I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia

L’Eucaristia, l’Immacolata e il Sommo Pontefice!

Categoria: Araldi del Vangelo (Page 1 of 69)

XXIX Domenica del Tempo Ordinario – (Anno A)

Nostro Signore con i farisei

Vangelo

In quel tempo, 15 i farisei, ritiratisi, tennero consiglio per vedere di coglierlo in fallo nei suoi discorsi. 16 Mandarono dunque a lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: “Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità e non hai soggezione di nessuno perché non guardi in faccia ad alcuno. 17 Dicci dunque il tuo parere: È lecito o no pagare il tributo a Cesare?” 18 Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: “Ipocriti, perché Mi tentate? 19 MostrateMi la moneta del tributo”. Ed essi gli presentarono un denaro. 20 Egli domandò loro: “Di chi è questa immagine e l’iscrizione?” 21 Gli risposero: “Di Cesare”. Allora disse loro: “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio” (Mt 22, 15-21).

Dare a Cesare o dare a Dio?

Vivendo in armonia e cooperazione, la società temporale e quella spirituale offrono le condizioni per il vero progresso umano.

L’uomo è stato creato da Dio per vivere in società, sotto due autorità: quella temporale e quella spirituale. Quale deve essere il suo atteggiamento nei confronti dell’una e dell’altra? Ecco il tema del Vangelo della 29ª Domenica del Tempo Ordinario.

Non c’è una situazione statica nella vita morale

La nostra vita morale è sempre in movimento. In altre parole, nella scala dei valori tra l’estremo bene e l’estremo male, nessuno resta fermo in un grado determinato. Tutti stiamo in un certo modo camminando, anche se molto lentamente e impercettibilmente, in direzione di uno dei poli, o confusi in un viavai continuo. Ci sono anche accelerazioni in una direzione o in un’altra, risultanti da un grande atto di virtù o da un gravissimo peccato. In questa scala, pertanto, il movimento è costante, come sottolineano numerosi teologi.

Ora, rispetto al Figlio dell’Uomo, questo fenomeno si è verificato intensamente nel cuore di tutti coloro che hanno avuto la grazia di conoscerLo e, più ancora, di convivere con Lui. Maria Santissima non ha fatto che ascendere in ogni istante nella sua già così alta unione con Dio. In contropartita, gli avversari di Gesù sono cresciuti in modo continuo nell’odio nei suoi confronti. I farisei giunsero a un grande grado di indignazione udendo dalle labbra del Divino Maestro parabole, allo stesso tempo severissime e di chiara applicazione a loro, come quella dei vignaioli omicidi e quella della festa di nozze, come racconta il Vangelo: “Udite queste parabole, i sommi sacerdoti e i farisei capirono che parlava di loro e cercavano di catturarLo; ma avevano paura della folla che lo considerava un profeta” (Mt 21, 45-46). Fu questa la circostanza che li indusse a riunirsi urgentemente in consiglio. Questo stesso episodio è menzionato in altri termini da San Marco (cfr. Mc 12, 12-13).
Il tributo della moneta

Tanto dalla narrazione di uno, quanto da quella dell’altro Evangelista, è evidente il dilemma nel quale si trovavano i farisei. Da un lato, desideravano catturare Gesù per ucciderLo. Dall’altro, era per loro impossibile agire in questo senso, poiché i miracoli, le parole e la stessa figura di Nostro Signore entusiasmavano il popolo, che non Lo abbandonava neppure un istante. Come realizzare questo orrendo crimine contro una persona costantemente attorniata di fedeli? SorprenderLo nel silenzio della notte, in modo inatteso, sarebbe stato l’ideale, però anche impossibile, visto che il Redentore non dava mai loro l’opportunità di sapere dove sarebbe stato dopo il calar del Sole.

Un agguato a Nostro Signore

Così, non c’era per loro altra alternativa se non preparare una trappola al Divino Maestro, tentando di screditarLo davanti all’opinione pubblica. Abbandonato dai suoi seguaci, Egli sarebbe diventato una preda facile. Meglio ancora se fossero riusciti a strapparGli un’affermazione di ribellione contro il potere romano…

Lontano era il tempo in cui il popolo giudeo dipendeva dalla protezione dei romani per far fronte agli avversari. Scomparso il pericolo, diventava difficile comprendere i vantaggi del pagamento di un tributo all’Imperatore.

Proprio in quell’epoca era accentuata la stanchezza tra i giudei per trovarsi, da secoli, dipendenti dal potere straniero, cui si sommava un’ansia per la venuta di un Messia, considerato come l’instauratore del potere israelita su tutte le nazioni. Le conversazioni e i dibattiti su tali questioni, fortemente intrecciate con altre, di ordine morale, erano all’ordine del giorno in tutti gli angoli di Israele. Fu in questo contesto storico che Gesù venne a predicare la Buona Novella. Ora, una Sua parola orientatrice, su una materia così scottante, sarebbe stata ascoltata con incontenibile avidità. I farisei vollero approfittare di questo clima emotivo per armare un’astuta e maligna trappola al Signore.

Il modo di operare del male

In quel tempo, 15 i farisei, ritiratisi, tennero consiglio per vedere di coglierlo in fallo nei suoi discorsi.

In questo episodio, merita pari attenzione da parte nostra la maniera di agire dei malvagi. Quando desidera tramare contro i buoni, il male, prima di presentarsi dichiaratamente, è solito preparare la sua azione con un lungo processo. Così è come agirono i farisei con Nostro Signore. All’inizio, usarono l’astuzia del serpente per insorgere, dopo, contro di Lui in modo pubblico e aggressivo. Qui li vediamo nel corso della prima operazione, desiderosi di cogliere Gesù in flagrante, al fine di scagliare contro di Lui l’opinione pubblica.

Nella nostra stessa vita privata, quante e quante volte, allo stesso modo, non siamo noi sorpresi da questo metodo farisaico utilizzato dal male per perseguitare quelli che si sforzano di seguire i passi di Gesù? Imitiamo la sapienza di Nostro Signore: non facciamoci sorprendere… Riguardo a tali tattiche farisaiche, nel Vangelo troviamo quest’altro particolare:

16a Mandarono dunque a lui i propri discepoli, con gli erodiani,…

È un’altra dimostrazione della loro malevola astuzia: scelsero alcuni giovani, alunni di scuole rabbiniche, per causare l’impressione di autenticità, come se avessero un reale interesse a imparare, e li istruirono ad avvicinarsi al Divino Maestro con dimostrazioni di rispetto. Su questo particolare, così commenta lo stimato esegeta Louis Claude Fillion: “Per questo, all’inizio evitarono di presentarsi di persona, timorosi di suscitare la sua diffidenza. Gli inviarono alcuni dei loro giovani talmudim o discepoli, i quali, con apparente candore, Gli proposero un caso di coscienza, sperando che lo risolvesse venendosi a trovare in una situazione molto difficile”.1

Ma un altro dato richiama l’attenzione: li inviarono insieme ad alcuni “erodiani”.

Anche quando sono in campi opposti, è incredibile la capacità dei malvagi di unirsi contro il bene. I farisei anelavano l’indipendenza e supremazia di Israele e odiavano i romani; gli erodiani appoggiavano la famiglia di Erode, che aveva ricevuto il suo potere dai romani. Così, sebbene fossero acerrimi avversari, farisei ed erodiani si trovano affratellati in questo episodio, alla ricerca di un fine comune: il deicidio. Dell’astuzia del serpente fa parte l’adulazione insidiosa:

16b …a dirgli: “Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità e non hai soggezione di nessuno perché non guardi in faccia ad alcuno”.

Con tali parole, i farisei si condannano da soli. Infatti, non erano sinceri e vivevano preoccupati dell’opinione che gli altri potevano farsi di loro, attenti solo alle apparenze.

17 “Dicci dunque il tuo parere: È lecito o no pagare il tributo a Cesare?”

Se Gesù avesse optato per l’obbligo morale di pagare l’imposta pretesa dai romani, erano già pronte le trombe degli avversari per sollevare gli israeliti contro di Lui, poiché non era ammissibile che un Messia Si manifestasse a favore della sottomissione allo straniero pagano. D’altra parte, se Gesù avesse negato la liceità del tributo, sarebbe stato denunciato alle autorità romane, che certamente lo avrebbero condannato a morte.

Qui è chiaro il ruolo degli erodiani in questo episodio. “Come adepti del governo di Roma, sarebbero stati accusatori e testimoni, se la risposta di Gesù fosse loro sembrata contraria agli interessi dell’Impero”,2 commenta il già menzionato Fillion.
Il tributo della moneta.

Gesù inverte i ruoli

A seguito del racconto evangelico, Nostro Signore probabilmente avrà sorpreso i suoi avversari per la veemenza della risposta:

18 Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: “Ipocriti, perché Mi tentate?”

Che grande differenza tra i metodi utilizzati rispettivamente dal male e dal bene! I farisei adulano per perdere; Gesù sgrida per salvare.

