I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia

L’Eucaristia, l’Immacolata e il Sommo Pontefice!

Categoria: Araldi del Vangelo (Page 1 of 85)

La vita di Suor Faustina Kowalska

Inno alla Divina Misericordia

La festa della Divina Misericordia

La Festa della Divina Misericordia occupa il posto più importante tra tutte le forme di devozione alla Divina Misericordia che sono state rivelate a Santa Faustina. Per la prima volta Gesù le ha parlato dell’istituzione di questa festa a Plock nel 1931, quando le trasmise la sua volontà riguardo all’immagine:« Io desidero che vi sia una festa della Misericordia: voglio che l’immagine, che dipingerai con il pennello, venga solennemente benedetta nella prima domenica dopo Pasqua; questa domenica deve essere la festa della Misericordia »(Diario, p. 75).La scelta della prima domenica dopo Pasqua come festa della misericordia ha un suo profondo significato teologico, che indica un forte legame tra il mistero pasquale della Redenzione e il mistero della Divina Misericordia. Questo legame è sottolineato ulteriormente dalla Novena alla Divina Misericordia, che precede la festa e inizia il Venerdì Santo e durante la quale si recita la Coroncina. La festa non è soltanto un giorno di particolare adorazione di Dio nel mistero della misericordia, ma è un tempo di grazia per tutti gli uomini.« Desidero – ha detto Gesù – che la festa della Misericordia sia di riparo e rifugio per tutte le anime e specialmente per i poveri peccatori »(Diario, p. 440).« Le anime periscono, nonostante la Mia dolorosa Passione. Concedo loro l’ultima tavola di salvezza, cioè la festa della Mia Misericordia. Se non adoreranno la Mia Misericordia, periranno per sempre »(Diario, p. 561)L’importanza di questa festa si misura con le straordinarie promesse che Gesù ha legato ad essa.« In quel giorno, chi si accosterà alla sorgente della vita – ha detto Cristo – questi conseguirà la remissione totale delle colpe e delle pene »(Diario, p. 235)« In quel giorno sono aperte le viscere della Mia Misericordia, riverserò tutto un mare di grazie sulle anime che si avvicinano alla sorgente della Mia Misericordia. (…) Nessun’anima abbia paura di accostarsi a me, anche se i suoi peccati fossero come lo scarlatto »(Diario, p. 441)Per ottenere questi grandi doni bisogna adempiere alle condizioni del Culto alla Divina Misericordia (fiducia nella bontà di Dio e carità attiva verso il prossimo), essere in stato di grazia (dopo la confessione) e ricevere degnamente la santa Comunione.« Nessun’anima troverà giustificazione finché non si rivolgerà con fiducia alla Mia Misericordia e perciò la prima domenica dopo Pasqua deve essere la festa della Misericordia ed i sacerdoti in quel giorno debbono parlare alle anime della Mia grande ed insondabile Misericordia »(Diario, p.378).La festa della Misericordia Vademecum sulla Festa della Misericordia

Decreto istituzione 

La Domenica della Divina Misericordia è stat istituita dal Servo di Dio il Papa Giovanni Paolo II il 30 Aprile del 2000 durante le Solenne Celebrazione Eucaristica in occasione della Canonizzazione della Beata Suor Maria Faustina Kowalska. Successivamente la Congregazione per il Culto Divino e la disciplina dei Sacramenti ha emanato il Decreto di istituzione il 5 Maggio 2000 che qui riportiamo.

  • TESTO IN ITALIANO
  • TESTO IN LATINO
  • Testo in italiano CONGREGAZIONE PER IL CULTO DIVINO E LA DISCIPLINA DEI SACRAMENTI DECRETO

    Pietà e tenerezza è il Signore (Sal 111, 4), il quale per il grande amore con il quale ci ha amati (Ef 2,4), ci ha donato con indicibile bontà il suo unico Figlio, nostro Redentore, affinché attraverso la sua morte e risurrezione aprisse al genere umano le porte della vita eterna, e affinché, accogliendo la sua misericordia dentro il suo tempio, i figli dell’adozione esaltassero la sua gloria fino ai confini della terra. Ai nostri giorni i fedeli di molte regioni della terra, nel culto divino e soprattutto nella celebrazione del mistero pasquale, nel quale l’amore di Dio verso tutti gli uomini risplende in massima misura, desiderano esaltare quella misericordia.

    Accogliendo tali desideri, il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II ha benignamente disposto che nel Messale Romano d’ora innanzi al titolo della II Domenica di Pasqua sia aggiunta la dizione «o della Divina Misericordia», prescrivendo anche che, per quanto concerne la celebrazione liturgica della stessa Domenica, siano da adoperare sempre i testi che per quel giorno si trovano nello stesso Messale e nella Liturgia delle Ore di Rito Romano. La Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti rende ora note queste norme del Sommo Pontefice affinché esse vengano condotte a compimento. Nonostante qualsiasi norma in contrario.

    Dalla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, il 5 Maggio 2000.Jorge A. Card. Medina Estévez Prefetto e Francesco Pio Tamburrino Arcivescovo Segretario

Indulgenza Plenaria 

  • TESTO IN ITALIANO
  • TESTO IN LATINO
  • Testo in italiano Si annettono Indulgenze ad atti di culto compiuti in onore della Divina Misericordia «La tua misericordia, o Dio, non conosce limiti e infinito è il tesoro della tua bontà…» (Orazione dopo l’Inno «Te Deum») e «O Dio, che riveli la tua onnipotenza soprattutto con la misericordia e il perdono…» (Orazione della Domenica XXVI del Tempo Ordinario), umilmente e fedelmente canta la Santa Madre Chiesa. Infatti l’immensa condiscendenza di Dio, sia verso il genere umano nel suo insieme sia verso ogni singolo uomo, splende in modo speciale quando dallo stesso Dio onnipotente sono rimessi peccati e difetti morali e i colpevoli sono paternamente riammessi alla sua amicizia, che meritatamente avevano perduta. I fedeli con intimo affetto dell’animo sono da ciò attratti a commemorare i misteri del perdono divino ed a celebrarli piamente, e comprendono chiaramente la somma convenienza, anzi la doverosità che il Popolo di Dio lodi con particolari formule di preghiera la Divina Misericordia e, al tempo stesso, adempiute con animo grato le opere richieste e soddisfatte le dovute condizioni, ottenga vantaggi spirituali derivanti dal Tesoro della Chiesa. «Il mistero pasquale è il vertice di questa rivelazione ed attuazione della misericordia, che è capace di giustificare l’uomo, di ristabilire la giustizia nel senso di quell’ordine salvifico che Dio dal principio aveva voluto nell’uomo e mediante l’uomo, nel mondo» (Lett. enc. Dives in Misericordia, 7).

    Invero la Misericordia Divina sa perdonare anche i peccati più gravi, ma nel farlo muove i fedeli a concepire un dolore soprannaturale, non meramente psicologico, dei propri peccati, così che, sempre con l’aiuto della grazia divina, formulino un fermo proposito di non peccare più. Tali disposizioni dell’animo conseguono effettivamente il perdono dei peccati mortali quando il fedele riceve fruttuosamente il sacramento della Penitenza o si pente dei medesimi mediante un atto di perfetta carità e di perfetto dolore, col proposito di accostarsi quanto prima allo stesso sacramento della Penitenza: infatti Nostro Signore Gesù Cristo nella parabola del figliuol prodigo ci insegna che il peccatore deve confessare la sua miseria a Dio dicendo: «Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio» (Lc 15, 18-19), avvertendo che questo è opera di Dio: «era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato» (Lc 15; 32). Perciò con provvida sensibilità pastorale il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, per imprimere profondamente nell’animo dei fedeli questi precetti ed insegnamenti della fede cristiana, mosso dalla dolce considerazione del Padre delle Misericordie, ha voluto che la seconda Domenica di Pasqua fosse dedicata a ricordare con speciale devozione questi doni della grazia, attribuendo a tale Domenica la denominazione di «Domenica della Divina Misericordia» (Congr. per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, Decr. Misericors et miserator, 5 Maggio 2000).

    Il Vangelo della seconda Domenica di Pasqua narra le cose mirabili compiute da Cristo Signore il giorno stesso della Risurrezione nella prima apparizione pubblica: «La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: ’Pace a voi!’. Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: ’Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi’. Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: ’Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi’» (Gv 20, 19-23). Per far sì che i fedeli vivano con intensa pietà questa celebrazione, lo stesso Sommo Pontefice ha stabilito che la predetta Domenica sia arricchita dell’Indulgenza Plenaria, come più sotto sarà indicato, affinché i fedeli possano ricevere più largamente il dono della consolazione dello Spirito Santo e così alimentare una crescente carità verso Dio e verso il prossimo, e, ottenuto essi stessi il perdono di Dio, siano a loro volta indotti a perdonare prontamente i fratelli.

