I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia

L’Eucaristia, l’Immacolata e il Sommo Pontefice!

Categoria: Araldi del Vangelo (Page 1 of 32)

12 novembre: San Giosafat Kuncewycz

Pio XI lo definì «Apostolo dell’unità», ricordandolo nel terzo centenario del martirio con l’enciclica Ecclesiam Dei. Il suo apostolato fu così efficace che i suoi oppositori lo chiamarono «rapitore di anime» per il numero di persone che riconciliò con la Chiesa cattolica

San Giosafat Kuncewycz (1580-1623) nutriva un tale amore per la Chiesa e la sua unità da domandare a Dio la grazia del martirio, offrendosi in sacrificio per riconciliare all’unico ovile tutte le chiese scismatiche e invocando fino all’ultimo il perdono sui suoi uccisori. Crebbe infatti in quella fase cruciale che culminò nell’Unione di Brest del 1595-96, in cui buona parte dell’episcopato ucraino e bielorusso abiurò lo scisma d’Oriente del 1054 e riconobbe il primato del papa. Il sinodo di Brest fu in sostanza la base da cui originò la Chiesa greco-cattolica ucraina, di rito bizantino-slavo, che fa parte di quell’insieme di Chiese dell’Est Europa tornate in comunione con Roma tra il XVI e il XVII secolo e comunemente definite «uniati» (dal russo unija, «unione»), da cui deriva il termine «uniatismo» che alcuni ambienti ortodossi usano perlopiù in senso spregiativo.

Il santo nacque da genitori ucraini ortodossi e fin da giovanissimo visse con sofferenza i contrasti che laceravano la cristianità in Rutenia. Dopo una profonda riflessione, confortato dalla preghiera, aderì al cattolicesimo e si ritirò a Vilnius nell’antico monastero basiliano della Santissima Trinità, scegliendo il nome religioso di Giosafat. I confratelli si accorsero presto della sua tenerezza verso Gesù Crocifisso, del modo in cui esercitava la pietà e la penitenza, tanto che «in breve tempo fece tali progressi nella vita monastica da poter essere maestro agli altri», come disse il metropolita Giuseppe Rutsky, assieme al quale riformò il monachesimo ruteno-ucraino. Diversi altri monaci furono attirati dal suo esempio e per accoglierli fondò altri monasteri, esortando sempre all’unità della Chiesa fondata su Pietro, opera che continuò anche come vescovo di Vicebsk e poi come arcivescovo di Polack.

Il suo apostolato fu così efficace che i suoi oppositori lo chiamarono «rapitore di anime» per il numero di persone che riconciliò con la Chiesa cattolica. Giosafat conosceva approfonditamente la Sacra Scrittura, i libri liturgici orientali, gli insegnamenti degli antichi Padri; e con questa preparazione, alimentata dall’autentico desiderio di fare la Divina Volontà, divulgò scritti sul primato di san Pietro, sulla figura di san Vladimiro e la necessità dell’unione con Roma. Aveva una devozione filiale per la Beata Vergine e venerava in particolare una sua icona, nota con il titolo di Regina dei Pascoli. Per il ritorno all’unità, confidava tantissimo proprio nel comune e grande amore per la Madonna di cattolici e ortodossi.

Pio XI lo definì «Apostolo dell’unità», ricordandolo nel terzo centenario del martirio con l’enciclica Ecclesiam Dei, che andrebbe riscoperta perché annunciatrice di un dialogo ecumenico alla luce della verità nella carità, da cui fu animata tutta la missione di san Giosafat. Il quale, avvertito delle trame contro di lui, così disse pochi giorni prima di morire: «Signore, concedimi di poter versare il sangue per l’unità e per l’obbedienza della Sede Apostolica». Il martirio avvenne la notte del 12 novembre 1623, accolto dal santo con benignità e chiedendo a Dio di perdonare i suoi carnefici, alcuni dei quali furono così colpiti da quella testimonianza da tornare in comunione con la Chiesa, imitati da molti altri fratelli nella fede.

Mons. Zaini lascia un messaggio agli Araldi del Vangelo

San Martino di Tours

Tanti conoscono l’episodio del mantello, ma pochi sono consapevoli dell’impronta straordinaria lasciata da san Martino di Tours (316-397) nella storia della Chiesa.

San Martino e il mendicante

Tanti conoscono l’episodio del mantello, ma pochi sono consapevoli dell’impronta straordinaria lasciata da san Martino di Tours (316-397) nella storia della Chiesa. Chiamato non a caso “l’Apostolo delle Gallie”, il santo è tra i fondatori del monachesimo in Europa, che ha contribuito mirabilmente a evangelizzare, diffondendo la parola e l’amore di Cristo per tutti gli uomini e combattendo sia l’eresia ariana che il paganesimo.

Nativo della Pannonia, nel territorio dell’odierna Ungheria, lui stesso era cresciuto in una famiglia pagana: il padre, un tribuno militare, lo aveva chiamato Martino proprio in onore del dio Marte. La sua prima conversione maturò grazie all’incontro con una famiglia cristiana, che lo conquistò per il modo in cui viveva. Iniziò il catecumenato, ma a 15 anni fu obbligato da un editto imperiale ad arruolarsi nell’esercito. Fu durante una ronda notturna, nell’inverno del 335, che avvenne il celebre incontro con il mendicante a cui donò metà del suo mantello, tagliandolo con la spada. “Ecco qui Martino, il soldato romano che non è battezzato. Egli mi ha vestito”, si sentì dire la notte seguente da Gesù, apparsogli in sogno e circondato dagli angeli. Al risveglio, si ritrovò col mantello miracolosamente intero e di lì a breve si fece battezzare. L’ultima svolta fu il congedo militare, avvenuto intorno ai quarant’anni.

Nella seconda fase della sua vita, Martino si impegnò nella lotta all’arianesimo, a quel tempo molto diffuso nonostante fosse già stato condannato dal concilio di Nicea. Aveva trovato una guida sicura nel vescovo Ilario di Poitiers, per alcuni anni esiliato in Frigia a causa della malizia degli ariani che avevano chiesto all’imperatore Costanzo II di intervenire contro di lui. E anche Martino subì persecuzioni per la sua difesa dell’ortodossia. Già dedito alla vita eremitica, al rientro di Ilario a Poitiers, il santo lo raggiunse, fu ordinato esorcista e per una decina d’anni si ritirò nella vicina Ligugé, dove fondò uno dei primissimi monasteri europei e con i suoi discepoli condusse una vita in comune fatta di preghiere e mortificazioni.

Nel 371 la sua fama di santità era ormai tale che i cristiani di Tours ricorsero a uno stratagemma pur di averlo come vescovo (lo invitarono ad assistere una donna malata per poi condurlo davanti alla comunità che lo acclamava). Alla fine, senza abbandonare la vita ascetica, accettò ed esercitò il ministero con grande sollecitudine, battezzando, liberando gli ossessi, operando miracoli, predicando e prendendosi cura ovunque di malati, poveri e prigionieri, che assisteva nei bisogni del corpo e dell’anima. Come scrisse Sulpicio Severo (ca 360-420), uno dei suoi discepoli, “colui che tutti già reputavano santo fu così anche reputato uomo potente e veramente degno degli Apostoli”.

A Tours fondò un altro monastero, poi noto come Marmoutier, in cui preparava i religiosi alla missione. Martino si preoccupò infatti di evangelizzare le campagne e al contempo fece abbattere i templi e gli idoli pagani, mentre continuava a difendere i più deboli senza temere di affrontare i potenti. Quando capì che stava per morire si fece stendere su una tavola cosparsa di cenere e attese in preghiera il ritorno alla casa del Padre, già circondato da un culto che si estese presto in tutta Europa.

Patrono di: Francia, Ungheria, Guardia svizzera pontificia; mendicanti, militari, viticoltori

Beati 498 martiri spagnoli “Difendiamo la nostra identità”

In occasione della festività della festività dei 498 martiri beati spagnoli, vi ripropongo la Cerimonia di Beatificazione che si tenne in San Pietro nell’anno 2007.

Alla cerimonia in San Pietro ha partecipato anche una delegazione del governo di Madrid
Il cardinale Saraiva ammonisce: “Non accontentiamoci di un cristianesimo vissuto timidamente”. I nuovi beati sono stati uccisi tra il 1934 e il ’37. Il Papa: “Il loro numero dimostra
che la suprema testimonianza del sangue non è un’eccezione riservata soltanto ad alcuni”

CITTA’ DEL VATICANO – Circa 40.000 persone hanno seguito in piazza San Pietro la cerimonia per la beatificazione di 498 martiri spagnoli uccisi negli anni 1934, ’36 e ’37. A presiedere il rito il cardinale Josè Saraiva Martins, delegato dal Papa, che ha celebrato in spagnolo. In Piazza San Pietro anche una delegazione del governo guidata dal ministro degli Esteri Miguel Angel Moratinos accompagnato dall’ambasciatore di Madrid presso la Santa Sede, Francisco Vazquez e dal direttore generale degli Affari religiosi, Mercedes Rico. 

Ancora, tra i presenti i rappresentati di alcuni governi autonomi della Spagna in base alla provenienza dei martiri, tra gli altri quello di Catalogna: 146 dei martiri infatti sono stati uccisi nell’arciodeci di Barcellona. 

I martiri caduti durante la Guerra civile spagnola dal 1934 al 1937, ha detto il cardinale Saraiva, si sono “comportati da buoni cristiani e hanno offerto la loro vita gridando: viva Cristo re”. Tra i martiri elevati oggi alla gloria degli altari ci sono persone che vanno dai 16 ai 78 anni; si tratta di preti, monache e religiose ma anche di laici. “Tutti – ha ricordato il Prefetto della Congregazione per le cause dei santi – sono chiamati alla santità, tutti senza eccezioni come ha dichiarato il Concilio Vaticano II”. 

Ma il cardinale ha anche fatto qualche riferimento all’attualità spiegando che “non possiamo accontentarci di un cristianesimo vissuto timidamente”. Nel discorso, il cardinale ha citato più volte l’insegnamento di Benedetto XVI e in particolare ha ricordato che “essere cristiani coerenti impone di non inibirsi di fronte al dovere di dare il proprio contributo mal bene comune e di modellare la società sempre secondo giustizia, difendendo, in un dialogo forgiato dalla carità, le nostre convinzioni sulla dignità della persona, sulla vita, dal concepimento fino alla morte naturale, sulla famiglia fondata sull’unione matrimoniale unice e indissolubile tra un uomo e una donna e sul dovere primario dei genitori all’educazione dei figli”. 

I nuovi beati spagnoli sono stati ricordati successivamente anche dal Papa durante la celebrazione dell’Angelus: “I 498 martiri uccisi in Spagna negli anni ’30 del secolo scorso sono uomini e donne diversi per età vocazione e condizione sociale, che hanno pagato con la vita la loro fedeltà a Cristo e alla sua Chiesa”, ha detto Benedetto XVI. 

“La contemporanea iscrizione nell’albo dei beati di un così gran numero di martiri – ha affermato ancora il Pontefice – dimostra che la suprema testimonianza del sangue non è un’eccezione riservata soltanto ad alcuni individui, ma un’eventualità realistica per l’intero Popolo cristiano”. 

Perché Pio XI voleva che tutti proclamassero che “Gesù è Re”

CHRIST THE KING

Credeva che riconoscere Cristo come Re avrebbe portato alla pace duratura sulla Terra

Negli anni Venti del Novecento, a seguito della Prima Guerra Mondiale, il mondo era in subbuglio. I leader politici lottavano per stabilizzare i loro Paesi, e molti di loro iniziarono a volgersi a metodi violenti per tenere sottomessi i loro cittadini. Papa Pio XI capì che si doveva fare qualcosa, e quindi nel 1925 pubblicò un’enciclica che sperava avrebbe portato alla pace.

L’enciclica era intolata Quas Primas, e in essa il Pontefice proclamava: “Se gli uomini privatamente e in pubblico avranno riconosciuto la sovrana potestà di Cristo, necessariamente segnalati benefici di giusta libertà, di tranquilla disciplina e di pacifica concordia pervaderanno l’intero consorzio umano”.

La regalità di Cristo, spiegava, avrebbe avuto un profondo effetto su tutta la società se fosse stata riconosciuta:

di   

“Se i principi e i magistrati legittimi saranno persuasi che si comanda non tanto per diritto proprio quanto per mandato del Re divino, si comprende facilmente che uso santo e sapiente essi faranno della loro autorità, e quale interesse del bene comune e della dignità dei sudditi prenderanno nel fare le leggi e nell’esigerne l’esecuzione. In tal modo, tolta ogni causa di sedizione, fiorirà e si consoliderà l’ordine e la tranquillità: ancorché, infatti, il cittadino riscontri nei principi e nei capi di Stato uomini simili a lui o per qualche ragione indegni e vituperevoli, non si sottrarrà tuttavia al loro comando qualora egli riconosca in essi l’immagine e l’autorità di Cristo Dio e Uomo. Per quello poi che si riferisce alla concordia e alla pace, è manifesto che quanto più vasto è il regno e più largamente abbraccia il genere umano, tanto più gli uomini diventano consapevoli di quel vincolo di fratellanza che li unisce. E questa consapevolezza come allontana e dissipa i frequenti conflitti, così ne addolcisce e ne diminuisce le amarezze”.

