I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia

L’Eucaristia, l’Immacolata e il Sommo Pontefice!

Autore: Araldi del Vangelo (Page 1 of 75)

La beata che svelò di più su Andrea, Gesù e molto altro

La monaca agostiniana Anna Katharina Emmerick (1774-1824) ebbe in visione la vita di Cristo in maniera così precisa da destare lo stupore degli esperti: la mistica parlava di luoghi, oggetti, usanze, senza aver studiato né essersi mossa dal suo letto di malattia. Grazie a lei sappiamo di più di Andrea, Pietro etc. e persino quale sia la casa della Madonna a Efeso.

I genitori di Giuda avevano abitato per un certo periodo a Iscariot (o Keriot, secondo un’altra veggente, Maria Valtorta), per questo tutti chiamavano lui Iscariota. Ma chi erano questi genitori?

Sua madre era una cantante e ballerina, e da buona artista aveva avuto Giuda da un militare d’alto grado di Damasco. Non si sa se fosse già sposata o lo fosse lui, fatto sta che l’uomo ad un certo punto piantò in asso lei e il bambino. La ballerina, che si accompagnava con l’arpa e insegnava anche danza alle giovani, prese spunto dalla Scrittura e fece come la madre di Mosè: mise il frutto del peccato in una cesta che affidò alle acque del Giordano (che si trattasse di questo fiume non è specificato, ma è l’unica acqua “corrente” di Israele, gli altri sono laghi). Il bambino venne raccolto da una coppia benestante senza prole, che lo allevò e gli diede un’educazione di prim’ordine. Ma il soggetto era prematuramente infido, tant’è che si rese responsabile di una frode e finì cacciato di casa.

Tornò da sua madre, quella vera (evidentemente aveva saputo chi fosse), ma questa era adesso sposata con un pio ebreo che, venuto a conoscenza delle malefatte del figliastro, lo maledisse. Morti la madre e il patrigno, Giuda andò a stare in casa di uno zio. Aveva venticinque anni quando, il 24 ottobre dell’anno 30, incontrò per la prima volta Gesù.

Tutte queste informazioni vengono dalla b. Anna Katharina Emmerick (1774-1824), monaca agostiniana tedesca che passò quasi tutta la vita a letto malata. Nel 1812 ebbe le stimmate e la fama dei suoi fenomeni mistici (locuzioni, estasi, profezie…) dilagò, incuriosendo il poeta romantico Clemens Brentano che nel 1818 andò a trovarla. L’uomo rimase così impressionato (la Emmerick lo aspettava perché sapeva che sarebbe venuto) che non volle più staccarsi da lei. Per anni rimase accanto al suo capezzale ad annotare quel che lei diceva.

E quel che lei diceva era la vita di Cristo, descritta giorno per giorno in base a visioni quotidiane. Le quali erano così precise da destare lo stupore degli esperti: la veggente parlava di luoghi, oggetti, usanze, nomi che una senza studi e mai mossasi dal letto non poteva conoscere. Addirittura, seguendo le sue indicazioni venne ritrovata la casa in cui la Madonna visse a Efeso.

Dagli appunti di Brentano uscirono diversi volumi di rivelazioni. Il pittore francese J. Tissot, seguendo le minuziosissime descrizioni della mistica tedesca, eseguì moltissimi dipinti (la Emmerick descriveva con precisione millimetrica anche le fisionomie dei vari personaggi). Dagli scritti di Brentano sono stati estrapolati quelli riguardanti i personaggi principali del Nuovo Testamento e ne è uscito Dramatis personae. I personaggi del dramma che ha cambiato la storia dell’umanità (Estrella de Oriente, pp. 192, €. 21), da cui abbiamo tratto la descrizione su riportata di Giuda (nel libro ci sono anche le illustrazioni di Tissot). Del quale la Emmerick ci dice che, a differenza degli altri Apostoli, non fece mai alcun miracolo, cosa che incrementò il suo livore.

Apprendiamo, anche, che Andrea era più vecchio di sei anni di suo fratello Pietro, che Tommaso era detto Didimo perché aveva un gemello che si chiamava Taddeo e che divenne anche lui discepolo del Cristo. Che Gesù percorse anche luoghi non narrati nei Vangeli. Che Matteo fu martirizzato in Etiopia con un’alabarda. Che Bartolomeo si chiamava in realtà Neftali e discendeva da Tholmai, re di Gessur, la cui figlia Maaca era stata moglie di Davide e madre di Assalonne. Eccetera.

La Madonna di San Nicolás

Charles de Foucauld, la scoperta di Gesù cambia tutto

Riconosciuto il miracolo del beato Charles de Foucauld (1858-1916), che sarà dunque canonizzato. Celebre esploratore, per 12 anni perse la fede, fino alla conversione favorita da una preghiera che gli risuonava spesso in mente: «Mio Dio, se esisti, fa’ che io Ti conosca!». Dal suo amore per l’Eucaristia sgorgò quello per ogni uomo. E gli fece desiderare di convertire i non cristiani, musulmani compresi, per «aumentare l’amore e i servitori di Nostro Signore Gesù».

«In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40). In una lettera scritta quattro mesi prima di morire, Charles de Foucauld (1858-1916) rivelò che questo era stato il brano del Vangelo che più gli aveva fatto impressione e trasformato la vita. Una vita che oggi, a oltre un secolo dalla sua nascita al Cielo, non smette di ispirare. E acquista nuova luce dopo che papa Francesco, martedì 26 maggio, ha autorizzato la promulgazione del decreto che riconosce un nuovo miracolo attribuito all’intercessione dell’oggi beato Foucauld, che quindi sarà presto proclamato santo.

Celebre esploratore prima della conversione, la sua figura è di un’attualità dirompente per almeno due aspetti: il suo folle amore per l’Eucaristia, che riconobbe quale presenza viva di Dio capace di rinnovare l’uomo e il mondo intero; il rapporto con i non cristiani e soprattutto con i musulmani, in mezzo ai quali visse, li conobbe a fondo, li aiutò, li amò. Da questo amore nasceva il suo desiderio di far loro conoscere Gesù, non attraverso la predicazione (non era il suo carisma e riteneva che prima bisognasse preparare il terreno) «ma con la preghiera, l’offerta del Santissimo Sacrificio, la penitenza, la pratica della carità…».

Carlo era nato il 15 settembre 1858 in Francia, a Strasburgo, in una famiglia nobile, che lo battezzò due giorni dopo. La madre, molto devota, gli insegnò a pregare. A meno di 6 anni rimase orfano di entrambi i genitori. Ormai adolescente, cominciò a leggere di tutto. Anche letture che gli fecero male. A poco a poco perse la fede. «A 17 anni dentro di me c’erano soltanto egoismo, vanità, cattiveria, desiderio di male, ero come impazzito…». Alla morte del caro nonno materno tutta l’eredità andò a Carlo, che la dissipò presto, cercando la sua felicità nelle feste, nei piaceri della gola, nelle donne.

