I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia

L’Eucaristia, l’Immacolata e il Sommo Pontefice!

Autore: Araldi del Vangelo (Page 2 of 52)

Santa Rita da Cascia, esempio di moglie, di madre e di religiosa, patrona delle cose impossibili e delle cause disperate

Colei che nel futuro sarebbe divenuta nota come l’avvocato dei disperati, nacque nel 1381 nel villaggio di Roccaporena, nella regione di Cascia, in Umbria (centro Italia). I suoi genitori – Antonio Mancini e Amata Ferri – formavano un coppia esemplare e godevano della fama di riconciliatori grazie all’abilità che avevano nel disfare inimicizie e nel porre fine a dispute, ed erano soprannominati “pacieri di Cristo”. Erano una coppia in età avanzata, però le loro preghiere furono ascoltate e misero al mondo una bambina. Quattro giorni dopo la sua nascita, ella ricevette nella fonte battesimale della chiesa di Santa Maria a Cascia il nome di Margherita, che in seguito fu teneramente ridotto a “Rita”.

Infanzia e adolescenza di Ritasanta_rita.jpg

Già nell’infanzia Rita si distingueva a casa per la sua inclinazione alla pietà e all’unione con Dio attraverso la preghiera, e così i suoi genitori attrezzarono una piccola stanza della casa con un oratorio dove ella trascorreva gradevoli momenti in preghiera. Nonostante fossero analfabeti, Amata e Antonio cercavano di trasmettere alla bambina le loro conoscenze sulla vita di Gesù, della Vergine Maria e dei santi popolari, e in questo modo Rita crebbe docile, rispettosa e ubbidiente ai suoi anziani genitori. All’età di otto anni manifestò il desiderio di consacrare la sua verginità a Gesù, lo sposo delle vergini, ma secondo le abitudini dell’epoca si rassegnò alla volontà dei suoi genitori, e alla fine della sua adolescenza si sposò con il giovane Paolo Fernando, fonte di molte sofferenze durante la vita matrimoniale.

La famiglia, chiesa domestica: sofferenze e prove

Suo marito, descritto come un individuo pervertito e impulsivo, di carattere feroce e non timoroso di Dio, non ammetteva opinioni diverse dalla propria. Molte volte offendeva la moglie senza motivo, ma ella non rispondeva mai con risentimento o lamentele. Rita gli era ubbidiente, gli chiedeva il permesso persino per andare in chiesa, e con il trascorrere degli anni la docilità e il benvolere della moglie trasformarono il leone feroce in un mite agnello: egli divenne rispettoso con la moglie dando un buon esempio ai due figli, Giangiacomo e Paolo Maria, che purtroppo avevano ereditato il carattere paterno.

Il matrimonio durò diciotto anni, fino al momento in cui Paolo Fernando fu brutalmente assassinato da nemici che aveva coltivato ai tempi della violenza. Una volta sepolto, fu aggraziato con molte preghiere e penitenze, in suffraggio per la sua anima, da Rita, che in un coraggioso atto eroico perdonò gli assassini.

Preferisce che i figli muoiano a vederli comettere peccato

Ancora una sofferenza colpì Rita: rifatta dal dolore causato dalla morte di suo marito, e avendo dedicato tutta la sua cura nella formazione dei due figli, ella si rese conto che entrambi volevano vendicare la morte del padre. Prese allora una decisione difficile ma ferma: chiese a Gesù di portare via i suoi figli prima che commettessero questo peccato, se fosse umanamente possibile impedirglielo; li amava così tanto che voleva vederli in Paradiso, con lo stesso sentimento che portò la madre di San Luigi, re di Francia, a dire al figlio che avrebbe preferito vederlo morto ai suoi piedi che vederlo commettere un peccato mortale.

Giangiacomo e Paolo Maria si ammalarono, ma ricevettero continuamente le cure della madre diligente, che otteneva per loro ogni medicina disponibile per conservare loro la vita, e quindi, riconciliati con Dio e avendo perdonato gli assassini del padre, partirono verso l’eternità (il che avvenne circa un anno dopo la morte di Paolo Fernando, insieme al quale furono seppolti). Si direbbe che Rita rimase sola nel mondo, ma nella più perfetta delle solitudini, perché aveva Dio con sé.

Si inclina alla vita religiosa conventuale

Libera dai doveri matrimoniali o materni, Rita si perfezionò nella pratica delle virtù dedicandosi alla carità e alla preghiera, ma ciò non era sufficiente per lei, così presa dall’amore per Dio, e che fin dall’infanzia aspirava alla vita religiosa. Quando passava davanti ai conventi e ai monasteri, sentiva un’attrazione interiore per la vita dei chiostri e provava un’invidia santa delle anime vergini che vi si trovavano chiuse in totale affidamento a Gesù. Tuttavia, grazie al matrimonio, un muro invalicabile si era alzato tra lei e la vita conventuale: secondo le norme e le regole vigenti, le era vietato l’ingresso nella vita che tanto desiderava. Rita voleva una cosa impossibile: bussando alla porta del convento delle religiose agostiniane di Santa Maria Maddalena, ricevette dalla madre superiora una risposta negativa, nonostante la buona impressione che le causò, perché li si ammettevano soltanto donne nubili, e così era impossibile ammettere chi aveva già avuto una vita matrimoniale.

Vuole seguire i consigli evangelici

Respinta, continuò con le preghiere e le penitenze, oltre alle buone opere, ma mantenendo la fiducia in quello che considerava una “causa disperata” tornò due volte nello stesso convento per implorare di essere ammessa. In entrambe le occasioni fu nuovamente respinta. Si affidò allora alla volontà di Dio, raccomandandosi ai santi per la sua devozione. Praticava giá la povertà disfacendosi dei beni che possedeva e che distribuiva tra i bisognosi; la castità la viveva allo stato di vedovanza e non era interessata a contrarre nuove nozze, e così trattava con distacco il proprio corpo. Le mancava ancora l’ubbidienza, che desiderava abbracciare all’interno di un convento, sottomettendo pienamente la sua volontà a una persona con la superiorità religiosa.

Dio le propizia l’ingresso nel conventosanta_rita_2.jpg

Una notte sentì una voce che la chiamava per nome: “Rita, Rita”… Sembrava che non ci fosse nessuno, e riprendendo le sue preghiere udì nuovamente il suo nome: “Rita, Rita”. Si incamminò verso la porta e vi trovò tre persone in cui riconobbe San Giovanni Battista (che come lei era stato concepito nella vecchiaia dei genitori), Sant’Agostino (fondatore della famiglia agostiniana tanto ammirata da lei) e San Nicola da Tolentino (religioso agostiniano), i quali la invitarono a seguirli. Arrivando al convento di Santa Maria Maddalena dove era stata respinta tre volte, la porta era ovviamente ben chiusa, perché era il momento in cui le religiose dormivano. Ma i suoi tre protettori inspiegabilmente la fecero entrare all’interno dell’edificio. Quando le religiose si riunirono per i doveri del mattino, si stupirono nel trovare Rita a pregare nella cappella, e una volta accertato che la porta non era stata sfondata e che non vi era alcun segno che potesse spiegare l’entrata della vedova tramite mezzi umani, credettero nel suo racconto e riconobbero così la volontà di Dio: una nuova anima fu allora accolta in quella famiglia religiosa. Rita si disfece dei suoi beni e abbracciò formalmente la povertà evangelica. Continuò a mantenere la castità nella vedovanza dopo aver vissuto lo stato matrimoniale, e divenne sottomessa all’autorità della madre superiora, rinunciando persino alla propria volontà.

Un miracolo è il premio dell’ubbidienza

Una volta Rita ricevette dalla superiora l’ordine di annaffiare due volte al giorno un ramo secco, compito che fu svolto con diligenza ogni mattina e pomeriggio, ogni giorno, ogni mese, osservata con un ironico sorriso dalle altre suore. Esse si stupirono quando circa un anno dopo spuntarono delle foglie nella vigna che cominciava a crescere, e che iniziò a produrre dell’uva saporita secolo dopo secolo, prodotto della santa ubbidienza. Quest’albero attraversò i secoli ed arrivò ai nostri giorni mantenendosi vivo e fruttifero, frutto della cieca ubbidienza alla quale si sottomise.

Stigmatizzata, partecipa alla sofferenza di Gesù

Nella Quaresima del 1443 Rita ascoltò un’edificante predica di San Giacomo della Marca (1394-1476), un frate francescano discepolo di San Bernardino da Siena. Le parole del religioso la colpirono profondamente e quindi, prostrata dinanzi all’immagine del Crocifisso, chiese di partecipare a quei dolori lancinanti, anche se fosse il dolore di una delle spine, e fu immediatamente assecondata: la sua fronte fu ferita da una spina della corona, il che la fece svenire di dolore. Diversamente dalle piaghe di Gesù che si aprirono su altri santi, quella di Rita si manifestò con un aspetto ripugnante, purulenta e con un odore fetido che la fece vivere una vita isolata all’interno del convento, in una cella lontana dove una religiosa le portava il necessario da vivere. Questa sofferenza si estese per quindici anni.

In occasione dell’anno del Giubileo proclamato dal Papa Nicolao IV, nel 1450, Rita manifestò il desiderio di recarsi a Roma con altre religiose, ma non ottenne il permesso della madre superiora, a causa del suo stato di salute che si aggravava a causa della ferita provocata dalla spina. Rita chiese allora a Dio la sparizione della ferita e fu assecondata, potendo così viaggiare per la Città Eterna, dove praticò gli atti di pietà propri dell’occasione. Quando ritornò in convento la ferita riapparve e la religiosa riprese la sua vita di sofferenze. La salute peggiorava, i dolori aumentavano, ma la gioia e il sorriso continuavano in mezzo alla santa sofferenza. Negli ultimi giorni di vita il suo unico alimento fu il Pane Eucaristico.