    Così i fedeli osserveranno più perfettamente lo spirito del Vangelo, accogliendo in sé il rinnovamento illustrato e introdotto dal Concilio Ecumenico Vaticano II: «I cristiani, ricordando le parole del Signore: ’da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri’ (Gv 13, 35), niente possono desiderare più ardentemente che servire con sempre maggiore generosità ed efficacia gli uomini del mondo contemporaneo… Il Padre vuole che noi riconosciamo ed efficacemente amiamo in tutti gli uomini Cristo fratello, tanto con la parola che con l’azione» (Cost. past. Gaudium et spes, 93). Il Sommo Pontefice pertanto, animato da ardente desiderio di favorire al massimo nel popolo cristiano questi sensi di pietà verso la Divina Misericordia, a motivo dei ricchissimi frutti spirituali che da ciò si possono sperare, nell’Udienza concessa il giorno 13 giugno 2002 ai sottoscritti Responsabili della Penitenzieria Apostolica, Si è degnato di largire Indulgenze nei termini che seguono: Si concede l’Indulgenza plenaria alle consuete condizioni (Confessione sacramentale, Comunione eucaristica e preghiera secondo l’intenzione del Sommo Pontefice) al fedele che nella Domenica seconda di Pasqua, ovvero della «Divina Misericordia», in qualunque chiesa o oratorio, con l’animo totalmente distaccato dall’affetto verso qualunque peccato, anche veniale, partecipi a pratiche di pietà svolte in onore della Divina Misericordia, o almeno reciti, alla presenza del SS.mo Sacramento dell’Eucaristia, pubblicamente esposto o custodito nel tabernacolo, il Padre Nostro e il Credo, con l’aggiunta di una pia invocazione al Signore Gesù Misericordioso (p.e. «Gesù Misericordioso, confido in Te»).

    Si concede l’Indulgenza parziale al fedele che, almeno con cuore contrito, elevi al Signore Gesù Misericordioso una delle pie invocazioni legittimamente approvate. Inoltre i naviganti, che compiono il loro dovere nell’immensa distesa del mare; gli innumerevoli fratelli, che i disastri della guerra, le vicende politiche, l’inclemenza dei luoghi ed altre cause del genere, hanno allontanato dal suolo patrio; gli infermi e coloro che li assistono e tutti coloro che per giusta causa non possono abbandonare la casa o svolgono un’attività non differibile a vantaggio della comunità, potranno conseguire l’Indulgenza plenaria nella Domenica della Divina Misericordia, se con totale detestazione di qualunque peccato, come è stato detto sopra, e con l’intenzione di osservare, non appena sarà possibile, le tre consuete condizioni, reciteranno, di fronte ad una pia immagine di Nostro Signore Gesù Misericordioso, il Padre Nostro e il Credo, aggiungendo una pia invocazione al Signore Gesù Misericordioso (p.e. «Gesù Misericordioso, confido in Te»). Se neanche questo si potesse fare, in quel medesimo giorno potranno ottenere l’Indulgenza plenaria quanti si uniranno con l’intenzione dell’animo a coloro che praticano nel modo ordinario l’opera prescritta per l’Indulgenza e offriranno a Dio Misericordioso una preghiera e insieme le sofferenze delle loro infermità e gli incomodi della propria vita, avendo anch’essi il proposito di adempiere non appena possibile le tre condizioni prescritte per l’acquisto dell’Indulgenza plenaria.

    I sacerdoti, che svolgono il ministero pastorale, soprattutto i parroci, informino nel modo più conveniente i loro fedeli di questa salutare disposizione della Chiesa, si prestino con animo pronto e generoso ad ascoltare le loro confessioni, e nella Domenica della Divina Misericordia, dopo la celebrazione della Santa Messa o dei Vespri, o durante un pio esercizio in onore della Divina Misericordia, guidino, con la dignità propria del rito, la recita delle preghiere qui sopra indicate; infine, essendo «Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia» (Mt 5, 7), nell’impartire la catechesi spingano soavemente i fedeli a praticare con ogni possibile frequenza opere di carità o di misericordia, seguendo l’esempio e il mandato di Cristo Gesù, come è indicato nella seconda concessione generale dell’«Enchiridion Indulgentiarum». Il presente Decreto ha vigore perpetuo. Nonostante qualunque contraria disposizione.

    Roma, dalla sede della Penitenzieria Apostolica, il 29 giugno 2002, nella solennità dei santi Apostoli Pietro e Paolo 2002.LUIGI DE MAGISTRIS Arcivescovo tit. di Nova Pro-Penitenziere MaggioreGIANFRANCO GIROTTI, O.F.M. Conv. Reggente

II Domenica di Pasqua o della Divina Misericordia – Anno – B.

L’incredulità di San Tommaso

Vangelo

19 La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: “Pace a voi!” 20 Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. 21 Gesù disse loro di nuovo: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato Me, anch’Io mando voi”. 22 Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: “Ricevete lo Spirito Santo; 23 a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi”. 24 Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. 25 Gli dissero allora gli altri discepoli: “Abbiamo visto il Signore!” Ma egli disse loro: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò”. 26 Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: “Pace a voi!” 27 Poi disse a Tommaso: “Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente”. 28 Rispose Tommaso: “Mio Signore e mio Dio!” 29 Gesù gli disse: “Perché Mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!” 30 Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. 31 Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome (Gv 20, 19-31).

La beatitudine di credere nella testimonianza della Chiesa

San Tommaso non ha creduto a San Pietro e agli altri Apostoli quando gli hanno annunciato la Resurrezione del Signore. Noi siamo invitati ad acquisire la beatitudine, credendo in quello che la Chiesa ci insegna.

I – La prima apparizione di Gesù al Collegio Apostolico

Nostro Signore Gesù Cristo, se avesse voluto, avrebbe potuto ascendere al Cielo immediatamente dopo la Resurrezione. Invece, tale è il suo impegno nel salvarci che ha voluto rimanere ancora quaranta giorni sulla Terra, manifestando-Si in varie occasioni a numerosi testimoni, per mettere in chiaro la sua vittoria sulla morte e dimostrare che Lui è la garanzia della nostra resurrezione. Infatti, tutti noi abbandoneremo questa vita – alcuni prima, altri dopo –, ma la Fede ci dà la certezza che, se moriremo nella grazia di Dio, un giorno ci riuniremo nella Valle di Giosafat (cfr. Gl 4, 2), alla destra del Giudice Supremo e, avendo ripreso i nostri corpi in stato glorioso, saliremo “per andare incontro al Signore nell’aria” (I Ts 4, 17), per abitare con Lui nel Paradiso Celeste. La promessa di questa realtà futura è presente in modo speciale nel Vangelo proposto dalla Chiesa per questa domenica di chiusura dell’Ottava di Pasqua.

Un fattore provvidenziale: la paura

19a La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre

erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per

timore dei Giudei, venne Gesù,…

Il Vangelo si apre con un episodio capitato proprio nel giorno della Resurrezione. Fin dall’alba si erano succedute le notizie sulle apparizioni del Signore, sebbene gli Apostoli non gli avessero dato credito, San Pietro e San Giovanni avevano constatato che il sepolcro era vuoto (cfr. Gv 20, 3-8). Sul far della sera, erano ancora riuniti nel Cenacolo. Temendo che i giudei andassero a cercarli e li portassero in prigione, chiusero bene tutte le porte del luogo. Ciò nonostante, mentre conversavano – forse a bassa voce, per paura delle minacce che aleggiavano su di loro –, all’improvviso, “venne Gesù”.

Ora, tutto quello che si relaziona con Nostro Signore ha un profondo significato. In questo caso, la paura che si è impossessata degli Apostoli è stata utile, e perfino provvidenziale, per offrire loro una prova irrefutabile della Resurrezione di Gesù in corpo glorioso, poiché se la casa fosse stata aperta essi avrebbero immaginato che il Maestro fosse entrato per le vie normali. Infatti, l’atto di superare barriere fisiche deriva da una delle proprietà dei corpi gloriosi, la sottigliezza, con la quale i Beati sono capaci di attraversare altri corpi ogni volta che lo vogliano.1

Questo si spiega perché il corpo è lo specchio dell’anima o, in termini più esatti, l’anima è la forma del corpo.2 Un liquido, quando viene versato in un recipiente, prende la forma di questo. Erroneamente, si ritiene che l’anima sia una specie di fluido contenuto in una “coppa” chiamata corpo, quando in realtà è il contrario: il corpo assume il ruolo di liquido dentro la “coppa”, che è l’anima. Così come il vino conservato in una magnifica botte di rovere acquista alcune delle sue qualità, anche il corpo stando nell’anima riceve le caratteristiche di questa. Per tale ragione, se l’anima contempla Dio faccia a faccia, unendosi nuovamente al corpo gli comunica la sua gloria, e il corpo diventa spirituale (cfr. I Cor 15, 42- 44), ossia, passa a godere dei privilegi dello spirito.3

Non è difficile, dunque, capire perché ci fu tra gli Apostoli un clima di spavento, timore e, allo stesso tempo, sorpresa, quando Nostro Signore penetrò nel Cenacolo, al punto che San Luca afferma che essi hanno pensato di vedere un fantasma (cfr. Lc 24, 37). Ma Gesù li tranquillizzerà.

Per convivere con Gesù è necessario stare in pace

19b …si fermò in mezzo a loro e disse: “Pace a voi!”

In Nostro Signore tutto è ponderato, considerato e misurato. Non dobbiamo, pertanto, comprendere tali parole come fossero un semplice saluto. Qual è il loro significato più trascendente? Gli Apostoli, in quanto creature concepite nel peccato originale, avevano cattive inclinazioni, tentazioni e problemi, ed è molto probabile che non godessero in quel momento della pace dell’animo propria di coloro la cui coscienza è in ordine, libera da scrupoli o turbamenti. Senza dubbio, il demonio li agitava, specialmente a proposito dell’entrata di Gesù, incutendo timore e inquietudine sulla loro situazione spirituale. Infatti, chi può avere la certezza assoluta di essere in stato di grazia? Nessuno! E affinché approfittassero al massimo di quel rapporto, il Divino Maestro ha compiuto una specie di esorcismo nell’augurare loro la pace, introducendo l’equilibrio nell’anima di ognuno e rasserenando le passioni.

