I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia

L’Eucaristia, l’Immacolata e il Sommo Pontefice!

Autore: Araldi del Vangelo (Page 1 of 97)

XVII Domenica del tempo ordinario – Anno B.

Moltiplicazione dei pani e dei pesci.

Vangelo

In quel tempo, 1 Gesù passò all’altra riva del Mare di Galilea, cioè di Tiberìade,2 e Lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. 3 Gesù salì sul monte e  Si pose a sedere con i suoi discepoli. 4 Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. 5 Allora Gesù, alzati gli occhi, vide che una grande folla veniva da Lui e disse a Filippo: “Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?” 6 Diceva così per metterlo alla prova; Egli infatti sapeva quello che stava per compiere. 7 Gli rispose Filippo: “Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo”. 8 Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello diSimon Pietro: 9 “C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?” 10 Rispose Gesù: “Fateli sedere”. C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini. 11 Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli cheerano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano. 12 E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: “Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto”. 13 Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato. 14 Allora la gente, visto ilsegno che Egli aveva compiuto, diceva: “Questi è davvero il Profeta, Colui che viene nel mondo!” 15 Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderLo per farLo re,Si ritirò di nuovo sul monte, Lui da solo (Gv 6, 1-15).

I più eccellenti pani della Storia

La Provvidenza Divina agisce senza fretta, con accurata preparazione, soprattutto quando mira a opere grandiose. Quale sarà stata la didattica impiegata dalla Sapienza Eterna per annunciare l’istituzione dell’Eucaristia? Il Vangelo della 17ª Domenica del Tempo Ordinario ci fornisce lo spunto per una riflessione a questo riguardo.

I – Antecedenti

Gli Apostoli ritornavano presso il Divino Maestro, reduci da una grande attività e da predicazioni coronate di successo, nonostante alcune probabilidisavventure. Alla gioia del rincontro si aggiunse il desiderio di narrare a Gesù “tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato” (Mc 6,30), certamente in un clima di grande incoraggiamento, dovuto all’insuperabile e paterna accoglienza di chi li ascoltava. Era la prima volta che si allontanavano da Lui per esercitare missioni apostoliche, a partire dalle quali non sarebbero più andati in cerca di pesci, dibattendosi contro venti e tempeste, ma alla conquista di anime per il Regno di Dio. Non poca deve essere stata la loro emozione nel sentirsi capaci di espellere numerosidemoni, invitare tutti alla penitenza e guarire molti infermi. Le impressionie i ricordi resero gli Apostoli ancora più espansivi.

Nostro Signore li ascoltò e Si complimentò con loro per il successo, alimentando nelle loro anime la speranza di un futuro brillante e promettente. Il fervore da novizi incoraggiava con gaudio e consolazione quei cuori appena convertiti, soprattutto per la soddisfazione di aver compiuto con zelo la missione a loro assegnata. Gesù notò, tuttavia, quantofossero bisognosi di un buon riposo (cfr. Mc 6, 31).

II – Il Vangelo: analisi e commenti

In quel tempo, 1 Gesù passò all’altra riva del Mare di Galilea, cioè di Tiberìade…

Gesù e gli Apostoli presero una barca, attraversarono il Tiberiade in cerca di un luogo desertico a Betsaida.

Per Gesù, mai misurare sforzi

2 …e Lo seguiva una grande folla, poiché vedeva i segni che compiva sugli infermi.

Il percorso a piedi era il doppio di quello che si realizzava in barca. Sebbene intuissero dove andassero Gesù e i suoi discepoli, molti “da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero” (Mc 6, 33).

Questo grande ritardo avuto nello spostamento del Divino Maestro fa supporre che ci sia stata un’interessante conversazione tra loro, rendendo, così, meno intensa la prestazione dei rematori.

Due lezioni si possono trarre da questo versetto.

Quando cerchiamo Gesù, dobbiamo imitare questa moltitudine, ossia, non misurare mai distanze o sforzi, e il nostro entusiasmo deve esser tale da farci giungere in anticipo. Se la nostra vita ci impone l’azione, mettiamoci con impegno a svolgere tutto quanto sia necessario con l’attenzione fissa alrincontro con Cristo. Stando con Lui “sulla barca”, sappiamo trarre profittodalla sua divina compagnia, assaporando le parole di sapienza da Lui comunicate nel nostro intimo.

Il vero riposo

3 Gesù salì sul monte e là Si pose a sedere con i suoi discepoli.

Preghiera di Nostro Signore

Preghiera di Nostro Signore

Impariamo in questo versetto a riposare con Gesù. Un certo concetto di riposo spinge oggi le persone a giudicare erroneamenteche questo consista in un completo relax fisico e spirituale. Nonostante gli Apostoli fossero presi dalla stanchezza, il Maestro li fece salire sul monte, poiché eranecessario contemplare il panorama delle attività già realizzate e di quelle che ancora stavano per compiersi. Seduti in cima a questo belvedere, i loro occhi scoprirono un bell’orizzontegeografico. È indispensabile lavorare in Dio, come anche riposare in Dio.

La nostra vita in società – soprattutto quando è apostolica – deve esser condotta in un’alternanza di azione e raccoglimento. È nella preghiera che l’uomo di fede recupera le sueenergie e acquisisce nuove forze per imprese più audaci.

A proposito di questo versetto, dice San Giovanni Crisostomo che Gesù salìsul monte “anche per insegnarci a riposare, in ogni occasione, fuori dal trambusto e dal rumore, perché, infatti, la solitudine è adatta alla meditazione. Con frequenza Egli sale da solo sul monte e passa lì la notte a pregare, indicandoci che chi si avvicina a Dio ha bisogno di allontanarsi dalrumore e cercare tempo e luogo distante dal tumulto”.1

Sulla via della Pasqua vera

4 Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei.

Due motivi portarono San Giovanni a far notare la vicinanza della Pasqua:

1.Numerosi gruppi di Giudei, provenienti dal nord della Palestina, si concentravano a Cafarnao e da questa località si dirigevano a Gerusalemme. L’elevato numero di pellegrini offriva un’ottima opportunitàper conferire ancora maggior rilievo al miracolo che si sarebbe realizzato.

2. Evidenziando che il miracolo si realizza nell’epoca della Pasqua, indica che, finalmente, questa festa sarebbe giunta alla pienezza del suo simbolismo: la Pasqua cristiana.

Forse c’è ancora una terza ragione, poiché, come commenta Beda, il Venerabile,2 San Giovanni Battista sarebbe stato decapitato in occasione della stessa festività nella quale Nostro Signore soffrì la Passione.

Per amore, Gesù abbandona il suo riposo

5 Allora Gesù, alzati gli occhi, vide che una grande folla veniva da Lui e disse a Filippo: “Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?”

San Giovanni omette la narrazione di certe peculiarità riferite dagli altri evangelisti, poiché ha uno speciale incanto per i dialoghi, come si può confermare in tutto il suo scritto – Nicodemo (cfr. Gv 3, 1-21), la samaritana (cfr. Gv 4, 7-42), la vocazione dei primi discepoli (cfr. Gv 1, 35-51), le conversazioni nel Cenacolo (cfr. Gv 13, 6-38) –, non preoccupandosi di certidettagli circostanziali che considera superflui. In questo caso concreto, il suo maggior impegno si concentrò nell’attirare l’attenzione del lettore sull’essenza del miracolo preparatorio all’istituzione dell’Eucaristia.

Di fronte al desiderio di quella moltitudine, il Divino Maestro abbandonò immediatamente il proposito di riposo e Si mise a ricevere tutti, predicando loro con bellezza sul Regno di Dio, non solo con la parola, ma anche con i miracoli. Sono le instancabili manifestazioni del suo Sacro Cuore, che ci rivelano la sua divina bontà, preziosissima porzione dell’eredità da Lui lasciata alla Santa Chiesa. La Chiesa ha compassione, parole di vita eterna, e sostiene i bisognosi, proprio come faceva il suo Fondatore.

Gesù prova la fede dei suoi più vicini

6 Diceva così per metterlo alla prova; Egli infatti sapeva quello che stava per compiere.

I discepoli avevano già assistito a numerose meraviglie da Lui operate, che confermavano il suo intero dominio sulla natura. Tuttavia, nella sua divina didattica, desiderava fortificare la fede ancora timida dei suoi seguaci. Per questa ragione obbliga Filippo a verificare la totale impossibilità di alimentare tutta quella gente, in modo da far loro credere con più facilità alla grandezza del miracolo.

7 Gli rispose Filippo: “Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo”.

Gesù prova la fede degli Apostoli nella persona di Filippo, perché costui era originario della regione in cui tutti si trovavano in quel momento. La sua risposta fu la più precisa possibile. Nessuna testimonianza avrebbe potuto essere più sicura per provare l’assoluto potere taumaturgico del Messia.

Nulla porta a credere che la borsa de gli Apostoli possedesse la somma necessa ria per alimentare cinquemila persone.

8 Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: 9 “C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?”

Rispetto a questo intervento di Andrea, i sinottici narrano l’afflizione dei discepoli a proposito della drammatica situazione di quelle migliaia di persone: ormai si faceva tardi, il Sole stava per tramontare, il luogo era deserto per questo, spinti dal buon senso, consigliarono il Maestro a salutare la moltitudine.

Andrea manifesta la sua fede in Gesù introducendo un piccolo venditore ambulante con i suoi cinque pani e due pesci. Tuttavia, erroneamente avrebbe pensato che fosse necessaria una certa proporzione tra i pani esistenti e quelli moltiplicati dal miracolo. Secondo quanto afferma San Giovanni Crisostomo,3 Andrea conosceva l’episodio di Eliseo, che aveva alimentato cento persone con venti pani, come narra la prima lettura (II Re4, 42-44) di questa domenica.

