I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia

L’Eucaristia, l’Immacolata e il Sommo Pontefice!

Categoria: Araldi del Vangelo (Page 2 of 64)

San Nicola da Tolentino

Particolarmente invocato per la liberazione delle anime del Purgatorio, san Nicola da Tolentino (1245-1305) venne gratificato con straordinarie esperienze mistiche, tra cui la visione avuta la notte tra il 9 e il 10 dicembre 1294 quando osservò gli angeli nell’atto di traslare per la prima volta la Santa Casa in terra marchigiana

È famoso per i suoi doni da taumaturgo e particolarmente invocato per la liberazione delle anime del Purgatorio. San Nicola da Tolentino (1245-1305) nacque a Sant’Angelo in Pontano, un piccolo comune delle Marche, da due devoti cristiani. Secondo la tradizione i genitori lo chiamarono così per gratitudine a san Nicola di Bari, che avevano pregato perché non riuscivano ad avere figli. Decise di abbracciare la vita religiosa dopo aver ascoltato la predica di un monaco agostiniano, incentrata su un insegnamento della Prima Lettera di Giovanni: Nolite diligere mundum, nec ea quae sunt in mundo, quia mundus transit et concupiscentia ejus [«Non amate il mondo, né le cose del mondo, perché il mondo passa e passa la sua concupiscenza» (cfr. 1 Gv 2)].

Professò i voti solenni tra gli Eremiti di Sant’ Agostino a meno di 19 anni. A 24 venne ordinato sacerdote da san Benvenuto Scotivoli. Passò di convento in convento, fino a quando nel 1275 fu trasferito stabilmente a Tolentino (distante una ventina di chilometri dal suo paese natale), dove visse predicando quasi ogni giorno fino alla morte terrena, che lo colse trent’anni più tardi. Venne chiamato «l’angelo del confessionale» per il tempo che dedicava al sacramento della Riconciliazione e perché, per aiutare i fedeli ad avvicinarsi a Dio, prendeva spesso su di sé il peso delle penitenze. Digiunava quattro giorni a settimana a pane e acqua e vegliava in preghiera fino a tarda notte, dormendo poche ore su un pagliericcio. Il venerdì, in unione alla Passione di Cristo, si flagellava con una particolare disciplina che lui stesso aveva fabbricato.

Verso i poveri aveva una sollecitudine senza pari. Esortava continuamente il priore a essere generoso nelle donazioni, portava di persona il pane ai bisognosi e in loro favore andava a bussare alle porte dei ricchi per raccogliere elemosine. Era anche molto noto come esorcista e di questo suo carisma c’è traccia pure dopo la sua nascita al Cielo, come testimoniano i diversi ex voto che lo indicano come liberatore di indemoniati. Nutriva un amore filiale per la Madonna. In mezzo alle sofferenze e alle rinunce offerte a Dio, venne gratificato con straordinarie esperienze mistiche. La più celebre è la visione avuta la notte tra il 9 e il 10 dicembre 1294 quando osservò gli angeli nell’atto di traslare per la prima volta la Santa Casa in terra marchigiana, allora parte dello Stato Pontificio.

Sul letto di morte, a un confratello che gli domandava quale fosse il motivo del suo sguardo contemplante, rispose: «Io veggo il Signore mio Dio, accanto la sua santissima Madre e il padre mio sant’Agostino». Le sue spoglie mortali sono custodite nella cripta della basilica a lui dedicata a Tolentino, con le Sante Braccia in una cappella a parte.

Natività di Maria…in Terra Santa!

Dall’Immacolata Concezione alla Natività…

La festa ha la sua origine in Oriente, cade esattamente nove mesi dopo l’Immacolata Concezione. La data dell’8 settembre ha un legame con la dedicazione nel IV secolo dell’attuale chiesa di Sant’Anna a Gerusalemme (inizialmente intitolata alla gloriosa figlia), sorta nei pressi della casa dove Maria Bambina abitò con i genitori Anna e Gioacchino

«Celebriamo con gioia la Natività della Beata Vergine Maria. Da lei è sorto il sole di giustizia, Cristo, nostro Dio». L’antifona liturgica esprime incisivamente il motivo della festa odierna, che celebra il mistero della nascita di Maria Santissima, Madre del Salvatore. La festa ha la sua origine in Oriente, cade esattamente nove mesi dopo l’Immacolata Concezione ed è comune a cattolici e ortodossi. La data dell’8 settembre ha un legame con la dedicazione nel IV secolo dell’attuale chiesa di Sant’Anna a Gerusalemme (inizialmente intitolata alla gloriosa figlia), sorta nei pressi della casa dove Maria Bambina abitò con i genitori Anna e Gioacchino. La celebrazione venne estesa a Occidente nel corso del pontificato di san Sergio I (687-701), nato a Palermo da genitori siriani.

