordone di San Giuseppe o la consacrazione. Se state pensando agli ordini sacri, informatevi sui Giuseppini (Famiglia del Murialdo).

Nuovo studio sulla Sacra Sindone: “Non è l’immagine di un defunto, ma di un vivo che si alza”

“La Sindone di Torino mostra l’immagine di una persona nel momento in cui era viva”

Il dottor Bernardo Hontanilla Calatayud, dell’Università di Navarra, in Spagna, ha pubblicato sulla rivista Scientia et Fides un articolo inedito sulla misteriosa figura che in modo mai spiegato dalla scienza è rimasta impressa sulla Sindone di Torino. La tesi dell’esperto è che la figura non corrisponda a una persona inerte, come si pensava tradizionalmente, ma a una persona viva che si sta alzando.

“In questo articolo sono esposti vari segni di vita indicati dalla Sindone di Torino. Basandosi sullo sviluppo della rigidità cadaverica, si analizza la postura del corpo impressa sulla Sindone. La presenza di solchi facciali indica che la persona è viva. La Sindone di Torino mostra segni di morte e di vita di una persona che ha lasciato la sua immagine impressa in un momento in cui era viva”.

Questa affermazione si inserisce in modo notevole nella dottrina sulla Resurrezione di Cristo e nelle proposizioni di altri esperti sul momento in cui l’immagine sarebbe rimasta impressa sul telo, come se corrispondesse a una radiazione sconosciuta, emessa dal corpo fino ad allora coperto.

“Nel corso di questo articolo, analizzeremo una serie di segni impressi sulla Sindone di Torino che potrebbero giustificare il fatto che la persona avvolta nel sudario fosse viva al momento dell’impressione della sua immagine”.

Rigidità e postura della figura

La prima caratteristica studiata nell’analisi è la presenza o meno di “rigidità cadaverica o rigor mortis”. Questa rigidità viene constatata nei defunti “inizialmente nella mandibola e nella muscolatura oculare, poi interesserà il volto e passerà al collo. In seguito si estenderà al torace, alle braccia, al tronco e infine alle gambe”, ha affermato l’esperto. Questo effetto arriva all’espressione massima dopo 24 ore dalla morte, e inizia a scomparire a poco a poco, in ordine inverso, circa 36 ore dopo il decesso, richiedendo 12 ore per smettere di essere notevole. La gravità dei traumi subiti dall’uomo della Sindone e le perdite di sangue avrebbero provocato una rigidità precoce, da 25 minuti dopo la morte, che sarebbe arrivata alla massima espressione tra le tre e le sei ore dopo. “I segni apparenti di rigidità che appaiono nell’immagine potrebbero non corrispondere ai segni di rigidità post mortem classicamente attribuiti”.

L’esperto ha registrato una “semiflessione del collo e una semiflessone asimmetrica delle articolazioni dell’anca, delle ginocchia e delle caviglie”. Le caratteristiche della posizione registrata nella Sindone non corrispondono alla rigidità che il corpo dovrebbe avere dopo essere stato tirato giù dalla croce”.

Posizione come per alzarsi

Le analisi hanno coinvolto test con “uomini tra i 30 e i 40 anni con fenotipo atletico, alti tra 1,70 m e 1,80 m”. Quando è stato chiesto loro di alzarsi in una posizione simile a quella dell’uomo della Sindone, hanno mostrato “un dislocamento delle mani verso gli organi genitali nel flettere il tronco, una semiflessione della testa e l’appoggio di una pianta del piede con minore flessione della gamba e un grado di rotazione interna, come quella osservata nella Sindone”.

Un’analisi più dettagliata della posizione evidenzia che nell’immagine non c’era rigidità cadaverica nelle membra superiori, il che è contraddittorio, visto che i muscoli delle braccia hanno sopportato una pressione maggiore durante la crocifissione.

“La postura rigida di un crocifisso implicherebbe avambracci e articolazioni del carpo in semiflessione tipica, come osservato in molti cadaveri”, ha ricordato Hontanilla, indicando che la posizione delle dita non corrisponde a quella che ci si aspetta da un cadavere. “È ragionevole che anche l’assenza dei pollici nella Sindone possa essere attribuita a segni di vita e non solo alla paralisi di un cadavere rigido”.

Volto vivo

Una prova di vitalità nell’immagine potrebbe essere percepita nel volto, con la “presenza di solchi nasogeniani e nasolabiali”, linee d’espressione provocate dall’azione dei muscoli e che scompaiono nei pazienti con paralisi facciale o dopo la morte. “In un cadavere recente, la muscolatura facciale si rilassa, i solchi scompaiono e la bocca si apre. È il momento iniziale della flaccidità post mortem”, ha dichiarato l’esperto, concludendo:

“La postura asimmetrica della semiflessione osservata nelle gambe, la semiflessione della testa e soprattutto la presenza dei solchi nasogeniani e la collocazione delle mani nella zona genitale potrebbero indicare che siamo davanti a una persona che sta iniziando il movimento di alzarsi”.

Un’analisi dei testi evangelici coerente con le prove della Sindone collocherebbe il momento in cui l’immagine è rimasta registrata “tra la prima veglia della domenica (dalle 19.00 alle 21.00 del sabato) e la seconda veglia (dalle 21.00 a mezzanotte), o al massimo all’inizio della terza veglia della domenica (da mezzanotte alle tre del mattino) del terzo giorno della morte”.

Autenticità della Sindone

Se la Sindone fosse falsa, le macchie di sangue e le altre caratteristiche verificabili avrebbero richiesto “una vera opera d’arte realizzata da una persona con minuziose conoscenze mediche, forensi e di processamento delle immagini su tessuti antichi”, e che fosse inoltre in grado di realizzare una falsificazione perfetta con le tecniche disponibili nel XIV secolo.

“Una seconda opzione, tenendo conto del racconto evangelico, è che si tratti di un panno appartenuto a un rabbino che venne sepolto in base alla tradizione ebraica dopo essere stato crocifisso e flagellato secondo la pratica romana. E possiamo aggiungere che l’immagine è stata impressa quando era vivo, visto che contiene segni statici propri di una persona morta ma anche segni dinamici di vita in contraddizione con la sequenza naturale dell’apparizione dei segni di rigidità cadaverica”.