I farisei non potevano lamentarsi di aver ricevuto questo severo rimprovero. Gesù, la Sapienza Eterna e Incarnata, rispondeva in primo luogo alla loro intenzione nascosta: tentare con ipocrisia. “Non gli rispose soavemente in accordo con le parole pacifiche che Gli avevano rivolto, ma con asprezza, secondo le loro cattive intenzioni; perché Dio risponde ai pensieri e non alle parole”.3 E li smascherava in pubblico. Gesù continuò:

19 “MostrateMi la moneta del tributo”. Ed essi gli presentarono un denaro.

I romani permettevano che monete di rame fossero coniate dalle autorità del popolo locale. In esse erano impresse immagini tratte dai regni vegetale e animale. Il denario, però, moneta d’argento da usare in tutto l’Impero, era monopolio di Roma. Con esso si pagava l’imposta ed era impressa l’effigie dell’imperatore, cinta con una corona d’alloro, con questa iscrizione: “Tiberio Cesare, sublime figlio del divino Augusto”.

Facendosi mostrare dai farisei una di queste monete, Gesù finiva per invertire i ruoli. Chiariva che, sebbene in teoria rifiutassero l’imperatore come signore del Paese, nella pratica lo accettavano, utilizzando la sua moneta. Essi, da parte loro, capirono dove avrebbe parato la risposta. Tuttavia, nella loro cattiveria e cecità, si illudevano, sperando ancora in un possibile errore di Nostro Signore. Possiamo immaginare l’atmosfera di suspense formatasi in quell’istante.
Monete romane del tempo dell’imperatore Tiberio Cesare

20 Egli domandò loro: “Di chi è questa immagine e l’iscrizione?”

Metodo di suprema saggezza nella risposta: obbligare l’avversario a trarre la conclusione dalla propria affermazione. Gli indagati diventarono i farisei.

21 Gli risposero: “Di Cesare”. Allora disse loro: “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”.

Ecco la risposta che si impresse per sempre nei cieli della Storia. Chi utilizzava il denaro di Cesare, che gli pagasse l’imposta dovuta, ancor più avendo presente i benefici offerti alla Palestina dall’amministrazione romana.

Trattandosi di una nazione essenzialmente teocratica, com’era quella giudaica, si comprende la perplessità nella quale molti potevano trovarsi. Tuttavia, c’era una situazione, di fatto, da cui non si poteva prescindere.

L’insegnamento di Gesù sull’armonia tra l’ordine spirituale e quello temporale

Le cose di Dio e le cose della Terra non devono essere antagoniste. Al contrario, tra loro deve esserci collaborazione. Nell’armonia tra entrambe le sfere, quella temporale e quella spirituale, sta il segreto del progresso. E la Storia ci mostra che nulla può esserci di più eccellente che seguire il consiglio di Nostro Signore: “Cercate piuttosto il Regno di Dio, e queste cose vi saranno date in aggiunta” (Lc 12, 31).

Sia detto di passaggio, è in questa coniugazione e collaborazione tra lo spirituale e il temporale che risiede, secondo il loro carisma, lo sforzo degli Araldi del Vangelo: operare cercando la consecratio mundi, la sacralizzazione dell’ordine temporale, in quanto laici e figli amorosi della Chiesa, fedeli al Papa, come strumenti della Nuova Evangelizzazione.

Armonia dentro di noi

Si può dire che ci sia una specie di convivenza tra le due sfere dentro l’uomo, visto che abbiamo con noi stessi dei doveri riguardanti la nostra vita spirituale e le necessità del nostro corpo. A tale riguardo, commenta Origene: “Possiamo anche intendere questo passo in senso morale, perché dobbiamo dare al corpo alcune cose, come il tributo a Cesare, cioè, il necessario; ma tutto quanto corrisponde alla natura delle anime, cioè, quello che si riferisce alla virtù, dobbiamo offrirlo al Signore. Quelli che insegnano la Legge in modo esagerato e ci ordinano di non occuparci in assoluto delle cose dovute al corpo […] sono farisei, che proibiscono di pagare il tributo a Cesare, mentre quelli che dicono che dobbiamo concedere al corpo più di quello che dobbiamo, sono erodiani. Il Nostro Salvatore vuole che la virtù non sia disprezzata quando prestiamo troppa attenzione al corpo; e nemmeno sia la natura oppressa, quando ci dedichiamo con eccesso alla pratica della virtù”.4

Concludiamo, seguendo il consiglio di Sant’Agostino:5 se ci preoccupiamo delle monete sulle quali è impressa l’effigie di Cesare, molto più dobbiamo preoccuparci delle nostre anime, nelle quali Dio ha impresso la propria immagine. Se la perdita di un bene terreno ci intristisce, molto più ci deve addolorare il causar danno alla nostra anima col peccato.
Il tributo della moneta

1) FILLION, Louis-Claude. Vida de Nuestro Señor Jesucristo. Pasión, Muerte y Resurrección. Madrid: Rialp, 2000, v.III, p.38

2) Idem, p.38-39.

3) AUTORE INCERTO. Opus imperfectum in Matthæum. Omelia XLII, c.22, n.16: MG 56, 867.

4) ORIGENE, apud SAN TOMMASO D’AQUINO. Catena Aurea. In Matthæum, c.XXII, v.15-22.

5) Cfr. SANT’AGOSTINO. Sermo CXIII/A, n.8. In: Obras. Madrid: BAC, 1983,

Sant’Ignazio di Antiochia

«Non è opera di persuasione ma di grandezza, il cristianesimo, quando è odiato dal mondo», scriveva sant’Ignazio di Antiochia (c. 35-107), convertito da san Giovanni Evangelista e martirizzato a Roma. Nelle sue lettere compaiono per la prima volta i termini «cristianesimo» e «Chiesa cattolica», assieme a una consapevolezza straordinaria della missione ecclesiale

«Non è opera di persuasione ma di grandezza, il cristianesimo, quando è odiato dal mondo», scriveva sant’Ignazio di Antiochia (c. 35-107), convertito da san Giovanni Evangelista e secondo successore di san Pietro alla guida della Chiesa antiochena. La conversione aveva maturato in lui un così ardente amore per Cristo da accogliere con gioia il martirio come mezzo per imitarne la Passione. Era infatti consapevole del valore salvifico della professione di fede e della sofferenza offerta a Dio, perché «se soffro sarò affiancato in Gesù Cristo e risorgerò libero in Lui».

Nel viaggio di deportazione da Antiochia a Roma, dove fu sbranato dalle belve durante le persecuzioni di Traiano, scrisse sette lettere. In esse compaiono per la prima volta i termini «cristianesimo» e «Chiesa cattolica», assieme a una consapevolezza straordinaria della missione ecclesiale. Si tratta di lettere rivolte alle Chiese di Efeso, Filadelfia, Magnesia, Smirne, Tralli, Roma e una personale all’amico e vescovo san Policarpo, che rientrano nel corpus degli scritti subapostolici (cioè dei successori degli apostoli). Queste missive ben dimostrano quale fede animasse le prime comunità cristiane e quanto fosse stridente il contrasto tra la loro testimonianza di vita e quella pagana. «Considerate quelli che hanno un’opinione diversa sulla grazia di Gesù Cristo che è venuto a noi come sono contrari al disegno di Dio. Non si curano della carità, né della vedova, né dell’orfano, né dell’oppresso, né di chi è prigioniero o libero, né di chi ha fame o sete».

Amava chiamarsi «teoforo», mentre definiva «necrofori» gli eretici come i docetisti che negavano la natura umana di Cristo e le sue reali sofferenze sulla Croce. A loro ricordava che non solo il Figlio di Dio è stato inchiodato nella carne ma è anche risorto nella carne, mostrandosi agli apostoli che «subito lo toccarono e credettero, al contatto della sua carne e del suo sangue. Per questo disprezzarono la morte e ne furono superiori». E per questo – come gli apostoli – accettò il martirio, al punto che nella sua epistola ai cristiani di Roma li pregò di non adoperarsi per impedirlo, ma solo di chiedere per lui la forza interiore ed esteriore «perché non solo parli, ma anche voglia, perché non solo mi dica cristiano, ma lo sia realmente».

Le sue lettere sono notevoli anche perché per la prima volta compare la concezione tripartita del ministero cattolico, organizzato in diaconi, presbiteri e vescovi, che esortava a seguire nella fedeltà alla Legge divina e alla Tradizione apostolica. «Dove compare il vescovo, là sia la comunità, come là dove c’è Gesù Cristo ivi è la Chiesa cattolica».

Niente ti turbi, niente ti spaventi…

Santa Teresa d’Avila, Vergine e Dottore della Chiesa

Tutto quello che c’è da dire su Teresa Sanchez Cepeda D’Ávila y Ahumada è straordinario. Ha vissuto e insegnato la preghiera personale come essendo la ricerca di una maggiore intimità con Dio. Scrisse come poeta, cantando le glorie del Signore del Cielo e della Terra, avendo vissuto misticamente con Lui. Rinnovò e perfezionò lo stile di vita religiosa. Era dottoressa in materia di religione e religiosità. Superando i suoi limiti, andò oltre: diventò Santa. E stata una grande Santa. Perciò è chiamata Teresa, la Grande.