Questo passo porta un ammonimento, un consiglio e un invito per noi: ogni volta che cerchiamo la compagnia di Gesù – nel Santissimo Sacramento, in una cerimonia liturgica, in una qualsiasi circostanza in cui eleviamo la nostra anima a Lui – dobbiamo essere in pace, poiché solo così trarremo interamente beneficio dalla sua presenza. In altre parole, abbiamo bisogno di acquietare le passioni, eliminare gli attaccamenti e le ansie per le cose concrete e porci in atteggiamento contemplativo. Questa è una delle grandi lezioni della Resurrezione, come indica San Leone Magno: “Non lasciamoci dominare dalle cose temporali, che non sono altro che apparenza, e che i beni terreni non sviino la nostra contemplazione dei Celesti. Consideriamo come oltrepassato ciò che già quasi non esiste, e che il nostro spirito, preso a quello che deve permanere, fissi il suo desiderio laddove ciò che gli si offre è eterno”.4

Gli Apostoli confermano la Resurrezione

20 Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli

gioirono al vedere il Signore.

Alle prime impressioni suscitate dall’apparizione di Cristo subito succedette un affettuoso dialogo con gli Apostoli, che poterono vederLo da vicino e anche toccarLo, come si deduce dal testo di San Luca, che registra le parole del Divino Risorto: “ToccateMi e guardaTe; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che Io ho” (Lc 24, 39). In questo modo, Egli li ha costituiti testimoni della sua Resurrezione. E, affinché questo fosse completamente fededegno, fece loro vedere le mani con i segni dei chiodi e scostò un poco la tunica per mostrare il costato trafitto. Ecco a che estremi il Divino Redentore arriva per amore ai suoi!

Si comprende che San Giovanni faccia intendere quanto i discepoli si siano rallegrati per questo. Si erano dissipate tutte le inquietudini, grazie alla pace infusa da Gesù, senza la quale non avrebbero goduto dell’immenso dono che Lui offriva loro manifestandoSi. Vediamo ancora accentuata la necessità di non abbandonare mai lo spirito contemplativo – che ci troviamo in mezzo alle attività, che stiamo affrontando un dramma, che ci troviamo in occasioni di giubilo –, come pure osserviamo l’importanza di vigilare sempre in modo da impedire che le nostre cattive inclinazioni ci dominino, rubandoci la pace. Nel timore, nel dolore o nella confusione, nell’euforia, nell’entusiasmo o nella consolazione, non dobbiamo mai perdere la pace! In questo consiste lo stato di santità.
Apparizione di Nostro Signore risorto nel Cenacolo

La missione di Gesù continua nella Chiesa

21 Gesù disse loro di nuovo: “Pace a voi! Come il Padre ha

mandato Me, anch’Io mando voi”.

Ancora una volta, il Signore Gesù raccomanda la pace, e poi pronuncia queste parole semplici e sintetiche, ma profonde, dando un carattere di ufficialità alla missione apostolica. Con che obiettivo il Padre ha inviato Gesù nel mondo? Per salvare gli uomini, rivelando, insegnando, perdonando e santificando, ed è questa la missione che il Redentore trasferisce agli Apostoli riuniti in plenario, già nel primo incontro successivo alla sua Resurrezione. Tale è la funzione della Chiesa, in modo particolare di coloro che sono chiamati al ministero sacerdotale, ma anche di ogni apostolo: per quanto sia loro possibile, hanno l’obbligo di istruire nelle verità della Fede e incamminare al perdono, promuovendo la santificazione delle anime con l’esempio e con la parola.

Il Sacramento della Riconciliazione

22 Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: “Ricevete lo

Spirito Santo; 23 a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi

non li rimetterete, resteranno non rimessi”.

A seguire Gesù soffiò su di loro – ed è da ritenere che per questo abbia riempito vigorosamente i suoi divini polmoni. Egli ha voluto simbolizzare con un atto umano quello che ha espresso con le parole “ricevete lo Spirito Santo”, affinché, stimolati nella sensibilità, comprendessero meglio quello che accadeva in quel momento: una vera effusione del Paraclito, sebbene ancora non in pienezza e con la solennità che si sarebbe verificata più tardi, nella Pentecoste, poiché soltanto allora sarebbero stati infusi loro tutti i suoi doni. Il Figlio di Dio conferiva il potere di perdonare i peccati, lasciando a loro carico “il principato del supremo giudizio, affinché, facendo le veci di Dio, agli uni mantenessero i peccati e li perdonassero agli altri”.5 Infatti, senza l’assistenza dello Spirito Santo non è possibile esercitare una missione così elevata, poiché il confessore deve trattare ogni anima proprio come lo farebbe Gesù, sapendo discernere le disposizioni del penitente, dargli il consiglio adeguato e stimolarlo al sincero pentimento delle sue colpe.

Un’azione divina per intendere la Resurrezione

San Giovanni conclude qui il racconto di questa prima apparizione. Come narra San Luca, in questa circostanza Nostro Signore ha agito sull’intelligenza degli Apostoli con un intervento diretto del suo potere divino, aprendo loro “lo spirito, affinché comprendessero le Scritture” (Lc 24, 45). Senza tale azione, essi non avrebbero capito nulla riguardo la sua Passione e Resurrezione, poiché, formati secondo la mentalità giudaica dell’epoca, avevano una serie di concetti fissi in funzione di un Messia adattato ai loro interessi personali, che non si identificava con Cristo. Questi – il Messia reale – era infinitamente superiore all’immagine di quell’eroe politico e dotato di prestigio sociale che il popolo eletto aveva concepito, nel corso dei tempi, come il Salvatore di Israele.

Gli Apostoli rimasero ammiratissimi per quello che videro e confermarono la Resurrezione – il Signore anche “mangiò davanti a loro” (Lc 24, 43) –, ma la loro fede non aveva ancora raggiunto la pienezza del fervore, entusiasmo e incanto che avrebbe raggiunto con la discesa dello Spirito Santo, dopo l’Ascensione di Gesù.

II – “Non essere incredulo, ma credente”

Nostro Signore lasciò passare una settimana per apparire loro di nuovo, poiché volle che le impressioni di quel primo incontro si sedimentassero nelle loro anime. In questo intervallo, però, Dio fece uso di una curiosa didattica per fissarli nella missione di testimoni della Resurrezione, di fronte a un dubbio sorto nello stesso Collegio Apostolico.

La durezza di Tommaso: pretesto per l’azione di Dio

24 Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con

loro quando venne Gesù. 25 Gli dissero allora gli altri discepoli:

“Abbiamo visto il Signore!” Ma egli disse loro: “Se non vedo

nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei

chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò”.
San Tommaso

Tommaso, assente dal Cenacolo quando Gesù era stato lì insieme ai discepoli, non si era beneficiato della compagnia del Signore e, sentendo la notizia, fu recalcitrante nel credere, dichiarando che si sarebbe convinto solo se avesse confermato lui stesso la Resurrezione. Ora, nulla accade per caso. Il fatto che il tumulo sia stato abbattuto in maniera strepitosa in presenza delle guardie, il racconto delle Sante Donne e dei discepoli di Emmaus, attestanti che il Maestro era vivo ed era apparso loro, nulla di questo era stato sufficiente per persuadere quegli uomini eletti da Dio a essere i fondamenti della Chiesa. Era necessario che essi vedessero e toccassero con le proprie mani il Risorto, e sostenessero ancora una settimana di discussione con un fratello di vocazione. San Tommaso era la persona ideale per questo, infatti, come si può inferire dalla narrazione, possedeva un carattere ostinato, afferrato alle sue idee, che nessuno mutava; era uno spirito positivo, quasi cartesiano.

Dio permise questo anche perché gli altri Apostoli, già lavorati da Nostro Signore, si scontrassero con un atteggiamento così incredulo, e fosse chiara per loro la differenza tra chi aveva udito due volte “La pace sia con voi” e chi non era stato oggetto di questo favore. Tommaso veniva con l’agitazione dell’attività, con le afflizioni di chi è estraneo alla contemplazione e, di conseguenza, era indebolito nella fede.

Gesù appare per la seconda volta

26 Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con

loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in

mezzo a loro e disse: “Pace a voi!”

È interessante notare che Gesù abbia scelto lo stesso giorno della settimana in cui era avvenuta la Resurrezione per manifestarSi nuovamente. In accordo con i costumi giudaici che osservavano il riposo sabbatico, corrispondeva al nostro attuale lunedì. Per il fatto che Nostro Signore è risorto nel primo giorno, questo sostituì il sabato, diventando il giorno di commemorazione dei cristiani con la celebrazione dell’Eucaristia, la domenica, ossia, “giorno del Signore” – dies Dominica, come troviamo menzionato già nell’Apocalisse (cfr. Ap 1, 10), da San Giovanni.