L’esperto vede in questi segni l’apparente volontà di Cristo di registrare il miracolo.

“Se la Sindone ha coperto il corpo di Gesù, è ragionevole pensare che sarebbe stato interessato a mostrarci i segni non solo della morte, ma anche della resurrezione, nello stesso oggetto. Analizzando i tempi trascorsi dalla morte alla resurrezione e seguendo il racconto evangelico, sembra che Gesù Cristo volesse morire in quel momento, coincidendo con il sacrificio degli agnelli nel popolo ebraico, calcolando un tempo sufficiente perché il suo cadavere sopportasse la corruzione. Insistiamo sul verbo ‘volesse’, perché Pilato stesso si sorprese per il fatto che non fosse morto molto presto”.

Padre Pio: una vita spesa in costante Quaresima

In questo periodo di Quaresima è bene ricordare l’esempio di santità offerto da Padre Pio: sin da ragazzo ha vissuto costantemente come se lo fosse.Come se sentisse i peccati dei giudei che crocifissero Cristo, Padre Pio non smise mai di fare penitenza.Pentiamoci dei nostri peccatiQuesto mercoledì siamo entrati ufficialmente nel periodo della Quaresima.

Inizia dunque il momento più importante di tutto l’anno liturgico cristiano. Se a Dicembre riviviamo con gioia l’arrivo di Gesù Cristo sulla terra, in questi 40 giorni ripercorriamo quello che è stato il momento più intenso della sua predicazione. Seguendo il suo esempio di vita, offriamo come pegno dei nostri peccati una intensa preghiera, opere di carità, digiuni e atti di penitenza.

Farlo dispone il nostro animo in modo positivo, ci permette di ammettere le nostre colpe e di ringraziare Gesù Cristo per aver sacrificato la sua vita per la nostra salvezza. Dopo aver esperito, seppure in minima parte, i dolori e i sacrifici che Nostro Signore ha fatto per noi, siamo pronti ad accogliere con gioia il momento della salvezza, acclamando la sua resurrezione.

La quaresima costante di Padre PioUn esempio di santità è stato certamente Padre Pio, lo sappiamo, e lo è stato anche su come si debba vivere la Quaresima. Sin da ragazzino sentiva il bisogno costante di pentirsi per i peccati commessi, non solo da lui ma anche da tutti gli altri. Famoso è l’episodio in cui la madre lo sorprese a flagellarsi con una catena e nel tentativo di fermarlo gli chiese il perché di quella sofferenza autoinflitta. Padre Pio le rispose: “Mamma, devo battermi, come i giudei hanno battuto Gesú!”.Si racconta che la notte preferisse dormire per terra con la testa poggiata su una pietra. Un abitudine, quella alla penitenza, che decise di sposare per tutta la vita dopo aver fatto il suo primo ingresso al Convento di Morcone per il noviziato nei frati minori Cappuccini. All’ingresso del portone lesse: “Penitenza o inferno”. Scosso da quelle parole, il Santo da Pietrelcina decise di fare penitenza per tutta la sua esistenza terrena.

La Quaresima

La Quaresima, tempo di penitenza e di riconciliazione

Mons. João Scognamiglio Clá Dias,EP

 Nel Mercoledì delle Ceneri hanno inizio i quaranta giorni che precedono la Settimana Santa, quando la Chiesa ci parla della necessità del digiuno e della penitenza come mezzi per combattere meglio i vizi, tramite la mortificazione del corpo e per favorire l’elevazione della mente a Dio.

 In maniera irrefutabile la liturgia del Mercoledì delle Ceneri ci ricorda anche la nostra condizione di essere mortali: “Ricordati che sei polvere e in polvere tornerai”, dice una delle formule usate dalla Chiesa per l’imposizione delle ceneri.

 Il pensiero del passaggio da questa vita all’eternità molte volte ci inquieta. Tuttavia, tale pensiero é altamente benefico per farci meditare sulla necessità di evitare il peccato, che senza il pentimento e l’immeritato perdono si potranno chiudere a noi per sempre le porte del Cielo: “In tutte le tue opere ricordati della tua fine e non cadrai mai nel peccato” (Sir 7, 36).

 Nella sua seconda lettera ai Corinzi, San Paolo ci incoraggia a vivere nella grazia di Dio: ” Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio” (II Cor 5, 20). E con tutta ragione, perché il peccato ci allontana da Dio rendendo necessaria la nostra riconciliazione con Lui.

 Soltanto l’Adorabile Sangue di Dio avrebbe il merito infinito di redimere il peccato originale e le offese commesse dagli uomini fin da Adamo ed Eva. L’Incarnazione della Seconda Persona della Santissima Trinità, con la sua Passione e Morte sulla croce, fu il mezzo scelto per restituire all’umanità perduta la piena amicizia con Dio.

  Se Gesù non avesse assunto su di Sé il debito contratto dai nostri peccati, sarebbe stata impossibile la nostra riconciliazione con Dio e avremmo avuto per sempre chiuse le porte del Cielo.

  La Quaresima è anche un tempo di preghiera la cui essenza, insegna il Catechismo, à l’elevazione della mente a Dio”. Così è possibile a chiunque rimanere in preghiera anche durante gli atti comuni della vita, svolgendoli con lo spirito rivolto verso il Cielo.

  Per cui, per pregare non è necessario fare baccano con un’atteggiamento orgoglioso come i farisei. Dobbiamo, invece, essere discreti nelle manifestazioni esterne della nostra pietà privata, evitando gesti o parole che mettano in evidenza la nostra propria persona.

 Ma se, tuttavia, la nostra devozione è notata dagli altri, non dobbiamo disturbarci. Tranquillizziamoci con questo insegnamento di Sant’Agostino: “Non vi è peccato nell’essere visti dagli uomini, bensì nel procedere con la finalità di essere visti da loro”.

  La Chiesa ci presenta, quindi, lo spirito con cui si deve vivere la Quaresima: non fare opere buone con lo scopo di ottenere l’approvazione degli altri, non cedere all’orgoglio e nemmeno alla vanità, ma cercare in tutto di piacere soltanto a Dio.