La carriera militare lo portò in Algeria e Tunisia. Finite le spedizioni, per lui una goduria, si dimise dall’esercito poiché detestava la vita in caserma e aveva una passione: viaggiare. Di grande curiosità, decise di esplorare il Marocco, che allora era in gran parte proibito agli europei. Andarvi significava rischiare la vita. Carlo si preparò meticolosamente per 15 mesi, imparò l’arabo e l’ebraico, e partì, in compagnia di un rabbino. Lui stesso, giunto nella parte più pericolosa del Marocco, si travestì e si finse rabbino. Portava sempre con sé, di nascosto, un taccuino di 5 centimetri quadrati e una matita minuscola per appuntare tutto quanto vedeva di interessante. L’avventura terminò 11 mesi più tardi e gli valse – oltre a sassate, fame e pericoli vari – la medaglia d’oro della prestigiosa Società di Geografia.

Al ritorno in Francia trascorse dei mesi dai familiari, conoscendo «delle persone molto intelligenti, virtuose e cristiane». Sarà in particolare la bellezza dell’anima di una cugina, Marie de Bondy, a fargli credere che, magari, la fede che aveva smesso di professare non fosse una follia. «Ho iniziato ad andare in chiesa, senza essere credente, non mi trovavo bene se non in quel luogo e vi trascorrevo lunghe ore continuando a ripetere una strana preghiera: “Mio Dio, se esisti, fa’ che io Ti conosca!”». Scorrendo tra i suoi scritti, in alcuni tratti sembra di leggere sant’Agostino. E sarà proprio in una chiesa dedicata al Doctor Gratiae che Carlo, su consiglio della cugina, troverà il sacerdote decisivo nella sua conversione: «Mi sono quindi rivolto all’abate Huvelin. Gli ho chiesto delle lezioni di religione: mi ha ordinato di mettermi in ginocchio e di confessarmi, di andare a ricevere la Comunione seduta stante…».

Lo Spirito Santo stava già lavorando, ma «non ci misi un giorno solo a credere; a volte i miracoli del Vangelo mi sembravano incredibili, altre volte volevo intercalare le mie preghiere con brani del Corano. Ma la grazia divina e i consigli del mio confessore dissiparono queste nubi». Quando in Carlo sorse il desiderio della vita religiosa, di vivere solo per il Dio che aveva scoperto, fu don Huvelin a frenarne (e verificarne), per tre anni, gli entusiasmi. Lo fece prima andare in pellegrinaggio in Terra Santa. E lì, tra Nazareth, Gerusalemme, Betlemme – dove partecipò alla Messa nella notte di Natale («la dolcezza che ho provato a pregare in quella grotta, dove erano risuonate le voci di Gesù, Maria e Giuseppe, è stata indicibile») – capì che la sua vocazione era di condurre la vita nascosta di Nostro Signore nei primi trent’anni sulla terra.

Il 15 gennaio 1890 entrò in un’abbazia trappista, credendolo il miglior modo per seguire Gesù, perché «ognuno sa che l’amore ha come primo effetto l’imitazione». Ma pian piano, pur apprezzando la via trappista, realizzò di desiderare una povertà più radicale per meglio conformarsi al suo Amato. In quel periodo ebbe la prima idea di una nuova congregazione, fondata sul lavoro manuale e «molta preghiera». Si sarebbero dovuti «formare solo dei piccoli gruppi, espandersi ovunque, ma soprattutto nei paesi infedeli, così abbandonati, e dove sarebbe tanto dolce aumentare l’amore e i servitori di Nostro Signore Gesù». Nel gennaio 1897 ottenne dal superiore generale di lasciare i trappisti. Andò a Nazareth, dove per tre anni lavorò come tuttofare dalle Clarisse, vivendo in una piccola capanna di legno.

Iniziò a chiamarsi Carlo di Gesù e completò una Regola, che aveva al suo cuore l’adorazione del Santissimo Sacramento. Proprio perché sarebbe stato impossibile vivere quella Regola «senza che ci siano un prete e un tabernacolo», decise di ricevere il sacerdozio.

Partì poi per Béni Abbès, oasi nel Sahara algerino. Abitò in un eremo con cappella, dove trascorse ore e ore davanti al tabernacolo. Quell’eremo si trasformò in un via vai di ammalati, poveri, soldati, semplici curiosi, con cui Carlo, che voleva che tutti lo considerassero «come loro fratello, il fratello universale», parlava e tesseva amicizie. Conobbe anche schiavi e, scandalizzato dalla loro condizione, ne riscattò alcuni. La sua umile dimora era già chiamata “Fraternità” ma il problema rimaneva uno: la mancanza di fratelli che lo aiutassero a diffondere l’amore di Gesù.

Nel 1904 iniziò la sua missione presso i Tuareg, passando da un accampamento all’altro in mezzo al deserto. Ne studiò la lingua e la cultura, adoperandosi a diversi lavori linguistici e traduzioni, prima tra tutte quella del Vangelo. Quando poté fare la prima consacrazione in quelle regioni, scrisse: «Sacro Cuore di Gesù, grazie per questo primo Tabernacolo in terra Tuareg! Che sia il preludio di molti altri e l’annuncio della salvezza di molte anime! Sacro Cuore di Gesù, risplendi dal fondo di questo Tabernacolo verso i popoli che ti circondano senza conoscerti! Rischiara, dirigi, salva queste anime che Tu stesso ami!».

L’imitazione della vita di Gesù era, per de Foucauld, un tutt’uno con il culto dell’Eucaristia. L’adorazione del Santissimo Sacramento fu la sua priorità perché era questa la causa dell’urgenza di voler raggiungere gli altri, soprattutto dove l’Ostia Santa era meno presente. Secondo il Beato, infatti, la ‘sola’ Presenza eucaristica è irradiatrice di grazie e sostiene la santificazione di chi sta nelle vicinanze.

L’apparente scarsità di frutti non lo scoraggiava: «Domani, dieci anni da quando celebro la Messa nell’eremitaggio [fondato nel 1905, ndr] di Tamanrasset! E non un solo convertito! Bisogna pregare, lavorare e avere pazienza». Intanto il suo progetto di congregazione, malgrado i viaggi in Francia, faticava a concretizzarsi. Riuscì a costituire solo un’associazione di laici con 49 iscritti.

A Tamanrasset, durante la Grande Guerra, costruì anche una sorta di fortino per proteggere la popolazione locale dai predoni. E fu proprio una banda di predoni a ucciderlo l’1 dicembre 1916, primo venerdì del mese, giorno dedicato al Sacro Cuore. Ma quel chicco di grano non è rimasto senza frutto, perché gli scritti di Carlo hanno avuto da allora una diffusione straordinaria. E oggi la grande famiglia spirituale che si ispira al suo esempio conta 20 diversi gruppi e congregazioni di laici, sacerdoti, religiosi e religiose – tra cui i Piccoli Fratelli e le Piccole Sorelle di Gesù – per un totale di oltre 13.000 membri in tutto il mondo.