Malgrado tutte le grazie ricevute nell’occasione precedente, gli Apostoli si spaventarono ancora una volta. Ed è comprensibile, poiché, se l’apparizione di un Angelo incute timore, come non lo potrebbe causare quella di un Dio fatto Uomo, che ostenta nel suo Corpo segni di gloria? Per questo Nostro Signore augurò loro un’altra volta la pace. Pace soprannaturale che Egli stesso comunica all’anima di ognuno.

È nella pace che le virtù si sviluppano

27 Poi disse a Tommaso: “Metti qua il tuo dito e guarda le mie

mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere

più incredulo ma credente”. 28 Rispose Tommaso: “Mio Signore e mio Dio!”

Come aveva fatto con gli altri, Gesù presentò le mani a Tommaso e scostò la tunica, in modo da mostrare la piaga del costato, affinché l’Apostolo incredulo diventasse anche lui testimone della Resurrezione. O felix culpa! Toccando le sante piaghe, San Tommaso ci ha dato la prova che era realmente il Corpo del Divino Maestro, che guarisce “in noi le piaghe della nostra incredulità. In questo modo l’incredulità di Tommaso è stata più proficua per la nostra fede che la fede dei discepoli che hanno creduto, perché, decidendo quel toccare per credere, la nostra anima si afferma nella fede, togliendo ogni dubbio”.6 E in quel momento il Signore Gesù, Creatore della grazia e in cui stanno tutte le grazie, ha agito nella sua intelligenza, infondendogli una fede straordinaria che lo ha portato a riconoscere la sua divinità. Egli ha avuto un’esperienza mistica del fatto che lì stava la Seconda Persona della Santissima Trinità, la natura divina unita alla natura umana, e dalle sue labbra è scaturita un’esclamazione che era il massimo che lui avrebbe potuto dire, un vero atto di adorazione: “Mio Signore e mio Dio!”. Gli è bastato toccare l’Uomo-Dio per raggiungere la fedeltà che gli mancava!

C’è in questo passo anche un altro aspetto che merita la nostra attenzione: tutto questo è accaduto dopo che San Tommaso ha ricevuto la pace di Nostro Signore. Al contrario, anche se egli avesse posto la mano nella piaga a nulla questo gli sarebbe valso, perché è nella pace che la fede, la speranza, la carità – insomma, tutte le virtù – si sviluppano.

Il principale errore di San Tommaso

29 Gesù gli disse: “Perché Mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!”
San Tommaso riconosce la divinità di Nostro Signore

Questo versetto mette in risalto il contrasto tra il carattere divino della Chiesa e il suo elemento umano. Quest’ultimo è incredulo e, in fondo, infedele, poiché è costituito da persone concepite nel peccato originale e che, pertanto, hanno debolezze. Ma, in quanto istituzione eretta da Cristo per santificare e salvare, essa è impeccabile, e nessuna imperfezione umana raggiunge la sua divinità.

È questo il principale errore di San Tommaso. Egli non ha creduto alla testimonianza di San Pietro e degli altri Apostoli, che avevano visto e toccato, come se avesse detto: “Non accetto quello che il Papa afferma né quello che tutti i Vescovi affermano con lui; credo solo in quello che constato”. Per aver reagito così, a San Tommaso non è spettato il merito di quelli che ascoltano la parola della Chiesa. Dunque, nel dichiarare beati quelli che credono senza aver visto, Nostro Signore sottolinea la nostra dipendenza rispetto all’infallibilità pontificia e la necessità di accogliere la Tradizione della Chiesa trasmessa attraverso i legittimi successori degli Apostoli.

La testimonianza di San Giovanni

30 Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma

non sono stati scritti in questo libro. 31 Questi sono stati scritti,

perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché,

credendo, abbiate la vita nel suo nome.

San Giovanni ha scritto il suo Vangelo, che è l’ultimo, alla fine del primo secolo, molti anni dopo la conclusione degli altri tre. Si direbbe che non fosse necessario redigerlo, perché la storia di Gesù era già stata raccontata nei sinottici. Invece, il Discepolo Amato curava le comunità cristiane dell’Asia Minore, nate sotto l’influsso dell’apostolato di San Paolo, e compose il quarto Vangelo con l’obiettivo di proteggere i fedeli dalle eresie che cominciavano a proliferare in quell’epoca, creando confusione riguardo a Gesù Cristo. Soprattutto, mirava a combattere la dottrina gnostica, che negava l’Incarnazione del Verbo, come pure l’unione ipostatica, e considerava soltanto l’umanità di Cristo.7 San Giovanni ha voluto correggere questa visione umana – che tante volte si è ripetuta nel corso della Storia –, lasciando consegnata una vera esposizione dottrinale sulla divinità di Gesù. Sarebbe impossibile narrare tutto quello che il Divino Maestro ha fatto, poiché la Sua vita è stata un segnale permanente. Per questa ragione, l’Evangelista ha selezionato gli episodi più adeguati allo scopo che aveva, tra cui i due incontri di Gesù con i discepoli, menzionati in questo Vangelo. Infatti, essi ci portano a concludere facilmente che il Signore Gesù è il Figlio di Dio Vivo e che in Lui dobbiamo vedere più il lato divino che quello umano.

III – Siamo chiamati alla beatitudine!

In funzione di San Tommaso, il Salvatore ha dichiarato che tutti quelli che Lo avessero seguito, a partire dalla sua Ascensione al Cielo, avrebbero avuto bisogno di credere nel la parola di quelli che Egli scelse come suoi testimoni. E da più o meno duemila anni la Chiesa vive di questa fede. È quello che vediamo nella scena descritta nella prima lettura (At 2, 42-47), tratta dagli Atti degli Apostoli. La comunità dei fedeli nasce piccola, ma dà origine a tutte le altre comunità, perché “erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere” (At 2, 42). La Chiesa germina fondata su questa fede, che costituisce un prezioso elemento per muovere le anime alla conversione e che deve esistere tra noi. Se sarà così, l’apostolato si farà da sé, e saremo meri strumenti per l’operato dello Spirito Santo.

Teniamo sempre presente che, se non ci è toccata la grazia di convivere con Nostro Signore, né di vedere e toccare le sue divine piaghe, ci è stata riservata, secondo l’affermazione del Divino Maestro, una beatitudine maggiore della loro: credere nella Santa Chiesa Cattolica Apostolica Romana. Ben si potrebbero applicare a noi le parole di San Pietro nella seconda lettura (I Pt 1, 3-9) di questa domenica: “voi lo amate, pur senza averlo visto; e ora senza vederlo credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre conseguite la mèta della vostra fede, cioè la salvezza delle anime” (I Pt 1, 8-9).
Basilica di San Pietro – Vaticano

1) Cfr. GARRIGOU-LAGRANGE, OP, Réginald. L’éternelle vie et la

profondeur de l’âme. Parigi: Desclée de Brouwer, 1953, p.333.

2) Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO. Somma Teologica. I, q.76, a.1.

3) Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO. Somma contro i gentili. L.IV,

c.86, n.5.

4) SAN LEONE MAGNO. De Resurrectione Domini. Sermo I, hom.58

[LXXI], n.5. In: Sermons. Parigi: Du Cerf, 1961, v.III, p.126.

5) SAN GREGORIO MAGNO. Homiliæ in Evangelia. L.II, hom.6 [XXVI],

n.4. In:Obras. Madrid: BAC, 1958, p.663.

6) SAN GREGORIO MAGNO, op. cit., n.7, p.665.

7) Cfr. LA POTTERIE, SJ, Ignace de. La verdad de Jesús.

Madrid: BAC, 1979, p.283; JAUBERT, Annie. El Evangelio según

San Juan. Estella: Verbo Divino, 1987, p.8.

Estratto dalla collezione “L’inedito sui Vangeli” di Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP.

Santa Gemma Galagani: Un solo Cuore con Nostro Signore

“Se tutti sapessero come Gesù è bello, com’è amabile, non cercherebbero
altro che il suo amore. Il nostro cuore è fatto  per amare una cosa
sola: il nostro grande Dio”.

Tra i più splendidi spettacoli della natura ci sono le grandi cascate. In esse, le acque impetuose precipitano con una forza travolgente, chiudendo in una misteriosa nube, circondata da iridati scintillii, tutto ciò che le circonda. Nel contemplarle, lo spirito si estasia ed è portato a rapportare questo spettacolo con una realtà sovrannaturale: l’incommensurabile, fecondo e trasformante amore di Dio.

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Infatti, provenendo da un’altezza infinita, l’acqua viva e multiforme della bontà divina scende sugli uomini con infinta abbondanza. Essa riempie di carità chi la riceve con buona disposizione, portando come frutto il desiderio ardente di restituire nel miglior modo possibile tale amore gratuito del Creatore.

Tutti siamo stati chiamati a fare della nostra esistenza una gara diseguale per ritornare a Dio i suoi innumerevoli benefici. Alcune anime elette, tuttavia, già su questa Terra sperimentano un mistico scambio d’amore che le trasforma e le fa vivere in qualche modo come nell’eternità, per una speciale unione spirituale con il Redentore.

È il caso di Santa Gemma Galgani, la cui identificazione con Cristo è stata così stretta da poter affermare: “Non sto più in me, sto con il mio Dio, tutta per Lui; e Lui sta tutto in me e per me. Gesù sta con me ed è tutto mio”.1

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Convivio con il sovrannaturale

Nata a Bogonuovo di Camigliano, Lucca, il 12 marzo del 1878, Gemma perse molto presto sua madre, a causa di una tubercolosi di lenta e implacabile evoluzione. Era una donna pia e Gemma ebbe modo di nutrirsi intensamente di una formazione veramente cristiana.