L’eredità di Teresa

Teresa d’Avila, Teresa di Gesù o Teresa, la Grande, nacque nella regione di Castiglia (Spagna), a Avila, una città medievale circondata dalle mura di pietre grandi e chiare, che diventavano dorate al momento del tramonto. Era la terza figlia della coppia Alonso Sánchez de Cepeda e Beatrice D’Avila y Ahumada, e aveva diversi fratelli, perché Don Alonso aveva tre figli di un primo matrimonio e altri nove del suo matrimonio con Beatrice. Apparteneva alla nobiltà. Nacque il 28 marzo 1515.

La riforma del Carmelo e l’esperienza metodica della preghiera personale nella ricerca di una maggiore intimità con Dio formano la sua più grande eredità ai fedeli della Chiesa.

Con il fratello, una fuga fallita

Da ragazza le piaceva leggere la storia della vita dei santi. Ad accompagnarla in questo godimento c’era suo fratello Rodrigo, che aveva poca differenza d’età dalla sorella. I due insieme ammiravano il coraggio e l’eroismo dei santi nella lotta per la gloria eterna. E perché gli ammiravano, i due avevano i loro pensieri sempre messi all’eternità, dove i beati già vivevano.

Conoscendo le vite dei martiri, ritenerono che sarebbero riusciti ad andare in Paradiso con maggior facilità. Erano così sicuri che decisero di andare nel paese dei Mori: lì, sicuramente sarebbero martirizzati, morirebbero in difesa della fede e presto sarebbero in cielo più facilmente che in qualsiasi altro caso.

Così, decisero di scappare di casa. Chiesero a Dio di concedere loro la grazia di dare la vita per Cristo e se ne andarono in cerca del martirio. L’avventura dei due bambini è durata poco. Erano ancora nei pressi di Avila, a Adaja, quando furono visti da uno dei loro zii che li ricondusse alla madre afflitta.

Tutta la colpa cadde su Teresa. Quando furono rimproverati dalla loro madre, Rodrigo accusò la sorella di essere l’idealizzatrice del complotto sventato. Ma i due non si sono separati né dimenticarono il loro ideale: decisero di vivere come eremiti. Senza mai riuscire, pensarono a costruire le loro celle nei giardini di casa e di viverci in solitudine.

Un’altra fuga, dopo la morte di sua madre

La signora Beatrice morì quando Teresa aveva quattordici anni: “quando mi sono resa conto della perdita subita, ho cominciato a angustiarmi. Allora, mi sono rivolta ad una immagine della Madonna e ho pregato con molte lacrime che mi prendesse come sua figlia”, ha detto. A quindici anni, Don Alonso portò Teresa a studiare presso il Convento delle Agostiniane d’Avila.

Un anno dopo, suo padre andò a prenderla. Una malattia la impediva di continuare a vivere lì. In quell’occasione è che la giovane vide nascere nel suo cuore una forte attrazione per la vita religiosa, e cominciò a pensarci seriamente. Ma aveva dubbi sulla decisione da prendere. La vita religiosa la attirava e la intimoriva allo stesso tempo.

La Lettura delle “Lettere” di San Girolamo l’aiutò nella decisione. Annunciò il suo desiderio a suo padre, e lui raccomandò che la figlia attendesse la sua morte per poi cercare un convento. Ma le cose non sono successe proprio così. Una volta, al mattino, avendo già 20 anni, la futura santa fuggì e andò al Convento de la Encarnación, a Avila, con l’intenzione di non tornare più a casa.

L’inizio della Vita Religiosa

E Teresa rimase nel Convento dell’Incarnazione. Don Alonso vide che la sua vocazione era proprio vera e non più contestò l’ingresso della figlia alla vita religiosa. Un anno dopo la sua entrata nel Carmelo, fece i suoi voti e diventò Carmelitana.

Una grave malattia fece che suo padre la portasse a casa, in modo che potesse essere curata. Ma i medici non hanno potuto sradicare la malattia che presto peggiorò. Teresa sopportò la sofferenza grazie a un piccolo libro dato a lei da suo un zio Pietro, “Il Terzo Alfabeto Spirituale”, scritto da un sacerdote di nome Francesco de Osuna. Teresa seguì le istruzioni riportate nel libretto che la introdusse nella pratica della preghiera mentale.

Dopo aver trascorso tre anni in casa, Teresa riprese la salute e tornò al Carmelo, portando con sé le idee contenute nel libretto di Padre Francesco.santa_teresa_d_avila_2.jpg

Come erano i monasteri …

Abitudini inconvenienti e per nulla edificanti si sparsero per i conventi spagnoli all’epoca di Teresa. Una di queste abitudini era quella secondo cui le suore potevano ricevere tutti i visitatori che desiderassero e in qualsiasi momento.

Teresa è stata anche una vittima di questa usanza: trascorreva la maggior parte del suo tempo nel parlatorio del monastero. Ciò la portò a trascurare la preghiera, soprattutto la preghiera mentale. Spesso lei trovava le scuse per quel rilassamento nelle sue malattie. Ma le malattie giustificavano i fallimenti in questo punto o … la impedivano di meditare? Ciò lei praticava senza nessuna paura.

Fu il confessore di Teresa, che le mostrò il pericolo c’era nella sua anima e le consigliò di tornare alla pratica intensiva della preghiera . Anche se ancora non avesse deciso di donarsi totalmente a Dio, vivendo una vita contemplativa e non avesse rinunciato totalmente alle ore trascorse nel salotto, parlando e scambiando regali con i suoi visitatori, Teresa accettò il consiglio del suo confessore e cominciò a dare più attenzione alla vita di preghiera, tornando a meditare.

“Sono state le tue conversazioni nel parlatorio…” – nuova conversione

Con il nuovo stile di vita di preghiera, comprese lentamente i suoi difetti e come era “indegna”. Perciò spesso invocava i grandi santi penitenti, specialmente Sant’Agostino e Santa Maria Maddalena. A essi sono associati due fatti che furono decisivi nella vita della santa.

Il primo è stato la lettura delle “Confessioni” del Vescovo di Ippona. Il secondo è stato un invito al pentimento che provò quando pregava davanti a un quadro rappresentante la Passione di Nostro Signore Gesù Cristo: “Ho sentito che Maria Maddalena veniva in mio soccorso … e da allora ho progredito molto nella vita spirituale”, ha detto Teresa.

Si sentiva molto attratta dalle immagini di Cristo insanguinato e in agonia. In una occasione, essendo ai piedi di un crocifisso che portava segni delle piaghe di Cristo e anche molto sangue, lei chiese: “Signore, chi Ti ha messo lì?” E le parve di sentire una voce dal crocifisso: “Sono state le tue conversazioni nel parlatorio che mi hanno messo qui, Teresa”.

Teresa pianse molto e da allora non tornò più a perdere tempo con colloqui inutili e amicizie che non la inducevano alla santità. Era un cambiamento radicale di vita, “guidato” dal cielo, qualcosa di molto adatto per chi diventerebbe una delle più grandi mistiche della Chiesa.

I monasteri dovevano essere riformati?

Come la maggior parte delle suore, già dall’inizio del Cinquecento, le carmelitane avevano anche perso il “fervore del novizio” dei primi tempi. I saloni dei conventi di Avila erano una sorta di centro di riunione per le signore e i signori della città. Per qualsiasi pretesto, anche se fossero contemplative, le suore lasciavano il chiostro. I monasteri divennero luoghi ideali per coloro che volevano una vita facile, senza problemi.

Le comunità erano così grandi quanto rilassate. Il Convento dell’Incarnazione aveva quasi 200 religiose. La questione dei colloqui nei salotti, della rottura della clausura delle monache e del disprezzo per la preghiera erano visibili. Ci sono stati anche altri punti di decadenza.

Una situazione anomala, considerata normale

Dal momento che questa situazione era considerata normale, le sorelle non si rendevano conto che il loro modo di vivere era lontano dallo spirito dei suoi fondatori. In realtà, una riforma era necessaria ed era diventata urgente.

Teresa dovrebbe portare avanti questa grande avventura. E questo non era un compito facile. All’inizio le incomprensioni erano tantissime, i sospetti erano disseminati e i commenti e le opposizioni erano cresciuti, in particolare da coloro che erano colpiti … Teresa è stata criticata dai nobili, dai magistrati, dalla gente e anche dalle proprie sorelle. Nonostante tutto questo, il sacerdote domenicano Padre Ibañez incoraggiò Teresa a continuare il suo progetto.

Se le riforme non fossero un’opera voluta da Dio e se non fosse al suo inizio sostenuta dai santi, come San Pietro d’Alcantara, San Luigi Beltran, dai Vescovi come Don Francesco de Salcedo e dai preti come Padre Gaspar Daza e Padre Banez, questo lavoro non sarebbe ben riuscito, sarebbe fallito già all’inizio. Teresa aveva ragione, quando in un’occasione disse: “Teresa, senza la grazia di Dio sei una povera donna; con la grazia di Dio, una fortezza; con la grazia di Dio e tanti soldi, una potenza”.santa_teresa_d_avila_3.jpg

Riforma nei conventi – Riforma in tutta la vita religiosa

Se qualcosa in un’istituzione non va bene, la soluzione è la sua riforma, ma non la sua distruzione, perché non si deve spegnere il lucignolo ancora fumigante. Teresa pensava così, e è stato ciò che decise di fare. In primo luogo, stabilì nel suo convento la clausura più stretta e il silenzio quasi perpetuo. La comunità dovrebbe vivere nella più grande povertà. Le suore hanno cominciato a indossare abiti ruvidi, come sandali invece di scarpe (così vennero chiamate “a piedi nudi”) e erano costrette all’astinenza perpetua dalla carne.