Il miracolo della Manna di Sant’Andrea -Video

Il miracolo della Manna

rito manna s.Andrea Amalfi

Quando gli Israeliti nel deserto, uscendo un mattino fuori le tende, videro il suolo ricoperto di una cosa minuta e granulosa, minuta com’è la brina nella terra, esclamarono meravigliati: Man hu? Che cos’è? Per assonanza, quella sostanza granulosa fu chiamata manna. Per lo stesso motivo, probabilmente, fu chiamata manna anche l’effluvio misterioso di una sostanza liquida che da sempre è avvenuto presso la Tomba venerata dell’Apostolo Andrea.

Gregorio di Tours dà questa testimonianza: L’Apostolo Andrea, nel giorno della sua festa, compie un grande prodigio, cioè la manna, che si presenta sotto forma di polverina o di olio profumato, che trabocca dal suo sepolcro. Per esso è indicato il raccolto dell’anno seguente. Sarà esiguo se l’effluvio è esiguo, copioso se l’effluvio sarà copioso. Si dice che in alcuni anni l’olio è tanto abbondante da arrivare a metà basilica.

Ciò avviene a Patrasso, nell’Acaia, dove il beato Apostolo, crocifisso per amore del Redentore, diede gloriosamente termine alla sua vita. Quando avviene l’effluvio, il profumo è tale che sembra siano state sparse attorno molte sostanze odorose. Tutto ciò accade non senza utilità per il popolo, perché gli ammalati, attraverso unzioni o bevendo, ne ricevono beneficio.Cripta: La Tomba di Sant'Andrea Apostolo

Cripta: Tomba di S. Andrea Apostolo

Le reliquie dell’Apostolo furono traslate da Patrasso a Costantinopoli nel 357 ed anche qui avvenne regolarmente il prodigioso evento. Da questa e da tante altre testimonianze, appare evidente che il fatto della Manna non è da circoscriversi nella realtà religiosa di Amalfi: è legato alle Reliquie del Santo perché avveniva ed avviene dove esse sono custodite e la sua manifestazione ha avuto ampia risonanza nella Chiesa: a Roma, nell’indice delle Reliquie della Basilica Vaticana, redatta dall’Alfarano, nel 18° reliquiario, in una delle quindici ampolle di cristallo, c’è l’indicazione Manna S. Andreae ap.

Ad Amalfi il prodigio è stato scoperto solo dopo circa un secolo dalla traslazione delle Reliquie da Costantinopoli.

Il 29 novembre 1304 la cripta della cattedrale era gremita di fedeli, che partecipavano alla Messa solenne della vigilia dell’Apostolo. Mentre si svolgeva il rito sacro, un anziano pellegrino (la leggenda narra che avesse una fluente barba e che fosse il Santo sotto mentite spoglie…) in se ne stava prostrato presso una delle due fenestellae confessionis in atteggiamento devoto. Ad un tratto si levò di scatto e ad un chierico che gli era accanto, tale Pierantonio Suraldi, domandò: Ma che è mai ciò che avviene qui dentro? Avete mai osservato? Il Suraldi sul momento non potè dar retta all’osservazione, ma al termine della celebrazione, quando ormai il pellegrino si era allontanato, volle osservare e scoprì nella cavità un vassoio d’argento a forma di coppa, che nessuno vi aveva posto, la cui superficie appariva cosparsa di bollicine liquide e gommose.

reliquie Andrea Amalfi

Si gridò al miracolo e il Suraldi cominciò a plasmare le membra inferme dei presenti, soprattutto gli occhi. Si narra di un uomo di Tramonti, cieco da sette anni, che riacquistò la vista e di una donna di Aversa, il cui figlioletto guarì dal “mal caduco”, dall’epilessia.

Dal 1304 la Manna è scaturita dal Sepolcro dell’Apostolo tranne che in un periodo di tempo che va dall’episcopato di Ferdinando Giovanni Annio o D’Anna (1530-1541) al febbraio 1586 quando, il giorno delle ceneri, una pia donna, che si chiamava Maximilia, dopo essere rimasta a lungo presso il Sepolcro in preghiera, costatò di nuovo la presenza della Manna ed avvertì l’Arcivescovo Giulio Rossini che accorse festante insieme al clero ed al popolo.

Quando la Manna c’è, si canta il Te Deum, si ringrazia Dio; se manca, si canta il Parce Domine.

La Manna è raccolta nelle principali ricorrenze liturgiche secondo il calendario della Chiesa amalfitana e cioè il 28 gennaio, quando si fa memoria del ritrovamento della Reliquia del Capo; il 26 giugno, vigilia della celebrazione del Patrocinio; il primo novembre, inizio del mese consacrato all’Apostolo; il 21 novembre, inizio del Novenario; il 29 novembre, vigilia della solennità annuale secondo il calendario della Chiesa universale; il 7 dicembre, inizio della pia pratica della Coronella. Del prodigio, esiste una cronistoria, iniziata nel 1908 per disposizione dell’arcivescovo Antonio Maria Bonito in cui vengono minuziosamente riportate le cronache del prodigio, avvenuto anche in altre date per particolari ricorrenze.

Sant’Andrea

Sant’Andrea fu il primo apostolo a condurre Pietro da Gesù. Subì il martirio in Grecia, a Patrasso, dove venne crocifisso su una croce a forma di X, oggi comunemente conosciuta come Croce di Sant’Andrea, da lui scelta perché si riteneva indegno di morire nello stesso modo del Signore

Di sant’Andrea (ca 5 a.C.-60 d.C.) si ricorda sempre che era fratello di Simon Pietro, ma non sempre si ricorda un altro particolare molto importante: fu il primo apostolo a condurre Pietro dal Signore. Poiché l’evangelista Giovanni, che con Andrea era stato discepolo del Battista, fu testimone diretto del fatto, ritenne opportuno narrarlo nel primo capitolo del Vangelo da lui scritto.

La narrazione di Giovanni integra, anche in questo caso, quella dei sinottici (che è incentrata sul momento in cui Andrea e Pietro lasciano le reti per seguire definitivamente Gesù e diventare «pescatori di uomini»), svelando un retroscena in otto versetti densissimi di significati (Gv 1, 35-42). L’autore del quarto Vangelo riferisce che un giorno il Precursore aveva attirato l’attenzione dei due discepoli su Gesù che passava, dicendo: «Ecco l’Agnello di Dio!».