  Nel digiuno, nella preghiera o nel praticare qualsiasi opera buona, non si può isitutire come fine ultimo il beneficio che se ne può trarre, bensì la gloria di Colui che ci ha creato. Perché tutto quanto è nostro – eccezione fatta alle imperfezioni, alle miserie e ai peccati – appartiene a Dio.

 Ed anche i nostri meriti, perché è Gesù stesso che afferma: “Senza di me non potete far nulla!” (Giov 15, 5). Così, se abbiamo la grazia di praticare un atto buono, dobbiamo immediatamente riportarlo al Creatore, restituendoGli i meriti, perché essi Gli appartengono e non a noi. “Chi si vanta si vanti nel Signore” (1 Cor 1, 31), ci avverte l’Apostolo.

  Santa Teresa di Gesù definisce così l’umiltà: “Dio è la somma verità, e l’umiltà consiste in camminare sulla verità, perché è di grande importanza non vedere la cosa buona in sé stesso, bensì la miseria e il nulla”.

  Riconosciamo i benefici che Dio ci concede e Lo ringraziamo per loro, senza mai collocarci come oggetto di questa lode, giudicando di essere noi la sorgente di qualsiasi virtù o qualità.  In questa Quaresima, cerchiamo più della mortificazione corporale di accettare l’invito che ci fa saggiamente il Vangelo, combattendo l’orgoglio con tutte le nostre forze. Alla destra di Nostro Signore Gesù Cristo, nel giorno del Giudizio Finale, si troveranno soltanto coloro che avranno vinto l’orgoglio e l’egoismo, riconoscendo che “ogni buon regalo e ogni dono perfetto viene dall’alto” (Gia 1, 17).

Commento al Vangelo – I Domenica di Quaresima (Anno C)

Tentazioni di Cristo

Tentazioni di Cristo

Vangelo

1 Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano e fu condotto dallo Spirito nel deserto 2 dove, per quaranta giorni, fu tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni; ma quando furono terminati ebbe fame. 3 Allora il diavolo gli disse: “Se tu sei Figlio di Dio, dì a questa pietra che diventi pane”. 4 Gesù gli rispose: “Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo”. 5 Il diavolo lo condusse in alto e, mostrandogli in un istante tutti i regni della Terra, gli disse: 6 “Ti darò tutta questa potenza e la gloria di questi regni, perché è stata messa nelle mie mani e io la do a chi voglio. 7 Se ti prostri dinanzi a me tutto sarà tuo”. 8 Gesù gli rispose: “Sta scritto: Solo al Signore Dio tuo ti prostrerai, lui solo adorerai”.9 Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul pinnacolo del Tempio e gli disse: “Se tu sei Figlio di Dio, buttati giù; 10 sta scritto infatti: Ai suoi Angeli darà ordine per te, perché essi ti custodiscano; 11 e anche: essi ti sosterranno con le mani, perché il tuo piede non inciampi in una pietra”. 12 Gesù gli rispose: “È stato detto: Non tenterai il Signore Dio tuo”. 13 Dopo aver esaurito ogni specie di tentazione, il diavolo si allontanò da lui per ritornare al tempo fissato (Lc 4, 1-13).

I benefici delle tentazioni

Nel deserto, Gesù non fu tentato soltanto alla fine dei quaranta giorni di digiuno, ma durante tutto questo periodo. Egli ha voluto sottoporSi a questa prova per darci un esempio, in quanto nessuno, per quanto santo sia, è immune dalla tentazione.

I – La lotta dei due generali

Mons. João Scognamiglio Clá Dias,EP

Mons. João Scognamiglio Clá Dias,EP

Pervasi di mistero e propizi per la meditazione, il Battesimo del Signore e la tentazione nel deserto costituiscono i momenti principali della sua vita pubblica. Su questa materia molto è stato scritto nel corso dei secoli, nel tentativo di chiarire i loro più profondi significati. Fissiamo oggi la nostra attenzione sulle tentazioni subite da Gesù.

Dopo la teofania nel fiume Giordano, troviamo nel deserto due sommi generali, Cristo e satana, che si affrontano in un faccia a faccia. La guerra lì intrapresa è diventata il paradigma della lotta di ogni uomo, durante la sua esistenza terrena, lotta che riceve, a sua volta, l’influenza dell’uno e dell’altro generale. L’accettazione di una di queste influenze determina la sua vittoria o sconfitta personale.

Azione di satana sulle anime

Sul supremo capo dei cattivi e sui suoi seguaci, lo stesso Gesù avrebbe detto più tardi: “Voi che avete per padre il diavolo, e volete compiere i desideri del padre vostro. Egli è stato omicida fin da principio e non ha perseverato nella verità, perché non vi è verità in lui. Quando dice il falso, parla del suo, perché è menzognero e padre della menzogna” (Gv 8, 44). Caratteristiche queste che rendono singolare il modo di agire di satana. Il suo governo non è esercitato all’interno delle anime, e neppure infonde nei suoi un influsso vitale. Egli riesce, questo sì, ad oscurare l’intendimento del peccatore e a presentargli cattivi desideri, attraverso tentazioni che gli suggerisce. Il demonio non ha altra intenzione se non quella di allontanare gli uomini da Dio, loro Creatore e di incitarli alla rivolta. Desidera che tutti pecchino il più possibile, in modo da perdere così l’uso della vera libertà. Nella sua azione più diretta, il demonio mette a frutto negli uomini la triplice concupiscenza. D’altro lato, egli odia la vera unione che deve regnare nel rapporto tra gli uomini e, operando in senso opposto, mira a ottenere la disgregazione della società.

Modo di operare di Gesù Cristo

A sua volta, anche Cristo esercita sui suoi sudditi un’influenza esterna, propria a qualunque re, ma lo fa con tutta la perfezione e nella maniera più efficace. La sua dottrina è chiara e logica; non solo Egli la insegna con parole, ma presenta Se stesso come suo esempio insuperabile e attraente. Chi mette in pratica i suoi precetti  arriverà infallibilmente alla vittoria.  La sua azione sui fedeli è incomparabilmente più profonda di quella di satana sui suoi rispettivi seguaci. Gesù è il capo del Corpo Mistico, e da lui defluisce, verso i suoi membri, la grazia santificante.

