I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia

L’Eucaristia, l’Immacolata e il Sommo Pontefice!

Autore: Araldi del Vangelo (Page 2 of 75)

Il rimedio per i tuoi problemi…

Via Crucis di San Leonardo da Porto Maurizio

http://www.preghiereagesuemaria.it/viacrucis/via%20crucis%20di%20san%20leonardo%20da%20porto.htm

San Leonardo da Porto Maurizio

Il primo merito che gli va ascritto è la propagazione della Via Crucis in tutta la Chiesa. Ne eresse ben 572. Attirò folle enormi con i suoi sermoni sulla Passione di Gesù. «È il più grande missionario del nostro secolo», diceva di lui sant’Alfonso Maria de’ Liguori

Il primo merito che va ascritto a san Leonardo da Porto Maurizio (1676-1751), un frate francescano della cosiddetta «Riformella», è la propagazione della Via Crucis in tutta la Chiesa. Fu lui, nel 1731, a ottenere da Clemente XII il breve Exponi nobis che autorizzava l’allestimento in tutte le chiese della Via Crucis, fino allora un privilegio delle sole chiese francescane. Solo il santo ne eresse ben 572 nelle varie città in cui andò in missione. Attirava folle enormi con i suoi sermoni sulla Passione di Gesù, che arrivavano fino a far lacrimare e singhiozzare i presenti.

San Leonardo introdusse inoltre le meditazioni per ognuna delle 14 stazioni, insegnando che la Via Crucis «è lo stesso che contemplare con tenerezza di cuore tutti quegli strazi e dolori che dalla casa di Pilato sino al Calvario soffrì sotto il peso della Croce l’amatissimo Gesù, il nostro bene». Fu sempre lui a spingere Benedetto XIV verso l’istituzione della Via Crucis al Colosseo, che venne consacrato a Dio e ai tantissimi cristiani che vi avevano patito il martirio. La prima si svolse nel 1750, in pieno Anno Santo. E il fatto religioso contribuì a evitare che il grande anfiteatro romano, a lungo utilizzato come cava di travertino, venisse smantellato.

Al secolo Paolo Girolamo Casanovail santo era rimasto orfano della madre ad appena due anni. Ricevette l’educazione religiosa dal padre. Lasciò la natìa Liguria poco più che bambino. Studiò teologia al convento romano di San Bonaventura al Palatino e a 25 anni venne ordinato sacerdote. Avrebbe voluto partire missionario per evangelizzare la Cina, ma il cardinale Colloredo gli disse: «La tua Cina sarà l’Italia». Fu così che l’Italia la girò in lungo e in largo, specie le regioni centro-settentrionali. Richiamò il popolo alla preghiera, alla penitenza e all’adorazione del Santissimo Sacramento. «È il più grande missionario del nostro secolo», disse di lui sant’Alfonso Maria de’ Liguori. Molto noto è un episodio avvenuto in Corsica, allora tormentata da insurrezioni separatiste; dopo una predica sulla Passione, gli uomini scaricarono in aria i fucili e si abbracciarono gridando a gran voce: «Viva frate Leonardo, viva la pace!».

Combatté il giansenismo e la sua errata concezione di Dioche faceva dubitare dell’amore divino. Raccomandava di porre sopra la porta delle case l’immagine di Gesù, nonché i Santissimi Nomi di Gesù e Maria. Verso la Madonna aveva una devozione filiale. Propagò la promessa delle Tre Ave Maria (che la Vergine aveva fatto a santa Matilde). Fu un convinto assertore dell’Immacolata Concezione. Consigliò di indire una consultazione con i vescovi, che chiamò «concilio per iscritto e senza spese», annunciando nella sua Lettera Profetica che l’Immacolata Concezione sarebbe stata proclamata dogmaticamente. Il suo scritto venne esposto nella cappella del convento di San Bonaventura al Palatino, dove il santo morì.

Un secolo più tardi divenne papa un devotissimo dell’allora beato Leonardo, Pio IX (sarà proprio lui a canonizzarlo), che conosceva bene quella cappella, dove si ritirava spesso a pregare. Poco dopo essere salito al Soglio petrino, Pio IX volle leggere e avere copia della Lettera Profetica, le cui parole gli rimasero impresse. Il 2 febbraio 1849, sollecitato anche dalle suppliche di molti fedeli, il pontefice pubblicò l’enciclica con cui chiedeva a tutti i vescovi del mondo di manifestare quale fosse il loro pensiero e la pietà del popolo cristiano verso l’Immacolata Concezione. Si sa com’è andata a finire: l’8 dicembre 1854 il dogma venne solennemente proclamato.

Santa Caterina d’Alessandria

Tra le martiri più rappresentate fin dall’Alto Medioevo, santa Caterina d’Alessandria (c. 287-305) fu ricolma «d’acutezza d’ingegno e di sapienza non meno che di fortezza d’animo», come ricorda il Martirologio Romano. Sua era una delle voci celesti che parlarono a santa Giovanna d’Arco

È tra le martiri più rappresentate fin dall’Alto Medioevo e onorata con la dedicazione di moltissime chiese. Santa Caterina d’Alessandria (c. 287-305) visse in uno dei centri culturali e religiosi più importanti dell’antichità e fu «ricolma di acuto ingegno, sapienza e forza d’animo», come ricorda il Martirologio Romano.

La più antica fonte scritta che si conosce sul suo martirio risale al VI secolo, cui hanno fatto seguito altri testi agiografici come la Legenda Aurea del beato Jacopo da Varagine. La tradizione riferisce che Caterina era una giovane di grande bellezza e intelligenza, dottissima in filosofia e religione. Ancora adolescente, ebbe il dono del matrimonio mistico con Gesù.

Le circostanze del suo martirio sono legate a una visita ad Alessandria d’Egitto dell’imperatore Massimino Daia, nominato cesare per l’Oriente nel 305 durante la tetrarchia (non si può escludere l’ipotesi di Jacopo da Varagine, che fa riferimento invece a Massenzio, il quale governò l’Africa dal 306). Massimino ordinò a ogni suddito di offrire sacrifici agli dei pagani. Caterina si presentò al palazzo dell’imperatore e lo invitò a riconoscere Cristo come Redentore, rifiutandosi di sacrificare a false divinità. Per controbattere all’eloquenza della giovane e dimostrarle che Dio non poteva finire crocifisso («scandalo per i Giudei, follia per i pagani», scrive infatti san Paolo), Massimino convocò dei filosofi e retori. Ma questi finirono per essere convertiti da Caterina, suscitando l’ira dell’imperatore, che li fece bruciare vivi. Al tempo stesso, invaghitosi di lei, le chiese più volte di sposarlo offrendosi di ripudiare la moglie.