Sentendo quelle parole, i due seguaci del Battista decisero di seguire il Signore «e quel giorno rimasero con lui». Dopo aver ricordato l’ora in cui avvenne il fatto che ne trasformò le vite («era circa l’ora decima», ossia le quattro del pomeriggio), l’evangelista Giovanni esplicita che uno dei due discepoli era Andrea. E, a voler rimarcare l’importanza dell’evento, aggiunge: «Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: Abbiamo trovato il Messia, che significa il Cristo, e lo condusse da Gesù». Fu a quel punto che a Simone venne prefigurata da Cristo la missione che allora non poteva comprendere e racchiusa simbolicamente nell’annuncio del nuovo nome («sarai chiamato Cefa, che vuol dire Pietro»). Quel primo incontro tra Gesù e il Principe degli apostoli, la roccia su cui sarebbe stata fondata la Chiesa, era dunque nato da un moto del cuore di Andrea.

San Giovanni Crisostomo commentò in una bella omelia questo primo slancio evangelico del fratello di Pietro. «Andrea, dopo essere stato con Gesù e aver imparato tutto ciò che Gesù gli aveva insegnato, non tenne chiuso in sé il tesoro, ma si affrettò a correre da suo fratello per comunicargli la ricchezza che aveva ricevuto. Ascolta bene cosa gli disse: Abbiamo trovato il Messia». Continua il Crisostomo: «Quella di Andrea è la parola di uno che aspettava con ansia la venuta del Messia, che ne attendeva la discesa dal Cielo, che trasalì di gioia quando lo vide arrivare e si affrettò a comunicare agli altri la grande notizia», dimostrando «quanto sinceramente fosse premuroso di porgere loro la mano nel cammino spirituale».

Andrea è citato in altri passi significativi, come nell’episodio della moltiplicazione dei pani e dei pesci (Gv 6, 8-9) e in quello dei Greci che vogliono vedere Gesù (Gv 12, 20-22). Il capitolo 13 di Marco, inoltre, riferisce che l’apostolo era insieme a Pietro, Giacomo e Giovanni quando i quattro – in disparte – interrogarono il Maestro sui segni degli ultimi tempi. Secondo la tradizione, dopo l’Ascensione di Gesù, Andrea predicò il Vangelo nell’Asia Minore e nella Scizia, un’area che nell’antichità includeva parte della Romania, dell’Ucraina e della Russia meridionale, nazioni che lo hanno come patrono. Subì il martirio in Grecia, a Patrasso, dove venne crocifisso su una croce a forma di X (iniziale di Cristo in greco), oggi comunemente conosciuta come Croce di Sant’Andrea. Lui la scelse perché – come poi il fratello Pietro, che si fece crocifiggere a testa in giù – si riteneva indegno di morire nello stesso modo del Signore.

Avvento 2020 – video

Il significato dell’Avvento?

  Significato del termine

  Avvento – adventus, in latino – significa venuta, arrivo. È una parola di origine profana che designava la venuta annuale della divinità pagana, al tempio, per fare visita ai suoi adoratori. Si credeva che il dio, la cui statua era lì oggetto di culto, rimanesse in mezzo a loro durante la solennità. Nel linguaggio corrente, denominava anche la prima visita ufficiale di un personaggio importante, una volta assunto un alto incarico.

  Così, alcune monete di Corinto perpetuano il ricordo dell’adventus augusti, ed un cronista dell’epoca qualifica con l’espressione adventus divi il giorno dell’arrivo dell’Imperatore Costantino. Nelle opere cristiane dei primi tempi della Chiesa, specialmente nella Vulgata, adventus si trasformò nel termine classico per designare la venuta di Cristo sulla terra, ossia, l’Incarnazione, inaugurando l’era messianica e, dopo, la sua venuta gloriosa alla fine dei tempi.

   Il sorgere dell’Avvento Cristiano

  Le prime tracce dell’esistenza di un periodo di preparazione al Natale appaiono nel V secolo, quando San Perpetuo, Vescovo di Tours, stabilì un digiuno di tre giorni, prima della nascita del Signore. È sempre della fine di questo secolo la “Quaresima di San Martino”, che consisteva in un digiuno di 40 giorni, a partire dal giorno dopo la festa di San Martino. San Gregorio Magno (590- 604) fu il primo papa a redigere un ufficio per l’Avvento e il Sacramentario Gregoriano è il più antico nel predisporre messe specifiche per le domeniche di questo tempo liturgico.

  Nel secolo IX, la durata dell’Avvento si ridusse a quattro settimane, come si legge in una lettera del Papa San Nicola I (858-867) ai bulgari. Nel XII secolo il digiuno era già stato sostituito da una semplice astinenza. Malgrado il carattere penitenziale del digiuno o astinenza, l’intenzione dei papi, nell’alto Medioevo, era quella di provocare nei fedeli una grande aspettativa per la venuta del Salvatore, orientandoli in vista del suo ritorno glorioso alla fine dei tempi.

  Da qui il fatto che tanti mosaici rappresentavano vuoto il trono del Cristo Pantocrator. Il vecchio vocabolo pagano adventus si intende anche nel senso biblico ed escatologico di “parusia”.

  La Corona dell’Avvento

  È semplice quanto bella: un cerchio fatto da rametti verdi, generalmente di abeti o di pino, avvolto da un lungo nastro rosso che allo stesso tempo abbellisce e mantiene legati alla base circolare i rametti. Quattro candele di vari colori completano questa bella ghirlanda, che nei paesi cristiani orna e segna da secoli il periodo dell’avvento. Questa ghirlanda viene chiamata corona:

  Un’antica usanza pia

  Nelle domeniche dell’Avvento le famiglie e le comunità cattolica hanno la pia usanza di riunirsi intorno ad una corona per pregare.

  La “liturgia della corona” – questo il nome della preghiera – si svolge in una maniera molto semplice. Tutti i partecipanti si mettono intorno alla ghirlanda addobbata e la cerimonia ha inizio. In ognuna delle quattro settimane dell’avvento si accende una nuova candela, finché tutte sono accese.

  L’accendere le candele è sempre accompagnato da un canto. Subito dopo si legge un brano delle Sacre Scritture che sia adatto al tempo dell’Avvento e si fa una piccola meditazione. Dopo ciò sono recitate alcune preghiere e alcune lodi per concludere la cerimonia. Di solito la ghirlanda della corona e le candele che la compongono sono benedette da un sacerdote.

   Origine

  La Corona dell’Avvento ha origine in Europa. Durante l’inverno i suoi abitanti, ancora barbari, accendevano alcune candele che rappresentavano la luce del Sole. In questo modo affermavano la speranza che il calore del Re degli Astri sarebbe tornato a splendere su di loro per riscaldarli. Con il desiderio di evangelizzare quelle anime, i primi missionari cattolici che approdarono li, vollero a partire dalle usanze dei nativi insegnare loro la Fede e condurli verso Gesù Cristo. Così fu creata la “corona dell’avvento”, carica di simboli, insegnamenti e lezioni di vita.

  La forma circolare

  Il cerchio non ha inizio né fine. È interpretato come segno dell’amore di Dio che è eterno, non avendo inizio né fine. Il cerchio simboleggia anche l’amore dell’uomo verso Dio e verso il prossimo che non deve esaurirsi mai. Il cerchio riporta ancora l’idea di un “anello” di unione che collega Dio alle persone, come una grande “Alleanza”.