La nascita di Maria era stata preparata dall’eternità. La missione della «nuova Eva» è infatti preannunciata da Dio subito dopo il compimento del peccato originale, nelle parole rivolte al serpente satanico: «Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno» (Gn 3, 15). Perciò gli antichi Padri hanno chiamato questo passo «protovangelo della salvezza», vedendovi sia l’annuncio di Maria sia del frutto benedetto del suo grembo, Gesù, il nuovo Adamo, incarnatosi per la Redenzione del genere umano. Da qui la Natività della Beata Vergine acquista il suo senso più grande: «Il vero significato e il fine di questo evento è l’Incarnazione del Verbo. Infatti Maria nasce, viene allattata e cresciuta per essere la Madre del Re dei secoli, di Dio», commentò sant’Andrea di Creta.

Si spiega così il tripudio nei Cieli e l’abbondanza di grazie riversate sulla terra alla nascita di Maria, un evento rivelato in particolari eccelsi ai grandi mistici, come la beata Anna Caterina Emmerick: «Allora vidi una luce soprannaturale invadere nuovamente la stanza, poi, agitandosi vicino al corpo di Anna, si condensò intorno a lei. Le parenti, frattanto, si erano genuflesse a terra in contemplazione profonda e il fascio di luce, che avvolgeva intensamente Anna, aveva assunto una forma simile a quella del roveto ardente veduto da Mosè. Così fu che Anna accolse tra le proprie mani quella luce fatta di forme umane, la bambina Maria intrisa di splendore. La Santa Madre l’avvolse subito nel proprio mantello e se la strinse al seno, poi continuando a pregare la depose nuda dinanzi al reliquiario sulla sedia. Appena la Neonata iniziò a piangere, Anna l’avvolse nei pannolini color rosso e bruno che aveva estratto dall’ampio mantello. […] Infine Anna protese in alto Maria Santissima, in atto di offerta al Creatore per la salvezza del mondo e dell’umanità. A quel gesto vidi la stanza invasa dai raggi del sole, affollarsi di numerose figure angeliche che intonavano il Gloria e l’Alleluia», si legge nella sua Vita di Maria.

La nascita di quella bambina, figlia di Israele, è l’anello di congiunzione tra l’Antica e la Nuova Alleanza, segno che la promessa di salvezza e l’amore di Dio abbraccia tutti i popoli. Non per nulla san Matteo inizia il primo Vangelo con la genealogia di Gesù, che culmina in questo versetto: «Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù chiamato Cristo» (Mt 1, 16). La Sacra Famiglia con al centro Dio, disceso tra gli uomini per elevarli a Lui. In questa luce san Pier Damiani parlerà così della Natività di Maria: «Oggi è il giorno in cui Dio comincia a mettere in pratica il suo piano eterno, poiché era necessario che si costruisse la casa, prima che il Re scendesse ad abitarla. Casa bella, poiché, se la Sapienza si costruì una casa con sette colonne lavorate, questo palazzo di Maria poggia sui sette doni dello Spirito Santo. Salomone celebrò in modo solennissimo l’inaugurazione di un tempio di pietra. Come celebreremo la nascita di Maria, tempio del Verbo incarnato?».