In seguito all’unione ipostatica con Dio, l’umanità di Cristo ha la capacità di santificare.1 È in funzione di questa che San Paolo afferma: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2, 20).

La vita divina del battezzato

Questa vita, infusa in occasione del Battesimo, è talmente superiore che senza la sua linfa il cristiano non può realizzare nulla. “Senza di me non potete far nulla” (Gv 15, 5). Per questo San Paolo afferma: “Tutto posso in Colui che mi dà la forza” (Fil 4, 13).

Non è altra la vita che noi, battezzati, dobbiamo cercare, con la certezza della vittoria, nel caso che con essa stabiliamo una perfetta unione. Così come le porte dell’inferno non prevarranno contro la Chiesa (cfr. Mt 16, 18), così ognuno di noi – purché unito dalla fede e dalle opere a Cristo Gesù, nostro sommo generale, Re, Sacerdote e Profeta – non conoscerà il fallimento, e con tutta sicurezza arriverà al trionfo finale, poiché è stato Lui che ci ha resi degni del rifugio e dell’aiuto contro le tentazioni.

Perché Cristo Si è deciso a farSi tentare

Questa prospettiva ci renderà chiaro il Vangelo di oggi, poiché “Cristo volle essere tentato” e addirittura “volontariamente Si presentò al tentatore”.2 Egli Si dispose ad essere nostro esempio “per insegnarci il modo di vincere le tentazioni del diavolo. Per questo Sant’Agostino dice che Cristo Si lasciò tentare dal diavolo al fine di essere nostro mediatore e aiutarci a trionfare sulle tentazioni di quello, prestandoci non solo il suo soccorso, ma dandoci anche il suo esempio”.3 Come Gesù, per il fatto di aver abbracciato la propria morte, ha potuto dire a questa: “Dov’è il tuo pungolo? Dov’è la tua vittoria?” (I Cor 15, 55), così in un modo analogo, in relazione alle nostre tentazioni, Egli le ha vinte nel deserto. Dunque, come insegna San Gregorio, è comprensibile che “il Nostro Salvatore, che era venuto per essere ucciso”, volesse anche “essere tentato, di modo che, con le sue tentazioni, Egli potesse vincere le nostre, così come, con la sua morte, Egli ha vinto la nostra”.4

Meglio di nessun altro, Gesù conosceva i rischi per i quali passiamo nella nostra esistenza e ha voluto, con l’esempio della propria vita, avvertirci riguardo ad essi – soprattutto quelli fra noi chiamati ad un cammino di maggior dedizione e perfezione. “In modo tale che nessuno, per quanto santo sia, pensi di essere al sicuro e immune dalla tentazione. Per questo Cristo ha voluto essere tentato dopo il suo battesimo, come dice Sant’Ilario, perché ‘le tentazioni del diavolo assaltano principalmente chi è santificato, perché egli desidera soprattutto trionfare sui santi’. Di qui sta anche scritto: ‘Figlio mio, se ti presenti per servire il Signore, rimani saldo nella giustizia e nel timore, e prepara la tua anima alla tentazione’ (Sir 2, 1)”.5

Chi potrebbe insegnarci efficacemente a vincere le tentazioni con fermezza, se non lo stesso Cristo?

Per finire – ancora secondo San Tommaso d’Aquino –, Gesù ha permesso che il demonio Lo tentasse “per darci fiducia nella sua misericordia, per cui si dice: ‘Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità, essendo stato lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato’” (Eb 4, 15) .6

II – Insegnamenti da trarre dalle tentazioni di Gesù Cristo

1 Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano e fu condotto dallo Spirito nel deserto 2 dove, per quaranta giorni, fu tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni; ma quando furono terminati ebbe fame.

Sul Monte della Quarantena Djebel Qarantal – Gesù fu tentato per quaranta giorni.

Sul Monte della Quarantena Djebel Qarantal – Gesù fu tentato per quaranta giorni.

Questo inizio del capitolo 4 si presenta avvolto in un insondabile mistero: “Pieno di Spirito Santo…”. Ed ancora, “fu condotto dallo Spirito…”. Perché condotto? Un altro Evangelista dirà condotto, e un terzo, spinto. Sono verbi categorici che esprimono bene il potere impiegato dallo Spirito Santo per agire nelle nostre anime quando elette per una grande missione.

Il Battesimo deve essersi realizzato all’altezza di Gerico. Andato via da lì, probabilmente il Signore salì i pendii agresti del Monte Quarentena – Djebel Qarantal –, fatto di rocce rossastre, con cinque crinali molto caratteristici, separati da considerevoli burroni. Ancora oggi si trovano tra quelle pietre scavi fatti a mano, che lo zelo fervente di contemplativi ha effettuato per favorire la solitudine da loro ricercata. Nel suo punto più alto, un osservatore può percorrere il bel panorama tutt’intorno: a nord, l’Ermon; a ovest, la terra di Giuda; a sud, il Mar Morto, a est, il Monte Nebo (da dove Mosè avvistò la Terra Promessa poco prima di morire), e gli altipiani della Perea. A quei tempi, in quei luoghi dovevano vagare animali selvaggi, rendendo la regione molto inospitale per qualsiasi uomo, ancor più nella situazione di solitudine in cui si trovava Gesù, come ci riferisce Marco: “Fu in compagnia di animali selvaggi” (Mc 1, 13). Oggi, sulla vetta del monte si erge il convento di San Giovanni, occupato da monaci greci che, con sollecitudine, accompagnano i pellegrini fino alla grotta che sarebbe stata frequentata dal Salvatore e arrivano addirittura ad indicare le impronte dei suoi divini piedi sulle pietre del tragitto.