Con l’aggiunta di questo intervento di Andrea, erano stabiliti i presupposti per valutare il divino potere di Gesù sull’universo.

Solo per curiosità, conviene notare che il pane d’orzo era alimento dei poveri, e i pesci dovevano essere secchi e salati, secondo i costumi del sud del Lago di Tiberiade. Sant’Agostino4 attribuisce un piccolo simbolismo ai numeri cinque e due. Quanto al primo, dice che è in relazione con il Pentateuco di Mosè, ossia, con l’Antica Legge. I pesci, secondo lui, erano due per rappresentare i poteri governativi degli Ebrei – il reale e il sacerdotale –, due prerogative di Cristo.

Nostro Signore ama l’ordine

10 Rispose Gesù: “Fateli sedere”. C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini.

È bellissima la delicatezza di Gesù. Da buon anfitrione, li fa sedere tutti sull’erba da Lui creata. D’altronde, così lo esigeva un principio di buona disciplina. Immaginiamo quale non sarebbe stato il caos prodotto da una moltitudine affamata che tentava di conquistare il suo alimento, senza nessuno che la armonizzasse. Sedendosi ordinatamente in gruppi di cinquanta o cento, la distribuzione dei pani e dei pesci diventava facile.

Un miracolo che annuncia l’Eucaristia

11 Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano.

La narrazione di questo fatto, completata nei dettagli dagli altri evangelisti,acquista un elevato simbolismo che preannuncia l’istituzione dell’Eucaristia. Prendendo nelle sue mani i cinque pani e i due pesci, Gesù elevò gli occhi al Cielo, li spezzò e li diede ai suoi discepoli, i quali, a loro volta, li distribuirono alle persone raggruppate e sedute sull’erba. Il miracolo della moltiplicazione uscito dalle mani divine, continuava a realizzarsi in quelle dei discepoli, evitando un continuo andirivieni di questi.

Non poco deve esser stato il lavoro degli Apostoli, che andavano da ognunoa offrire pane e pesce. Mai quella gente aveva mangiato un cibo così delizioso. Esso sarà stato necessariamente di gran lunga superiore alla manna del deserto, che non era passata per le sacrosante mani di Gesù.

Non ci fu chi non ne ebbe mangiato a sazietà.

12 E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: “Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto”.

A parte il fatto che si trattava di un costume tipico degli Ebrei, il fatto che Gesù ordinasse ai discepoli la raccolta di tutti i resti dimostra una speciale didattica per prepararli al comportamento futuro nei confronti delle Specie Eucaristiche. Egli mirava a rendere ancor più esplicito il suo assoluto potere taumaturgico, evitando che fossero indotti a pensare che sifosse trattato di una semplice illusione.

13 Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.

Un altro elemento essenziale nel divino insegnamento: l’aver fatto avanzareun cesto per ogni Apostolo. Nel trasportarlo, essi devono aver sentito il peso di quei resti. “Che portentoso miracolo ha realizzato oggi il nostro Maestro!”, avranno senz’altro pensato.

Il popolo non capisce…

14 Allora la gente, visto il segno che Egli aveva compiuto, diceva: “Questi è davvero il Profeta, Colui che viene nel mondo!”

Questo versetto potrebbe dare l’impressione che, alla fine, il popolo abbia creduto che si trattasse del Messia; un po’ più avanti, però, San Giovanni mostrerà quanto debole fosse la fede di tutta quella gente (cfr. Gv 6, 26-66).

La moltiplicazione dei pani …
La moltiplicazione dei pani

15 Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderLo per farLo re, Si ritirò di nuovo sul monte, Lui da solo.

Negli altri Vangeli riscontriamo un vigoroso atteggiamento di Nostro Signore: costringe gli Apostoli a separarsi subito dalla moltitudine esaltata,fin tanto che Lui Si fosse congedato da tutti.

Ascoltiamo il famoso Fillion, col suo fine discernimento esegetico, fare un commento sulla moltitudine, in questi due ultimi versetti:

“La loro ammirazione, purtroppo molto umana, cresceva in ogni istante. Così ardente era la loro esaltazione, che ora non pensavano che a impadronirsi di Nostro Signore e proclamarLo re di Israele, anche contro la sua volontà! Ciò nonostante, questo concetto del messianesimo – come già abbiamo avuto occasione di vedere molte volte – era in tutto e per tuttoincompatibile con quello di Gesù. E questa incompatibilità non avrebbe potuto fare nient’altro che aprire un profondissimo abisso tra Lui e le moltitudini. Proprio qui comincerà una gravissima crisi che allontanerà da Cristo molti dei suoi discepoli. Il miracolo della moltiplicazione dei pani li aveva soddisfatti per ciò che ebbe di brillante. Ciò che quegli esaltati speravano dal loro Messia glorioso erano proprio prodigi di questa natura. Non si rendevano conto che, riponendo in Lui le loro speranze terrene, Lo abbassavano al loro livello morale e Lo riducevano a semplice strumento del loro orgoglio nazionale, che in ogni momento sognava la liberazione dal giogo romano, la conquista del mondo intero e una felicità temporale senz’ombra alcuna. Non avevamo mai visto nel popolo giudeo una così ardente manifestazione di fede messianica. Ma l’opposizione di Gesù a questo favore popolare, così indiscreto e superficiale, farà sì che subito diminuisca, e in gran parte si spenga, quest’ammirazione.

“Gli stessi Apostoli condividevano, su questo punto, le idee e impressioni dei loro compatrioti, e c’era da temere che, se fossero rimasti del tempo a contatto con la turba, avrebbero aderito ai loro strani progetti e avrebbero costituito per il loro Maestro un ulteriore ostacolo, in quel momento decisivo. Per liberarli da questa pericolosa tentazione, Gesù decise di allontanarli dalla moltitudine. Ordinò loro, infatti, di imbarcarsi di nuovo e di partire immediatamente verso la riva occidentale del lago, dove li avrebbe raggiunti subito dopo essersi accomiatato dal popolo. Obbedirono,ma controvoglia. E anche opposero una qualche resistenza, poiché San Matteo e San Marco dicono in modo esplicito che Gesù dovette ‘obbligarli’ a tornare alla barca”.5

III – Applicazione
Santa Messa

“Nulla di grandioso si fa repentinamente”, dice un proverbio latino. Il più eccelso di tutti i Sacramenti, l’Eucaristia, avrebbe dovuto esser preceduto da belle prefigurazioni, in una lunga preparazione dell’umanità attraverso isecoli. Nell’Antico Testamento, una delle più significative fu la manna caduta dal cielo per gli Ebrei, durante i quarant’anni di esilio nel deserto, in cerca della Terra Promessa. Nel Vangelo di oggi, vediamo Nostro Signoremoltiplicare i pani per render evidente il suo imperio su questo alimento. Subito dopo, Egli camminerà sulle acque in un mare increspato (cfr. Gv 6, 17-21), allo scopo di chiarire quanto dominasse il proprio Corpo. Così, le premesse per l’istituzione dell’Eucaristia si andavano fissando in coloro che Lo seguivano, soprattutto nell’animo degli Apostoli.

D’altra parte, il ricco sapore e l’alta qualità dei pani e dei pesci distribuiti da Gesù lasciarono la moltitudine ansiosa di mangiarli di nuovo (cfr. Gv 6, 26). E quando Lui disse a quelli che erano stati beneficiati dal miracolo, “non è Mosè che vi ha dato il pane dal Cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal Cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal Cielo e dà la vita al mondo” (Gv 6, 32-33), essi subito Gli chiesero: “Signore, dacci sempre questo pane!” (Gv 6, 34).

È insuperabile la didattica del Divino Maestro che illumina così l’intelligenza dei suoi discepoli, tocca i loro cuori e muove le loro volontà verso un ardente desiderio dell’Eucaristia. Metodo perfetto, proprio come lo raccomanda San Tommaso d’Aquino.6

Dopo ciò, con sovrana autorità e divina unzione, Egli dichiara: “Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal Cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal Cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che Io darò è la mia Carne per la vita del mondo” (Gv 6, 48-51).

Chi potrebbe unire di più l’autorità grandiosa alla totale semplicità? Con molta proprietà si esprime Bossuet su questo aspetto di Gesù: “Chi non ammirerebbe la condiscendenza con cui Egli tempera l’elevazione della sua dottrina? È latte per i bambini e, allo stesso tempo, pane per i robusti. Lo vediamo pieno dei misteri di Dio, ma si capisce che non è rapito come gli altri mortali a cui Dio Si comunica: Egli ne parla con naturalezza, come nato in questo segreto e in questa gloria; e quello che Egli ha ‘senza misura’ (Gv 3, 34), Egli lo prodiga con misura, in modo che la nostra debolezza possa sopportarlo”.7

Per questo, importa che ci convinciamo a lasciarci condurre dagli insegnamenti di Gesù, poiché Lui non vuole altro che la nostra felicità eterna e con generosità: “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10, 10).

1) SAN GIOVANNI CRISOSTOMO. Homilía XLII, n.1.

In: Homilías sobre el Evangelio de San Juan (30-60). Madrid:

Ciudad Nueva, 2001, v.II, p.137.

2) Cfr. SAN BEDA. In Marci Evangelium Expositio. L.II, c.6:

ML 92, 192.

3) Cfr. SAN GIOVANNI CRISOSTOMO, op. cit., n.2, p.140.

4) Cfr. SANT’AGOSTINO. De diversis quæstionibus octoginta

tribus. Q.61, n.1-2. In: Obras. Madrid: BAC, 1995, v.XL, p.170-171.