La Natività di Maria, inizio di una nuova creazione

Lungi dall’essere un semplice “compleanno”, la festa odierna celebra il riscatto del mondo decaduto, il principio della salvezza. Perciò la liturgia siro-occidentale ha una preghiera, il Sedro, che per la Natività di Maria non teme di richiamare il versetto di un salmo normalmente riferito alla Risurrezione. I libri di storia non ne parlano, ma la nascita della Madre di Dio ci dice che il maligno è sconfitto e la creazione rinnovata

Le chiese orientali hanno saputo solennizzare la festa liturgica odierna, alla quale dedicano dei testi liturgici di incomparabile bellezza e profondità e che ci aiutano almeno un poco ad intuire lo sconvolgimento cosmico di questa festa così bella e, purtroppo, così ignorata. Chi scrive (mea culpa!), per molto tempo non ha fatto altro che considerare questo giorno semplicemente come il “compleanno” della Madonna, accompagnato da un Happy birthday forse un po’ più cristiano, e da un sincero affetto nei confronti della Mamma celeste, ignorando del tutto che, nell’umiltà di questa festa, è commemorato nientemeno che l’inizio di una nuova creazione, il riscatto del mondo decaduto, l’inizio della salvezza.

I cristiani siro-occidentali hanno un libro liturgico, corrispondente al nostro Ufficio Divino, che contiene il Proprio delle domeniche e delle feste della loro liturgia. Il libro si chiama Fanquito e una delle preghiere lì contenuta, il Sedro, una preghiera sacerdotale della Festa della Natività della Madre di Dio, è un capolavoro teologico. Nell’esordio di questa articolata preghiera, si legge:

«Nel celebrare la festa della natività della Vergine, la più eccelsa delle creature, ci sentiamo pieni di gioia spirituale e intoniamo dolci melodie, dicendo con il divino Davide: “Questo è il giorno fatto dal Signore, rallegriamoci ed esultiamo in esso”».

Il richiamo a questo versetto del Salmo 117 non può lasciare indifferenti; esso è normalmente riferito al giorno della Risurrezione del Signore, giorno in cui la morte è stata vinta e si è fatto presente un nuovo modo di vita dell’anima e del corpo, nel Signore risorto.

La liturgia siriaca non teme di associare il versetto al giorno liturgico della nascita della Vergine, comprendendo che la nuova creazione, liberata dal peccato, è in realtà già presente nella venuta al mondo dell’Immacolata e sempre Vergine. Questo è il giorno fatto dal Signore, questa è la creazione perfettamente corrispondente alla Sua amorosa volontà, senza che il demonio l’abbia in alcun modo potuta sfigurare. In questo giorno, ad un tempo storico e liturgico, si respira tutta l’innocenza della creazione e si gioisce che nel mondo è entrato un principio nuovo, immacolato, vergine, di fronte al quale la sensazione di castità che si percepisce nello scorrere delle acque di un ruscello incontaminato di montagna o della purezza delle nevi candide non sono che un flebile annuncio.

Continua il Sedro del giorno:

«Quale magnifica speranza ci viene data in questo giorno tramite la bambina che nasce nella casa di Gioacchino ed Anna; per suo mezzo iniziano i beni e terminano i mali; per lei l’antica amarezza del paradiso cambia in dolcezza e delizie spirituali, per lei è rimosso l’inganno del serpente che aveva perso il capo del genere umano. Oggi tutto il genere umano si rallegra ed esulta per la nascita della sua Sovrana, la benedetta e onorata al di sopra di tutte le creature».

Tutti gli eventi della storia, ritenuti straordinari e degni di menzione negli annali, nelle enciclopedie, nei volumi che sprecano parole nel magnificare gesta più o meno nobili, non sono in grado nemmeno di avvicinare la solennità di questo giorno. Tutti gli episodi della storia restano chiusi nel cerchio del tempo, incapaci di generare qualcosa di veramente nuovo; ma la natività della Vergine è altro: è il nuovo paradiso terrestre incontaminato; è la nuova Eva, Vergine senza macchia, vera madre di tutti i viventi; è, come celebra un altro testo liturgico orientale, il Sinassario composto da Ter Israel, monaco armeno del XIII secolo, l’albero della vita, nuovamente accessibile: «Ora, se l’albero della vita, vale a dire la beata Madre di Dio, […] è la causa della vita di tutti gli esseri, e se quest’albero, secondo Davide, è piantato lungo la corrente d’acqua (cfr. Sal 1, 3), mentre, secondo Salomone, esso cresce dal frutto della giustizia (cfr. Prv 11, 30), questo indica la santa nascita (avvenuta oggi) di colei che è albero piantato nella terra, facile d’accesso agli uomini e non più custodito dai Serafini dalle spade infuocate».