Una delle sue ultime misure fu quella di fare in modo che la piccola ricevesse la pienezza della grazia battesimale attraverso la Cresima, prima addirittura della Prima Comunione, com’era allora abituale in Italia. Nonostante le difficoltà imposte dalla malattia, la stessa signora Galgani, aiutata da una catechista, si impose di preparare la figlia a ricevere il Sacramento.

Dopo la cerimonia, la bambina rimase nella Basilica di San Michele in Foro per assistere a una Messa di Rendimento di Grazie e mentre era in preghiera per la sua cara madre, ebbe il suo primo dialogo sovrannaturale:

– Gemma, vuoi darmi tua madre?

– sentì in fondo alla sua anima.

– Sì, ma solo se posso starle vicino

– rispose lei.

– No, dammi volentieri tua madre. Tu ora devi rimanere con tuo padre. Io la porterò in Cielo. Ma la dai con piacere?

“Dovetti rispondere di sì”2, confessa la santa nella sua autobiografia.

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Le grazie della Prima Comunione

Nel settembre del 1885, la signora Galgani consegnò devotamente la sua anima a Dio, lasciando la figlia ospite nella casa della zia materna, Elena Landi. Qualche tempo dopo, Gemma ritornò vicino al padre ed entrò come esterna nel collegio delle Sorelle di Santa Zita, fondato dalla Beata Elena Guerra.

A nove anni, rivelando una pietà non comune, la bambina manifestava un enorme desiderio di ricevere la Sacra Eucaristia. Invano supplicò per molto tempo il confessore, Monsignor Giovanni Volpi, il padre e le maestre: “Datemi Gesù e vedrete che sarò più saggia, non commetterò più peccati, non sarò più la stessa!”

Il sacerdote finì per acconsentire e, nonostante la sua giovane età per le abitudini dell’epoca, nella festa del Sacro Cuore del 1887, Gesù Ostia entrava per la prima volta in quell’anima focosa e innocente: “Ciò che successe in quel momento tra me e Lui, non saprei esprimerlo. Gesù Si fece sentire nella mia anima in una maniera molto forte. Capii, allora, che le delizie del Cielo non sono come quelle della Terra. Mi sentivo presa dal desiderio di rendere continua quell’unione tra me e Gesù”.3

Unirsi a Nostro Signore, assomigliare a Lui, fu, a partire da quel momento, l’unico obiettivo della vita di 
Gemma.

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Sposa di Cristo Crocifisso

Durante il periodo trascorso con le Suore di Santa Zita, la bambina si dedicò con tutto il suo impegno alle attività scolastiche. Per il suo comportamento esemplare, era l’ “anima” della scuola. Molto amata dalle compagne, queste la rispettavano, poiché, anche se poco espansiva, aveva il dono della parola concisa e dell’agire risoluto.

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Nel contempo, il Divino Maestro la riempiva di grazie interiori, facendola progredire sempre più sulla via della perfezione. La vita della giovane Gemma trascorreva avvolta in frequenti fenomeni mistici, questo traspariva in qualche modo nel suo sguardo.

Un giorno, avendo già diciassette anni, la nostra santa ricevette in dono un bell’orologio e una catenina d’oro con una croce. Per far piacere al parente che glieli aveva regalati uscì per strada portandoli con sè. Di notte, mentre si preparava per andare a dormire, le apparse l’Angelo Custode che le disse: “Ricordati che gli unici gioielli che devono adornare la sposa di un Re crocifisso sono le spine e la croce”.4

La giovane, che aveva sempre sentito una speciale devozione per le sofferenze di Gesù, prese questo ammonimento con tutta serietà e, da allora, rinunciò a tutto ciò che poteva servire da pretesto alla vanità, cominciò a indossare un semplice vestito nero.

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Inizio della “via dolorosa”

Dalla morte della madre, racconta la santa nella sua biografia, non smise mai di offrire qualche piccolo sacrificio a Gesù. Era arrivata, tuttavia, l’ora di cominciare a sorbire a grandi sorsate il calice della sofferenza.

Nel 1896, una terribile necrosi al piede, accompagnata da acutissimi dolori, la obbligò a sottoporsi a un intervento chirurgico. Rifiutando qualsiasi anestesia, Gemma si mantenne immobile durante tutta l’operazione, mentre i presenti seguivano con orrore quello che sembrava più una tortura che un atto terapeutico. Solo alcuni gemiti involontari la tradirono nel momento più difficile dell’operazione, che essa sopportò senza togliere gli occhi dal Crocifisso, chiedendo ancora a Gesù perdono per la debolezza manifestata.

L’anno seguente, suo padre morì dopo aver perso tutta la sua fortuna, lasciando la famiglia in totale
miseria.

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Incontro con San Gabriele della Vergine Dolorosa

Nel 1898, Gemma fu colpita da una grave malattia alla spina dorsale, che la costrinse all’immobilità.

In tanto dolore, il suo Angelo Custode non smetteva di consolarla e il Divino Maestro si serviva dei suoi dolori per farla progredire nella virtù dell’umiltà. Acquisì anche una particolare devozione per San Gabriele della Vergine Dolorosa, religioso passionista morto trentasei anni prima, di cui aveva letto avidamente la biografia durante la sua malattia.

Victor Toniolo     
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“Sì, io sono felice, Gesù, perché sento
il mio cuore palpitare con il tuo
e perché Ti possiedo”
Reliquiario contenente il cuore di
Santa Gemma – Parrocchia di
Santa Gemma Galgani, 
Madrid

Una notte, dopo aver fatto voto di verginità e aver manifestato il proposito di vestire l’abito religioso nel caso guarisse, le apparve in sogno il santo passionista che le disse: “Fa’ di buon ora il voto di essere religiosa, ma non aggiungere più nulla”. Quando Gemma gli chiese il perché, tolse il simbolo che portava attaccato alla tonaca, lo diede all’inferma perché lo baciasse e lo mise sopra di lei dicendo: “Sorella mia!”

Durante tutto questo tempo, i suoi parenti e conoscenti non smettevano di fare novene e tridui implorando la sua guarigione; lei, tuttavia, rimaneva indifferente, docile ai disegni divini. Dopo un anno, ad aggravare la situazione, i medici le diagnosticarono un tumore alla testa, dandola per spacciata. Allora, una delle sue vecchie maestre riuscì a convincerla a fare una novena a Santa Margherita Maria Alacoque. Nell’ultimo giorno di questa novena, poche ore dopo aver ricevuto la Sacra Comunione, la giovane si alzò in piedi, totalmente sana. Era il primo venerdì del mese di marzo.

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“Non smettere di soffrire per lui nemmeno un momento”

Il giovedì Santo dell’anno seguente, Gemma, ancora debole, praticava nella sua stanza la devozione dell'”Ora Santa in compagnia del Signore nell’Orto”, scritta dalla fondatrice delle Suore di Santa Zita, sentendo, mentre la faceva, un profondo dolore per le sue colpe. Terminata la preghiera, apparve davanti a lei l’immagine di Gesù Crocifisso, che le disse: “Figlia, queste piaghe si sono aperte in me per i tuoi peccati. Ma rallegrati, perché le hai già chiuse con il tuo dolore. Non offendermi più. Amami come Io ti ho sempre amato”.5

Qualche giorno dopo, mentre recitava le preghiere del pomeriggio, Cristo Crocifisso si rese di nuovo visibile ai suoi occhi e le disse: “Guarda, figlia mia e impara come si ama. Vedi questa Croce, queste spine e questi chiodi, queste carni livide, queste contusioni e piaghe? Tutto è opera d’amore e d’amore infinito. Ecco fino a che punto Io ti ho amata. Vuoi amarMi davvero? Impara allora a soffrire: la sofferenza insegna ad amare”.

In un’altra occasione, mentre chiedeva a Dio la grazia di amare molto, udì una voce sovrannaturale che le diceva: “Vuoi sempre amare Gesù? Non smettere di soffrire per Lui nemmeno un momento. La Croce è il trono dei veri amanti; la Croce è il patrimonio degli eletti in questa vita”.

Quelle visioni, nello stesso tempo in cui intensificavano il dolore per i suoi peccati, le portavano una grande consolazione e aumentavano in lei il desiderio di amare Gesù e soffrire per lui.

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La grazia delle Sacre Stigmate

Alla vigilia della festa del Sacro Cuore di quello stesso anno, Gemma perse i sensi e, nel risvegliarsi, si trovò in presenza della Santissima Vergine, che le disse: “Mio Figlio, Gesù, ti ama molto e vuole concederti una grande grazia; ti mostrerai degna?”. La santa non sapeva cosa rispondere. La Madonna continuò, dicendo: “Sarò per te una madre. Saprai tu mostrarti una vera figlia?”. E, in seguito, stese il suo mantello e la coprì con esso.

In quell’istante le apparve nuovamente Gesù. Con la semplicità propria delle anime innocenti, così narra Gemma quello che successe: “Le sue piaghe erano aperte, ma non ne usciva sangue; da loro uscivano fiamme ardenti. In un batter d’occhio quelle fiamme toccarono le mie mani, i miei piedi e il mio cuore”. Rimase sotto il manto della Regina dei Cieli ancora un po’ di tempo. Maria la baciò sulla fronte e scomparve, lasciando la giovane in ginocchio con forti dolori alle mani, ai piedi e nel cuore, da cui scorreva sangue: Santa Gemma Galgani aveva ricevuto la grazia delle Sacre Stigmate.