La Riformatrice del Carmelo, in un primo momento, non accettò le comunità con più di tredici religiose. Più tardi, nei conventi che avevano la possibilità di ottenere un certo reddito, lei accettò che in essi abitasse una ventina di suore. Questo fu l’inizio. Per realizzare e approfondire la riforma era necessario qualcosa di più. Oltre al rapporto tra gli uomini, era necessario pensare alla cosa più importante: il rapporto con Dio. E Teresa era eccelle in questo punto.

La preghiera vocale, la meditazione e il raccoglimento

Santa Teresa imparò la pratica della preghiera vocale con le suore agostiniane durante il suo convivio con loro e utilizzò molto questo modo perfettamente legittimo di pregare. Ma lei vedeva nel suo uso determinati modi di procedere che potrebbero essere criticati.

A suo avviso, quando si prega si deve pensare di più a ciò che si dice e non solo recitare tante formule, quasi meccanicamente, solo muovendo le labbra, senza meditare, come era diventata consuetudine e già nel suo tempo. Secondo quello che insegnò Teresa, la migliore forma di preghiera, il modo più efficace sarebbe quello di fare la preghiera di raccoglimento. In questo modo di pregare, lo spirito deve essere svuotato di sé, l’immaginazione e la comprensione devono essere in silenzio, e così si impara ad amare Dio.

Nel suo modo di pregare, lei fissa il pensiero meditativo sui misteri dell’umanità di Cristo, nella sua sofferenza redentiva e amorosa, e poco a poco, abbandona il proprio essere e lo spirito, indifferente a se stessa. L’anima vive e vede tutto. Si tratta di una forma di preghiera attiva, operosa, volontaria e perseverante. In una parola, contemplativa.

“Non sapete cosa sia l’orazione mentale né come bisogna fare quella vocale né che cosa s’intenda per contemplazione…”

Parlando alle sorelle del Carmelo, Teresa insegnava loro a pregare e le dava dei consigli. Una volta, insegnò le suore come pregare, come elevare l’anima a Dio:

“Cominciate anche a pensare con chi state per parlare e chi è quello con cui parlate. Non possiamo rivolgerci ad un principe nello stesso modo informale come si fa con un contadino o con una povera creatura come noi, a cui in qualunque modo si parli e va bene!”.

“Rivolgete a Dio ciascuno dei vostri atti, offriteli e poi chiedete che sia con grande fervore e desiderio di Dio. In tutte le cose, osservate la provvidenza di Dio e la Sua sapienza. In tutto, inviate a Lui la vostra lode”.

Nei momenti di tristezza e di inquietudine, non abbandonare né le buone opere di preghiera né la penitenza a cui siete abituate. Invece le intensificate. E vedrete con quale “prontezza il Signore vi sosterrà”.

“Che il vostro desiderio sia quello di vedere Dio; Il vostro timore quello di perderLo. Il vostro dolore, non poter rallegrarsi in Sua presenza. Le vostre soddisfazioni, quello che vi possa condurre a Egli. E vivrete in grande pace”.

“Chi ama veramente Dio, ama tutto ciò che è buono, vuole tutto ciò che è buono, promuove tutto ciò che è buono; loda ogni bene, sempre si unisce ai buoni, per sostenerli e difenderli. In una sola parola, ama solo la verità e ciò che è degno di essere amato”.

“Quando recito il Padre Nostro, è un segno di amore ricordare chi è questo Padre e anche chi è il Maestro che ci ha insegnato questa preghiera. “O mio Signore, come Ti fai vedere Padre di tale Figlio, e come Tuo Figlio rivela che è venuto di tale Padre. Benedetto sia per sempre”.

“Lascemo la terra, figlie mie; non è giusto che apprezziamo così male un favore come questo, e che, dopo aver compreso la sua grandezza, continuiamo sulla terra” (Preghiere e raccomandazioni di Santa Teresa, tratte dal libro: “Pregare con Santa Teresa d’Avila – Edições Loyola – 1987)

Una mistica attiva e in raccoglimento

La grande mistica Teresa non trascurò le cose pratiche. Sapeva utilizzare le pratiche materiali per il servizio di Dio. Aveva una vita interiore che era il motore delle sue attività. Era sua l’ “equazione”: la volontà di Dio, più due ducati, più Teresa, è uguale a successo.

Un giorno, a Medina del Campo, incontrò due frati carmelitani che erano disposti ad abbracciare la Riforma: Frate Antonio de Jesús de Heredia, superiore e Fra Juan de Yepes, che sarebbe il futuro San Giovanni della Croce. Con loro iniziò la Riforma anche al ramo maschile dell’Ordine Carmelitano.

Cogliendo la prima occasione, fondò un piccolo convento di frati, a Duruela, nel 1568, e l’anno seguente fondò quello di Pastrana. In entrambi regnavano la povertà e l’austerità, il raccoglimento, la vita di religione. Stavano emergendo altri conventi e monasteri. Santa Teresa lasciò che le nuove fondazioni fossero a carico di San Giovanni della Croce.

Le lotte, la separazione e la conquista

Dopo molte lotte, incomprensioni e persecuzioni, ottenne da Roma un ordine superiore che stabiliva una separazione all’interno dell’Ordine Carmelitano: i Carmelitani Scalzi non sarebbero più sotto la giurisdizione dei Provinciali dei Calzati.

Al momento di questa separazione , 1580, Santa Teresa aveva 65 anni e la sua salute era già molto debole. Ciò non l’impedì di fondare ancora due altri monasteri, in conformità alle regole. I monasteri fondati sotto l’ispirazione della riforma influenzata da Teresa – è importante evidenziarlo – non erano semplicemente un rifugio, un riposo per le anime contemplative che compivano le regole e cercavano la santificazione personale.

Sono sempre state “scuole dell’amore di Dio” che si diffondevano non solo per gli altri monasteri, ma influenzavano le anime fuori di essi. Il vivere la vita religiosa riformata influenzò la vita oltre le mura dei monasteri. Un nuovo stato d’animo si diffuse in tutta la società.santa_teresa_d_avila_4.jpg

Presso i monasteri, l’azione di Teresa ebbe anche un’altra conseguenza molto importante: ha fatto nascere una sorta di desiderio di giustizia per i problemi provocati nei monasteri dalla rivoluzione protestante, che successe ovunque, ma soprattutto in Inghilterra e Germania.

Raccoglimento e attività fino alla fine

Nella sua vita, il raccoglimento, l’attività e le difficoltà erano inseparabili. Nell’ultima delle sue fondazioni, il monastero di Burgos, le difficoltà non sono diminuite. Quando il convento era già con i suoi primi lavori, nel luglio 1582, Santa Teresa aveva l’intenzione di tornare a Avila. Ma è stata costretta a cambiare i suoi piani e a dirigersi verso l’Alba de Tormes. Aveva l’intenzione di visitare la duchessa Maria Henriquez. Il viaggio non era stato ben programmato e la Santa era così debole che è svenuta sulla strada. Quando raggiunse l’Alba, Teresa peggiorò.

Tre giorni dopo, ha detto alla beata Anna di San Bartolomeo, sua compagna di viaggio: “Finalmente figlia mia, è arrivata l’ora della mia morte”.

Padre Antonio di Heredia è stato colui che le ha dato l’estrema unzione. Quando portò il suo Viatico, la Santa riuscì ad alzarsi dal letto e tutti sentirono quando esclamò: “Oh, Signore, finalmente è arrivato il momento di vederci faccia a faccia!” Poco dopo, quelli che erano vicini al suo letto hanno potuto sentire la sua ultima frase: “Muoio come figlia della Chiesa”.

Erano le ore 09.00 della sera del 4 ottobre 1582. Siccome il giorno dopo è stata effettuata la modifica al calendario gregoriano, e furono soppressi dieci giorni degli anni, la celebrazione della sua morte è stata fissata nel 15 ottobre. Fu sepolta ad Alba de Tormes, dove si trovano le sue reliquie.

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Fu beatificata nel 1614 da Papa Paolo V. Nel 1622 fu canonizzata da Gregorio XV. Papa Paolo VI, il 27 settembre 1970, ha proclamato Santa Tereza come Dottore della Chiesa.

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Santa Teresa d’Avila è una delle più grandi personalità della mistica cattolica di tutti i tempi ed è considerata uno dei più grandi geni che l’umanità abbia mai prodotto. Gli atei e i liberi pensatori sono costretti a celebrare la sua intelligenza vivace e penetrante; riconoscono la forza persuasiva dei suoi argomenti, così come il suo stile vivo e attraente, oltre al suo buon senso.

