I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia

L’Eucaristia, l’Immacolata e il Sommo Pontefice!

Autore: Araldi del Vangelo (Page 2 of 42)

Anania di Damasco

Le poche notizie certe sulla vita di Anania sono desunte dal libro degli Atti, 9,10-19; 12,12-16. In quest’ultimo luogo, che contiene il racconto di Paolo ai Giudei riguardo alla sua conversione, dice l’apostolo: “Un tale Anania, uomo pio secondo la legge, cui rendevano testimonianza tutti gli Ebrei della città Damasco, venne a trovarmi e, standomi vicino, mi disse: “Saulo, fratello, guarda”. Ed io subito guardai. Egli disse: “Il Dio dei nostri padri ti ha scelto perché tu conoscessi la sua volontà e vedessi il Giusto ed udissi una parola dalla sua bocca, perché tu sarai teste dinanzi a tutti gli uomini delle cose che hai visto e udito””.

Anania fu, dunque, quel giudeo che, essendo andato a trovare Paolo in casa di Giuda, nella “Strada Dritta”, gli restituì la vista con l’imposizione delle mani e lo battezzò. Se pensiamo che la conversione di Saulo avvenne nel 34 o, al più tardi, nel 36, dobbiamo concludere che Anania si convertì al cristianesimo alla prima ora, e da tutto il racconto di Paolo si può rilevare che egli era un cospicuo per sonaggio della Chiesa di Damasco, anche se non fu proprio vescovo della città. Non esistono prove, infatti, per affermare che già nel 34 gli apostoli avessero consacrato dei vescovi. Tuttavia, una tardiva tradizione bizantina, annoverando Anania tra i 70 discepoli, ce lo presenta come primo vescovo di Damasco ed evangelizzatore di Eleutheropolis (ora Bet-Djibrin) nella Palestina meridionale, e ci dice che soffrì il martirio, essendo stato prima fustigato e poi lapidato il 10 ott. del 70 per ordine di Licinio (o Luciano). Anche il Martirologio Romano attribuisce ad Anania Io stesso genere di martirio.

Diverse tradizioni affermano che Anania fu il giudeo che convertì Izate, figlio del re di Adiabene, Monobazo , o che fu un laico, o un diacono (Ecumenio), o un sacerdote (s. Agostino).
La Chiesa latina celebra la festa di Anania al 25 gennaio assieme alla conversione di Paolo, mentre la Chiesa greca, secondo la tradizione orientale, la celebra al 10 ottobre, data del martirio. A Damasco, presso la porta orientale, esiste una cappella sotterranea, facente parte di una basilica bizantina ora distrutta, che è venerata come la casa di Anania sia dai cristiani che dai musulmani. Dal 1920 in numerose indagini E. de Lorey ha esplorato questa cappella.

Conversiti Sancti Pauli

La festa liturgica della “conversiti sancti Pauli”, che appare già nel VI secolo, è propria della Chiesa latina. Poiché il martirio dell’apostolo delle Genti viene commemorato a giugno, la celebrazione odierna offre l’opportunità di considerare da vicino la poliedrica figura dell’Apostolo per eccellenza, che scrisse di se stesso: “Io ho lavorato più di tutti gli altri apostoli”, ma anche: “io sono il minimo fra gli apostoli, un aborto, indegno anche d’essere chiamato apostolo”.

Adduce egli stesso le credenziali che gli garantiscono il buon diritto di essere considerato apostolo: egli ha visto il Signore, Cristo Risorto, ed è, perciò, testimone della risurrezione; egli pure è stato inviato direttamente da Cristo, come i Dodici: visione, vocazione, missione, tre requisiti che egli possiede, per i quali quel miracolo della grazia avvenuto sulla via di Damasco, dove Cristo lo costringe a una incondizionata capitolazione, sicché egli grida: “Signore, che vuoi che io faccia?”. Nelle parole di Cristo è rivelato il segreto della sua anima: “Ti è duro ricalcitrare contro il pungolo”. E’ vero che Saulo cercava “in tutte le sinagoghe di costringere i cristiani con minacce a bestemmiare”, ma egli lo faceva in buona fede e quando si agisce per amore di Dio, il malinteso non può durare a lungo. Affiora l’inquietudine, cioè “il pungolo” della grazia, il guizzo della luce di verità: “Chi sei tu, Signore?”; “Io sono Gesù che tu perseguiti”. Questa mistica irruzione di Cristo nella vita di Paolo è il crisma del suo apostolato e la scintilla che gli svelerà la mirabile verità della inscindibile unità di Cristo con i credenti.

Questa esperienza di Cristo alle porte di Damasco, che egli paragona con l’esperienza pasquale dei Dodici e con il fulgore della prima luce della creazione, sarà il “leit motiv” della sua predicazione orale e scritta. Le quattordici lettere che ci sono pervenute, ognuna delle quali mette a nudo la sua anima con rapide accensioni, ci fanno intravedere il miracolo della grazia operato sulla via di Damasco, incomprensibile per chi voglia cercarne una spiegazione puramente psicologica, ricorrendo magari all’estasi religiosa o, peggio, all’allucinazione.S. Paolo trarrà dalla sua esperienza questa consolante conclusione: “Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, dei quali io sono il primo. Appunto per questo ho trovato misericordia. In me specialmente ha voluto Gesù Cristo mostrare tutta la sua longanimità, affinché io sia di esempio per coloro che nella fede in Lui otterranno d’ora innanzi la vita eterna”.

Ognuno produca frutto!

San Francesco di Sales

Nella creazione Dio ha ordinato alle piante che producessero i loro frutti, ognuna secondo la propria specie. Allo stesso modo Egli ordina ai cristiani, che sono le piante vive della Sua Chiesa, che producano frutti di devozione, ognuno secondo le sue qualità
e la sua vocazione.