Il fenomeno si ripeteva ogni settimana. Il giovedì, le piaghe si aprivano di notte, per rimanere fino alle tre del pomeriggio del venerdì. Il sabato, o al più tardi la domenica, rimenavono solo delle macchie bianche.

Oltre alle stigmate, di cui pochi conoscevano l’esistenza, erano frequenti nella vita di Santa Gemma altre manifestazioni sovrannaturali, come sudori di sangue ed innumerevoli estasi, che capitavano in qualsiasi momento. Questo rese la relazione con le zie, con le quali viveva dalla morte del padre, sempre più difficile.

La tolse da quest’imbarazzo la pia signora Cecilia Giannini, la quale, meravigliata dai prodigi della grazia in quell’anima, la adottò come figlia. Nella sua nuova famiglia, tutti le votarono una grande venerazione. Annotavano con precisione le parole proferite nei frequenti rapimenti e si meravigliavano per le stimmate sacre e le ferite causate ora dalla frusta della flagellazione, ora dalle spine della corona.

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Incontro con i Padri Passionisti

Fu nel giugno di quello stesso anno 1899, così fondamentale nell’esistenza della Santa, che Gemma avrebbe avuto il suo primo incontro con i padri passionisti, preannunciato da San Gabriele della Vergine Dolorosa.

Negli ultimi giorni di quel mese, erano cominciate nella Chiesa di San Martino le “Sante Missioni”, predicate da sacerdoti di quell’ordine. Nell’ultimo giorno ci fu una comunione generale, a cui partecipò anche Santa Gemma. Durante l’azione di grazie, Gesù le chiese: “Gemma, ti piace l’abito con cui è vestito questo Sacerdote? Ti piacerebbe poterlo indossare?”

“Sì,” aggiunse il Signore, vedendola incapace di dare una risposta affermativa, ” tu sarai una figlia della mia Passione, e una figlia prediletta. Uno di questi miei figli sarà tuo padre. Va’ e spiegagli tutto quello che ti sta succedendo”.

Dopo alcune vicissitudini, così frequenti nelle anime più elette, Gemma finì per scrivere, con l’autorizzazione di Monsignor Volpi, al padre Germano Di San Stanislao, religioso passionista, residente a Roma, di cui il Signore le aveva indicato il nome e la fisionomia.

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Dotato di grande talento e virtù, egli andò a Lucca a conoscerla, diventò un vero padre per la santa. Per tre anni, la condusse con destrezza per le vie della perfezione. Grazie a questa direzione spirituale, di tipo soprattutto epistolare, rimasero documentati i singolari favori ricevuti dall’angelica giovane. Sono missive emozionanti, nelle quali traspare tutta la bellezza della sua anima.

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“Consummatum est”

L’ultimo Calvario della vergine di Lucca cominciò nella Pasqua del 1902. Il suo corpo, prostrato da una terribile malattia, che le impediva di ingerire qualsiasi tipo di alimento, rispecchiava le pene interiori di cui soffriva la sua anima privata di tutte le consolazioni e gioie sensibili. “Non sai che sono tutta tua? Gesù solo!”, sospirava Gemma, in un apparente abbandono.

Essa aveva partecipato a tutti i tormenti dell’Uomo-Dio: le sue angustie interiori, il suo sudore di sangue, la flagellazione e le sue numerose piaghe, i maltrattamenti, per opera dei demoni, le profonde ferite della corona di spine, la slogatura delle ossa e le piaghe inflitte dai chiodi. Le mancavano solo, per imitare completamente il Redentore nella sua Passione, l’agonia e la morte dolorosa.

Fu quello che successe, alla fine, il Sabato Santo del 1903. Ad appena 25 anni di età, la serafica vergine si liberò definitivamente dei legami che la tenevano avvinta alla Terra e ricevette la sua “ricompensa troppo grande” (Gn 15, 1), lo stesso Dio per tutta l’eternità.

* * *

L’anima di Gemma entrò nella gloria arricchita dall’unico e reale tesoro, quello che mai finirà: la carità. “Se tutti sapessero come Gesù è bello, come è amabile, non cercherebbero altro che il suo amore”.

Infatti, come sarebbe diverso il mondo, se ascoltasse il consiglio della vergine di Lucca e potesse affermare come lei: “Il mio cuore palpita continuamente all’unisono con il Cuore di Gesù. Viva Gesù! Il Cuore di Gesù e il mio sono una stessa cosa.[…] Sì, io sono felice, Gesù, perché sento il mio cuore palpitare con il tuo, e perché Ti possiedo”.

Lunedì dell’Angelo

Oggi, per la liturgia della Chiesa, è in senso proprio il Lunedì dell’Ottava di Pasqua. Ma tale giorno, in Italia, viene più comunemente chiamato «Lunedì dell’Angelo» e associato, per tradizione, al ricordo dell’annuncio angelico della Risurrezione di Gesù

Oggi, per la liturgia della Chiesa, è in senso proprio il Lunedì dell’Ottava di Pasqua. Ma tale giorno, in Italia, viene più comunemente chiamato «Lunedì dell’Angelo» e associato, per tradizione, al ricordo dell’annuncio angelico della Risurrezione di Gesù.

Si ricorda cioè tradizionalmente quanto avvenuto al sepolcro il giorno prima, al mattino della domenica (il primo giorno della settimana nel calendario ebraico, quindi il primo giorno dopo la Pasqua ebraica), quando le pie donne – Maria Maddalena, Salome e Maria madre di Giacomo – si recarono al sepolcro con l’intenzione di cospargere di oli aromatici il corpo di Gesù. Arrivate presso la tomba, trovarono il grande masso che la chiudeva rotolato via. Il loro stupore, misto a tremore, si accrebbe quando apparve loro un angelo in vesti sfolgoranti, che si premurò di rassicurarle e diede loro il lieto annuncio: «Non abbiate paura, voi! So che cercate il Crocifisso. Non è qui. È risorto, come aveva detto; venite a vedere il luogo dove era deposto». E aggiunse: «Presto, andate a dire ai suoi discepoli: è risuscitato dai morti, e ora vi precede in Galilea; là lo vedrete» (Mc 16,1-7).

«Oggi siamo nella seconda giornata dell’Ottava di Pasqua. Ieri è stata la solennità di Pasqua, oggi è il lunedì di Pasqua. In Italia c’è la bella tradizione di chiamare questa giornata “Pasquetta”, ma io non voglio parlare di “Pasquetta”. C’è anche un altro nome per indicare questo giorno: il giorno, o la festa “dell’Angelo”», disse Giovanni Paolo II nel Regina Coeli dell’1 aprile 1991, aggiungendo: «È questa una tradizione molto bella che corrisponde profondamente alle fonti bibliche sulla Risurrezione. Ci ricordiamo della narrazione dei Vangeli Sinottici, quando le donne vanno al Sepolcro e lo trovano aperto. Esse temevano di non poter entrare perché la tomba era chiusa da una grande pietra. Invece è aperta e, dall’interno, sentono le parole: “Gesù Nazareno non è qui”. Per la prima volta vengono pronunciate le parole: “È risorto”. Gli evangelisti ci dicono che queste parole sono state pronunciate dagli Angeli».

Secondo il santo polacco, «vi è un profondo significato in questa presenza angelica e in questa proclamazione angelica: come per annunciare l’Incarnazione del Verbo, Figlio di Dio, non poteva essere che un Angelo, Gabriele, così anche per esprimere per la prima volta le parole “è risorto”, la Risurrezione, non era sufficiente un soggetto umano, non era sufficiente una parola umana. Ci voleva un essere superiore, perché per l’essere umano questa verità e le parole che comunicano la verità, “è risorto”, questa verità stessa è così sconvolgente, talmente incredibile, che forse nessun uomo avrebbe osato pronunciarla».

Aggiunse Giovanni Paolo II: «Dopo questo primo annuncio si comincia a ripetere: “Il Signore è risorto e si è rivelato a Pietro, a Simone”, ma il primo annuncio richiedeva un’intelligenza superiore a quella umana. Così questa festa dell’Angelo, almeno io la intendo in questo modo, è un completamento dell’Ottava pasquale. Nelle letture bibliche, nei brani dei Vangeli si legge sempre di questi Angeli, ma la festa italiana sottolinea il momento di questa presenza angelica, non solo la sottolinea, ma spiega anche il perché di questo momento della Risurrezione. Al di sopra dell’umana costatazione che il sepolcro era vuoto, ci voleva un’altra, sovrumana costatazione: “È risorto”».

La Resurrezione secondo gli scritti di Maria Valtorta

resurrezione: articolo della fede

Sono molto rare le persone che non siano passate per la dolorosa esperienza di perdere un loro caro. Le cerimonie funebri, sebbene rivolte al rispetto e alla memoria di colui che se ne è andato 

Sono molto rare le persone che non siano passate per la dolorosa esperienza di perdere un loro caro. Le cerimonie 

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“Sant’Agostino”, Chiesa
  di Santa Maria,
Kitchener (Canada)

funebri, sebbene rivolte al rispetto e alla memoria di colui che se ne è andato, inevitabilmente rendono ancora più pungenti i momenti della suprema dipartita. Il dramma di una morte, e l’incertezza che questa porta, fanno sorgere l’inquietante domanda: “Cosa c’è dopo la morte?” Infatti, tutti i popoli, dai primordi dell’Umanità, hanno alimentato la credenza che ci debba essere qualcosa olter la vita. Le dolorose separazioni sarebbero momentanee e in un futuro misterioso, in un certo luogo sconosciuto, gli uomini dovrebbero rincontrarsi.