Il grande Dottore della Chiesa, Sant’Alfonso de’Liguori aveva Santa Teresa in così alta considerazione, che l’ha scelta come patrona, e a lei si consacrò come figlio spirituale, lodando la Santa in molti dei suoi scritti. (JSG)

Riferenze bibliografiche

http://castelointerior.wordpress.com/2008/08/15/santa-teresa-de-avila-castelo-interior-as-sete-moradas-do-ser/http://castelointerior.wordpress.com/2008/08/15/santa-teresa-de-avila-castelo-interior-as-sete-moradas-do-ser/http://www.carmelosantateresa.com/santos/santateresa.htmhttp://www.catequisar.com.br/texto/colunas/eurico/198.htmhttp://portalcot.com/br/poesias/priscila-alves/a-cruz/

XXVIII Domenica del Tempo Ordinario – (Anno A)

Il re manda il servo a chiamare gli invitati

Vangelo

In quel tempo, 1 Gesù, riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse: 2 “Il Regno dei Cieli è simile a un re che fece un banchetto di nozze per suo figlio. 3 Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non vollero venire. 4 Di nuovo mandò altri servi a dire: ‘Ecco ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e i miei animali ingrassati sono già macellati e tutto è pronto; venite alle nozze’. 5 Ma costoro non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; 6 altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. 7 Allora il re si indignò e, mandate le sue truppe, uccise quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. 8 Poi disse ai suoi servi: ‘Il banchetto nuziale è pronto, ma gli invitati non ne erano degni; 9 andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze’. 10 Usciti nelle strade, quei servi raccolsero quanti ne trovarono, buoni e cattivi, e la sala si riempì di commensali. 11 Il re entrò per vedere i commensali e, scorto un tale che non indossava l’abito nuziale, 12 gli disse: ‘Amico, come hai potuto entrare qui senz’abito nuziale?’ Ed egli ammutolì. 13 Allora il re ordinò ai servi: ‘Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti’. 14 Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti” (Mt 22, 1-14).

Un invito fatto a tutti

L’invito a commemorare le nozze della Seconda Persona della Santissima Trinità con la natura umana è fatto a tutte le generazioni lungo la Storia. Come si manifesta ai nostri giorni?

I – La prossimità del Regno di Dio

Con divina semplicità i Vangeli narrano avvenimenti di incomparabile trascendenza, come l’incarnazione del Verbo, gli innumerevoli e stupendi miracoli di Gesù, le sue mirabili predicazioni fino alla sua dolorosa Passione e Morte, seguite dalla Resurrezione e Ascensione al Cielo.

Di fronte a tali manifestazioni del soprannaturale, anche gli uomini più increduli comprendevano di star vivendo giorni eccezionali. La generazione che ebbe la ventura di convivere con il Divino Maestro e di essere testimone di fatti così straordinari, era in attesa di presenziare ancora a qualcosa di assolutamente raro. La morte di Gesù non poteva rappresentare la fine di quanto era accaduto allora. Le grandi conversioni dopo la discesa dello Spirito Santo, le predicazioni degli Apostoli, i miracoli operati da San Pietro invocando il nome di Gesù, alimentavano ancor più questa aspettativa. La Chiesa nascente viveva così in un clima di prossimità della parusia, al punto che San Paolo ha bisogno di correggere il traviamento dei tessalonicesi, che dimostravano una colpevole indifferenza di fronte ai doveri dell’ora presente, con il pretesto che fosse inutile il loro compimento (cfr. II Te 2).

Sono trascorsi duemila anni e la seconda venuta di Cristo, considerata imminente dai primi cristiani, ancora non si è realizzata. Però, questa viva speranza ha alimentato in loro la fede e il fervore, contribuendo alla loro perseveranza nelle ardue condizioni affrontate dalla Chiesa primitiva. Sebbene non possa essere inteso in un senso meramente cronologico, l’ammonimento del Divino Maestro: “Convertitevi, poiché il Regno dei Cieli è vicino” (Mt 4, 17), e il conseguente invito alla conversione compongono il contenuto centrale del Vangelo, come afferma Papa Benedetto XVI: “Il centro di questa comunicazione è l’annuncio della vicinanza del Regno di Dio. Questo annuncio infatti rappresenta il centro della parola e dell’attività di Gesù”.1

II – Il banchetto di nozze e il vestito della festa

In quel tempo, 1 Gesù, riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse:

Il passo di San Matteo proclamato questa domenica comincia col sottolineare che Gesù “riprese a parlar in parabole”. Parabola è un termine di origine greca – Παραβολή – che etimologicamente significa porre a lato. Esso indica un genere letterario nel quale si pone a lato della verità un’immagine che la rende più viva e percettibile. Ora, a questa caratteristica le parabole bibliche aggiungono un secondo elemento: l’espressione enigmatica del pensiero. Esse sono “un velo che occulta la profondità del mistero a coloro che non possono, o non vogliono, penetrare in esso interamente”.2

Cristo Si è servito molte volte di questo mezzo nel suo ministero pubblico. La dottrina della Buona Novella era molto esigente e richiedeva la perfezione morale dell’uomo. Siccome si opponeva frequentemente ai principi vigenti, molte volte incompleti o deformati, posto il caso che Nostro Signore la insegnasse usando un linguaggio diretto, senza che le anime fossero preparate ad ascoltarla, avrebbe potuto provocare un completo rifiuto subito fin dall’inizio, pregiudicando gravemente il successo della sua predicazione. Per questo, a proposito di fatti comuni, comprensibili a tutti, Egli suggeriva riflessioni e poneva problemi di coscienza per mezzo di analogie, invitando le persone in modo molto soave e pedagogico al cambiamento di mentalità e di vita.

In questa occasione, il Divino Maestro Si rivolge ai sommi sacerdoti e anziani del popolo che, avendo udito la parabola dei vignaioli assassini, immediatamente precedente, compresero che Gesù parlava di loro e, presi dall’odio, cercavano di catturarLo (cfr. Mt 21, 45).
Nostro Signore discute con i sommi sacerdoti

Dio invita il genere umano alla visione beatifica

2 “Il Regno dei Cieli è simile a un re che fece un banchetto di nozze per suo figlio”.

L’esegesi tradizionale ha sempre interpretato la figura del re come Dio Padre stesso, il quale commemora con un banchetto l’unione del Figlio con l’umanità, nella Persona di Cristo. Come ben sintetizza San Gregorio Magno, “Dio Padre ha realizzato le nozze di suo Figlio, quando Lo unì alla natura umana nel seno della Vergine, quando ha voluto che Colui che nell’eternità era Dio, Si facesse Uomo nel tempo”.3 Da queste nozze nacque il popolo eletto della Nuova Alleanza, con cui tutto il genere umano è invitato alla visione beatifica nella vita futura, mistero di comunione beata con Dio che supera ogni comprensione e ogni immaginazione.

3 “Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non vollero venire”.

Ad un così raffinato banchetto spirituale, Dio Padre fa invitare, in primo luogo, il popolo eletto dell’Antico Testamento, che dovrebbe avere la sua continuazione nel popolo di Dio riunito nel seno della Chiesa Cattolica, pienezza della sinagoga. È interessante il commento di Fillion su chi erano i servi inviati dal re. Secondo l’esegeta francese, questo invito fu fatto “in accordo con il costume dei popoli orientali che, indipendentemente dal primo invito, non smettono di prevenire ancora una volta gli invitati, poco tempo prima del banchetto. È così che Dio, dopo aver invitato i giudei, per mezzo dei Profeti, a prepararsi per il Regno messianico, ricordò loro per mezzo del Precursore, poi per mezzo dello stesso Gesù Cristo e dei suoi discepoli, che era vicino il momento di entrare nella sala del banchetto”.4

Conviene notare infine, in questo versetto, che è stato il re a far chiamare gli invitati, cosa che conferisce all’invito la forza di un ordine. Avendo in quei tempi il sovrano un potere assoluto sui suoi sudditi, una convocazione di questa natura, oltre che molto onorevole, comportava l’obbligo di comparire.

Rifiuto altero e criminoso degli invitati

4 “Di nuovo mandò altri servi a dire: ‘Ecco ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e i miei animali ingrassati sono già macellati e tutto è pronto; venite alle nozze’. 5 Ma costoro non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari;…”

Di fronte alla prima negazione, il re non si irrita, ma insiste paternamente, inviando altri servi, ossia, coloro che già avevano aderito alla predicazione del Salvatore al punto di mettersi al suo servizio e diffondere la Buona Novella. Troviamo di nuovo qui l’immagine di Dio Padre, che risponde al rifiuto degli invitati con maggiori dimostrazioni d’amore. Questi, però, invece di lasciarsi attrarre dalla bontà del re, “non se ne curarono”. In maniera indegna, altera e rozza, rifiutarono l’invito formulato con tanta cortesia per un banchetto regalmente preparato. Mossi dall’egoismo, andarono ad occuparsi dei loro interessi personali. “Preferirono vivere non preoccupandosi del Regno messianico, gli uni dedicandosi ai loro piaceri, e gli altri, assorti negli affari terreni”.5

Il campo e gli affari rappresentano qui le preoccupazioni della vita concreta che tante volte concentrano l’attenzione dell’uomo e lo schiavizzano. Come insegna Sant’Agostino,6 ci sono solo due amori: l’amore di Dio portato fino all’oblio di se stessi o l’amore di sé portato fino all’oblio di Dio. Non esiste una terza opzione.