La regalità di cui parla Pio XI si riferisce al fatto che Gesù è il “Re dei Cuori”, sottolineando “le attrattive della sua mansuetudine e benignità: nessuno infatti degli uomini fu mai tanto amato e mai lo sarà in avvenire quanto Gesù Cristo”.

Gesù è il Re dei re, colui che regna non con un’asta di ferro, ma come padre amorevole che serve i suoi figli con umiltà e compassione. Gesù non è un dittatore che cerca di dominare l’umanità, ma un Re d’amore, che ci offre un esempio da seguire.

Come possiamo stabilire questo “regno” sulla Terra?

Pio XI spiegava che il regno di Gesù “richiede dai suoi sudditi non solo l’animo distaccato dalle ricchezze e dalle cose terrene, la mitezza dei costumi, la fame e sete di giustizia, ma anche che essi rinneghino se stessi e prendano la loro croce”.

Non temiamo di proclamare che “Gesù è il Re” della nostra vita, perché quando lo facciamo siamo pronti a combattere sotto le sue insegne per la pace nel mondo attraverso misericordia, mitezza e gentilezza. Non conquisteremo il mondo con la spada, ma seguendo il nostro leader in una battaglia spirituale che si combatte nel cuore.

Un “nuovo Ambrogio” ai tempi della Controriforma

Pio IV conosceva le virtù di suo nipote, che sono
alla radice degli onori apparentemente eccessivi
che non tardò a conferirgli
Sopra, Papa Pio IV –
Basilica di Santa Maria Maggiore, Trento; nella
pagina precedente, San Carlo Borromeo –
Chiesa di Sant’Ignazio di Loyola, Roma

Era il mese di dicembre. Per la gioia di tutta la Chiesa, l’anno 1563 si concludeva con una conquista storica: a Trento era giunto a buon fine il XIX Concilio Ecumenico. Roma viveva gli effetti di questa vittoria, assistendo a un costante intrecciarsi di autorità del mondo della Teologia che, prima di tornare nei loro luoghi d’origine, venivano a chiedere la benedizione papale. Pio IV, visibilmente soddisfatto, riceveva a braccia aperte i figli il cui operato avrebbe segnato con onore gli annali del suo pontificato.

   In una dipendenza dei palazzi pontifici, due ecclesiastici di alto rango dialogavano tra loro. Il Beato Bartolomeo dei Martiri, Arcivescovo di Braga, era stato ricevuto giorni prima da Pio IV, che gli aveva raccomandato di cercare il Cardinale Carlo Borromeo per studiare l’applicazione delle norme tridentine nella diocesi primate del Portogallo.

   In risposta al suggerimento del Santo Padre, si occupavano dei temi conciliari quando, con sorpresa del prelato portoghese, Carlo Borromeo chiese licenza e cominciò a esporgli una questione di coscienza: “Consideri Vostra Eccellenza la mia situazione, poiché lei sa com’è la vita di corte, soprattutto in questa città di Roma. Sono circondato da innumerevoli pericoli: sono giovane, senza esperienza, senza virtù; ho solo amore per essa e il desiderio di acquisirla. Non è mio dovere sfuggire alle tentazioni che un giorno potranno vincermi? […] Ultimamente, Dio mi ha concesso una nuova attrazione per la penitenza; mi ha dato la grazia di preferire a tutto il suo timore e la mia propria salvezza. Sto pensando dunque all’ipotesi di rompere tutti questi legami e di ritirarmi in un monastero, come se in questo mondo esistessimo soltanto Dio e me”.1

   Mons. Bartolomeo ascoltò con attenzione la confidenza del Cardinale e rispose: “Posso solo plaudere a un desiderio così pio, perché conosco per esperienza i vantaggi e la sicurezza della vita nel chiostro. Tuttavia, la questione non sta nel modo più sicuro, ma nel modo designato da Dio. […] Vostra Eminenza non può, senza danneggiare gli interessi della Chiesa, abbandonare l’importante e arduo incarico al quale il Sommo Pontefice piacque elevarlo. […] Non abbandoni il posto al quale è stato chiamato, ma porti a buon termine quello che ha così bene iniziato”.2

   Persuaso che in questo consiglio si rivelava la volontà di Dio, il porporato lo seguì con sottomissione. E questa era, senza dubbio, la parola ispirata al fine di non privare il movimento della Controriforma dell’operato di uno dei suoi esponenti, nei giorni decisivi per il futuro della Chiesa.

Controriforma: un’impresa di fedeltà 

   Violente procelle si abbatterono sulla Chiesa nel corso del XVI secolo. Il meraviglioso edificio della Cristianità presentava ora crepe profonde, causate dalla debolezza dei suoi figli, e diventò bersaglio di attacchi il cui obiettivo era demolirlo.

   Il popolo fedele, fino ad allora unito in un unico gregge sotto l’egida di un solo pastore, udì attonito il grido di insubordinazione proferito da Lutero contro la Cattedra della Verità, in conseguenza del quale intere nazioni finirono per allontanarsi dall’ovile della Santa Sede. Non si trattava più di affrontare nemici esterni, ma cristiani impegnati a dividere la tunica inconsutile del Cattolicesimo.

   Presto altri personaggi come Calvino e Zwingli seguirono l’impetuoso monaco di Wittenberg nella predicazione di dottrine eretiche, a prima vista discrepanti tra loro. Tutte, però, miravano a raggiungere lo stesso obiettivo: “Gli innovatori religiosi concordavano solo sulla completa oppressione ed estirpazione del culto cattolico”.3

   Ora, in questo periodo cruciale nella Storia della Chiesa, sorse una miriade di eroi della Fede, caratterizzata da rinnovato amore per ciò che gli spiriti frivoli dell’epoca avevano disprezzato: il decoro della Sacra Liturgia, la frequente e corretta ricezione e distribuzione dei Sacramenti , la buona formazione dottrinale del clero e dei fedeli. Ma questi eroi, tra i quali non possiamo non menzionare Sant’Ignazio di Loyola, si distinsero particolarmente per un amore al papato portato alle estreme conseguenze, anche al prezzo del martirio.

Nascita accompagnata da segnali del cielo 

   San Carlo Borromeo occupò un posto di rilievo in questa fase, le cui mosse decisive sono in qualche modo condensate nella sua breve esistenza di quarantasei anni. Sulle spalle di questo giusto uomo, Dio sembra aver depositato gran parte delle preoccupazioni della Chiesa, e nel contempo colmato di benedizioni tutte le opere promosse dal suo zelo pastorale.

   Un bellissimo episodio riguarda la sua nascita, avvenuta la notte del 2 ottobre 1538. Situato nella città lombarda di Arona, sulle rive del bel Lago Maggiore, il castello della famiglia Borromeo fu improvvisamente illuminato da un bagliore proveniente dal firmamento, che rimase sul sito per varie ore. Diversi testimoni assistettero al fatto, come risulta nella bolla di canonizzazione del Santo: “Nella notte della nascita del bambino, il Signore manifestò lo splendore della sua futura santità con una luce intensa e straordinaria, che molte persone videro risplendere sopra le stanze della madre”.4

   Battezzato pochi giorni dopo nella stessa cappella del castello, il piccolo Carlo si distinse fin dagli anni della sua infanzia per una radicata propensione religiosa. A poco a poco cominciò a dar segni di possedere le virtù del suo nobile lignaggio, combinando in una personalità affabile i tratti di uno spirito retto, coerente, dotato di una stupefacente attitudine per il lavoro e per il governo.

   Giunto il tempo degli studi superiori, Carlo Borromeo partì alla volta di Pavia, dove studiò Diritto Ecclesiastico e Civile. Alla vigilia del conseguimento della laurea, una notizia giunse a trasformare la sua vita: eletto alla Cattedra di Pietro nel Conclave del 1559, suo zio materno Giovanni Angelo de’ Medici lo chiamava come consigliere nella direzione della Chiesa, nominandolo Cardinale-Diacono, prima ancora che fosse ordinato sacerdote.

“Angelo custode” di Pio IV e Arcivescovo di Milano

   Pio IV conosceva le virtù di suo nipote, che sono radici degli onori e nomine apparentemente eccessivi che non tardò a conferirgli. Nonostante Carlo Borromeo avesse accumulato cariche prestigiose, va riconosciuto che questo alla fin fine fu un raro esempio di nepotismo riuscito, poiché “fin dal primo giorno fu l’antitesi del tipo di cardinali-nipoti del Rinascimento, nella maggior parte dei casi degli autentici sfaccendati”.5 Si sa che la sua presenza dispiacque ad alcuni membri dell’entourage del Papa, perché “la severa forma di vita e i sentimenti interamente ecclesiali di Carlo non erano affatto conformi al gusto di queste persone”.6

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   Dopo un breve periodo di adattamento, il Cardinale Borromeo si lanciò sul front delle questioni vaticane, essendo nominato Segretario di Stato agli inizi del 1560. Nell’esercizio di questo incarico brillò talmente la sua virtù che, “con il tempo, le critiche sull’ascetismo di Carlo si placarono, perché il suo esempio aveva impressionato persino i diplomatici mondani”.7

   È difficile precisare quanto la sua presenza presso il Papa sia stata preziosa per la Chiesa, poiché oltre che un aiuto utile e sagace per ogni opera buona, era un uomo sacrificato che assumeva gli incarichi più ardui, le questioni più intricate, i problemi da cui gli altri si esimevano, sempre al di fuori di qualsiasi interesse personale, come un “angelo custode” in carne e ossa.

   Le descrizioni riguardanti la sua persona coincidono quanto ai tratti principali: “Un ragazzo magro, con un lungo naso aquilino, dal profilo non particolarmente bello, ma che causava un’impressione di serena fermezza , di efficienza, di lucido coraggio”.8 Fedele interprete dei desideri pontifici, bastava una decisione di Pio IV perché lui si mettesse in campo, disposto a compierla in maniera esimia.

   Tre anni dopo essere stato nominato Segretario di Stato, nel settembre 1563, San Carlo Borromeo fu ordinato sacerdote e, nel mese di dicembre, elevato alla dignità episcopale. Prima di allora, tuttavia, era stato nominato amministratore dell’Arcivescovado di Milano, già a quell’epoca la più grande giurisdizione ecclesiastica della penisola italiana.

   Il governo di questa arcidiocesi gli conferiva il grave obbligo di lavorare per la santificazione di un grande gregge, afflitto da ogni sorta di esigenze spirituali e materiali, a cui il Santo diede la precedenza su varie altre imprese di vasta portata. Tutto indica che questa inclinazione fosse in realtà un’ispirazione della grazia, poiché Dio sembra avesse depositato nel suo cuore le sue stesse preoccupazioni per la salvezza di quel gregge.

Le decisioni di Trento acquistano vita a Milano

   Nello stesso anno del 1563, la decisione pontificia di concludere il Concilio di Trento, iniziato diciotto anni prima sotto gli auspici di Paolo III, produsse uno scossone dentro e fuori la sfera ecclesiale. Le sessioni di questa grande assemblea diventarono uno strumento efficace per svelare e combattere gli errori del protestantesimo, attraverso una rinnovata e arricchita affermazione della dottrina cattolica.

   Tuttavia, circostanze diverse fecero sì che il Concilio si protraesse per molti anni, e i suoi decreti e conclusioni non potessero entrare efficacemente in vigore prima del suo termine. Pio IV percepiva chiaramente la gravità del problema e diede inizio alla sua ultima fase, confidando nell’infallibile assistenza dello Spirito Santo.

   Importante fu il ruolo esercitato da San Carlo Borromeo in questo contesto. Egli non andò a Trento, né operò come padre conciliare, sebbene l’elaborazione del monumentale Catechismo Romano sia stata sotto la sua direzione. Ciò nonostante, ebbe l’incarico di agire nelle alte sfere per rendere possibile la realizzazione delle ultime sedute e creare le condizioni affinché fossero pienamente rispettati in tutta la Chiesa i decreti dell’assemblea magna. Per raggiungere questo obiettivo, il suo impegno personale avrebbe avuto una grande influenza.

   Con la morte di Pio IV nel dicembre 1565 e l’elezione del domenicano Antonio Michele Ghislieri – nientemeno che San Pio V – nel mese di gennaio dell’anno seguente, il governo della Chiesa si trovava in ottime mani. Allora il Cardinale rese pubblica la decisione di trasferirsi nella sua arcidiocesi e in essa implementare la riforma tridentina. Un “nuovo Ambrogio” alla guida della arcidiocesi milanese.