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Il roseto fiorì in pieno inverno, rappresentando la realizzazione di una cosa impossibilesanta_rita_3.jpg

Con il sopraggiungere della fine della sua vita Rita si confortò con la notizia di un fenomeno inconsueto, o ancora meglio, “impossibile”: durante un rigoroso inverno si notò nel suo orticello un roseto tutto fiorito e anche un fico i cui frutti erano maturi e saporiti. Questo fatto prefigurava la nuova rosa, che in breve avrebbe ornato il Paradiso, e il frutto che Gesù avrebbe colto in Terra, con cui deliziarsi in cielo, e fino ad oggi é tradizionale la Benedizione delle Rose, che sono portate agli infermi in allusione al roseto che fiorì miracolosamente in pieno inverno e che consolò Rita nella sua malattia. Infine, confortata dai Sacramenti, Rita fu chiamata alla Casa del Padre il 22 maggio 1457, all’età di 76 anni, dopo quattro decenni di vita religiosa. Non lasciò scritti (lettere, diari: nulla di ciò esiste), ma soltanto gli esempi e i ricordi della sua vita di santità. Si registrò negli annali della storia che le campane del convento e della città di Cascia suonarono senza l’intervento di mani umane.

In Cielo patrona delle cose impossibili e delle cause disperate

Con la morte di Rita, la ferita sulla fronte prima ripugnante divenne brillante e pulita, esalando profumo. L’esposizione del suo corpo per l’ultimo saluto dei numerosi pellegrini che accorsero nel convento si estese giorno dopo giorno. Finì per non esserci un funerale formale, ma il cadavere non soffrì la consueta decomposizione, e fino ad oggi si può vedere la sua faccia, apprezzata da coloro che visitano la cappella del convento in cui la Santa delle Cose Impossibili visse. Figlia ubbidiente, sposa maltrattata, madre amorosa, vedova fiduciosa, religiosa stigmatizzata… ci sarebbero tanti aggettivi da applicare a questa agostiniana di spirito, e che non si riposò finché non divenne religiosa di fatto, ma tutti gli aggettivi si riassumono in queste parole, che sono motivo di speranza da parte di tutti i suoi devoti: patrona delle cose impossibili e delle cause disperate.

Fonti:

Heavenly Friends (Rosalie Marie Levy, St. Paul Editions, 1984).
The Incorruptibles (Joan Carroll Cruz, Tan Books, 1977)
A História de Santa Rita de Cássia (sito dei religiosi Agostiniani Recolletti, http://www.santarita-oar.org.br/base.php?page=santarita_historico)

“Santa Rita da Cascia” – Chiesa di San Benedetto in Piscinula, Roma

Avvocata dei poveri e dei disperati

Umiltà ed obbedienza sono state la via sulla quale Rita ha camminato verso un’assimilazione sempre
più perfetta al Crocifisso. La stigmate che brilla sulla sua fronte è l’autenticazione della sua maturità
cristiana. Sulla Croce con Gesù, ella si è in certo modo laureata in quell’amore, che aveva già
conosciuto ed espresso in modo eroico tra le mura di casa e nella partecipazione
alle vicende della sua città.Seguendo la spiritualità di sant’Agostino, si fece discepola del Crocifisso ed “esperta nel
soffrire”, imparò a capire le pene del cuore umano. Rita diventò così avvocata dei poveri
e dei disperati, ottenendo per chi l’ha invocata nelle più diverse situazioni innumerevoli
grazie di consolazione e di conforto.Beato Giovanni Paolo II

San Felice da Cantalice

Felice Porri nacque a Cantalice (Rieti) verso il 1515 da poveri ma onesti contadini, e anche lui fino a trent’anni lavorò come pastore e contadino. Nel 1543 entrò nel convento di Anticoli di Campagna (l’attuale Fiuggi) dove compì l’anno di noviziato. Rimessosi da una febbre che lo aveva ridotto in fin di vita, il 18 maggio1545emise la professione religiosa nel convento di Monte S. Giovanni Campano. Quindi sostò per circa due anni, dal 1545 al 1547, nei conventi di Anticoli, Monte S. Giovanni, Tivoli e della Palanzana (Viterbo).

Verso la fine del 1547 o l’inizio del 1548 si trasferì a Roma nel convento di S. Niccolò de Portiis (ora Santa Croce dei Lucchesi), ai piedi del Quirinale, dove nei rimanenti quarant’anni della sua vita questuò pane, vino e olio per i suoi confratelli.

Felice ebbe temperamento mistico. Dopo mattutino passava molte ore in chiesa, non disponendo di molto tempo durante la giornata a motivo della questua. Nutrì una tenera devozione alla Vergine Madre, che gli apparve più volte. Nei giorni festivi soleva peregrinare alle “Sette Chiese” oppure visitava gli infermi nei vari ospedali romani.

Nel suo ufficio di cercatore per le vie di Roma, assistendo ammalati e poveri, edificava tutti quelli che incontrava con il suo incedere lieto e la corona del rosario sempre in mano.

Fu efficace consigliere spirituale di gente umile e della stessa aristocrazia della Roma rinascimentale. San Carlo Borromeo ne ricercava la conversazione, san Filippo Neri Papa Sisto V l’ebbero per intimo amico. San Filippo Neri quando lo incontrava per via era capace di chiedergli ora la benedizione, ora una fiasca di vino cui s’attaccava tra le risa bonarie dei passanti. Poi per contraccambiare gli metteva sul capo il suo cappello.

Felice però prediligeva specialmente i fanciulli, i quali lo riamavano con pari affetto. Appena lo vedevano comparire, a frotte gli andavano incontro per baciargli il cordone, chiedergli la benedizione e cantare con lui il suo abituale «Deo gratias». «Deo Gratias, fra Felice, Deo gratias» si mettevano a gridare e fra Felice, con gli occhi pieni di lacrime, rispondeva: «Deo gratias, cari bambini, Deo gratias! Siate benedetti, Deo gratias!».

Li radunava quindi attorno a sé e insegnava loro facili canti di sua invenzione o li invitava a ripetere dolcemente il nome di Gesù. Per molti anni dopo la sua morte ragazzi e adulti seguitarono a cantare le sue ballate, come queste:“Croce di Cristo in fronte mia, parole di Cristo in bocca mia, amore di Cristo nel cuore mio”.

“Vivo sì lieto che… già mi pare di essere in cielo: e piaccia al Signore di non darmi, di qualche cosuccia che opero, il premio nella presente vita”.

“Ragionate di Dio che rallegra il cuore, e non di cose vane che imbrattano il cuore”. 

“Conosco solo sei lettere: cinque rosse e una bianca; le cinque lettere rosse sono le piaghe di nostro Signore Gesù Cristo, la bianca, la Madonna”. 

“Occhi a terra, cuore in cielo, corona in mano”. 

S. Felice da Cantalice

“Gesù, somma speranza, 
del cuor somma baldanza.
Deh! dammi tanto amore, 
che mi basti ad amarti”.

“Se tu non sai la via d’andare in paradiso, 
vattene a Maria con pietoso viso, 
ch’è clemente e pia: t’insegnerà la via 
d’andare in paradiso”.

Dio predilesse talmente Fra Felice che gli concesse il dono di predire il futuro e di penetrare nel segreto dei cuori. Egli annunziò il trionfo dei cristiani contro i Turchi a Lepanto (1571) prima ancora che ne fosse giunta la notizia a Roma; a Sisto V predisse il papato; ad altri la vocazione religiosa; ad altri una morte imminente.

Morì a Roma il 18 maggio 1587 dopo un’estasi in cui vide la Madonna circondata dagli angeli. Sisto V ne fece celebrare il processo canonico l’anno stesso con l’intenzione di canonizzarlo immediatamente, poiché i miracoli operati dal santo ancor vivente e subito dopo la morte erano sulla bocca di tutti.

Ma di fatto Felice fu beatificato il 1 ottobre 1625 da Urbano VIII e canonizzato da Clemente XI il 22 maggio 1712. Le sue reliquie sono venerate a Roma nella chiesa del convento dei Cappuccini dell’Immacolata Concezione di via Veneto. Tradizionalmente nell’Ordine dei Cappuccini il 18 maggio è la festa dei fratelli laici.

Card. Sarah: la Chiesa deve cambiare. Deve smettere di avere paura di scioccare

Troppo spesso la Chiesa ha voluto dimostrare che era “di questo mondo” dedicandosi alle cause consensuali piuttosto che all’apostolato, deplora il cardinale guineano *.

La Chiesa ha ancora un posto in un’epidemia nel 21 ° secolo? A differenza di secoli fa, la maggior parte delle cure mediche è ora fornita dallo stato e dal personale sanitario. La modernità ha i suoi eroi secolarizzati in camice bianco e sono ammirevoli. Non ha più bisogno di battaglioni di beneficenza di cristiani per prendersi cura dei malati e seppellire i morti. La Chiesa è diventata inutile per la società?

Il virus Covid-19 riporta i cristiani alle origini. In effetti, la Chiesa è da tempo entrata in una relazione distorta con il mondoDi fronte a una società che affermava di non averne bisogno, i cristiani, attraverso la pedagogia, cercavano di dimostrare che potevano esservi utili. La Chiesa si è dimostrata educatrice, madre dei poveri, “esperta di umanità” nelle parole di Paolo VI. Aveva ragione a farlo. Ma a poco a poco i cristiani finirono per dimenticare il motivo di questa competenzaHanno finito per dimenticare che se la Chiesa può aiutare l’uomo ad essere più umano, alla fine è perché ha ricevuto da Dio le parole della vita eterna.

La Chiesa è impegnata nella lotta per un mondo migliore. Ha giustamente sostenuto l’ecologia, la pace, il dialogo, la solidarietà e l’equa distribuzione della ricchezza. Tutti questi combattimenti sono giusti. Ma potrebbero far dimenticare la parola di Gesù: “Il mio regno non è di questo mondo”. La Chiesa ha messaggi per questo mondo, ma solo perché ha le chiavi dell’altro mondo. I cristiani a volte hanno pensato alla Chiesa come aiuto dato da Dio all’umanità per migliorare la loro vita qui sulla terra. E non mancavano di argomenti poiché la fede nella vita eterna fa luce sul modo giusto di vivere in questo secolo.