Caterina rifiutò la proposta dell’imperatore, confermando la sua consacrazione a Cristo. Fu prima messa in prigione, poi torturata con la ruota dentata (suo ricorrente attributo iconografico) e infine decapitata. Tra i molti prodigi riferiti dalle agiografie, avvenne che le sue spoglie furono trasportate dagli angeli nella penisola del Sinai, sull’altura oggi nota come Monte Caterina. Alle sue pendici Giustiniano I (482-565) fondò il famoso monastero che fu in seguito dedicato alla santa, in ragione del fatto che intorno al IX secolo alcuni monaci ne avevano ritrovato il corpo.

Oltre alle molteplici attestazioni dell’antichità del culto, va ricordato che la vergine e martire egiziana era carissima a sante come la mistica spagnola Caterina Tomás (1531-1574), Angela Merici (1474-1540) e Giovanna d’Arco (1412-1431). Quest’ultima affermò di aver avuto – dai 13 anni in poi – locuzioni e visioni di santa Margherita d’Antiochia, san Michele Arcangelo e appunto santa Caterina d’Alessandria, che consigliò la futura patrona di Francia anche durante il suo processo.

Un’altra grande mistica devota di Caterina d’Alessandria è santa Matilde di Hackeborn (c. 1240-1298), che ebbe un’apparizione dell’antica martire nel giorno della sua festa: le apparve «tutta avviluppata in un manto coperto di ruote d’oro…», si legge nel Libro della Grazia speciale, basato sulle rivelazioni di Matilde. La religiosa tedesca intrattenne con Caterina un dialogo sul significato di un canto in suo onore, sulle sue nozze mistiche con Gesù e sull’Eucaristia. Caterina, tra l’altro, rispose così a una domanda di Matilde: «[…] La mia bellezza è quello splendore e quella dignità che Cristo diffonde sopra i suoi fedeli, ornandoli della ricca porpora del suo Sangue. Orbene, sappi che questo splendore si rinnova e si accresce ad ogni Santa Comunione; chi si comunica una volta raddoppia questo splendore; ma chi si comunica cento e mille volte, altrettanto aumenta questa bellezza dell’anima sua».

Corso di Consacrazione a Gesù per le mani di Maria

VIVA CRISTO RE!!!

AUGURO DI CUORE A TUTTI VOI UNA BUONA E SANTA SOLENNITÀ DI CRISTO RE!
Per l’occasione voglio riportarvi quello che era l’inno dei Cristeros, che in Messico alla fine degli anni 20, si opposero al governo anticristico e massonico del presidente Plutarco Elías Calles. Seguendo l’esempio del Santo Martire bambino José Del Rio non posso che gridare orgogliosamente, devotamente e coraggiosamente: VIVA CRISTO RE!!!

“Un grido di guerra si ode sulla terra e dappertutto.
I guerrieri impetuosi impugnan la spada e si arruolano per combattere.
Per questo si sono addestrati. Difendono la Verità.
E non sarà mai spenta la fiamma che arde nel loro sangue.

Viva Cristo Re! Viva Cristo Re! E’ il grido di guerra che incendia la terra.
Viva Cristo Re! Nostro Sovrano e Signore, nostro Capitano e Campione.
Battersi per Lui è solo un onore.

Sappiamo che questa battaglia non è facile e molti si perderanno d’animo.
E sotto i colpi del nostro nemico tanti certamente cadranno.
Io tenderò la mia spada in alto come la usa il mio Signore.
Lui nessuno l’ha mai sconfitto. La sua forza è quella di Dio.

Non conosciamo più grande gioia, né fatica più onorevole,
che con i miei fratelli rimanere in linea e insieme la vita donare.
A Lui che è degno di gloria e che ci reclutò per amore.
Dinanzi a Lui il ginocchio si piega e si prostra il cuore.”

XXXIV Domenica del Tempo Ordinario – Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’universo, solennità – Anno A


Giudizio Universale

Vangelo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 31 “Quando il Figlio dell’Uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi Angeli, Si siederà sul trono della sua gloria. 32 E saranno riunite davanti a Lui tutte le genti, ed Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, 33 e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. 34 Allora il Re dirà a quelli che stanno alla sua destra: ‘Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il Regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. 35 Perché Io ho avuto fame e Mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e Mi avete dato da bere; ero forestiero e Mi avete ospitato, 36 nudo e Mi avete vestito, malato e Mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi’. 37 Allora i giusti Gli risponderanno: ‘Signore, quando mai Ti abbiamo veduto affamato e Ti abbiamo dato da mangiare, assetato e Ti abbiamo dato da bere? 38 Quando Ti abbiamo visto forestiero e Ti abbiamo ospitato, o nudo e Ti abbiamo vestito? 39 E quando Ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarTi?’ 40 Rispondendo, il Re dirà loro: ‘In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a Me’. 41 Poi dirà a quelli alla sua sinistra: ‘Via, lontano da Me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. 42 Perché ho avuto fame e non Mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non Mi avete dato da bere; 43 ero forestiero e non Mi avete ospitato, nudo e non Mi avete vestito, malato e in carcere e non Mi avete visitato’. 44 Anch’essi allora risponderanno: ‘Signore, quando mai Ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non Ti abbiamo assistito?’ 45 Ma Egli risponderà: ‘In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a Me’. 46 E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna (Mt 25, 31-46).

Il premio e il castigo

Nostro Signore descrive gli ultimi momenti della Storia del mondo, quando saremo tutti riuniti per il Giudizio Finale.

Per ragioni di brevità, focalizzeremo soltanto alcuni passi del Vangelo della Solennità di Cristo Re. Nelle letture dei giorni precedenti, Gesù insiste sulla necessità di essere preparati al momento di comparire davanti al tribunale divino. In questo senso è la parabola delle vergini stolte e di quelle sagge, con la quale inizia il capitolo 25 di San Matteo. Lo stesso si dica della parabola dei talenti, che viene subito dopo. Entrambe illustrano il discorso escatologico iniziato nel capitolo 24 dello stesso Evangelista, quando il nostro Redentore ammonisce sugli avvenimenti che segneranno la fine del mondo: “Come la folgore viene da oriente e brilla fino a occidente, così sarà la venuta del Figlio dell’Uomo” (Mt 24, 27).

Era naturale che, dopo questi insegnamenti, Egli passasse alla descrizione dell’ultimo atto della Storia dell’umanità: il Giudizio Finale.