   L’Arcidiocesi di Milano si distingueva già nel XVI secolo per un’antichissima e notevole tradizione: sarebbe stata fondata dall’Apostolo Barnaba, la cui santità ispirò molti dei suoi successori. Tra i trentacinque pastori di questa chiesa locale che furono canonizzati, spicca Sant’Ambrogio, il Dottore della Chiesa che dà il nome al rito proprio dell’arcidiocesi.

   Tuttavia, in occasione dell’insediamento del Cardinale Borromeo erano già passati ottant’anni senza che ci fosse un prelato residente nel suo territorio. Questa assenza aveva prodotto nei fedeli la sensazione di essere orfani, mitigata in qualche misura dall’assistenza dei successivi vicari episcopali.

   Il 23 settembre 1565 i milanesi, finalmente, si sentirono consolati per l’arrivo di un “nuovo Ambrogio” alla cattedra del loro Duomo. La popolazione accorse in massa nelle strade a ricevere il porporato che entrava in città montato su un cavallo bianco, moltiplicando intorno alla sua figura gli applausi di giubilo. Il Santo ricambiò l’accoglienza affermando, nel suo primo sermone nella cattedrale, che provava una vera gioia per il fatto di poter servire personalmente i suoi diocesani, preferendo mille volte la loro compagnia a qualsiasi magnificenza che la Città Eterna potesse offrirgli.

San Carlo Borromeo intraprese una gigantesca opera pastorale, volta a
trasformare completamente le strutture vigenti
San Carlo Borromeo
conduce il chiodo della Croce in processione e presiede un sinodo
diocesano, di Giovanni Battista della Rovere – Cattedrale di Milano

   Iniziò, allora, un promettente processo di rivitalizzazione della fede milanese o, forse, di irradiazione della fede del Vescovo nei fedeli. San Carlo Borromeo intraprese una gigantesca opera pastorale, allo scopo di trasformare completamente le strutture caduche o inappropriate vigenti. Convocò vari concili provinciali e sinodi diocesani, mise in pratica un piano destinato alla formazione del clero e si dedicò personalmente al bene delle anime. Con questo, l’arcidiocesi assunse via via una nuova fisionomia.

   Nonostante l’attività incessante svolta con questi obiettivi, il cardinale amava ripetere che le anime sono conquistate in ginocchio. In linea con questo principio, riconosceva che la vita interiore ben condotta è una condizione indispensabile per il successo di ogni opera evangelizzatrice: si confessava ogni giorno e faceva così tanti digiuni, veglie e penitenze, che Papa San Pio V “lo ammonì che non voleva che morisse a causa di tanta austerità”.9

Modello per l’Episcopato

   Nel giro di alcuni anni era percepibile come la grazia avesse ormai trasformato la diocesi a lui affidata, come osservò il Cardinale Gabriele Paleotti, che era venuto in città su invito del Santo: “O Milano, non so che dire di te, poiché quando considero i tuoi santi lavori e la tua devozione, penso di contemplare un’altra Gerusalemme, grazie alle fatiche e al sudore del tuo buon pastore”.10

   Tra le tante sfaccettature della santità di San Carlo Borromeo che hanno suscitato la devozione dei fedeli dalla sua dipartita per il cielo il 3 novembre 1584, quella che lo definisce meglio è di essere stato un Vescovo emblematico, un modello per tutti coloro che portano la sacra mitra nella Santa Chiesa di Dio.

   Infatti, l’organizzazione di una diocesi come quella che oggi concepiamo, con la sua struttura legislativa, amministrativa e pastorale, è frutto della riforma della chiesa ambrosiana, “che si sarebbe dimostrata non solo efficace ma anche estremamente esemplare”.11 In essa i pastori di rito latino poterono rispecchiarsi per organizzare le loro diocesi secondo lo spirito post-conciliare.

   Degno successore degli Apostoli, San Carlo Borromeo fa un elogio ai Dodici che può ben essere applicato a se stesso: “Nello stesso tempo in cui, con la luce della disciplina evangelica, illuminarono la faccia della terra avvolta nell’oscurità dell’errore, essi ci hanno anche lasciato l’esempio di come ripristinare l’ordine nel mondo”.12 (Rivista Araldi del Vangelo, Novembre 2017, n. 174, p. 32-35)

1 GIUSSANO, John Peter. The

Life of Saint Charles Borromeo.

London-New York:

Burns & Oates, 1884, vol.I,

p.42-43.

2 Idem, p.44.

3 PASTOR, Ludovico. Historia

de los Papas. En la época

de la Reforma y Restauración

Católica. Barcelona: Gustavo

Gili, 1960, vol.XV, p.28.

4 PAOLO V. Bolla del 1/11/1610,

apud PONS PONS, Guillermo.

San Carlos Borromeo.

Rasgos biográficos. Valencia:

Edicep, 2007, p.14.

5 REPETTO BETES, José

Luis. San Carlos Borromeo.

Obispo y Cardenal. In:

MARTÍNEZ PUCHE, OP,

José Antonio (Dir.). Nuevo

Año Cristiano. 3.ed. Madrid:

Edibesa, 2002, vol.XI, p.72.

6 PASTOR, op. cit., p.124.

7 Idem, p.136.

8 DANIEL-ROPS, Henri. A

Igreja da Renascença e da

Reforma. II – A reforma

católica. São Paulo: Quadrante,

1999, vol.V, p.123.

9 REPETTO BETES, op. cit.,

p.76.

10 GIUSSANO, John Peter. The

Life of Saint Charles Borromeo.

London-New York:

Burns & Oates, 1884, vol.

II, p.374.

11 REPETTO BETES, op. cit.,

p.78.

12 MANNING, Henry Edward.

Preface. In: GIUSSANO,

op. cit., vol.I, p.XVIII.

San Carlo Borromeo

L’opera di San Carlo Borromeo, uno dei santi più importanti e più amati della
Chiesa, potrebbe essere riassunta in due parole: dedizione e lavoro.

Ma per fare giustizia, come lui sempre predicava, dobbiamo aggiungerne un’altra, forse la più importante: l’umiltà.

Nato nella nobiltà, Carlo Borromeo usò l’intelligenza notevole, la cultura ed i rapporti con persone dell’alta nobiltà di Roma per posizionarsi davanti, di fianco e addirittura sotto ai poveri, ai malati, e soprattutto per difendere i bambini.

San Carlo Borromeo.jpg

Nacque nel castello della famiglia a Arona, vicino a Milano il 02 ottobre 1538. Suo padre era il conte Gilbert Borromeo e sua madre Margherita de’ Medici, la stessa casa della nobiltà di grande influenza nella società e nella Chiesa. Carlo era il secondo figlio della coppia, e a dodici anni la famiglia lo consegnò a servire Dio, come era d’abitudine a quell’epoca. Aveva una forte vocazione religiosa, era penitente, pio e caritatevole verso i poveri.

Prese sul serio gli studi laureandosi in Diritto canonico a ventuno anni di età. Un anno dopo fondò un’Accademia di studi religiosi, con la piena approvazione di Roma. Nipote di Pio IV, a ventiquattro anni era già sacerdote e vescovo di Milano. Nella sua breve carriera, si lasciò guidare solo dalla fede, agendo sia nella burocrazia interna della chiesa, sia nell’evangelizzazione, senza distinzione di una o di altra.

Forse è stato il primo segretario di Stato nel senso moderno del termine. Laureato presso l’Università di Pavia, guidò una riforma radicale nell’organizzazione amministrativa della Chiesa, che a quel tempo era radicata nel nepotismo, nell’abuso di influenze e dimostrando anche gravi sintomi di corruzione e degrado morale.

Per questo, ottenne il sostegno delle istituzioni, delle scuole, dei gesuiti, dei cappuccini e di molti altri. È stato uno dei principali fondatori che la Chiesa possedé. Creò seminari e istituti di pubblica utilità per fornire cure e riparo ai poveri e ai malati, e ciò gli conferì il titolo di “padre dei poveri”.

Orientò molti ordini e alcuni che emersero dopo la sua morte lo scelsero come patrono, in continuità alla grande opera di sostegno ai più poveri, che ci aveva lasciato. Tuttavia, tutto era molto difficile, perché incontrò molta resistenza dagli ordini conservatori. Infatti, è stato anche vittima di un vile attentato mentre pregava nella cappella. Ma rimase illeso e umilmente perdonò il suo aggressore.

Il 1576 arrivò e con esso la peste. Milano fu duramente colpita e oltre un centinaio di sacerdoti pagarono con la vita le lacrime asciugate da casa a casa. Uno dei più attivi fu Carlo Borromeo, che visitava i contaminati, li forniva il sacramento e la consolazione senza limiti e senza precauzioni, in un lavoro instancabile che consumò la sua energia. Arrivò addirittura a flagellarsi in processioni pubbliche, chiedendo il perdono di Dio a favore del suo popolo.

Finché un giorno fu finalmente colpito dalla febbre, che minò il suo corpo lentamente. Morì alcuni anni dopo, dicendo di essere felice per aver seguito gli insegnamenti di Cristo e di essere stato in grado di soddisfarLo con un cuore puro.

Aveva solo 26 anni di età, quando questo accadde il 4 novembre 1584, nella sua sede episcopale in Italia. Papa Paolo V lo canonizzò nel 1610 e denominò una festa per onorare la memoria di San Carlo Borromeo, al giorno della sua morte.

Benedetto XVI si riferisce al santo (Angelus – 4 novembre 2007) e ha detto: “La sua figura si evidenzia nel XVI secolo come modello di pastore per la carità, la dottrina, lo zelo apostolico e soprattutto con la preghiera.

Si dedicò interamente alla Chiesa ambrosiana: la visitò in lungo e in largo per tre volte; indisse sei sinodi provinciali e undici diocesani; fondò seminari per formare una nuova generazione di sacerdoti; costruì ospedali e destinò le ricchezze di famiglia al servizio dei poveri; difese i diritti della Chiesa contro i potenti; rinnovò la vita religiosa e istituì una nuova Congregazione di preti secolari, gli Oblati. Il suo motto consisteva in una parola sola: “Humilitas”. L’umiltà lo spinse, come il Signore Gesù, a rinunciare a se stesso per farsi servo di tutti”.

XXXI Domenica del Tempo ordinario – (Anno – C)

Gesù e Zaccheo

Vangelo

In quel tempo, 1 Gesù era entrato a Gerico, e stava attraversando la città. 2 Ed ecco un uomo di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, 3 cercava di vedere quale fosse Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, poiché era piccolo di statura. 4 Allora corse avanti e, per poterlo vedere, salì su un sicomoro, poiché doveva passare di là. 5 Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: “Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua”. 6 In fretta scese e lo accolse pieno di gioia. 7 Vedendo ciò, tutti mormoravano: “È andato ad alloggiare da un peccatore!” 8 Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: “Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto”. 9 Gesù gli rispose: “Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch’egli è figlio di Abramo; 10 il Figlio dell’Uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto” (Lc 19, 1-10).

Meravigliarsi, ecco la soluzione degli innumerevoli nostri problemi

L’egoismo ci porta l’amarezza e l’infelicità. Come Zaccheo, saliamo con coraggio e senza vergogna “ l’albero della meraviglia” verso tutto ciò che è vero, buono e bello, e avremo la gioia di ricevere Gesù nella nostra anima.

I – L’uomo ha bisogno di meravigliarsi

La fine del XIX secolo seguì con stupore l’enorme sforzo di una ragazza che avrebbe segnato la Storia americana. Colpita da una grave malattia a 18 mesi di età, Hellen Keller Adams (1880-1968) perse completamente la vista e l’udito. Rimase, così, ridotta ad un triste isolamento, senza possibilità di conoscere il mondo esterno, se non grazie al tatto, olfatto e gusto.

Quella notte tragica e silenziosa della sua mente avrebbe potuto essere perpetuata per tutta la vita, se non fosse stato per il provvidenziale incontro con una geniale educatrice, Anne Mansfield Sullivan, che riuscì ad insegnarle il linguaggio delle mani, l’alfabeto Braille ed infine, a parlare fluentemente.

Dopo indescrivibili difficoltà, Hellen riuscì a dominare il francese e il tedesco, con una buona pronuncia. Frequentò l’università, viaggiò per il mondo tenendo conferenze e scrisse libri. Per anni sviluppò un lavoro quasi incredibile, spinta dall’ansia di relazionarsi con gli altri, moto naturale di ogni essere umano, dotato dell’istinto di socievolezza.

Ora, come le piante per eliotropismo crescono in cerca di luce, anche le anime hanno bisogno di aprirsi alla contemplazione delle creature per salire, partendo da loro, fino al Creatore. Non è stato diverso per Hellen Keller, che crivellava la sua maestra con domande come: Che cosa rende il sole caldo? Dove ero io prima di venire da mia madre? Gli uccelli e i pulcini escono dall’uovo, da dove proviene l’uovo? Chi ha fatto Dio? Dov’è Dio? Lei ha visto Dio?1

Helen Keller e Anne Sullivan nel 1897

Queste sono questioni che rivelano come l’anima aspiri ineluttabilmente a raggiungere la Causa Prima di tutto, a partire da cause seconde. Infatti vi è in noi un’innata tendenza a Dio – per analogia, potremmo chiamare teotropismo – che ci porta a fare correlazioni, trascendendo dalla scala naturale a quella soprannaturale. Pertanto, San Tommaso insegna: “rimane nell’uomo, nel conoscere l’effetto, il desiderio di sapere che questo effetto ha una causa e di sapere quale sia la causa. Questo desiderio è di meraviglia e causa l’indagine”.2

Ora, come quanto esiste nell’universo riflette in qualche misura il Creatore, il movimento ordinato dell’anima è lasciarsi attrarre dai riflessi di verità, bellezza e bene, presenti nelle creature.