Il virus Covid-19 ha esposto una malattia insidiosa che stava divorando la Chiesa: pensava di essere “di questo mondo”. Voleva sentirsi legittima ai suoi occhi e secondo i suoi criteri. Ma è emerso un fatto radicalmente nuovo. La modernità trionfante è crollata prima della morte. Questo virus ha rivelato che, nonostante le sue assicurazioni e la sua sicurezza, il mondo sottostante rimane paralizzato dalla paura della morte. Il mondo può risolvere le crisi sanitarie. Arriverà sicuramente alla fine della crisi economica. Ma non risolverà mai l’enigma della morte. La sola fede ha la risposta.

Illustriamo questo punto in modo molto concreto. In Francia, come in Italia, la questione delle case di riposo, il famoso Ehpad, era un punto cruciale. Perché? Perché la questione della morte è nata direttamente. I residenti anziani dovrebbero essere confinati nelle loro stanze a rischio di morire di disperazione e solitudine? Dovrebbero rimanere in contatto con le loro famiglie a rischio di morire di virus? Non sapevamo come rispondere.

Lo stato, immerso in un secolarismo che sceglie in linea di principio di ignorare la speranza e di restituire i culti al dominio privato, è stato condannato al silenzio. Per lui, l’unica soluzione era fuggire la morte fisica ad ogni costo, anche se ciò significava condannare la morte morale. La risposta potrebbe essere solo una risposta di fede: accompagnare gli anziani verso una probabile morte, con dignità e soprattutto con la speranza della vita eterna.

L’epidemia ha colpito le società occidentali nel punto più vulnerabile. Erano organizzati per negare la morte, nasconderla, ignorarla. È entrata dalla grande porta! Chi non ha visto questi giganteschi obitori a Bergamo o Madrid? Queste sono le immagini di una società che recentemente ha promesso un uomo aumentato e immortale.

Le promesse della tecnologia consentono di dimenticare la paura per un momento, ma finiscono per essere illusorie quando colpisce la morte. Perfino la filosofia dà solo un po ‘di dignità a una ragione umana sommersa dall’assurdità della morte. Ma non è in grado di consolare i cuori e dare un significato a ciò che sembra esserne definitivamente privato.

Di fronte alla morte, non esiste una risposta umana che reggaSolo la speranza di una vita eterna può superare lo scandalo. Ma quale uomo oserà predicare la speranza? Ci vuole la parola rivelata di Dio per osare di credere in una vita senza fine. Hai bisogno di una parola di fede per osare di sperare in te stesso e nella tua famiglia. La Chiesa cattolica si rinnova quindi con la sua responsabilità primaria. Il mondo si aspetta da lei una parola di fede che le permetterà di superare il trauma di questo faccia a faccia con la morte che ha appena vissuto. Senza una chiara parola di fede e speranza, il mondo può sprofondare in una morbosa colpa o rabbia indifesa per l’assurdità della sua condizione. Solo questo può permettergli di dare un senso a queste morti di persone care, che sono morte in solitudine e sono state sepolte in fretta.

Ma poi la Chiesa deve cambiare. Deve smettere di avere paura di scioccare. Deve rinunciare a pensare a se stesso come a un’istituzione del mondo. Deve tornare alla sua unica ragion d’essere: la fede. La Chiesa è lì per annunciare che Gesù ha vinto la morte con la sua risurrezione. Questo è il cuore del suo messaggio: “Se Cristo non è stato risuscitato, la nostra predicazione è vana, la nostra fede è ingannevole e noi siamo il più miserabile di tutti gli uomini”. (1 Corinzi 15, 14-19). Tutto il resto è solo una conseguenza.

Le nostre società emergeranno indebolite da questa crisi. Avranno bisogno di psicologi per superare il trauma di non poter accompagnare gli anziani e i morenti nella loro tomba, ma avranno ancora più bisogno di sacerdoti che insegneranno loro a pregare e sperare. La crisi rivela che le nostre società, senza saperlo, soffrono profondamente di un male spirituale: non sanno dare senso alla sofferenza, alla finitudine e alla morte.

* Il cardinale Sarah è prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti all’interno della Curia romana.

VI Domenica di Pasqua – (Anno – A)

Gesù insegna agli Apostoli

Vangelo

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: 15 “Se Mi amate, osserverete i miei Comandamenti. 16 Io pregherò il Padre ed Egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre, 17 lo Spirito di Verità che il mondo non può ricevere, perché non Lo vede e non Lo conosce. Voi Lo conoscete, perché Egli dimora presso di voi e sarà in voi. 18 Non vi lascerò orfani, ritornerò da voi. 19 Ancora un poco e il mondo non Mi vedrà più; voi invece Mi vedrete, perché Io vivo e voi vivrete. 20 In quel giorno voi saprete che Io sono nel Padre e voi in Me e Io in voi. 21 Chi accoglie i miei Comandamenti e li osserva, questi Mi ama. Chi Mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’Io lo amerò e Mi manifesterò a lui” (Gv 14, 15-21).

L’amore integro deve essere la causa del bene totale Praticare il bene esige compiere i Comandamenti della Legge di Dio, senza ammettere nessuna concessione al male. Ma, la condizione per osservare i precetti divini è la carità. Come raggiungere, allora, questo amore integro e senza macchia che ci conduce al bene totale? I – Lo Spirito Santo è l’anima della Chiesa

Meraviglioso è il dono della vita! Tanto ci incantano l’innocenza e l’esuberanza del bambino quanto ci impressiona gravemente la considerazione di un corpo umano senza vita. Inerte, si trova in stato di violenza, di tragedia, discordante dalla sua normalità. Fino a poco prima, si notava in esso come tutte le membra e gli organi, così distinti tra loro, comunque si ordinavano in funzione dell’unità data dall’anima. Assente quest’ultima, il corpo intero entra in decomposizione.

Fonte d’unità, vita e movimento

Quanto avviene nella natura umana è immagine di un qualcosa di molto più elevato e misterioso: la relazione della Chiesa con lo Spirito Santo. A questo proposito, Sant’Agostino precisa: “Ciò che è il nostro spirito, cioè, la nostra anima in relazione alle nostre membra, così è lo Spirito Santo in relazione ai membri di Cristo, al Corpo di Cristo che è la Chiesa”.1 Infatti, lo Spirito Santo è propriamente l’anima della Chiesa nel senso in cui non le comunica il suo essere sostantivo divino, ma le dà unità, vita e movimento. Non solo questo, ma Egli la santifica, promuove la sua crescita e splendore, facendo di lei “il Tempio del Dio Vivo” (II Cor 6, 16). In tal modo questo corpo morale straordinario, che è la Chiesa, ha una vera vitalità soprannaturale solo per azione dello Spirito Santo. È quanto afferma Papa Paolo VI: “Lo Spirito Santo abita nei credenti, riempie e regge tutta la Chiesa, realizza quella meravigliosa comunione dei fedeli e unisce tutti così intimamente in Cristo, che è principio dell’unità della Chiesa”.2

Azione santificatore nelle anime

In Gesù Cristo, l’unione della natura divina con quella umana ha per ipostasi il Verbo, la Seconda Persona della Santissima Trinità. Nelle anime dei giusti, la grazia santificante, che ci rende partecipi della natura divina, è attribuita per appropriazione al Divino Spirito Santo.3 È, pertanto, Lui il promotore della nostra divinizzazione (con la “d” minuscola), della nostra unione con Dio. “Nel cristiano” – spiega padre Royo Marín – “l’inabitazione equivale all’unione ipostatica nella persona di Cristo, nonostante non sia essa, ma la grazia santificante, che ci costituisce formalmente figli adottivi di Dio. La grazia santificante penetra e imbeve formalmente la nostra anima, divinizzandola, ma la divina inabitazione è come l’incarnazione dell’assolutamente divino nelle nostre anime: dello stesso essere di Dio tale come è in Se stesso, uno in essenza e trino in persone”.4 Per valersi delle grazie della commemorazione della Pentecoste, che si avvicina, la Liturgia di questa domenica ci invita a considerare la meraviglia dell’azione santificatrice dello Spirito Santo nelle nostre anime. Quanto ha bisogno il mondo, nella situazione attuale, di un suo soffio speciale per mutare i cuori e rinnovare completamente la faccia della Terra! È in questa prospettiva che dobbiamo riflettere sulle sublimi parole del Divino Maestro, proposte dalla Chiesa alla nostra elevata meditazione in questo giorno.

II – L’amore, condizione perché si compia la Legge

Il passo del Vangelo considerato oggi, integra il grande “Discorso della Cena” pronunciato da Gesù al termine del banchetto pasquale, dopo che Giuda Iscariota si era ritirato per consumare il suo tradimento (cfr. Gv 13, 31–17, 26). San Giovanni è stato l’unico Evangelista a consegnare questo discorso, forse il più bello e più mirabile proferito dalle adorabili labbra del Redentore. L’umiltà manifestata momenti prima da Cristo nel lavare i piedi di ognuno dei suoi discepoli – che poco prima disputavano il primo posto… – aveva inciso nelle loro anime una profonda impressione della bontà divina e allo stesso tempo aveva reso più intensa in loro la coscienza della propria indegnità. D’altro lato, è probabile che il commovente annuncio del tradimento di uno di loro li aveva lasciati sconcertati e terrorizzati. Infine, l’istituzione della Sacra Eucaristia, grande Sacramento d’amore, aveva stretto ancor più i lacci che li univano al Signore, incutendo loro fiducia e aprendo loro gli orizzonti della vita eterna. “Il fatto che Gesù abbia parlato soltanto ai suoi Apostoli, che aveva appena istituito sacerdoti e a cui aveva comunicato il suo Corpo e Sangue” – commenta Gomá y Tomás – “e che fosse l’ultimo colloquio che avrebbe avuto con loro prima della sua Morte […] conferisce un rilievo straordinario a questo discorso. In esso il Divino Maestro ha aperto completamente il suo pensiero e il suo cuore, dando loro quello che potremmo definire la quintessenza del Vangelo”.5

Gesù lava i piedi agli Apostoli

15 “Se Mi amate, osserverete i miei Comandamenti”.