La seconda venuta di Gesù

31 “Quando il Figlio dell’Uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi Angeli, Si siederà sul trono della sua gloria. 32a E saranno riunite davanti a Lui tutte le genti,…”

In questo modo, Nostro Signore inizia la descrizione degli istanti finali degli uomini su questa Terra. Meditiamo su questo, seguendo il categorico consiglio del Siracide: “In tutte le tue opere ricordati della tua fine e non cadrai mai nel peccato” (7, 36). Cioè, i “novissimi”. “Novissimo” è un termine proveniente dal latino novus, e vuol dire anche ultimo. È con questo significato che la Scrittura lo utilizza, per indicare gli ultimi avvenimenti della nostra vita: morte, giudizio, Cielo o inferno.

Per cominciare, osserviamo il linguaggio impiegato ora dal Divino Maestro. Egli non Si esprime più per comparazione né per metafora – “Il Regno dei Cieli è simile” (Mt 13, 24.47; 20, 1) –, ma parla direttamente: “Quando il Figlio dell’Uomo verrà nella sua gloria”.

Non ci lascia dubbi quanto alla realizzazione del Giudizio Universale, verità, del resto, annunciata altre volte da Lui stesso: “Guai a te, Corazin! Guai a te, Betsàida! […] Tiro e Sidone nel giorno del giudizio avranno una sorte meno dura della vostra! Quelli di Nìnive si alzeranno a giudicare questa generazione e la condanneranno, perché essi si convertirono alla predicazione di Giona. Ecco, ora qui c’è più di Giona” (Mt 11, 21-22; 12, 41).

Il tribunale

“E saranno riunite davanti a lui tutte le genti”, dice il Signore. Cioè, nessun uomo, per quanto potente sia stato, potrà sottrarsi a questa convocazione. Non ci sarà spazio per eccezioni, tergiversazioni, rinvii. L’ordine è perentorio.

Anche gli Angeli dovranno comparire, come afferma Gesù: “con tutti i suoi Angeli”. Ora, se sono gli uomini che saranno giudicati, qual è la ragione di questa presenza angelica?

Come spiega la Somma Teologica, il Giudizio Finale “riguarda indirettamente in qualche modo anche gli Angeli, in quanto furono impegnati nelle azioni degli uomini”.1 Così, il principale ruolo delle creature angeliche sarà quello di servire da testimoni.

Tuttavia, in un certo modo anche gli Angeli saranno giudicati: “Non sapete che giudicheremo gli Angeli?” (I Cor 6, 3), chiede San Paolo. E San Pietro afferma lo stesso riguardo ai demoni: “Dio infatti non risparmiò gli angeli che avevano peccato, ma li precipitò negli abissi tenebrosi dell’inferno, serbandoli per il giudizio” (II Pt 2, 4). Gli Angeli di Dio avranno un premio, che sarà la grande gioia nel vedere la salvezza dei loro protetti, mentre i demoni avranno un sovrappiù di tormento, nel “vedere moltiplicata la perdizione di coloro che essi indussero al male”.2

Sempre in ciò che concerne la costituzione del tribunale, certi uomini avranno un ruolo importante: saranno co-giudici con Nostro Signore. Questo è affermato, tra gli altri, da San Paolo: “O non sapete che i Santi giudicheranno il mondo?” (I Cor 6, 2). Secondo la Somma, questi co-giudici, “uomini perfetti”, giudicheranno per comparazione con se stessi, perché “in loro sono contenuti i decreti della giustizia divina”.

Separazione dei giudicati: la fine dei relativismi

32b “…ed Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, 33 e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra”.

Nella vita su questa Terra, l’anima umana, per una specie di istinto spirituale, cerca incessantemente la verità, il bene e il bello. Anche quando commette peccato, questi istinti spirituali continuano a operare. Inoltre, sono impressi nell’anima di ogni uomo i Dieci Comandamenti. Per tutto questo, nessuno riesce a praticare il male per il male, professare l’errore per l’errore, ammirare l’orrendo per l’orrendo.

Così, se i pensieri, desideri e atti di un individuo cominciano a fuggire abitualmente dalle Leggi di Dio, egli sente la necessità imperiosa di giustificarli, razionalizzandoli, cioè, cercando per loro spiegazioni razionali, per quanto assurde esse siano. E la via d’uscita consiste, in genere, nel cercare una conciliazione tra la verità e l’errore, il bene e il male, il bello e l’orrendo.

Tutto quello che prima era per lui di una luminosità cristallina, diventa di un’indeterminazione nebulosa e grigiastra. Ed egli affonda nel relativismo, funesto difetto morale, così comune nel corso della Storia, causa di tanti errori dottrinali che hanno allontanato dalla Chiesa Cattolica e dalla via della virtù milioni e milioni di anime. Nel Vangelo qui commentato, scompare ogni capriccio e vaneggiamento riguardo alla conciliazione tra questi valori inconciliabili. “Non datur tertium” – non c’è una terza soluzione possibile nel giorno del Giudizio. Il nostro destino sarà il Cielo o l’inferno. Sarà la più folgorante e universale manifestazione dell’Assoluto nell’ordine della creazione.

Il giudizio

Una domanda che può esser venuta in mente a vari lettori: la maggior parte degli uomini sarà già stata giudicata dopo la sua morte – ad eccezione di quelli che saranno vivi, quando giungerà il momento della fine del mondo –; perché, allora, passare nuovamente per un Giudizio?

La Somma Teologica4 e il Catechismo Romano5 fanno comprendere meglio il motivo di questi due tribunali. Infatti, nel giudizio personale ogni uomo è giudicato privatamente da Dio, rimanendo il suo foro intimo, come pure tutte le conseguenze dei suoi peccati, nascosti agli altri uomini. Per la piena glorificazione della giustizia divina è indispensabile che ci sia un altro Giudizio, pubblico e universale, nel quale diventino palesi agli occhi di tutti l’innocenza dei buoni e la turpitudine dei cattivi.

Nessun atto di virtù e nessuna colpa, per minime che siano, saranno omessi. Assicura San Paolo che in Dio “viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (At 17, 28), pertanto, niente può sfuggire alla sua divina conoscenza e al suo assoluto giudizio e, nel giorno del Giudizio, “Dio citerà in giudizio ogni azione, tutto ciò che è occulto, bene o male” (Qo 12, 14).