24 Gennaio: San Francesco di Sales

La misura di amare Dio è di amarLo senza misura”. Questo insegamento
di San Francesco di Sales forse può riassumere tutta la sua esistenza,
perché egli non fu altro che un esempio vivo di tutto
ciò che insegnava.

San Francesco di Sales

Stress… Parola talismanica creata apparentemente per giustificare tutti i mali che colpiscono gli uomini del nostro tempo. Chi non dorme bene è preso dallo stress; chi è nervoso in ufficio, è stressato. Problemi familiari? Bene, la colpa è sempre dello stress. Persino il cattivo carattere, il temperamento collerico trova giustificativa nello stress. Nonostante la vita agitata e insicura di oggi provochi stress, questo non può essere lo scudo dietro al quale si nasconde colui che non vuole combattere i propri difetti di carattere.

Vediamo l’esempio di un uomo di carattere, che con l’ausilio della grazia seppe dominarsi al punto da diventare noto e venerato da tutti come il santo della dolcezza e dell’amabilità: San Francesco di Sales.

L’infanzia di un bambino innocente

Primogenito del Barone di Boisy, Francesco nacque nel 1567 nel castello di Sales, in Savoia, allora un paese indipendente che comprendeva territori che oggi appartengono alla Francia, all’Italia e alla Svizzera. Sua madre, Francesca de Boisy, una signora molto virtuosa, seppe suscitare in lui, fin dalla prima infanzia, l’amore verso Gesù e Maria. Ricevette probabilmente da lei anche la salutare influenza che gli permise di acquisire una delle virtù che più lo caratterizzarono: non perdere mai la calma, non inquietarsi mai, avere per intero l’anima nelle proprie mani.

Sua madre gli insegnava il catechismo e gli raccontava begli esempi della vita dei santi. Ciò fece nascere nell’anima del piccolo Francesco il desiderio della santità e lo zelo per le cose di Dio.

Fin da bambino fu sempre molto attivo e pieno di vita. Un fatto pittoresco della sua infanzia esprime il suo carattere combattivo, ma irascibile. Quando era ancora molto piccolo, aveva sentito parlare dei calvinisti che avevano dominato la Svizzera e buona parte della Francia. Un giorno seppe che uno di questi eretici visitava il castello dei suoi genitori. Come non poteva entrare in sala per protestare, prese un pezzo di legno e pieno di indignazione entrò nel pollaio, e lanciandosi contro le galline, distribuendo legnate, gridava: “Via gli eretici! Non vogliamo gli eretici!” Le povere galline scappavano schiamazzando dinanzi all’attacco inatteso. Furono salvate dai servi che riuscirono a farlo uscire da lì in tempo.

Francesco arriverà ad avere un carattere così dolce e buono che San Vincenzo de Paoli, quando ebbe l’opportunità di convivere con lui, esclamò: “O mio Dio, se Francesco di Sales è così amabile, come sarete Voi?”

Le battaglie della gioventù

Durante la giovinezza, nacque in lui un gran desiderio di consacrarsi interamente a Dio. Ma suo padre aveva altri piani. Fu inviato a Parigi per studiare nel collegio dei gesuiti, dove conobbe il buon P. Déage, che fu il suo direttore spirituale. Più tardi si trasferì a Padova per studiare Diritto Civile, come voleva il padre, e Diritto Canonico come desiderava l’ardore religioso del suo cuore. Inoltre, praticava la scherma, l’equitazione e frequentava balli mondani.

San Francesco di Sales

Vivere nella grazia di Dio in quegli ambienti non era per niente facile, ma Francesco seppe fuggire dalle occasioni pericolose e da tutte le amicizie che potessero offendere Dio. All’Università, alcuni studenti perversi lo attaccarono per umiliarlo a causa del suo carattere così pio. Francesco, che era esperto nell’arte della scherma, prese la sua spada e sconfisse tutti. Quando li vide finalmente disarmati e impotenti andò via dicendo: “E ringraziate Dio in cui credo, perché è grazie a ciò che non vi faccio male”.

Quando per il suo carattere il sangue gli saliva alla testa dinanzi a umiliazioni e scherzi, egli si tratteneva in tale maniera che molti pensavano che non si arrabbiasse mai. Il demonio, nel vedere che era impossibile sconfiggerlo con le tentazioni più comuni, lo attaccò con violenza in un punto molto sensibile e difficile: la tentazione della disperazione della salvezza.

Aveva 20 anni quando ciò avvenne.

Aveva conosciuto la dottrina di Calvino sulla predestinazione, e non riusciva a cacciar via dalla testa l’idea fissa che sarebbe stato condannato. Perse l’appetito e il sonno. Diceva sempre a Nostro Signore che se nella sua infinita giustizia lo avesse condannato all’inferno, che gli concedesse la grazia di continuare ad amarLo in quel luogo di tormenti. Tale preghiera gli restituiva in parte la pace dell’anima, ma la tentazione tornava sempre. Il rimedio definitivo arrivò quando entrò in una chiesa a Parigi, si inginocchiò dinanzi ad un’immagine della Santissima Vergine e recitò la nota preghiera di San Bernardo: “Ricordati, o pietosissima vergine Maria…” Quando finì, i pensieri di tristezza e disperazione lo abbandonarono per sempre ed ebbe la certezza che “Infatti Dio non ha mandato suo Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui”. (Giov 3, 17).