Quando contempliamo una bella immagine della Madonna, rimaniamo estasiati dall’espressione che l’artista ha saputo imprimere ai tratti della fisionomia, mettendo in risalto questa o quella virtù al fine di stimolare la devozione dei fedeli. Tuttavia, basterebbe un graffio sul volto per squalificare l’opera intera. San Tommaso, ripetendo il principio di Dionigi l’Areopagita, ci insegna che il bene procede da una causa integra, mentre il male, da un qualche difetto: “bonum est ex integra causa, malum autem ex singularibus defectibus”.6 E se desideriamo la perfezione in una immagine della Madonna, dobbiamo volerla anche, per coerenza, nel bene che pratichiamo, poiché se in esso ci fosse qualche difetto, sarebbe già presente il male. Dobbiamo, dunque, sforzarci di praticare i Comandamenti nella loro integrità.

Plinio Corrêa de Oliveira con abito da Prima Comunione

Il Prof. Plinio Corrêa de Oliveira dà una significativa testimonianza a questo riguardo, ricordando le sue entusiastiche reazioni durante le lezioni di Catechismo sui Dieci Comandamenti: “Come sono belli e leniscono l’anima! Mi ricordo – tanti anni fa! – di quando li ho appresi; li recitavo a memoria e mi dicevo: ‘Che bella cosa! Non dire falsa testimonianza, non rubare, onora il padre e la madre, ama Dio sopra tutte le cose, non nominare il suo Santo Nome invano, ecc’… E, incantato, pensavo: ‘Se tutte le persone agissero così, come il mondo sarebbe bello e diverso dell’attuale!’”.7 Se amiamo questi divini precetti con l’impeto e la forza che si aspetta da noi il Creatore, avremo maggior facilità ad osservarli, perché prima di tutto è necessario amare, come si legge nel Deuteronomio: “Cosa ti chiede il Signore tuo Dio, se non che tu tema il Signore tuo Dio, che tu cammini per tutte le sue vie, che tu l’ami e serva il Signore tuo Dio con tutto il cuore e con tutta l’anima, che tu osservi i Comandamenti del Signore e le sue Leggi, che oggi ti do per il tuo bene?” (10, 12-13). Dobbiamo, dunque, accogliere nel nostro cuore e amare i suoi Comandamenti, ossia, non basta cercare di capirli razionalmente. Provando un vero amore ed entusiasmo per il Supremo Legislatore, vedremo come è bella la pratica della virtù e come è orrenda qualunque offesa a Lui. Ora, come avere questo amore e dove trovare le forze per compiere integralmente tale desiderio di Nostro Signore?

III – Preparazione per la discesa dello Spirito Santo 16 “Io pregherò il Padre ed Egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre,…”

Il termine Consolatore – Paraclito, traduzione dell’originale greco Parakletos – significa etimologicamente “chiamato ad aiutare”, come il vocabolo latino Advocatus. Quando si riferisce allo Spirito Santo come Consolatore, Nostro Signore impiega questa parola nel senso di Avvocato. È propria dell’avvocato la funzione di difendere in giudizio la causa dei suoi clienti, presentando tutti gli argomenti e le prove affinché questi non siano condannati. Ora, data la contingenza umana, tutti commettiamo mancanze. Come afferma San Giovanni – ad eccezione soltanto della Madonna e dello stesso Gesù Cristo, Uomo Dio –, chi dice che non ha peccato è un bugiardo (cfr. I Gv 1, 8). Così, tutti siamo rei e, a ragione, temiamo la giustizia divina. Come ci presenteremo noi davanti al Giudice con queste lacune, senza possedere l’integrità di cui ci parla il versetto precedente? Per questa ragione, il Divino Pastore ci promette di inviare il Consolatore per aiutarci nella pratica della Legge.

Santa Teresa di Gesù Bambino

Infatti, quando agiamo bene, dobbiamo avere la certezza assoluta che la nostra buona azione non è frutto della nostra povera natura decaduta, quanto dell’indispensabile ausilio della grazia divina. Santa Teresa di Gesù Bambino sperimentava chiaramente questa insufficienza scrivendo: “Si sente che far del bene è tanto impossibile senza il soccorso del Signore, quanto far brillare il sole in piena notte”.8 Questo Consolatore, afferma ancora Nostro Signore, rimarrà per sempre con noi. Ossia, continuerà ad agire incessantemente, a proteggere e a consolare, anche se non nella stessa intensità, e a volte in modo impercettibile. Tocca a noi, così, ascoltare quello che Lui ci dice nel fondo dell’anima, seguendo i principi e i dettami della nostra coscienza. Anche per questo, abbiamo necessità di una grazia divina. Se saremo fedeli a queste ispirazioni, avremo un Avvocato contro le accuse presentate dalla nostra coscienza e quelle che il demonio farà a ognuno di noi, nel Giudizio Particolare.

Opposizione tra lo Spirito Santo e il mondo 17a “…lo Spirito di Verità che il mondo non può ricevere, perché non Lo vede e non Lo conosce”.

Che cosa porta il mondo a non vedere né conoscere lo Spirito della Verità? Chi decide di seguire dei principi contrari alla Legge di Dio, cerca di deformare e acquietare la sua coscienza, per non udire la voce dello Spirito Santo che continuamente gli indica la retta via della virtù e della santità alla quale tutti – senza eccezione alcuna – siamo chiamati, secondo la dottrina resa ben esplicita dal Concilio Vaticano II: “Il Signore Gesù, maestro e modello divino di ogni perfezione, a tutti e a ciascuno dei suoi discepoli di qualsiasi condizione ha predicato quella santità di vita, di cui egli stesso è autore e perfezionatore: ‘Siate dunque perfetti come è perfetto il vostro Padre celeste’ (Mt 5, 48). […] È dunque evidente per tutti, che tutti coloro che credono nel Cristo di qualsiasi stato o rango, sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità”. 9

Partecipare alla relazione tra le tre Persone divine 17b “Voi Lo conoscete, perché Egli dimora presso di voi e sarà in voi. 18 Non vi lascerò orfani, ritornerò da voi. 19 Ancora un poco e il mondo non Mi vedrà più; voi invece Mi vedrete, perché Io vivo e voi vivrete. 20 In quel giorno voi saprete che Io sono nel Padre e voi in Me e Io in voi”.

La scena è emozionante. In questo discorso di commiato, Nostro Signore vuole mettere in chiaro che ogni battezzato, fa parte di questo rapporto di familiarità tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Come il Padre è nel Figlio, la Trinità sarà in me, se io amerò Dio e compirò la Legge. Lo Spirito Santo sarà in me, e sarò Suo tempio vivo. Come dobbiamo, dunque, aver cura di questo tempio, di questo tabernacolo che siamo noi stessi, non permettendo mai che in lui entri il disordine del peccato!

Santissima Trinità

Non esiste amore senza umiltà 21a “Chi accoglie i miei Comandamenti e li osserva, questi Mi ama”.

Qui il Divino Maestro riprende l’idea dell’inizio del Vangelo di questa domenica: amare Dio sopra tutte le cose significa praticare i Comandamenti. In questo consiste la prova del vero amore. Ora, possiamo dire che la base fondamentale per accogliere i Comandamenti della Legge di Dio si chiama umiltà. L’orgoglioso confida in sé, si giudica capace di tutto, per questo, non vedrà la necessità di credere in un Dio onnipotente. Per accogliere i Comandamenti, si deve respingere quello a cui la natura umana decaduta aspira: esser considerata un dio. A partire dal momento in cui la persona si inclina al peccato, comincia a cedere in materia di orgoglio o di sensualità, e se non riceve una protezione molto speciale della grazia, ella andrà fino all’ultimo limite del male. Osserva a questo proposito il Prof. Plinio Corrêa de Oliveira: “Come i cataclismi, le cattive passioni hanno una forza immensa, ma per distruggere. Questa forza ha già potenzialmente, nel primo istante delle sue grandi esplosioni, tutta la virulenza che si manifesterà più tardi nei suoi peggiori eccessi”.10

Il pericolo delle concessioni

Infatti, le concessioni al peccato si comparano a una piccola palla di neve che si stacca dalla cima della montagna, va crescendo a mano a mano che scende e finisce per provocare una valanga. Apparentemente insignificanti al principio, se non sono combattute, possono portare l’anima all’estremo di questa assurda pretesa: “Salirò in cielo, sulle stelle di Dio innalzerò il trono, dimorerò sul monte dell’assemblea, nelle parti più remote del settentrione. Salirò sulle regioni superiori delle nubi, mi farò uguale all’Altissimo” (Is 14, 13-14). Il delirio di voler essere Dio è incrostato in ogni difetto consentito. La tentazione proposta a Eva dal demonio, incitandola a mangiare del frutto proibito, lo illustra bene: “quando voi ne mangiaste […] diventereste come Dio” (Gen 3, 5). Mangiare del frutto dell’albero della scienza del bene e del male era l’unica proibizione che c’era nel Paradiso! Malgrado ciò, Adamo cadde, e il suo peccato produsse, secondo Lacordaire, “effetti disastrosi, tali come l’oscuramento dello spirito, l’indebolimento della volontà, il predominio del corpo sull’anima e dei sensi sulla ragione, conseguenze deplorevoli che ci sono per di più rivelate dall’esperienza che facciamo, in noi stessi, dell’impero del peccato”.11 Fino ad oggi l’umanità intera soffre le conseguenze di questa prima trasgressione a un ordine di Dio, commessa nel Paradiso. Il Signore Gesù ha dovuto incarnarSi e volontariamente spargere tutto il suo Sangue per ripararla. Qui si misura quanto necessitiamo di vita interiore, di preghiera e di vigilanza per eliminare subito al suo sorgere quanto possa condurci al peccato. Il contrario di questa situazione ci è dato dal meraviglioso invito del versetto seguente.