5) FILLION, Louis-Claude. Vida de Nuestro Señor Jesucristo.

Vida pública. Madrid: Rialp, 2000, v.II, p.234-235

6) Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO. Somma Teologica. II-II, q.177, a.1.

7) BOSSUET, Jacques-Bénigne. Discours sur l’Histoire Universelle.

P.II, c.19. In: Chefs d’Œuvre. Paris: Heuguet, 1844, p.157.

Estratto dalla collezione “L’inedito sui Vangeli” da Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP.

San Federico di Utrecht

Dopo la sua uccisione venne presto venerato come martire. Nel Martirologio Romano il suo nome è iscritto al 18 luglio e vi si ricorda che «rifulse nello studio delle Sacre Scritture e mise cura e impegno nell’evangelizzazione dei Frisoni»

Nel Martirologio Romano il suo nome è iscritto al 18 luglio e vi si ricorda che «rifulse nello studio delle Sacre Scritture e mise cura e impegno nell’evangelizzazione dei Frisoni».

San Federico di Utrecht (c. 781 – Walcheren 838) nacque presumibilmente in Frisia, da una famiglia nobile. Era infatti nipote del re dei Frisi, Redbaldo. Venne ordinato sacerdote e incaricato dell’educazione dei catecumeni. Grazie alle sue riconosciute virtù, alla morte del vescovo Ricfrido fu scelto per succedergli alla guida della diocesi di Utrecht. Nel suo ministero episcopale si impegnò a combattere i matrimoni incestuosi e a proseguire l’evangelizzazione dei Frisi. A quest’ultima missione incaricò sant’Odulfo, che poi divenne suo biografo. Lo stesso Federico andò a predicare nell’isola di Walcheren, in Zelanda. Intrattenne una corrispondenza con il monaco ed erudito benedettino Rabano Mauro (santo anche lui), che gli dedicò il suo commento al Libro di Giosuè.

Visse gli anni della sua maturità durante l’impero di Ludovico il Pio e le guerre civili che si scatenarono tra i suoi eredi di primo letto (Lotario, Pipino di Aquitania, Ludovico il Germanico) e Carlo il Calvo, figlio della seconda moglie dell’imperatore, Giuditta di Baviera, la quale agì affinché Carlo fosse incluso nella spartizione dei territori.

Le circostanze della morte di san Federico non sono chiare. Secondo una versione, sarebbe stato assassinato dai sicari dell’imperatrice Giuditta mentre celebrava Messa, poiché pare che il vescovo ne avesse condannato la vita dissoluta. Secondo un’altra versione, più accreditata e sostenuta tra gli altri dal cardinale e storico Cesare Baronio, i mandanti dell’uccisione di Federico furono i pagani di Walcheren che non sopportavano la sua missione evangelizzatrice.

Quel che è certo è che venne presto venerato come martire. È invocato contro la sordità, insieme al più famoso san Francesco di Sales.

Sant’Alessio

Nella basilica romana intitolata a lui e a san Bonifacio si custodisce un’antica icona, nota come Madonna dell’Intercessione o di Sant’Alessio, che secondo la tradizione venne portata dal santo dall’oriente. Tra i fedeli che gli furono devoti, figura anche santa Francesca Romana, che lo vide apparire in sogno in un frangente delicatissimo della sua vita

Sant’Alessio di Roma (IV-V sec.) è stato nei secoli fonte di ispirazione per letterati e artisti. Sulla sua figura sono sorte nel tempo diverse versioni agiografiche, accomunate da un tratto fondamentale: la rinuncia a tutto per seguire Dio, ottenendo il centuplo promesso da Gesù. La sua vita è nota attraverso tre tradizioni, una siriaca, una greca e una latina.

La versione siriaca, risalente alla fine del V secolo, è la più antica. Riferisce di un giovane ricco originario di Costantinopoli, la «Nuova Roma», che la sera prima delle nozze salì in segreto su una nave, raggiungendo la Siria. Quel giovane proseguì poi il cammino fino a Edessa (nell’attuale Turchia meridionale), città con una grande comunità cristiana che per secoli custodì il Mandylion, un telo sul quale era raffigurato il Volto di Gesù e identificato da più studiosi con la Sindone di Torino. Lì visse da mendicante e alla sera distribuiva ai poveri quanto raccoglieva durante il giorno, trattenendo per sé solo lo stretto necessario. La preghiera e le penitenze riempivano le sue giornate e gli abitanti, per quel suo ascetismo, presero a chiamarlo Mar Riscia, cioè «uomo di Dio». Dopo 17 anni trascorsi a Edessa, sentendo vicino il momento della morte, rivelò di appartenere a una nobile famiglia romana e di aver rinunciato al matrimonio per consacrarsi a Dio. Secondo quest’antica agiografia la sua nascita al cielo avvenne mentre lo scrittore siro Rabbula era vescovo di Edessa (c. 412-435).

In seguito si diffuse la tradizione grecasecondo cui quel giovane si chiamava Aléxios (Alessio) – nome che significa «difensore», «colui che protegge» – ed era nativo di Roma. Dopo aver trascorso la fase centrale della sua vita a Edessa, sempre da mendicante, Alessio avrebbe fatto ritorno nella Città Eterna, vivendo da sconosciuto nella casa paterna (fino alla morte, il 17 luglio).

Dal X secolo è attestata infine la tradizione latina, piuttosto simile a quella greca e che ha da quel momento in poi conosciuto la maggior fortuna, fino a essere inclusa nella Legenda Aurea del beato Jacopo da Varagine (1228-1298). Secondo l’agiografia latina, Alessio era figlio di Egle ed Eufemiano, un uomo molto ricco, che nutriva grande pietà verso i poveri, gli orfani e le vedove. Questa versione riferisce che la promessa sposa si chiamava Adriatica e la sera prima del matrimonio, quando il giovane partì per Edessa, aveva accettato di vivere in castità. Il padre lo fece cercare invano dai suoi servitori, che arrivarono fino alla città dell’Asia Minore ma non lo riconobbero, tanto era trasformato nell’aspetto per le rinunce e la scelta di povertà. Dopo 18 anni a Edessa tornò a Roma e qui venne accolto con la solita benevolenza dal padre. Ma neanche il genitore lo riconobbe. Il santo fu ospitato in un sottoscala, dove visse gli ultimi 17 anni della sua vita terrena.

Quando Alessio morì, si sentì una voce dal cielo: «Cercate l’uomo di Dio, che preghi per la città di Roma!». E ancora: «Cercate nel monte Aventino, in casa di Eufemiano». Il padre iniziò la ricerca e con lui Innocenzo I (papa dal 401 al 417) e gli imperatori fratelli Arcadio (†408) e Onorio (†423). Alla fine ci si ricordò del pellegrino nel sottoscala. Alessio venne trovato con in mano un rotolo rivelante la sua identità.

Sull’Aventino sorge la Basilica dei Santi Bonifacio e Alessio, scelta ancora oggi per molti matrimoni. Vi si custodisce un’antica icona, nota come Madonna dell’Intercessione o di Sant’Alessio, che secondo la tradizione venne portata dal santo dall’oriente. Tra i fedeli di Roma che gli furono devoti va ricordata un’anima prediletta che lo vide apparire in sogno in un frangente per lei delicatissimo: santa Francesca Romana.

Madonna del Carmelo

Per la ricchezza di richiami biblici e mistici che reca con sé, si potrebbe dire che la festa della Madonna del Carmelo rivela in modo speciale la bellezza del disegno salvifico di Dio. Il Carmelo, nome d’origine ebraica che significa «giardino» o «vigna di Dio», è infatti citato in alcuni passi dell’Antico Testamento come simbolo di splendore e perfezione…

La festa della Madonna del Carmelo, legata alla storia particolarissima dell’Ordine carmelitano, è tra le più care alla pietà cristiana. E, pensando alla ricchezza di richiami biblici e mistici che reca con sé, si potrebbe dire che manifesta in modo speciale la bellezza del disegno salvifico di Dio.

Il Carmelo, nome d’origine ebraica che significa «giardino» o «vigna di Dio», è in senso stretto un monte (appartenente all’omonima catena montuosa) ai cui piedi sorge la città di Haifa, in Israele. È citato in alcuni passi dell’Antico Testamento come simbolo di splendore e perfezione. Caput tuum ut Carmelus, «la tua testa è (bella) come il Carmelo» (Ct 7, 6), dice lo sposo del Cantico dei Cantici per esprimere la bellezza della sposa. «Le è data la gloria del Libano, lo splendore del Carmelo e di Saron», annuncia Isaia in una delle sue profezie sulla venuta di Cristo (Is 35): in questo versetto i Padri della Chiesa hanno scorto un riferimento a Maria, la Madre del Salvatore.

Il monte Carmelo è inoltre teatro di uno degli episodi più celebri narrati nel Primo Libro dei Re, laddove Elia, l’unico profeta rimasto a difendere pubblicamente la purezza della fede in Dio e perseguitato sotto il regno di Acab (c. 874-853 a. C.), sfida e vince i 450 profeti di Baal (1 Re 18). Era il terzo anno della siccità che lo stesso Elia aveva preannunciato al re, come castigo divino per le continue offese al Signore e per la diffusione del culto degli idoli. La vista dal monte di una nube, piccola «come una mano d’uomo» che saliva dal mare, fu il segno che la siccità stava per finire: «D’un tratto il cielo si oscurò per le nubi e per il vento, e vi fu una grande pioggia». Quella piccola nube è stata letta dagli antichi Padri come un’immagine profetica della Beata Vergine, che ha accolto nel suo grembo il divin Figlio, divenendo feconda sorgente di vita e salvezza per l’umanità.