Gesù fu tentato per quaranta giorni

Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio (Mt 4, 4)

Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio (Mt 4, 4)

San Luca ci parla di tentazioni lungo tutti i quaranta giorni, anche se di esse menziona soltanto le ultime tre. Come intendere questo fatto? San Tommaso così risponde a questo interrogativo: “Secondo la spiegazione di Beda, il Signore fu tentato durante quaranta giorni e quaranta notti. Ma non si tratta di quelle tentazioni visibili menzionate da Matteo e Luca, le quali avvennero evidentemente dopo il digiuno, ma di altri assalti che Cristo ha potuto subire dal diavolo durante quel tempo di digiuno”.7      San Tommaso d’Aquino concorda, in questa sua opinione, con molti altri autori come, per esempio, San Giustino, Origene, Sant’Agostino, quantunque ce ne siano altrettanti – come Suárez, Lagrange, Plummer – che invece discordano. San Matteo è ancor più categorico e dice: “Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per esser tentato dal diavolo” (Mt 4, 1).

Nella storia della creazione, i primi a subire la prova della tentazione sono stati gli Angeli e di essi non tutti rimasero fedeli…

A seguire sono stati i nostri progenitori, e del loro peccato subiranno le conseguenze tutti gli uomini, fino alla fine del mondo. Ma Gesù era impeccabile e, malgrado questo, ha potuto effettivamente essere tentato. In Lui non esisteva il fomes peccati e neppure la più lieve inclinazione al peccato, sia che fosse per la carne o addirittura per le pompe e vanità del mondo, perché possedeva, oltretutto, un giudizio sereno e chiaroveggente. Tuttavia, quanto alle suggestioni diaboliche esterne, non c’era la più piccola possibilità che Si sottomettesse ad esse volontariamente, perché, non essendo interiori ed anche non essendoci la minima imperfezione in Chi le ha subite, lasciano il primato di tutta la malignità al tentatore.8

 Secondo i disegni di Dio, “conveniva [a Gesù] che Egli divenisse in tutto simile ai suoi fratelli” (Eb 2, 17), poiché, per portare fino ai limiti estremi il suo amore per noi, col “compatire le nostre infermità”, maggior perfezione avrebbe manifestato se fosse passato “per le stesse prove nostre, ad esclusione del peccato” (Eb 4, 15).

 Sulla ragione dell’orazione e del digiuno, ci basti ricordare che “questa razza di demoni non si scaccia se non con la preghiera e il digiuno” (Mt 17, 21).

Il dubbio del demonio

3 Allora il diavolo gli disse: “Se tu sei Figlio di Dio, dì a questa pietra che diventi pane”.

Gli autori sono unanimi nel commentare questo versetto, e tra loro si distingue Suárez,9 il quale afferma che, nel tentare Gesù, il demonio non ha avuto come scopo principale il farLo peccare, ma il sapere, con certezza, se Lui era o no il Figlio di Dio. Con la sua solita e sintetica chiarezza, San Tommaso così ci spiega questo particolare: “Come dice Sant’Agostino, ‘Cristo Si è fatto conoscere dai demoni nella misura in cui Gli è sembrato conveniente, non perché Egli è la vita eterna, ma per certi effetti temporali del suo potere’, da cui essi potevano congetturare che Gesù era il Figlio di Dio. Ma siccome vedevano in Lui segnali di debolezza umana, non erano veramente sicuri che fosse Figlio di Dio; per questo hanno voluto tentarLo. Questo è il senso delle parole di Matteo (cfr. 4, 2-3), quando dice che, dopo che ebbe fame, il tentatore si approssimò a Lui; poiché, come dice Sant’Ilario, ‘il demonio non avrebbe osato tentare Cristo se non avesse osservato in Lui, per la debolezza della fame, la natura umana’. Questo è evidente dal modo stesso in cui tenta, quando egli dice: ‘Se sei il Figlio di Dio’. San Gregorio spiega tali parole, dicendo: ‘Cos’è che denota questa maniera di esprimersi, se non che egli sapeva che il Figlio di Dio sarebbe dovuto venire, ma non credeva che fosse venuto nella fiacchezza della carne?’”.10

Qualcosa doveva sapere satana a proposito di quell’uomo sui generis, il quale, nonostante fosse nato in una grotta, era stato lodato dagli Angeli, pastori e re dell’Oriente. Dunque, se così non fosse, sarebbe stato meno sofisticato nell’elaborazione delle tentazioni, come più avanti vedremo. Il fatto che il demonio abbia cominciato con la supposizione “se sei il Figlio di Dio” dimostra il suo sospetto, non ancora interamente accertato, che si trattava del Messia promesso, sebbene umano e non divino. Ecco perché cerca di sedurLo e di farGli abbandonare le vie del Padre.

Come ha fatto il demonio a tentare Gesù

Sulla maniera in cui il demonio presenta a Gesù le sue seduzioni divergono le opinioni degli autori. Alcuni (pochi) arrivano a conferire loro un carattere meramente simbolico, ossia, non si tratta che di invenzioni degli evangelisti per aiutare gli uomini nelle loro lotte spirituali. Altri, nonostante accettino la loro esistenza reale, ritengono che siano avvenute per pura suggestione interna. Entrambe le supposizioni non ci sembrano accettabili, sia dal punto di vista meramente storico, sia da quello teologico. Tra quelli che hanno optato per la via più sicura c’è Suárez, categorico nell’ammettere l’ipotesi che il demonio abbia assunto forma fisica per poter tentare Gesù: satana deve essere apparso usando l’aspetto umano, come il dialogo tra i due sembra esigere. Probabilmente sotto l’apparenza di un sant’uomo o sotto qualche altra forma che giudicasse più adatta a convincere. Non ha potuto tentare il Signore se non con la parola, come ha fatto con Adamo, poiché entrambi erano privi di passioni insubordinate, e non era decoroso che il tentatore potesse operare nell’immaginazione o nelle potenze interne di Cristo.11

Attraverso piccole cose, il demonio tenta le grandi vocazioni

Se sei Figlio di Dio, dì che questi sassi diventino pane (Mt 4, 3)

Se sei Figlio di Dio, dì che questi sassi diventino pane (Mt 4, 3)

Sempre all’interno degli insegnamenti di San Tommaso d’Aquino, sappiamo che nel caso degli uomini che cercano le vie della perfezione, il demonio non cerca di tentarli direttamente mediante i peccati più gravi. Il suo approccio iniziale avviene attraverso le imperfezioni e mancanze lievi, fino al momento di proporre le gravi. Questa metodologia, egli l’ha impiegata nel Paradiso Terrestre nel sedurre i nostri progenitori. Ha cominciato sforzandosi di risvegliare la gola di Eva: “Perché non mangi?” (cfr. Gen 3, 1)… Dopo la sua vana curiosità: “I vostri occhi si apriranno…” (Gen 3, 5). Alla fine, le ha presentato l’ultimo grado di orgoglio: “Sarete come dèi” (Gen 3, 5).12