Un’idea sbagliata di teofania 21b “Chi Mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’Io lo amerò e Mi manifesterò a lui”.

Gli Apostoli, ancora troppo influenzati dalla falsa concezione messianica vigente in Israele, erano in attesa di una manifestazione straordinaria di Nostro Signore per il mondo intero, come era avvenuto a volte nell’Antico Testamento. Immaginavano così una glorificazione terrena di Gesù, il quale sarebbe stato riconosciuto dal popolo come il Messia liberatore. Meri interessi mondani in questi uomini, chiamati, nondimeno, a essere i pilastri, i fondamenti della Santa Chiesa Cattolica Apostolica e Romana! Ora, una dimostrazione inequivocabile della divinità di Gesù avrebbe reso la Fede meno meritoria. Ascoltare, fra tremori di terra, nuvole di fumo che si alzano dalla montagna, squilli di trombe, una voce che proclama: “Io sono il Dio di Israele…”, avrebbe portato a un’accettazione del Messia più per l’evidenza che per la Fede, il che sarebbe risultato inutile. Infatti, non erano già sufficienti gli innumerevoli miracoli fatti dal Divino Maestro davanti alle folle? Quanti ciechi vedevano, quanti paralitici camminavano, quanti lebbrosi furono mondati! Senza contare le moltiplicazioni dei pani e dei pesci. A tutto, il popolo aveva assistito con cuore indurito. Per caso, nella suprema ora della Passione, qualcuno di questi miracolati da Gesù – e furono molti! – si è alzato per difendere il suo grande Benefattore? Era necessaria una conversione, un cambio di mentalità di quel popolo. Quando Nostro Signore disse che Si sarebbe manifestato a chi avesse osservato la sua parola e Lo avesse amato, causò sorpresa negli Apostoli, come ci è rivelato dalla domanda fatta subito dopo da Giuda Taddeo: “Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi e non al mondo?” (Gv 14, 22). E la voce di questo Apostolo non era che una eco del pensiero degli altri, come abbiamo udito poco prima Filippo chiedere: “Signore, mostraci il Padre” (Gv 14, 8), e Tommaso indagare: “Ma, Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?” (Gv 14, 5).

La manifestazione di Gesù a chi Lo ama

Preoccupati di presenziare a qualcosa di strepitoso, gli Apostoli non vedevano la grandiosa sublimità che si svolgeva davanti a loro. Commenta Royo Marín: “Rivelandoci la sua vita intima e i grandi misteri della grazia e della gloria, Dio ci fa vedere le cose, per così dire, dal suo punto di vista divino, tale come Egli le vede. Ci fa percepire armonie del tutto soprannaturali e divine che nessuna intelligenza umana, neppure angelica, sarebbe mai riuscita a percepire naturalmente”.12

L’Annunciazione

Veniva svelata dalla fede una meravigliosa realtà spirituale. “La fede infusa” – commenta Garrigou-Lagrange –, “grazie alla quale crediamo in tutto quanto Dio ci ha rivelato, perché Egli è la propria Verità, è come un senso spirituale superiore che ci permette di udire un’armonia divina, inaccessibile a qualsiasi altro mezzo di conoscenza. La fede infusa è come una percezione superiore dell’orecchio, per l’ascolto di una sinfonia spirituale che ha Dio come Autore”.13 Nostro Signore ci promette qui la maggiore delle ricompense, che Egli rende esplicita ancor più nel versetto seguente: “Se uno Mi ama, osserverà la Mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14, 23). Infatti, che cosa si potrebbe dare di più all’uomo, oltre che trasformarlo in casa del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo? Più di questo, impossibile. Dice San Tommaso14 che Dio potrebbe aver creato tutto in forma più bella, più eccellente, ad eccezione di tre creature: Gesù, nella sua umanità santissima; Maria, nella sua umanità e santità perfettissima e la visione beatifica. Ora, qui Gesù ci dice che già su questa Terra cominciamo ad esser casa del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, avendo pertanto una vita incoativa, semente di gloria posta nella nostra anima, che si dispiegherà per intero nell’eternità. In questo consiste la manifestazione di Nostro Signore a chi ama e osserva la sua parola: sarà trasformato in un tabernacolo della Santissima Trinità! Senza fenomeni straordinari, nel silenzio, nel raccoglimento, qualcosa di indicibile succederà tra le tre Persone della Santissima Trinità e l’anima. Quante volte non sentiamo nel fondo dell’anima la presenza del Signore Gesù, per esempio, quando per amore a Lui resistiamo alla tentazione e evitiamo il peccato?

IV – Chiediamo a Maria la venuta del suo Divino Sposo

La Liturgia della 6ª Domenica di Pasqua, insistendo sulla necessità dell’amore per il compimento della Legge, ci invita ad essere sempre aperti alle ispirazioni del Consolatore, di conseguenza, essere più mansueti e buoni, interamente flessibili e desiderosi di far bene a tutti. Ancora la Divina Provvidenza, per misericordia, ci concede una incomparabile Interceditrice che mai Si stancherà di aiutarci: “Maria è la porta orientale da dove esce il Sole di Giustizia, la porta aperta al peccatore dalla misericordia […]. Essa si aprirà e non si chiuderà. Il popolo si approssimerà senza timore. Glorificando la Madre del Signore, egli Lo adorerà. Ricorrendo a Maria e prestandoLe i suoi omaggi, coglierà i frutti dell’olocausto offerto da Gesù”.15 Chiediamo alla divina Sposa del Paraclito, Madre e Madonna nostra, che ci ottenga la grazia della venuta quanto prima di questo Spirito rigeneratore alle nostre anime, come supplica la Santa Chiesa: “Emitte Spiritum tuum et creabuntur, et renovabis faciem terræ – Mandi il tuo Spirito, sono creati, e rinnovi la faccia della Terra” (cfr. Sl 104, 30). Tutto, pertanto, sta alla nostra portata per essere quello che dobbiamo essere e ricevere così il premio immeritato del convivio eterno con la Santissima Trinità.

1) SANT’AGOSTINO. Sermo CCLXVIII. In die Pentecostes, II, n.2. In: Obras. Madrid:BAC, 1983, v.XXIV, p.737. 2) PAOLO VI. Unitatis redintegratio, n.2. 3) Cfr. SAURAS, OP, Emilio. El Cuerpo Místico de Cristo. 2.ed. Madrid: BAC, 1956,p.811-814. 4) ROYO MARÍN, OP, Antonio. Somos hijos de Dios. Madrid: BAC, 1977, p.48. 5) GOMÁ Y TOMÁS, Isidro. El Evangelio explicado. Pasión y Muerte. Resurrección y vida gloriosa de Jesús. Barcelona: Rafael Casulleras, 1930, v.IV, p.196. 6) SAN TOMMASO D’AQUINO. Somma Teologica. II-II, q.79, a.3, ad 4. 7) CORRÊA DE OLIVEIRA, Plinio. Consagração a Nossa Senhora e a graça divina – I. In: Dr. Plinio. São Paulo. Anno VIII. N.89 Ago., 2005); p.24. 8) SANTA TERESA DE LISIEUX. Manuscrito C. O alimento das noviças. In: Obras Completas. São Paulo: Paulus, 2002, p.203. 9) CONCILIO VATICANO II. Lumen gentium, n.40. 10) CORRÊA DE OLIVEIRA, Plinio. Revolução e Contra-Revolução. 5.ed. São Paulo:Retornarei, 2002, p.44. 11) LACORDAIRE, OP, Henri-Dominique. Conférence LXIV. Des signes de la chute dans l’humanité. In: Conférences de Notre-Dame de Paris. Paris: J. de Gigord, 1921, t.IV, p.312. 12) ROYO MARÍN, OP, Antonio. Teología de la perfección cristiana. Madrid: BAC, 2006, p.475. 13) GARRIGOU-LAGRANGE, OP, Réginald. Les trois âges de la vie intérieure. Paris: Du Cerf, 1955, v.I, p.67. 14) Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO, op. cit., I, q.25, a.6, ad 4. 15) JOURDAIN, Zèphy-Clément. Somme des grandeurs de Marie. 2.ed. Paris: Hippolyte Walzer, 1900, t.I, p.694.

Estratto dalla collezione “L’inedito sui Vangeli” di Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP.

Oggi è San Mattia: la festa della seconda chance, della terza e della millesima che Dio non ci nega mai!

È la festa dell’occasione di convertirci! Oggi possiamo sperimentare di nuovo l’”amore più grande” di Cristo che “ha dato la sua vita per i propri amici”, per te e per me.

Oggi è la festa dell’apostolo Mattia, e in Lui possiamo rallegrarci e benedire il Signore perché il “frutto” dell’elezione “rimane in noi” nonostante i nostri peccati. Sì, oggi è la festa della seconda chance, e poi della terza e della millesima possibilità che l’amore di Dio non ci nega, mai. È la festa dell’occasione di convertirci e accogliere di nuovo la Grazia dell’elezione, la risurrezione della nostra primogenitura.

C’è “gioia piena” nel tuo matrimonio, nel tuo lavoro, nello studio, nell’amicizia, nel ministero, nell’essere madre, padre, figlio? E dov’è la gioia nella malattia, nella precarietà, nella persecuzione? Se non c’è, significa che hai perduto la “sua gioia”, o che essa non è mai diventata “tua”. Come Giuda, sei rimasto preda dei tuoi schemi, della tua idea di salvezza e felicità. Probabilmente, abbiamo banalizzato l’amore, abbiamo verniciato di marmellata le nostre relazioni, e ci siamo trovati soli, obbligati a “servire” le sensazioni che scambiamo per amore, mentre restiamo estranei gli uni gli altri. No, non siamo “amici” di nessuno; ci illudiamo di esserlo, ma pensiamo solo a noi stessi, e nessun “frutto” dei nostri pensieri e del nostro cuore è “rimasto” in chi ci è vicino. Per questo, anche tu sei andato “al luogo scelto da Giuda”. Sì fratello, se non hai “gioia piena” dentro, significa che ti sei andato ad impiccare da qualche parte. Come? Giudicando il fratello ed esigendo da lui, chiedendo vita al denaro, al prestigio e alla salute, usando male della sessualità. Peccando… Ma coraggio, oggi è festa!