6 “…altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero”.

L’ingratitudine di alcuni è arrivata all’estremo di uccidere gli emissari del re. Erano Santo Stefano, San Giacomo il Maggiore, San Giacomo il Minore e tutte le altre vittime delle terribili persecuzioni narrate negli Atti degli Apostoli e nelle Lettere di San Paolo, ma anche i martiri di tutti i tempi, ossia, tanti altri testimoni della Fede che saranno perseguitati e uccisi nel corso dei secoli da coloro che non hanno voluto accettare la predicazione della Buona Novella.

L’odio gratuito di questi invitati non mirava solo, né principalmente, alle persone degli emissari, ma piuttosto al re, che questi rappresentavano.

Indignazione divina di fronte all’ingratitudine

7 “Allora il re si indignò e, mandate le sue truppe, uccise quegli assassini e diede alle fiamme la loro città”.

Per ben intendere questa frase, è indispensabile aver presente che in quel tempo i re avevano diritto di vita e di morte sui loro sudditi. Questo atteggiamento, pertanto, era considerato normale per chi ascoltava Gesù.

Chiarito ciò, risulta evidente il significato del versetto: l’indignazione del re è immagine della reazione di Dio quando vede come gli uomini si ostinino a rifiutare i materni inviti della grazia, nel corso della Storia.
Martirio di Santo Stefano

Un secondo invito, esteso a tutti

8 “Poi disse ai suoi servi: ‘Il banchetto nuziale è pronto, ma gli invitati non ne erano degni’;…”

“Il banchetto nuziale è pronto”. Spiega San Remigio: “Cioè, è già ultimato e concluso tutto il Sacramento riguardo la Redenzione degli uomini. ‘Ma gli invitati, ossia, i Giudei, non ne erano degni’, perché non conoscendo la giustizia di Dio e volendo dar preferenza alla loro, si considerarono indegni della vita eterna”.7 Così, commenta il padre Antonio Orbe: “Israele, antico popolo eletto di Dio, cede posto al nuovo lignaggio, acquisito da Cristo, col suo Sangue”.8

9 “‘…andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze’.10 Usciti nelle strade, quei servi raccolsero quanti ne trovarono, buoni e cattivi, e la sala si riempì di commensali”.

Il Creatore chiama tutti in varie forme, secondo i suoi misteriosi disegni. Dopo esserSi rivolto al Popolo Eletto per mezzo di patriarchi e profeti, Dio invia il proprio Figlio a manifestarSi a tutti gli uomini, e Questi, in un’auge d’amore, muore in Croce per i peccatori. Così, all’Antica Legge succede la Santa Chiesa Cattolica Apostolica Romana, madre e maestra della Verità, per condurre l’umanità al supremo banchetto nell’eternità.

“Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 19-20). Compiendo questo mandato, fu la Chiesa nel corso dei secoli ad invitare successivamente al divino banchetto tutti i popoli, buoni e cattivi – ossia, “coloro che nel paganesimo conducevano una vita onesta, seguendo i dettami della legge naturale e quelli che vivevano dediti alle loro passioni”9 –, dando loro l’opportunità di conoscere la verità e aderirvi. È la meravigliosa storia dell’espansione della Santa Chiesa nel mondo.

Il vestito della festa rappresenta lo stato di grazia

11 “Il re entrò per vedere i commensali e, scorto un tale che non indossava l’abito nuziale,…”

Come si può vedere in questo versetto, la parabola mostra certe situazioni irreali il cui obiettivo è far sì che gli ascoltatori riflettano. Da un lato, non è plausibile immaginare un re che assuma un simile atteggiamento; dall’altro, non esisteva in quell’epoca un abito specifico per partecipare a una festa di nozze.
Festa di nozze

Ma, questa scena esprime una chiarissima allegoria del Giudizio, poiché il re ordina di far legare i piedi e le mani di questo invitato e gettarlo alle tenebre esterne, dove “sarà pianto e stridore di denti”. Ora, che cosa significa questo “abito nuziale”? L’interpretazione degli esegeti e teologi coincide nell’identificarlo con lo stato di grazia, nel quale deve trovarsi l’anima per entrare nel Regno dei Cieli. Secondo Sant’Ilario, egli rappresenta “la grazia dello Spirito Santo e il candore dell’abito celestiale che, una volta ricevuto dalla confessione della Fede, deve esser conservato pulito e integro fino all’entrata nel Regno dei Cieli”.10 Per San Girolamo simbolizza “la Legge di Dio e le azioni praticate in virtù della Legge e del Vangelo, che costituiscono l’abito dell’uomo nuovo. Se nel giorno del Giudizio uno si trova col nome di cristiano ma ne sarà sprovvisto dell’abito nuziale, cioè, l’abito dell’uomo celestiale, immediatamente sarà preso e domandato: ‘Amico, come sei potuto entrare qui?’”.11

12a “…gli disse: ‘Amico, come hai potuto entrare qui senz’abito nuziale?’”

Richiama l’attenzione la formula usata dal re. Infatti, mentre il tono della domanda dimostra una censura a quell’invitato, il re comincia a chiamarlo “amico”.

San Girolamo ci dà questa spiegazione: “Lo chiama ‘amico’ perché era stato invitato alle nozze, ma lo riprende per il suo azzardo ad entrare così nella festa, sporcandola con il suo abbigliamento sudicio”.12 Ossia, il fatto di stare nella sala del banchetto indica che si tratta di una persona che ha il segno del Battesimo, ma non corrisponde alla grazia del richiamo divino. “Entra alle nozze senza le vesti nuziali colui che crede nella Chiesa, ma non ha la carità”,13 insegna San Gregorio Magno. Conviene chiarire, come fa Maldonado, che “tutto questo accade nel giorno del Giudizio, quando Dio espelle dal banchetto – cioè, dal Regno dei Cieli – quelli che hanno la fede, ma senza le opere; ovviamente, essi non stavano in Cielo, ma, stando nella Chiesa, si trovavano virtualmente nel Cielo e, se avessero avuto buone opere, sarebbero passati dalla Chiesa al Cielo”.14

Infatti, appartenere alla Chiesa non è garanzia automatica di salvezza. Anche tra i buoni, a volte si insinuano alcuni cattivi che rifiutano il vero banchetto, come è avvenuto con Giuda tra gli Apostoli e con le eresie nate in seno alla stessa Chiesa, già nelle catacombe. È la contingenza di questa valle di lacrime, nella quale gli uomini si trovano in via, in stato di prova. “Così, i buoni non sono soli, se non in Cielo; neppure i cattivi non sono più soli, se non nell’inferno. Ma questa vita che si trova tra il Cielo e l’inferno, stando in mezzo ad entrambi, riceve indistintamente cittadini di entrambi i lati; la Santa Chiesa li riceve ora indistintamente, ma li separa nell’ora di andare. […] Così, dunque, nella Chiesa Cattolica nemmeno i cattivi possono stare senza i buoni, né questi senza quelli”,15 spiega San Gregorio Magno.

Implacabilità della propria coscienza del peccatore

12b “Ed egli ammutolì”.

“Ed egli ammutolì”, perché il Giudizio di Dio è giustissimo e inappellabile. Chiede, a questo proposito, Sant’Alfonso Maria de’ Liguori: “Cosa risponderà il peccatore in presenza di Gesù Cristo? O meglio, cosa potrà rispondere vedendosi colpevole di tanti crimini? Se ne starà zitto, confuso, come se ne stava zitto l’uomo a cui si riferisce il Vangelo di San Matteo, trovato senza l’abito di nozze: ‘Egli non aprì bocca’. I suoi stessi peccati gli tapparono la bocca […]. Concludiamo, pertanto, con piena ragione, che l’anima rea di peccato, andandosene dalla vita e prima di ascoltare la sentenza, si condanna essa stessa all’inferno”.16 Infatti, ci insegna la Dottrina Cattolica che nell’ora del Giudizio particolare la stessa coscienza accusa la persona: “È per il rifiuto della grazia nella vita presente che ognuno si giudica da sè, riceve secondo le sue opere e può anche condannarsi per l’eternità rifiutando lo Spirito d’amore”.17

La sentenza di Dio è una conferma del giudizio compiuto dalla stessa coscienza. Nelle sue predicazioni riguardanti il giorno del Giudizio, Sant’Antonio Maria Claret commenta: “Compariranno davanti al reo peccatore tutti i suoi peccati, provandogli e convincendolo che sono stati di fatto commessi da lui, e confondendolo con questa conoscenza. […] Ogni peccato commesso si mostrerà lì come in una tela, con tutta la sua gravità e le sue circostanze, non in maniera confusa, ma con tutta la chiarezza […]. Oh! coscienza, coscienza! Chi non trema davanti alla tua spaventosa accusa?”.18

13 “Allora il re ordinò ai servi: ‘Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti’”.