Nel caso del presente versetto, satana si serve di una situazione concreta. Dopo quaranta giorni di completo digiuno, si erano manifestate in Gesù le caratteristiche di Figlio dell’Uomo: ha avuto necessità di riprendere le sue energie, ha sentito l’impeto della fame. Di tutte le virtù, una delle più importanti è la fede. Senza una diretta rivelazione, assimilata da questa virtù, nessuna creatura, umana o angelica, è capace di ammettere l’ipotesi dell’unione delle due nature in Cristo. Per questo lo spirito maligno – che non possiede la fede – si avvicina a Lui al fine di richiamargli l’attenzione verso le pietre del sentiero più rassomiglianti alle forme del pane dell’epoca. Chissà se è giunto a farGli la proposta tenendone in mano qualcuna.

Inversione dell’ordine: un atto rivoluzionario

Dopo aver insidiosamente cercato di stimolare l’amor proprio della sua supposta vittima, il demonio ha voluto fare in modo che Gesù Si servisse, commettendo disobbedienza e abuso, dei poteri divini per soddisfare la fame e, così, essere portato anche al peccato di gola. Scaltra la proposta, poiché la necessità era reale, e cos’è il pane se non un alimento dei poveri? Il demonio sarebbe riuscito, per questa via, non solo a portare quell’Uomo a far uso indebito del potere di compiere miracoli, ma anche a verificare la sua messianità. Se Gesù fosse caduto in questo inganno, la sua natura divina sarebbe stata, in quest’occasione, soggiogata a quella umana. In fondo, avrebbe praticato un atto rivoluzionario, invertendo il vero ordine e grado d’importanza degli esseri, anche se, considerato in modo assoluto, non c’è colpa alcuna a saziare la fame e neppure a fare un miracolo.

Su questo particolare, ci insegna il Dottore Angelico:

“Usare del necessario per il sostentamento non costituisce peccato di gola; ma può appartenere a questo vizio il fatto che l’uomo agisca in modo disordinato per il desiderio di questo sostentamento. Ora, è disordinato voler ottenere l’alimento per mezzo di un miracolo, quando si può ricorrere a mezzi umani per il sostentamento del corpo. […] Cristo poteva soddisfare la sua fame in un’altra maniera, senza necessità di un miracolo, facendo come San Giovanni Battista (Mt 3, 4), oppure andando in località vicine. Per questo il demonio pensava che Cristo avrebbe peccato se, essendo un uomo come gli altri, avesse tentato di fare miracoli per placare la fame”.13

Diabolico sfruttamento delle rivoluzioni

4 Gesù gli rispose: “Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo”.

Gesù avrebbe potuto trasformare le pietre in pane, come in seguito avrebbe moltiplicato per due volte i pani e i pesci. Ma non lo fece. In quest’occasione, non avrà voluto Egli, al di là di altriobiettivi, insegnarci l’illegittimità delle rivolte per essere venuto meno il cibo?

Quante rivoluzioni sono state portate a termine, nel corso della Storia, per un puro, malevolo e – perché non dirlo – diabolico sfruttamento della fame? Nelle circostanze di penuria, perché gli uomini non si rivolgono allo stesso Dio di Mosè, che non ha lasciato senza cibo il suo popolo per quarant’anni nel deserto?

Supremazia della vita spirituale su quella corporale

Nella sua risposta impregnata di sapienza divina, Gesù rende evidente, al demonio e all’umanità, l’esistenza di una vita molto più nobile di quella corporale, ossia, quella spirituale. “La parola di Dio” è costituita dagli ordini divini, da tutto quello che riflette la sua sovrana volontà, come più tardi Egli stesso affermerà: “Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato” (Gv 4, 34).

È notevole la differenza della reazione di Gesù riguardo a questa proposta fatta da satana, rispetto a quella fatta da Maria nelle Nozze di Cana: La sua venerabile Madre, Egli l’ha esaudita, perché sapeva quanto fosse volontà del Padre confermare il potere impetratorio delle suppliche della sua amatissima Figlia.

Nella frase che Gesù pronuncia come replica al demonio, risulta chiaro che non era imprescindibile il pane. Dio dispone di innumerevoli mezzi per risolvere il problema della fame. Gesù si alimenterà a seconda della volontà del Padre. Se il disegno di Costui è che la parola Lo nutra, che necessità c’è del pane? E se questo sarà indispensabile, non ha il Padre il potere di concederlo?

Duplice tentazione: paura e ambizione

5 Il diavolo lo condusse in alto e, mostrandogli in un istante tutti i regni della terra, gli disse: 6 “Ti darò tutta questa potenza e la gloria di questi regni, perché è stata messa nelle mie mani e io la do a chi voglio. 7 Se ti prostri dinanzi a me tutto sarà tuo”.

Tentazioni di Cristo, del Beato Angelico.

Tentazioni di Cristo, del Beato Angelico.

Le più svariate ipotesi sono state sollevate da alcuni autori su quale deve essere stato questo alto monte, con vista su tutti i regnidella Terra. Per alcuni deve essere stato il Tabor, altri parlano del Nebo o dell’Ermo. Da questi, tuttavia, è impossibile contemplare i regni di questo mondo. Sono più vicini alla verità coloro i quali affermano che il demonio deve essersi servito delle sue arti di magia, illusionismo o fantasmagoria, per far scorrere davanti agli occhi di Gesù “per un attimo” le meraviglie dei regni con i loro palazzi e splendori, in sintesi, tutte le bellezze delle glorie esteriori della nostra Terra d’esilio.