A questo proposito, sostiene San Paolo: “Tutti infatti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, ciascuno per ricevere la ricompensa delle opere compiute finché era nel corpo, sia in bene che in male” (II Cor 5, 10). “Per questo” – dice ancora San Paolo – “Non vogliate perciò giudicare nulla prima del tempo, finché venga il Signore. Egli metterà in luce i segreti delle tenebre e manifesterà le intenzioni dei cuori; allora ciascuno avrà la sua lode da Dio” (I Cor 4, 5). In questo modo, tutti i nostri pensieri verranno a galla. Ugualmente non saranno esenti dal premio o dal castigo le nostre parole: “Ma Io vi dico che di ogni parola infondata gli uomini renderanno conto nel giorno del Giudizio” (Mt 12, 36).

Il Redentore ci attribuirà meriti o pene per le nostre opere: “renderà a ciascuno secondo le sue opere” (Rm 2, 6). Chiederà anche conto delle nostre omissioni: “Chi dunque sa fare il bene e non lo compie, commette peccato” (Gc 4, 17).

La nostra coscienza, col potente aiuto divino, ci farà ricordare con chiarissima memoria tutte le nostre azioni, buone e cattive, e anche quelle che dovevano essere state praticate e non lo sono state per nostra colpa. Allo stesso modo, ci ricorderà i nostri pensieri e desideri. Non solo, dunque, i peccati gravi, ma anche quelli lievi e persino le imperfezioni. Questo così esatto e minuzioso ricordo già di per sé costituirà una sentenza inappellabile.

Su questa Terra, quando vogliamo rimanere sul brutto cammino, soffochiamo la nostra coscienza. Però, nel giorno del Giudizio, essa s’imporrà alle nostre velleità.

Il premio dei Beati

34 “Allora il Re dirà a quelli che stanno alla sua destra: ‘Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il Regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo’”.
Il Paradiso

L’essenza del premio sarà la visione beatifica, cioè, la contemplazione di Dio faccia a faccia. Con la forza della grazia ci sarà possibile contemplare la stessa essenza di Dio, invece di discernerLo solo per i suoi riflessi nelle creature: “Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto” (I Cor 13, 12).

Per la nostra natura, abbiamo una sete insaziabile di felicità, di un amore smisurato che nessuna creatura riuscirà a placare e può essere esaudita solo da Dio stesso. Il famoso teologo padre Réginald Garrigou-Lagrange spiega: “La nostra volontà è di una profondità infinita, nel senso che solo Dio, visto faccia a faccia, può colmarla e attirarla irresistibilmente”.6

A questo proposito, esclama Sant’Agostino: “In verità, infelice quell’uomo che, conoscendo tutte le cose [terrene], Ti ignora, e felice, al contrario, chi Ti conosce, anche se ignora tutto il resto! Quanto a colui che Ti conosce e conosce anche le cose terrene, non è lui più felice per questo, ma unicamente è felice per Te, se, conoscendoTi, Ti glorifica come Dio e Ti dà grazie, non insuperbendosi nei suoi propri pensieri”.7 Dopo la morte, libera da tutto quello che l’attorniava sulla Terra, l’anima ha un’avidità incoercibile di volare fino a Dio, per contemplarLo faccia a faccia, come scrive lo stesso Santo: “Tu ci hai fatto per Te, Signore, e inquieto è il nostro cuore finché in Te non riposerà”.8

Oltre alla visione di Dio, i Beati riceveranno in Cielo altri premi, smisuratamente minori, ma anche così, preziosissimi e incomparabili con le cose della Terra.

In primo luogo, avranno corpi gloriosi. Leggiamo nella Prima Lettera ai Corinzi: “Così anche la risurrezione dei morti: si semina corruttibile e risorge incorruttibile; si semina ignobile e risorge glorioso, si semina debole e risorge pieno di forza; si semina un corpo animale, risorge un corpo spirituale” (I Cor 15, 42-44).

Inoltre, avranno l’inimmaginabile gioia di poter contemplare il Signore Gesù, la Madonna e i Santi, come pure le meraviglie del mondo già allora rinnovato. Sì, poiché l’universo passerà per un intero rinnovamento, per il quale conserverà soltanto quello che di più bello conterrà, e sarà libero da ogni materia corruttibile o ordinaria.

Come se non bastasse, i Beati avranno come dimora il Cielo Empireo, rispetto al quale scrive Garrigou-Lagrange: “Il Cielo è il luogo e, meglio ancora, lo stato della suprema beatitudine. Se Dio non avesse creato nessun corpo, ma soltanto puri spiriti, il Cielo non sarebbe un luogo, ma soltanto lo stato degli Angeli che godono del possesso di Dio. Di fatto, il Cielo è anche un luogo, nel quale stanno l’umanità di Gesù, dall’Ascensione, la Beata Vergine Maria, dall’Assunzione, gli Angeli e le anime dei Santi. Sebbene non possiamo dire con certezza dove si trovi questo luogo in relazione all’insieme dell’universo, la Rivelazione non permette di dubitare della sua esistenza, noi lo vedremo”.9

Grandi teologi cattolici affermano che il Cielo Empireo è un luogo concreto, tra questi il celebre gesuita fiammingo Cornelio a Lapide. Egli dice che il Cielo “è edificato dalla stessa mano di Dio, da ciò la sua bellezza, il suo splendore e le sue ricchezze. Infatti, Dio in esso ha collocato un incomparabile ornamento. Il luogo che i suoi eletti vi occupano è infinitamente bello, poiché è stato preparato da Gesù Cristo stesso”.10 Portato una volta fino a lì, San Paolo vide qualcosa di così magnifico che non trovò parole per descriverlo, limitandosi a esclamare: “‘Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo’, queste ha preparato Dio per coloro che Lo amano” (I Cor 2, 9).

Il castigo dei condannati
Il Giudizio Universale, l’inferno

Gettiamo, ora, il nostro sguardo a quella porzione dell’umanità che dovrà sentire la terribile sentenza…

41a “Poi dirà a quelli alla sua sinistra: ‘Via, lontano da Me, maledetti,…’”

Lo stesso Creatore rifiuta, per sempre, esseri che Lui ha creato. Che castigo orrendo! Si tratta della cosiddetta pena di danno, parola derivata dal latino damnum, perdita, poiché questo tormento consiste nella perdita del possesso di Dio, il nostro fine ultimo. Mentre sta nella vita presente, l’anima non riesce a valutare l’immensità di questa perdita. I beni sensibili non smettono di attirare la sua attenzione; in ogni momento riceve notizie domestiche o professionali, o dei fatti nazionali e internazionali; ha preoccupazioni e necessità di alimentazione, pulizia, salute, tempo libero; si dedica a piaceri; accarezza ambizioni e progetti per la carriera e per la famiglia ed è circondata da parenti, amici, insomma, da tutto quello che costituisce il suo mondo.