Quello che fa restare attoniti è che… nessuno se ne sia accorto. Se sui manuali di storia si trova forse qualche riga dedicata alla nascita del Signore Gesù, se non altro per spiegare agli studenti la ragione dell’attuale conteggio degli anni, nulla si trova sulla nascita della Madre di Dio. La creazione è totalmente rinnovata e il demonio sconfitto; la nuova Eva, da cui verrà tratto il nuovo Adamo, rovesciando l’ordine della precedente creazione, è presente e l’albero della vita, piantato nel mezzo del Paradiso, di nuovo accessibile; la terra Vergine del principio, su cui aleggia lo Spirito Santo, è pronta per dare al mondo l’Uomo-Dio. E nessuno se n’è accorto. Ecco la sconfitta della sapienza di questo mondo.

L’uomo è troppo addentro le cose terrene, è troppo agitato da quello che deve fare lui da non trovar tempo per contemplare l’opera di Dio e attendere con fiducia il suo compimento. Eppure, Dio non si smentisce: così fu, così è, così sarà.

La festa liturgica odierna è un grande atto di abbandono in Dio, certi che la vita vera è già presente e opera nel mondo, che la salvezza è già giunta, che il maligno è già sconfitto, nonostante questa salvezza sia nascosta ai nostri occhi. Ma è lì che va cercata, nella novità di Dio, che ha un nome ben preciso: Maria. Lì, e non nelle vane speranze della scienza o della politica, dell’economia e della cultura; e ancor meno nelle iniziative umane di riforma della Chiesa. Tutte queste cose sono idoli, «opera delle mani dell’uomo. Hanno bocca e non parlano, hanno occhi e non vedono, hanno orecchi e non odono, hanno narici e non odorano. Hanno mani e non palpano, hanno piedi e non camminano; dalla gola non emettono suoni. Sia come loro chi li fabbrica e chiunque in essi confida» (Sal 114, 4-8).

Che questa festa ci liberi dalle false speranze; possa, come augura ancora una volta il testo del Sedro, «portare a noi le gioie spirituali e la pace della coscienza; siano guariti i nostri mali, abbia fine la nostra tristezza e possa la luce della tua sapienza splendere nelle nostre anime; risplenda questo giorno con la promessa di un futuro luminoso e favorevole». Il futuro del regno del Cuore Immacolato di Maria.

Natività della Beata Vergine Maria

Natività di Maria

  Nella data odierna le chiese d’Oriente e d’Occidente celebrano la nascita di Maria, la madre del Signore. La fonte prima che racconta l’evento è il cosiddetto Protovangelo di Giacomo secondo il quale Maria nacque a Gerusalemme nella casa di Gioacchino ed Anna. Qui nel IV secolo venne edificata la basilica di sant’Anna e nel giorno della sua dedicazione veniva celebrata la natività della Madre di Dio. La festa si estese poi a Costantinopoli e fu introdotta in occidente da Sergio I, un papa di origine siriana. «Quelli che Dio da sempre ha conosciuto, li ha anche predestinati»: Dante sembra quasi parafrasare il versetto di san Paolo quando definisce Maria «termine fisso d’eterno consiglio».

  Dall’eternità, Il Padre opera per la preparazione della Tuttasanta, di Colei che doveva divenire la madre del Figlio suo, il tempio dello Spirito Santo. La geneaologia di Gesù proposta dal Vangelo di Matteo culmina nell’espressione «Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù chiamato Cristo». Con Maria, dunque, è venuta l’ora del Davide definitivo, della instaurazione piena del regno di Dio. Con la sua nascita inoltre prende forma il grembo offerto dall’umanità a Dio perché si compia l’incarnazione del Verbo nella storia degli uomini. Maria bambina infine è anche immagine dell’umanità nuova, quella da cui il Figlio suo toglierà il cuore di pietra per donarle un cuore di carne che accolga in docilità i precetti di Dio.