Traspaiono ancor più, in questo passo del Vangelo, la maestosa grandezza e l’implacabile giustizia divina. L’uomo che era senza veste nuziale è gettato fuori nelle tenebre, simbolo, secondo un’espressione di San Gregorio Magno, della “notte eterna della condanna”.19

Nell’ora in cui il Re entrerà nel banchetto – ossia, nell’ora del Giudizio –, chi sarà in stato di peccato mortale sarà gettato nel fuoco dell’inferno, con le mani e i piedi legati; e lì ci sarà pianto e stridore di denti per tutta l’eternità.

Non tutti accettano l’invito

14 “Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti”.

Tutti sono chiamati a far parte del banchetto spirituale e ricevere il Re eterno con la veste propria della festa nuziale. Infatti “Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità” (I Tm 2, 4), insegna l’Apostolo. Ma, pochi sono quelli scelti. Nostro Signore morì in Croce per aprire a tutti gli uomini le porte del Regno dei Cieli. Purtroppo, non tutti accettano l’invito.

III – Speranza nel Regno di Maria

Il richiamo fatto da Gesù in questa ricca parabola continua ad echeggiare oggi per i buoni e per i cattivi, acclamando ad un atteggiamento di rettitudine e vigilanza. Ma, mai potremo stare con l’anima interamente pronta nell’aspettativa della grande festa data senza che noi pratichiamo la virtù teologale della Speranza, così importante quanto quelle della Carità e della fede.

Nasciamo per l’eternità e dobbiamo tenere gli occhi fissi su quest’ultimo obiettivo che è il Cielo. L’uomo però vive nel tempo. Dio, allora, per alimentare la nostra speranza in questa vita, ci colloca di fronte a prospettive più o meno vicine, che rimandano poi all’eternità. Infatti, oggi la Provvidenza vuole che viviamo in funzione della speranza del banchetto al quale Dio attrae insistentemente l’umanità: il trionfo del Cuore Immacolato di Maria predetto a Fatima.

Come sarà possibile trasformare il nostro attuale periodo storico, così lontano da Dio, nello splendore del Regno di Maria in cui, secondo il grande San Luigi Maria Grignion de Montfort, “le anime respireranno Maria come il corpo respira l’aria”?20 Senza dubbio, con la preghiera e con la penitenza, richieste così tante volte dalla Madonna, si dovrà operare un vero cambiamento nei cuori. Ma, non dobbiamo immaginare che un tale rinnovamento si possa effettuare con un atto istantaneo, quanto progressivo, per cui, sia le anime innocenti, sia quelle che ricevono, per una grazia speciale, la restaurazione dell’innocenza perduta, vanno a poco a poco a costituire una nuova Era.

Così come in occasione della festa del matrimonio del Figlio di Dio con l’umanità, relativamente al banchetto del Regno di Maria non possiamo addurre alle occupazioni che ci legano al mondo, e molto meno aggredire chi ce lo annuncia, in questo caso, la stessa Santissima Vergine, che a Fatima ci ha chiamati a seguire la sua via. Dobbiamo accettare questa sollecitazione la quale, più che un semplice invito, è un’imposizione, perché viene da Uno infinitamente superiore a qualsiasi re dell’Antichità, lo stesso Dio.

Stiamo sempre attenti alla Parola di Dio che ci invita al banchetto e prestiamo ascolto alla voce della coscienza che ci ammonisce interiormente, affinché non macchiamo la bella veste nuziale della vita della grazia, per poter entrare nel banchetto eterno della visione beatifica dove, insieme con Maria Santissima, lo stesso Dio sarà la nostra ricompensa molto grande (cfr. Gen 15, 1).

1) BENEDETTO XVI. Gesù di Nazaret. Dal Battesimo alla Trasfigurazione. Milano: Rizzoli, 2007, p.70.

2) SESBOÜÉ, Daniel. Parábola. In: LÉON-DUFOUR, SJ, Xavier (Org.). Vocabulario de Teología Bíblica. Barcelona: Herder, 1965, p.570. Vedere anche: SAN TOMMASO D’AQUINO. Somma Teologica III, q.42, a.3.

3) SAN GREGORIO MAGNO. Homiliæ in Evangelia. L.II, hom.18, n.3. In: Obras. Madrid: BAC, 1958, p.749-750.

4) FILLION, Louis-Claude. La Sainte Bible commentée. Paris: Letouzey et Ané, 1912, t.VII, p.143-144.

5) GOMÁ Y TOMÁS, Isidro. El Evangelio explicado. Pasión y Muerte. Resurrección y vida gloriosa de Jesús. Barcelona: Rafael Casulleras, 1930, v.IV, p.47.

6) Cfr. SANT’AGOSTINO. De Civitate Dei. L.XIV, c.28. In: Obras. Madrid: BAC, 1958, v.XVI-XVII, p.984.

7) SAN REMIGIO, apud SAN TOMMASO D’AQUINO. Catena Aurea. In Matthæum, c.XXII, v.1-14.

8) ORBE, SJ, Antonio. Parábolas evangélicas en San Ireneo. Madrid: BAC, 1972, v.II, p.282.

9) GOMÁ Y TOMÁS, op. cit., p.48.

10) SANT’ILARIO DI POITIERS. Commentarius in Evangelium Matthæi. C.XXII, n.7: ML 9, 780.

11) SAN GIROLAMO. Comentario a Mateo. L.III (16,13-22,40), c.22, n.51. In: Obras Completas. Comentario a Mateo y otros escritos. Madrid: BAC, 2002, v.II, p.307.

12) Idem, p.307.

13) SAN GREGORIO MAGNO, op. cit., n.9, p.754.

14) MALDONADO, SJ, Juan de. Comentarios a los Cuatro Evangelios. Evangelio de San Mateo. Madrid: BAC, 1950, v.I, p.765-766

15) SAN GREGORIO MAGNO, op. cit., n.7, p.752-753.

16) SANT’ALFONSO MARIA DE’ LIGORIO. Sermones abreviados para todas las dominicas del año. P.I, S.III, serm.22. In: Obras Ascéticas. Madrid: BAC, 1954, t.II, p.648-649.

17) CCE 679.

18) SANT’ANTONIO MARIA CLARET. Sermones de Misión. Barcelona: L. Religiosa, 1864, v.II, p.47.

19) SAN GREGORIO MAGNO, op. cit., n.13, p.757.

20) SAN LUIGI MARIA GRIGNION DE MONTFORT. Traité de la vraie dévotion à la Sainte Vierge, n.217. In: Œuvres Complètes. Paris: Du Seuil, 1966, p.634.

Ottobre, mese del Santo Rosario: scopriamo la sua storia

Nell’antichità, i romani ed i greci avevano l’abitudine di coronare le loro statue con rose o altri fiori, in segno dell’onore e della riverenza che le rendevano. Dopo l’adozione di questa abitudine, le donne cristiane che erano portate al martirio, indossavano i loro vestiti più belli e ornavano la fronte con corone di rose, dimostrando l’enorme soddisfazione che avevano di andare all’incontro del Signore. Di notte i cristiani raccoglievano i fiori, e per ogni rosa recitavano una preghiera o un salmo per le martiri.Santo Rosário.jpg

Da qui è nata l’abitudine raccomandata dalla Chiesa di pregare il Rosario, che consisteva nella recita di 150 salmi di David, considerati estremamente piacevoli a Dio. Tuttavia, non tutti potevano seguire questa raccomandazione: poter leggere a quel tempo era riservato solo per ler persone colte e per i letterati. Per coloro che non potevano farlo, la Chiesa permise di sostituire i 150 salmi per 150 Ave Maria. Questo “rosario” divenne noto come “il salterio della Vergine”.

Poco prima della fine del XII secolo, Domenico di Guzmán si preoccupava della situazione di degrado del suo tempo, della serietà dei peccati e della crescita dell’eresia dei Catari. Un giorno decise di andare nel bosco e, chiedendo con fervore a Dio di intervenire nella situazione del cristianesimo, cominciò ad autoflagellarsi con maggior durezza, che alla fine cadde privo di sensi. Dopo aver ripreso i sensi, la Beata Vergine gli apparve e gli disse che la migliore arma per combattere l’eresia e raggiungere la conversione degli eretici non era la fustigazione, ma la recita del suo salterio.

Rivolgendosi subito alla Cattedrale di Tolosa, san Domenico ordinò di suonare le campane e per riunire la gente. Quando cominciava a parlare, una violenta tempesta si infuriò con tuoni e fulmini. Tuttavia, vero spavento ebbe la gente quando videro l’immagine della Madre di Dio, che sollevava il braccio destro e li minacciava con uno sguardo terribile. A quel momento, san Domenico cominciò a pregare il Rosario, e con lui tutte le persone si riunirono nella cattedrale. Man mano pregavano, la tempesta si calmava fino a cessare completamente.

In un’altra occasione, san Domenico farebbe un sermone alla Notre Dame di Parigi in occasione della festa di San Giovanni Battista. Aveva preparato molto bene la sua omelia, ma prima di recitarla, pregò ardentemente il Rosario, ed ecco, la Vergine gli apparve e gli disse: “il tuo sermone è buono, ma questo che gli consegno è meglio”, e gli diede uno che era parlava dela devozione al suo Rosario, e quanto esso era piaciuto a Dio e alla Vergine.