Quindi, tutti noi dobbiamo cercare di rendere la nostra anima molto propensa alla meraviglia, in modo che, imbattendoci in qualcosa di elevato, santo, nobile o semplicemente retto, ci incantiamo e risaliamo alla Causa suprema. E, con ogni evidenza, questa ammirazione capita, soprattutto, in relazione all’Uomo-Dio, a sua Madre Santissima e alla Santa Chiesa.

II – Un pubblicano di nome Zaccheo

In quel tempo, 1 Gesù era entrato a Gerico, e stava attraversando la città.

Nostro Signore si dirige a Gerusalemme per subire la Passione. Ancora prima di arrivare a Gerico, lo aveva annunciato ai suoi discepoli per la terza volta, ma essi “non compresero nulla di tutto questo; quel parlare restava oscuro per loro e non capivano ciò che Egli aveva detto” (Lc 18, 34).

Al contrario, i seguaci di Gesù, tra i quali gli stessi Apostoli, pensavano che Lui fosse in cammino verso la Città Santa per fare un grande miracolo, con il quale Israele sarebbe stato liberata dal giogo romano.

È in questo clima di aspettativa e ottimismo che il Divino Maestro sarà ricevuto a Gerico.

Odio dei Giudei per i pubblicani

2 Ed ecco un uomo di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco…

Intelligenti, sagaci e dotati di un forte senso organizzativo, i romani, istituirono come esattori di imposte, in Israele, funzionari ebrei. Per il fatto che conoscevano meglio i loro conterranei, essi erano in grado di garantire un gettito maggiore per le casse di Cesare, nonostante un dirottamento quasi inevitabile delle risorse, poiché chi si prestava a svolgere questa funzione, in tali circostanze, di solito non eccelleva per la rettitudine d’animo.

Naturalmente, gli ebrei che accettavano tale incarico erano considerati traditori e “cofautori della dominazione romana”,3 per questo erano odiati da tutta la società ebraica. Il nome stesso della funzione – pubblicano – suscitava repulsione.

Proprio il capo degli esattori della regione, Zaccheo, un uomo molto ricco, sarà il protagonista di questa scena evangelica. Comandare la gilda più detestata dai suoi patrizi equivaleva ad essere considerato un ladro tra i ladri, ossia leader di coloro che facevano fortuna a scapito dello sfruttamento del popolo. Pertanto, possiamo ben supporre quanto egli fosse oggetto di disprezzo.

Semente di salvezza

3a …cercava di vedere quale fosse Gesù…

Ciò nonostante, quel pubblicano mostrerà in questo passo del Vangelo un fondo d’animo molto buono.

Mosso certamente dalla grazia, Zaccheo si mostra desideroso di vedere il Divino Maestro, persino, se possibile, di rivolgerGli la parola. Si sente, senza dubbio, con la coscienza sporca, ma allo stesso tempo fiorisce nel suo intimo una crescente ammirazione per Gesù. Come ben annota San Cirillo, “germinava in lui un seme di salvezza”.4

“Da dove viene in un uomo della sua professione un così vivo desiderio?”, si chiede padre Duquesne. “Ah! Il suo cuore doveva essere scosso da innumerevoli moti che, senza dubbio, egli stesso non riusciva a distinguere bene. Questo desiderio, che proveniva dall’alto, non era senza un principio di fede, e non poteva non essere accompagnato da stima, rispetto e amore per il Salvatore”.5

L’ammirazione porta a vincere la vergogna

3b …ma non gli riusciva a causa della folla, poiché era piccolo di statura. 4 Allora corse avanti e, per poterlo vedere, salì su un sicomoro, poiché doveva passare di là.

Gli abitanti di Gerico mostrano oggi al pellegrino il sicomoro dove Zaccheo sarebbe salito in attesa di Gesù

Il Maestro era entrato a Gerico seguito da una folla entusiasmata dallo stupendo miracolo della guarigione del cieco che chiedeva l’elemosina al margine della strada (cfr. Lc 18, 35).6 Secondo padre Duquesne, le strade dove Gesù sarebbe dovuto passare, a stento potevano contenere l’assembramento di coloro che aspettavano il suo passaggio.7 Zaccheo cerca invano di farsi breccia in quella folla per soddisfare il suo desiderio di vedere il Signore.

Non è frequente che gli Evangelisti descrivano le caratteristiche fisiche di qualcuno. Così, ad esempio, non sappiamo con sicurezza l’altezza di Pietro, né se Giovanni avesse la barba. Senza dubbio, San Luca – che include nel suo racconto osservazioni fatte da un punto di vista medico – ci informa che questo pubblicano era uno “molto basso”, elemento fondamentale per capire bene gli avvenimenti seguenti.

I piccoli di statura sono, spesso, molto agili e furbi. Inoltre, Zaccheo, a giudicare dalla narrazione del Vangelo, sembra essere ancora relativamente giovane. Alla ricerca di un posto di osservazione favorevole, corre avanti e si arrampica su un sicomoro, indicando con questo atteggiamento che il suo grande sforzo per vedere Gesù, non è il risultato di una semplice curiosità.

Zaccheo non era un uomo rozzo: aveva numerosi dipendenti al suo servizio ed era abituato a fare calcoli. Una persona della sua proiezione sociale necessitava di una ragione molto forte per salire su un albero “come un contadino qualsiasi”,8 osserva correttamente Willam. E, più ancora, per esporsi alla vista di un pubblico la cui ostilità gli era manifesta.

Il Vangelo non entra nel dettaglio su quanto tempo sia rimasto in attesa sull’albero. Si può, tuttavia, congetturare che fu considerevole, dal momento che Nostro Signore camminava lentamente, circondato dalla folla, fermandoSi di tanto in tanto a dare ascolto ad un malato, a dare un consiglio, a rispondere a qualche domanda.

Durante questo periodo, l’atteggiamento di Zaccheo è stato una vera e propria dimostrazione di pertinacia, fiducia e lotta contro la considerazione umana. Infatti, quanti insulti e scherzi ha dovuto sopportare dall’alto dell’albero il capo dei pubblicani! Se lo ha fatto è stato perché, come commenta padre Duquesne, “in fondo al suo cuore, una speranza sosteneva il suo coraggio, senza che egli avesse un’idea chiara a questo riguardo. Senza dubbio, voleva essere notato dal Salvatore, e desiderava che Egli conoscesse tutte le disposizioni della sua anima”.9

L’avidità del profitto e l’attaccamento al denaro tendono a diminuire e ottundere la capacità di ammirazione nelle persone. Ora, a quanto pare, Zaccheo non si era lasciato dominare completamente dall’ambizione, perché, pur essendo un esattore delle tasse e molto ricco, dava prova di possedere un notevole spirito di distacco e di ammirazione. Quest’ardita azione di arrampicarsi sul sicomoro, egli la decise, senza dubbio mosso da una grazia di trasporto per Nostro Signore.

Un’interpretazione interessante sull’aspetto simbolico del gesto di Zaccheo, ci viene data da padre Maldonado quando commenta che “la turba di questo mondo ci impedisce di riconoscere il Signore, dobbiamo lasciarla e calpestarla coi piedi, per elevarci ad una virtù superiore e vedere dall’alto Cristo”.10

L’episodio offre ancora un altro bel significato, una lezione per tutti: quando ci sentiamo piccoli, dobbiamo cercare Gesù, specialmente nel Santissimo Sacramento, esposto nell’ostensorio. Questo desiderio di stare con Lui basterà a indurLo a impietosirSi di noi e darci ciò di cui le nostre anime hanno più bisogno.

Nostro Signore fissa il suo sguardo sul pubblicano

5a Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: “Zaccheo, scendi subito…”

Fermiamoci per un istante a immaginare la scena. Come aveva fatto per guarire il cieco alle porte della città, Gesù si ferma davanti all’albero dove si trova Zaccheo e gli rivolge uno sguardo pervaso di bontà. Il popolo si raccoglie intorno, curioso di vedere quello che sarebbe successo, forse nella speranza che il Maestro assumesse un atteggiamento di censura contro l’esattore di tasse. Tuttavia, invece di rimproverarlo, Gesù lo chiama affettuosamente per nome e lo invita a scendere.

In base al suo sapere umano, Nostro Signore non conosceva ancora questo pubblicano. Qui rivela di non ignorare chi fosse, né le virtù che cominciavano a fiorire nella sua anima. Molto opportunamente, San Cirillo dice al riguardo: “Cristo aveva già contemplato la scena con i suoi occhi di Dio, e nel sollevare lo sguardo, fissò questa persona con gli occhi della carne. E siccome il suo obiettivo è che tutti gli uomini si salvino, ha esteso a quest’uomo la sua bontà”.11

“Quale non sarà stata la sorpresa del pubblicano sentendo pronunciare il proprio nome! Quanto grande la sua gioia!” – osserva padre Truyols.12 E Gesù gli infuse ancor più coraggio e fiducia dicendogli “scendi subito”, poiché, secondo il preciso giudizio di padre Tuya, “vi è in queste parole un vivo desiderio spirituale di conquistarlo”.13

È curioso notare che Zaccheo non dice nulla a Gesù. A giudicare dalla narrazione evangelica, si limita a guardarLo con rapimento e venerazione, mentre ascolta, giubilante, le sue parole.

“Oggi devo fermarmi nella tua anima”

5b “… perché oggi devo fermarmi a casa tua”.

Come se non bastasse, il Maestro Divino prende l’iniziativa di invitarSi lui stesso a casa di Zaccheo, contrariando i costumi, ma osserva Sant’Ambrogio, Gesù “sa che chi Lo accoglie come un ospite riceverà una ricca ricompensa, e succede che, pur non avendo ancora udito il suo invito, aveva già letto nel suo cuore”.14 Contro tutte le maldicenze che avrebbe potuto suscitare la sua presenza in casa di un pubblicano, Nostro Signore annuncia la sua visita “in un modo al tempo stesso regale e famigliare”.15

L’episodio conferma che nulla attira di più le grazie di Dio che uno spirito preso da ammirazione. Di sicuro, afferma Maldonado, “Cristo ha chiamato Zaccheo perché notava la disposizione del suo animo e la diligenza da lui dimostrata per riuscire a vederlo andare via”.16 Commenta Sant’Agostino: “Chi considerava una grande e indicibile gioia il fatto di vederLo passare, ha meritato immediatamente di averLo in casa. La grazia si infonde, la fede opera attraverso l’amore, si riceve in casa Cristo, che già abitava nel cuore”.17

Merita soffermarci sulle parole “nella tua casa”. Senza dubbio, Nostro Signore Si riferiva alla residenza di Zaccheo, la quale aveva bisogno di esser messa in ordine per accoglierLo. Per il capo degli esattori delle imposte, questo non era difficile perché, per la sua posizione sociale, doveva ricevere con frequenza visite importanti. Sicuramente non dovevano mancargli servi o mezzi per questo.

Ma, dal punto di vista soprannaturale, è come se Gesù comunicasse con Zaccheo da sguardo a sguardo, da cuore a cuore, dicendogli: “Oggi io mi fermerò nella tua anima”. Pertanto, la “casa” qui significa anche l’anima che deve essere pronta ad accogliere il Signore.

L’ammirazione porta gioia

6 In fretta scese e lo accolse pieno di gioia.

Di fronte alla misericordiosa iniziativa del Redentore, Zaccheo si mostra disposto ad obbedire in tutto. Colto da entusiasmo, “fece ciò che Cristo gli aveva ordinato, e nel modo in cui questo gli era stato comandato. Aveva appena finito di dirgli di scendere in fretta, e in fretta scese. Questo è corrispondere alla grazia: seguire prontamente Colui che chiama, senza indugio né scuse”.18

Inoltre, quell’uomo riceve Gesù “con gioia”, perché sentendosi pienamente interpretato e compreso da chi gli è superiore, la sua anima si riempie di giubilo e si apre alla fede.

Così vediamo come il meravigliarsi sia un eccellente antidoto per la cattiva tristezza che porta allo scoraggiamento. Quando, a somiglianza di Zaccheo, ci sentiamo attratti da Gesù e cerchiamo occasioni per incontrarLo – sia nel Sacramento dell’Eucaristia, sia attraverso gli esseri creati – Egli ci ricompensa venendo a casa nostra, cioè, entrando in comunione con noi e riempiendoci di grazie molte volte sensibili.