Nella sua inferiorità di angelo decaduto, con molta ignoranza, ha creduto di aver attratto irresistibilmente Gesù e, per questa ragione, Gli propone subito un peccato di idolatria per darGli, così, il possesso di tutto. Commentando questo passaggio, San Girolamo, giustamente attribuisce al demonio un linguaggio superbo, e soprattutto falso, poiché lo spirito maligno non può promettere nè, meno ancora, concedere regni a nessuno, senza il permesso di Dio.14 Ciò nonostante, egli è signore dei vizi e dei peccati. Credeva di poterLo lusingare per istigare un’irrefrenabile ambizione o, allora, spaventarLo, rivelandoGli la poderosa opposizione che avrebbe affrontato, se contro di Lui si fossero sollevati quei regni, nel caso non li avesse accettati al prezzo dell’idolatria. Non ha subìto, però, il Divino Redentore l’attrazione dell’ambizione né il timore del potere avverso.

A partire dal Paradiso Terrestre, noi, uomini e donne – se non siamo sorretti dalla grazia e dalla virtù – siamo affascinati dal sogno di essere dèi. Questa è la disastrosa storia di buona parte dell’umanità. Felici quelli e quelle che rispondono a satana nel modo in cui ha risposto Gesù.

La grande tentazione dell’umanità decaduta

8 Gesù gli rispose: “Sta scritto: Solo al Signore Dio tuo ti prostrerai, lui solo adorerai”.

Diventare il padrone del mondo, possedere tutti i beni e tutte le ricchezze, anche se si smette di adorare il vero Dio: ecco la tentazione di fronte alla quale non pochi soccombono, nel nostro stato di prova e, alle volte, anche per un prezzo molto inferiore.

 Nella risposta di Gesù, troviamo il divino esempio da seguire. Riproducendo il versetto 13 del capitolo 6 del Deuteronomio, fa un giuramento di fedeltà al Padre: se non è Lui, nessuno, e nessuna cosa, merita omaggi e molto meno adorazione.

Tentazione di vanagloria

9 Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul pinnacolo del tempio e gli disse: “Se tu sei Figlio di Dio, buttati giù; 10 sta scritto infatti: Ai suoi angeli darà ordine per te, perché essi ti custodiscano; 11 e anche: essi ti sosterranno con le mani, perché il tuo piede non inciampi in una pietra”.

È un paradosso immaginare l’angelo caduto dal Cielo che trascina giù il suo Creatore. A questo si è sottoposto il nostro Salvatore, per il beneficio di coloro che sono stati espulsi dal Paradiso.

È degna di nota l’acutezza diabolica in questa tentazione, per il fatto di servirsi di una citazione della Scrittura per conferire maggiore solidità alla sua argomentazione. Ha appreso la lezione dallo stesso Gesù, quando ha ricevuto da Lui la sua prima risposta.

Grande spettacolo avrebbe causato la sua discesa sensazionale, protetto dagli Angeli, in mezzo al patio del Tempio. E, se questo fosse accaduto, sarebbe stata provata a satana la filiazione divina di Gesù, obiettivo ansiosamente desiderato dai suoi stratagemmi. Adesso non è più la gola né l’ambizione, ma la vanagloria, che tanti conduce all’inferno, lo strumento usato dal demonio per tentare il Messia.

Trionfo di Cristo

12 Gesù gli rispose: “È stato detto: Non tenterai il Signore Dio tuo”.

Una nuova confusione infligge Gesù al ribelle satana, sempre con parole tratte dal Deuteronomio (6, 16). Collocarsi in pericolo grave, obbligando Dio a intervenire, è un peccato pieno di malignità.

13 Dopo aver esaurito ogni specie di tentazione, il diavolo si allontanò da lui per ritornare al tempo fissato.

La maggioranza degli autori è concorde nel fatto che il demonio ha continuato ad attaccare Cristo nel corso della sua vita pubblica, proponendoGli, attraverso questo o quel mezzo, di accettare la corona o di praticare miracoli imprudenti.

È stato soltanto nell’Orto, nel Pretorio e nel Calvario che egli ha creduto di essere riuscito a realizzare il suo sogno, tutto fatto di gaudium phantasticum. Invece lì, Cristo ha trionfato sugli inferni, il peccato e la stessa morte!

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1) Cfr San Tommaso d’Aquino, Summa
Teologica III, q.8, a. 6c.
2)Idem III, q. 41 a.1.
3) Id. ibid.
4) Id. ibid
5) Id. ibid
6) Id. ibid
7) Op. cit. III, q.41, a.3 ad. 2.
8) Cfr. op. cit. III, q. 41 a.1 ad.3.
9) Cfr. Francisco Suárez S.J.,Misterios
de la Vida de Cristo, BAC, Madrid,
t. 1, p. 825.
10) San Tommaso d’Aquino, Summa
Teologica III, q. 41, a.1, ad.1,
11) Op. cit. BAC, Madrid, t. 1, p. 825.
12) Cfr. op. cit. III, q. 41, a.4.
13) Op. cit. III, q. 41, a. 4, ad. 1
14) Cfr. Comment. In Matth., h. 1.

Devozione al Santo Volto di Gesù

“Di te ha detto il mio cuore, io cerco il tuo volto. Il tuo volto Signore io cerco” (Sal 27, 8)

Holy Face

L’uomo ha sempre desiderato contemplare il volto di Dio. Gesù ci ha detto: “Chi vede me, vede il Padre” (Gv 14,9) e, di conseguenza, la contemplazione del volto di Cristo è la contemplazione di Dio. Guardare il volto del Signore è, in un certo senso, un modo per conoscere sempre meglio la Persona di Cristo.Tuttavia, non c’è da stupirsi se i tratti del volto di Cristo abbiano incoraggiato i cristiani sin dai primi secoli, a conoscerlo e ad amarlo sempre più.

Santo Volto Veronica

Immagini come la Veronica, il velo sul quale è rimasto impresso il volto di Gesù durante la Passione, è solo uno tra gli esempi di “acheròpita” (immagine non realizzata da mano d’uomo). La più famosa tra queste rimane sempre la Sindone di Torino, il lino utilizzato per avvolgere il corpo esanime di Gesù, che porta impresso non solo il Suo volto, ma l’intero corpo, mostrando le ferite della Passione. L’immagine della Sindone divenne famosa soprattutto dopo che venne fotografata e diffusa alla fine del XIX secolo.