  Rametti verdi

  Verde è il colore che rappresenta la speranza, la vita. Dio vuole che aspettiamo la sua grazia, il suo perdono misericordioso e la gloria della vita eterna alla fine della nostra vita terrena. I rametti verdi ricordano le benedizioni che sono state sparse da Nostro Signore Gesù Cristo durante la sua prima venuta tra di noi, e adesso con una speranza rinnovata, aspettiamo la sua consumazione, nella seconda volta che verrà, che sarà quella definitiva.

  Quattro candele

  L’avvento ha quattro settimane, ogni candela messa nella corona simboleggia una di queste quattro settimane. All’inizio la Corona è senza luce, senza splendore, senza vita: essa ricorda l’esperienza di oscurità del peccato. Nella misura in cui ci avviciniamo al Natale, ad ogni settimana dell’Avvento una nuova candela è accesa, ciascuna rappresentando un’avvicinamento del momento dell’arrivo di Colui che è la luce di questo mondo, Nostro Signore Gesù Cristo. È Lui che disperde tutta l’oscurità, è Lui che porta ai nostri cuori la riconciliazione tanto attesa tra noi e Dio, e per amore per il Padre, porta la “pace nella Terra tra gli uomini di buona volontà”.

L’Avvento…

“Dio è il futuro dell’uomo e del mondo. Se perde il senso di Dio, l’umanità si chiude al futuro e smarrisce inevitabilmente la prospettiva del suo pellegrinare nel tempo…Per questo Cristo è la speranza dell’umanità. E’ Lui il senso vero del nostro presente, perché è il nostro sicuro futuro. L’Avvento ci ricorda che Egli è venuto, ma che anche verrà. E la vita dei credenti è continua e vigile attesa della sua venuta”.

(Giovanni Paolo II, Angelus, 1 dicembre 2002)

I Domenica di Avvento – Anno B

Giudizio Universale

Vangelo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 33 “State attenti, vegliate, perché non sapete quando sarà il momento preciso. 34 È come uno che è partito per un viaggio dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vigilare. 35 Vigilate dunque, poiché non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino, 36 perché non giunga all’improvviso, trovandovi addormentati. 37 Quello che dico a voi, lo dico a tutti: Vegliate!” (Mc 13, 33-37).

L’Avvento

Nell’apertura dell’Anno Liturgico, Gesù ci esorta ad essere sempre vigili, poiché l’ora del Giudizio arriverà all’improvviso, quando meno ce l’aspettiamo. Uno dei punti per i quali dobbiamo rivolgere la nostra vigilanza, secondo l’allerta di vari Papi, è l’azione dei mezzi di comunicazione sociale, che molte volte invadono le nostre anime e le nostre case propagando messaggi ed influenze contrari alla Fede e alla morale.

I – Le due venute di Gesù

Ci sono figure geometriche che sono considerate le più perfette, sin dai matematici grechi. Il cerchio, per esempio, dice San Tommaso d’Aquino1 è perfetto perché ha lo stesso principio e fine, e possiamo dire anche la losanga, perché rappresenta il movimento dell’effetto che ritorna alla sua causa. Cristo è la più alta realizzazione di questa simbologia perché, oltre ad essere il principio di tutto il creato, è anche il fine ultimo. Per questo troviamo, tanto al termine dell’Anno Liturgico, come nella sua apertura, i Vangeli che trascrivono le rivelazioni di Gesù sulla sua ultima venuta.

La penitenza, nell’attesa del Natale

La Chiesa non ha elaborato le sue cerimonie attraverso un programma preliminare. In quanto organismo soprannaturale, nata dal sacro costato del Redentore e vivificata dal soffio dello Spirito Santo, possiede una vitalità propria con la quale si sviluppa, cresce e diventa bella, in maniera organica. Così si è andato costituendo l’Anno Liturgico nel corso dei tempi, nelle sue varie parti. In concreto, l’Avvento è sorto tra i secoli IV e V come una preparazione al Natale, sintetizzando la grande attesa da parte dei buoni giudei per l’apparizione del Messia. All’aspettativa di un grande avvenimento mistico-religioso, corrisponde un’attitudine penitenziale. Per questo i secoli precedenti la nascita del Salvatore sono stati marcati dal dolore dei peccati personali e di quello dei nostri progenitori. Ancora più marcante è divenuto il periodo anteriore alla vita pubblica del Messia: una voce gridante nel deserto invitava tutti a chiedere perdono dei propri peccati e a convertirsi, affinché così diventassero diritte le vie del Signore.

Speranza pervasa dal desiderio di santità

Desiderando creare le condizioni ideali per poter partecipare alle festività della Nascita del Salvatore – la sua prima venuta –, la Liturgia ha selezionato testi sacri relativi alla sua seconda venuta: la nota dominante di una è la misericordia e quella dell’altra, la giustizia. Tuttavia, questi due incontri con Gesù, formano una completa armonia tra il principio e la fine degli effetti di una stessa causa. I Padri della Chiesa hanno ampiamente commentato il contrasto tra l’una e l’altra, ma, secondo loro, dobbiamo vedere nell’Incarnazione del Verbo l’inizio della nostra Redenzione e nella resurrezione dei morti la sua pienezza.

Per essere all’altezza del grandioso avvenimento natalizio, è indispensabile collocarci nella prospettiva degli ultimi avvenimenti che precederanno il Giudizio Finale. Di qui il fatto che la Chiesa per molto tempo ha cantato nella Messa di Requiem la sequenza Dies Iræ,2 la famosa melodia gregoriana.

Più che ricordare semplicemente il fatto storico del Natale, la Chiesa vuol farci partecipare alle grazie proprie della festività, nella stessa misura in cui ne godevano la Santissima Vergine, San Giuseppe, i Re Magi, i pastori, ecc.; ora, una grande speranza, pervasa dal desiderio di santità e da una vita penitenziale, sorreggeva il popolo eletto in quelle circostanze. Così noi dobbiamo imitarne l’esempio e seguirne i passi, in prospettiva non solo del Natale ma anche della pienezza della nostra Redenzione: la gloriosa resurrezione dei figli di Dio.
Adorazione dei Re Magi

La prima e la seconda venuta di Gesù si uniscono davanti ai nostri orizzonti in questo periodo dell’Avvento, facendo sì che le analizziamo quasi in una visione eterna, forse, per meglio dire, da dentro gli stessi occhi di Dio, per Il Quale tutto è presente. Ecco alcune ragioni grazie alle quali si capisce la scelta del viola per i paramenti liturgici, in queste quattro settimane. È tempo di penitenza. Non a caso il Vangelo di oggi ci parla della vigilanza, poiché non sappiamo quando ritornerà il “padrone di casa”. È indispensabile che egli non ci sorprenda mentre dormiamo.