Soluzioni false o equivoche degli antichi pagani

Nel corso della Storia, le più diverse civiltà e culture hanno cercato una soluzione per questo enigma. Gli antichi egizi credevano che l’anima fosse rimasta a peregrinare per un tempo indefinito, dopo il quale sarebbe ritornata al corpo che nel frattempo, avrebbe dovuto essere conservato. A tale scopo, essi hanno perfezionato la tecnica dell’imbalsamazione e le loro mummie, in perfetto stato di conservazione, possono ancor oggi, essere viste nei musei. La ricca immaginazione greca ha creato l’orfismo. Secondo quest’ultimo, come punizione di un crimine primordiale, l’anima,rinchiusa nel corpo proprio come in una prigione, trovava nella morte l’inizio di una vera vita.

Dopo la morte, le anime si dirigevano all’Ade, dove bevevano le acque del fiume Lete, in modo da dimenticare le loro esistenze terrene. L’anima che non fosse libera a causa delle sue colpe ritornava al mondo per reincarnarsi. L’orfismo è durato, ancora con molta vitalità, fino ai primi secoli dell’Era Cristiana. In seguito, si è andato esaurendo lentamente. Oltre a queste, vari sono sati i tentativi di darne spiegazione, come il panteismo e lo spiritismo. Alla fine, il materialismo, che nega in modo puro e semplice la vita soprannaturale, lascia un vuoto di risposta a una delle più antiche questioni umane.
La risposta cristiana ci è ben nota, con i destini eterni dell’anima ben definiti, sia nel Cielo, contemplando il Creatore, sia nell’inferno, soffrendo i castighi inerenti alla condizione di nemico di Dio. Rimane un’altra domanda, in relazione al corpo, compagno dell’anima nella sua giornata terrestre, che ne sarà fatto di lui?

La resurrezione e la dottrina cristiana

Sant’Agostino sostiene che non esiste dottrina della fede cristiana combattuta con tanta veemenza come quella della resurrezione della carne”. Poche verità della nostra fede sono così chiaramente affermate sia nelle Sacre Scritture che 

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“Se non esiste risurrezione dai morti, neanche
 Cristo è risuscitato! Ma se Cristo non è risusci
itato, allora è vana la nostra predicazione ed
 è vana anche la vostra fede”,afferma San
 Paolo.
 “San Paolo”, Cattedrale di Bayonne (Francia)
 Sergio Hollmann

negli autori dei primi secoli. L’insegnamento sulla resurrezione dei corpi ha la condizione di dogma, ossia, articolo di fede riguardo al quale non può esserci il minimo dubbio. Tuttavia, non è mancato chi abbia osato negarla. I gentili la respingevano come una favola nuova e incredibile. L’hanno contestata anche i sadducei e, tra i primi cristiani, Imeneo e Fileto, che San Paolo confuta nella sua prima Lettera a Timoteo (cap. II). A questi possono sommarsi gli gnostici, i manichei e i priscillianisti, che hanno avuto come seguaci, nel Medioevo, gli albigesi e i valdesi. Ai nostri giorni i protestanti liberali e i razionalisti si impegnano a negare questo dogma cattolico, in quanto lo considerano incompatibile con certe ragioni filosofiche. Contro tutto questo torrente di eresie, la Chiesa presenta il deposito prezioso della Rivelazione e la sicura voce dei suoi concili.

Ci possiamo appoggiare su dichiarazioni storiche, come per esempio, il Credo degli Apostoli, detto anche di Nicea, il Credo dell’XI Concilio di Toledo, il Credo di Leone IX, ancora usato nelle consacrazioni dei vescovi, la professione di fede del II Concilio di Lione; il Decreto del IV Concilio del Laterano, contro gli albigesi. Inoltre, questo articolo di fede prende come base il credo già esistente nell’Antico Testamento e gli insegnamenti del Nuovo Testamento, oltre alla Tradizione Cristiana.

La resurrezione nelle Scritture

Le Sacre Scritture portano abbondanti e chiari riferimenti alla resurrezione finale dei corpi. Il profeta Daniele afferma: “Molti di quelli che dormono nella polvere della terra si risveglieranno: gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e per l’infamia eterna” (Dn 12, 2). La parola “molti”, qui, non significa che alcuni non resusciteranno. Essa deve essere intesa alla luce del suo significato in altri passi (come in Is 53, 11-12; Mt 26, 28; Rm 5, 18-19). La visione di Ezechiele sulla pianura coperta di ossi secchi che sono stati riordinati e rivivificati (Ez 37) si riferisce direttamente alla restaurazione di Israele, ma mostra come tale immagine potrà essere intellegibile soltanto ad ascoltatori familiarizzati con la credenza nella resurrezione.

Il profeta Isaia trionfante proclama: “Ma di nuovo vivranno i tuoi morti, risorgeranno i loro cadaveri. Si sveglieranno ed esulteranno quelli che giacciono nella polvere, perché la tua rugiada è rugiada luminosa, la terra darà alla luce le ombre” (Is 26, 19). Infine, Giobbe, ridotto all’estrema desolazione, si sente fortificato dalla sua fede nella resurrezione: “Io lo so che il mio Vendicatore è vivo e che, ultimo, si ergerà sulla polvere! Dopo che questa mia pelle sarà distrutta, senza la mia carne, vedrò Dio.

Io lo vedrò, io stesso, e i miei occhi lo contempleranno non da straniero” (Gb 19, 25-27). Già nel Nuovo Testamento, dopo la morte di Lazzaro, Marta manifesta il suo credo: “So che risusciterà nell’ultimo giorno” (Gv 11, 24). Contundente, San Paolo non esita a mettere la resurrezione finale sullo stesso piano della certezza della resurrezione di Cristo: “Ora, se si predica che Cristo è risuscitato dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non esiste risurrezione dei morti? Se non esiste risurrezione dai morti, neanche Cristo è risuscitato! Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede” (1º Cor 15, 12-14). 

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“L’insegnamento sulla resurrezione dei corpi ha la condizione di
dogma, ossia articolo di fede riguardo al quale non può esserci
il minimo dubbio”.
“Resurrezione di Cristo”, dettaglio del portico della Basilica
di San Marco, Venezia
Gustavo Kralj

Infine, supremo testimone, lo stesso Cristo Nostro Signore non solo suppone la resurrezione della carne come cosa risaputa, ma anche la difende contro gli attacchi dei sadducei: “Quando risusciteranno dai morti, infatti, non prenderanno moglie né marito, ma saranno come angeli nei cieli. A riguardo poi dei morti che devono risorgere, non avete letto nel libro di Mosè, a proposito del roveto, come Dio gli parlò dicendo: Io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e di Giacobbe? Non è un Dio dei morti ma dei viventi!” (Mc 12, 25-27; Mt 22, 30-32). Il Messia avrebbe dichiarato ancora questa verità in altri passi (Gv 5, 28-29; 6, 39-40; 11, 25; Lc 14, 14).

La dottrina della resurrezione nella Tradizione Cristiana

I Padri, i Dottori ed insigni teologi hanno seguito con fermezza il retto cammino tracciato dal Divino Maestro: Nel II secolo, San Policarpo ha dato l’appellativo di primogenito di Satana, “a chi nega la resurrezione ed il giudizio” (1). Aristide afferma che i cristiani osservano i comandamenti “perché aspettano la resurrezione dei morti” (2). Atenagora ha scritto un trattato intero sulla resurrezione, la sua convenienza e necessità, e successivamente prova che l’uomo è immortale, poiché è razionale; siccome, d’altra parte, è composto da anima e corpo, egli non può raggiungere la perfezione, il suo fine e la sua beatitudine se il corpo non torna ad unirsi all’anima.

Sant’Ireneo insegna che i nostri corpi, nutriti del cibo eucaristico, ricevono il seme della resurrezione (3). Nel III secolo chi con più chiarezza ha difeso la resurrezione futura è stato Tertulliano: “Questa carne che Dio ha formato con le sue mani e secondo la propria immagine, che ha animato col suo soffio a somiglianza della sua vita (…) questa carne non resusciterà? Questa carne che è di Dio per tanti motivi?” (4).

Una testimonianza di Sant’Agostino: “Resusciterà questa carne, la stessa che è sepolta, la stessa che muore, questa stessa che vediamo, che tocchiamo, che ha bisogno di mangiare e di bere per conservare la vita; questa carne che soffre malattie e dolori, questa stessa deve resuscitare, i malvagi per penare per sempre, e i buoni per essere trasformati”(5).
* * * Malgrado sia stata ben suffragata da tante e così serie testimonianze, continua a destare meraviglia immaginare che, in un giorno conosciuto soltanto dall’Altissimo, al suono delle trombe angeliche, milioni di corpi emergeranno dalle profondità degli oceani, sorgeranno dalle profondità della terra ed insieme eleveranno gli occhi al Creatore, che allora separerà i suoi (cfr. Mt 25, 31-33).