  Onorando la natività della Madre di Dio si va al vero significato e il fine di questo evento che è l’incarnazione del Verbo.  Infatti Maria nasce, viene allattata e cresciuta per essere la Madre del Re dei secoli, di Dio”. E’ questo del resto il motivo per cui di Maria soltanto (oltre che di S. Giovanni Battista e naturalmente di Cristo) non si festeggia unicamente la ” nascita al cielo “, come avviene per gli altri santi, ma anche la venuta in questo mondo.  In realtà, il meraviglioso di questa nascita non è in ciò che narrano con dovizia di particolari e con ingenuità gli apocrifi, ma piuttosto nel significativo passo innanzi che Dio fa nell’attuazione del suo eterno disegno d’amore.  Per questo la festa odierna è stata celebrata con lodi magnifiche da molti santi Padri, che hanno attinto alla loro conoscenza della Bibbia e alla loro sensibilità e ardore poetico.  Leggiamo qualche espressione del secondo Sermone sulla Natività di Maria di S. Pier Damiani: “Dio onnipotente, prima che l’uomo cadesse, previde la sua caduta e decise, prima dei secoli, l’umana redenzione.  Decise dunque di incarnarsi in Maria”.

 “Oggi è il giorno in cui Dio comincia a mettere in pratica il suo piano eterno, poiché era necessario che si costruisse la casa, prima che il Re scendesse ad abitarla.  Casa bella, poiché, se la Sapienza si costruì una casa con sette colonne lavorate, questo palazzo di Maria poggia sui sette doni dello Spirito Santo.  Salomone celebrò in modo solennissimo l’inaugurazione di un tempio di pietra.  Come celebreremo la nascita di Maria, tempio del Verbo incarnato?  In quel giorno la gloria di Dio scese sul tempio di Gerusalemme sotto forma di nube, che lo oscurò.  Il Signore che fa brillare il sole nei cieli, per la sua dimora tra noi ha scelto l’oscurità (1 Re 8,10-12), disse Salomone nella sua orazione a Dio.  Questo nuovo tempio si vedrà riempito dallo stesso Dio, che viene per essere la luce delle genti.

 “Alle tenebre del gentilesimo e alla mancanza di fede dei Giudei, rappresentate dal tempio di Salomone, succede il giorno luminoso nel tempio di Maria. E’ giusto, dunque, cantare questo giorno e Colei che nasce in esso”.

XXIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)

Sacra Famiglia

Vangelo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 15 “Se il tuo fratello commette una colpa contro di te, và e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; 16 se non ti ascolterà, prendi con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. 17 Se poi n on ascolterà neppure costoro, dillo all’assemblea; e se non ascolterà neanche l’assemblea, sia per te come un pagano e un pubblicano. 18 In verità vi dico: tutto quello che legherete sopra la Terra sarà legato anche in Cielo e tutto quello che scioglierete sopra la Terra sarà sciolto anche in Cielo. 19 In verità vi dico ancora: se due di voi sopra la Terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei Cieli ve la con cederà. 20 Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, Io sono in mezzo a loro” (Mt 18, 15-20).

La correzione fraterna, un’opzione o un dovere?

Chi non corregge il suo prossimo, causa un danno non solo a questi ma anche a se stesso. Si vedrà privato dei meriti e benefici del compimento del proprio dovere, e finirà per scandalizzare coloro che constatano la sua negligenza.

I – La Correzione, grande mezzo di salvezza

Sant’Alfonso Maria de’ Liguori scrisse una bella opera intitolata Del gran mezzo della preghiera. Per conseguire la salute eterna e tutte le grazie che desideriamo. Il suo contenuto è preziosissimo e irrefutabile. In una delle sue pagine, il Santo arriva ad affermare che “chi prega, certamente si salva; chi non prega certamente si danna”.1

Penetrando nel cuore del Vangelo di questa 23ª Domenica del Tempo Ordinario, giungiamo ad una conclusione simile: la correzione fraterna è un grande mezzo di salvezza, perché il destino eterno di qualcuno può dipendere proprio dall’accettazione delle correzioni che gli siano fatte.

Questa è la materia che la Liturgia di oggi ci porta a considerare: il dovere della correzione fraterna e la necessità di accettarla bene.

II – “Qual è il figlio che non è corretto dal padre?”

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 15 “Se il tuo fratello commette una colpa contro di te, và e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello;…”

È chiaro il consiglio di Gesù, quanto alla necessità di correggere coloro che peccano contro di noi.