Ma quando l’anima si separa dal corpo, tutto questo rumore cessa all’improvviso, tutti gli interessi che la catturano sulla Terra perdono il loro valore. Essa si vede completamente sola, e “prende, allora, coscienza della sua profondità smisurata, che solo Dio, visto faccia a faccia, può soddisfare; vede anche che questo vuoto non sarà mai riempito”.11 Se sarà morta in peccato, “essa è nella notte, nel vuoto, nell’esilio, espulsa, ripudiata, maledetta; questa è giustizia”.12

In quanto infinitamente vero, buono e bello, Dio è infinitamente attraente. I condannati, per loro natura, sono attratti da questa Bellezza Suprema, unica capace di soddisfare la loro necessità insaziabile d’amore. Tuttavia, Dio li respinge completamente, e loro, in deliri di furore infernale, non fanno che detestarLo, maledirLo, bestemmiare contro di Lui. È il tormento di un cuore appassionato e roso dall’odio. È la sofferenza atroce dell’amore contrariato, disprezzato, trasformato in furia, posto continuamente in un estremo di odio e disperazione.

41b “…nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli”.

Comparata all’orrore della pena di danno, la pena dei sensi può persino sembrare soave… Tuttavia, per sé è anch’essa tremenda! L’agente di questo castigo è il fuoco: “Chi di noi può abitare presso un fuoco divorante?” (Is 33, 14), chiede con paura il profeta Isaia. L’inferno è un abisso di fuoco, uno “stagno ardente di fuoco e di zolfo” (Ap 21, 8). E non illudiamoci, pensando che l’espressione “fuoco eterno” sia solo una metafora, un’immagine per riferirsi al rimorso della coscienza.

È una dottrina universalmente accettata nella Chiesa, basata sulla Sacra Scrittura e sul consenso dei Padri, che si tratti di un fuoco reale, eterno e inestinguibile, che tortura gli spiriti e brucerà i corpi senza distruggerli.

Una risoluzione improcrastinabile

Rivelandoci questo mistero, Gesù dimostra la sua infinita bontà verso di noi. Il Suo obiettivo, mettendoci in guardia in maniera così veemente, è evitarci la disgrazia eterna, e portarci presso di Lui, nella felicità del Paradiso. Profondamente grati, prendiamo senza indugio la ferma risoluzione di chiederGli le grazie necessarie per reprimere le nostre cattive passioni, evitare il peccato e praticare la virtù, in modo tale da poter udire dalle sue labbra adorabili questo celestiale invito: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il Regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo!”.
Nostro Signore Giudice

1) SAN TOMMASO D’AQUINO. Somma Teologica. Suppl., q.89, a.8.

2) Idem, ibidem.

3) Idem, a.1.

4) Cfr. Idem, q.88, a.1, ad 1.

5) Cfr. CATECHISMO ROMANO. P.I, c.8, n.4.

6) GARRIGOU-LAGRANGE, OP, Réginald. L’Éternelle vie et la profondeur de l’âme. Paris: Desclée de Brouwer, 1950, p.29.

7) SANT’AGOSTINO. Confessionum. L.V, c.4, n.7. In: Obras. 7.ed. Madrid: BAC, 1979, v.II, p.198

8) Idem, L.I, c.1, n.1, p.73.

9) GARRIGOU-LAGRANGE, op. cit, p.283.

10) CORNELIO A LAPIDE. Ciel. In: BARBIER, SJ, Jean-André (Org.). Les trésors de Cornelius a Lapide. 4.ed. Paris: Ch. Poussielgue, 1876, v.I, p.283.

11) GARRIGOU-LAGRANGE, op. cit, p.163.

12) MONSABRÉ, OP, Jacques-Marie-Louis. L’enfer: nature des peines. In: Exposition du Dogme Catholique. L’Autre Monde. Carême 1889. Paris: L’Année Dominicaine, 1889, v.XIX, p.105

Presentazione della Beata Vergine Maria

Con la memoria liturgica della Presentazione della Beata Vergine Maria, la Chiesa cattolica ricorda la presentazione di Maria bambina al tempio di Gerusalemme. Attraverso l’influsso dell’Oriente la celebrazione si diffuse in Occidente a partire dal 1372.Di: Ermes Dovico – La Nuova Bussola 
Data di pubblicazione: 21 Novembre 2020

Presentazione della Beata Vergine Maria

Con la memoria liturgica della Presentazione della Beata Vergine Maria, la Chiesa cattolica ricorda la presentazione di Maria bambina al tempio di Gerusalemme, celebrata nello stesso giorno dagli ortodossi con il titolo di «Ingresso della Madre di Dio al tempio».

La ricorrenza affonda le sue origini nella consacrazione nel 543, a Gerusalemme, della Basilica di Santa Maria Nuova, costruita per volere di Giustiniano I. Solo in seguito nacque però la vera festa della Presentazione, di cui vi è una prima traccia nel calendario dell’imperatore bizantino Basilio II Bulgaroctono (958-1025). Attraverso l’influsso dell’Oriente la celebrazione si diffuse in Occidente a partire dal 1372, quando Gregorio XI la inserì nel calendario della Curia Romana. Il papa era stato persuaso dall’ambasciatore a Cipro, Filippo di Mézières, che gli raccontò come gli ortodossi celebrassero l’evento con grande solennità. Nei secoli successivi la Presentazione si affermò in tutta la Chiesa cattolica come festa, a parte una temporanea soppressione nel XVI secolo. La riforma del calendario liturgico del 1969 ne ha ridotto il rango liturgico a memoria.

Questo mistero della vita di Maria non è menzionato nei Vangeli, ma compare per la prima volta nell’apocrifo Protovangelo di Giacomo, scritto verso la metà del II secolo. Di questo testo la tradizione cristiana ha accolto alcuni contenuti relativi alla vita della Beata Vergine e dei suoi genitori, i santi Anna e Gioacchino, mentre ha rigettato come non ispirate altre narrazioni lontane dallo stile asciutto e sobrio dei quattro evangelisti. Secondo il racconto del Protovangelo, la Madonna fu presentata dai genitori al tempio di Gerusalemme all’età di un anno e vi fu ricondotta a tre anni per esservi allevata, ricevendo la benedizione del sacerdote.

Sull’evento dell’offerta di Maria bambina a Dio si è sviluppata la riflessione degli autori cristiani, come san Germano di Costantinopoli (634-733), che in un’omelia sulla celebrazione odierna disse: «Oggi la porta del tempio divino, spalancata, riceve la sigillata porta dell’Emmanuele che entra rivolto verso l’Oriente».