Sorpresa e incomprensione dell’opinione pubblica

7 Vedendo ciò, tutti mormoravano: “È andato ad alloggiare da un peccatore!”

Pieni di odio nei confronti di quel pubblicano, i presenti “non riuscivano a vincere i loro pregiudizi, anche se poco prima avevano dato gloria a Dio per la guarigione del cieco, operata da Gesù”,19 e cominciano a mormorare contro di Lui.

È importante notare che San Luca afferma che sono “tutti” e non solo alcuni, quelli che recriminano su Gesù perché va a stare in casa di un “peccatore”. Questa parola, sottolinea padre Tuya, “aveva per loro il senso di un uomo immerso in ogni sorta di impurità ‘legale’, che in questo caso potrebbe anche essere morale, a causa delle sue estorsioni nell’esercizio delle sue funzioni”.20 Entrare nella casa di un esattore delle tasse significava, per gli ebrei di allora, contaminarsi e attirare la maledizione di Dio su di sé.

Questo rifiuto verso l’atteggiamento di Gesù era privo, però, di qualsiasi fondamento. Non aveva già insegnato il Divino Maestro, in una disputa con i farisei, che non era venuto “a chiamare alla conversione i giusti, ma i peccatori” (Lc 5, 32)? Conclude bene Sant’Agostino: voler impedire a Gesù di visitare la casa del pubblicano equivaleva “a censurare il medico per il fatto di entrare in casa dell’ammalato”.21

Gesù, come osserva padre Truyols, non fa caso a questi mormorii: “Egli è il Buon Pastore, venuto al mondo in cerca della pecorella smarrita. Per trovarla e riportarla all’ovile ha accettato l’invito del pubblicano Levi, si è lasciato toccare dalla peccatrice e non ignora che l’apparente delicatezza di coscienza di coloro che disapprovano la sua condotta non è altro che un travestimento di raffinato orgoglio e di crudele egoismo”.22

Sottomissione e generosità di Zaccheo

8a Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: “Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri…”

Questo versetto mostra quanto il pubblicano avesse preparato la “casa” della sua anima per ricevere bene il Messia. Giunto in quella residenza, Gesù deve essersi sdraiato alla maniera orientale su un divano, imitato dallo stesso padrone di casa. Invece Zaccheo rimane in piedi, come segno di sottomissione, venerazione e riconoscimento della superiorità del suo Ospite, nel quale forse intravvedeva tracce di divinità.

A questo punto, egli già vuole cambiare la sua vita, convertirsi, abbandonando i suoi errori e peccati. In effetti, sarebbero state inutili tutte le grazie, se non avessero portato a questo risultato. “Gesù, il dolce e misericordioso Salvatore dei peccatori, è inesorabile nella lotta contro il peccato. Esige da coloro che vogliono seguirLo, e da coloro ai quali elargisce favori o perdona crimini, il proposito di rompere definitivamente con ogni peccato”.23

Il fatto che Zaccheo sia disposto a dare ai poveri la metà dei suoi beni dimostra la sua sincerità e buona fede. Tuttavia, Fillion va oltre e prende questo gesto “come un ricordo dell’onore che gli aveva fatto Gesù, e come una manifestazione che, con fede incrollabile, Lo considerava il Messia promesso”.24

8b “…e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto”.

Tuttavia, la conversione di un pubblicano non sarebbe stata completa senza il desiderio di riparare al malfatto. Infatti il peccato di furto esige, oltre al chiedere a Dio perdono, la restituzione dei beni indebitamente acquisiti.

Tutto preso dalla contemplazione della Giustizia in sostanza, che si trova davanti a lui, Zaccheo esprime la volontà di conformarsi a questo obbligo con generosità: “Se ho defraudato qualcuno, io restituirò quattro volte tanto”. Il suo generoso atteggiamento rivela un vero dolore per il peccato e una rettitudine d’animo frutto della conversione ottenuta con la grazia.

Questo passo del Vangelo ci offre un prezioso principio per l’apostolato: le autentiche conversioni si conquistano sempre risvegliando nelle anime l’ammirazione per il Signore Gesù.

Nonostante la mancanza di meriti, è giustificato da Nostro Signore

9 Gesù gli rispose: “Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch’egli è figlio di Abramo; 10 il Figlio dell’Uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto”.

Nostro Signore usa qui la parola casa anche in un senso più profondo, riferendosi, come abbiamo visto, all’anima dell’anfitrione. Infatti “è stato in questo momento che la fede di Zaccheo, la sua obbedienza, il suo disinteresse e la sua carità hanno fatto di lui un vero figlio di Abramo”.25 Così, affermando “oggi la salvezza è entrata in questa casa”, Gesù dichiara solennemente che quest’uomo è perdonato.

Prima di incontrarsi col Divino Maestro, Zaccheo era un peccatore che correva dietro al lucro, a volte illecito, ma la grazia ha introdotto nella sua anima il desiderio di vedere colui che “è venuto a cercare e salvare colui che era perduto”, e il pubblicano ha corrisposto.

Cercare il Signore, salire sull’albero, scendere subito quando si è chiamati, ricevere con gioia e rispondere con generosità: erano sintomi dell’accettazione delle grazie ricevute. Per consumare la conversione, mancava soltanto che Zaccheo riconoscesse i suoi peccati, chiedesse perdono e si manifestasse disposto a riparare il male fatto. E’ questo che lui ha fatto alla presenza di Gesù.

III – L’ammirazione trasforma

In un certo senso, siamo tutti Zaccheo. Stando in questa vita in stato di prova, in qualsiasi momento il Signore Gesù può passare davanti a noi e chiamarci, servendosi di una lettura, una conversazione, una predica o forse per mezzo di un moto interiore della grazia.

Come risponderemo noi se, come al pubblicano, Egli ci dice: “scendi subito, perché oggi io resterò a casa tua?”. Sapremo imitare la generosità di Zaccheo, e in previsione del monito del Signore, risponderGli con spontanea prontezza ‘d’ora in poi, voglio fermamente non peccare più?’”.26

Tutto dipenderà dall’ammirazione che avremo.

Il cammino della conversione del pubblicano, narrato in questo brano del Vangelo, è iniziato con un semplice sentimento di curiosità verso quell’Uomo di cui egli aveva sentito tanto parlare ma, con l’azione della grazia, ben presto si è trasformato in un desiderio di conoscerLo, parlarGli e stare con Lui, dando inizio al processo che lo avrebbe reso un vero “figlio di Abramo”.

Come Zaccheo, dobbiamo reagire così anche noi, fuggendo dalle moltitudini e salendo sull’ “albero dell’ammirazione” per contemplare meglio il Divino Maestro, perché chi è preso da vero trasporto, ascolta la parola del Signore, osserva i suoi precetti e affronta tutte le difficoltà per seguirLo, sino alla fine.

Sarebbe difficile valutare fino a che punto siano profonde le conseguenze di questo rivolgersi estatico verso ciò che è superiore, se non fosse San Tommaso d’Aquino ad insegnarci: “La prima cosa che allora [attingendo l’uso della ragione] capita all’uomo di pensare è deliberare su se stesso. E se si ordina per il fine dovuto, otterrà dalla grazia la remissione del peccato originale”.27 Ossia, si versano su di lui gli stessi effetti del Battesimo sacramentale!28

Questa audace affermazione del Dottor Angelico è analizzata in modo approfondito da Garrigou-Lagrange, secondo il quale, se un bambino non battezzato ed educato tra gli infedeli, giunto al pieno uso della ragione ama efficacemente “il bene onesto in se stesso e più di se stesso “, sarà giustificato. “Perché? Perché in questo modo ama efficacemente Dio, autore della natura e bene sovrano, confusamente conosciuto; amore efficace che nello stato di caduta non è possibile se non con la grazia, che eleva e guarisce”.29

Maria, Madre di Dio – Monastero del Monte della Tentazione, Gerico (Israele)

Infatti, nell’ammirazione per il bene l’uomo diventa simile all’oggetto della sua meraviglia. Al contrario, chiudendosi in se stesso, giudicando di trovare in ciò la felicità, riempie l’anima di amarezza, tristezza e frustrazione, perché la devia dal suo obiettivo supremo che è Dio. “Ci hai fatto Signore, per te, e il nostro cuore è inquieto finché non riposerà in te”,30 insegna il grande Sant’Agostino.

Attraverso il rapimento per i riflessi del Creatore, sull’esempio di Maria, Madre di tutte le meraviglie, meglio ci identificheremo con Gesù, modello perfettissimo di tutti gli uomini. Entrerà così la salvezza nella nostra casa, attraverso la porta dell’ammirazione!

1) Cfr. KELLER, Helen Adams. A história de minha vida. 
Rio de Janeiro: José Olympio,1940, p.248-249.

2) SAN TOMMASO D’AQUINO. Somma Teologica. I-II, q.3, a.8. 
Vedere anche q.32,a.8: “L’ammirazione è un certo desiderio 
di sapere, che sorge nell’uomo perché vede l’effetto e ignora 
la causa; o perché la causa di un certo effetto eccede la 
conoscenza o la potenza di conoscere”.

3) TUYA, OP, Manuel de. Biblia Comentada. Evangelios. 
Madrid: BAC, 1964, v.V,p.889.

4) SAN CIRILLO DI ALESSANDRIA. Comentario al Evangelio de Lucas,
19, 2,apud ODEN, Thomas C.; JUST, Arthur A. Evangelio según 
San Lucas. Madrid:Ciudad Nueva, 2000, v.III, p.392.

5) DUQUESNE. L’Évangile médité. Lyon-Paris: Perisse Frères, 
1849, p.309.

6) Rispettiamo qui l’ordine cronologico dell’esposizione di 
San Luca, senza entrare nella discussione esegetica se la 
guarigione del cieco è avvenuta realmente all’entrata
o all’uscita della città.

7) Cfr. DUQUESNE, op. cit., p.309.

8) WILLAM, Franz Michel. A vida de Jesus no país e no povo 
de Israel. Petrópolis:Vozes, 1939, p.338.

9) DUQUESNE, op. cit., p.311.

10) MALDONADO, SJ, Juan de. Comentarios a los Cuatro Evangelios.
 Evangelios de San Marcos y San Lucas. Madrid: BAC, 1951, v.II,
p.752.

11) SAN CIRILLO DI ALESSANDRIA, op. cit., p.392.

12) FERNÁNDEZ TRUYOLS, SJ, Andrés. Vida de Nuestro Señor 
Jesucristo. 2.ed. Madrid: BAC, 1954, p.490.

13) TUYA, op. cit., p.889.

14) SANT’AMBROGIO. Tratado sobre el Evangelio de San Lucas. 
L.VIII, n.82. In: Obras. Madrid: BAC, 1966, v.I, p.524-525.

15) FILLION, Louis-Claude. Vida de Nuestro Señor Jesucristo. 
Vida pública. Madrid:Rialp, 2000, v.II, p.457.

16) MALDONADO, op. cit., p.753.

17) SANT’AGOSTINO. Sermo CLXXIV, c.IV, n.5: ML 38, 942.

18) MALDONADO, op. cit., p.753.

19) GOMÁ Y TOMÁS, Isidro. El Evangelio explicado. Año tercero 
de la vida pública de Jesús. Barcelona: Casulleras, 1930,
v.III, p.398.

20) TUYA, op. cit., p.889.

21) SANT’AGOSTINO. Sermo CLXXIV, c.V, n.6: ML 38, 943.

22) FERNÁNDEZ TRUYOLS, op. cit., p.490.

23) KOCH, SJ, Anton; SANCHO, Antonio. Docete. Formación 
básica del predicador y del conferenciante. La gracia.
Barcelona: Herder, 1953, t.IV, p.303.

24) FILLION, op. cit., p.457.

25) DUQUESNE, op. cit., p.314.

26) KOCH; SANCHO, op. cit., p.304.

27) SAN TOMMASO D’AQUINO, op. cit., I-II, q.89, a.6.

28) Cfr. Idem, III, q.66, a.11, ad 2; q.68, a.2.

29) GARRIGOU-LAGRANGE, OP, Réginald. El Sentido Común, 
la Filosofía del ser y las fórmulas dogmáticas. Buenos Aires:
Desclée de Brouwer, 1944, p.338-339.

30) SANT’AGOSTINO. Confessionum. L.I, c.1, n.1. In: Obras.
Madrid: BAC, 1955, v.II, p.82.

Estratto dalla collezione“L’inedito sui Vangeli”diMons. João Scognamiglio Clá Dias, EP.

Fra Daniele e il Purgatorio

Sono un semplice fratello laico cappuccino. Ho svolto la mia vita facendo il lavoro che mi competeva: portinaio, sacrista, questuante, cuciniere. Spesso mi recavo, bisaccia in spalla, a chiedere l’elemosina di porta in porta. Ogni mattino facevo la spesa per il convento.

Mi conoscevano tutti e mi volevano bene. Ogni volta che compravo qualcosa mi facevano degli sconti. Quelle poche lire, anziché consegnarle al superiore, le conservavo per la corrispondenza, per le mie piccole necessità ed anche per aiutare dei militari che bussavano alla porta del convento.