Nelle offese personali, ingiurie, o anche nei difetti che osserviamo nella condotta di altri – soprattutto mancanze concernenti la Fede e i costumi, col rischio di suscitare qualche scandalo – non possiamo evitare di ammonire il nostro prossimo, per indifferenza, o peggio ancora, per disprezzo. Per mettere in pratica la direttiva del Signore, espressa nel versetto sopra, il nostro zelo deve essere pieno di fervore.

San Giovanni Climaco2 compara, con molta unzione, la crudeltà di uno che toglie il pane dalle mani di un bambino affamato, con quella di colui che ha l’obbligo di correggere e non lo fa. Quest’ultimo causa un danno non solo al suo prossimo ma anche a se stesso. Si vedrà, per quest’omissione, privato dei meriti e benefici del compimento di questo dovere e finirà per scandalizzare quelli che constatano la sua negligenza.

Lo stesso capita in campo agricolo, poiché quanto più fertile è un terreno, più si deve lavorarlo per evitare che si trasformi in bosco e sterpaglia.

Evidentemente, nell’applicazione di questo precetto, non si deve agire sotto l’influsso di una qualche passione, per quanto minima sia. L’animo disinteressato è fondamentale. Ogni carità dovrà essere impiegata nel delicatissimo compito della riconciliazione.

L’obbligo di ammonire
Esorcismo di San Benedetto

La prima responsabilità – riconoscere il proprio errore – è di chi lo commette, però, lo zelo, la prudenza e l’amore verso Dio spettano a chi ha l’obbligo di ammonire. “Chi risparmia il bastone odia suo figlio, chi lo ama è pronto a correggerlo” (Pr 13, 24). Pertanto, è falsa tenerezza rinunciare ad applicare una necessaria correzione, giudicando con questa omissione di risparmiare un’amarezza a chi ne necessita. Chi si omette in questo modo, in realtà non solo è connivente con la mancanza praticata, ma dimostra di mal volere chi necessiterebbe dell’appoggio di una parola chiarificatrice. Questo sentimentalismo, disequilibrio ed equivocata indulgenza confermano nei loro vizi coloro che sbagliano.

È importantissimo che genitori, educatori, ecc., compiano in questa materia il loro dovere, poiché così ci insegna il Libro dei Proverbi: “La stoltezza è legata al cuore del fanciullo, ma il bastone della correzione l’allontanerà da lui” (22, 15). Del resto, è un vero segnale di grande amore ammonire per le loro mancanze gli inferiori; quando un padre così procede con suo figlio, desidera per lui il bene e la virtù.

La reciprocità in quest’amore deve essere una caratteristica di chi riceve l’ammonimento o rimprovero: “Figlio mio, non disprezzare l’istruzione del Signore e non aver a noia la sua esortazione, perché il Signore corregge chi ama, come un padre il figlio prediletto” (Pr 3, 11-12).

Se il superiore rinuncia ad ammonire quelli che gli sono affidati, è un chiaro segnale che non si sente amato come un padre; o non ama l’inferiore come un figlio, ed in questo caso non è raro che di lui si venga persino a mormorare. Scrivendo agli ebrei, San Paolo non ha timore di affermare: “È per la vostra correzione che voi soffrite! Dio vi tratta come figli; e qual è il figlio che non è corretto dal padre? Se siete senza correzione, mentre tutti ne hanno avuto la loro parte, siete bastardi, non figli!” (Eb 12, 7-8). Dunque, di fatto, il rimorso, il dolore per le nostre mancanze, il peso della coscienza, costituiscono un inestimabile dono di Dio.

“Non risparmiare la verga a tuo figlio”
San Giovanni Evangelista e San Policarpo

Nella sua famosa opera di commenti sulle Sacre Scritture, così si esprime su questi versetti del Libro dei Proverbi – “Non risparmiare al giovane la correzione, anche se tu lo batti con la verga, non morirà; anzi, se lo batti con la verga, lo salverai dagli inferi (23, 13-14) – Cornelio a Lapide: “I genitori che sono troppo indulgenti coi loro figli non li castigano, ma li espongono ai supplizi dell’inferno. Chi ha un’eccessiva indulgenza verso suo figlio, è il suo più crudele nemico. Così, padri e madri, se amate i vostri figli, applicate loro la verga delle correzioni, affinché non succeda che essi vadano a finire all’inferno: se li dispensate da quelli, sarà per condannarli a questo. Scegliete!