Sono diverse le congregazioni intitolate alla Presentazione di Maria e di essa parla estesamente anche la venerabile Maria di Agreda nella Mistica Città di Dio (cap. 1, libro 2°). La religiosa spagnola sottolinea la differenza tra le processioni solenni dell’Arca antica, «figura di questa, vera e spirituale, del Nuovo Testamento», e l’umiltà con cui Anna e Gioacchino condussero Maria al tempio: «Dio volle che tutta la gloria e la maestà di questa processione fosse invisibile e divina, poiché i misteri di Maria Santissima furono così sublimi e nascosti che ancora oggi molti di essi continuano a essere tali secondo gli imperscrutabili giudizi del Signore, il quale ha stabilito il tempo opportuno per ogni cosa».

Dedicazione delle basiliche dei santi Pietro e Paolo

Erette sui sepolcri dei santi Pietro e Paolo, a poca distanza dai luoghi in cui subirono il martirio sotto Nerone, le basiliche a loro dedicate sono ricordate in un’unica commemorazione, attraverso la quale, si legge nel Martirologio Romano, «viene simbolicamente espressa la fraternità degli Apostoli e l’unità della Chiesa»

Erette sui sepolcri dei santi Pietro e Paolo, a poca distanza dai luoghi in cui subirono il martirio sotto Nerone, le basiliche a loro dedicate sono ricordate in un’unica commemorazione. Attraverso di essa, si legge nel Martirologio Romano, «viene simbolicamente espressa la fraternità degli Apostoli e l’unità della Chiesa».

La Basilica di San Pietro fu fatta costruire da Costantino durante il pontificato di Silvestro I (314-335). Secondo il Liber Pontificalis, il papa suggerì l’opera all’imperatore, il quale con l’editto di Milano del 313 aveva consolidato la libertà di culto per i cristiani (già riconosciuta nel 311 dall’editto di Galerio) e favorito l’edificazione di numerose chiese, prima fra tutte la Basilica Lateranense. Per erigere la Basilica di San Pietro, Costantino fece spianare quasi tutti i mausolei che sorgevano sulla necropoli vaticana, interrare le camere funerarie con materiale di riporto e livellare l’intera area chiamata platea Sancti Petri. Tutto questo fu fatto affinché l’altare maggiore coincidesse perfettamente con la tomba di Pietro, segnata da una piccola edicola, nota come «edicola di Gaio» (dal nome del cristiano che scrisse all’eretico Proclo: «Se andrai al Vaticano o sulla via Ostiense, vi troverai i trofei dei fondatori della Chiesa»).

Nella sua forma attuale, la basilica è stata ricostruita tra il XV e il XVII secolo e consacrata da Urbano VIII il 18 novembre 1626. Gli scavi archeologici del XX secolo (fatti sotto il pontificato di Pio XII) hanno confermato che la basilica era stata costruita proprio sul sepolcro del Principe degli Apostoli, circondato da diverse altre tombe orientate verso di esso e delimitato da un muro pieno di graffiti riportanti più volte i nomi di Cristo, Maria e Pietro.

La Basilica di San Paolo fuori le Mura sorge a sua volta sul sepolcro dell’Apostolo delle genti, sulla via Ostiense. Qui Costantino fece erigere una piccola basilica, consacrata da Silvestro I il 18 novembre 324, ma poi ricostruita completamente sotto Teodosio e Valentiniano II per accogliere meglio il gran numero di pellegrini. Quella struttura rimase sostanzialmente intatta fino all’incendio del 1823, in conseguenza del quale è stata eseguita la ricostruzione che ha dato alla basilica la forma attuale.

Il fatto che Pietro e Paolo abbiano predicato a Roma e qui concluso il corso della loro vita terrena con il martirio – il primo crocifisso a testa in giù e il secondo decapitato – illumina sul perché la Chiesa sia al tempo stesso inscindibilmente cattolica, apostolica e romana. Proprio parlando di Roma e della gloriosa presenza di Pietro e Paolo in accordo alla volontà divina, san Leone Magno disse in un famoso sermone: «Questi sono i santi che ti hanno promossa alla gloria di essere la nazione santa, il popolo eletto, la città sacerdotale e regale. Divenuta capitale dell’universo per la santa sede di Pietro, ti hanno permesso di stendere, con la divina religione, la tua presenza oltre i confini raggiunti dalla tua dominazione terrena. […] quanto la fatica di guerra ti aveva conquistato è inferiore a quanto la pace cristiana ti ha sottomesso».

Sant’Elisabetta d’Ungheria

Giovane vedova di 20 anni, Elisabetta fu scacciata dal suo castello con i 
quattro figli piccoli e riuscì a prendere un alloggio in un deposito
accanto ai maiali. In questa situazione, chiese di cantare un
Te Deum per ringraziare il Signore per la grazia di 
soffrire in unione con Lui.

Sembra che la santità di Sant’Elisabetta le è venuta dalla culla. Nacque nel 1207 in Ungheria. A 4 anni, entrava nella cappella del castello, apriva il grande libro dei Salmi, e ancora senza essere in grado di leggere, lo guardava a lungo, trascorrendo molte ore raccolta in preghiera. Quando giocava con altre ragazze, cercava un modo di portarle alla cappella. Quando essa era chiusa, baciava la porta, la serratura e le pareti, perché, diceva lei, “Dio riposa là”.

Perse sua madre prima ancora prima di compiere i dieci anni, la regina Gertrude. Allo stesso tempo, morì anche il suo protettore, il duca Ermanno, che era il padre del suo futuro marito, che la trattava come una figlia e l’ammirava proprio per la sua misericordia innocente e gentile.

A 13 anni, sposò il potente e non meno pio duca Luigi di Turingia, che le era stato promesso fin dalla prima infanzia. Nella sua breve vita – morì a 24 anni – vinse il più glorioso dei titoli: quello di Santa.Elisabetta.jpg

» Torna in alto

La carità in grado eroico

Sant’Elisabetta faceva buon uso della immensa ricchezza del marito, distribuendo l’elemosina ai poveri con generosità. Ciò provocò l’irritazione profonda alle persone della corte, in particolare ai suoi due cognati Enrico e Corrado. Accusandola di “dissipare il patrimonio della famiglia”, i cognati non persero l’occasione di far del male a Elisabetta.

E lei, a sua volta, non si accontentò di dare semplicemente monete o cibo ai bisognosi. Il suo amore di Dio la spingeva alle azioni più generose.