È venuto come reo, tornerà come Giudice
Cristo, Via, Verità e Vita

È necessario considerare che il Signore non verrà come Salvatore, ma come Giudice, non solo in quanto Dio, ma anche in quanto Uomo, proprio come ce lo spiega San Tommaso: “Cristo, anche per la sua natura umana, è capo di tutta la Chiesa, e che ‘Dio ha posto tutti gli esseri sotto i suoi piedi’. Perciò a lui spetta, anche secondo la natura umana, il potere giudiziario”.3 Inoltre “egli l’ottenne anche per i propri meriti: cosicché secondo la giustizia di Dio, doveva essere istituito giudice colui che per tale giustizia aveva combattuto e vinto, dopo essere stato condannato ingiustamente. Di qui le sue parole nell’Apocalisse: ‘Io ho vinto e mi sono assiso sul trono di mio Padre’ (3, 21). Ora, il termine trono sta a indicare il potere giudiziario, secondo le parole del Salmista (9, 5): ‘Egli siede sul trono e rende giustizia’”.4

Gesù sarà il Grande Giudice, nella sua umanità santissima unita ipostaticamente alla Saggezza divina ed eterna. Così, Egli conosce i segreti di tutti i cuori, proprio come scrive San Paolo ai Romani: “Così avverrà nel giorno in cui Dio giudicherà i segreti degli uomini per mezzo di Gesù Cristo, secondo il mio vangelo” (Rm 2, 16).

Egli apparirà in tutta la sua gloria, poiché, nella sua prima venuta, dispostosi ad essere giudicato, si è rivestito d’umiltà. Dovrà, però, rivestirsi di splendore, nel ritornare come Giudice. San Tommaso5 considera inoltre che, nascendo a Betlemme, il Figlio si è incarnato per rappresentare la nostra umanità presso il Padre; ma, alla fine del mondo, Egli verrà ad applicare la giustizia del Padre, e dovrà dimostrare la gloria d’ambasciatore del potere eterno di Dio.

Questo Giudizio sarà universale, perché lo è stata anche la stessa Redenzione. Ascoltiamo le spiegazioni date da Sant’Agostino riguardo queste due venute di Gesù: “Cristo, Dio nostro e Figlio di Dio, ha realizzato la prima venuta nel nascondimento; ma per la seconda si manifesterà. Quando venne di nascosto, non Si è fatto riconoscere se non dai suoi servi; quando si manifesterà, Si mostrerà ai buoni e ai cattivi. Nella prima, venne per essere giudicato; nella seconda, verrà per giudicare. Mentre veniva giudicato, stette zitto e di questo silenzio ha annunciato il Profeta: ‘come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca’. […] Ma non dovrà rimanere così in silenzio, quando avrà da giudicare. In verità, neanche adesso sta in silenzio qualora vi sia chi Lo ascolti; però è detto che non tacerà perché allora dovranno riconoscere la sua voce coloro che ora la disprezzano”.6

Considerazione benefica, tanto per i buoni quanto per i cattivi

Niente sarà dimenticato, i minimi pensieri o desideri, azioni e omissioni, riguardo a Dio, al prossimo e persino a se stessi, saranno ricordati con forza di realtà. Il Divino Giudice non lascerà una sola virgola senza analisi, senza che sia debitamente valutata, e, per ognuno, proferirà pubblicamente un’inappellabile e definitiva sentenza. Alcuni alla sua destra, altri alla sinistra. Di questi ultimi, quanti saranno lì per aver cercato un piacere fugace, o per essersi rifiutati di fare uno sforzo insignificante? Bisogna mettere in conto che questo tragico panorama del Giudizio Finale sarà una ripetizione pubblica del giudizio particolare di ognuno.

D’altro lato, quanta gioia avranno i buoni! “Le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi” (Rm 8, 18). I corpi dei giusti saranno liberati dalle malattie e infermità, saranno immortali e spiritualizzati, assimilati alla luce di Cristo. Nel vedersi riuniti in Maria e in Gesù, si sentiranno inondati di piacere e gioia, in quel giorno di trionfo.

Da qui si deduce quanto sia benefico, tanto per i cattivi come per i buoni, prendere in seria considerazione questa seconda venuta del Signore. Alcuni forse saranno commossi dal timore di Dio, altri potranno essere incoraggiati, in mezzo ai dolori e ai drammi di questa vita, dalla speranza di questa cerimonia di apoteosi.

Segnali precursori degli ultimi avvenimenti

A questo punto possiamo meglio penetrare nelle parole di Nostro Signore trascritte da Marco nel Vangelo di oggi. Il suo capitolo 13 è tutto escatologico. Comincia con un dialogo tra i discepoli ed il Maestro a proposito della solidità degli edifici che si elevavano nelle prossimità del Tempio, meritando da parte di Gesù la profezia: “Non rimarrà qui pietra su pietra che non sia distrutta” (Mc 13, 2). Evidentemente, quest’ affermazione ha acuito la curiosità degli Apostoli e la grande domanda riguardava l’occasione in cui si sarebbero svolti questi avvenimenti. Gesù non rivela date, ma annuncia i segnali che la precederanno: “Si leverà infatti nazione contro nazione e regno contro regno; vi saranno terremoti sulla terra e vi saranno carestie. Questo sarà il principio dei dolori” (Mc 13, 8). Altri segnali e consigli sono concessi da Lui agli Apostoli nei versetti successivi, che culminano con una viva descrizione degli ultimi avvenimenti prima della conflagrazione finale del mondo: “Se il Signore non abbreviasse quei giorni, nessun uomo si salverebbe. Ma a motivo degli eletti che si è scelto ha abbreviato quei giorni” (Mc 13, 20). “Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno” (Mc 13, 31).

In questo passaggio del suo discorso escatologico, Gesù risponde alla domanda iniziale degli Apostoli: “Quanto poi a quel giorno o a quell’ora, nessuno li conosce, neanche gli angeli nel cielo, e neppure il Figlio, ma solo il Padre” (Mc 13, 32). I Padri della Chiesa commentano che, collocandosi tra coloro che non sanno, Gesù ha fatto uso della diplomazia per non rattristare i discepoli con il fatto di non voler fare loro rivelazioni. Sarebbe impossibile che non lo sapesse, perché non ci può essere alcuna differenza fra il Padre e il Figlio: “Sempre quando [Egli] manifesta di ignorare qualcosa non si trattiene per ignoranza, ma perché non è il momento giusto per parlare o agire”.7

Questi sono gli antecedenti che spiegano il Vangelo d’oggi.

II – Commento al Vangelo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 33 “State attenti, vegliate, perché non sapete quando sarà il momento preciso”.

Essendo discepolo molto intimo di San Pietro, Marco trasmette nel suo Vangelo – che, tra l’altro, è stato il primo ad essere scritto e divulgato – la sintesi delle predicazioni del nostro primo Papa. La sua enfasi nel dire “State attenti! Vigila te…” ha origine nell’impegno speciale manifestato dal suo maestro negli ultimi anni di vita, nella città di Roma. Quest’attenzione, pervasa da zelo per le anime, compiendo la missione del Signore: “Pasci le mie pecorelle” (Gv 21, 17), era indirizzata ai problemi che allora interessavano la Chiesa nascente. Senza soffermarci sull’analisi della storia di quasi due millenni fa, volgiamo il nostro sguardo al momento presente.