1) Ep. Ad Philip., VII, 1.
2) Migne, P. G., t. 96, col. 1121.
3) Id. ib., col. 1124.
4) Id., e. 2, col. 885.
5) Id., t. 38, col. 1231.

SABATO SANTO – L’ADDOLORATA

Sul Calvario, mentre si compiva il grande sacrificio di Gesù, si potevano mirare due vittime: il Figlio, che sacrificava il corpo con la morte, e la Madre Maria, che sacrificava l’anima con la compassione. Il Cuore della Vergine era il riflesso dei dolori di Gesù.

D’ordinario la madre sente le sofferenze dei figli più delle proprie. Quanto dovette soffrire la Madonna a vedere morire Gesù in Croce! Dice San Bonaventura che tutte quelle piaghe ch’erano sparse sul corpo di Gesù, erano nello stesso tempo tutte unite nel Cuore di Maria. Più si ama una persona e più si soffre nel vederla soffrire. L’amore che la Vergine nutriva per Gesù era smisurato; lo amava di amore soprannaturale come suo Dio e di amore naturale come suo Figlio; ed avendo un Cuore delicatissimo, soffrì tanto da meritare il titolo di Addolorata e di Regina dei Martiri.

Il Profeta Geremia, tanti secoli prima, la contemplò in visione ai piedi del Cristo morente e disse: «A che ti paragonerò o a chi ti somiglierò, figlia di Gerusalemme? … La tua amarezza infatti è grande come il mare. Chi ti potrà consolare?» (Geremia, Lam. II, 13). E lo stesso Profeta pone in bocca alla Vergine Addolorata queste parole: «O voi tutti che passate per la via, fermatevi e vedete se c’è dolore simile al mio!» (Geremia, I, 12).

Dice Sant’Alberto Magno: Come noi siamo obbligati a Gesù per la sua Passione sofferta per nostro amore, così pure siamo obbligati a Maria per il martirio che ebbe nella morte di Gesù per la nostra eterna salute.

La nostra riconoscenza verso la Madonna sia almeno questa: meditare e compatire i suoi dolori.

Gesù rivelò alla Beata Veronica da Binasco che molto si compiace nel vedere compatita la Madre sua, perché gli sono care le lacrime che Ella sparse sul Calvario.

La stessa Vergine si dolse con Santa Brigida che sono molto pochi coloro che la compatiscono e la maggior parte dimentica i suoi dolori; onde le raccomandò tanto di aver memoria delle sue pene.

La Chiesa per onorare l’Addolorata ha istituito una festa liturgica, che ricorre il quindici settembre.

Privatamente è bene ricordare tutti i giorni i dolori della Madonna. Quanti devoti dì Maria recitano ogni giorno la corona dell’Addolorata! Questa corona ha sette poste ed ognuna di queste ha sette grani. Che si allarghi sempre più la cerchia di coloro che onorano la Vergine Dolente!

È una buona pratica la recita quotidiana della preghiera dei Sette Dolori, che trovasi in tanti libri di devozione, ad esempio, nel «Massime Eterne».

Nelle «Glorie di Maria» Sant’Alfonso scrive: Fu rivelato a Santa Elisabetta Regina che San Giovanni Evangelista desiderava vedere la Beata Vergine, dopo essere stata assunta in Cielo. Ebbe, la grazia e gli apparvero la Madonna e Gesù; in tale occasione intese che Maria domandò al Figlio qualche grazia speciale per, i devoti dei suoi dolori. Gesù promise quattro grazie principali:

1. Chi invoca la Divina Madre per i suoi dolori, prima della morte meriterà fare vera penitenza di tutti i suoi peccati.

2. Gesù custodirà questi devoti nelle loro tribolazioni, specialmente al tempo della morte.

3. Imprimerà loro la memoria della sua Passione, con grande premio in Cielo.

4. Gesù porrà questi devoti in mano di Maria, affinché Ella ne disponga a suo piacere e loro ottenga tutte le grazie che vuole.

ESEMPIO:

Un ricco signore, abbandonata la via del bene, si diede completamente al vizio. Accecato dalle passioni, fece espressamente un patto con il demonio, protestando di dargli l’anima dopo la morte. Dopo settant’anni di vita di peccato giunse al punto della morte.

Gesù, volendo usargli misericordia, disse a S. Brigida: Va’ a dire al tuo Confessore che corra al letto di questo moribondo; lo esorti a confessarsi! Il Sacerdote andò per tre volte e non riuscì a convertirlo. In fine manifestò il segreto: Non sono venuto da voi spontaneamente; Gesù stesso mi ha mandato per, mezzo di una santa Suora e vuole accordarvi il suo perdono. Non resistete più alla grazia di Dio!

L’infermo, sentendo ciò, s’intenerì e ruppe in pianto; poi esclamò: Come posso essere perdonato dopo avere servito il demonio per settant’anni? I miei peccati sono gravissimi ed innumerevoli! Il Sacerdote lo rassicurò, lo dispose alla Confessione, lo assolvette e gli diede il Viatico. Dopo sei giorni quel ricco signore moriva.

Gesù, apparendo a S. Brigida, così le parlò: Quel peccatore è salvo; al presente è in Purgatorio. Ha avuta la grazia della conversione per intercessione della mia Vergine Madre, perché, sebbene vivesse nel vizio, tuttavia conservava la devozione ai suoi dolori; quando ricordava le sofferenze dell’Addolorata, se ne immedesimava e la compiangeva.

Fioretto:

– Fare sette piccoli sacrifici ad onore dei sette dolori della Madonna.

Giaculatoria:

– Regina dei Martiri, pregate per noi.

Tratto da:

MARIA REGINA E MADRE DI MISERICORDIA (Mese di Maggio) – di DON GIUSEPPE TOMASELLI, SDB.

Il silenzio del Sabato Santo spiegato da una monaca di clausura

Intervista a madre Stefania Costarelli, badessa del monastero benedettino Santa Caterina di Monte San Martino, in provincia di Maceratada Milena Castigli – ULTIMO AGGIORNAMENTO 0:01Aprile 3, 2021

“Il Sabato Santo è definito il giorno del grande silenzio, non si celebra l’Eucaristia ma c’è solo la preghiera liturgica delle Ore che scandisce l’attesa del grande evento della Resurrezione di Gesù che celebreremo nella Veglia Pasquale”. Lo spiega a In Terris madre Stefania Costarelli, badessa del monastero benedettino Santa Caterina di Monte San Martino, in provincia di Macerata.

Il monastero di Santa Caterina

L’origine del monastero è antichissima. L’intitolazione a Santa Caterina, può essere fatta risalire al culto agostiniano, particolarmente devota a tale Santa, che è attestato nella zona, dalla seconda metà del XV secolo. Attualmente la struttura continua ad ospitare una numerosa comunità di religiose, che seguono la regola di San Benedetto dell’Ora et labora in ossequiosa clausura, dedite a molte attività artigianali, tra cui il ricamo, l’agricoltura e soprattutto la pittura di icone.

Il monastero benedettino Santa Caterina di Monte San Martino (MC)

L’intervista a madre Stefania Costarelli

Madre Stefania, sono molti anni che vive nel monastero. Come ha scoperto la Sua vocazione?
“La vocazione l’ho sentita presto, a 16 anni, anche se non l’ho subito capito. Stavo frequentando il terzo anno di un istituto tecnico commerciale, non c’era nulla che mi soddisfacesse, che mi riempisse. Avevo anche un fidanzatino, sono oltre 41 anni che sono in monastero, quindi bisogna tenere conto anche di come era il rapporto con un ragazzo allora, ma sentivo che non era per me. Ho terminato le superiori, sempre insoddisfatta e ho pensato che la mia strada potesse essere una vita missionaria per gli altri. Ho provato, ma nemmeno questo andava. Ho quindi iniziato il lavoro presso uno studio medico, attraverso persone amiche ho conosciuto questo monastero dove sono ora. Incontrando la madre abbadessa di allora e le monache, ho scoperto la loro vita, la preghiera e il servizio a Dio e ai fratelli in una maniera nascosta e silenziosa e ho compreso che era la mia vocazione. Mi sono sentita a casa, pienamente appagata, anche se è stato un cammino di distacco dal mondo faticoso. La mia forza era la preghiera. La vita di una monaca è come quella di una radice: una pianta è bella e rigogliosa se le sue radici stanno bene. Quindi mi sentivo al mio posto”.

Come si svolge la vostra giornata nel monastero?
“La nostra giornata è ritmata dalla preghiera e dal lavoro perché viviamo la regola di San Benedetto Ora et labora (prega e lavora). Ci alziamo alle 5, alle 5.30 diciamo l’ufficio delle letture e le lodi, alle 8 abbiamo la messa, tra le lodi e la messa c’è un’ora di lectio divina personale, di solito sul Vangelo del giorno. Dopo la messa una delle ore minori, l’ora terza, durante la colazione. Poi ognuna si dedica al suo lavoro: la coltivazione dei campi, il ricamo, la pittura delle icone, la cucina, la pulizia dei locali, l’accoglienza degli ospiti, anche se ora è molto più limitata. Si conclude alla sera alle 22 con la compieta. Durante il giorno andiamo a pregare sette volte: lodi, mattutino, terza, sesta, nona, vespro e compieta. Questi momenti sono per noi come le arcate di un ponte che lo sostengono”.

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