Una volta, un lebbroso chiedeva l’elemosina alla porta del castello. Guidata da una ispirazione divina, la giovane e bella duchessa andò laggiù, prese il lebbroso per mano, lo condusse alla sua stanza e lo fece sdraiarsi sul letto. Dopo aver trattato le sue ferite, lo lasciò riposare coperto con un lenzuolo.

“Uno scandalo!” – gridarono gli invidiosi, che in fretta chiamarono il duca Luigi. All’arrivo, incontrò Elisabetta che era radiosamente felice. Fiduciosa che suo marito approverebbe quell’atto eroico di carità, raccontò a lui il fatto e gli disse: – Vada a vederlo nella stanza.

Meravigliosa sorpresa attendeva il valoroso duca: quando sollevò la coperta, vide, non un lebbroso, ma Nostro Signor Gesù Cristo! Lui permise per un momento di essere contemplato, quel tanto che basta per confermare a quelle due anime la certezza che erano sulla buona strada.

» Torna in alto

Aiuto agli infelici

Nel 1226, con il marito in Italia insieme all’imperatore Federico II, una terribile carestia spazzava in tutta la Germania, in particolare nella Turingia. Ai boschi e ai campi, si rivolgevano folle di infelici in cerca di radici e di frutti da mangiare. Buoi, cavalli e altri animali morti erano rapidamente divorati dagli uomini affamati. La morte cominciò presto a falciare molte vite. Per i campi e le strade si ammucchiavano i cadaveri.

In questa terribile situazione, l’unica occupazione di Elisabetta, giorno e notte, era quella di aiutare gli sfortunati. Elisabetta trasformò il suo castello nella “dimora di una carità sconfinata”, come scrive uno dei suoi biografi. Distribuì ai bisognosi tutti i soldi del tesoro del duca. Superando l’opposizione di alcuni amministratori egoisti, ordinò di aprire i granai del castello, e lei stessa diresse la distribuzione del cibo, senza lasciare riserve nemmeno per la propria famiglia. Con equilibrio e buon senso, faceva che ogni persona ricevesse una quantità giornaliera di cibo. Coloro che, per debolezza o malattia, non riuscivano a salire fino al castello, erano oggetto di particolare sollecitudine da parte di Santa Elisabetta: lei personalmente scendeva ad aiutarli, ai piedi della montagna.

Elisabetta ne fondò tre ospedali per assistere ai pazienti: uno per le donne povere, un altro solo per i bambini, e uno per tutti in generale.

Dove c’era qualcuno a morire, lei era lì, per aiutare la persona a morire in pace. Poi, trascorreva lungo tempo nella preghiera per le anime dei morti, molti dei quali lei stessa aveva sepolto con le proprie mani, avvolti in asciugamani tessuti da lei.Elisabetta2.jpg

Dopo questo terribile periodo di desolazione, lei riunì gli uomini e le donne in grado di lavorare, gli provvide scarpe, abiti e strumenti a coloro che non ne avevano, e gli ordinò di coltivare il campo. Presto ci tornarono i bei tempi di abbondanza e lei poté vedere con gioia il grano riempire i granai e il sorriso tornare sulle labbra di tutte quelle persone.

» Torna in alto

L’inizio delle grandi prove

Per la gloria della sua Chiesa e l’edificazione dei fedeli, Dio fece risplendere in modo speciale nell’anima dei santi una o altra virtù. Ad esempio, in San Francesco d’Assisi, la povertà, a Santa Bernadette, l’umiltà, a San Luigi Gonzaga, la castità, e così via.

Ciò non significa, tuttavia, che vi sia una virtù isolata nell’anima dei santi, come una torre nel mezzo di un’immensa pianura. Non è così. Le virtù sono tutte sorelle. E’ impossibile avanzare o cadere in una di queste virtù senza avanzare o cadere nell’altra.

A Santa Elisabetta, risplende la preoccupazione per i bisognosi. Ma era eccelle nella pratica di tutte le virtù. Poche persone portarono in così alto grado il distacco dai beni terreni e l’accettazione amorevole della volontà di Dio. Moglie esemplare, unita in matrimonio con un modello di marito, a lui dedicò tutti gli affetti naturali e legittimi del suo cuore nobile. Ed è stata ricambiata nella stessa proporzione. Molto di più, però, li univa all’amore di Dio, al desiderio di perfezione.

In questa prospettiva, capì con facilità il dolore della separazione, quando il duca di Turingia partì alla Crociata, nel 1227. Provò una sofferenza incomparabilmente maggiore, quando poco dopo, ricevé la notizia della sua morte, avvenuta ancora prima di raggiungere la Terra Santa.

» Torna in alto

Dal castello al porcile

Questo avvenimento segnò, tuttavia, solo l’inizio di tantissime altre sofferenze. Ora non aveva più la protezione del suo virtuoso coniuge e da ciò hanno approfittato i suoi due cognati e lasciarono crescere l’odio contro di lei. Lo stesso giorno della notizia della morte del duca, la scacciarono dal castello insieme ai figli, sotto il freddo intenso, con quattro figli piccoli, senza soldi, cibo e nemmeno un cappotto. E con raffinamenti di crudeltà, proibirono, sotto pene severe, che ogni abitante di quella città l’accogliessero.

Dopo aver invano bussato alle innumerevoli porte, un oste – addolorato, però, timoroso delle rappresaglie – l’accolse, ma le offrì come ostello lo stabile, che serviva anche come un porcile! Così, la duchessa e figlia del re si vide costretta a passare la notte con i bambini e in compagnia dei maiali, cercando di proteggersi nelle attrezzature di equitazione per non morire di freddo.

Il giorno successivo, le persone caritatevoli e di buon carattere la portarono del cibo. Una notte e un giorno trascorse in quel porcile, dove è stata fortemente ricompensata da un’apparizione di Nostro Signor Gesù Cristo.Elisabetta3.jpg

Un vecchio prete delle vicinanze le offrì alloggio, mettendo a sua disposizione un misero tugurio. Un giorno la santa duchessa visitò il convento dei Frati Minori per chiedergli…aiuto? No. Gli chiese di cantare un Te Deum, con l’intenzione di ringraziare il Signore per la grazia di partecipare alle Sue sofferenze!

Secondo le ordini dei suoi cognati, alcuni impiegati la presero da quel miserabile rifugio, per tenerla imprigionata in condizioni spaventose nelle dipendenze del vecchio castello.