Per molto tempo la gente pregò il Rosario con devozione. Tuttavia, dopo circa 100 anni dalla morte di questo grande santo, il Rosario cominciò ad essere dimenticato. Nel 1349 ci fu una terribile epidemia in Spagna, che devastò il Paese, e alla quale diedero il titolo di “morte nera”. In questo periodo la Madonna si degnò di apparire, insieme a suo divin Figlio e a san Domenico, al frate Alano de la Rupe, allora superiore dei domenicani nella stessa provincia in cui era nata la devozione al Santo Rosario. In questa apparizione, la Vergine Maria chiese a Fra Alano di rilanciare la devozione al suo Salterio.

Senza indugio, Fra Alano, insieme ad altri frati domenicani, iniziò il lavoro di diffusione di questa potente devozione, che piace tanto alla Beata Vergine. Da questo atteggiamento che il Rosario prese la forma che ha oggi, suddiviso in decine e contemplando i misteri della vita di Gesù e di Maria. Da allora questa devozione si diffuse in tutta la Chiesa

Quando fu istituita la festa del Santo Rosario?

Mare di Lepanto! Una grande battaglia tra cattolici e turchi si svolge. Lo scontro delle navi ricorda la conflagrazione finale, quando la cupola Celeste si arrotola come una pergamena. Era il 7 ottobre 1571. Se i cattolici perdessero la battaglia, il Cristianesimo sarebbe sommerso dai turbante di Maometto. La religione cattolica sarebbe scomparsa per sempre.

A leghe di distanza, a Roma, San Pio V implorava l’assistenza divina, per l’intercessione della Madre della Chiesa. Ispirato, il santo Pontefice romano chiede alla gente di pregare il Rosario per la vittoria dei suoi fratelli.

A un certo punto, mentre si svolgeva la soluzione di questioni urgenti, ma con tutta la sua attenzione posta sul pericolo in cui era il cristianesimo, quel venerabile anziano fermò improvvisamente il lavoro e andò verso la finestra. I suoi compagni rimasero perplessi, e non capirono il suo atteggiamento. Il silenzio regnò per un breve lasso di tempo, interrotto poi dall’affermazione ancora più misteriosa del Pontefice: abbiamo vinto a Lepanto!

Il Pontefice chiese che i fedeli si riunissero per la celebrazione della vittoria miracolosa di Don Giovanni D’Austria, comandante della flotta. Una solenne processione si svolse per le strade della Città Eterna. Giorni dopo, gli emissari arrivano per portare la notizia già annunciata dagli Angeli. Poco dopo era istituita la festa di Nostra Signora delle Vittorie, il 7 ottobre.

Un anno dopo, Gregorio XIII cambiò il nome per la festa della Madonna del Rosario, e determinò che fosse celebrata la prima domenica di Ottobre (giorno in cui avevano vinto la battaglia di Lepanto). Attualmente la festa è celebrata il 7 ottobre.

Beata Vergine Maria del Rosario

Il 7 ottobre 1571, nelle acque greche di Lepanto, la flotta musulmana dell’Impero Ottomano si scontrò con la flotta cristiana della Lega Santa. Prima della battaglia, i cristiani recitarono il Rosario e chiesero l’intercessione di Maria

Il 7 ottobre 1571, nelle acque greche di Lepanto, la flotta musulmana dell’Impero Ottomano si scontrò con la flotta cristiana della Lega Santa, che riuniva le repubbliche di Venezia e Genova, lo Stato Pontificio, l’Impero spagnolo, i maggiori ducati italiani e i Cavalieri di Malta. Lo stendardo della Lega Santa, benedetto prima della partenza da san Pio V, raffigurava il Crocifisso tra gli apostoli Pietro e Paolo, sormontato dal motto In hoc signo vinces. Fu l’unico simbolo a sventolare nello schieramento cristiano, assieme a un’immagine della Madonna con la scritta Sancta Maria succurre miseris, mentre il vessillo della flotta turca riportava migliaia di volte il nome di Allah. Prima della battaglia, i cristiani recitarono il Rosario e chiesero l’intercessione di Maria.

Quel 7 ottobre segnò la prima grande vittoria di un’armata cristiana dell’Europa – allora consapevole delle proprie radici e della necessità di difenderle – contro l’Impero ottomano e il suo espansionismo che aveva già islamizzato molti territori. I messaggeri informarono Roma solo 23 giorni dopo, ma il giorno stesso della battaglia san Pio V aveva avuto una visione e ordinato: «Sono le 12, suonate le campane, abbiamo vinto a Lepanto per intercessione della Vergine Santissima». Così nacque la festa di Santa Maria della Vittoria, chiamata poi Madonna del Rosario, fino alla denominazione attuale che nasce dalla riforma del calendario del 1969. Nel 1883, intanto, Leone XIII aveva «consacrato e dedicato alla celeste Vergine del Rosario» tutto ottobre, incoraggiando la recita quotidiana dell’orazione per l’intero mese.

Il Rosario aveva conosciuto uno straordinario impulso già nel XIII secolo grazie ai domenicani (san Domenico, che aveva pregato per capire come sconfiggere l’eresia catara, vide la Vergine che gli consegnava la coroncina) e alle varie confraternite nate proprio con lo scopo di diffondere questa preghiera, che pure nei secoli precedenti stava pian piano prendendo forma. Le apparizioni di Fatima hanno poi fatto aumentare la consapevolezza sull’importanza del Rosario nel disegno salvifico di Dio, come arma contro Satana. La Madonna ne raccomandò ai pastorelli la recita quotidiana già nella prima apparizione del 13 maggio 1917, «per ottenere la pace nel mondo e la fine della guerra».

Suor Lucia ne spiegò ulteriormente la potenza in un’intervista con padre Fuentes: «La Santissima Vergine ha voluto dare, in questi ultimi tempi in cui viviamo, una nuova efficacia alla recita del Santo Rosario. Ella ha talmente rinforzato la sua efficacia che non esiste problema, per quanto difficile, di natura materiale o specialmente spirituale, nella vita privata di ognuno di noi o in quella delle nostre famiglie, delle famiglie di tutto il mondo, delle comunità religiose o addirittura nella vita dei popoli e delle nazioni, che non possa essere risolto dalla preghiera del Santo Rosario. Non c’è problema, vi dico, per quanto difficile, che non possa essere risolto dalla recita del Santo Rosario. Con il Santo Rosario ci salveremo, ci santificheremo, consoleremo Nostro Signore e otterremo la salvezza di molte anime».

Il grande silenzio – monologo del Monaco cieco

San Bruno fondatore dei Certosini!

Per san Bruno (c. 1030-1101), fondatore dei Certosini, la vita eremitica era il paradiso in terra, che gli consentiva di meditare su Dio e gustare «una pace che il mondo non conosce, propizia alla gioia dello Spirito Santo»

La vita eremitica era il suo paradiso in terra, che gli consentiva di meditare su Dio e gustare «una pace che il mondo non conosce, propizia alla gioia dello Spirito Santo». Prima di distaccarsi dal mondo, san Bruno di Colonia (c. 1030-1101), dotto in teologia e filosofia, aveva diretto per vent’anni la scuola di Reims. Lì ebbe tra i suoi allievi il benedettino Ottone di Chatillon, il futuro beato Urbano II. Lo scontro con un vescovo da lui accusato di simonia lo costrinse a lasciare la Francia nel 1076, ma vi poté tornare quattro anni più tardi in seguito alla deposizione del prelato. Fu in quel periodo difficile che maturò la vocazione per la vita monastica.

Visse per un po’ a Molesme sotto la guida di san Roberto (prima che quest’ultimo fondasse l’Ordine cistercense), ma poi se ne staccò alla ricerca di un luogo più solitario. Con altri sei compagni chiese aiuto al vescovo di Grenoble, sant’Ugo (1053-1132), che li guidò personalmente – spinto da una visione in sogno di sette pellegrini e sette stelle (il simbolo dei certosini è formato da un globo sormontato da una croce, con intorno proprio sette stelle) – in una valle nel massiccio della Chartreuse: nel 1084 sorse così la Gran Certosa, il primo monastero di quello che sarebbe divenuto l’Ordine certosino, uno dei più rigorosi ordini monastici della Chiesa. Bruno e i confratelli iniziarono a vivere in modo molto austero. Le loro giornate erano scandite da lavori soprattutto manuali e dalla preghiera, anche notturna.

L’amico Urbano II lo volle come consigliere a Roma, ma non vi restò molto perché il pontefice fu scacciato dai sostenitori dell’antipapa Clemente III (Guiberto di Ravenna), e Bruno lo seguì nell’Italia meridionale. Urbano II voleva nominarlo arcivescovo, ma il santo si sentiva chiamato ad altro e ottenne il permesso di tornare alla vita contemplativa. Ruggero d’Altavilla gli donò un territorio in Calabria a circa 800 metri d’altezza, che oggi si chiama in suo onore Serra San Bruno. Qui fondò un’altra certosa e un eremo, il suo luogo prediletto per incontrare Dio meditando sui misteri celesti: «Nella mia meditazione, l’amore che già possedevo ha cominciato a crescere sempre più, a somiglianza di fuoco che divampa». Suoi comuni attributi iconografici sono il teschio, il libro e la croce.

Gesù confido in Te!

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