Giuda è immagine dell’uomo vecchio, orgoglioso e superbo incapace di “rimanere nell’amore” di Dio e nella sua chiamata alla quale non ha saputo dare valore e protezione. Giuda non ha riconosciuto nell’amore crocifisso di Gesù la fonte della “gioia piena”. Ma oggi possiamo sperimentare di nuovo l’ “amore più grande” di Cristo che “ha dato la sua vita per i propri amici”, per te e per me. Siamo suoi “amici”, e questo è tutto; a noi rivela i suoi segreti, la volontà di salvezza per ogni uomo. Anche Giuda lo era, ma ha tradito il Maestro per restare fedele al suo ego, come noi. Per questo, nella Chiesa, Gesù viene oggi per ridestarci alla chiamata che ci “costituisce”, spandendo su ciascuno di noi lo stesso “olio di letizia” con il quale è stato “unto” Lui, “a preferenza dei suoi eguali”. Viene a ancora a rinnovare l’elezione del Padre, gratuitamente, come accadde all’apostolo Mattia, chiamato dopo la Pasqua come “frutto” squisito della sua risurrezione. Specchiamoci in Mattia, immagine dell’apostolo rinato nella misericordia; con lui possiamo prendere il posto di Giuda “in questo ministero”, l’apostolo morto nel suo orgoglio. Con amore infinito il Signore viene a “sceglierci” di nuovo, nonostante noi “non abbiamo scelto Lui”. Viene a farci “cristiani”, riversando in noi il suo Spirito, l’olio della gioia, l’amore con il quale “il Padre ama Lui”. In esso siamo stati creati, e non c’è altra “gioia piena” che sperimentare questo amore e spanderlo a nostra volta, perché questa è la nostra “missione”, secondo il significato originale del termine “comandamento”: “che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati”.

Lasciamo allora che lo stesso “frutto” dell’olivo, l’olio profumato che “scendeva sulla barba di Aronne” – immagine di Cristo – sino al “lembo della sua veste” – immagine della comunità dei suoi “amici”, ci unisca a Lui dai “frutti che rimarranno” nella vita di chi incontreremo: l’amore e la gioia che nascono sui rami della Croce, dove Dio ha amato ogni uomo nel sacrificio di suo Figlio.“Rimaniamo nel suo amore”, rimaniamo crocifissi con Lui e “tutto quello che chiederemo nel Nome di Gesù” ci sarà concesso. Sulla Croce, infatti, siamo già in Cielo con Lui, anche se continuiamo a camminare nel mondo, e per questo possiamo intercedere per ogni uomo, in qualunque situazione si trovi, con le stesse parole di Gesù: “Padre perdonali perché non sanno quello che fanno”. Perdona mio marito, perdona mia figlia, perdona questo collega che mi ha calunniato. E il Padre perdonerà, vedendo Cristo crocifisso in noi.

In questo sta la “gioia piena” di Gesù in noi, come fu la “perfetta letizia” che gustava San Francesco nell’amore a Cristo,sovrabbondanza dell’amore di Cristo per lui: Quando tornando al suo convento, “a notte profonda” in “un inverno fangoso e così rigido che, alI’estremità della tonaca, si formano dei ghiacciuoli d’acqua congelata, che mi percuotono continuamente le gambe fino a far uscire il sangue da siffatte ferite. E io tutto nel fango, nel freddo e nel ghiaccio, giungo alla porta e, dopo aver a lungo picchiato e chiamato, viene un frate e chiede: “Chi è?”. Io rispondo: “Frate Francesco”. E quegli dice: “Vattene, tu sei un semplice ed un idiota, qui non ci puoi venire ormai; noi siamo tanti e tali che non abbiamo bisogno di te”… Ebbene, se io avrò avuto pazienza e non mi sarò conturbato, io ti dico che qui è la vera letizia e qui è la vera virtù e la salvezza dell’anima” (Fonti Francescane).

FATIMA. VERRÀ UN GIORNO… LA PROFEZIA RITROVATA DI PIO XII

“VERRÀ UN GIORNO…”: LA PROFEZIA RITROVATA DI PIO XII

Nel 1972 uscì in Francia una biografia su papa Pio XII intitolato Pie XII devant l’Histoire, scritta da mons. Georges Roche e da Philippe Saint Germain, mai tradotta in italiano. Gli autori riportano alcune confidenze inedite che l’allora cardinale Eugenio Pacelli, nel “lontano” 1933, fece a due amici, il conte Enrico Pietro Galeazzi e monsignor Slozkaz, riguardo le apparizioni di Fatima e l’apostasia della Chiesa cattolica. È interessante notare che suor Lucia Dos Santos mise per iscritto le visioni e i segreti solamente nel 1941 e nel 1944, per cui ciò che disse l’allora cardinal Pacelli — che si sta avverando tragicamente — farebbe pensare che non tutto ci è stato rivelato durante il Giubileo del 2000. Abbiamo tradotto per voi quelle confidenze, vere e proprie profezie del futuro Pio XII: leggete e meditate.

«Supponiamo che il comunismo sia uno degli strumenti di sovversione più evidenti usati contro la Chiesa e la Tradizioni della Rivelazione Divina. Quindi assisteremo alla contaminazione di tutto ciò che è spirituale: filosofia, scienza, legge, insegnamento, arti, media, letteratura, teatro e religione.

Sono preoccupato per le confidenze della Vergine alla piccola Lucia di Fatima. Questo insistere da parte della Buona Signora sui pericoli che minacciano la Chiesa è un avvertimento divino contro il suicidio che rappresenta l’alterare la Fede nella sua liturgia, nella sua teologia e nella sua anima.

Sento intorno a me che gli innovatori desiderano smantellare la Sacra Cappella, distruggere la fiamma universale della Chiesa, rifiutare i suoi ornamenti e renderla piena di sensi di colpa per il suo passato storico. Ecco, sono convinto che la Chiesa di Pietro dovrà rivendicare il suo passato, altrimenti si scaverà la sua stessa tomba.

Io combatterò questa battaglia con tutte le mie forze all’interno della Chiesa, come al di fuori di Essa, anche se le forze del male forse un giorno potrebbero approfittare della mia persona, delle mie azioni o dei miei scritti, come si prova oggi a deformare la storia della Chiesa. Tutte le eresie umane che alterano la Parola di Dio sono fatte per sembrare di essere migliori di Essa.

Verrà un giorno in cui il mondo civilizzato rinnegherà il proprio Dio, quando la Chiesa dubiterà come dubitò Pietro. Essa sarà allora tentata di credere che l’uomo è diventato Dio, che suo Figlio è solo un simbolo, una filosofia come tante altre. Nelle chiese i cristiani cercheranno invano la lampada rossa dove Gesù li aspetta; come la peccatrice in lacrime davanti alla tomba vuota, grideranno: “Dove lo hanno portato?”.

Sarà allora che si alzeranno i sacerdoti dall’Africa, dall’Asia, dalle Americhe – quelli formati nei seminari missionari – che diranno e proclameranno che il “pane di vita” non è un pane ordinario, che la Madre del Dio-uomo non è una madre come molte altre. Ed essi saranno fatti a pezzi per aver testimoniato che il Cristianesimo non è una religione come le altre, poiché il suo capo è il Figlio di Dio e la Chiesa (cattolica) è la sua Chiesa».

«Da Fatima a Civitavecchia, siamo dentro il Terzo Segreto»

«L’apostasia all’interno della Chiesa è la cosa più grave e scioccante» che emerge dalle mariofanie del XX secolo. «Il cardinale Ciappi, che aveva letto il Terzo Segreto, specificava che la Vergine aveva detto che l’apostasia sarebbe iniziata dai vertici della Chiesa». «Noi siamo governati dalla massoneria, perché tanti politici e diversi vescovi e cardinali purtroppo sono affiliati» e, a Civitavecchia, «l’Italia è stata avvertita» perché c’è questa convergenza. La sospensione delle Messe con popolo può essere «un’apostasia pratica», perché «se la Madonna raccomanda l’Eucaristia ogni giorno, e tu la neghi, evidentemente è in atto un forte scontro tra Lei e Satana, che finirà con il trionfo del Cuore Immacolato di Maria». La Nuova BQ intervista padre Flavio Ubodi, teologo cappuccino, per il 103° anniversario dell’inizio delle apparizioni di Fatima.

Apostasia a partire dalle gerarchie ecclesiastiche, persecuzione alla Chiesa non solo da parte del mondo ma all’interno della Chiesa stessa, l’ingresso nei tempi del Terzo Segreto di Fatima che porteranno al trionfo del Cuore Immacolato di Maria. In definitiva: siamo all’apice dello scontro tra la Madonna e Satana.

È questa la lettura che padre Flavio Ubodi – sulla base delle rivelazioni mariane a Fatima e Civitavecchia – dà dei tempi che stiamo vivendo. Teologo cappuccino, autore del libro “Civitavecchia. 25 anni con Maria” (Ares, 2020), padre Ubodi è stato il vicepresidente della Commissione teologica diocesana che a metà anni Novanta si espresse in favore della soprannaturalità delle lacrime della Madonna di Civitavecchia. Una mariofania che è proseguita con le apparizioni e i messaggi alla famiglia Gregori, fatti che la Chiesa ha via via riconosciuto (per approfondire vedi qui). In quei messaggi è esplicito il legame tra Fatima e Civitavecchia, diocesi alle porte di Roma dove la Beata Vergine si è manifestata per portare a compimento quanto preannunciato ai tre pastorelli.