Si era nell’immediato dopo guerra. Io ero a San Giovanni Rotondo, mio paese nativo, nel medesimo convento di Padre Pio. Da un po’ di tempo avvertivo dei dolori all’apparato digerente. Mi sottoposi a visita medica ed il medico diagnosticò un male incurabile: tumore.

Con la morte nel cuore andai a raccontare tutto a Padre Pio, il quale, dopo avermi ascoltato, bruscamente mi disse: «Operati!». Rimasi confuso e reagii. Dissi: Padre, non ne vale la pena! Il medico non mi ha dato nessuna speranza. Ormai so di dover morire. «Non importa ciò che ti ha detto il medico: operati, ma a Roma nella tale clinica e dal tale professore». Il Padre mi disse queste cose con tale forza e con tanta sicurezza che io risposi: «Si, Padre, lo farò». Allora lui mi guardò con dolcezza e, commosso, aggiunse: «Non temere, io sarò sempre con te».

La mattina dopo ero già in viaggio per Roma. Mentre ero seduto sul treno, avvertii a fianco a me una presenza misteriosa: era Padre Pio che manteneva la promessa di starmi vicino. Quando arrivai a Roma, seppi che la clinica era «Regina Elena»; il professore si chiamava Riccardo Moretti. Verso sera feci il mio ingresso in clinica. Sembrava che tutti mi aspettassero, come se qualcuno avesse annunciato il mio arrivo. Mi accolsero immediatamente.

Subito dopo il consulto medico, il direttore sanitario venne a chiedermi il consenso per l’intervento previsto per il giorno dopo. Io apposi la firma richiesta. Alle ore 7.00 del mattino ero già in sala operatoria. Mi prepararono per l’intervento. Nonostante l’anestesia, rimasi sveglio e cosciente: mi raccomandai al Signore con le stesse parole che Lui rivolse al Padre prima di morire: «Padre, nelle tue mani raccomando il mio spirito».

I medici cominciarono l’intervento ed io sentivo tutto ciò che dicevano; soffrivo dolori atroci, ma non mi lamentai, anzi ero contento di sopportare tanto dolore che offrivo a Gesù e mi accorgevo come tutte quelle sofferenze rendevano la mia anima sempre più pura dai miei peccati. Ad un certo punto mi addor­mentai. Quando ripresi coscienza mi dissero che ero stato tre giorni in coma prima di morire. Mi presentai dinanzi al trono di Dio. Vedevo Dio, ma non come giudice severo, bensì come Padre affet­tuoso e pieno di amore. Allora capii che il Signore aveva fatto tutto per amor mio, che si era preso cura di me dal primo all’ultimo istante della mia vita, amandomi come se io fossi l’unica creatura esistente su questa terra. Mi resi anche conto però che, non solo non avevo ricambiato questo immenso amor divino, ma l’avevo del tutto trascurato.

Fui condannato a due/tre ore di purgatorio. «Ma come?- mi chiesi –  solo due/tre ore? E poi potrò rima­nere per sempre vicino a Dio eterno Amore?». Feci un salto di gioia e mi sentii come un figlio prediletto. La visione scomparve ed io mi ritrovai in purgatorio. Le due/tre ore di purgatorio mi erano state date so­prattutto per aver mancato al voto di povertà, per aver conservato per me quelle poche lire, come ho detto prima. Erano dolori terribili che non si sapeva da dove venissero, però si provavano intensamente. I sensi che più avevano offeso Dio in questo mondo: gli occhi, la lingua… provavano maggior dolore ed era una cosa da non credere perché laggiù nel purgatorio, uno si sente come se avesse il corpo e conosce/riconosce gli altri come avviene nel mondo. Intanto, non erano passati che pochi momenti di quelle pene e già mi sembrava che fosse un’eternità. Quello che più fa soffrire nel purgatorio non è tanto il fuoco, pur tanto intenso, ma quel sentirsi lontani da Dio, e quel che più addolora è di aver avuto tutti i mezzi a disposizione per la salvezza e di non averne saputo approfittare. Pensai allora di andare da un confratello del mio convento per chiedergli di pregare per me che ero nel purgatorio. Quel confratello rimase meravigliato perché sentiva la mia voce, ma non vedeva la mia persona, e chiese: «Dove sei? perché non ti vedo?». Io insistevo e, vedendo che non avevo altro mezzo per raggiungerlo, cercai di toccarlo; ma le mie braccia si incrociavano senza toccarsi. Solo allora mi resi conto di essere senza corpo. Mi accontentai di insistere perché pregasse molto per me e me ne andai.

«Ma come? – dicevo a me stesso – non dovevano essere solo due/tre ore di purgatorio?… e sono tra­scorsi già trecento anni?». Almeno così mi sembrava.

Ad un tratto mi apparve la Beata Vergine Maria e la scongiurai, la implorai dicendole: «O Santissima Vergine Maria, madre di Dio, ottienimi dal Signore la grazia di tornare sulla terra per vivere ed agire solo per amore di Dio!».

Mi accorsi anche della presenza di Padre Pio e supplicai anche lui: «Per i tuoi atroci dolori, per le tue benedette piaghe, Padre Pio mio, prega tu per me Id­dio che mi liberi da queste fiamme e mi conceda di continuare il purgatorio sulla terra». Poi non vidi più nulla, ma mi resi conto che il Padre parlava alla Ma­donna. Dopo pochi istanti mi apparve di nuovo la Beata Vergine Maria: era la Madonna delle Grazie, ma senza Gesù Bambino. Ella chinò il capo e mi sorrise. In quel preciso momento ripresi possesso del mio cor­po, aprii gli occhi e stesi le braccia. Poi, con un movi­mento brusco, mi liberai del lenzuolo che mi copriva. Ero stato accontentato, avevo ricevuto la grazia! La Madonna mi aveva esaudito. Subito dopo, quelli che mi vegliavano e pregavano, spaventatissimi, si precipitarono fuori dalla sala per andare in cerca di infermieri e di dottori. In pochi minuti la clinica era in subbuglio. Credevano tutti che io fossi un fanta­sma e decisero di chiudere bene la porta e sparire per un certo timore degli spiriti.

Al mattino seguente, mi alzai molto presto e mi sedetti su di una poltrona. Malgrado la porta fosse accuratamente custodita, alcuni riuscirono ad entra­re e mi chiesero spiegazione dell’accaduto. Per tran­quillizzarli, dissi che stava arrivando il medico di guardia, il quale avrebbe raccontato l’accaduto.

Di solito i medici non arrivavano prima delle ore dieci. Quella mattina erano ancora le ore sette e io dissi ai presenti: «Guardate: il medico sta arrivando, ora sta parcheggiando la macchina nel tal posto». Ma nessuno volle credermi. Ed io: «Ora sta attraversando la strada, porta la giacca sul braccio e si passa la mano sulla testa come fosse preoccupato, non so cosa avrà!». Ma nessuno dava credito alle mie parole. Allora dissi: affinchè crediate che io non vi mento, vi confermo che ora il medico sta salendo in ascensore e sta per bussare alla porta. Avevo appena finito di parlare, che la porta si aprì ed il medico entrò con grande meraviglia di tutti i presenti. Con le lacrime agli occhi il dottore disse: «Sì, adesso credo: credo in Dio, credo nella Chiesa, credo in Padre Pio…».

Quel dottore, che prima non credeva o la cui fede era ad acqua di rose, confessò che quella notte non era riuscito a chiudere occhio pensando alla mia morte da lui accertata senza darsi spiegazione. Disse che malgrado il certificato di morte da lui stilato era tornato per rendersi conto di cosa era successo quel­la notte che tanti incubi gli aveva procurato, perché quel morto (che ero io) non era un morto come gli altri. In effetti, non si era sbagliato!

CONCLUSIONE

Dopo questa esperienza, fra Daniele visse vera­mente il purgatorio su questa terra purificandosi attraverso malattie, sofferenze e dolori, e uniforman­dosi sempre e in tutto alla volontà di Dio. Ricordiamo solo alcuni interventi da lui subiti: prostata, colicisti, aneurisma della vena porta addominale con relativa protesi, tumore alla vescica, intervento dopo un ter­ribile incidente stradale nei pressi di Bologna, trala­sciando altri ricoveri e dolori non solo fisici, ma anche morali.

Alla sorella Felicetta che gli chiedeva come si sentisse in salute, fra Daniele confidò: «Sorella mia, sono più di 40 anni che non ricordo cosa significhi star bene!».

Fra Daniele è morto il 6 luglio 1994.

Mentre la sua salma era composta nella cappella dell’Infermeria del convento dei Frati Cappuccini in San Giovanni Rotondo e si recitava il Santo Rosario in suf­fragio della sua anima benedetta, ad alcuni dei pre­senti parve che fra Daniele muovesse le labbra, come per rispondere al Rosario, alle Ave Maria.

La voce si sparse in un baleno, tanto che il supe­riore padre Livio Di Matteo, per una certa serenità interiore, volle accertarsi che non si trattasse di morte apparente. Per questo fece venire dalla vicina Casa Sollievo della Sofferenza il dottor Nicola Silvestri Aiuto di Medicina legale ed il dottor Giuseppe Fasanella Assistente di Medicina legale i quali praticaro­no a fra Daniele l’elettrocardiogramma e gli misura­rono anche la temperatura, accertandone così definitivamente il decesso.

Ora fra Daniele gode certamente la visione beatifica di Dio e dal cielo sorride, benedice e protegge.

(tratto da “Fra Daniele racconta…le sue esperienze con Padre Pio” di Padre Remigio Fiore cappuccino – Edizioni Frati Cappuccini 2001)

Le anime del purgatorio

Che bella festa! È come se Ognissanti e la festa dei Morti fossero una cosa sola. Da un lato la 
Chiesa militante sulla terra prega la Chiesa trionfante del cielo, e dall’altro, prega per
la Chiesa sofferente e paziente del purgatorio. E le tre Chiese sono un’unica Chiesa.

La carità, più forte della morte, le unì dal cielo alla terra, e dalla terra al purgatorio, ed
è per lo stesso sacrificio che noi ringraziamo Dio, per la gloria con cui cumula i santi
del cielo, e imploriamo la misericordia per i santi del purgatorio,
santi non ancora perfetti.

La Chiesa trionfante del cielo, la Chiesa militante della terra e la Chiesa sofferente del purgatorio, paziente, niente meno che una sola e una stessa Chiesa, che la carità più forte della morte unì dal cielo alla terra, e dalla terra al purgatorio. Sono come tre parti di una sola e stessa processione di santi, processione che avanza dalla terra al cielo.

Le anime del purgatorio parteciperanno, un giorno, a quella processione. Sí, perché non hanno ancora ben bianche le vesti di festa; l’abito nuziale ha ancora delle macchie, quelle macchie che soltanto la sofferenza pulisce.

Quindi, così come i contemporanei di Noè, coloro che fecero penitenza soltanto nel momento del diluvio furono rinchiusi in prigioni sotterranee, fino al momento in cui Gesù Cristo non apparisse loro annunciandogli la liberazione, nel momento della sua discesa agli inferi.

Come i fedeli della Chiesa trionfante, i fedeli della Chiesa militante e i fedeli della Chiesa sofferente e paziente sono membra dello stesso corpo – che è Gesù Cristo – e tanto gli uni come gli altri partecipano, si interessano, si rammaricano per la gloria, per i pericoli, per le sofferenze degli uni e degli altri, come le membra del corpo umano. Vediamo un esempio: il piede è in pericolo di salute o soffre dolori: tutte le membra del corpo giacciono in commozione. Gli occhi lo guardano, le mani lo proteggono, la voce chiede aiuto, per allontanare il male o il pericolo. Una volta allontanato il male, si rallegrano tutte le membra.

È ciò che avviene al corpo vivo della Chiesa universale. E vediamo gli eroi della Chiesa militante, gli illustri Macabei, assistiti dagli angeli di Dio e dai santi di Dio, specialmente dal grande sacerdote Onia e dal profeta Geremia, li vediamo pregare e offrire sacrifici per questi fratelli che erano morti per la causa di Dio, ma colpevoli di questo o di quell’altro errore.

il giorno dopo, quando ormai la cosa era diventata necessaria, gli uomini di Giuda andarono a raccogliere i cadaveri per deporli con i loro parenti nei sepolcri di famiglia. Ma trovarono sotto la tunica di ciascun morto oggetti sacri agli idoli di Iamnia, che la legge proibisce ai Giudei; fu perciò a tutti chiaro il motivo per cui costoro erano caduti. Perciò tutti, benedicendo l’operato di Dio, giusto giudice che rende palesi le cose occulte, ricorsero alla preghiera, supplicando che il peccato commesso fosse pienamente perdonato. Il nobile Giuda esortò tutti quelli del popolo a conservarsi senza peccati, avendo visto con i propri occhi quanto era avvenuto per il peccato dei caduti. Poi fatta una colletta, con tanto a testa, per circa duemila dramme d’argento, le inviò a Gerusalemme perché fosse offerto un sacrificio espiatorio, agendo così in modo molto buono e nobile, suggerito dal pensiero della risurrezione. Perché se non avesse avuto ferma fiducia che i caduti sarebbero risuscitati, sarebbe stato superfluo e vano pregare per i morti. Ma se egli considerava la magnifica ricompensa riservata a coloro che si addormentano nella morte con sentimenti di pietà, la sua considerazione era santa e devota. Perciò egli fece offrire il sacrificio espiatorio per i morti, perché fossero assolti dal peccato.