Al Carmelo, secondo la tradizione, sostò la Sacra Famiglia di ritorno dall’Egitto. A imitazione di Elia, fin dagli albori del cristianesimo si stanziarono sul monte sacro degli eremiti. Come si legge nel Libro delle istituzioni dei primi monaci del Carmelo, questi eremiti «nell’anno novantatré dell’Incarnazione del Figlio di Dio distrussero la loro antica casa e costruirono in onore di questa prima Vergine votata a Dio una cappella sul Monte Carmelo, là dove Elia in preghiera vide la piccola nube». Quando i primi crociati, alla fine dell’XI secolo, raggiunsero il Carmelo, vi trovarono dei religiosi che si dicevano eredi dei discepoli di Elia e osservavano la Regola di san Basilio. Da quanto detto si comprende perché l’Ordine carmelitano non abbia un fondatore nel senso comune del termine, ma riconosce da sempre come sua patrona la Beata Vergine – promettendo di servirla fedelmente, a maggior gloria di Dio – e guarda a Elia come al proprio padre spirituale.

Con l’aggregazione dei pellegrini latini, gli eremiti del Carmelo iniziarono a condurre vita cenobitica. All’inizio del XIII secolo chiesero a sant’Alberto, divenuto patriarca di Gerusalemme (1205-1214), di scrivere una regola per la loro comunità. Intorno al 1238, a causa dei saraceni, i frati carmelitani dovettero abbandonare la Terrasanta e si stabilirono in Europa, dove fondarono diversi monasteri, il primo dei quali sorse a Messina.

Ma perché la data del 16 luglio? Va ricordata al riguardo la figura di san Simone Stock, un inglese che fu il sesto priore dei carmelitani e si adoperò per trasformare il suo istituto in un ordine mendicante (a lui è attribuito il bellissimo inno Flos Carmeli). Ebbene, come riferisce la tradizione, il 16 luglio 1251 san Simone ricevette in dono lo scapolare dalla Beata Vergine, circondata da una moltitudine di angeli e con il Bambino in braccio. «Ecco il privilegio che dono a te e a tutti i figli del Carmelo. Chi morrà rivestito di questo abito non soffrirà il fuoco eterno», disse la Madonna al santo riguardo allo scapolare, detto comunemente «abitino» e consistente in due pezzetti di stoffa uniti da una cordicella. È il sacerdote che lo pone sul collo del fedele. E questi, consacrando sé stesso a Maria e ponendosi sotto la sua speciale protezione materna, si impegna a imitarne le virtù per contemplare un giorno il Volto di Dio.

La doppia novena e le 33 promesse

VI ESORTO A PRATICARE I PRIMI 9 VENERDÌ E PRIMI 9 SABATI DEL MESE AI SS. CUORI DI GESÙ E MARIA.

Questa è la preghiera nel momento della Comunione:

Sacratissimo Cuore di Gesù, Ti offro questa Santa Comunione attraverso il Cuore Immacolato di Maria, in espiazione di tutti i peccati commessi contro di Te. 

San Bonaventura

Tra i grandi protagonisti del pensiero filosofico e teologico del XIII secolo, san Bonaventura argomentò che sia le varie arti sia la filosofia devono essere al servizio della teologia, poiché per tutte le discipline la via non può che essere una sola: Gesù Cristo

«Nessuno può giungere alla beatitudine se non trascende sé stesso, non con il corpo, ma con lo spirito. Ma non possiamo elevarci da noi se non attraverso una virtù superiore. Quali che siano le disposizioni interiori, queste non hanno alcun potere senza l’aiuto della Grazia divina. Ma questa è concessa solo a coloro che la chiedono […] con la fervida preghiera. È la preghiera il principio e la sorgente della nostra elevazione». Così scriveva in uno dei suoi capolavori, l’Itinerario della mente verso Dio (Itinerarium mentis in Deum), san Bonaventura da Bagnoregio (c. 1217-1274). Insieme al domenicano san Tommaso d’Aquino, suo amico, fu tra i grandi protagonisti del pensiero filosofico e teologico del XIII secolo, quando la fede cristiana manifestava tutta la sua capacità di incidere sulla cultura.

Il suo nome di Battesimo era Giovanni, come quello del padre, un medico. Sua madre era molto devota a san Francesco (1181-1226). Quando il figlio era ancora un fanciullo, con una malattia da cui non riusciva a guarire, fu proprio l’intercessione del Poverello d’Assisi a ottenergli la guarigione, come racconterà lo stesso Doctor Seraphicus. Nel 1235 si recò a Parigi per perfezionare gli studi, prima nelle arti poi in teologia. Circa otto anni più tardi fece il suo ingresso tra i francescani, assumendo il nome religioso di Bonaventura. Il santo visse in pieno l’epoca della polemica dei maestri secolari contro i maestri dei nuovi ordini mendicanti (francescani e domenicani). Con il passare del tempo, grazie alle sue virtù di pietà e scienza, acquisì una crescente stima all’interno dell’Ordine francescano, che lo elesse ministro generale nel 1257 e lo considerò poi come un secondo padre.

Bonaventura riuscì a preservare l’unità tra i Frati Minori, che all’inizio del suo mandato erano già 30.000. Prese posizione sia contro la cosiddetta corrente spirituale – influenzata dalle idee di Gioacchino da Fiore (†1202) – sia contro la mondanizzazione strisciante all’interno dell’Ordine. Decisivo fu in tal senso il Capitolo generale del 1260 a Narbona. Qui contribuì a stendere un testo volto a unificare le norme di vita dei francescani (le Costituzioni narbonesi) e ottenne l’incarico di scrivere una Vita di san Francesco, per trasmetterne il carisma in modo autentico. L’opera fu pronta nel 1263, dopo un suo accurato lavoro di raccolta delle testimonianze di chi aveva conosciuto il santo d’Assisi: venne chiamata Legenda Maior (dal latino legenda, «da leggersi») e, insieme alla Legenda Minor, una versione più ridotta, divenne la biografia ufficiale di san Francesco. In un suo scritto dirà: «Confesso davanti a Dio che la ragione che mi ha fatto amare di più la vita del beato Francesco è che essa assomiglia agli inizi e alla crescita della Chiesa. La Chiesa cominciò con semplici pescatori, e si arricchì in seguito di dottori molto illustri e sapienti; la religione del beato Francesco non è stata stabilita dalla prudenza degli uomini ma da Cristo».

Nutriva un grande amore per il Santissimo Sacramento. Mentre Tommaso veniva incaricato di scrivere l’ufficio liturgico per la nuova festa del Corpus Domini, stabilita nel 1264 da Urbano IV, a lui toccò tenere un sermone davanti al papa sulla presenza reale di Cristo nell’Eucaristia. In seguito, Gregorio X lo incaricò di preparare il secondo concilio di Lione (1274), in cui si tentò di riavvicinare la Chiesa latina a quella greca. Fu proprio mentre si svolgeva l’assemblea conciliare che il santo tornò alla casa del Padre. Verso il 1450, durante una traslazione delle reliquie, la lingua di Bonaventura venne trovata incorrotta. Lo stesso prodigio era già avvenuto due secoli prima – quando lui stesso ne era stato testimone oculare – per un altro gigante francescano: sant’Antonio di Padova.

Sisto V lo proclamò Dottore della Chiesa nel 1588. Bonaventuraargomentò che sia le varie arti sia la filosofia devono essere al servizio della teologia, poiché per tutte le discipline la via non può che essere una sola: Gesù Cristo. Spiegava che la misura della verità si acquisisce grazie alla luce della fede, rispetto alla quale la ragione è come un’ancella che aiuta a comprendere il senso armonico di tutta la Rivelazione, a partire dal creato, descritto come «una scala formata da sei gradini». Sei come i giorni della Creazione, che hanno una corrispondenza in quelle che Bonaventura chiama le sei potenze dell’anima. Attraverso queste l’uomo, fatto a immagine e somiglianza di Dio, può – se lo desidera ardentemente ed è sostenuto dalla Grazia – elevarsi «dalle realtà inferiori a quelle superiori, da quelle esterne a noi a quelle interne, dalle realtà temporali a quelle eterne».

San Camillo de Lellis

Patrono universale degli infermieri, dei malati e degli ospedali (con san Giovanni di Dio), ebbe una giovinezza turbolenta. Poi si convertì e fondò i Ministri degli Infermi. Ottenne di poter cucire sull’abito una croce di panno rosso, simbolo del Sangue redentore versato da Gesù. Il quale una volta, nel bel mezzo delle tribolazioni, gli disse: «Che temi? L’opera che hai iniziato è Mia, non tua»

Il 25 maggio 1550, settantotto giorni dopo la morte in Spagna del portoghese san Giovanni di Dio (1495-1550), veniva alla luce a Bucchianico, un piccolo comune dell’Abruzzo, san Camillo de Lellis (1550-1614). Provvidenzialmente, fu come un passaggio di testimone tra coloro che sono insieme i patroni universali degli infermieri, dei malati e degli ospedali.

Il fondatore dei Ministri degli Infermi, oggi detti comunemente Camilliani, nutriva un tale trasporto per i malati che un giorno, come risulta da una testimonianza al suo processo di canonizzazione, fu visto «ingenocchiato vicino a un povero infermo ch’aveva un così pestifero e puzzolento canchero in bocca, che non era possibile tolerarsi tanto fetore, e con tutto ciò esso Camillo standogli appresso a fiato a fiato, gli diceva parole di tanto affetto, che pareva fosse impazzito dell’amor suo, chiamandolo particolarmente: Signor mio, anima mia, che posso io fare per vostro servigio? Pensando egli che fosse l’amato suo Signore Giesù Christo».