La vita religiosa e la conquista dei calvinisti

Di ritorno alla casa paterna, all’età di 24 anni, rifiutò un matrimonio brillante ed un posto al Senato del Regno. Benché contro la volontà di suo padre, assunse l’incarico di decano della Cattedrale di Chambéry – grazie all’influenza di suo zio, Luigi di Sales, canonico della Cattedrale di Ginevra, che ottenne tale nomina dal Papa e poco tempo dopo fu ordinato sacerdote.

Predicò ad Annecy e in altre città. Nonostante fosse dotato di grande cultura, le sue pratiche erano semplici e attraevano molto tutti coloro che lo ascoltavano.

Ma la sua dura battaglia ebbe inizio quando si offrì per riconquistare Chablais, sulla costa sud del lago di Ginevra. Questa regione era totalmente dominata dai calvinisti, il cui esercito non lasciava vivere in pace gli abitanti cattolici.

Il 14 settembre 1594, festa dell’esaltazione della Santa Croce, con il permesso del vescovo Claudio di Granier, Francesco di Sales partì a piedi verso la grande missione. Non gli mancarono provazioni. Molte volte dovette dormire all’aria aperta. In un’occasione si rifugiò sui rami di un albero durante tutta la notte per fuggire dal rischio di essere divorato dai lupi. L’indomani fu salvato da una coppia di contadini calvinisti che ebbero grande simpatia per lui.

E inoltre, questi contadini si convertirono, dando inizio alla grande trasformazione religiosa della regione. Ogni notte San Francesco e i suoi compagni cattolici passavano in tutte le case e lasciavano sotto le porte dei foglietti scritti a mano, in cui confutavano le false argomentazioni dell’eresia calvinista. Questo fatto gli valse il titolo di patrono degli scrittori e giornalisti cattolici.

San Francesco di Sales

Questi scritti furono posteriormente riuniti e pubblicati con il titolo di Controversie.

Pochi anni dopo, in seguito a dure lotte e persecuzioni, Chablais si convertì totalmente, e il P. Francesco fu nominato vescovo coadiutore di Ginevra. Per ricevere la consacrazione episcopale, si recò a Roma dove lo stesso Papa Clemente VIII lo interrogò su 35 punti difficili della Teologia, alla presenza del Collegio Cardinalizio. “Non vi è stato nessuno che abbiamo esaminato fino ad ora, che abbia meritato come te la nostra completa approvazione!” – ha detto il Papa quando scese dal trono per abbracciarlo.

Vescovo principe di Ginevra

Con la morte di D. Garnier, San Francesco di Sales ha assunto l’incarico vacante. La generosità e la carità, l’umiltà e la clemenza del santo erano inesauribili. Nel trattare le anime fu sempre buono senza cadere nella debolezza; sapeva essere fermo, quando necessario.

Fondò l’Ordine della Visitazione, insieme alla sua guida spirituale, Santa Giovanna di Chantal, nel 1604. Tra le opere da lui scritte si distinguono il Trattato dell’Amore di Dio, che gli valse il titolo di Dottore della Chiesa e Introduzione alla vita devota -Filotea, nata dagli appunti inviati a sua cugina, Signora di Chamoisy.

La misura di amare Dio

“La misura di amare Dio è di amarLo senza misura”. Questo insegamento di San Francesco di Sales forse può riassumere tutta la sua esistenza, perché egli non fu altro che un esempio vivo di tutto ciò che insegnava.

Ancora in vita, c’erano già persone che custodivano come reliquie gli oggetti usati da lui.

Vittima di una paralisi, perse la parola e qualcosa della sua lucidità, ma recuperò le sue facoltà in breve tempo. Ma gli sforzi medici, fatti per salvarlo a nulla servirono. Nel suo letto ripetteva: “Ho riposto tutta la mia speranza nel Signore; Egli ha ascoltato la mia supplica e mi ha tirato fuori dalla miseria e dal pantano dell’iniquità”.

Morì a 56 anni, durante la festa dei Santi Innocenti, il 28 dicembre 1622. Il suo fegato, dovuto al costante sforzo per controllare i suoi impeti di collera, si era trasformato in pietra. Il suo corpo fu trovato incorrotto 10 anni dopo la sua morte.

Egli seppe vivere per intero il consiglio di Nostro Signore nel Vangelo: “Prendete su di voi il mio giogo e imparate da me, perché io sono mansueto e umile di cuore; e voi troverete riposo alle anime vostre” (Mt 11, 29)

San Giovanni Bosco lo ammirava così tanto che lo scelse come patrono della sua congregazione. E Santa Giovanna di Chantal diceva di lui: “Era un’immagine viva del Figlio di Dio, perché veramente l’ordine e l’economia di quest’anima santa era tutta soprannaturale e divina”.

21 Gennaio: Sant’Agnese

Oggi la Chiesa festeggia sant’Agnese, fanciulla denunciata da un giovane che si era innamorato di lei ma che voleva la sua abiura al cristianesimo. Agnese resistette ad ogni lusinga e minaccia, e alla fine fu portata sul rogo e poi sgozzata. Era il III secolo dopo Cristo.
Nel XVII secolo Borromini costruì in suo onore la splendida basilica di sant’Agnese in agone, sulla piazza Navona, dove ancor oggi è venerata la testolina della dodicenne romana.

Nulla sappiamo della famiglia di origine di Sant’Agnese, popolare martire romana. La parola “Agnese”, traduzione dell’aggettivo greco “pura” o “casta”, fu usato forse simbolicamente come soprannome per esplicare le sue qualità. Visse in un periodo in cui era illecito professare pubblicamente la fede cristiana. Secondo il parere di alcuni storici Agnese avrebbe versato il sangue il 21 gennaio di un anno imprecisato, durante la persecuzione di Valeriano (258-260), ma secondo altri, con ogni probabilità ciò sarebbe avvenuto durante la persecuzione dioclezianea nel 304. Durante la persecuzione perpetrata dall’imperatore Diocleziano, infatti, i cristiani furono uccisi così in gran numero tanto da meritare a tale periodo l’appellativo di “era dei martiri” e subirono ogni sorta di tortura.

Anche alla piccola Agnese toccò subire subire una delle tante atroci pene escogitate dai persecutori. La sua leggendaria Passio, falsamente attribuita al milanese Sant’Ambrogio, essendo posteriore al secolo V ha perciò scarsa autorità storica. Della santa vergine si trovano notizie, seppure vaghe e discordanti, nella “Depositio Martyrum” del 336, più antico calendario della Chiesa romana, nel martirologio cartaginese del VI secolo, in “De Virginibus” di Sant’Ambrogio del 377, nell’ode 14 del “Peristefhanòn” del poeta spagnolo Prudenzio ed infine in un carme del papa San Damaso, ancora oggi conservato nella lapide originale murata nella basilica romana di Sant’Agnese fuori le mura. Dall’insieme di tutti questi numerosi dati si può ricavare che Agnese fu messa a morte per la sua forte fede ed il suo innato pudore all’età di tredici anni, forse per decapitazione come asseriscono Ambrogio e Prudenzio, oppure mediante fuoco, secondo San Damaso.

L’inno ambrosiano “Agnes beatae virginia” pone in rilievo la cura prestata dalla santa nel coprire il suo verginale corpo con le vesti ed il candido viso con la mano mentre si accasciava al suolo, mentre invece la tradizione riportata da Damaso vuole che ella si sia coperta con le sue abbondanti chiome. Il martirio di Sant’Agnese è inoltre correlato al suo proposito di verginità. La Passione e Prudenzio soggiungono l’episodio dell’esposizione della ragazza per ordine del giudice in un postribolo, da cui uscì miracolosamente incontaminata.

Assai articolata è anche la storia delle reliquie della piccola martire: il suo corpo venne inumato nella galleria di un cimitero cristiano sulla sinistra della via Nomentana. In seguito sulla sua tomba Costantina, figlia di Costantino il Grande, fece edificare una piccola basilica in ringraziamento per la sua guarigione ed alla sua morte volle essere sepolta nei pressi della tomba. Accanto alla basilica sorse uno dei primi monasteri romani di vergini consacrate e fu ripetutamente rinnovata ed ampliata. L’adiacente cimitero fu scoperto ed esplorato metodicamente a partire dal 1865. Il cranio della santa martire fu posto dal secolo IX nel “Sancta Sanctorum”, la cappella papale del Laterano, per essere poi traslato da papa Leone XIII nella chiesa di Sant’Agnese in Agone, che sorge sul luogo presunto del postribolo ove fu esposta. Tutto il resto del suo corpo riposa invece nella basilica di Sant’Agnese fuori le mura in un’urna d’argento commissionata da Paolo V.

Sant’Ambrogio, vescovo di Milano, nella suddetta opera “De Virginibus” scrisse al riguardo della festa della santa: “Quest’oggi è il natale di una vergine, imitiamone la purezza. E’ il natale di una martire, immoliamo delle vittime. E’ il natale di Sant’Agnese, ammirino gli uomini, non disperino i piccoli, stupiscano le maritate, l’imitino le nubili… La sua consacrazione è superiore all’età, la sua virtù superiore alla natura: così che il suo nome mi sembra non esserle venuto da scelta umana, ma essere predizione del martirio, un annunzio di ciò ch’ella doveva essere. Il nome stesso di questa vergine indica purezza. La chiamerò martire: ho detto abbastanza… Si narra che avesse tredici anni allorché soffrì il martirio. La crudeltà fu tanto più detestabile in quanto che non si risparmiò neppure sì tenera età; o piuttosto fu grande la potenza della fede, che trova testimonianza anche in siffatta età. C’era forse posto a ferita in quel corpicciolo? Ma ella che non aveva dove ricevere il ferro, ebbe di che vincere il ferro. […] Eccola intrepida fra le mani sanguinarie dei carnefici, eccola immobile fra gli strappi violenti di catene stridenti, eccola offrire tutto il suo corpo alla spada del furibondo soldato, ancora ignara di ciò che sia morire, ma pronta, s’è trascinata contro voglia agli altari idolatri, a tendere, tra le fiamme, le mani a Cristo, e a formare sullo stesso rogo sacrilego il segno che è il trofeo del vittorioso Signore… Non così sollecita va a nozze una sposa, come questa vergine lieta della sua sorte, affrettò il passo al luogo del supplizio. Mentre tutti piangevano, lei sola non piangeva.

Molti si meravigliavano che con tanta facilità donasse prodiga, come se già fosse morta, una vita che non aveva ancora gustata. Erano tutti stupiti che già rendesse testimonianza alla divinità lei che per l’età non poteva ancora disporre di sé… Quante domande la sollecitarono per sposa! Ma ella diceva: “È fare ingiuria allo sposo desiderare di piacere ad altri. Mi avrà chi per primo mi ha scelta: perché tardi, o carnefice? Perisca questo corpo che può essere bramato da occhi che non voglio”. Si presentò, pregò, piegò la testa… Ecco pertanto in una sola vittima un doppio martirio, di purezza e di religione. Ed ella rimase vergine e ottenne il martirio”. (tratto da De Virginibus, 1. 1)

Alphonse Marie Ratisbonne-Ho incontrato la bellezza (docu-film)

Per chi non l’avesse ancora visto, ecco il docufilm “Ho incontrato la Bellezza” a cura dei frati minimi di san Francesco di Paola. 
https://gloria.tv/post/yg2NgKR6nVQS2ftHYoMv1goYC

178º ANNIVERSARIO DELLA CONVERSIONE DEL BANCHIERE EBREO ALFONSO RATISBONNE PER MEZZO DELLA MEDAGLIA MIRACOLOSA!

Era il 20 Gennaio 1842 (dieci anni dopo la grandiosa Apparizione della Vergine Santissima a Santa Caterina Labouré): Alfonso Ratisbonne, un giovane banchiere francese imparentato con la ricchissima famiglia Rotschild, ebreo di razza e di religione (entrato da poco a far parte di quell’élite borghese illuminista che cercava di gestire le dinamiche del potere, combinando insieme politica, finanza e massoneria) si recò a Roma sede del Cattolicesimo mondiale.

Andando a Roma con sguardo critico riguardo la Fede Cattolica, si convertì subitamente nella Chiesa di Sant’Andrea delle Fratte. La Vergine Santissima, era apparsa con le stesse sembianze di quelle riportate sulla Medaglia Miracolosa. “Ella non mi disse niente, ma io capii tutto”, dichiarò Alfonso Tobia Ratisbonne, che subito ruppe un promettente fidanzamento e diventò, nello stesso anno, novizio gesuita. Più tardi fu ordinato sacerdote e prestò rilevanti servizi alla Santa Chiesa, sotto il nome di Padre Alfonso Maria Ratisbonne.

Quattro giorni prima della sua felice conversione, il giovane israelita aveva accettato, per bravata, l’imposizione del suo amico, il Barone di Bussière: gli aveva promesso di pregare tutto il giorno una “Ricordati piissima Vergine” (conosciuta preghiera composta da San Bernardo) e portare al collo una Medaglia Miracolosa. Ed egli la portava con sé quando Nostra Signora gli apparve… Questa spettacolare conversione commosse tutta l’aristocrazia europea ed ebbe ripercussione mondiale, rendendo ancora più conosciuta, ricercata e venerata la Medaglia Miracolosa.

https://www.madonnadelmiracolo.it/santuario-della-madonna-del-miracolo/alfonso-ratisbonne/

Vite dei Santi: San Sebastiano

Le catacombe di San Sebastiano

Le Catacombe di S.Sebastiano, situate al III miglio della via Appia, sono un vasto complesso costituito da 12 km di gallerie, quelle che, per essere situate “presso le cave” (dal greco “katà kymbas”) di tufo e pozzolana, furono le prime ad essere chiamate con il termine di “catacombe”, nome poi esteso alle altre consimili necropoli sotterranee. Il tufo è pietra morbida e porosa e la pozzolana una specie di malta: naturale che utilizzarne e poi ampliarne le gallerie per seppellire i defunti, oltre che una necessità, fu una soluzione pratica. Dunque catacombe uguale a cimiteri, una funzione prettamente funeraria, dove la presenza dei fedeli era contemplata solo per celebrare la memoria di un defunto e non nascondiglio o luogo segreto in cui la comunità cristiana si riuniva per sfuggire alle persecuzioni. Dapprima vasto luogo funerario pagano con tombe ad incinerazione ed inumazione, nel corso del I secolo d.C. e fino all’inizio del II, nel settore settentrionale sorsero una serie di colombari in doppia fila. Nello stesso periodo, nella zona sud-orientale, fu costruito un complesso edilizio residenziale (detto oggi “villa grande”) che venne decorato con pitture parietali, tra le quali va segnalato un bellissimo paesaggio con ville marine su una parete dell’ambiente principale.

1 Piazzuola


Il crollo delle volte, avvenuto verso la metà del II secolo, alzò il livello dell’arenario di 3 metri: qui venne approntata una zona nota con il nome di “piazzuola” (nella foto 1) dalla quale si accedeva a tre grandi sepolcri, in laterizio, ancora pagani. Il primo (nella foto 1 al centro) apparteneva a “Marcus Clodius Hermes“, come dichiara l’iscrizione superstite, ed era composto di due camere sovrapposte: ben visibili, sopra la facciata, le tracce di un muretto che costituivano il “solarium”, dove i parenti del defunto si riunivano nell’anniversario della morte del congiunto per consumarvi un pasto leggero in suo onore, una sorta di rinfresco detto “refrigerium“. Il secondo sepolcro (nella foto 1 a destra) detto “degli Innocentiores“, in quanto proprietà di un collegio funeratico così denominato; infine il terzo, detto “dell’ascia” (nella foto 1 a sinistra), per la figura di questo arnese incisa nel timpano del frontone; composto da una rampa d’ingresso e di camera sotterranea con la volta a botte ornata di finissimi stucchi. Alcuni simboli dell’iconografia cristiana (come il simbolo del “pesce”, in greco “ikzùs”, che forma le iniziali di una dichiarazione di fede, “Gesù Cristo, figlio di Dio, Salvatore”) rinvenuti in questi sepolcri indicano una precoce presenza cristiana, a conferma che il passaggio dalla fase pagana a quella cristiana avvenne in modo graduale. L’ultimo edificio d’una certa importanza fu quello oggi denominato “villa piccola”, del quale restano un cortile con pavimento a mosaico bianco e nero ed un portico a pilastri. Alla metà del III secolo il sepolcreto risulta interrato e l’area occupata da una “triclia”, una sorta di cortile di forma trapezoidale (23 x 18 metri) con pavimento in mattoni ed un grande porticato a pilastri dove 600 graffiti conservati sull’intonaco testimoniano quasi 70 anni di “refrigeria“. Le iscrizioni votive, in latino, greco, siriaco ed aramaico, risultano stilate in onore degli apostoli Pietro e Paolo: qui la tradizione, infatti, vuole che i corpi dei due apostoli fossero stati collocati nel 258, durante la persecuzione di Valeriano, per proteggerli da eventuali profanazioni e qui vi rimasero per 50 anni circa (tanto durò infatti la “Memoria Apostolorum“) prima di tornare rispettivamente nei propri sepolcri. Si può affermare che il cimitero si trasformò in luogo di culto cristiano dal momento in cui le spoglie dei due apostoli vi furono sepolte, anche se i risultati archeologici, se confermano l’esistenza di un luogo di culto, non confortano l’ipotesi della traslazione dei corpi, forse anche perché nella zona non fu mai ritrovata una vera e propria sepoltura. Privata delle reliquie, la “Memoria Apostolorum” non aveva più motivo di essere, tanto che, all’inizio del IV secolo, tutte le costruzioni furono smantellate ed interrate ed al loro posto venne edificata la grande “Basilica Apostolorum“, che tuttavia dovette lasciare agibile, almeno parzialmente, la “triclia“. La chiesa attuale, che sorge sul lato destro dell’Appia, poco dopo l’incrocio con via delle Sette Chiese, occupa solo lo spazio dell’antica navata centrale: l’edificio originario, dunque, doveva risultare di ben maggiore grandiosità. La chiesa aveva la pianta “circiforme” tipica delle basiliche cimiteriali: lunga 74 metri e larga 31, aveva tre navate divise da pilastri sormontati da archi. La copertura, secondo consuetudine, era affidata a semplici capriate lignee a vista ed il pavimento era completamente lastricato di tombe, come anche le pareti. Numerosi mausolei, a pianta centrale o a struttura basilicale, vennero in seguito costruiti attorno alla chiesa, il più importante dei quali, databile alla fine del IV secolo, di forma irregolare, è quello detto “Platonia”, che la tradizione vuole sia la cripta dove i due apostoli trovarono sepoltura. Per tale motivo papa Damaso lo fece rivestire con lastre di marmo che nel basso latino erano dette “platoniae“: di fatto era un mausoleo privato costruito ad opera di una comunità della Pannonia, dove furono deposte, tra la fine del IV e gli inizi del V secolo, le spoglie del vescovo e martire S.Quirino di Siscia. Soltanto alla metà del V secolo il complesso risulta intitolato a S.Sebastiano, ufficiale dell’esercito imperiale, condannato a morte sotto Diocleziano. Secondo la “Passio S.Sebastiani“, il santo, denunciato per la sua fede cristiana, venne legato ad una colonna e trafitto da numerose frecce. Creduto morto, venne raccolto e curato dalla vedova Irene. Dopo la guarigione, Sebastiano tornò dall’imperatore per proclamare ancora il suo credo. Diocleziano ordinò di ucciderlo a bastonate nel circopresso il Palatino e di gettare il corpo nella Cloaca Maxima. Tuttavia, prima di arrivare al fiume, il corpo si impigliò nei pressi della chiesa di S.Giorgio in Velabro dove fu ritrovato dalla matrona Lucina che provvide a dargli degna sepoltura nella Catacomba. Nell’826 il corpo del santo, conservato nella cripta, fu rimosso e trasferito a S.Pietro per volere di Eugenio II, probabilmente per timore dei Saraceni, precauzione quanto mai fondata, visto che circa venti anni dopo la chiesa venne investita in pieno dalla terribile incursione dei pirati ed il monastero, che subì i danni maggiori, fu, sia pure per breve tempo, abbandonato. Pochi anni dopo, Niccolò I (858-67) provvide a rifondare il complesso che tre secoli più tardi fu affidato ai Cistercensi di S.Bernardo. Nel 1218 Onorio III, in occasione dei restauri del complesso, riportò i resti del martire nella cripta, conservati ancora oggi presso la Cappella di S.Sebastiano, a sinistra dell’altare maggiore.

2 Statua di S.Sebastiano


L’altare del santo ospita un bellissimo monumento (nella foto 2), opera di Giuseppe Giorgetti su disegno del Bernini, ed il suo corpo, trafitto di frecce, riposa sotto l’altare nella stessa conca di marmo dove lo pose Onorio III. In occasione del restauro furono costruiti il campanile (oggi profondamente trasformato) ed il chiostro, rinvenuto nel corso degli scavi novecenteschi sotto la navata sinistra. Soltanto nel 1563 la basilica subì un nuovo intervento, limitato, peraltro, alla zona dell’altare maggiore, il quale, in origine posto in mezzo alla navata, venne spostato lungo la parete destra. La trasformazione del complesso nelle forme attuali ebbe luogo una ventina d’anni più tardi, quando i Cistercensi, che l’avevano sempre officiata, eccezion fatta per i due secoli in cui furono sostituiti dai Canonici Regolari del Laterano, abbandonarono la chiesa: essa allora fu data in commenda al cardinale Scipione Borghese, nipote di Paolo V, che promosse una profonda opera di ristrutturazione tra il 1608 ed il 1613, affidata in un primo momento a Flaminio Ponzio e, dopo la sua morte, a Giovanni Vasanzio. Furono rifatti soffitto e pavimento, iniziate le due cappelle delle Reliquie e di S.Sebastiano e rinnovata l’architettura generale, compresa la facciata. Quest’ultima (nella foto sotto il titolo) presenta un grande portico a tre arcate, che poggia su quattro coppie di colonne antiche in granito, sormontate da altrettanti capitelli ionici. L’ordine superiore, scandito da coppie di paraste che separano tre finestre dal timpano curvilineo, culmina in un frontone triangolare, sopra il quale spiccava lo stemma nobiliare dei Borghese, successivamente scalpellato. L’opera del cardinale, che richiamò i Cistercensi nel monastero, fu continuata dal cardinale Francesco Barberini e dal papa Clemente XI Albani.

3 Interno


S.Sebastiano divenne l’apice del famoso pellegrinaggio delle Sette Chiese istituito da S.Filippo Neri e conserva, al suo interno (nella foto 3), una delle frecce estratte dal corpo di S.Sebastiano, la colonna alla quale fu legato per l’esecuzione della condanna a morte e l’originale ex-voto pagano che secondo la tradizione riprodurrebbe le impronte dei piedi di Gesù durante l’incontro con Pietro avvenuto dinanzi alla chiesa del “Domine, quo vadis?“. Nell’Ottocento iniziarono gli scavi dell’originale struttura paleocristiana, durante la quale vennero alla luce i resti degli edifici primitivi, ancora oggi visitabili grazie ad una scala situata sul fianco sinistro. Percorrendo quelle strette gallerie, illuminate solamente da grandi lucernari, possiamo ammirare i tre tipi di sepolture catacombali: il loculo, nicchia orizzontale dove il cadavere veniva deposto fasciato da un semplice lenzuolo; l’arcosolio, una fossa sormontata da un arco, ed infine il sarcofago, una cassa di pietra con bassorilievi, segno di nobiltà, grado e ricchezza.

4 Loculo del giocoliere


Nella foto 4 possiamo notare un tratto delle gallerie del secondo piano sotterraneo, dove, sul fondo, è visibile il loculo di un giocoliere che, secondo l’iscrizione, avrebbe conseguito ottimi primati con la sua cavalla Glauce. Quasi tutti i loculi furono aperti dai barbari che cercavano oro, poi dai cristiani in cerca di reliquie, nella credenza che tutti i sepolti fossero martiri. Molti loculi sono piccolissimi: sepolture di bambini, segno inequivocabile della grande mortalità infantile dell’epoca.

20 Gennaio: San Sebastiano

Giovane e puro, conosciuto a causa della sua alta posizione sociale e militare. Presto la sua vita si è diventata un esempio per la crescente comunità cristiana che dominava l´Impero Romano pagano.

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L´imensa quantità di brasiliani che porta il nome Sebastiano ci permette di immaginare quanto quel santo romano militare è ammirato e venerato nel nostro paese e questo succede in altre tante nazioni particolarmente dell´Occidente. Bambini sono battezati con il suo nome, parocchie lo hanno come patrono, chiese lo celebrano come titolare, quartieri e città a lui si legano nella devozione al santo che è considerato il patrono dei soldati, degli arcieri e degli atleti, essendo pure invocato nel combatimento alle epidemie. La Città Meravigliosa, una delle più conosciute in tutto il mondo ha come nome ufficiale “San Sebastiano di Rio de Janeiro” (così come l´importante arcidiocesi con sede lì), un omaggio al santo il cui nome era ostentato dall´allora sovrano portoghese regnante all´epoca in cui la città è stata nominata.

Chi è stato però, San Sebastiano? I dati ufficiali sono scarsi su di lui, ma questo non ci impedisce di avere su di lui tante informazioni che provengono dalla felice e inscindibile combinazione tra la storia e la pietà popolare, e che così ci permette di ritrattare anche se non esatamente la realtà, almeno (e questo è il più importante) lo spirito della realtà con cui un militare cristiano, prestando il servizio militare a uno dei più sanguinosi imperatori romani, ha aiutato tantissime anime a non perdere la forza davanti alla fede, consolandole e permettendole di camminare a testa alta verso il Paradiso; inoltre, proprio lui non ha lasciato, al momento opportuno, di dichiararsi cristiano, offrendo la sua testimonianza e servendo come esempio a tanti altri seguaci di Gesù, che hanno affrontato le persecuzioni all´Era dei Martiri, come fu chiamato il periodo di persecuzione e morte dei fedeli, che veniva ordinato dal sanguinario imperatore Diocleziano.

Già prima della nascita di Nostro Signore Gesù Cristo, i romani chiamavano Mare Nostrum (nostro mare) al Mediterraneo, dato che tutti le terre bagnate da questo mare appartenevano allo stesso impero. Ed è stato proprio in una regione costiera, nella provincia di Gallia, che oggi corresponde all´attuale Narbonne (Francia), che Sebastiano è venuto al mondo. Sua famiglia era di Milano (attuale Italia), e non era incline alla carriera militare, l´avendo seguita lui soltanto perché voleva servire ai fratelli nella fede, che soffrivano persecuzioni.

Sebastiano ha eseguito correttamente i suoi doveri di soldato, ma sotto l´uniforme militare c´era una vero cristiano e dentro il suo corpo c´era un cuore che pulsava ardente dal desiderio di sostenere i perseguitati e di aiutargli a seguire il Divino Maestro, non solo durante la vita, ma anche quando era prossimo il loro momento di morire. Manteneva segreta la sua fede, come era comune tra i cristiani in quei periodi di persecuzioni, perché solo così potevano aiutare quei che ne avevano bisogno, però lui non temeva perdere i suoi beni o addirittura la propria vita.

Una delle sue azioni apostoliche si riferisce ai fratelli gemelli Marco e Marcelliano, che erano stati imprigionati a Roma, e che erano visitati ogni giorno da Sebastiano. Sottomessi a frustate, anche se erano membri di una famiglia di senatori, sono stati condannati alla decapitazione, avendo i suoi famigliari ottenuto dall´amministratore romano chiamato Cromazio un termine perché si cercasse di cambiare la loro opinione.
Tenuti incatenati nella casa dello scriba della prefettura, Nicostrato, i fratelli sono stati sottoposti a tentativi di persuasione da parte dai loro genitori, dalle loro spose e figli ancora piccoli, oltre che da amici, ma quando erano in rischio di esitare dalla loro fede, sono state le parole di San Sebastiano che gli hanno rinnovato lo spirito e che hanno colpito a tutti quei che le sentirono.

Zoe, la sposa di Nicostrato, riconoscendo in Sebastiano un uomo di Dio, si è buttata ai suoi piedi e attraverso i gesti gli ha indicato la malattia di cui soffriva: una malattia che l´ha fatta perdere la capacità di parlare. Sebastiano ha fatto il segno della croce sulla bocca di Zoe ed ha chiesto ad alta voce a Nostro Signore Gesù che la guarisse. Così, subito dopo lei ha ripreso la dizione e ha cominciato a lodare quell´uomo, aggiungendo che credeva in tutto quello che lui aveva appena detto. Davanti alla guarigione della moglie, il proprio Nicostrato si è buttato ai piedi di Sebastiano e gli ha chiesto perdono per aver mantenuto quei due cristiani imprigionati, liberandogli di seguito e dichiarando che si sentirebbe felice se fosse imprigionato e morto al posto di quei due innocenti. I due fratelli già liberi si sono rifiutati ad abbandonare la lotta e ad esporre un´altra persona al loro posto, rafforzando ancora di più la loro fede quando hanno visto l´azione di Dio, che aveva annullato tutti gli sforzi degli altri perché abbandonassero la Chiesa e inoltre ha diventato cristiani i padroni della casa dove erano da poco imprigionati.

Nelle ore che si sono seguite, altre persone hanno anche abbracciato la fede cristiana, arrivando a 68 il numero di persone convertite e battezzate da San Policarpo, lì chiamato da Sebastiano. Nicostrato, sua moglie Zoe, sua famiglia, suo fratello Castore, il carceriere Claudio, i suoi due figli e la sposa Sinforosa, il padre dei gemelli Tranquillino, con sua sposa Marzia e sei amici, le espose dei gemelli e sedici altri prigionieri.

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Senza conoscere i dettagli – perché era stato ingannato – il prefetto di Roma, Cromazio, che aveva concesso ai gemelli il periodo di attesa perché rinunciassero alla loro fede, ha chiamato il padre di entrambi, Tranquillino, con la determinazione che loro dovevano offrire incensi ai dei; Tranquillino ha dichiarato di essere cristiano, aggiungendo che così era stato guarito da una malattia dalla quale pure il prefetto ne soffriva. Cromazio ha offerto soldi per avere la guarigione della malattia, tirando il riso di Tranquillino, il cui aveva spiegato che per avere la guarigione era sufficiente ricorrere a Cristo.

Dopo di un istruttivo catecuminato, nel quale è stata spiegata la superiorità della fede sopra la semplice guarigione di una malattia, Cromazio e suo figlio si sono diventati anche cristiani, permettendo che fossero rotte più di duecento statue di idoli che erano da loro adorati, così come sono stati distrutti gli istrumenti che erano utilizzati per l´astrologia e altre pratiche divinatorie. Però, non solo quel padre e suo figlio si sono diventati cristiani a casa loro, ma sì un totale di 1.400 persone, compresi gli schiavi a chi Cromazio ha concesso la libertà dicendo che era stata data perché loro hanno accettato Dio come padre e non potevano più essere schiavi degli uomini.

Diocleziano, dopo aver assunto l´impero romano, ha mantenuto Sebastiano allo stesso posto, offrendogli però l´incarico di capitano della prima compagnia della Guardia Pretoriana a Roma, avendo molta fiducia su di lui.

È arrivato però il momento in cui Sebastiano doveva assumere il suo ruolo come cristiano, dopo aver fatto che tanti passassero a percorrere il cammino verso il Paradiso. Insoddisfatto, l´imperatore l´ha inviato alla morte: Sebastiano è stato legato ad un tronco d´albero ed il suo corpo è stato trafitto da frecce. Credendolo morto, il suo corpo è stato abbandonato da quei che lo hanno fatto soffrire, però una pia vedova, che voleva seppellirlo con le onore cristiane, l´ha incontrato ancora vivo, curandolo affinché si recuperasse. Poco tempo dopo, lui è andato a presentasi a Diocleziano (che è stato molto sorpreso di vederlo vivo), e Sebastiano lo ha criticato duramente a causa dell´ingiustizia con cui perseguitava i cristiani, che però pregavano per l´impero e per gli eserciti, comunque erano torturati come se fossero nemici dello Stato.

Il crudele imperatore, ostinato nei suoi errori, ha mandato che Sebastiano fosse immediatamente portato a un locale vicino, dove fu picchiato fino alla morte. San Sebastiano è stato seppellito in una catacomba che porta il suo nome e sulla quale è stata costruita una delle sette principali Chiese di Roma, la Basilica di San Sebastiano, in Via Appia.
(Fonti: Vida dos Santos: Padre Rohrbacher; Dix Mille Saints: Beneditinas de Ramsgate; Catholic of Saints: John Delaney)

Inno a San Sebastiano

Ritornello: Glorioso Martire San Sebastiano
Dia ai suoi devoti la vostra protezione 
Dia ai suoi devoti la vostra protezione

Interceda per noi insieme al Buon Signore
Che salva il suo popolo dall´orrore (2 volte)

Dalla peste e dal flagelo, dalla fome e dalla guerra
Che la sua bontà ne allontani dalla terra

Che così protetti possiamo vivere,
per il suo santo nome poter benedire (2 volte)

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