Tali sono le parole e le riflessioni della Scrittura Santa secondo il testo greco, e le stesse all’incirca, sono in latino.

Nostro Signore stesso avverte, abbastanza chiaramente, che vi è un purgatorio, quando ci raccomanda in San Matteo e San Luca: “Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario (la legge di Dio e la coscienza) mentre sei per via con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia e tu venga gettato in prigione. In verità ti dico: non uscirai di là finché tu non abbia pagato fino all’ultimo spicciolo”.

Secondo queste parole, è molto chiaro che vi è una prigione di Dio, dove si viene scagliati per i debiti con la sua giustizia, e da dove non si esce – tranne quando non si sia pagato tutto.

Nostro Signore, in San Matteo, ci disse ancora: “Qualunque peccato e bestemmia sarà perdonata agli uomini, ma la bestemmia contro lo Spirito non sarà perdonata, né in questo secolo, né in quello futuro”. Da cui si osserva che gli altri peccati possono essere perdonati in questo secolo e in futuro, come dice espressamente il libro dei Maccabei quando parla dei peccati di coloro che erano morti per la causa di Dio.

Allo stesso modo, nel sacrificio della messa la santa Chiesa di Dio ricorda i santi che regnano con Lui in cielo, per ringraziarli per la gloria e per raccomandarci alla sua intercessione. D’altra parte supplica Dio affinché si ricordi dei servitori e servitrici che ci precedettero nell’altro mondo con il sigillo della fede, degnandosi di concedere loro il soggiorno nel refrigerio, nella luce e nella pace.

Il credere nel purgatorio e la preghiera per i morti si trovano in tutti i dottori della Chiesa, così come negli atti dei martiri, in particolar modo negli atti di San Perpetuo, scritti di proprio pugno.

Tutti i santi hanno pregato per i morti. Sant’Odilone, abate di Cluny nel XI secolo, aveva uno zelo particolare per ciò che riguardava il refrigerio delle anime del purgatorio. Fu mosso dalla compassione, pensando alla sofferenza delle anime del purgatorio, e anticipò la Chiesa, ordinando che si pregasse per le anime, avendo destinato a questo un giorno speciale. Ecco come Sant’Odilone animò tale istituzione, cominciando dalle terre che gli erano care al sacerdozio. (…)

Riguardo al purgatorio nulla si sa di certo.Ecco però, ciò che si legge nelle rivelazioni di Santa Francesca Romana, rivelazioni che la Chiesa autorizza a credere, senza tuttavia, renderlo obbligatorio.

In una visione, la santa fu condotta dall’inferno al purgatorio, che alla stessa maniera è diviso in tre zone o sfere, una sopra l’altra.

All’ingresso Santa Francesca lesse quest’iscrizione:

Qui è il purgatorio, luogo di speranza, dove si compie un intervallo.

La zona inferiore è tutta di fuoco, differente dall’inferno che è scuro e tenebroso. Questo del purgatorio ha fiamme grandi, molto grandi e rosse. E le anime. Li sono illuminate interiormente dalla grazia, perchè conoscano la verità, così come la determinazione del tempo.

La santa diceva che l’anima sarebbe rimasta in quel fuoco sette anni per ogni peccato mortale non espiato.

Malgrado in questa zona o sfera inferiore le fiamme del fuoco avvolgano tutte le anime, tormentano tuttavia alcune più di altre, a secondo se i peccati commessi siano più o meno gravi.

Al di fuori di questo luogo del purgatorio, a sinistra vi sono i demoni che fecero si che quelle anime commettessero i peccati che adesso stanno espiando. Le censurano, ma non infliggono loro nessun altro tormento.

Povere anime! Le fa soffrire di più, molto di più, la visione di questi demoni che non il proprio fuoco che le avvolge. E con questa sofferenza gridano e piangono, a tal punto che nessuno in questo mondo nessuno è in grado di farsene una idea. Tuttavia lo fanno in modo umile, perchè sanno che lo meritano, che la giustizia divina ha ragione. Sono grida quasi affettuose, e che traggono loro una certa consolazione. Non per questo sono allontanate dal fuoco. No, la misericordia di Dio, toccata da quella rassegnazione, dalle anime sofferenti, lancia loro uno sguardo favorevole, sguardo che lenisce la loro sofferenza e gli lascia intravedere la gloria della beatitudine verso cui passeranno.

Santa Francesca Romana ha visto un glorioso angelo condurre verso quel luogo l’anima che gli era stata confidada in custodia, e aspettare dal lato esterno, a destra. È che i suffragi e le opere buone che i parenti, gli amici, o chiunque sia, gli fanno in modo speciale per l’intenzione dell’anima, mossi dalla pietà, sono presentati dagli angeli custodi alla maestà divina. E gli angeli, comunicando alle anime ciò che facciamo per loro, le alleggeriscono, rallegrano e confortano. I suffragi e le opere buone che gli amici fanno per carità, soprattutto per gli amici del purgatorio, sono usufruiti specialmente da coloro che li fanno, per la carità. Ci guadagnano le anime, ci guadagnamo noi.

Le preghiere, i suffragi e le elemosine fatte in modo caritatevole per le anime che già si trovano in gloria, e che non ne hanno più bisogno, sono rimesse alle anime che ne hanno ancora bisogno, e anche noi ne traiamo beneficio.

E per quanto riguarda i suffragi che si fanno per le anime che giacciono all’inferno? Di essi non traggono beneficio nè le anime dell’inferno, nè quelle del purgatorio. Ne traggono beneficio appena coloro che li fanno.

La zona o regione media del purgatorio è divisa in tre parti: la prima è colma di una neve molto fredda, la seconda di pece fusa, mista a olio bollente; la terza è piena di certi metalli fusi, come oro e argento, trasparenti. Qui, trentotto angeli ricevono le anime che non hanno commesso peccati così gravi da meritare la regione inferiore. Le ricevono e le trasportano da un luogo ad un altro con grande carità: non sono gli angeli custodi, ma altri angeli assegnati a questo scopo dalla misericordia divina.

San Francesca non disse nulla, o non autorizzò il proprio superiore a pronunciarsi, sulla regione più elevata del purgatorio.

Gli angeli fedeli hanno nei cieli la propria gerarchia: tre ordini e nove cori. Le anime sante che ascendono dalla terra rimangono nei cori e negli ordini che Dio indica loro, secondo i propri meriti. È una festa per tutta la milizia celeste, ma in particolar modo per il coro in cu la anima santa dovrà rallegrarsi eternamente in Dio.

Ciò che San Francesca vide nella bontà di Dio la lasciò profondamente impressionata, senza che potesse parlare della allegria che aveva nel cuore. Spesso, nei giorni di festa, soprattutto dopo la comunione, quando meditava sul mistero del giorno, lo spirito elevato al cielo, vedeva lo stesso mistero celebrato dagli angeli e dai santi.

San Francesca di Roma sottoponeva tutte le visioni che ebbe alla Madre Santa Chiesa. E da questa Madre, la Chiesa, ella fu canonizzata, poichè non vi era nulla di reprensibile nelle sue visioni.

A nostra volta, vi salutiamo, anime che vi purificate tra le fiamme del purgatorio. Partecipiamo ai vostri dolori e sofferenze, in particolar modo siamo partecipi di quel dolore immenso e torturatore che è non potere vedere Dio.

Poveri noi! Senza dubbio tra voi si trovano parenti e amici: soffriranno forse per colpa nostra. Chi dirá che non gli abbiamo dato, in questa o quella occasione, motivo per peccare? Manca loro poco tempo perchè si tornino totalmente pure. Cosa accadrà a noi, che zeliamo così poco per noi stessi? Anime sante e sofferenti, che Dio ci liberi del dimenticarci di voi!

Tutti i giorni, durante la messa e le preghiere, ci ricorderemo di tutte voi. Ricordatevi però, voi, di noi. Ricordatevene, soprattutto, quando sarete in cielo. Come desideriamo vedervi li. Come desideriamo vederci in cielo insieve a voi. Così sia.

(Vida dos Santos, Padre Rohrbacher, Volume XVIII, p.111 a 118 e 129 a 137)

***

Che sosta misteriosa è questa, tra la terra e il Cielo, nella quale i suoi “abitanti” chiedono veementemente il nostro aiuto e possono anche beneficiarci?

Carlos Werner Benjiumea

“Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei per via con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia e tu venga gettato in prigione. In verità ti dico: non uscirai di là finché tu non abbia pagato fino all’ultimo spicciolo” (Mt 5, 25-26).

Gesù stava parlando agli Apostoli a proposito delle punizioni che attendono i peccatori dopo la morte. Precedentemente si riferiva al fuoco della Geenna – l’Inferno -, una prigione perpetua, eterna, qui invece Egli parla di un carcere da cui si potrà uscire dopo aver pagato il debito, fino all’ultimo centesimo.

Questa prigione temporanea, uno stato di purificazione per coloro che muoiono cristianamente senza aver raggiunto la perfezione, è il Purgatorio. Prigione misteriosa e temibile, ma dove regna la speranza e i gemiti di dolore sono inframmezzati da canti di amore a Dio.

Caro lettore, ecco un argomento del quale si parla poco, ma la cui conoscenza è vitale per noi e per i nostri cari che già se ne sono andati da questa vita. La invito a ripercorrere con me diversi aspetti di questo importante tema.

La festa dei Defunti

Il giorno 2 novembre, la Sacra Liturgia si ricorda in modo speciale dei fedeli defunti. Dopo aver celebrato – il giorno prima, festa di Tutti i Santi – i trionfi dei suoi figli che già hanno raggiunto la gloria del Cielo, la Chiesa dirige il suo materno zelo verso coloro che soffrono nel Purgatorio e gridano col salmista: “Strappa dal carcere la mia vita, perché io renda grazie al tuo nome: i giusti mi faranno corona quando mi concederai la tua grazia” (Sl 142, 8).

La genesi di questa celebrazione sta nell’Ordine benedettino di Cluny, quando il suo quinto abate, Sant’Odilon, istituì nel calendario liturgico cluniacense la “Festa dei morti”, allo scopo di dare una speciale occasione ai suoi monaci di intercedere per i defunti, aiutandoli a raggiungere la beatitudine del Cielo.

A partire da Cluny, questa commemorazione andò estendendosi tra i fedeli fino ad essere inclusa nel Calendario Liturgico della Chiesa e divenire una devozione abituale, in tutto il mondo cattolico.

Forse il lettore, come migliaia di altri fedeli, ha l’abitudine di visitare il cimitero in questo giorno, per ricordare familiari, amici morti e per pregare per loro. Molti cristiani, tuttavia, non prestano attenzione agli appelli del loro cuore, che li muove a sentire nostalgia dei loro cari e a consolarli con una preghiera. Sia per mancanza di cultura religiosa, sia per mancanza di qualcuno che la incentivi e la orienti, molte persone non vedono nemmeno la necessità di pregare per le anime dei defunti. A innumerevoli altre, l’esistenza del Purgatorio causa ritrosia ed antipatia.

Sia come sia, tanto per amore delle anime che aspettano di vedersi liberate dalle loro macchie per entrare in Paradiso, quanto per stimolare in noi la carità attraverso questi fratelli bisognosi, come anche per il nostro stesso profitto, cerchiamo di capire il perchè dell’esistenza del Purgatorio.

Purificazione necessaria per entrare in Cielo

Sappiamo che la Chiesa Cattolica è una. È quello che preghiamo nel Credo. I membri della Chiesa però, non sono tutti qui, tra noi, ma in luoghi diversi, come dice il Concilio Vaticano II. Alcuni sono “pellegrini sulla terra, altri, compiuta questa vita, si purificano ancora, altri infine godono della gloria” (Lumen Gentium, 49).

Tra la terra e il Cielo non è raro che accada, nell’itinerario dell’anima fedele, una sosta intermedia di purificazione. Secondo quanto ci insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica, vi passano “coloro che muoiono nella grazia e nell’amicizia di Dio, ma non sono perfettamente purificati”.

Per questo “passano, dopo la loro morte, per una purificazione, al fine di ottenere la santità necessaria per entrare nella gioia del Cielo” (nº1030).