In occasione del 103° anniversario dell’inizio delle apparizioni alla Cova d’Iria, la Nuova Bussola ha intervistato padre Ubodi.

Padre Ubodi, il 13 maggio 2010, nel 10° anniversario della beatificazione di Giacinta e Francesco, Benedetto XVI disse: «Si illuderebbe chi pensasse che la missione profetica di Fatima sia conclusa». Qual è questa missione profetica?
Intanto bisogna dire che quella frase di Benedetto XVI, di fatto, metteva in evidenza che era falso quanto era stato detto dal cardinal Bertone circa la conclusione del messaggio di Fatima. La missione profetica è l’annuncio di ciò che sarebbe accaduto in questi ultimi tempi. Trattandosi di profezia contenuta in un segreto, è difficile dire con precisione di cosa si tratti. Possiamo comunque dire, con una certa sicurezza, che si tratti dell’apostasia all’interno della Chiesa (annunciata anche a Civitavecchia), questa è la cosa più grave e scioccante. I cardinali Oddi e Ciappi dicevano che la Madonna aveva annunciato la grande apostasia all’interno della Chiesa. E Ciappi, che aveva letto il Terzo Segreto, specificava che la Vergine aveva detto che l’apostasia sarebbe iniziata dai suoi vertici. A mio avviso, questa è la grande profezia.

Questo come si lega con la terza parte del Segreto, in particolare con la visione dei martiri e delle persecuzioni alla Chiesa?
Se all’interno della Chiesa c’è un’apostasia, a cominciare dai vertici, è chiaro che chi non è in linea con le direttive dei vertici automaticamente verrà perseguitato. Oltre a una persecuzione da parte del potere laico avverso alla Chiesa.

A Fatima la Madonna aveva chiesto, assieme alla Comunione riparatrice dei primi sabati, la consacrazione della Russia al suo Cuore Immacolato per preservare il mondo dalla Seconda Guerra Mondiale. Non fu ascoltata per tempo. A Civitavecchia, 25 anni fa, ha chiesto in particolare la consacrazione dell’Italia. Perché?
Dell’Italia e, anche, del mondo. Riguardo all’Italia, ha detto: «La vostra Nazione è in grave pericolo». Non ha specificato di quale pericolo si tratta, se fisico, morale, spirituale, sociale, catastrofi naturali. Certamente l’Italia sta subendo degli sbandamenti enormi, una perdita dei valori cristiani. L’Italia è stata avvertita, secondo me, perché la posizione dei capi, dei governanti può essere in sintonia con l’apostasia all’interno della Chiesa e anche favorirla, creando restrizioni, imposizioni sull’amministrazione dei Sacramenti, limitazioni al culto e così via. Ho l’impressione che il Covid-19 sia stata l’occasione per delle prove generali.

Crede che la Chiesa stia rinunciando alla sua libertà?
Sì. Si ha l’impressione che ci sia come un accordo massonico, ai vertici. Noi siamo governati dalla massoneria, perché tanti politici e diversi vescovi e cardinali purtroppo sono affiliati o rispondono a un’obbedienza massonica. Perciò se c’è un potere, al di sopra degli altri, che ordina, dà delle direttive, questa parte di gerarchia deviata deve obbedire. E dal momento che hanno potere, possono imporre e condizionare la vita dei fedeli.

Sia Fatima che Civitavecchia hanno l’Eucaristia al centro. Ai Gregori la Madonna ha parlato di Comunione quotidiana per santificarsi. All’opposto, da quasi 3 mesi i fedeli sono senza Messa, che riprenderanno il 18 maggio con gravi condizionamenti alla liturgia. Come si può leggere questa situazione di privazione dell’Eucaristia?
È un attacco al cuore del cristianesimo. Il centro di tutto è Gesù Cristo, e Lui lo troviamo nell’Eucaristia. Se vogliamo avere vita, vita piena, dobbiamo ricevere l’Eucaristia. Se invece eliminiamo l’Eucaristia dalla Chiesa, dalla vita dei fedeli, ci sarà un impoverimento spirituale pauroso. Privare i fedeli dell’Eucaristia è stato un grande atto satanico. Nelle parole della Madonna questo è implicito: se Lei raccomanda l’Eucaristia ogni giorno, e tu la neghi, evidentemente è in atto un forte scontro tra la Madonna e Satana, tra il cuore del cristianesimo che è Gesù Cristo e le potenze nemiche che vogliono allontanare gli uomini da Lui. Sono convinto che noi siamo già dentro il Terzo Segreto di Fatima, si sta realizzando.

Vescovi di intere nazioni, a partire dall’Italia, che sospendono le Messe, in duemila anni di Chiesa non si era mai visto.
Questo potrebbe essere un aspetto dell’apostasia generale, cioè un’apostasia pratica. Prima c’è un’apostasia dottrinale che consiste nel rinnegare i fondamenti del cristianesimo come la Rivelazione – negare che sia Parola di Dio valida per tutti i tempi e luoghi – e poi la Tradizione, i dogmi, le verità contenute nel Credo. Si arriva anche a negare la divinità di Gesù Cristo, riducendolo a un semplice uomo. E così si nega la presenza reale di Gesù nell’Eucaristia, l’importanza dei Sacramenti, ecc. Questo sul piano dottrinale. Poi c’è l’apostasia pratica: l’abbandono della pratica religiosa.

Cosa pensa del fatto di dare Gesù con i guanti?
Secondo me si tratta di una profanazione che rasenta il sacrilegio. Dare la Comunione con i guanti significa non avere rispetto per Gesù Cristo presente nell’Eucaristia e neanche per il fedele che la riceve. C’è anche il problema dei frammenti del Corpo di Cristo che possono rimanere attaccati ai guanti e non si sa che fine facciano.

Torniamo a Fatima e Civitavecchia. Il passaggio di testimone tra suor Lucia e Jessica Gregori che cosa ci dice?
A Jessica la Madonna ha affidato il Terzo Segreto. Lei nel 1996 si è incontrata con suor Lucia, hanno parlato in privato e, da quello che ho saputo da Jessica, hanno confrontato i messaggi della Madonna e questi combaciavano perfettamente. C’è un rapporto strettissimo tra Fatima e Civitavecchia. Fatima è all’inizio del secolo, Civitavecchia è alla fine. Fatima è l’annuncio di quello che sarebbe accaduto, Civitavecchia è l’ingresso nelle cose che sono state annunciate a Fatima. A Civitavecchia la Madonna, quando dice che Satana sta cercando di oscurare il mondo e anche la Chiesa, avverte: «Preparatevi a vivere quanto io avevo svelato alle mie piccole figlie di Fatima». Siamo entrati in quei tempi.

Quali sono i contenuti in comune?
L’invito, urgente, alla conversione. La consacrazione al Cuore Immacolato di Maria. Sia a Fatima che a Civitavecchia si parla di consacrazione, non di affidamento: c’è una differenza profonda. L’affidamento è più superficiale, la consacrazione è molto più potente perché coinvolge di più la persona, la famiglia, la Chiesa o nazione che la fa: è come dire “io sono tuo, consegno a te tutto il mio essere, perché tu lo possa consegnare al Padre”. Un altro punto in comune tra Fatima e Civitavecchia è la recita del Rosario come arma per sconfiggere Satana, quindi allontanare ogni pericolo per l’anima e non solo.

Un esempio di pericolo?
A Civitavecchia si mette in evidenza che Satana avrebbe tentato di distruggere il mondo cercando di provocare una guerra nucleare.

A Civitavecchia è chiaro l’odio di Satana contro la Chiesa e la famiglia.
Civitavecchia si caratterizza soprattutto per la famiglia, cioè la distruzione della famiglia, quindi della cellula primordiale della società. Quando ci sono stati questi avvertimenti della Madonna, non c’era ancora il martellamento su coppie di fatto, coppie omosessuali, utero in affitto, ecc. Io vedo questo collegamento: a Fatima la preoccupazione principale è la Chiesa, a Medjugorje la parrocchia, a Civitavecchia la famiglia. Questa si potrebbe dire la specificità delle mariofanie, che per il resto hanno molti punti in comune, come il richiamo costante alla preghiera, alla penitenza e quindi alla conversione.

Che legame c’è tra la visione di Fatima sull’Inferno e le lacrime di Civitavecchia?
Le lacrime di Civitavecchia mettono in evidenza il dolore della Madonna che piange il sangue di suo Figlio versato invano per molti. La visione dell’Inferno a Fatima ci ricorda che nonostante la Croce, il sangue versato da Gesù, tanti si dannano. La stessa cosa, in altro modo, viene detta a Civitavecchia. Il sangue che la Madonna piange è il sangue di Cristo perché tanti non beneficiano di questo sangue, rifiutando la Misericordia di Dio, e quindi dannandosi.

Mentre la seconda Madonnina di Civitavecchia, sempre proveniente da Medjugorje, che essuda olio profumato che significato ha?
Anche questo è un fenomeno significativo. Questa statuina – donata dal cardinal Deskur e benedetta a nome di Giovanni Paolo II – manifesta queste essudazioni quando meno te lo aspetti, davanti a gruppi o singole persone, spesso durante feste liturgiche: è segno della protezione di Maria e delle grazie dello Spirito Santo.

Se stiamo andando verso l’apice della battaglia, significa che il trionfo promesso dalla Madonna è vicino?
Certo, ma non sappiamo quanto può durare questa battaglia. Anche questo è un elemento comune a Fatima e Civitavecchia: la Madonna dice che ci saranno prove, tribolazioni, ma alla fine il Cuore Immacolato di Maria trionferà. Questo trionfo si staglia nelle rivelazioni di Fatima e Civitavecchia e infonde fortezza al cristiano che crede.

Chi è venuto dall’aldilà? San Leopoldo Mandic!