La vigilanza, virtù ausiliare della prudenza, in quanto si identifica con la sollecitudine, ha un importante ruolo nella nostra vita spirituale e morale. Oltretutto, la prudenza ha uno stretto legame con la vita sociale dell’uomo. In vista di quali obiettivi si dovrebbe dunque esercitare la pratica di questa virtù in quest’inizio del terzo millennio? Quasi non esiste un solo momento nel quale possiamo abbassare la nostra guardia.

Azione deleteria dei mezzi di comunicazione sociale

Da molto – con l’evoluzione della tecnica e delle scoperte scientifiche – i mezzi di comunicazione sociale si sono prestati ad una pericolosa e seducente presentazione del male e del peccato. Già all’epoca di Leone XIII – alla fine del secolo XIX – troviamo la chiara manifestazione della preoccupazione di quel Papa di compianta memoria.

“Gl’incentivi del vizio e i fatali allettamenti al peccato avanzano: intendiamo dire le licenziose ed empie rappresentazioni teatrali; i libri e i giornali scritti per fare apparire onesto il vizio e sfatare la virtù; le stesse arti, già inventate per le comodità della vita e l’onesto sollievo dell’animo, sono utilizzate quale esca per infiammare le passioni umane”.8

Quattro anni più tardi, 8 dicembre 1892, una nuova dichiarazione: “Insomma, l’ordine sociale è rotto fino alle sue fondamenta. Libri e giornali, scuole e cattedre di insegnamento, circoli e teatri, monumenti e discorsi, fotografie e belle arti, tutto cospira a pervertire gli spiriti e corrompere i cuori”.9

Nel secolo XX, seguendo sempre la stessa linea d’insegnamento, si fa sentire la voce di Papa Pio XI, anch’essa di gradita memoria: “D’altra parte non si dà oggi mezzo più potente del cinema ad esercitare influsso sulle moltitudini, sia per la natura stessa delle immagini proiettate sullo schermo, sia per la popolarità dello spettacolo cinematografico, infine per le circostanze che l’accompagnano.

“La potenza del cinema sta in ciò, che esso parla mediante immagini. Esse, con grande godimento e senza fatica, sono mostrate ai sensi anche di animi rozzi e primitivi, che non avrebbero la capacità o almeno la volontà di compiere lo sforzo dell’astrazione e della deduzione, che accompagna il ragionamento. Anche il leggere, o l’ascoltare, richiedono uno sforzo, che nella visione cinematografica è sostituito dal piacere continuato del succedersi delle immagini concrete. […]

“Tutti sanno quanto danno producono i film cattivi nelle anime. Essi divengono occasioni di peccato; inducono i giovani nelle vie del male, perché sono la glorificazione delle passioni; espongono sotto una falsa luce la vita; offuscano gli ideali; distruggono il puro amore, il rispetto per il matrimonio, l’affetto per la famiglia.

Possono altresì creare facilmente pregiudizi fra gli individui e dissidi fra le nazioni, fra le classi sociali, fra le intere razze”.10

Quest’azione deleteria ha il suo inizio non appena spunta l’uso della ragione: “E per ciò stesso il suo fascino si esercita con particolare attrattiva sui giovani, sugli adolescenti e sulla stessa infanzia. Così, proprio nell’età in cui si sta formando il senso morale e si vanno svolgendo le nozioni ed i sentimenti di giustizia e di rettitudine, dei doveri e degli obblighi, degli ideali della vita, il cinema, con la sua diretta propaganda, prende una posizione schiettamente preponderante”.11

Non è inattuale l’avvertimento di Pio XII, alla metà del secolo scorso: “Questo nemico sta corrompendo il mondo con una stampa e con spettacoli che uccidono il pudore nei giovani e nelle fanciulle e distruggono l’amore tra gli sposi; inculca un nazionalismo che conduce alla guerra”.12

Un altro Papa, sempre di compianta memoria, Paolo VI, così si riferisce a questi mali:

“Questi strumenti, infatti, destinati, per la loro natura, a dilatare il pensiero, la parola, l’immagine, l’informazione e la pubblicità, mentre influiscono sull’opinione pubblica e, conseguentemente, sul modo di pensare e di agire dei singoli e dei gruppi sociali, operano anche una pressione sugli spiriti, che incide profondamente sulla mentalità e sulla coscienza dell’uomo, sospinto com’egli è, e quasi sommerso, da molteplici e contrastanti sollecitazioni.

“Chi può ignorare i pericoli e i danni che questi pur nobili strumenti possono procurare ai singoli individui e alla società, quando non siano adoperati dall’uomo con senso di responsabilità, con retta intenzione, e in conformità con l’ordine morale oggettivo? […]

“Noi pensiamo soprattutto alle giovani generazioni, che cercano, non senza difficoltà e talora con apparenti o reali smarrimenti, un orientamento per la loro vita d’ oggi e di domani, e che debbono poter operare le loro scelte, in libertà di spirito e con senso di responsabilità. Impedirne, o deviarne la laboriosa ricerca con false prospettive, con ingannevoli illusioni, con allettamenti degradanti, significherebbe deluderli nelle loro giuste attese, disorientarne le nobili aspirazioni e mortificarne i generosi impulsi”.13

Visioni pregiudiziali per il bene comune della società

E il nostro tanto amato Giovanni Paolo II si esprimeva in maniera chiara e lucida riguardo alla stessa questione, nel gennaio 2004:

“Questi stessi mezzi di comunicazione hanno la capacità di arrecare grande danno alle famiglie, presentando loro una visione inadeguata o perfino distorta della vita, della famiglia, della Religione e della moralità. Questo potere di rafforzare o di calpestare i valori tradizionali come la Religione, la cultura e la famiglia è stato chiaramente percepito dal Concilio Vaticano II, il quale riteneva che ‘per usare rettamente questi strumenti è assolutamente necessario che tutti coloro che se ne servono conoscano le norme dell’ordine morale e le applichino fedelmente’ (Inter mirifica, n.4). […]

“La famiglia e la vita familiare troppo spesso vengono rappresentate in modo inadeguato dai mezzi di comunicazione. L’infedeltà, l’attività sessuale al di fuori del matrimonio e l’assenza di una visione morale e spirituale del contratto matrimoniale vengono ritratti in modo acritico, sostenendo, talvolta, al tempo stesso il divorzio, la contraccezione, l’aborto e l’omosessualità. Queste rappresentazioni, promovendo cause nemiche del matrimonio e della famiglia, sono dannose al bene comune della società”.14