» Torna in alto

Rifiuta il più vantaggioso matrimonio dell’epoca

Dopo alcuni mesi di indicibile sofferenza, la zia Matilde, badessa di Kitzing, è venuta a conoscenza di tali fatti, e mandò messaggeri con due vetture per portarla insieme ai bambini al suo convento.

Poco dopo, suo zio Egberto, principe-vescovo di Bamberga, inviò una proposta di matrimonio dell’imperatore Federico II, il più potente sovrano del tempo. Ma Elisabetta aveva ambizioni molto più grandi! Il suo cuore era tutto proteso verso l’infinito e nulla su questa terra la poteva soddisfare.

Dopo pochi giorni, tornarono a Turingia i cavalieri che avevano accompagnato il duca Luigi alla Crociata. Presentandosi a Corrado e a Enrico, coraggiosamente rimproverarono la durezza e la crudeltà con cui avevano trattato la vedova ed i figli di suo fratello. I due colpevoli non hanno potuto resistere al candore orgoglioso dei suoi vassalli. E piangendo, chiesero scusa a Elisabetta, ripristinando tutti i suoi beni che erano stati spogliati.

» Torna in alto

A servizio dei malati

Elisabetta aveva costruito accanto al convento dei Frati Minori una casa molto modesta, soprannominata “Palazzo dell’abiezione” dai parenti di suo marito – in cui si stabilì con i bambini ed i servi che erano rimasti fedeli a lei.

Il Venerdì Santo del 1229, prese i voti nell’Ordine di San Francesco, e prese l’abito delle Clarisse. Dopo aver costruito per sé solo una povera dimora, utilizzò le sue risorse nella costruzione di chiese a Dio e di ospedali per i poveri malati, di cui lei stessa prendeva cura giorno e notte, con più affetto e sollecitudine di prima. Dio le diede la grazia di servire ai bisognosi, non solo con il pane per il corpo ma anche con lo splendore della sua luce, attraverso i miracoli che operava attraverso la Santa.

» Torna in alto

Le cure miracolose

Un giorno, trovò un bambino storpio e deforme sdraiato sulla soglia di un ospedale. Oltre ad essere sordomuto, non riusciva a camminare normalmente, solo a quattro zampe, come un animale. La madre lo aveva lasciato lì, sperando che la buona duchessa ne avesse pietà e lo accogliesse. Quando lo vide, Elisabetta si chinò ad accarezzare i suoi capelli arruffati e sporchi, e gli chiese:

– Dove sono i tuoi genitori ? Chi ti ha lasciato qui? Non ricevendo risposta, ripetè le domande. Ma il povero bambino appena la fissò con gli occhi spalancati. Sospettando di qualche possessione diabolica, proferì a voce forte e chiara:

– Nel nome di Nostro Signor Gesù Cristo, ordino a te o a chi è in te, che mi dica da dove vieni!

Immediatamente, il ragazzo si alzò e subito aveva imparato a parlare! Con facilità raccontò a Elisabetta la sua triste vita. Poi cadde in ginocchio e cominciò a piangere di gioia e di lode a Dio Onnipotente.

– Non conoscevo Dio, né sapevo della sua esistenza. Tutto il mio essere era morto. Non sapevo niente. Benedetta sii tu, signora! Lei ha ottenuto da Dio per me la grazia di non morire e di vivere a partire d’oggi in modo diverso. A queste parole, Elisabetta si mise anche in ginocchio per ringraziare il Signore, insieme al ragazzo, e alla fine gli raccomandò:Elisabetta4.jpg

– Ora torniamo ai tuoi genitori e non dire niente di ciò che è successo. Di’ solo che Dio ti ha salvato. Ti proteggi sempre del peccato per non accadere di tornare a quello che eri.

La notizia di quel miracolo si diffuse a macchia d’olio, diffondendo in tutta la Turingia la fama di santità di Elisabetta. Come risultato, è cresciuto molto il numero di coloro che ne hanno fatto ricorso. E Dio si degnò attraverso la sua intercessione, di accogliere a tutti.

» Torna in alto

Abbassò la testa, come se dormisse

Il 16 novembre 1231, la Santa si ammalò. Dopo aver ricevuto l’unzione degli infermi e il Viatico, il Signore le apparve e le disse che entro tre giorni la porterebbe in Cielo. Dopo aver avuto questa visione, il suo volto diventò così brillante che era quasi impossibile fissare i suoi occhi.

Al primo canto del gallo nel 19 novembre, lei disse. “Ecco il momento in cui Gesù nacque dalla Vergine Maria. Che gallo maestoso e splendido sarebbe stato il primo a cantare quella meravigliosa notte! O Gesù, che riacquistò il mondo, che lo riacquistò a me!” Poi aggiunse: “Oh Maria, oh Madre, vieni in mio soccorso!”

Poi disse a bassa voce: “Silenzio… Silenzio…!” E chinò la sua testa, come se dormisse. La sua anima era appena ingressata nella gloria celeste.

Per soddisfare la devozione del popolo che ci accorreva da ogni parte, il suo santo corpo fu esposto in chiesa per quattro giorni. Troppi miracoli attestarono la sua santità. Fu solennemente canonizzata nel 1235 da Papa Gregorio IX.

» Torna in alto

Famiglia di alta nobiltà e di grandi santi

L’Ungheria diede alla Chiesa molti santi, provenienti da tutti gli strati sociali. E’ l’unico paese che ha la gloria degli altari per il culto dei suoi re: Santo Stefano, Sant’Americo e San Ladislao. Ma Santa Elisabetta è senza dubbio la più venerata dal popolo ungherese.

Non fu una figura isolata a suo tempo, il Medioevo, la dolce primavera della fede. Era la nipote di Santa Edvige, duchessa di Polonia, e anche zia della gentile Santa Elisabetta, regina del Portogallo. Con le grazie che raggiunse dal Cielo e l’esempio della sua vita, ottenne la conversione dei due cognati.

La conversione di Corrado fu la più radicale: accompagnato dai suoi compagni di armi, andò a Roma – tutti a piedi e scalzi – per chiedere perdono al Papa per i loro misfatti. Dopo aver compiuto la penitenza imposta dal Papa, ingressò nell’Ordine di Santa Maria dei Cavalieri Teutonici.

Nel 1143, si ammalò e morì. Nel letto di dolore tale era la purezza della sua anima che la presenza di qualsiasi persona in stato di peccato mortale gli causava dolori molto forti. Morì poco dopo, già inebriato della gloria celeste.

(Antonio Queiroz; Rivista Araldi del Vangelo, Nov/2004, n. 35, p. 22 a 25)

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén