I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia

L’Eucaristia, l’Immacolata e il Sommo Pontefice!

Categoria: Araldi del Vangelo (Page 1 of 64)

XXV Domenica del Tempo Ordinario – Anno A

La parabola degli operai della vigna

Vangelo

In quel tempo, Gesù raccontò questa parabola ai suoi discepoli: 1 “Il Regno dei Cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. 2 Accordatosi con loro per un denaro al giorno, li mandò nella sua vigna. 3 Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano sulla piazza disoccupati 4 e disse loro: ‘Andate anche voi nella mia vigna; quello che è giusto ve lo darò’. Ed essi andarono. 5 Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre e fece altrettanto. 6 Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano là e disse loro: ‘Perché ve ne state qui tutto il giorno oziosi?’ 7 Gli risposero: ‘Perché nessuno ci ha presi a giornata’. Ed egli disse loro: ‘Andate anche voi nella mia vigna’. 8 Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: ‘Chiama gli operai e dà loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi’. 9 Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. 10 Quando arrivarono i primi, pensavano che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero un denaro per ciascuno. 11 Nel ritirarlo però, mormoravano contro il padrone dicendo: 12 ‘Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo’. 13 Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: ‘Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse convenuto con me per un denaro? 14 Prendi il tuo e vattene; ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te. 15 Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?’ 16 Così gli ultimi saranno primi, e i primi ultimi” (Mt 20, 1-16).

Il verme roditore dell’invidia

Veleno che corrode le anime, l’invidia è ancora peggiore quando si rivolta contro i favori spirituali concessi da Dio al prossimo. A questo vizio morale si dà il nome di invidia della grazia altrui.

Non rare volte, il passo del Vangelo da commentare acquista in prospettiva quando viene situato nel suo contesto di tempo e luogo, osservando il comportamento del pubblico e le ripercussioni psicologiche dei protagonisti.

L’ambiente nel quale Gesù espose la parabola

La parabola dei lavoratori della vigna fu proferita dal Divino Maestro nel suo ultimo viaggio, di ritorno a Gerusalemme. Era un momento cruciale. Raggiunto l’apice dei Suoi miracoli, prova inequivocabile della sua divinità, Gesù aveva resuscitato Lazzaro e, per ragioni di prudenza – prevedendo le reazioni irate dei suoi nemici –, aveva deciso di andarsene da Gerusalemme. Passato del tempo, riprese il cammino verso la Città Santa, dove sarebbe entrato solennemente la Domenica delle Palme. Ed è in quest’ultimo tragitto che Lo incontriamo. In quell’epoca, molto anteriore a Gutenberg, non esisteva Antônio evidentemente la stampa, e meno ancora si poteva pensare alla radio, televisione e internet. Abituati a tutti questi mezzi di comunicazione, facciamo fatica ad immaginare come le notizie potessero diffondersi. In verità, sebbene fossero trasmesse da bocca a orecchio, non per questo era lenta la loro divulgazione, soprattutto se rivestite di un carattere spettacolare. Così, per esempio, le novità sull’intensa attività di San Giovanni Battista, la cui attuazione aveva di poco preceduto quella di Gesù, erano corse per tutto il paese e anche oltre frontiera, causando grande mormorio tra il popolo e profonda preoccupazione nel Sinedrio. Era stato solo l’inizio. Dai giorni in cui il Precursore aveva battezzato i suoi primi penitenti, Israele non aveva più smesso di essere assalita da una crescente ondata di avvenimenti inusitati e sconvolgenti. E questa successione di fatti sarebbe culminata nella resurrezione di una persona morta da quattro giorni.
Grappoli d’uva

Tuttavia, più che i miracoli – perfino più di questi –, erano sorprendenti gli insegnamenti del Divino Maestro. Le sue parole cadevano come una pioggia rinfrescante in una terra assetata, com’era il mondo di allora, incluso il popolo eletto. Ci troviamo qui in una prospettiva psicologica piena di curiosità e inquietudine, che portava le persone a interessarsi fin nei minimi dettagli dei sermoni di Gesù di Nazareth. Di qui il grande numero di coloro che si riunivano intorno a Lui, al punto che gli evangelisti parlavano a volte di grande moltitudine, come avvenne nella traversata del Giordano (cfr. Mt 19, 1-2), al tempo del ritorno dalla Galilea alla Giudea. D’altra parte, la dottrina di Gesù e i suoi movimenti erano motivo di grande inquietudine per scribi, farisei e dottori della Legge. La progressiva fama del Divino Maestro li aveva portati a presentarGli questioni apparentemente insolubili e sempre più capziose, ma l’unico risultato dei loro attacchi era darGli l’opportunità di esporre i Suoi divini insegnamenti, che costituiscono il fondamento della dottrina cattolica. E l’insegnamento di una dottrina nuova creava il clima per la spiegazione di un’altra, in una concatenazione naturale straordinaria.

Dottrine concatenate

Questo lo vediamo verificarsi nel suddetto viaggio di ritorno a Gerusalemme, antecedente alla Domenica delle Palme. In quest’occasione avviene il pronunciamento di Nostro Signore sulla indissolubilità del vincolo matrimoniale e la bellezza della verginità (cfr. Mt 19, 3-12). Con ciò, veniva creato l’ambiente favorevole perché Gesù chiamasse tutti a far parte della sua futura Chiesa.

Seguendo il racconto evangelico, ci imbattiamo nell’incontro di Gesù con i bambini: “Lasciate che i bambini vengano a Me, perché di questi è il Regno dei Cieli” (Mt 19, 14). Subito dopo, Nostro Signore dice che il primo nel Regno dei Cieli sarà colui che diventerà come un bambino, indicando la necessità che gli uomini siano simili ai bambini per entrare nel Regno dei Cieli.

Segue l’episodio del giovane ricco, attraverso il quale, diventa chiaro a tutta la Storia, uno dei maggiori ostacoli per l’adesione piena e totale alla Chiesa: l’attaccamento ai beni di questo mondo (cfr. Mt 19, 16-22). È stato l’insegnamento di Gesù, originato dal rifiuto del giovane di rispondere alla chiamata del Maestro, che ha provocato un intervento di Pietro. Per il suo carattere estremamente comunicativo, egli non resistette a chiedere: “Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e Ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne otterremo?” (Mt 19, 27). Dalla risposta a questa domanda, vediamo come Gesù stesse preparando l’opinione pubblica a ricevere la sua chiamata. Lui rispose con divina chiarezza: “Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna” (Mt 19, 29). Come il “cento volte tanto” si riferisce alla vita presente, la frase di Nostro Signore ci conduce alla facile conclusione che ci sono promessi due premi differenti: uno sulla Terra, l’altro nell’eternità. Si tratta di un grande incoraggiamento a tutti i seguaci di Cristo, che li aiuta a rimanere incrollabili nella via da percorrere.

Incisione della parabola degli operai della vigna

Precisamente in questo punto del Vangelo inizia la parabola dei lavoratori della vigna, con la quale Gesù fa una specie di passo ulteriore nella fase di istruzione dei suoi seguaci, inclusi quelli futuri.

L’immagine della vigna

In quel tempo, Gesù raccontò questa parabola ai suoi discepoli: 1 “Il Regno dei Cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. 2 Accordatosi con loro per un denaro al giorno, li mandò nella sua vigna”.

Al contrario di quanto in genere si suppone, la regione nella quale oggi sono inclusi la Palestina e l’Israele era, al tempo di Nostro Signore, alquanto fertile. Il panorama molte volte arido e desolante dei nostri giorni è il risultato di duemila anni di lotte e distruzioni. Ma a quei tempi, di fatto, era un paese dove, oltre a scorrere latte e miele (cfr. Nm 13, 27) e produrre ottimo olio di oliva, si coltivavano eccellenti vigneti, come attestano le Sacre Scritture (cfr. Nm 13, 23-24), certamente segno della benedizione di Dio.

Nel lavoro della vigna, si utilizzavano due periodi dell’anno: l’inizio della primavera e l’autunno. Il primo per renderla pronta alla fioritura e l’altro per la raccolta. Per tutte e due le occasioni c’era bisogno di un buon numero di lavoratori stagionali poiché pochi erano permanenti. Per questo vediamo, nella parabola in questione, il padre di famiglia andare in cerca degli operai, offrendo lavoro agli uni per necessità e agli altri per il puro desiderio di offrire loro un mezzo per guadagnare qualcosa.

3 “Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano sulla piazza disoccupati 4 e disse loro: ‘Andate anche voi nella mia vigna; quello che è giusto ve lo darò’. Ed essi andarono. 5 Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre e fece altrettanto. 6 Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano là e disse loro: ‘Perché ve ne state qui tutto il giorno oziosi?’ 7 Gli risposero: ‘Perché nessuno ci ha presi a giornata’. Ed egli disse loro: ‘Andate anche voi nella mia vigna’. 8 Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: ‘Chiama gli operai e dà loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi’. 9 Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. 10 Quando arrivarono i primi, pensavano che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero un denaro per ciascuno”.

Le ore di lavoro erano divise in quattro parti da Sole a Sole, ossia, di tre in tre ore, dalle sei del mattino alle sei del pomeriggio. Tuttavia, nella parabola dei vignaioli, gli ultimi lavorarono solo dalle cinque alle sei del pomeriggio, costituendo un quinto gruppo. Il salario, com’è ovvio, era quello pattuito.

La spiegazione

11 “Nel ritirarlo però, mormoravano contro il padrone dicendo: 12 ‘Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo’. 13 Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: ‘Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse convenuto con me per un denaro? 14 Prendi il tuo e vattene; ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te. 15 Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?’”

Una buona spiegazione di questa parabola, data con la chiarezza, concisione e obiettività proprie dello stile francese, è opera del noto esegeta Louis Claude Fillion.1 Secondo lui, vari sono i commentatori dei Vangeli, tutti concordi sul fatto che, nelle parabole, vi sono circostanze la cui funzione è solo di ornamento. Nel caso presente, molti commentatori esitano nell’analisi, forzando l’interpretazione di ogni dettaglio. Avendo presente questo, Fillion cerca di indicare l’idea dominante nella parabola: “Sembra che Dio, nei panni del proprietario ricco, compia fedelmente le sue promesse verso coloro che Lo servono, e a tutti dia, senza eccezione, in qualsiasi momento della vita in cui abbiano cominciato il loro lavoro, una giusta ricompensa di tutte le loro fatiche”.2

Tuttavia, quest’uomo ripartisce i suoi doni nella proporzione che gli aggrada. Per vari esegeti, qui risiede la principale difficoltà della parabola: a prima vista, sembrerebbe un’ingiustizia che il padrone della vigna paghi lo stesso salario tanto a quelli che hanno lavorato di più, quanto a quelli che hanno lavorato di meno.

Fillion evidenzia che, nel racconto, nessuno è stato dimenticato al momento della distribuzione, in modo da non creare motivo per lamentele. San Tommaso è dello stesso parere: “Quando si tratta di cose che vengono date per grazia, ciascuno può dare a suo piacimento a chi vuole, più o meno, senza pregiudizio della giustizia, purché a nessuno sottragga ciò che gli è dovuto”.3 Tornando a Fillion, egli conclude il suo ragionamento con una sentenza della massima importanza, sulla quale torneremo più avanti: “Ciascuno deve essere soddisfatto di quello che ha ricevuto e dimostrare riconoscenza, senza guardare con invidia quelli che hanno guadagnato di più”.4

La chiamata di Dio

16 “Così gli ultimi saranno primi, e i primi ultimi”.

Al termine del commento, l’autore francese indica un’altra rilevante lezione della parabola: “Non tutti iniziano a lavorare per la propria salvezza e santificazione nella stessa epoca della loro vita. Alcuni lo fanno nella prima ora, l’infanzia, altri in gioventù, altri ancora nell’età matura e alcuni iniziano quando già si manifestano i segnali precursori della morte. Beati gli operai della prima ora, che hanno vissuto soltanto per Dio! Beati anche quelli che, avendo udito a un certo punto della vita la chiamata della grazia, corrispondono a questa e accorrono presso il loro Salvatore, per lavorare con Lui e per Lui!”.5

Come dicevamo all’inizio di quest’articolo, Gesù preparava con le Sue predicazioni, in questa fase, la chiamata ai suoi seguaci futuri. Dio, proprio come risulta in questa parabola, chiama tutti alla perfezione, nonostante lo facciano in momenti e occasioni diverse della vita. Nessuno deve scoraggiarsi se ha lasciato a molto tardi il preoccuparsi della propria salvezza, poiché a tutti la misericordia di Dio riserva un premio. Nel frattempo, è anche necessario rispondere subito alla convocazione di Gesù, in maniera decisa. Nessuno di quelli chiamati al lavoro, in questa parabola, è arrivato a proporre un orario più tardo, ma immediatamente si è messo a lavorare. Nessuno ha inoltre rifiutato. Così dobbiamo procedere noi: non dobbiamo ritardare il nostro “sì” alla chiamata del Maestro.

L’invidia, “carie delle ossa”

Come abbiamo visto, Fillion recrimina l’invidia nata nel cuore di alcuni lavoratori della vigna. Infatti, questa parabola porta un insegnamento a proposito dell’inconsistenza, illogicità e malizia dell’invidia.

In cosa consiste tale vizio? Nella tristezza a causa del bene altrui. Tanquerey evidenzia che il dispetto causato dall’invidia è accompagnato da una costrizione del cuore, che diminuisce la sua attività e produce un sentimento di angoscia. L’invidioso sente il bene di un’altra persona “come se fosse un colpo inferto alla sua superiorità”.6 Non è difficile capire come questo vizio nasca dalla superbia, la quale, come spiega il famoso teologo padre Royo Marín, “è l’appetito disordinato della propria eccellenza”.7 L’invidia “è uno dei peccati più vili e ripugnanti che si possa commettere”,8 ci tiene a sottolineare il domenicano.

San Tommaso9 coglie, tra i diversi commenti di questo passo contenuti nella Catena Aurea, il fatto che i lavoratori della vigna non si lamentassero per il fatto di considerarsi defraudati nella ricompensa alla quale avevano diritto, ma perché gli altri avessero ricevuto più di quanto meritassero. Vediamo qui l’insensatezza dell’invidioso, al punto che soffre più per il successo degli altri che per le sue perdite.

Dall’invidia nascono diversi peccati, come l’odio, l’intrigo, la maldicenza, la diffamazione, la calunnia e il piacere per le avversità del prossimo. Essa è alla radice di molte divisioni e molti crimini, persino in seno alle famiglie. Basti ricordare la storia di Giuseppe d’Egitto. Dice la Scrittura: “La morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo” (Sp 2, 24). Ecco la radice di tutti i mali della nostra Terra d’esilio. Il primo omicidio della Storia ha avuto questo vizio come causa: “Il Signore gradì Abele e la sua offerta, ma non gradì Caino e la sua offerta. Caino ne fu molto irritato e il suo volto era abbattuto” (Gen 4, 4-5).

Nella parabola in questione, l’invidia è il motivo della maldicenza degli operai della prima ora contro il padrone della vigna. Questo stesso affermerà: “Tu sei invidioso perché io sono buono?”. Peccato dalle conseguenze funeste, esso amareggiò molti angeli, già nel primo giorno della creazione, che per questa ragione furono precipitati dall’alto dei Cieli al più profondo degli inferi. Non sopportarono l’infinita superiorità di Dio e, chissà, la divinità di Gesù e la predestinazione di sua Madre alla maternità divina.

I Vangeli traboccano nella narrazione della perfidia degli scribi e farisei contro il Messia. Quale la causa di quest’odio deicida? Perfino Pilato “sapeva bene che glielo avevano consegnato per invidia” (Mt 27, 18). Con proprietà afferma il Libro dei Proverbi: “Un cuore tranquillo è la vita di tutto il corpo, l’invidia è la carie delle ossa” (14, 30).

Questo vizio comporta dei gradi. Quando ha per oggetto beni terreni – bellezza, forza, potere, ricchezza, ecc. –, avrà una gravità maggiore o minore, dipendendo dalle circostanze. Ma se riguarderà doni e grazie concesse da Dio a un fratello, costituirà uno dei più gravi peccati contro lo Spirito Santo: l’invidia della grazia fraterna. “L’invidia del profitto spirituale del prossimo è uno dei peccati più satanici che si possa commettere, perché con esso non solo si prova invidia e tristezza per il bene del fratello, ma anche per la grazia di Dio, che cresce nel mondo”,10 commenta padre Royo Marín.

Tutte queste considerazioni devono imprimersi a fondo nei nostri cuori, facendoci fuggire da questo vizio come da una peste mortale. Rallegriamoci per il bene dei nostri fratelli, e lodiamo Dio per la sua liberalità e bontà. Chi agirà così noterà, in poco tempo, come il cuore sarà tranquillo, la vita in pace, e la mente libera di navigare verso orizzonti più elevati e belli. Più ancora: diventerà egli stesso oggetto dell’affetto e della predilezione del nostro Padre Celeste.

Di passaggio, ci sembra opportuno notare che questa regola si applica non solamente a ogni cattolico, ma anche alle numerose famiglie spirituali esistenti nella Chiesa. Tra loro deve regnare sempre e in modo crescente l’atmosfera espressa dall’Apostolo in queste parole: “La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta” (I Cor 13, 4-7).

Dove impera l’amore di Dio, scompare l’invidia.
Sacro Cuore di Gesù

La ricompensa molto grande

Qui su questa Terra siamo solo di passaggio. Il nostro destino è la visione beatifica nell’eternità: “In lumine tuo videbimus lumen – Nella tua luce vediamo la luce” (Sal 36, 10). La nostra intelligenza parteciperà al lumen gloriæ – luce della gloria – di Dio e sarà attraverso questa che Lo vedremo, faccia a faccia. Egli sarà lo stesso per tutti, per cui, nella nostra parabola, il salario sarà lo stesso per ognuno degli operai della vigna. Ma un salario che colmerà tutti d’indicibile felicità, poiché, come ha detto Dio: “la tua ricompensa sarà molto grande” (Gen 15, 1). La condizione essenziale perché tutti giungiamo fin là è fissata però nella vera carità, e mai nell’invidia.

1) Cfr. FILLION, Louis-Claude. Vida de Nuestro Señor Jesucristo. Vida pública. Madrid: Rialp, 2000, v.II, p.435.

2) Idem, ibidem.

3) SAN TOMMASO D’AQUINO. Somma Teologica. I, q.23, a.5, ad 3.

4) FILLION, op.cit., p.435.

5) Idem, ibidem.

6) TANQUEREY, Adolphe. Compendio de Teología Ascética e Mística. 4.ed. Madrid: Palabra, 2002, p.455.

7) ROYO MARÍN, OP, Antonio. Teología Moral para seglares. 7.ed. Madrid: BAC, 1996, v.I, p.488.

8) Idem, ibidem.

9) Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO. Catena Aurea. In Matthæum, c.XX, v.1-16.

10) ROYO MARÍN, op.cit, p.264.

San Giuseppe da Copertino: il santo che volava con le ali della fede

Le testimonianze di quanti ebbero la grazia di assistere agli eventi prodigiosi operati dal Santo illetterato

“E lo vedemmo volare. La vera vita di San Giuseppe da Copertino” a cura di fra Roberto Brunelli (Guerrino Leardini, Centro Missionario Francescano 2017) è un libro importante e ben strutturato, frutto di un lungo, appassionato e laborioso lavoro con lo scopo di raccontare il santo direttamente dalle voci di coloro che lo hanno incontrato in vita, i testimoni oculari delle sue manifestazioni di estasi e levitazione.

Si legge nella prefazione:

«Qualsiasi essere vivente senza ali (e senza trucchi) che rimanga sospeso in aria di un solo centimetro e per l’arco di un breve minuto, di fronte a due testimoni sobri, mette già nello scompiglio l’intera congrega dei razionalisti, di quegli uomini più saggi dell’Onnipotente, che hanno deciso quello che Dio può fare o non fare senza il loro permesso».

E poi:

«All’opposto dei materialisti, altri, che potremmo definire “fantasiosi”, pur di non tirare in ballo il Dio del Cristianesimo, potrebbero giustificare la levitazione del Santo copertinese con teorie strampalate, fluidi magnetici, poteri segreti, erbe sconosciute e ipotesi irreali, che hanno almeno il merito di farci sorridere. Anche in questo caso ci viene in mente il grande Chesterton: «Quando uno non crede in Dio, non è che non crede a niente. Crede a tutto!» Noi cristiani, di fronte ad ogni fenomeno “soprannaturale”, possiamo prenderci il lusso di credervi; ci è consentito iniziare l’indagine con il non pregiudiziale “forse”, che è all’inizio di tutte le ricerche sagge; di verificare con l’utilizzo della ragione fatti e documenti, e di concludere l’analisi con molta prudenza e senza dogmaticità».

Il testo raccoglie le deposizioni giurate dei testimoni ai processi di beatificazione di Giuseppe Desa, San Giuseppe da Copertino, che più di ogni altro ha ricevuto da Dio il dono della levitazione, insieme a quello della profezia, della bilocazione, della lettura dei cuori. È la storia affascinante di un umile frate illetterato, che «pur essendo ignorante di lingua e zoppicante di calligrafia, quando parlava di Dio si illuminava»patrono degli studenti e degli aviatori, che fin da fanciullo preferiva la chiesa alla scuola, incompreso dagli uomini ma amato da Dio.

Ringrazio fra Roberto Brunelli per averci inviato queste bellissime immagini del Santo dei Voli:

LE FONTI

Ci ha raccontato l’autore:

«(…)sette anni fa nell’Archivio del Santuario di San Giuseppe da Copertino di Osimo riemerse dalla polvere il Summarium dei processi per la beatificazione di san Giuseppe da Copertino. Questo testo, un volume di circa 1000 pagine, pubblicato nel 1713 dalla tipografia vaticana con tiratura di pochissime copie, era stato lo strumento necessario ai cardinali e ai teologi per verificare le virtù di fra Giuseppe Desa. Esso è il riassunto dei tre processi locali che si svolsero nel 1664, un anno dopo la morte del Santo dei voli, a Nardò, Assisi e Osimo. Negli stessi luoghi si svolsero successivamente i processi apostolici, dove vennero interrogati i testimoni ancora in vita. (…)Oltre ai processi, sono stati utilizzati per la composizione della biografia anche le altre fonti antiche: la vita di san Giuseppe scritta da p. Roberto Nuti, Custode del Sacro Convento, che conobbe il Santo nella sua permanenza assisana, e quella del p. Giacomo Roncalli, Provinciale delle Marche e confidente del frate copertinese. Altri brani sono tratti dai Diari compilati dall’abate Rosmi, amico di fra Giuseppe, che raccolgono molte notizie su estasi, visioni e detti, trascritte dal benedettino quando il frate era ancora in vita».

VOLI E MIRACOLI

Abbiamo pensato di riportare per voi lettori, tre delle tantissime testimonianze sugli episodi di levitazione e sui miracoli compiuti da San Giuseppe da Copertino. Il libro è ricco di vicende e di fatti straordinari vissuti dal frate nella più totale umiltà, che vale veramente la pena di leggere e meditare.

IN VOLO: “diede un grido e volò, e si pose con i piedi sopra l’altare, con le mani distese a forma di croce”

“Deposizione di p. Diego Galasso, che accompagnò il Santo al processo dell’inquisizione a Napoli”. «Quando stavo con fra Giuseppe a Napoli, egli fu mandato a dire la Messa a S. Gregorio d’Armenia, chiamato a Napoli S. Leguori, monastero di monache, e ve lo mandò il padre Inquisitore. Egli andò e celebrò la Messa nella cappella segreta. Finita la Messa s’inginocchiò in un cantone della chiesa, e l’altare stava pomposamente addobbato con molti lumi, fiori e reliquie. Fra Giuseppe diede un grido e volò, e si pose con i piedi sopra l’altare, con le mani distese a forma di croce, inchinato verso i lumi e i fiori. Le monache incominciarono a gridare, dicendo che si bruciava, ed io, che ero presente, gli dissi di non toccarlo. Stato così, diede di nuovo un grido, e tornò a volo e si pose in ginocchio nel mezzo della chiesa, e con le ginocchia ballava e si girava velocissimamente, con molta meraviglia di tutti. Poi andò in estasi, e io lo chiamai e quello venne in sé. Quando si girava con le ginocchia diceva: “Oh Beata Vergine, oh Beata Vergine”. Poi le monache lo chiamarono, e si fecero fare certe croci per devozione. Tornati al convento, quando lo andai a visitare nella camera, lo trovai piangente. Gli dissi che cosa avesse, e mi rispose che le monache gli avevano tagliato la tonaca, e che lui era povero, e gli risposi che gliel’avrebbero fatta nuova. Si chiedeva che cosa volevano da lui, che era un gran peccatore. Andai dalle monache, e gli dissi perché avevano fatto quello a fra Giuseppe. Mi risposero che se voleva una tonaca nuova gliela davano, purché gli dessero in cambio la sua; ma quando dissi questo a fra Giuseppe, mi rispose che voleva piuttosto portare quella tonaca così tagliata, che non la loro nuova».

GUARIGIONE DI UN BAMBINO

«Fra Giuseppe, quando stava alla Grottella, sanò subito un mio fratello che si chiamava Giovanni Donato Caputo, quando era piccinno che poteva avere due anni. Era nato con la bocca tutta fracida per causa di mal francese, che il marito aveva attaccato alla madre. E dall’una all’altra parte della bocca del piccinno pendeva un pezzo di carne, grande quanto una mandorla, che cacciava marcia e sangue, e puzzava. Avendo il medico applicati molti medicamenti, non fu possibile guarirlo, anzi il medico disse: “Questo piccinno non può sanare, perché il male l’ha portato dal ventre della madre”. Per questo mia madre si raccomandò a fra Giuseppe, il quale un giorno passando dinanzi casa, e mia madre gli si inginocchiò innanzi dicendogli: «Fra Giuseppe mio, ti prego per l’amor di Dio e di Maria Vergine di sanarmi questo figlio». Fra Giuseppe rispose: «Non è niente, non è niente», però non volle toccare il piccinno. E tornando a passare il giorno seguente, mia madre di nuovo lo pregò piangendo, che per l’amor di Dio e di Maria Vergine gli sanasse il figlio. Per la qual cosa fra Giuseppe fece il segno della Croce sopra la bocca di quel piccinno e subito le piaghe sanarono. Io però non mi trovai presente quando egli fece il segno della Croce sopra mio fratello, perché ero fuori in campagna appresso le pecore. Ma questo lo so di certo perché la mattina, quando uscii da casa lasciai lo piccinno con la bocca fracida e puzzolente, e la sera quando tornai a casa trovai il figliolo con le piaghe asciutte, e mia madre mi disse che gli aveva fatto il segno della Croce fra Giuseppe. In capo alle ventiquattro ore le piaghe restarono totalmente sane, come se non avesse avuto mai lesione alcuna, e quei pezzetti di carne che stavano ai lati della bocca sparirono e vi restarono solamente i segni, come una capo di spilla, ma di carne pura e netta». (Giovanni Antonio Caputo)

IN VOLO: “lo vidi volare da quel luogo, dove stava in ginocchio, come un uccello”

“Rimarrà tipico nella fenomenologia dei voli del Santo il fatto che il suo corpo, precipitato improvvisamente dall’estasi in mezzo a lampade, fiori e altri oggetti, non procurasse mai ad essi il minimo danno”: «Trovandomi nella chiesa del convento della Grottella la notte del Giovedì Santo, stava guardando il Sacro Sepolcro, e facendo orazione con altri pochi frati. Vi era anche fra Giuseppe, che stava in ginocchio all’altare di sant’Eligio, tre passi circa lontano dal Sepolcro, quando io sentii un grido forte di fra Giuseppe. In questo stesso tempo del grido lo vidi volare da quel luogo, dove stava in ginocchio, come un uccello, ed andò a cacciarsi dentro la rotondità dove stava reposto il Santissimo, e questa rotondità era sfondata con artificio di tavole e carte dipinte, con le lampade ad olio ardenti, e molte candele di cera. Fra Giuseppe come una mosca trapassò tutto questo sfondo di rotondità, senza far cadere nessuna lampada, né candela, e senza danno alcuno delle carte e dei fiori, e questo non poteva accadere senza miracolo, poiché per ragion naturale doveva far versare tutte quelle lampade, e fracassare ogni cosa; fra Giuseppe dopo questo volo così meraviglioso restò con le ginocchia sopra l’altare sopra il quale era il Santissimo, alto da terra circa due passi; stette curvato innanzi al Santissimo con le mani giunte, e vi stette un pezzetto fin tanto che fu chiamato il superiore, che era il p. Panaca, il quale stava nella sua camera. Scendendo in chiesa, e vedendo il luogo dove stava fra Giuseppe, fece prima levare tutte le lampade e candele per potervi salire, e poi vi salì, e chiamò fra Giuseppe per obbedienza. Rivenuto dal ratto, se ne scese dallo scalino per il quale si scendeva e saliva al Sepolcro. Se ne andò con una grand’umiltà, come confuso e io con gli altri restammo compunti di devozione» (Fra Filippo Preite)

Il libro è sorprendente, le deposizioni sono così numerose e variegate da meravigliare il lettore, da accendere la nostra fede tiepida, da infondere nuovo slancio al nostro rapporto con Dio, nei sacramenti e nella preghiera.

L’aspetto più bello delle vicende narrate è l’atteggiamento umile ed obbediente di San Giuseppe da Copertino, il suo totale abbandono al Signore, la sua profondadevozione alla Madonna, come scrive nella prefazione l’autore:

«(…) san Giuseppe da Copertino, un santo “simpatico”, ma anche “tribolato”, un po’ come ognuno di noi. Anch’egli soffriva per la propria miseria ed impotenza, colpito dalle numerose vicissitudini negative della vita, sempre desideroso come l’uccello in gabbia di fuggire dalla propria prigione. Riuscì però a superare ogni ostacolo grazie all’umiltà, all’obbedienza, all’adempimento della volontà di Dio, nutrendosi del Vangelo e del Corpo di Cristo, e facendosi tenere per mano da Maria. Egli è l’esempio evidente di che cosa possa diventare la creta se si lascia lavorare dal vasaio (…)Divenne un gran dono di Dio alla Chiesa: per anni e anni fu maestro di vita spirituale a sacerdoti e religiosi, a principi e Re, a Vescovi e Papi. Patrono degli studenti, viene invocato dai giovani nel momento degli esami o della prova, ma frate Giuseppe ha molto da insegnare a tutti. Le sue estasi ci dicono che esiste una realtà più affascinante da contemplare, i suoi voli che il Regno dei Cieli è più importante delle cose della terra, il suo sorriso che la nostra vita si realizza pienamente solo nella volontà e nella pace di Dio».

San Giuseppe da Copertino, prega per noi! Che voliamo basso non per umiltà, ma perché abbiamo perso la speranza che viene solo dell’Alto, anzi, dall’Altissimo.

Maturità al tempo del Covid-19

Oggi ti affidiamo tutti i ragazzi e le ragazze che affronteranno la maturità. Tu che sei il santo patrono degli studenti e hai incontrato tante difficoltà negli studi, intercedi per loro affinché ottengano buoni risultati. Oltre alla paura per l’esame, provano tanta nostalgia dei loro compagni, della classe, dei professori, anche se non lo ammetteranno mai. La pandemia ha tolto loro la possibilità di vivere in allegria e pienezza l’ultimo anno delle superiori: di confrontarsi, litigare, interrogarsi, prendere posizioni, abitare insieme i 18 anni appena compiuti. Santo illetterato, prega per ciascuno e per tuttiaffinché si sentano capaci, brillanti, motivati, accompagnati, maturi, stupendamente vivi!

Preghiera prima di un esame

Oh san Giuseppe da Copertino, che ami dispensare favori a tutti coloro che hanno bisogno della tua assistenza, io imploro il tuo aiuto per i miei studi e per i prossimi esami. Nonostante il mio duro lavoro e la mia buona volontà, sono in ansia per queste prove e per il risultato che otterrò. Ricordati, San Giuseppe, che anche tu hai sofferto una difficoltà simile e che attraverso l’obbedienza e la potente protezione del tuo padre spirituale, sei stato provvidenzialmente aiutato a raggiungere la tua vocazione.
Imploro adesso la tua assistenza; aiutami a essere fiducioso durante la prova, ad essere attento e preciso in tutte le mie risposte. Ti chiedo di pregare per i miei propositi, nel nome di Gesù, e di fare una supplica speciale a Maria e San Francesco, tuo santo Padre.
Oh santo patrono degli esami accademici, sono persuaso che la mia speranza nella tua assistenza di preghiera non sarà delusa. Amen

San Giuseppe da Copertino

Che il dono della scienza infusa esista lo si può accertare leggendo del patrono degli studenti, san Giuseppe da Copertino (1603-1663), che pure si definiva fratel Asino. Ancor più che per la scienza infusa, divenne noto per le levitazioni, che di suo avrebbe voluto nascondere, ma non gli fu possibile…

Che il dono della scienza infusa esista lo si può accertare leggendo di san Giuseppe da Copertino (1603-1663), che pure si definiva fratel Asino. Non era falsa modestia, perché “asino” era cresciuto per davvero. Da bambino abbandonò presto la scuola per una malattia che lo costrinse a letto per cinque anni, da cui guarì dopo essere stato unto con l’olio in un vicino santuario. Devotissimo alla Madonna, maturò il proposito della vita religiosa, ma due conventi lo respinsero per l’inettitudine. Alla fine, più per compassione che per altro, lo accolsero i frati francescani conventuali.

La buona volontà non gli mancava, ma imparava a fatica. All’esame per il diaconato, il vescovo aprì a caso la Bibbia sul passo «Benedetto il grembo che ti ha portato» (cfr. Lc 11, 27). Era l’unico che Giuseppe conosceva bene. La Provvidenza lo aiutò anche per l’esame di ammissione al sacerdozio e capì di dover tutto a Dio. L’umiltà e la preghiera costante gli attrassero così tanti doni soprannaturali che i teologi iniziarono a chiedergli pareri.

Ancor più che per la scienza infusa, divenne noto per le levitazioni, che di suo avrebbe voluto nascondere. Ma bastava la lettura di un salmo o la vista di un’immagine sacra per farlo sospendere in aria di qualche palmo e perfino volare. Le folle lo seguivano e la sua notorietà diventò tale che l’Inquisizione volle approfondire per comprendere se vi fosse abuso di credulità popolare: dopo un’estasi davanti ai loro occhi, i giudici capirono che non c’era trucco.

Fu trasferito da un convento all’altro (visse anche ad Assisi), ma gli fu impossibile vivere nel nascondimento per i ripetuti fenomeni soprannaturali, specie durante la Messa, vero fulcro delle sue giornate. Diceva: «Quando nello schioppo la polvere da sparo si accende, manda fuori quel boato e fragore. Così il cuore estatico acceso dell’amore di Dio!».

Novena a San Pio da Pietrelcina

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1° GIORNO

O Padre Pio da Pietrelcina, che hai portato sul tuo corpo i segni della Passione di Nostro Signore Gesù Cristo. Tu che hai portato la Croce per tutti noi, sopportando le sofferenze fisiche e morali che ti flagellavano anima e corpo in un martirio continuo, intercedi presso Dio affinché ognuno di noi sappia accettare le piccole e le grandi Croci della vita, trasformando ogni singola sofferenza in un sicuro vincolo che ci lega alla Vita Eterna.

« Conviene addomesticarsi coi patimenti, che piacerà a Gesù mandarvi . Gesù che non può soffrire di tenervi in afflizione, verrà a sollecitarvi ed a confortarvi con l’infondere al vostro spirito nuovo coraggio ». Padre Pio

Recita della coroncina al Sacro Cuore di Gesù (in fondo)

2° GIORNO

O Padre Pio da Pietrelcina, che al fianco di Nostro Signore Gesù Cristo, hai saputo resistere alle tentazioni del maligno. Tu che hai subito le percosse e le vessazioni dei demoni dell’inferno che volevano indurti ad abbandonare la tua strada di santità, intercedi presso l’Altissimo affinché anche noi con il tuo aiuto e con quello di tutto il Paradiso, troviamo la forza per rinunciare al peccato e conservare la fede sino al giorno della nostra morte.

« Fatti animo e non temere le fosche ire di Lucifero. Rammentati per sempre di questo : che è buon segno allorché il nemico strepita e ruggisce all’intorno della tua volontà, poiché questo dimostra che egli non è al di dentro ». Padre Pio

Recita della coroncina al Sacro Cuore di Gesù (in fondo)

3° GIORNO

O Padre Pio da Pietrelcina, che hai tanto amato la Mamma Celeste da riceverne quotidiane grazie e consolazioni, intercedi per noi presso la Vergine Santa deponendo nelle Sue mani i nostri peccati e le nostre fredde preghiere, affinché cosi’ come a Cana di Galilea, il Figlio dica di si alla Madre ed il nostro nome possa essere scritto nel Libro della Vita.

« Maria sia la stella, che vi rischiari il sentiero, vi mostri la via sicura per andare al Celeste Padre ; Essa sia quale àncora, a cui dovete sempre più strettamente unirvi nel tempo della prova ». Padre Pio

Recita della coroncina al Sacro Cuore di Gesù (in fondo)

4° GIORNO

O Padre Pio da Pietrelcina che hai tanto amato il tuo Angelo Custode il quale ti faceva da guida, da difensore e da messaggero. A te le Figure Angeliche portavano le preghiere dei tuoi figli spirituali. Intercedi presso il Signore affinché anche noi impariamo a servirci del nostro Angelo Custode che per tutta la nostra vita è pronto a suggerirci la via del bene ed a dissuaderci dal compiere il male.

« Invoca il tuo Angelo Custode, che ti illuminerà e ti guiderà. Il Signore te lo ha messo vicino appunto per questo. Perciò’ serviti di lui ». Padre Pio

Recita della coroncina al Sacro Cuore di Gesù (in fondo)

5° GIORNO

O Padre Pio da Pietrelcina, che hai nutrito una grandissima devozione per le Anime del Purgatorio per le quali ti sei offerto quale vittima espiatrice, prega il Signore affinché infonda in noi i sentimenti di compassione e di amore che tu avevi per queste anime, di modo che anche noi riusciamo a ridurre i loro tempi di esilio, procurandoci di guadagnare per Esse, con i sacrifici e le preghiere, le Sante Indulgenze loro necessarie.

“O Signore, ti supplico di voler versare sopra di me i castighi che sono preparati ai peccatori e alle anime purganti ; moltiplicali pure sopra di me, purché converti e salvi i peccatori e liberi presto le anime del purgatorio ». Padre Pio

Recita della coroncina al Sacro Cuore di Gesù (in fondo)

6° GIORNO

O Padre Pio da Pietrelcina, che hai amato gli ammalati più di te stesso, vedendo in essi Gesù. Tu che nel nome del Signore hai operato miracoli di guarigione nel corpo ridonando speranza di vita e rinnovamento nello Spirito, prega il Signore affinché tutti gli ammalati, per intercessione di Maria, possano sperimentare il tuo potente patrocinio e per mezzo della guarigione corporale possano trarre vantaggi spirituali per ringraziare e lodare il Signore Dio in eterno.

« Se so poi che una persone è afflitta, sia nell’anima che nel corpo, che cosa non farei presso del Signore per vederla libera dai suoi mali ? Volentieri mi addosserei , pur di vederla andar salva, tutte le sua afflizioni, cedendo in suo favore i frutti dei tali sofferenze, se il Signore me lo permettesse… ». Padre Pio 

Recita della coroncina al Sacro Cuore di Gesù (in fondo)

7° GIORNO

O Padre Pio da Pietrelcina che hai aderito al progetto di salvezza del Signore offrendo le tue sofferenze per slegare i peccatori dai lacci di satana, intercedi presso Dio affinché i non credenti abbiano la fede e si convertano, i peccatori si pentano nel profondo del loro cuore, i tiepidi si infervorino nella loro vita cristiana ed i giusti perseverino sulla via della salvezza.

« Se il povero mondo potesse vedere la bellezza dell’anima in grazia, tutti i peccatori, tutti gli increduli si convertirebbero all’istante ». Padre Pio

Recita della coroncina al Sacro Cuore di Gesù (in fondo)

8° GIORNO

O Padre Pio da Pietrelcina, che hai tanto amato i tuoi figli spirituali, molti dei quali ha conquistato a Cristo al prezzo del tuo sangue, concedi anche a noi, che non ti abbiamo conosciuto personalmente, di considerarci tuoi figli spirituali cosicché con la tua paterna protezione, con la tua santa guida e con la forza che otterrai per noi dal Signore, potremo, in punto di morte, incontrarti alle porte del Paradiso in attesa del nostro arrivo.

« Se mi fosse possibile, vorrei ottenere dal Signore, una cosa soltanto : vorrei se mi dicesse : « Va in Paradiso », vorrei ottenere questa grazia : « Signore, non lasciatemi andare in Paradiso finché l’ultimo dei miei figli, l’ultima delle persone affidate alla mia cura sacerdotale non sia entrata prima di me ». Padre Pio

Recita della coroncina al Sacro Cuore di Gesù (in fondo)

9° GIORNO

O Padre Pio da Pietrelcina, che hai tanto amato la Santa Madre Chiesa, intercedi presso il Signore affinché mandi operai nella sua messe e doni ad ognuno di essi la forza e l’ispirazione dei figli di Dio. Ti preghiamo inoltre di intercedere presso la Vergine Maria affinché guidi gli uomini verso l’unità dei cristiani, raccogliendoli in un’unica grande casa, la quale sia il faro di salvezza nel mare di tempesta che è la vita.

« Tieniti sempre stretto alla Santa Chiesa cattolica, perché ella sola ti può dare la vera pace, perché ella sola possiede Gesù sacramentato, che è il vero principe della pace ». Padre Pio

Recita della coroncina al Sacro Cuore di Gesù

CORONCINA AL SACRO CUORE DI GESù.

1. O mio Gesù, che hai detto “in verità vi dico, “chiedete ed otterrete”, “cercate e troverete”, “picchiate e vi sarà aperto!”, ecco che io picchio, io cerco, io chiedo la grazia…

Pater, Ave, Gloria. – S. Cuore di Gesù, confido e spero in Te.

2. O mio Gesù, che hai detto “in verità vi dico, qualunque cosa chiederete al Padre mio nel mio nome, Egli ve la concederà!”, ecco che al Padre Tuo, nel Tuo nome, io chiedo la grazia…

Pater, Ave, Gloria. – S. Cuore di  Gesù, confido e spero in Te.

3. O mio Gesù, che hai detto “in verità vi dico, passeranno il cielo e la terra, ma le mie parole mai!” ecco che appoggiato all’infallibilità delle Tue sante parole io chiedo la grazia…

Pater, Ave, Gloria. – S. Cuore di  Gesù, confido e spero in Te.

O Sacro Cuore di Gesù, cui è impossibile non avere compassione degli infelici, abbi pietà di noi miseri peccatori, ed accordaci le grazie che ti domandiamo per mezzo dell’ Immacolato Cuore di Maria, tua e nostra tenera Madre, S. Giuseppe, Padre Putativo del S. Cuore di Gesù, prega per noi. Salve Regina

Beata Vergine Maria Addolorata

Furono i serviti a diffondere il culto dei «Sette dolori della Vergine», un numero che si basa su altrettanti episodi narrati nei Vangeli. Oggi la celebrazione ha il nome di “Beata Vergine Maria Addolorata”, che meglio esprime la sua totale partecipazione all’opera salvifica del Figlio, «servendo al mistero della Redenzione in dipendenza da Lui e con Lui» (Lumen Gentium, 56)

Riassunta mirabilmente nello Stabat Mater del beato Jacopone da Todi, la devozione all’Addolorata ebbe un particolare impulso nel Basso Medioevo anche grazie alla costituzione nel 1233 dell’ordine dei Servi di Maria. Nel 1667 i serviti ottennero l’approvazione ufficiale del culto dei «Sette dolori della Vergine», un numero che si basa su altrettanti episodi narrati nei Vangeli: la profezia di Simeone («e anche a te una spada trafiggerà l’anima»), la fuga in Egitto, i tre giorni di angoscia che precedono il ritrovamento di Gesù tra i dottori nel tempio, l’incontro sulla via del Calvario, i patimenti ai piedi della croce, la deposizione e la sepoltura del Figlio.

Ma tutta la vita di Maria è stata segnata dal dolore, dalla cui libera accettazione è sgorgato il suo infinito amore. Già sant’Ildefonso da Toledo (607-667) spiegava che le sofferenze della Vergine furono maggiori di quelle dell’insieme di tutti i martiri. E san Bonaventura († 1274), Dottore della Chiesa, scriveva che «non vi è dolore simile al dolore di Lei eccettuato quello del Figlio, cui è simile il dolore della Madre». Dopo varie tappe, fu san Pio X a fissare la data della festa al 15 settembre (significativamente dopo l’Esaltazione della Santa Croce). Un altro cambiamento è occorso con la riforma liturgica del 1969. Nel nuovo calendario, seppur ridotta a semplice memoria, la celebrazione ha il nome di “Beata Vergine Maria Addolorata”, che meglio esprime la sua partecipazione all’opera salvifica del Figlio, «servendo al mistero della Redenzione in dipendenza da Lui e con Lui» (Lumen Gentium, 56).

In questa luce di speciale cooperazione alla Redenzione – al servizio totale dell’unico Redentore, Nostro Signore Gesù Cristo – si spiega il titolo di Corredentrice, usato da pontefici quali san Pio X, Pio XI e san Giovanni Paolo II, da una serva di Dio come la mistica Luisa Piccarreta e da una schiera formidabile di altri santi come per esempio Gabriele dell’Addolorata, Veronica Giuliani, Padre Pio, Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein), Massimiliano Maria Kolbe, Francesca Saverio Cabrini, Leopoldo Mandic e Madre Teresa di Calcutta. Diceva quest’ultima: «La definizione papale di Maria Corredentrice, Mediatrice di tutte le grazie e Avvocata, porterà grandi grazie alla Chiesa».

Quel titolo è oggetto di approfondimento teologico in vista di un possibile quinto dogma mariano. Stando alle presunte apparizioni di Amsterdam avute dalla veggente Ida Peerdeman nel 1945-1959[1], la Madonna stessa, presentandosi come «Signora di tutti i Popoli», avrebbe chiesto esplicitamente la proclamazione del dogma quale «Corredentrice, Mediatrice e Avvocata». E avrebbe inoltre profetizzato che sarebbe stato molto combattuto, l’ultimo e il più grande.


[1] Le predette apparizioni sono state riconosciute nel 2002 come soprannaturali dal vescovo di Amsterdam, Joseph Marianus Punt, ma di recente la Congregazione per la Dottrina della Fede, per mezzo di una lettera della Nunziatura Apostolica del Libano datata 20 luglio 2020, ha ribadito la validità del vecchio giudizio di non constat de supernaturalitate. Un giudizio per così dire “sospensivo” poiché intermedio tra il riconoscimento del carattere soprannaturale delle apparizioni (constat de supernaturalitate) e il loro rifiuto (constat de non supernaturalitate).

Esaltazione della Santa Croce

La festa dell’Esaltazione della Santa Croce arrivò in Occidente dall’Oriente, dove è celebrata con una solennità pari alla Pasqua. Sant’Andrea di Creta spiegava che la croce «è insieme patibolo e trofeo di Dio. Patibolo per la sua volontaria morte su di essa. Trofeo perché con essa fu vinto il diavolo e col diavolo fu sconfitta la morte. Inoltre la potenza dell’inferno venne fiaccata, e così la croce è diventata la salvezza…»

La data di questa festa trae le sue origini dalla dedicazione e inaugurazione, tra il 13 e il 14 settembre 335, delle due chiese del Martyrion e dell’Anastasis (Risurrezione), che componevano la basilica costantiniana del Santo Sepolcro, eretta sul Calvario su impulso di sant’Elena. La tradizione attribuisce proprio alla madre di Costantino il merito di aver ritrovato, pochi anni prima, la Vera Croce.

Le reliquie della Vera Croce risultavano sparse in tutta la cristianità già all’epoca delle Catechesi (348-350) di san Cirillo di Gerusalemme. Nel 614 era divenuta bottino di guerra dei persiani. Ma nel 628 venne recuperata grazie alla vittoria dell’imperatore Eraclio, che al suo ritorno a Costantinopoli celebrò il trionfo il 14 settembre di quell’anno e restituì poi la reliquia al Santo Sepolcro.

Dall’Oriente, dove è celebrata con una solennità pari alla Pasqua, la festa dell’Esaltazione della Santa Croce arrivò in Occidente e in particolare a Roma, dove è attestata prima della fine del VII secolo.

La festa odierna, già nella sua denominazione, aiuta a ricordare che l’eternità nella gloria e la salvezza del genere umano passano dalla croce, attraverso cui Nostro Signore ha vinto il peccato e la morte, contro ogni aspettativa del mondo. «Ave, o croce, unica speranza!», canta perciò la Chiesa nella liturgia, dando seguito all’insegnamento lasciato da Gesù nel suo apostolato terreno, prima ancora di vivere i dolori della Passione: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà» (Mt 16, 24-25). Non può esistere quindi cristianesimo senza croce, che è la premessa della Risurrezione e ha fatto scoprire ai fedeli di ogni tempo il senso della sofferenza sulla terra: «Essa – si legge nel Catechismo – può ormai configurarci a Lui e unirci alla sua passione redentrice» (CCC 1505).

Sant’Andrea di Creta spiegava che la croce «è insieme patibolo e trofeo di Dio. Patibolo per la sua volontaria morte su di essa. Trofeo perché con essa fu vinto il diavolo e col diavolo fu sconfitta la morte. Inoltre la potenza dell’inferno venne fiaccata, e così la croce è diventata la salvezza…». Ecco perché Gesù, prima di essere crocifisso, annunciando la Sua glorificazione attraverso il Suo sacrificio, disse: «Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12, 32).

XXIV Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)

Sacro Cuore di Gesù

Vangelo

In quel tempo, 21 Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: “Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?” 22 E Gesù gli rispose: “Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette. 23 A proposito, il Regno dei Cieli è simile a un re che volle fare i conti con i suoi servi. 24 Incominciati i conti, gli fu presentato uno che gli era debitore di diecimila talenti. 25 Non avendo però costui il denaro da restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, con i figli e con quanto possedeva, e saldasse così il debito. 26 Allora quel servo, gettatosi a terra, lo supplicava: ‘Signore, abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa’. 27 Impietositosi del servo, il padrone lo lasciò andare e gli condonò il debito. 28 Appena uscito, quel servo trovò un altro servo come lui che gli doveva cento denari e, afferratolo, lo soffocava e diceva: ‘Paga quel che devi!’ 29 Il suo compagno, gettatosi a terra, lo supplicava dicendo: ‘Abbi pazienza con me e ti rifonderò il debito’. 30 Ma egli non volle esaudirlo, andò e lo fece gettare in carcere, fino a che non avesse pagato il debito. 31 Visto quel che accadeva, gli altri servi furono addolorati e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. 32 Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: ‘Servo malvagio, io ti ho condonato tutto il debito perché mi hai pregato. 33 Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?’ 34 E, sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non gli avesse restituito tutto il dovuto. 35 Così anche il mio Padre celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore al vostro fratello” (Mt 18, 21-35).

Devo perdonare una volta sola?

Il problema del perdono è complesso. La Legge Antica dava all’offeso il diritto di vendicarsi. Il Vangelo prescrive il dovere di perdonare le offese e glorifica chi lo fa. Ora, quali sono i limiti? Fino a che punto deve esser prodiga la nostra misericordia?

I – Invito alla bontà, la mansuetudine e la clemenza

Si osserva con frequenza in alcune persone, quando intraprendono le vie della pratica della virtù, la tendenza a cercare una regola precisa che garantisca loro la salvezza. Spiriti pragmatici, si sentono interamente sicuri solo cercando di avere sotto il loro controllo la propria vita spirituale, senza dipendere da altri e, probabilmente, nemmeno dalla grazia divina.

Vorrebbero ottenere meriti soprannaturali più o meno come chi destina denaro in banca, con la garanzia che renderà una determinata somma ogni mese. Come le occupazioni fisse e manifeste conferiscono stabilità alla nostra esistenza terrena, così esse desiderano lo stesso per l’ottenimento della vita eterna.

Nessuno può conoscere con certezza il suo stato d’animo
Santa Giovanna d’Arco

Nemmeno il più saldo e virtuoso degli uomini può però evitare un briciolo di insicurezza riguardo il suo stato d’animo. A questo riguardo, solo Dio conosce con certezza la situazione di ciascuno; pertanto, nessuno può ritenere di essere senza dubbio nella grazia divina, come spiega il Dottor Angelico: “Uno non può sapere, con certezza assoluta, di possedere la grazia, secondo la Prima Lettera ai Corinzi: ‘Non mi giudico da me stesso. Chi mi giudica è il Signore’”.1

Un commovente fatto storico illustra questa realtà. Quando Santa Giovanna d’Arco affrontava il processo orchestrato contro di lei, uno degli inquisitori – Jean Beaupère, maestro dell’Università di Parigi – le fece una domanda insidiosa:

– Sei in stato di grazia?

Se avesse risposto affermativamente, sarebbe stata biasimata per il fatto di contrariare la dottrina cattolica; se avesse negato, avrebbe dato pretesto alla malevolenza dei suoi accusatori. La giovane pastora, invece, affrontò in maniera perfetta la capziosa questione, come avrebbe fatto il più esperto teologo: “Se non lo sono, che Dio mi vi introduca; se lo sono, che Dio mi ci conservi”.2

Ora, questa salutare insicurezza quanto alla salvezza diverge dalla mentalità orgogliosa e pragmatica dei farisei dell’epoca di Nostro Signore, che avevano elaborato centinaia di regole il cui semplice compimento, essi credevano, rendeva la persona giustificata davanti a Dio. Concepivano la Religione come un contratto, nel quale a loro toccava osservare con precisione questo elenco di precetti esteriori, e a Dio premiare chi li avesse osservato, qualsiasi fossero state le loro disposizioni interiori.

Come vedremo più avanti, San Pietro, formulando la domanda trascritta all’inizio del Vangelo di oggi, mostra di essere influenzato in certa misura da questo modo di pensare. Perché la psicologia umana è costituita in modo tale che ognuno tende a giudicare normale l’ambiente dove è nato e vive, di conseguenza l’uomo si adatta con facilità persino alle maggiori contingenze e avversità che incontra nella vita di tutti i giorni.

Il concetto di giustizia all’epoca di Nostro Signore

Nel corso del Ciclo Liturgico, la Chiesa ci mostra differenti aspetti degli infiniti attributi di Dio, per meglio conoscerLo, amarLo e imitarLo. In questa 24ª Domenica del Tempo Ordinario, il Vangelo ci invita alla bontà, alla mansuetudine e alla clemenza: dobbiamo essere buoni come Egli è buono, compassionevoli come Egli è compassionevole, clementi come Egli è clemente. “Imparate da me, che sono mite e umile di cuore” (Mt 11, 29), ci esorta Gesù.

Per meglio comprendere il passo proposto oggi dalla Chiesa alla nostra considerazione, dobbiamo aver ben presente quanto l’odio, il desiderio di vendetta e l’incapacità di perdonare imperversavano nelle civiltà precedenti alla venuta del Signore Gesù.

Il concetto di giustizia vigente nell’Oriente biblico si fondava sulla legge del taglione, secondo la quale il criminale doveva esser punito taliter, cioè con rigorosa reciprocità in relazione al danno inflitto: “Occhio per occhio, dente per dente” – tale il crimine, tale la pena. Vale la pena notare che questo principio legale mirava anche a mitigare i costumi violenti dei popoli antichi, dove la rappresaglia era la regola e, in generale, provocava un danno maggiore di quello dell’offesa. Vigendo il costume di fare giustizia con le proprie mani, prevaleva sempre il più forte e il perdono era visto come segno di debolezza.

Nell’antica Mesopotamia, per esempio, “le pene erano atti di vendetta e raramente bastava tagliare la testa; troviamo spesso, soprattutto in Assiria, il supplizio del palo e lo scorticamento. Si lasciava insepolto il cadavere, perché servisse da lezione. Per delitti di minor valore, era all’ordine del giorno tagliare la mano, il naso, le orecchie, strappare gli occhi. Il debitore insolvente restava schiavo perpetuo del creditore, il quale poteva venderlo o utilizzarlo a suo servizio”.3

Consideriamo in questa prospettiva il passo del Vangelo di oggi.

II – Quali i limiti del perdono?

In quel tempo, 21 Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: “Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?”

Gli Apostoli erano stati formati in una scuola completamente differente da quella del Messia. La stessa Legge di Mosè era severissima, e certe colpe, come la blasfemia contro Dio, erano castigate con la morte immediata per lapidazione (cfr. Lv 24, 14-16).

San Pietro aveva appena sentito Nostro Signore discorrere a proposito delle relazioni umane, parlando su come trattare i bambini, della parabola della pecorella perduta e della correzione fraterna. Certamente pensava di agir bene formulando la domanda: “Signore, quante volte devo perdonare mio fratello, quando egli peccherà contro di me? Anche sette volte?”. Commenta Lagrange: “Pietro sa bene che è necessario perdonare un fratello. Ma quali sono i limiti? Egli ritiene di esser in pieno accordo con lo spirito di Gesù, proponendo sette volte”.4

Maldonado va più lontano, ricordando in questo passo l’opinione di Crisostomo e Eutimio, per cui San Pietro “fu mosso da un certo spirito di vanagloria e dal desiderio di ottenere fama di misericordioso, perché gli sembrava una grande impresa dire, anche se con esitazione, che era necessario perdonare sette volte il peccatore”.5

Ora, nella realtà, l’atteggiamento del Principe degli Apostoli mostra quanto influenzato egli ancora fosse dai criteri della sua epoca, secondo i quali la dottrina insegnata dal Signore Gesù sembrava assurda. Nella considerazione di San Giovanni Crisostomo, la sua domanda equivaleva a dire: “Se mio fratello continua a peccare e a pentirsi quando viene corretto, quante volte ci dici di sopportare questo? Perché per colui che non si pente né condanna se stesso, hai già stabilito un limite, dicendo: ‘Sia per te come un pagano e pubblicano’. Non, però, per chi si pente: per questo ci ordini di tollerare. Quante volte, allora, devo sopportarlo se, essendo rimproverato, si pente?”.6

Cristo è venuto a portare misericordia infinita

22 “E Gesù gli rispose: “Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette”.

Sette era un numero simbolico nell’Antichità, e significava “innumerevoli volte”. Per mostrare come fosse di fatto illimitato il perdono che si doveva dare al fratello, Nostro Signore usa la formula “settanta volte sette”, ossia, molto, moltiplicato per molto più.

Con quest’espressione, osserva Crisostomo, Gesù non vuole “fissare un numero, ma far capire che si deve perdonare illimitatamente, continuamente e sempre”.7 Alla misericordia sempre parsimoniosa dell’uomo, il Maestro contrappone la sua misericordia infinita.

In seguito – agendo secondo l’aspettativa dello spirito orientale, molto immaginativo –, Egli ricorre a una parabola per rendere più comprensibile la sua dottrina. Spesso, l’uso di paragoni o analogie rende possibile esternare le verità in un modo più profondo di quanto sia possibile con la mera teoria.

Un debito impossibile da rimettere

23 “A proposito, il Regno dei Cieli è simile a un re che volle fare i conti con i suoi servi. 24 Incominciati i conti, gli fu presentato uno che gli era debitore di diecimila talenti. 25 Non avendo però costui il denaro da restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, con i figli e con quanto possedeva, e saldasse così il debito”.

La parabola è semplice, accessibile e convincente nell’introdurre la figura di uno che doveva molto denaro. Alcune traduzioni parlano di una “enorme fortuna”, mentre altre, che si rifanno di più all’originale greco, specificano che si tratta di diecimila talenti. Un talento attico corrispondeva a seimila dracme d’argento,8 il cui peso era approssimativamente di 26 chilogrammi. Ossia, il valore menzionato da Nostro Signore doveva equivalere a quasi 260 tonnellate del prezioso metallo. Per farsi un’idea di quanto questo significasse, si consideri che, secondo lo storiografo ebreo Flavio Giuseppe,9 la Galilea e la Perea pagavano 200 talenti di tributo annuale a Erode Antipa.

Il Signore Gesù menziona questa esorbitante somma al fine di impressionare i suoi ascoltatori, dallo spirito calcolatore e rendere evidente l’impossibilità di pagare il debito. Sorge, così, una prima applicazione di questo passo alla nostra vita spirituale: la nostra incapacità di saldare il debito che abbiamo contratto con il Creatore.

Gli dobbiamo, la vita e l’essere. Oltre a questo, la Redenzione e le innumerevoli grazie e benefici da Lui concessi a ognuno nel corso dell’esistenza. Quanto più abbondanti questi siano stati, maggiore l’obbligo di restituire. Per questo esclama Crisostomo: “Non è vero che, anche se avessimo dato tutti i giorni la vita per chi ci ha amati così tanto, non Gli avremmo retribuito degnamente o, meglio ancora, non Gli avremmo pagato neppure una minima parte del nostro debito?”.10
Gesù crocifisso

Da questo punto di vista, Maria Santissima è di gran lunga la maggior debitrice di Dio, poiché Lei da sola ha ricevuto molto di più che tutte le creature angeliche e umane messe insieme. “Per gli Angeli e per tutti i Beati del Cielo, Dio ha fatto meraviglie ‘che non è lecito ad alcuno pronunziare’ (II Cor 12, 4); ‘quelli che ha giustificati li ha anche glorificati’ (Rm 8, 30). Anche in Maria Egli ‘ha fatto meraviglie’, ma meraviglie di fatto singolari, perché la grandezza di Maria eccede incomparabilmente qualsiasi altra grandezza creata”,11 afferma San Lorenzo da Brindisi.

Ora, al contrario della Vergine Immacolata, ogni colpa nostra ha aggiunto a questo debito un valore incommensurabile, perché l’obbligo di restituire contratto commettendo un solo peccato è infinito, perché è infinita la dignità dell’Offeso.

Infatti, anche se passassimo l’eternità intera facendo i sacrifici più inverosimili, non pagheremmo il nostro debito. Nulla che possiamo fare da soli è sufficiente per riparare il peccato dei nostri progenitori e i nostri stessi peccati, contro il Creatore.

Il perdono del re ci invita a perdonare

26 “Allora quel servo, gettatosi a terra, lo supplicava: ‘Signore, abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa’. 27 Impietositosi del servo, il padrone lo lasciò andare e gli condonò il debito”.

Parabola del servo cattivo

Il servo insolvente riconosce di esser debitore, si prostra a terra e chiede clemenza: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Vana illusione! Perché, per quanto grande sia questo limite, gli sarà impossibile saldare il debito. Il re, però, mosso da compassione, non parla di ritardare il pagamento, né cerca di recuperare parte del denaro. Perdona tutto.

Di fronte a un pentimento sincero, allo stesso modo procede Dio nei nostri confronti, non lasciandoSi vincere in bontà e trattandoci con una misericordia infinitamente maggiore di quanto oseremmo sperare. Per farlo, ci pone soltanto una condizione: “un cuore affranto e umiliato” (Sal 51, 19).

Nostro Signore è venuto a sostituire la pena del taglione con un nuovo modo di trattare: amare il prossimo come se stesso, per amore di Dio. Per giustificare la disposizione a perdonare sempre, questo Maestro rigoroso nella lotta al peccato “evoca davanti ai suoi discepoli il Giudice al quale tutti noi avremo tante richieste di perdono da fare”.12

Così, chi si riconosce meritevole di castigo per le sue colpe, vedendosi perdonato da Dio in forma così gratuita e sovrabbondante, sarà disposto a fare lo stesso con i fratelli.

L’amor proprio ferito porta al desiderio di vendetta

28 “Appena uscito, quel servo trovò un altro servo come lui che gli doveva cento denari e, afferratolo, lo soffocava e diceva: ‘Paga quel che devi!’ 29 Il suo compagno, gettatosi a terra, lo supplicava dicendo: ‘Abbi pazienza con me e ti rifonderò il debito’. 30 Ma egli non volle esaudirlo, andò e lo fece gettare in carcere, fino a che non avesse pagato il debito”.

Subito dopo esser stato trattato con tanta generosità, questo servo si mostra implacabile con l’altro che gli doveva appena cento monete e lo fa gettare in carcere. I particolari della narrazione evidenziano il violento contrasto tra l’atteggiamento del servo perdonato e quello del re, ma la parabola resta ancora al di qua della realtà.

Infatti, mancandoci la carità verso il prossimo, agiamo come il servo cattivo, poiché i debiti che possiamo avere tra noi non si accostano minimamente a quello generato da una sola mancanza commessa contro il Creatore, ma pur essendo stati tante volte oggetto della misericordia divina, non è raro che il nostro amor proprio si senta ferito quando uno ci fa un’offesa, e, irritati, coltiviamo il desiderio di vendicarci.

Trascorsi venti secoli, si osserva ancora nel rapporto tra i cristiani questa disposizione alla vendetta, soprattutto per quel che concerne il dominio interiore. Con frequenza le persone perdonano formalmente, ma conservano il dispiacere e il rancore nell’animo e, con essi, il desiderio di una rivalsa.

“Da che cosa derivano le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che combattono nelle vostre membra?” (Gc 4, 1), chiede l’Apostolo San Giacomo. Siccome la tendenza esacerbata all’amor proprio è conseguenza del peccato originale, l’uomo avrà sempre questo combattimento davanti a sé e non gli rimarrà che ricorrere alla grazia divina per vincere questa cattiva inclinazione.

Obbligo di denunciare il peccatore

31 “Visto quel che accadeva, gli altri servi furono addolorati e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto”.

La reazione provocata da questa ingiustizia negli altri servi è immagine dello scandalo che provoca chi non perdona il fratello. Agirono bene andando a riferire il fatto al re, perché “non è maldicenza rivelare a un superiore le colpe dei suoi subordinati, affinché egli faccia la correzione o impedisca il disordine che da loro possono derivare”.13 Al contrario, in certe occasioni, indicare le colpe commesse dagli altri è un obbligo morale relativo all’Ottavo Comandamento della Legge di Dio; in caso di omissione, la persona può rendersi colpevole di connivenza. Infatti è necessario denunciare il peccatore contumace, non solo per il bene della sua stessa anima, invitandolo ad emendarsi, ma anche per proteggere i buoni. Non è stato senza una ragione che Cristo, per far cessare lo scandalo dei mercanti nel Tempio, li espulse a colpi di frusta, gettando per terra il denaro dei cambisti (cfr. Gv 2, 14-16) e condannò pubblicamente i farisei come “razza di vipere” (Mt 12, 34), ipocriti (cfr. Mt 23, 13-15) e figli del demonio (cfr. Gv 8, 44).

Incisione della parabola del servo cattivo

Chi ha proceduto così è stato lo stesso Gesù che guarì ciechi e lebbrosi, moltiplicò i pani e pesci, resuscitò morti e dall’alto della Croce esclamò: “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno!” (Lc 23, 34).

Occorre anche notare, in questo versetto, il fatto che gli altri servi non si siano fatti giustizia con le loro mani. Nostro Signore mostra così che garantire il buon ordine compete a Dio e al potere pubblico, come ammonisce San Giacomo: “Ora, uno solo è legislatore e giudice, Colui che può salvare e rovinare; ma chi sei tu che ti fai giudice del tuo prossimo?” (4, 12).

A chi si è considerato leso, compete la disposizione continua al perdono. Infatti, ci prescrive l’Apostolo: “Non rendete a nessuno male per male, […] ma lasciate fare all’ira divina. Sta scritto infatti: A Me la vendetta, sono Io che ricambierò, dice il Signore” (Rm 12, 17.19).

Dio è clemente, ma anche giusto

32 “Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: ‘Servo malvagio, io ti ho condonato tutto il debito perché mi hai pregato. 33 Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?’ 34 E, sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non gli avesse restituito tutto il dovuto”.

Il Divino Maestro non è venuto a predicare l’impunità né il lassismo morale. Dio è clemente, ma anche giusto. Di fronte a benefici gratuiti di tal portata, dobbiamo tener presente che ad un certo momento dovremo render conto al Benefattore. Perché, come insegna Sant’Alfonso de’ Liguori, “la misericordia è stata promessa a chi teme Dio e non a chi di lei abusa. […] Insomma: se Dio aspetta con pazienza, non aspetta sempre”.14

La giustizia e il perdono si chiedono, e devono andare insieme. Giustizia non è vendetta cieca, ma riparazione dell’ordine morale violato. Questa è la regola che il Signore Gesù è venuto a stabilire tra gli uomini.

La mancanza di reciprocità allontana il perdono di Dio

35 “Così anche il mio Padre celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore al vostro fratello”.

Nostro Signore è molto chiaro nel sottolineare la necessità di perdonare “di cuore” il fratello, e non soltanto formalmente. È necessario, pertanto, eliminare dal nostro spirito l’amarezza per l’offesa ricevuta, frutto dell’amor proprio. “Serbando rancore” – afferma Crisostomo – “conficchiamo in noi stessi la spada. Perché, cosa può aver fatto il tuo offensore, in comparazione con quello che fai a te stesso quando ti riempi d’ira e attrai contro di te la sentenza di condanna di Dio?”.15

Infatti, Cristo dice qui chiaramente che, se serbiamo nel cuore risentimento contro un nostro fratello, saremo consegnati ai torturatori, come il cattivo servitore della parabola. Al contrario, se sopportiamo gli affronti del prossimo come riparazione per l’infinito debito che abbiamo con il nostro Creatore, questo attirerà su di noi la misericordia divina.

Per la carità, per l’amore del prossimo, per il perdono non può esserci un limite. Di questa attitudine ci ha dato un bell’esempio Giuseppe, il figlio di Giacobbe, che ha beneficiato in tutti i modi possibili i fratelli che lo avevano venduto come schiavo ai mercanti (cfr. Gen 37, 28), o ancora quel padre della parabola, quando corse incontro al figlio prodigo, lo abbracciò e lo coprì di baci (cfr. Lc 15, 20).

III – Perdonare rende simile l’uomo a Dio

Dio ha, per così dire, necessità di esser misericordioso. “L’onnipotenza di Dio si manifesta, soprattutto, perdonando e praticando la misericordia, perché, con queste azioni, si mostra che Dio ha il supremo potere”,16 insegna San Tommaso.
Ritorno del figliol prodigo

Ora, è conforme a questo modello di sovrabbondante clemenza che dobbiamo amarci l’un l’altro e ad imitazione del nostro Creatore, abbiamo bisogno di perdonare in una maniera tale persino da dimenticare l’offesa ricevuta. Perdonare, tuttavia, non sempre è facile. Esige vincere l’amor proprio che desidera rappresaglie e conserva rancore nel cuore. Infatti, se la vendetta è in accordo con la natura umana decaduta, “niente ci fa assomigliare tanto a Dio quanto essere sempre pronti a perdonare coloro che ci oltraggiano”,17 scrive San Giovanni Crisostomo.

Non è nella ricchezza né nel potere, ma nella capacità di perdonare che la persona manifesta la vera grandezza d’animo. Se pagare il bene con il male è diabolico e pagare il bene con il bene è mero obbligo, tuttavia, pagare il male con il bene è divino. Così deve procedere d’ora in poi l’uomo divinizzato dalla grazia comprata con il preziosissimo Sangue del Redentore.

1) SAN TOMMASO D’AQUINO. Somma Teologica. I-II, q.112, a.5.

2) PERNOUD, Régine; RAMBAUD, Mireille. Telle fut Jeanne d’Arc. Paris: Fasquelle, 1956, p.259.

3) WEISS, Juan Bautista. Historia Universal. Barcelona: La Educación, 1927, v.I, p.509.

4) LAGRANGE, OP, Marie-Joseph. Évangile selon Saint Matthieu. 4.ed. Paris: J. Gabalda, 1927, p.358.

5) MALDONADO, SJ, Juan de. Comentarios a los Cuatro Evangelios. Evangelio de San Mateo. Madrid: BAC, 1950, v.I, p.652.

6) SAN GIOVANNI CRISOSTOMO. Omelia LXI, n.1. In: Obras. Homilías sobre el Evangelio de San Mateo (46-90). 2.ed. Madrid: BAC, 2007, v.II, p.268-269.

7) Idem, p.269.

8) Cfr. LAGRANGE, op. cit, p.359-360.

9) FLAVIO JOSEFO. Antichità giudaiche. L.XVII, c.13, n.754.

10) SAN GIOVANNI CRISOSTOMO, op. cit., n.2, p.272.

11) SAN LORENZO DA BRINDISI. Alabanzas e invocaciones a la Virgen Madre de Dios. Sermón IX, n.3. In: Marial. Madrid: BAC, 2004, p.309.

12) GRANDMAISON, SJ, Léonce de. Jésus-Christ, sa Personne, son message, ses preuves. 6.ed. Paris: Beauchesne, 1928, v.II, p.103.

13) GAUME, Jean-Joseph. Cathéchisme de persévérance. 4.ed. Bruxelles: H. Goemaere, 1851, v.IV, p.421.

14) SANT’ALFONSO MARIA DE’ LIGORIO. Preparação para a morte. Considerações sobre as Verdades Eternas. 4.ed. Petrópolis: Vozes, 1956, p.128-129.

15) SAN GIOVANNI CRISOSTOMO, op. cit., n.5, p.281.

16) SAN TOMMASO D’AQUINO, op. cit., I, q.25, a.3, ad 3.

17) SAN GIOVANNI CRISOSTOMO. Omelia XIX, n.7. In: Obras. Homilías sobre el Evangelio de San Mateo (1-45). 2.ed. Madrid: BAC, 2007, v.I, p.409.

Il nome più Santo!

Maria il nome di salvezza!

Il nome di Maria, è nome di salvezza per i rigenerati, segno di tutte le virtù, onore della castità; è il sacrificio gradevole a Dio; è la virtù dell’ospitalità; è la scuola di santità; è, infine, un nome completamente materno. (San Pietro Crisologo)

Il nome più eccellente dei balsami preziosi

Il nome di Maria è come un balsamo che scorre gradevolmente sulle membra degli infermi e le penetra con efficacia. È simile all’olio che, grazie alle sue unzioni, rianima e soavizza, dà forza, flessibilità e salute. Più che il nome di tutti i Santi, quello di Maria ci restaura dalle nostre fatiche, guarisce tutti i nostri mali, illumina la nostra cecità, commuove la nostra durezza e ci incoraggia nei nostri avvilimenti. Maria è la vita ed il respiro dei suoi servitori, la salute degli infermi, il rimedio dei peccatori. Riccardo di San Vittore, interpretando queste parole dell’Ecclesiaste (VII, 2): “Meglio il buon nome che i balsami preziosi”, le applica così alla Beata Vergine: “Il nome di Maria cura i mali del peccatore con piú grande efficacia di quella degli unguenti più ricercati; non vi è malatia, per disastrosa che sia, che non ceda immediatamente alla voce di questo benedetto nome”.

Nostra Signora del Buon Consiglio - Genazzano - Italia
Il nome di Maria apre il cuore di Dio e mette tutti
i suoi tesori a disposizione dell’anima
di colui che lo invoca.

Il nostro divino Salvatore, se non mi sbaglio, ce lo volle raccomandare quando, risuscitando dai morti, il primo nome che affiorò sulle sue labbra fu quello di Maria.

In effetti, rivolgendosi a Maddalena, la prima a cui Egli apparve dopo la Risurrezione, le disse (Giov XX, 16): “Maria”, per farci sapere che il nome di Maria racchiude la vita in sé stesso, e si armonizza così bene con la vita immortale che merita di essere il primo ad uscire dalla bocca del Salvatore, già in possesso dell’immortalità. Questa riflessione è di Cesario, nella sua omelia sulla Visitazione.

Nome che rabbonisce e apre il cuore di Dio, a favore degli uomini

E aggiungiamo ciò che dice P. J. Guibert nella sua Meditazione per la festa del Santo Nome di Maria: “Il nome di Maria rabbonisce il cuore di Dio. Non c’è peccatore, per quanto possa essere criminoso, che pronunci invano questo nome. Nonostante meriti, per le sue manchevolezze, tutte la rabbia del cielo, egli si vede protetto come da un inviolabile parafulmine, non appena articola il nome di Maria.

A questo nome, il perdono scende infallibilmente sulle anime peccatrici, non perché Lei abbia il diritto di concederlo, ma perché è onnipotente per implorarlo – Omnipotentia suppex. Il nome di Maria apre il cuore di Dio e mette tutti i suoi tesori a disposizione dell’anima di colui che lo invoca.

La storia ci insegna che una folla di Santi caritatevoli fecero voto di non rifiutare mai l’elemosina che fosse chiesta loro a nome di questo o di quello. Appena sentivano il nome amato, davano, davano sempre, fino all’ultimo obolo, dando persino i propri vestiti. Il nome di Maria ha questo potere magico sul cuore di Dio. Dio Figlio, Gesù Cristo, consegna tutto ciò che possiede a coloro che Gli estendono le mani in nome di sua Madre; Dio Padre, fonte di tutta la ricchezza, concede tutta la grazia a coloro che mendicano dinnanzi a Lui invocando il nome di sua Figlia Beneamata.(…)

Nome di salvezza e di allegria

Il nome di Maria è un nome salvatore, soprattutto nei pericoli di ordine morale. Quante tentazioni sono state vinte da lui, quanti peccati sono stati evitati, quanti cuori lordi sono stati purificati, quante penose confessioni sono state estratte da anime che si credeva fossero per sempre chiuse!

Nossa Senhora da Conceição da Praia - Bahia - Brasile
“Questo nome ha più virtù di tutti quanti i nomi dei
Santi, per consolare i deboli, per curare gli infermi, 
per illuminare i ciechi, per rabbonire i cuori induriti, 
per rendere più forti coloro che combattono, per 
dare animo agli stanchi e per sconfiggere il 
potere dei demoni” (…).

È anche un nome di consolazione e di allegria. Dissipa la tristezza nell’anima che lo pronuncia. Avete paura di Dio e dei suoi giudizi? Pensate a Maria e invocate il suo nome: la vostra fiducia in Dio rinascerà. Avete paura degli uomini, dinnanzi ai quali vi siete coperti di vergogna e avete perso la reputazione? Pensate a Maria e invocate il suo nome: e non avrete più il timore di alzare lo sguardo al cospetto dei vostri simili. Vi schiaccia il peso dell’umiliazione o del dolore fisico? Pensate a Maria, invocate il suo nome e vi sentirete sollevati. Vi trovate dinnanzi all’orribile morte che irrompe e pone fine a tutto? Pensate a Maria, invocate il suo nome e avrete il coraggio di accettare questo supremo sacrificio.

Nome di forza

Il nome di Maria, infine, è un nome di forza. I nemici che vi minacciano, chiunque essi siano, che vengano dall’Inferno, come il demone che vi tenta, o che vengano dal mondo, come gli avversari che vi perseguitano: invocate il potente nome di Maria e sconfiggerete tutti.

Qualunque siano le vostre proprie debolezze, se vengono dall’orgoglio, dall’invidia, dalla sensualità o dalla pigrizia, affidate il vostro debole cuore alla sollecitudine della Vergine, invocate il potente nome di Maria, e sconfiggerete voi stessi.

Prezioso tesoro della Santissima Trinità

Raccogliendo le opinioni dei santi Dottori sul nome di Maria, San Giovanni Eudes traccia questa ammirevole sintesi:

“Il nome di Maria, dice Santo Antonio da Padova, è giubilo per il cuore, miele in bocca e dolce melodia nell’orecchio.”

“Beato colui che ama il vostro nome, o Maria (è San Bonaventura chi parla), perché questo santo nome è una fonte di grazia che rinfresca l’anima assetata e le fa produrre frutti di giustizia”.

“O Madre di Dio, dice lo stesso Santo, quanto glorioso e ammirevole è il vostro nome. Colui che lo porta nel proprio cuore si vedrà libero dalla paura e dalla morte. Basta pronunciarlo per fare tremare tutto l’inferno e per mettere in fuga tutti i demoni. Colui che desidera possedere la pace e l’allegria del cuore, che onori il vostro Santo nome”.

Nostra Signora dei Rimedi - Parrocchia dei Santi Martiri - Málaga - Spagna
Il nome di Maria è un nome salvatore, soprattutto
nei pericoli di ordine morale. Quante tentazioni
sono state vinte da lui, quanti peccati sono stati
evitati, quanti cuori lordi sono stati purificati, 
quante penose confessioni sono state estratte da
anime che si credeva fossero per sempre chiuse!

“Il nome di Maria, dice San Pietro Crisologo, è nome di salvezza per i rigenerati, segno di tutte le virtù, onore della castità; è il sacrificio gradevole a Dio; è la virtù dell’ospitalità; è la scuola di santità; è, infine, un nome completamente materno.”

“O amabilissima Maria, esclama anche San Bernardo, il vostro santo nome non può passare dalla bocca senza far ardere il cuore! Coloro che Vi amano non possono pensare a Voi, senza una consolazione e un godimento molto particolari. Non entrate mai senza dolcezza nella memoria di coloro che Vi onorano.”

“O Maria, dice il Santo Abate Raimondo Giordano, detto l’Idiota, la Santissima Trinità Vi diede un nome che, dopo quello di vostro Figlio, sta al di sopra di tutti i nomi; nome alla cui pronuncia devono inginocchiarsi tutte le creature del Cielo, della terra e dell’Inferno, e tutte le lingue confessare e onorare la grazia, la gloria e la virtù del santo nome di Maria. Perché, dopo il nome di vostro Figlio, non non ve n’è un altro che sia così potente da assisterci nelle nostre necessità, né da cui dobbiamo aspettare ancora i soccorsi di cui abbiamo bisogno per la nostra eterna salvezza.”

“Questo nome ha più virtù di tutti quanti i nomi dei Santi, per consolare i deboli, per curare gli infermi, per illuminare i ciechi, per rabbonire i cuori induriti, per rendere più forti coloro che combattono, per dare animo agli stanchi e per sconfiggere il potere dei demoni” (…).

“Ascoltiamo San Germano da Costantinopoli: “Come il respiro, dice, non è soltanto il segno ma anche la causa della vita, così quando vedete cristiani che hanno con frequenza il santo nome di Maria in bocca, è segno che siamo vivi con la vera vita. L’affetto particolare che si ha per questo sacro nome concede la vita ai morti, la conserva nei vivi, e li riempie di godimento e di benedizione.”

In una parola, chi dice Maria, proferisce il più prezioso tesoro della Santissima Trinità, come afferma Origene. Chi dice Maria, proferisce il piú ammirevole ornamento della casa di Dio. Chi dice Maria dice la gloria, l’amore e le delizie del Cielo e della Terra.

Madonna della Purità - Cappella del Monastero della Purità - Pagani - Italia
Il nome di Maria curare i mali di più il peccatore
l’efficacia di quella di porzioni unguenti, non
malattia ‘s, perché è disastroso, non cedere
immediatamente la voce di quel nome benedetto. “

Nome terribile per i demoni

Concludiamo con queste fervorose parole del venerabile Tommaso Da Kempis riguardo al glorioso nome della Madre di Dio:

Gli spiriti maligni tremano al cospetto della Regina dei Cieli, e fuggono come si fugge dal fuoco, nel sentire il suo santo nome. Suscita loro terrore il santo e terribile nome di Maria, che per il cristiano è un’auge amabile ed è costantemente celebrato.

I demoni non possono comparire né mettere in gioco i loro artifici dove vedono risplendere il nome di Maria. Come il tuono che risuona nel cielo, così cadono abbattuti quando sentono il nome di Santa Maria. E più si proferisce questo nome, e con più fervore lo si invoca, più velocemente e più lontano essi fuggono.

Nome da invocare continuamente

D’altra parte, i Santi Angeli e gli spiriti dei giusti si rallegrano e si dilettano con la devozione dei fedeli, nel vedere con quanto affetto e frequenza essi celebrano la memoria di Santa Maria, il cui glorioso nome compare in tutte le chiese del mondo, consacrate specialmente in suo onore. Ed è giusto e degno che al di sopra di tutti i Santi sia onorata sulla Terra la Madre di Dio, che tutti gli Angeli venerano all’unisono, con cantici sublimi.

Sia quindi il nome di Maria venerato da tutti i fedeli, sempre amato dai devoti, vincolato ai religiosi, raccomandato ai secolari, annunciato dai predicatori, infuso ai tormentati, invocato in ogni sorta di pericoli.

Santissimo nome di Maria

La festa del santo nome di Maria fu concessa da Roma, nel 1513, ad una diocesi della Spagna, Cuenca. Soppressa da san Pio V, fu ripristinata da Sisto V e poi estesa nel 1671 al Regno di Napoli e a Milano. Il 12 settembre 1683, avendo Giovanni III Sobieski coi suoi Polacchi vinto i Turchi che assediavano Vienna e minacciavano la cristianità, il Beato Innocenzo XI, in rendimento di grazie, estese la festa alla Chiesa universale e la fissò alla domenica fra l’Ottava della Natività. Il santo Papa Pio X la riportò al 12 settembre.

Nella storia dell’esegesi ci sono state diverse interpretazioni del significato del nome di Maria:

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1) “AMAREZZA”

Questo significato e` stato dato da alcuni rabbini: fanno derivare il nome MIRYAM dalla radice MRR = in ebraico “essere amaro”. Questi rabbini sotengono che Maria, sorella di Mose`, fu chiamata cosi` perche’, quando nacque, il Faraone comincio` a rendere amara la vita degli Israeliti , e prese la decisione di uccidere i bambini ebrei.

Questa interpretazione puo` essere accettata da noi Cristiani pensando quanto dolore e quanta amarezza ha patito Maria nel corredimerci: [Lam. 1,12] Voi tutti che passate per la via, considerate e osservate se c’e` un dolore simile al mio dolore… Inoltre il diavolo, di cui il Faraone e` figura, fa guerra alla stirpe della donna, rendendo amara la vita ai veri devoti di Maria, che, per altro, nulla temono, protetti dalla loro Regina.

2) “MAESTRA E SIGNORA DEL MARE”

Secondo questa interpretazione il nome di Maria deriverebbe da MOREH (ebr. Maestra-Signora) + YAM (= mare): come Maria, la sorella di Mose`, fu maestra delle donne ebree nel passaggio del Mar Rosso e Maestra nel canto di Vittoria (cf Es 15,20), cosi` “Maria e` la Maestra e la Signora del mare di questo secolo, che Ella ci fa attraversare conducendoci al cielo” (S.Ambrogio, Exhort. ad Virgines) Altri autori antichi che suggeriscono questa interpretazione: Filone, S. Girolamo, S. Epifanio.

Questo parallelo tipologico tra Maria sorella di Mose` e Maria, madre di Dio, e` ripreso da Ps. Agostino, che chiama Maria “tympanistria nostra” (Maria sorella di Mose` e la suonatrice di timpano degli Ebrei, Maria SS. e` la tympanistria nostra, cioe` dei Cristiani: il cantico di Mose` del N.T sarebbe il Magnificat, cantato appunto da Maria: questa interpretazione e` sostenuta oggi dal P. Le Deaut, uno dei piu` grandi conoscitori delle letteratura tergumica ed ebraica in genere: secondo questo autore, S. Luca avrebbe fatto volontariamente questo parallelismo.

3) “ILLUMINATRICE, STELLA DEL MARE”

Secondo questa interpretazione il nome di Maria deriverebbe da: prefisso nominale (o participiale) M + ‘OR (ebr.= luce) + YAM (= mare): Cosi` S. Gregorio Taumaturgo, S. Isidoro, S. Girolamo (insieme alla precedente) Alcuni autori ritengono che S. Girolamo in realta` non abbia interpretato il nome come “stella del mare”, ma come “stilla maris”, cioè: goccia del mare.

La presenza della radice di “mare” nel nome di Maria, ha suggerito diverse interpretazioni e/paragoni di Maria con il “mare”:

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Pietro di Celles (+1183) Maria = “mare di grazie”: di qui Montfort riprende: “Dio Padre ha radunato tutte le acque e le ha chiamate mare, ha radunato tutte le grazie e le ha chiamate Maria” (Vera Devozione, 23).

Qohelet 1,7: “tutti i fiumi entrano nel mare”; S. Bonaventura sostiene che tutte le grazie (= tutti i fiumi) che hanno avuto gli angeli, gli apostoli, i martiri, i confessori, le vergini, sono “confluite” in Maria, il mare di grazie. S.Brigida: “ecco perche` il nome di Maria e` soave per gli angeli e terribile per i demoni”

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Ave maris stella, Dei Mater alma, atque semper virgo, felix coeli porta… Questo inno sembra una meditazione sul nome di Maria, in rapporto a Maria sorella di Mosè: “Ave maris stella” (cf significato 3); “Dei Mater ALMA atque semper virgo”: Maria, sorella di Mose`, viene chiamata in Es 2,8, `ALMAH = “vergine” e, etimologicamente “nascosta”; “felix coeli porta”, cioe` “maestra del mare” di questo secolo che Ella ci fa attraversare (cf. significato 2)

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4) PIOGGIA STAGIONALE

Secondo questa interpretazione il nome di Maria deriverebbe da MOREH (ebr. PRIMA PIOGGIA STAGIONALE) Maria e` considerata come Colei che manda dal cielo una “pioggia di grazia” e “pioggia di grazia essa stessa”. Questa interpretazione, che C. A Lapide attribuisce a Pagninus, viene in parte ripresa da S. Luigi di Montfort nella Preghiera Infuocata: commentando Ps. 67:10 “pluviam voluntariam elevasti Deus, hereditatem tuam laborantem tu confortasti” (Una pioggia abbondante o Dio mettesti da parte per la tua eredita`), il Montfort dice:

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“[P.I. 20] Che cos’e`, Signore, questa pioggia abbondante che hai separata e scelta per rinvigorire la tua eredita` esausta? Non sono forse questi santi missionari, figli di Maria tua sposa, che tu devi scegliere e radunare per il bene della tua Chiesa cosi` indebolita e macchiata dai peccati dei suoi figli?” Maria, pioggia di grazie, formera` e mandera` sulla terra una pioggia di missionari

5) ALTEZZA

Secondo questa interpretazione il nome di Maria deriverebbe da MAROM (ebr. ALTEZZA, EXCELSIS): questa ipotesi e` sostenuta, tra gli antichi dal Caninius, e, tra i moderni, da VOGT, soprattutto in base alle recenti scoperte dei testi ugaritici, che hanno permesso la comprensione di molte radici ebraiche.

Luca 1:78 per viscera misericordiae Dei nostri in quibus visitavit nos oriens EX ALTO questo versetto, in base al testo greco e alla retroversione in ebraico, puo` essere tradotto: ci ha visitati dall’alto un sole che sorge: Cristo e` il sole che sorge che viene dall’alto (il Padre)  oppure ci ha visitati un sole che sorge “dall’alto” = da Maria

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Di tutti queste ipotesi, qual e` quella giusta? forse la Provvidenza ci ha lasciato nel dubbio perche’ nel nome di Maria possiamo trovare nel contempo tutti i significati che l’analogia della fede ci suggerisce.

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