Durante gli ultimi 200 anni, Cristo stesso ha chiesto la devozione al suo Volto Santo in riparazione alle molte bestemmie e offese che continuamente riceve. Questa devozione è stata introdotta attraverso due suore, suor Marie de Saint Pierre (1816-1848) e la beata Maria Pierina de Micheli (1890-1945). Nel 1958, Papa Pio XII dichiarò la festa del Santo Volto di Gesù il giorno prima del Mercoledì delle Ceneri (martedì grasso).

Sister Marie de st Pierre

La preghiera della freccia d’oro.
Suor Marie de Saint Pierre, una carmelitana francese, ha ricevuto la richiesta di Nostro Signore di diffondere la devozione al Suo Santo Volto. La suora ha spiegato che, il 25 agosto 1843, il Signore si rivolse a lei dicendo:

«Il mio nome è da tutti bestemmiato: gli stessi fanciulli bestemmiano e l’orribile peccato ferisce apertamente il mio Cuore. Il peccatore con la bestemmia maledice Dio, lo sfida apertamente, annienta la Redenzione, pronuncia da sé la propria condanna. La bestemmia è una freccia avvelenata che mi penetra nel Cuore. Io ti darò una freccia d’oro per cicatrizzarmi la ferita del peccatore.

Nel 1845, il Signore rivelò a Suor Marie che voleva una vera e propria opera di riparazione e che, le anime partecipanti ad essa, sono come Santa Veronica che ha superato l’indifferenza della folla e ha asciugato il Suo Volto pieno di sputi, sudore e sangue. Il Signore disse alla suora: “Io cerco delle Veroniche le quali astergano ed onorino il Mio Divin Volto che ha pochi adoratori.”

San Veronica v2

Sia sempre lodato, benedetto, amato, adorato, e glorificato, il santissimo, il sacratissimo, l’adorabilissimo, l’incomprensibile ed inesprimibile Nome di Dio in cielo, sulla terra e sotto terra, da tutte le creature di Dio, per il Sacro Cuore di Nostro Signore Gesù Cristo nel Santissimo Sacramento dell’Altare. Amen.

Dopo la morte di Suor Marie, nel 1885 papa Leone XIII fondò un’Arciconfraternita del Volto Santo. Alcuni dei primi membri furono la famiglia di Santa Teresa di Lisieux, il cui nome religioso era Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo a causa di questa devozione.

Blessed Maria Pierina de Micheli

Beata Maria Pierina de Micheli e la Medaglia del Volto Santo
Come suor Marie de Saint Pierre, la Beata Maria Pierina de Micheli, è stata sollecitata dal Signore a diffondere la devozione al suo Santo Volto. La Beata racconta le sue esperienze in una lettera a Pio XII nel 1940 prima di un’udienza personale con il Pontefice.

A soli 12 anni, la Beata Pierina, aspettando di venerare il Crocifisso il Venerdì Santo, sentì Gesù dirle: “Nessuno mi dà un bacio d’amore sul mio volto per fare ammenda per il bacio di Giuda”. La futura Beata rispose, “Ti darò un bacio d’amore, Gesù.”Quando è cresciuta si è consacrata a Dio e ha vissuto una vita di intima unione con il Signore.

Nel 1938, mentre pregava davanti al Santissimo Sacramento, la Madonna le apparve con uno scapolare formato da due pezzi di stoffa. Da un lato c’era il Santo Volto di Gesù e dall’altro c’era l’Eucaristia circondata dai raggi. La Madonna le disse che:

Tutti quelli che indosseranno uno scapolare come questo e faranno, potendo, ogni martedì una visita al Santissimo sacramento per riparare gli oltraggi che ricevette il Suo Santo Volto durante la Sua Passione e riceve ogni giorno il sacramento eucaristico, verranno fortificati nella fede, pronti a difenderla e a superare tutte le difficoltà interne ed esterne, di più faranno una morte serena sotto lo sguardo amabile del mio Divin Figlio”

Medal of the Holy Face

Nel 1940, la Beata Maria Pierina realizzò e ottenne l’approvazione ecclesiastica della medaglia del Volto Santo, coniata secondo l’immagine del Viso di Gesù che ci dona la Sindone.

La devozione al Volto Santo del martedì

Il Signore ha inoltre domandato che il Suo Santo Volto fosse onorato ogni martedì e specialmente il martedì grasso, il martedì prima del mercoledì delle ceneri che sancisce l’inizio della Quaresima. Chiedendo questa devozione, Gesù apparve coperto di sangue e disse molto tristemente alla Beata Pierina:

“Vedi come soffro, mi disse, eppure da pochissimi sono compreso, quanta ingratitudine anche da parte di quelli che dicono di amarmi. Ho dato il mio cuore come oggetto sensibile del mio grande amore per gli uomini e il mio Volto lo dò, come oggetto sensibile del mio dolore per i peccati degli uomini e voglio sia onorato con una festa particolare il Martedì di Quinquagesima, festa preceduta da una novena in cui tutti i fedeli uniti nella partecipazione al mio dolore con Me riparino.”

Nel 1939 Gesù disse ancora:
“Desidero che il mio Volto Santo sia onorato particolarmente il martedì”.

Una buona pratica quaresimale
Tra i preparativi per la Quaresima, è opportuno celebrare la festa del Volto Santo trascorrendo un po ‘di tempo davanti al Santissimo Sacramento e recitando la preghiera della Freccia d’oro e la preghiera al Volto Santo della Beata Maria Pierina de Micheli. La ripetizione di questa devozione ogni martedì di Quaresima può anche essere un mezzo per avvicinarsi a Nostro Signore durante questo periodo speciale dell’anno liturgico.

Preghiera al Volto Santo 

Volto Santo del mio dolce Gesù, espressione viva ed eterna dell’amore e del martirio divino sofferto per l’umana redenzione, Ti adoro e Ti amo. Ti consacro oggi e sempre tutto il mio essere. Ti offro per le mani purissime della Regina Immacolata le preghiere, le azioni e le sofferenze di questo giorno, per espiare e riparare i peccati delle povere creature. Fà di me un tuo vero apostolo. Che il tuo sguardo soave mi sia sempre presente e si illumini di misericordia nell’ora della mia morte. Amen

Volto Santo di Gesù guardami con misericordia

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