Secondo figlio, a lungo atteso, dei nobili Camilla de Compellis e Giovanni, entrambi avanti con l’età, rimase orfano della madre quando era tredicenne. Qualche tempo dopo si avviò alla carriera militare sull’esempio del padre, morto allorché il ragazzo aveva circa vent’anni. Un’ulcera alla caviglia destra lo costrinse a un primo ricovero al San Giacomo di Roma, dove poi iniziò pure a lavorare; venne presto licenziato per la tendenza a trascurare gli infermi, dovuta al carattere «molto terribile», come ricorderà nei suoi scritti, e alla passione per le carte che lo portava «sopra le rive del Tevere a giuocare con i barcaioli». Si arruolò nuovamente e partecipò alla campagna contro i Turchi. Ma dilapidava tutti i guadagni nel gioco, fino al punto di trovarsi a chiedere l’elemosina. Determinante si rivelò il contatto quotidiano con i Cappuccini di Manfredonia, dove i frati gli offrirono un lavoro da manovale: il 2 febbraio 1575 maturò la sua conversione. Ne diede merito a padre Angelo, il quale lo esortò schiettamente a servire Dio «sputando in faccia al demonio».

Fece il suo ingresso come novizio tra i Cappuccini. Ma per due volte in quattro anni la dolorosa piaga alla caviglia lo indusse a tornare all’ospedale romano di San Giacomo e gli impedì di completare il noviziato. Una croce, accettata, che fu come una stella polare. Stavolta in vero spirito di servizio, riprese a lavorare nel nosocomio. Qui conobbe san Filippo Neri (1515-1595), che divenne il suo direttore spirituale e ne favorì la vocazione al sacerdozio. Camillo iniziò a cercare compagni disposti ad «amare Gesù Cristo infermo». Cinque dipendenti dell’ospedale, con i quali si riuniva a pregare in una stanzetta, si unirono a lui. Nel 1582 nacque così la Compagnia dei Ministri degli Infermi, che nove anni più tardi fu elevata a ordine religioso da Gregorio XIV, colpito dall’assistenza prestata ai malati durante la carestia di Roma. L’8 dicembre 1591 Camillo e 25 compagni fecero la solenne professione di obbedienza, povertà e castità, aggiungendovi un quarto voto, ossia la «perpetua assistenza corporale e spirituale ai malati, ancorché appestati». Fino a donare la vita.

In precedenza, sotto Sisto V, il santo aveva ottenuto di poter cucire sull’abito nero, all’altezza del petto, una croce di panno rosso, simbolo del Sangue redentore versato da Gesù. Il quale una volta, nel bel mezzo delle tribolazioni, gli disse: «Che temi? L’opera che hai iniziato è Mia, non tua». Con il suo fiducioso abbandono alla Provvidenza, l’Ordine si espanse e sorsero presto nuove comunità a Napoli, Milano, Genova, Palermo, Bologna, Mantova e altre città, sempre al servizio degli ospedali (alla morte del fondatore si conteranno 15 conventi e 322 religiosi). Camillo voleva pasti salutari per i malati, corsie arieggiate e pulite. Per trasmettere la sua devozione ai confratelli gli capitava di gridare: «Più anima nelle mani!».

Tanto affetto e sacrificio per il prossimo nascevano dall’amore per Dio e la Madonna. Provvedendo al corpo di quei derelitti, ne voleva «portare le anime in Paradiso». Ordinava che ci fosse sempre qualcuno al capezzale dei moribondi, così da assisterli spiritualmente nel momento estremo. Perciò il popolo di Roma ribattezzò i camilliani «padri della buona morte», non certo quella espressa diabolicamente oggi nella parola eutanasia, figlia di un inganno che disprezza la croce, bensì la buona morte autentica, in intima unione alle sofferenze di Cristo, con l’aiuto della vera pietà dei fratelli e la grazia dei Sacramenti. Pochi giorni prima di morire san Camillo riuscì a completare il suo testamento spirituale. Chiese umilmente la carità di Messe e preghiere in suo suffragio, mise in guardia dal falso bene del diavolo e fece questa esortazione: «Non sotterriamo il talento così prezioso che Nostro Signore ci ha posto nelle mani, perché conseguiamo la santità durante la vita e poi la gloria eterna».

Sant’Enrico II

Imperatore del Sacro Romano Impero e re d’Italia, insieme alla moglie (santa Cunegonda) promosse l’edificazione di chiese e monasteri e contribuì al rinnovamento della Chiesa

Imperatore del Sacro Romano Impero e re d’Italia, sant’Enrico II (c. 973-1024) fu un grande attore politico del suo tempo. Insieme alla moglie, santa Cunegonda (c. 978-1039), promosse l’edificazione di chiese e monasteri e contribuì al rinnovamento della Chiesa.

Ultimo esponente della dinastia degli Ottoni, visse buona parte dell’infanzia senza il padre, Enrico II di Baviera detto il Litigioso, esiliato dal cugino Ottone II. Venne educato nella fede da san Volfango, vescovo di Ratisbona, che si adoperò per trasmettergli la devozione e le virtù cristiane. Nella sua famiglia non mancavano i buoni esempi. Sua bisnonna era santa Matilde di Germania (c. 895-968), di cui fece scrivere una biografia e che tra i suoi figli ebbe Ottone il Grande e san Brunone. Suo fratello Bruno (c. 992-1029) divenne vescovo di Augusta. Sua sorella Gisella di Baviera (c. 980-1065) è una beata, che sposò il celebre santo Stefano d’Ungheria, un sovrano determinante per la cristianizzazione della terra magiara.

Enrico trasse un grande beneficio spirituale dal matrimonio con Cunegonda, sposata nel 999, dalla quale non ebbe figli. Questa circostanza portò alla diffusione, verso la fine dell’XI secolo, del racconto che i due avessero vissuto un matrimonio giuseppino, cioè consacrato alla verginità. Ma alcune fonti contemporanee ai due sposi, come il monaco Rodolfo il Glabro e il vescovo Tietmaro di Merseburgo, attribuiscono invece il fatto alla sterilità di Cunegonda. Per il diritto germanico avrebbe potuto ripudiarla, come diversi sovrani usavano fare in mancanza di eredi, ma Enrico si rifiutò di ricorrere a questa consuetudine. Voleva infatti condividere la sua vita con la moglie, elemento che probabilmente contribuì a diffondere la sua fama di santità. Tietmaro riferì che Enrico, durante il sinodo del 1007 a Francoforte, disse queste parole: «Per mia ricompensa divina, ho scelto Cristo come erede, poiché non mi resta più alcuna speranza di avere una discendenza».

Sul fronte politico cercò soprattutto di consolidare il potere in Germania, di cui era divenuto re nel 1002. Fu impegnato in diverse campagne di guerra contro Boleslao I di Polonia, il primo re polacco a essere battezzato alla nascita (suo padre era Miecislao, che aveva ricevuto il Battesimo nel 966, data storica per il cristianesimo in quelle terre). Per questo scontro con un sovrano cristiano, ricevette un’aspra critica da san Bruno di Querfurt, che cercava un appoggio per le missioni nell’Europa orientale.

Enrico dovette scendere una prima volta in Italia nel 1004 per sedare la ribellione di Arduino di Ivrea, che era stato eletto re da alcuni vassalli ostili all’impero. E vi ritornò con Cunegonda nel 1014, quando venne incoronato imperatore da Benedetto VIII. In quei giorni si tenne un sinodo a Roma e il santo chiese e ottenne dal pontefice di inserire la recita del Credo, con incluso il Filioque (il cui uso liturgico era iniziato verso l’VIII secolo e si stava pian piano radicando), in tutte le Messe festive e in altre celebrazioni particolari.

Negli anni successivi Enrico consolidò l’alleanza con la Chiesa.Insieme a Benedetto VIII (precursore della vasta riforma ecclesiale che avrebbe poi assunto il nome di Riforma gregoriana) presiedette il Concilio di Pavia del 1022, che emanò sette canoni contro il concubinato dei sacerdoti e per la difesa dei beni ecclesiastici. Ammirava grandemente la santità di Odilone di Cluny (c. 962-1049), che lo consigliò più volte e alla morte di Enrico fece celebrare delle Messe in suo suffragio. Tra i meriti di Enrico e Cunegonda va ricordata pure la fondazione del Duomo di Bamberga (la prima pietra fu posta nel 1004), che divenne sede vescovile. Ed è per questo che i due santi sposi (lui canonizzato nel 1146 dal beato Eugenio III, lei nel 1200 da Innocenzo III) sono spesso raffigurati nell’atto di reggere insieme la cattedrale. San Pio X lo ha proclamato patrono degli oblati benedettini.

Santi Nabore e Felice

I santi Nabore e Felice (†303) furono due soldati berberi che abbracciarono la fede cristiana dopo l’arrivo in Italia e subirono il martirio sotto Diocleziano. Sant’Ambrogio (340-397) ne esaltò le virtù nell’inno Victor, Nabor, Felix pii, dedicato pure a san Vittore

I santi Nabore e Felice (†303) furono due soldati berberi che abbracciarono la fede cristiana dopo l’arrivo in Italia e subirono il martirio sotto Diocleziano. Sant’Ambrogio (340-397) ne esaltò le virtù nell’inno Victor, Nabor, Felix pii, dedicato pure a san Vittore, loro compagno d’armi commemorato l’8 maggio. Altre informazioni sui due martiri celebrati oggi si trovano in una Passio posteriore all’epoca del santo vescovo di Milano.