Questo stato di purificazione non ha niente a che vedere con il castigo dei condannati all’Inferno, poiché le anime del Purgatorio hanno la certezza di aver conquistato il Cielo, anche se il loro ingresso è stato ritardato a causa dei loro residui di peccato. La Prima Lettera ai Corinzi fa riferimento all’esame a cui saranno sottoposti i cristiani, i quali, avendo ricevuto la Fede, devono continuare da soli l’opera della loro santificazione. Ognuno sarà esaminato in ciò che riguarda il grado di perfezione che attingerà: “E se, sopra questo fondamento, si costruisce con oro, argento, pietre preziose, legno, fieno, paglia, l’opera di ciascuno sarà ben visibile: la farà conoscere quel giorno che si manifesterà col fuoco, e il fuoco proverà la qualità dell’opera di ciascuno. Se l’opera che uno costruì sul fondamento resisterà, costui ne riceverà una ricompensa; ma se l’opera finirà bruciata, sarà punito: tuttavia egli si salverà, però come attraverso il fuoco” (1Cor 3, 12-15). “Egli si salverà”, dice l’Apostolo, escludendo il fuoco dell’Inferno, nel quale nessuno può essere salvato e riferendosi al fuoco temporaneo del Purgatorio.

Commentando questo ed altri brani della Sacra Scrittura, la Tradizione della Chiesa ci parla del fuoco destinato a purificare l’anima, come spiega San Gregorio Magno nei suoi Dialoghi: “In relazione a certe mancanze lievi, è necessario credere che, prima del Giudizio, esista un fuoco purificatore, come afferma Colui che è la Verità, quando dice che, se qualcuno ha pronunciato una bestemmia contro lo Spirito Santo, questa persona non sarà perdonata nè in questo secolo, nè nel futuro (Mt 12, 31). Con questa frase, possiamo intendere che alcune mancanze possono essere perdonate in questo secolo, ma altre nel secolo futuro“.

Perché esiste il Purgatorio?

Dio sarà tanto rigoroso al punto da non tollerare nemmeno la minima imperfezione, purificandola con pene severe? Questa domanda può facilmente venirci in mente.

In primo luogo, dobbiamo ricordarci di questa verità: dopo la nostra morte, non saremo giudicati secondo i nostri criteri, poichè “io non guardo ciò che guarda l’uomo. L’uomo guarda l’apparenza, il Signore guarda il cuore“(1Sm 16, 7). Staremo innanzi ad un Giudice sommamente santo e perfetto e nel suo Regno “non entrerà niente di profano” (Ap 21, 27). Infatti, alla presenza di Dio, della sua Luce purissima, l’anima percepisce da se stessa qualsiasi piccolo difetto, giudicandosi, essa stessa, indegna di tale maestà e grandezza. Santa Caterina da Genova, grande mistica del secolo XV, ci ha lasciato un’opera molto profonda sulla realtà del Purgatorio e dell’Inferno. Ella spiega quanto segue: “Dico di più: in ciò che concerne Dio, vedo che il paradiso non ha porte e lì può entrare chi vuole, poiché Dio è piena misericordia e le sue braccia stanno sempre aperte per riceverci nella gloria; ma la Divina Essenza è talmente pura – infinitamente più pura di quanto possiamo immaginare – che l’anima, vedendo in se stessa la pur minima imperfezione, preferisce gettarsi in mille inferni che apparire sporca alla presenza della divina Maestà. Sapendo allora che il Purgatorio è creato per purificarla, essa stessa si getta in esso e trova lì grande misericordia: la distruzione delle sue mancanze“.

Queste macchie, da essere purificate nell’altra vita, che cosa sono?

Sono i resti di un attaccamento esagerato alle creature, ossia, le imperfezioni, i peccati veniali, come pure il debito temporale dei peccati mortali già perdonati nel Sacramento della Riconciliazione. Tutto questo diminuisce nell’anima l’amore di Dio.

A causa di queste affezioni sregolate si stabilisce uno stato di disordine nel nostro intimo, che ci allontana dal Comandamento di amare Dio sopra tutte le cose.

Questa è la causa per la quale, prima di permettere ad un’anima di salire fino alla gloria celeste, “la giustizia di Dio esige una pena proporzionata che ristabilisca l’ordine perturbato” (Summa Teologica, Supl. Q. 71, a 1).

L’anima si assoggetta al castigo del Purgatorio con gioia, in piena conformità con la volontà del Signore. Il suo unico desiderio è vedersi purificata, per potersi conformare con Cristo.

Le anime in questo stato “si purificano“, dice San Francesco di Sales, “volontariamente, amorosamente, perchè così Dio lo vuole” e “perchè sono sicure della loro salvezza, con una speranza ineguagliabile“.

La pena del Purgatorio

I dolori inflitti in questo luogo di purificazione sono “tanto intensi che la minima pena del Purgatorio oltrepassa quella maggiore di questa vita” (Summa Teologica, Supl., q. 71, a 2). Anche così, pondera San Francesco di Sales, “il Purgatorio è un felice stato, più desiderabile che temibile, poichè le fiamme in esso esistenti sono fiamme d’amore”.

Ma come comprendere che questa terribile sofferenza sia compenetrata dall’amore?

In verità, il maggior tormento delle anime del Purgatorio – la “pena di danno” – è causato precisamente dall’amore. Questa pena consiste nel rinvio della visione di Dio. Creato per amare ed essere amato, l’uomo, nell’abbandonare questa terra, scopre l’ineffabile bellezza della Luce Divina e desidera correre verso di Essa con tutte le sue forze, come il cervo assetato corre in direzione della sorgente d’acqua. Tuttavia, vedendo in sé il difetto del peccato, rimane privo temporaneamente di quella presenza così pura. Lontana, così, da Colui che è la suprema e unica felicità, l’anima sente un patimento incalcolabile.

Per noi, che ancora siamo pellegrini in questa valle di lacrime, è difficile intendere l’immensità di questo dolore. Viviamo senza vedere Dio, malgrado in Lui crediamo. Siamo come ciechi dalla nascita, poiché mai abbiamo visto il Sole di Giustizia, che è Dio, sebbene sentiamo il suo calore, non possiamo farci un’idea del suo splendore e della sua grandezza.

Invece, le anime benedette del Purgatorio, subito dopo aver abbandonato il corpo inerte, hanno distinto l’ineffabile e purissima bellezza di Dio, ma non possono possederla immediatamente. Santa Caterina da Genova usa un’espressiva metafora per spiegare questo dolore: “Supponiamo che, nel mondo intero, esista soltanto un pezzo di pane per ammazzare la fame di tutte le creature, e che basti guardare questo pane per rimanere soddisfatti. Per sua natura, l’uomo sano ha l’istinto di alimentarsi. Immaginiamo che egli sia capace di astenersi dagli alimenti senza morire, senza perdere la forza e la salute, ma che aumenti sempre di più la fame. Ora, sapendo che è solo quel pane può saziarlo e che non potrà saziare la sua fame se non lo ottiene, egli soffre sacrifici insopportabili, i quali saranno tanto maggiori quanto più lontano si troverà dal pane”.

Nonostante tutto, le anime del Purgatorio hanno la certezza che un giorno potranno saziarsi in modo pieno con questo Pane della Vita, che è Gesù, nostro amore. Per questa ragione la loro sofferenza è del tutto differente dal tormento dei condannati all’Inferno, i quali non potranno mai approssimarsi alla Mensa del Regno dei Cieli. Speranza e disperazione, ecco la differenza fondamentale tra questi due luoghi.

Disposizione delle anime nel Purgatorio

Nelle anime del Purgatorio vi è una sfumatura di gioia in mezzo al dolore. In forma brillante lo spiega il Papa Giovanni Paolo II, nell’allocuzione del 3 luglio del 1991: “Nonostante l’anima debba assoggettarsi, in quel passaggio al Cielo, alla purificazione delle ultime scorie, mediante il Purgatorio, essa è già piena di luce, di certezza, di gioia, poiché sa che appartiene per sempre al suo Dio”.

Santa Caterina da Genova afferma: “Sono certa che in nessun altro luogo, eccetto il Cielo, lo spirito può trovare una pace simile a quella delle anime del Purgatorio”.

Questo succede perché l’anima si fissa nella disposizione in cui si trova nell’ora della morte, ossia, contro o a favore di Dio. Dunque, la libertà umana termina con la morte, ed essendo morta nell’amicizia di Dio, l’anima del Purgatorio si adatta con docilità alla Sua santa volontà. Da qui il conservare la pace in mezzo a terribili sofferenze.

Dalle labbra del soavissimo San Francesco di Sales sentiamo dire che “tra l’ultimo sospiro e l’eternità, c’è un abisso di misericordia”. Tutti credono sia meglio fare uno sforzo per evitarlo. Altri, tuttavia, senza opporsi ai precedenti, affrontano il problema con un’altra audace fiducia nell’amore misericordioso del Signore.

Santa Teresa di Gesù, per esempio, dice con veemenza: “Sforziamoci, a fare penitenza in questa vita. Come sarà soave la morte di chi l’ha fatta per tutti i suoi peccati, così da non aver bisogno di andare in Purgatorio!” Già la sua discepola, Santa Teresina del Bambin Gesù, formula in maniera sorprendente la sua attitudine, se a lei capitasse: ” Se io andrò in Purgatorio, sarò molto contenta; farò come i tre ebrei nella fornace, camminerò tra le fiamme cantando il cantico dell’amore”.

Un’attitudine non contraddice l’altra, ma entrambe si completano e, anche se dobbiamo passare per questo luogo tanto doloroso, abbiamo una fiducia illimitata nella bontà divina.

In qualsiasi modo, la Santa Chiesa mette maternamente a nostra disposizione le indulgenze, per risparmiarci dalle pene del Purgatorio. Ma questo tema potrà essere affrontato in un altro articolo.

Aiutiamo le anime benedette

Non dobbiamo pensare soltanto al nostro destino personale, ma anche domandarci come possiamo aiutare quelle anime che stanno già aspettando la liberazione. Esse non possono fare niente per loro stesse, poichè sono nell’impossibilità di ottenere meriti e dipendono da noi. Intercedere per loro è una bellissima e preziosa opera di misericordia: in un certo senso non c’è nessuno più bisognoso di loro.

L’usanza di pregare per le anime dei defunti viene dall’Antico Testamento. Inoltre, diversi Padri della Chiesa hanno promosso questa pratica, come San Cirillo di Gerusalemme, San Gregorio di Nissa, Sant’Ambrogio e Sant’Agostino. Nel secolo XIII, il Concilio di Lione insegnava: “Le anime sono beneficiate dai suffragi dei fedeli vivi, in altre parole, dal sacrificio della Messa, dalle orazioni, dalle elemosine e altre opere di pietà, le quali, secondo le leggi della Chiesa, i fedeli sono abituati a offrire gli uni per gli altri”.

Come è bella la devozione alle benedette anime del Purgatorio! È gradita a Dio e beneficia anche noi, conducendoci alla reale dimensione cristiana dell’esistenza, facendoci vivere a contatto e in comunione col soprannaturale e con il futuro, nel senso più pieno della parola. Come ci saranno grate queste povere anime nel ricevere il nostro aiuto! Potranno essere nostri parenti, o persino i nostri genitori. Potrà essere qualcuno che non conosciamo e che ci farà un’affettuosa accoglienza nell’eternità. Nel Cielo, mentre noi saremo ancora nel Purgatorio, esse pregheranno per noi, con tutto l’impegno, poichè Dio dà loro questa possibilità.

Concludendo, mi piacerebbe fare allo stimato lettore una proposta: preghi per queste anime bisognose,offra loro Messe, dia elemosine per loro, offra sacrifici e faccia in modo che altre persone diventino devoti ferventi delle anime benedette.

Sa chi ne sarà il maggior beneficiato? Lei stesso!

Indulgenza plenaria nella festa dei mortiPuò essere applicata soltanto alle anime del purgatorioIl 2 novembre, quando la Chiesa celebra il giorno dei defunti, i fedeli cattolici che visiteranno pietosamente una chiesa o un oratorio possono applicare l’indulgenza plenaria alle anime del purgatorio.L’indulgenza potrà essere conseguita lo stesso giorno dei defunti o, con il permesso del vescovo, la domenica antecedente o seguente, o nella solennità di Ognissanti. Quest’indulgenza è inclusa nella Costituzione apostolica Indulgencia doctrina, nella norma numero 15.Al fine di ottenere qualsiasi indulgenza plenaria sono necessarie alcune condizioni: recitare un Padre Nostro, un Credo, una Ave Maria e un Gloria al Padre per le intenzioni del Santo Padre. Oltre a queste preghiere per il Sommo Pontefice, dev’essere fatta ancora una confessione sacramentale e la comunione eucaristica.Con una sola confessione sacramentale si possono guadagnare diverse indulgenze plenarie. Con ogni comunione eucaristica e ogni preghiera per le intenzioni del Sommo Pontefice si può ottenere un’indulgenza plenaria.Le tre condizioni posso essere adempiute alcuni giorni prima o dopo l’esecuzione dell’opera prescritta: ma conviene che la comunione e la preghiera per le intenzioni del Sommo Pontefice si realizzino lo stesso giorno in cui si compie l’opera.Il fedele potrà aggiungere alle sue preghiere qualsiasi altra formula, secondo la sua pietà e la sua devozione.

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