San Leopoldo Mandic è il famoso Cappuccino con fessore a Padova, morto nel 1942. Le sue apparizioni dopo morte, numerose e ben documentate, costituiscono (come quelle degli altri santi) altrettanti indizi della sopravvivenza. Le guarigioni istantanee di malattie organiche seguite in parecchi casi alle apparizioni indicano che non si tratta di allucinazioni.
Ecco il racconto di una persona guarita.
Il fatto che, in certe apparizioni, il Santo sia stato creduto persona corporea vivente in questo mondo, che sia stato toccato, che abbia portato oggetti fisici, fa pensare ad un corpo parasornatico. Ecco il caso di Teresa Pezzo:
«Ero da molto tempo affeta da gravi disturbi al fegato. Si tentarono varie cure, ma tutto inutilmente, tanto che il 22 ottobre 1946, nonostante il persistere della febbre, venni sottoposta a gravissimo intervento chirurgico di oltre tre ore. Dopo parecchi giorni passati tra la vita e la morte, mi ripresi alquanto e andai a Bovolone presso lo zio Arciprete, monsignor Bartolomeo Pezzo. Per un po’ di giorni tutto andò bene, ma il 4 dicembre dovetti rimettermi a letto perché mi ritornarono fortissimi i dolori; la febbre risalì oltre i 40, ricominciò il vomito quasi continuo, tanto che non potevo ritenere nemmeno una goccia d’acqua. Si aggiunse un gonfiore duro e voluminoso al di sopra del taglio dell’operazione; i dolori continui e acutissimi si estendevano alla gamba e al braccio destro. Divenni così debole che non potevo quasi più parlare. Il medico curante dichiarò che si era ritornati allo stato di prima dell’operazione e forse peggio.
Dietro esortazione di un padre cappuccino, di passaggio da Bovolone, il giorno 8, domenica, cominciai la novena di Padre Leopoldo e posi una sua reliquia sulla parte ammalata. Martedì notte, mi addormentai alle 11.30. Sonava mezzanotte quando all’improvviso mi apparve Padre Leopoldo. Era identico alla sua immagine, ma senza stola e molto più bello. La stanza, quantunque la luce fosse spenta, era illuminata a giorno. Il Padre si avanzò sino quasi al mio letto. Tra noi due avvenne il dialogo seguente:
“Mamma! Mamma!” gridai io tra gioia e lo spavento.
“Non aver paura!” disse Padre Leopoldo. “Tu ti accosti tutte le mattine alla santa comunione a letto, non è vero?’
“Sì, Padre’
“Domani” continuò Padre Leopoldo mettendomi una mano sulla spalla “alle 8 vai in chiesa, ascolta la santa messa e fai la comunione, perché sei guarita. E ogni giorno dovrai recitare una corona di Gloria Patri. Questo per tutta la vita’
“Sì, Padre, anche due!”.
“Brava! Tu hai sofferto molto nella tua vita, specie in questo ultimo periodo, ma questo, cara, lo troverai nella eternità! Tu devi sempre fare del bene al mondo e, se ti giungerà qualche brutto momento, dolori e malattie, sopporta tutto con rassegnazione e soffri tutto per amore di Dio”.
“Padre, che grazia!’
“Quando termini la novena?”.
“Lunedì “.
“Allora tornerò lunedì a mezzanotte perché ho molte cose da dirti. Intanto ti dò la benedizione”.
«Mi benedisse e scomparve dicendo: “Sia lodato Gesù Cristo!” ».
«Scomparso Padre Leopoldo, mi scossi. Credevo di aver sognato, ma mi trovai perfettamente guarita. Non più dolori al fegato, scomparso il gonfiore, i dolori alla gamba e al braccio, cessata la febbre.
La zia, che dormiva in camera con me, aveva sentito tutte le parole mie, ma non quelle di Padre Leopoldo, e non aveva visto nulla.
La mattina mi alzai, scesi frettolosa le scale, mentre il giorno prima non potevo nemmeno reggermi in piedi, andai in chiesa alla Messa delle 8, feci la santa comunione, rimasi a lungo in preghiera e poi, ritornata in canonica, mangiai con un appetito formidabile senza sentire alcun disturbo.
Ero perfettamente guarita.
Il fatto suscitò nel paese una grande impressione, perché a tutti era nota la mia dolorosa condizione, e si accese una vivissima attesa della nuova apparizione promessa. Gran numero di persone m’incaricarono di presentare a Padre Leopoldo domande su diverse cose.
Alla mezzanotte tra il 16 e il 17 dicembre, Padre Leopoldo mi comparve di nuovo, circonfuso di luce, in modo da illuminare la stanza a giorno. Mi parlò di molte cose riguardanti la mia vita spirituale e mi raccomandò in modo particolare di pregare. Poi rispose alle domande che gli presentavo. Io scrivevo le risposte man mano che Padre Leopoldo parlava, e le scrivevo alla luce della visione perché la lampada era spenta. La zia che dormiva nella stessa camera e un sacerdote fuori dalla porta udivano le mie parole, ma non vedevno nulla e non sentivano le parole del Padre. Appena questi scomparve, io accesi la lampada esclamando: “Che bellezza! Che bellezza!”. Tenevo in mano il foglio che avevo scritto sotto dettatura di Padre Leopoldo, con la penna fornitami dallo stesso Padre.
Mia zia mi disse poi che durante la visione c’era per lei nella stanza buio perfetto, mi aveva sentito far scorrere velocemente la penna sulla carta, ma che quando Padre Leopoldo scomparve e si accese la lampada, essa vide in mano mia il foglio scritto, ma non la penna con cui l’avevo scritto.
Rileggendo le risposte di quel foglio, rilevai una cosa molto importante: Padre Leopoldo si lamenta quasi con tutti che pregano poco e male, e insiste con tutti che preghino di più se vogliono che Dio li benedica». Valdi porro (Verona), 28 dicembre 1946: Teresa Pezzo

Padova. San Leopoldo Mandić proclamato patrono dei malati di tumore in Italia


Sara Melchiori, Padova sabato 8 febbraio 2020 A dare l’annuncio è stato il vescovo Claudio Cipolla, insieme all’ex generale dei cappuccini, fra Mauro Jöhri, a fra Flaviano Gusella, rettore del santuario padovano che ne conserva le spoglieSan Leopoldo Mandić

San Leopoldo Mandić – Archivio COMMENTA E CONDIVIDI

San Leopoldo Mandić, il frate cappuccino, confessore, testimone della riconciliazione e promotore dell’ecumenismo, già dai fedeli invocato per chiedere sostegno nella malattia, morto a causa di un tumore all’esofago, ora è ufficialmente patrono dei malati di tumori in Italia. A darne l’annuncio, dopo che la Congregazione per il culto divino e i sacramenti l’ha decretato, è stato il vescovo di Padova, monsignor Claudio Cipolla, insieme all’ex generale dell’ordine dei cappuccini, fra Mauro Jöhri, a fra Flaviano Gusella, rettore del santuario padovano che ne conserva le spoglie, e a numerosi altri rappresentanti dei frati cappuccini e di quel comitato di medici padovani che diede inizio nel 2016 a una raccolta firme, giunta ora a circa 70mila.

Un iter complesso, che ha richiesto costante attenzione da parte dei cappuccini, sollecitati dalla forza della devozione popolare e che ha portato la Congregazione ad accogliere la “supplica” che da tanti fedeli arrivava, sostenuta dal placet del vescovo di Padova prima, dei vescovi del Triveneto e dei vescovi italiani successivamente (fu il cardinale Gualtiero Bassetti a darne conferma nel comunicato finale della 72° assemblea generale del 2018).

L’annuncio arriva per felice coincidenza, a ridosso della Giornata mondiale del malato, che vedrà domani la trasmissione della messa su Raiuno da una delle opere della carità e della vicinanza alla sofferenza più significative del territorio padovano e nazionale, l’Opera della Provvidenza Sant’Antonio di Sarmeola di Rubano (Pd), e nei giorni in cui Padova inaugura l’anno che la vede capitale europea del volontariato.

Una serie di coincidenze che sottolineano il valore della solidarietà e della vicinanza, quella vicinanza umana alla sofferenza che è propria della Chiesa, come ha sottolineato don Massimo Angelelli, direttore dell’Ufficio nazionale di Pastorale della Salute: «Quando arriva la diagnosi di tumore la vita della persona e dei suoi familiari è sconvolta. È lì che c’è bisogno di una dimensione che va oltre la scienza, è quella della relazione. La persona malata vive un momento estremamente difficile, di particolare solitudine e la Chiesa nel momento della vulnerabilità si fa vicina ai malati. Non basta la terapia, c’è bisogno anche di vicinanza, di un sostegno relazionale. Ci piace immaginare che come la Chiesa si fa prossima al malato, così i malati possano trovare in padre Leopoldo una “figura accanto».

«Avere un patrono presso Dio – ha ricordato il vescovo Cipolla – significa che l’uomo nella sua fragilità ha comunque una grande possibilità di sentirsi sostenuto, anche da un intervento che viene da Dio, significa aprire una finestra di speranza là dove noi e le nostre forze non possono arrivare. Dove noi dobbiamo constatare il nostro limite, per Dio c’è ancora possibilità e questa è un’esperienza che arricchisce la nostra umanità».

Vicinanza è la parola delicata e immensa che rappresenta questa possibilità di ricorrere a san Leopoldo. Affidarsi al santo confessore è in qualche modo cogliere la vicinanza di Dio all’uomo in quello spazio di mistero e sapere che c’è “qualcuno” a cui affidare pensieri, paure e dolore: «è un segno che la santità parla ancora all’uomo» ha ricordato fra Mauro Jöhri; è avere la percezione «della vicinanza di Dio a ciò che noi sperimentiamo», ha sottolineato il ministro provinciale fra Roberto Tadiello, una vicinanza ai più fragili, come ha ricordato fra Flaviano Gusella, che sta alla base anche della nascita stessa dei Cappucini 500 anni fa.

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