Anche Nabore e Felice, come Vittore, provenivano dalla provincia romana della Mauretania (che non va confusa con l’attuale stato della Mauritania), nell’Africa del Nord. La loro conversione al cristianesimo era avvenuta a Milano, dove Massimiano, amico di Diocleziano e augusto d’Occidente, aveva stabilito la sua capitale. I due imperatori, all’inizio della Grande persecuzione (303-305), comandarono l’epurazione dell’esercito. Allora Nabore, Felice e Vittore – non volendo rinnegare il vero Dio che avevano da poco scoperto e dal quale erano stati intimamente rinnovati – disertarono. Tutti e tre furono catturati e condannati alla decapitazione.

Nabore e Felice vennero giustiziati presso Laus Pompeia, l’attuale Lodi Vecchio, dove esisteva una numerosa comunità cristiana. I loro corpi furono recuperati da santa Savina, che poi li traslò di nascosto a Milano. Qui san Materno provvide a seppellirli degnamente. Quando finirono le persecuzioni e si iniziarono a costruire le belle basiliche paleocristiane, le reliquie dei due martiri furono poste all’interno della basilica detta «Naboriana». Davanti ai cancelli di questa chiesa, grazie a uno scavo ordinato da sant’Ambrogio, il 17 giugno 386 furono ritrovati i corpi dei santi Gervasio e Protasio, che vennero spostati il giorno dopo nella Basilica Martyrum (oggi Basilica di Sant’Ambrogio).

Nel XIII secolo la Basilica Naboriana fu concessa ai francescani, che la ristrutturarono e la ampliarono fino a inglobarla nella nuova chiesa di San Francesco Grande. Quest’ultima divenne nei secoli la seconda chiesa milanese per dimensioni, superata solo dal Duomo. Prima della sua demolizione (avvenuta nel 1806) ospitò al suo interno autentici capolavori, commissionati dai frati, come la Vergine delle Rocce di Leonardo da Vinci.

XV Domenica del tempo ordinario – Anno B.

Vangelo

In quel tempo, 7 Gesù chiamò a  i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. 8 E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone:  pane,  sacca,  denaro nella cintura; 9 ma di calzare sandali e di non portare due tuniche. 10 E diceva loro: “Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. 11 Sein qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro”. 12 Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, 13 scacciavano molti demoni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano (Mc 6, 7-13).

I Dodici sono inviati in missione

Gesù conferì agli Apostoli il potere di scacciare gli spiriti immondi e il dono di guarire gli infermi, affinché gli uomini del suo tempo dessero credito al messaggio del Vangelo. E ai nostri giorni, qual è la prova dell’autenticità della Buona Novella che gli evangelizzatori devono presentare al mondo moderno?

I – La croce, compagna inseparabile dell’apostolo

Prima di inviare gli Apostoli in missione a predicare il Vangelo, Gesù ha dato loro preziosi consigli che, sebbene possano sembrare ad alcuni un tanto ardui da essere messi in pratica, continuano ad essere interamente validi, poiché le sue parole rimangono per sempre. Egli parlava agli uominidel suo tempo, facendo uso delle risorse di linguaggio proprie della culturaorientale, nella quale abbondano le immagini, gli enigmi, le parabole. Queste, purché siano debitamente interpretate, rivelano preziose norme diapostolato, utilissime per chi segue oggi i passi del Maestro nel meritorio edifficile compito di evangelizzare.

Prima però di considerare il Vangelo della 15ª Domenica del Tempo Ordinario, soffermiamoci un poco sull’episodio immediatamente precedente – la visita a Nazareth –, per penetrare meglio nel senso degli insegnamenti del Signore ai Dodici, in vista della missione che avrebbe dato loro.

I suoi compaesani Lo respinsero

Chiesa della Sinagoga di Nazareth

Si potrebbe affermare, in termini colloquiali, che la predicazione di Gesù a Nazareth sfociò in un vero fallimento: qui Egli probabilmentepare non sia riuscito a convertire nessuno e quasi non abbia fatto miracoli. San Marco riporta i commenti fatti dai conoscenti del “falegname”, nei quali traspare il deplorevole vizio dell’invidia, proveniente dalla comparazione delle proprie qualità, sopravvalutate da un’analisi compiacente, con i talenti degli altri. In questo caso, la comparazione era con lo stesso Gesù: “Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?” (Mc 6, 3). In altre parole, “non è costui quell’Uomo che io conosco da molto tempo, che vale quanto me, e ora Si presenta come Profeta, che fa miracoli? Come mai Egli ha questi doni e io no?”.

Frequentemente, i legami molto prossimi e assidui provocano un curioso fenomeno di cecità spirituale in relazione alle qualità e virtù del prossimo. Gli abitanti di Nazareth non riuscivano a vedere in Gesù nient’altro che il “falegname”, “fratello di Giacomo”. Rimasero incapaci di vedere in Lui il Figlio di Dio. E, invece, Egli era il Messia promesso!

C’è da notare che, prima di andare a Nazareth, Gesù aveva operato un miracolo che aveva lasciato tutti stupefatti: aveva resuscitato la figlia di Giàiro, appena morta:

“Partì di là e venne nella sua patria” (Mc 6, 1). Solo Dio ha il potere di far ritornare in vita un morto. Era naturale che una notizia di questo calibro corresse a precedere il Divino Maestro. Così, al suo arrivo a Nazareth, il fatto straordinario era già noto a tutti.

C’era, pertanto, da aspettarsi che i suoi compaesani – soprattutto i suoi parenti più prossimi – si rallegrassero per tale avvenimento, poiché Dio aveva scelto uno dell’ambiente loro, per una così alta missione. No! Al contrario, chiusero il loro cuore, rifiutarono Gesù, tentarono persino di ucciderLo, come narra San Luca (cfr. Lc 4, 29). Mistero dell’iniquità…

Il Maestro forma lo spirito degli Apostoli

Nasce allora la domanda: per quale ragione Cristo, che tutto conosceva, ha voluto visitare Nazareth, insieme agli Apostoli?

Egli sapeva già che la sua predicazione sarebbe stata vana… Oltre a questo, lì aveva vissuto dal suo ritorno dall’Egitto e conosceva a fondo la durezza dicuore dei suoi conterranei. Senza dubbio, nel corso di questo periodo, deveesserSi impegnato ad aprire loro l’anima in vista della grandezza dei giorniche avrebbero vissuto, quando Egli Si fosse manifestato come il Messia, sapendo quanto essi fossero lontani da queste prospettive grandiose.

Che cosa Lo condusse a Nazareth? Una delle ragioni, era quella di preparare gli Apostoli alla missione di annunciare il Vangelo. Egli aveva percorso la Galilea compiendo ogni tipo di miracoli ma, per il modo in cui l’Evangelista Marco riferisce il passaggio per Nazareth, quanto successe in questa città non passò indifferente nel cuore dei suoi discepoli, che non fecero a meno di sottolineare quell’apparente fallimento: “E lì non poteva compiere nessun prodigio” (Mc 6, 5).

Per formare lo spirito degli Apostoli, Gesù non trascurò di manifestare loroquanto l’incredulità di quella gente fosse inusitata: “E Si meravigliava della loro incredulità” (Mc 6, 6a). In questo modo, con lo choc generato da un atteggiamento così sorprendente dei Nazareni – il rifiuto della grazia e dei benefici che gli erano offerti –, certamente Gesù cercava di insegnare, in modo divino, come colui che si dedica all’apostolato non possa lasciarsi prendere dalle illusioni. Infatti la tendenza normale dell’apostolo è diffondere il bene, soprattutto tra i più prossimi e, alle volte, è tra questi che incontra un maggior rifiuto.

Atteggiamento dell’apostolo davanti al rifiuto
Gesù con gli Apostoli

Che cosa bisogna fare allora? La verità non deve essere imposta ma offerta con semplicità. Se quelli che ascoltano non la vogliono accettare, l’apostolo, invece di insistere, cerchi di annunciarla a chi ha buona disposizione. Per questo, Gesù non ha fatto miracoli a Nazareth: se avesse cercato di imporre la verità per mezzo di segni straordinari, avrebbe aumentato la colpa di coloro che la rifiutavano. In questo vi era ancheun atto di misericordia nei confronti di chi chiudeva l’anima al Bene.

Che cosa deve fare l’apostolo quando è rifiutato da qualche parte? L’esempio dato dal Maestro è inequivocabile: “Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando” (Mc 6, 6b).

È mirabile il modo in cui Egli preparava gli Apostoli per la missione che subito dopo avrebbe dovuto affidare loro. Il suo divino metodo pedagogico era basato sul suo sublime esempio.

Prima fece in modo che Lo accompagnassero nella predicazione, vedesseroi miracoli operati, partecipassero anche ad un tentativo fallito, a Nazareth, dove tutto sembrava concorrere a un buon successo della predicazione. Solo dopo li inviò in missione a predicare la Buona Novella, quando il loro spirito era già più preparato per questa esperienza ed era stata già un po’ scossa l’illusione che davanti a loro si aprisse un’ampia e comoda strada di successi.

Quello che l’apostolo deve aspettarsi di incontrare sul cammino non sono successi, ma il più delle volte, incomprensioni, ostacoli e sofferenze. La croce sarà la compagna inseparabile del vero apostolo, anche quando gli sia concesso il dono di fare miracoli e dominare gli spiriti impuri.

II – Raccomandazioni del Divino Maestro

In quel tempo, 7a Gesù chiamò a Sé i Dodici…

In tutto quanto faceva il Signore Gesù, troviamo principi di altissima saggezza, poiché i suoi atti erano realizzati con divina perfezione. Possiamo, infatti, domandarci perché Egli avrà scelto dodici Apostoli e nonun altro numero qualsiasi, in base alle necessità concrete del momento. Nei commenti al Vangelo di San Matteo, San Tommaso d’Aquino dà una ragione: “Perché dodici? Per mostrare la conformità tra l’Antico e il Nuovo Testamento: come nell’Antico ci furono dodici patriarchi, nel Nuovo sono dodici”1 gli Apostoli.

Inoltre, seguendo molto il gusto dei medievali, il Dottor Angelico discorre sulla simbologia dei numeri e presenta un altro motivo: “Era anche per indicare la perfezione, perché il numero dodici risulta da due volte sei. Infatti, sei è un numero perfetto, visto che si compone di tutte le sue parti: egli viene da uno, da due o da tre, e queste parti, sommate una alle altre, danno sei. Così, il Signore ha scelto dodici per indicare la perfezione. ‘Siateperfetti come vostro Padre è perfetto’ (Mt 5, 48)”.2

7b …e prese a mandarli a due a due…

Il fatto di inviare gli Apostoli a due a due obbedisce a un principio di prudenza. Data la natura socievole dell’uomo, la compagnia di un fratello gli serve da prezioso appoggio psicologico, tanto nelle difficoltà concrete della vita come in quelle spirituali, rendendo più sopportabile il peso da sostenere.

Con sollecitudine divina, Nostro Signore già insegnava loro una norma di condotta che favoriva la pratica della virtù della perseveranza e sarebbe stata seguita da tanti religiosi, nel corso dei secoli. Questa norma favorisce anche le virtù della vigilanza e dell’umiltà, poiché chi accetta la compagnia di un fratello e si assoggetta ad essere da lui vigilato, riconosce implicitamente la propria debolezza. Il demonio avrà più difficoltà a vincerlo con le sue insidie e il mondo meno potere per avvilupparlo con le sue seduzioni.

Quante persone, che si sono lanciate con impegno nelle lotte dell’apostolato, hanno mancato ai propri doveri lungo il cammino, per averconfidato sulle proprie forze e si sono avventurate da sole! Hanno finito per essere, tristemente, sedotte dalle illusioni del mondo… La compagnia di un fratello è sempre una protezione verso un incalcolabile numero di tentazioni e seduzioni che, oggi più che mai, possono presentarsi persino nei luoghi più sacri, come anche nella tranquillità della propria casa, durante una “navigazione” imprudente per i vasti e pericolosi spazi virtualidi internet…

Duemila anni fa, non esistevano i rischi morali della nostra epoca. Ciononostante, il Signore Gesù ha inviato i suoi Apostoli a due a due, per aiutarsi l’un l’altro e sostenersi reciprocamente nella fede, quando sarebbero sorte delle difficoltà: “Io vi mando come pecore in mezzo a lupi” (Mt 10, 16).

Anche padre Manuel de Tuya sottolinea che il partire in coppia degli Apostoli, dava loro la possibilità di “aiutarsi e vigilarsi” a vicenda e aggiunge che, oltre a questo, conferiva autenticità alle loro parole, poiché, afferma, “nessuno poteva sospettare di colui che aveva un testimone”.3

L’abate Duchesne adduce altre ragioni, non meno importanti: “In questo modo, certamente Gesù voleva indicare anche l’unione che deve regnare tra i suoi ministri e i suoi veri discepoli”.4 E conclude il commento con un saggio consiglio: “È massima prudenza cercare, sempre che sia possibile, questo aiuto che Gesù Cristo ha stabilito, ha santificato e offerto ai suoi Apostoli”.5

Anche la sapienza ci parla nello stesso senso: “Meglio essere in due che uno solo, perché otterranno migliore compenso per la loro fatica. Infatti, secadono, l’uno rialza l’altro. Guai invece a chi è solo: se cade, non ha nessuno che lo rialzi” (Qo 4, 9-10).
Incisione di Nostro Signore che invia gli Apostoli

7c …e dava loro potere sugli spiriti impuri.

Questa era un’altra prova irrefutabile della divinità di Nostro Signore. Essendo il potere degli angeli molto superiore a quello degli uomini, nessuno può vincere uno spirito impuro senza l’aiuto di Dio. Cristo ha non solo questo potere, ma anche la capacità di trasmetterlo agli Apostoli, poiché Egli è Dio. La Chiesa, fino ad oggi, lo conferisce ai suoi ministri, designando esorcisti, con l’incarico – in caso di possessione diabolica comprovata, e seguendo norme molto rigide – di espellere gli spiriti impuri, col potere concessole da Cristo.

Al tempo del Signore Gesù, l’impero del male si estendeva su tutta l’umanità, immersa nelle tenebre del paganesimo e dell’idolatria, manifestandosi frequentemente attraverso possessioni, come ci riferiscono numerosi passi dei Vangeli. Può darsi che ai nostri giorni non sia così visibile il dominio del male sul mondo, come lo era nell’Antichità, ma la sua azione, senza dubbio, è più ampia e insidiosa, portando un gran numero di persone a credere che non esiste il demonio né il peccato. Così, le anime, per mancanza di difesa, sono più esposte alla sua malefica influenza. E la sbalorditiva degradazione dei costumi della nostra epoca, con la conseguente moltiplicazione dei crimini, non sarà un sintomo di questa forma surrettizia di dominazione degli spiriti impuri in tutta la Terra?

8 E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; 9 ma di calzare sandali e di non portare due tuniche.

La radicalità di queste disposizioni di Nostro Signore agli Apostoli ha suscitato tra gli esegeti e maestri spirituali, nel corso della Storia della Chiesa, molteplici interpretazioni.

Secondo alcuni, tra cui San Francesco d’Assisi, tali precetti devono esser seguiti alla lettera, seguendo l’esempio degli Apostoli. Altri interpretano le parole di Gesù in senso figurato, facendo i dovuti adattamenti rispetto alle circostanze di ogni epoca e luogo. In ogni caso, è inequivocabile l’intenzione di Nostro Signore di rendere chiaro, con queste prescrizioni, che gli Apostoli, nel dedicarsi all’evangelizzazione, non si dovevano preoccupare delle risorse materiali, ma far uso soltanto di quello che era loro indispensabile. Tutta la loro fiducia avrebbe dovuto esser riposta nella protezione di Dio, sia per ottenere i mezzi di sussistenza sia, soprattutto, per ottenere i mezzi soprannaturali, ossia, la grazia, indispensabile alla conversione delle anime.
San Giacomo Apostolo San Giacomo Apostolo

A volte, l’evangelizzatore, troppo preoccupato delle risorse materiali per sviluppare le sue attività a favore della salvezza delle anime, può finire per depositare la sua fiducia nei propri sforzi e qualità naturali, dimenticando che solo Dio, con la grazia divina, è capace di smuovere i cuori. Tutto il resto, compreso lo stesso apostolo, non è che un mero strumento nelle mani dell’Altissimo. Pertanto, dopo aver fatto tutti gli sforzi per il buon risultato dell’evangelizzazione, dobbiamo rimanere convinti del fatto che siamo “servi inutili” (Lc 17, 10).

Il miglior modo di assicurare buoni frutti di apostolato consiste nell’avere questa disposizione d’animo, di consegnarsi completamente nelle mani della Provvidenza, confidando ciecamente nel suo aiuto.

Lasciamo da parte l’interpretazione data dagli esegeti alle discrepanze tra gli evangelisti sull’uso o meno del bastone e altri particolari di minore importanza, e rivolgiamo la nostra attenzione alla bellissima simbologia che alcuni autori mettono in risalto nelle prescrizioni del Signore.

San Tommaso d’Aquino6 raccoglie nella Catena Aurea alcune di queste interpretazioni simboliche, colme di saggezza. Sant’Agostino così spiega il significato dell’uso dei sandali, al posto delle calzature ordinarie: “è necessario vedere in questi sandali un significato simbolico e misterioso: lacalzatura deve lasciare il piede del predicatore scoperto in cima e protetto in basso; questo significa che il Vangelo non può rimanere occulto né appoggiarsi ai vantaggi terreni”.7

Quanto alla raccomandazione di non portare due tuniche per il viaggio, così la interpreta lo stesso Dottore: “Che cosa significa la proibizione di avere e di portare due tuniche, e la proibizione più espressa di vestire più di una tunica, se non che gli Apostoli devono procedere nella semplicità, senza la minima duplicità?”.8

A sua volta, San Beda interpreta nella forma seguente il simbolismo del pane, della sacca e del denaro: “In senso allegorico, la bisaccia rappresentagli impegni e le difficoltà mondane; il pane, le delizie della terra; il denaro nella borsa, la saggezza che rimane nascosta. […] Infatti, chi si è rivestito delle funzioni di evangelizzatore non può piegarsi sotto il peso delle occupazioni terrene, né lasciarsi intenerire dai desideri carnali, né nascondere, sotto la negligenza di un corpo dedito all’ozio, il talento della parola che gli è stata affidata”.9

10 E diceva loro: “Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì”.

Trattando di questo stesso episodio, l’ Evangelista San Matteo è più dettagliato, specificando che deve esser scelta la casa di una persona degna: “In qualunque città o villaggio entriate, domandate chi là sia degno e rimanetevi finché non sarete partiti” (Mt 10, 11).

È quasi intuitiva la ragione per la quale Nostro Signore fa loro questa raccomandazione. “Senza una prudente scelta” – commenta Fillion – “avrebbero potuto mettere in rischio la loro reputazione personale e pregiudicare la causa del Regno dei Cieli. Non devono andare alla casa del più ricco o del più influente, ma a quella che sia più degna. Ricevuti in una casa, lì rimarranno fino alla partenza. Cambiare per un’altra sarebbe segnodi superficialità o di poca mortificazione, che screditano la dignità apostolica”.10

11 “Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro”.

Ancora una volta, a somiglianza dell’esempio da Lui dato a Nazareth, Gesù ammonisce che non si deve insistere con coloro che non vogliono credere nella Buona Novella. Il tempo è una creatura di Dio, del cui uso Gli dovremo render conto. Sprecarlo, insistendo ad evangelizzare chi non vuole salvarsi, implica trascurare di predicare a coloro che trarrebbero miglior profitto dal messaggio della salvezza. Non avranno costoro ragioni per recriminare, nel giorno del Giudizio, di chi li ha privati di un bene così prezioso?

Il linguaggio dei simboli parla molto più agli uomini orientali che a noi, occidentali, che abbiamo ereditato una mentalità proiettata all’utilitarismo.Strappare le vesti in segno di indignazione, coprire la testa di ceneri per esprimere la penitenza o una grande tristezza erano atteggiamenti, tra gli altri, che gli orientali trovavano necessario assumere per esprimere i loro sentimenti più vivi. Così anche, nell’essere oggetto di un grande rifiuto, il gesto di battere i sandali per scrollare la polvere esprime una rottura totale, la volontà di non portare con sé nemmeno la polvere del luogo i cui abitanti non hanno voluto accettare la Buona Novella.

Pirot e Clamer descrivono l’origine di tale costume: “Procedevano così i Giudei quando uscivano dal suolo pagano ed entravano nella Terra Santa. Per mettere in chiaro che non volevano conservare nessun contatto impuro, essi scrollavano persino la polvere dai loro sandali, gesto simbolico che sottolinea va quanto completa fosse la rottura tra il giudeo e il pagano. Da parte degli Apostoli, questo gesto si proponeva di mostrare aigiudei ribelli alla voce della grazia, che essi si erano resi indegni del messaggio che era stato loro offerto, al punto che, a partire da quel momento, erano considerati e trattati come dei pagani. Così agirono Paolo e Barnaba ad Antiochia della Pisìdia, quando una rivolta provocata dai giudei li forzò a lasciare questa città e ad andare a Iconio (cfr. At 13, 51)”.11

III – Effetti della predicazione

12 Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse…

Questa predicazione degli Apostoli ha qui il senso di conversione del cuoreossia, penitenza interiore, più che atti esterni di mortificazione – come digiunare, vestirsi con un sacco o coprirsi di cenere –, alla maniera dei farisei, per esser visti e lodati dagli uomini.

“La penitenza interiore è un radicale riorientamento di tutta la vita, un ritorno, una conversione a Dio con tutto il cuore, una rottura con il peccato, un’avversione per il male, insieme con la riprovazione nei confronti delle cattive azioni che abbiamo commesse. Nello stesso tempo, essa comporta il desiderio e la risoluzione di cambiare vita con la speranzadella misericordia di Dio e la fiducia nell’aiuto della sua grazia”,12 come insegna la Chiesa.

13 …scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano.

Oltre al potere di scacciare i demoni, il Signore ha dato agli Apostoli il dono di fare miracoli. In questa prima missione, essi operavano le guarigioni ungendo i malati con olio, mentre il Divino Maestro lo faceva semplicemente con la forza della sua parola. Il Concilio di Trento vide insinuato in questa unzione il Sacramento dell’Unzione degli Infermi. Alcuni teologi vedono in essa le “origini reali” di questo Sacramento, mentre altri la considerano soltanto un “tipo o figura”.13

È questa una buona occasione per ricordare alcuni degli effetti del Sacramento che la Chiesa riserva a chi si trova in pericolo di morte, causata da malattia o vecchiaia. Non è necessario, pertanto, per ricevere l’Unzione degli Infermi, che la morte sia imminente, basta che la malattia sia grave e possa causare il decesso, anche avendo speranza di guarigione.

“La grazia fondamentale di questo Sacramento” – insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica – “è una grazia di conforto, di pace e di coraggio per superare le difficoltà proprie dello stato di malattia grave o della fragilità della vecchiaia.
Oli Santi – Chiesa Santa Edith Stein, Brockton (Stati Uniti) Oli Santi – Chiesa Santa Edith Stein, Brockton (Stati Uniti)

Questa grazia è un dono dello Spirito Santo che rinnova la fiducia e la fede in Dio e fortifica contro le tentazioni del maligno, cioè contro la tentazione di scoraggiamento e di angoscia di fronte alla morte. Questa assistenza del Signore attraverso la forza del suo Spirito vuole portare il malato alla guarigione dell’anima, ma anche a quella del corpo, se tale è la volontà di Dio. Inoltre, ‘se ha commesso peccati, gli saranno perdonati’ (Gc 5, 15)”.14

Per questo motivo, non è raro che infermi gravi si ritrovino guariti dopo aver ricevuto l’Unzione degli Infermi o abbiano la vita prolungata al di là delle aspettative normali della medicina. Non perdiamo, dunque, l’opportunità di offrire questa grazia inestimabile a coloro che riuniscono le condizioni richieste per ricevere validamente questo Sacramento. Tra i suoi effetti mirabili – secondo grandi dottori e teologi come San Tommaso d’Aquino, San Bonaventura, Sant’Alberto Magno, Sant’Alfonso de’ Liguori e altri – vi è quello di preparare l’anima ad entrare direttamente nella gloria, che dipende dalle disposizioni interiori con cui essa lo riceve. Non sarebbero questi effetti una ragione sufficiente per chiedere l’Unzione degli Infermi con vera impazienza, ogni qualvolta una malattia grave ci fa visita?

IV – Dio dà, ad ogni epoca, i rimedi più adeguati

Il mondo moderno non necessita di essere evangelizzato meno di quello antico ma, a volte, forse ci sentiamo in svantaggio in rapporto all’epoca passata, vedendo il progresso dominatore del male e la mancanza di operaiche annuncino la Buona Novella. Dove sono i nuovi apostoli capaci di fare miracoli, come quelli di altri tempi, di scacciare gli spiriti impuri e di predicare la penitenza come loro?

Dio dà sempre per i mali di ogni epoca i rimedi più adeguati. Quando Gesù convocò i Dodici, era più conveniente, per il bene delle anime, che essi realizzassero prodigi portentosi al fine di provare la veracità della dottrina mirabile che annunciavano.

E oggi? Che miracoli deve operare chi si dedica all’apostolato, per smuovere le anime alla conversione? Nella nostra epoca così secolarizzata, può darsi che i miracoli non producano l’effetto che ebbero nei tempi apostolici. Per questo, il “miracolo” che gli autentici evangelizzatori devonofare è quello di annunciare Gesù Cristo mediante la testimonianza di una vita santa; pertanto, praticando la virtù, aspirando alla santità e disprezzando le sollecitazioni e gli illusori incanti del mondo. Questo, sì, è il “miracolo” capace di stupire il nostro mondo secolarizzato, poiché la pratica stabile dei Dieci Comandamenti non è possibile soltanto con le forze naturali della volontà umana, come ci insegna il Magistero Ecclesiastico. È necessario che la grazia santificante divinizzi l’uomo e lo faccia agire e vivere alla ricerca della perfezione.

È questo il portentoso “miracolo” che potrebbe scuotere l’incredulità o l’indifferenza dei nostri coetanei, come tante volte ci hanno ricordato gli ultimi Papi, e già insegnava il Concilio Vaticano II, riferendosi all’apostolato laicale: “I laici diventano araldi efficaci della Fede in ciò che si spera (cfr. Eb 11, 1), se senza incertezze congiungono a una vita di fede la professione di questa stessa Fede. Questa evangelizzazione o annunzio di Cristo fatto con la testimonianza della vita e con la parola acquista una certa nota specifica e una particolare efficacia dal fatto che viene compiuta nelle comuni condizioni del secolo”.15

Seguiamo le sapienziali raccomandazioni del Concilio Vaticano II, come autentici araldi della Buona Novella, come lo furono gli evangelizzatori dei primi tempi della Chiesa, soprattutto, con la “predicazione” di una vita irreprensibile e santa, secondo i precetti mirabili del Vangelo. Solo così unaNuova Evangelizzazione riuscirà a vincere l’onda di secolarismo che invadela società odierna.

1) SAN TOMMASO D’AQUINO. Super Matthæum. C.X, lect.1.

2) Idem, ibidem.

3) TUYA, OP, Manuel de. Biblia Comentada. Evangelios. Madrid:

BAC, 1964, v.V, p.671-672

4) DUQUESNE. L’Évangile médité. Paris: Victor Lecoffre,

1904, v.II, p.32.

5) Idem, p.33.

6) Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO. Catena Aurea.

In Marcum, c.VI, v.6-13.

7) SANT’AGOSTINO. De consensu evangelistarum. L.II, c.30, n.75.

In: Obras. Madrid, BAC, 1992, v.XXIX, p.387-388.

8) Idem, p.388.

9) SAN BEDA. In Marci Evangelium Expositio. L.II, c.6: ML 92, 187.

10) FILLION, Louis-Claude. Vida de Nuestro Señor Jesucristo.

Vida pública. Madrid: Rialp, 2000, v.II, p.218.

11) PIROT, Louis; CLAMER, Albert (Dir.). La Sainte Bible avec un

commentaire exégétique et théologique. Paris: Letouzey et Ané,

1950, t.IX, p.465.

12) CCE 1431.

13) PIROT; CLAMER, op. cit., p.466.

14) CCE 1520.

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