In un documento della Congregazione per la Dottrina della Fede, l’allora prefetto, il Cardinale Joseph Ratzinger, già aveva avvertito sull’effetto nefasto che i mezzi di comunicazione sociale possono avere per la Fede e la morale. Nel 1992 ha pubblicato norme canoniche in una Istruzione circa alcuni aspetti dell’uso degli strumenti di comunicazione sociale nella promozione della dottrina della Fede: “Attraverso i mezzi di comunicazione sociale in generale e in specie i libri, si vanno oggi sempre più diffondendo delle idee erronee. […] Le norme canoniche costituiscono una garanzia per la libertà di tutti: sia dei singoli fedeli, che hanno il diritto di ricevere il messaggio del Vangelo nella sua purezza e nella sua integralità; sia degli operatori pastorali, dei teologi e di tutti i pubblicisti cattolici, che hanno il diritto di comunicare il loro pensiero, salva restando l’integrità della fede e dei costumi ed il rispetto verso i Pastori”.15

Campo di battaglia per maestri e confessori

È un invito, dunque, affinché tutti noi siamo vigili per quel che riguarda la stampa, i libri e le riviste provocatorie, la televisione, la radio, internet, tra altri. E non è mai troppo sottolineare quello che è stato detto da Pio XI, citato prima, riguardo ai danni causati allo stesso uso delle facoltà dell’anima – producendo, per esempio, la decadenza intellettuale –, quando questi veicoli di comunicazione sociale sono male utilizzati.

Questo è un grande campo di battaglia per i confessori, i direttori spirituali, i genitori, i maestri, i formatori, e gli apostoli,: “State attenti, vegliate…” Tanto più che non si sa “quando sarà il momento”.

34 “È come uno che è partito per un viaggio dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vigilare”.

Secondo i Padri della Chiesa, è stato Gesù che “ha lasciato la sua casa”, salendo in Cielo. A noi, ha dato l’incarico di stare attenti. Il nostro primo obbligo ricade su noi stessi. In nulla ci avvantaggia pregare se non ci allontaniamo dalle occasioni che possono condurci al male. A parte questo, ognuno di noi, nella sua funzione, ha responsabilità sugli altri: i datori di lavoro sui dipendenti, i genitori sui figli, i maestri sugli alunni, ecc.

I Pastori sono rappresentati dalla figura del portiere, che simbolizza anche il nostro dovere di vegliare sui nostri stessi cuori.

35 “Vigilate dunque, poiché non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino, 36 perché non giunga all’improvviso, trovandovi addormentati”.

Non è solo in questo brano in cui Gesù ripete in forma imperativa il suo consiglio ad essere vigili. I quattro Vangeli contengono vari passaggi relativi a quest’impegno del Divino Maestro. Qui, in concreto, le circostanze sono descritte con particolarità di termini ed in maniera metaforica. L’importante è di non essere acchiappato da una visita improvvisa mentre dormiamo.

Quest’avvertimento ha un reale fondamento: la creatura umana, peccando, non riceve un castigo immediato, per questo il peccato va poco a poco trasformandosi in una abitudine e, alla fine, diventa un vizio inveterato. Per una necessità di razionalizzare e così, acquietare la propria coscienza, la persona finisce per attribuire a Dio il giudizio relativista che ha elaborato per giustificarsi.

Gesù, a parte il fatto che conosce bene il peccato di ognuno dei suoi fratelli, sino ad odiarlo, tace per amore della loro salvezza, per concedere loro altre opportunità per correggersi. Ora, senza la vigilanza, questo processo di rigenerazione è impossibile. Bisogna che Gesù non ci “trovi addormentati”, il che significa, adagiati nei vizi…

Nostro Signore Gesù Cristo

37 “Quello che dico a voi, lo dico a tutti: Vegliate!”

Così termina il capitolo 13 di Marco; quello successivo riguarderà la descrizione di tutta la Passione. In questo versetto si trova il carattere universale dei consigli proferiti da Gesù a proposito della somma importanza della vigilanza nei confronti non solo della fine del mondo, ma anche della fine di ognuno di noi. Tutti moriremo, in quale momento, non lo sappiamo. Stiamo attenti! Quel giorno incontreremo Gesù, sarà il nostro giudizio particolare. Non sarà l’unico, poiché Egli vuole dare un carattere pubblico e sociale al giudizio, per cui ci sarà un secondo Giudizio.

III – Conclusione

Nel nostro egoismo, siamo portati a considerarci il centro delle nostre attenzioni e preoccupazioni; l’essenza della nostra vita cristiana è altresì sociale: “Amatevi gli uni gli altri” (Gv 13, 34; 15, 12; 15, 17); o: “Chi ama il suo simile, ha adempiuto la legge” (Rm 13, 8). Gesù pesa i nostri atti in funzione della nostra misericordia verso il prossimo, ossia, Egli usa, per giudicarci, un criterio sociale.

Dio distribuisce i suoi beni in maniera diseguale agli uomini, perché gli uni possano dispensare e gli altri ricevere. Questo succede non solo nel campo materiale ma anche, e soprattutto, in quello culturale e spirituale. In base alla misericordia unita alla giustizia, saremo giudicati davanti a tutti gli Angeli e agli uomini.

Prepariamoci, dunque, a quest’Avvento, per ricevere Gesù che viene nella pienezza della sua misericordia e chiediamo a Colei che lo conduce a questo mondo la sua potente intercessione per il nostro secondo incontro con Lui, quando arriverà all’improvviso, nella pienezza della sua giustizia.

1) Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO. Somma Teologica. III, q.3, a.7; In Physicorum. L.VII, lect.6, n.2.

2) Cfr. 34ª SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO. Hinos do Ofício das Leituras, Laudes e Vésperas. In: COMISSÃO EPISCOPAL DE TEXTOS LITÚRGICOS. Liturgia das Horas. Petrópolis: Ave Maria; Paulinas; Paulus; Vozes, 1999, v.IV, p.511-513

3) SAN TOMMASO D’AQUINO. Somma Teologica. III, q.59, a.2.

4) Idem, a.3.

5) Cfr. Idem, Suppl., q.90. a.2.

6) SANT’AGOSTINO. Sermo XVIII, n.1. In: Obras. 4.ed. Madrid: BAC, 1981, v.VII, p.292-293.

7) SANT’ILÁRIO DI POITIERS. De Trinitate. L.IX, n.71: ML 10, 313.

8) LEONE XIII. Exeunte iam anno, di 25/12/1888.

9) LEONE XIII. Custodi di quella Fede, n.7.

10) PIO XI. Vigilanti cura, n.18-19; 21.

11) Idem, n.25.

12) PIO XII. Discorso agli uomini dell’Azione Cattolica, di 12/10/1952.

13) PAOLO VI. Messaggio per la 1ª Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, di 1/5/1967

14) GIOVANNI PAOLO II. Messaggio per la 38ª Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, n.2-3.

15) CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE. Istruzione circa alcuni aspetti dell’uso degli strumenti di comunicazione sociale nella promozione della dottrina della Fede, Introduzione.

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