“Ripetiamo: la salvezza e la felicità dei figli risultano da una buona educazione e dalla giusta severità dei genitori. Al contrario, una condiscendenza licenziosa e la mancanza di correzione sono il principio della cattiva condotta e della condanna dei figli: essi cadono in eccessi e crimini che li portano alla disgrazia eterna. […] Quanti figli, nell’inferno, maledicono i loro genitori e li riempiranno di imprecazioni per il resto dei secoli, per aver trascurato di rimproverarli, correggerli e castigarli, diventando così causa della loro eterna perdizione!

“Si comprende l’odio di questi disgraziati, perché tali padri hanno dato loro, non la vita, ma la morte; non il Cielo, ma l’inferno; non la felicità, ma la disgrazia senza fine e senza limiti. Il bambino conserva fino alla sua vecchiaia e alla morte le abitudini della sua infanzia e della sua gioventù, secondo le parole della Sacra Scrittura: ‘Abitua il giovane secondo la via da seguire; neppure da vecchio se ne allontanerà’”.3 Infatti, l’albero che presto si torce continua con la sua cattiva inclinazione fino a che sarà tagliato e gettato sul fuoco.

Gratitudine verso chi corregge

Nella vita comune e corrente, non è raro che capiti di uscire di casa distrattamente trasandati nell’aspetto esteriore: calze dai colori differenti, vestiti mal combinati, ecc. Basta che, per carità, qualcuno ce lo faccia notare perché ci manifestiamo pieni di gratitudine; se, al contrario, nessuno ci dicesse niente, ce ne risentiremmo. Ora, abbiamo un motivo maggiore per ringraziare chi ci ammonisce per la nostra mancanza di virtù, soprattutto per ciò che può costituire uno scandalo.

Le considerazioni stesse di coloro che percorrono il cammino del paganesimo mostrano che i dettami della saggezza umana vanno nella stessa direzione riguardo a questo particolare. Plutarco4 afferma che dovremmo pagare bene i nostri avversari perché dicono le verità a nostro riguardo. Gli amici, secondo lui, sanno solo blandire, adulare e lusingare. È, d’altronde, quello che succede nelle relazioni abituali odierne, ossia, ci si imbatte in una correzione solo quando si stabilisce un’inimicizia, soltanto lì arriviamo a conoscere ciò che realmente gli altri pensano di noi.

Ugo di San Vittore5 sintetizza in modo sapiente i buoni effetti della correzione. Quando è accettata con umiltà e gratitudine, essa trattiene i cattivi desideri, colloca un freno alle passioni della carne, abbatte l’orgoglio, spegne l’intemperanza, distrugge la superficialità e reprime i cattivi movimenti dello spirito e del cuore. È per questo che guadagniamo un fratello quando siamo ascoltati con buona disposizione da parte di chi correggiamo, poiché gli restituiamo la vera pace dell’animo e lo riconduciamo sulla via della salvezza.

III – Correzione amichevole davanti a testimoni

16 “…se non ti ascolterà, prendi con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni”.

L’impegno di salvare nostro fratello deve essere compenetrato da un forte zelo. Nel caso sia stato infruttuoso l’ammonimento a tu per tu, non bisogna abbandonarlo, al contrario, è necessario insistere.

La direttiva data qui da Gesù non mira ad adempiere il procedimento prescritto dal Deuteronomio: “Colui che dovrà morire sarà messo a morte sulla deposizione di due o di tre testimoni; non potrà essere messo a morte sulla deposizione di un solo testimonio. […] I due uomini fra i quali ha luogo la causa compariranno davanti al Signore, davanti ai sacerdoti e ai giudici in carica in quei giorni” (17, 6; 19, 17). Al contrario, essa ha come obiettivo utilizzare l’istinto di socievolezza come potente elemento di pressione psicologica per tentare di “conquistare il fratello”.

Ci troviamo ancora nell’ambito del privato, per questo la reputazione sociale si trova salvaguardata. D’altra parte, l’improvvisa presenza di testimoni potrà creargli un certo salutare timore e, chissà, rendergli impossibile il non riconoscere la sua colpa. Se lui giungerà a riconoscerla, si verificherà l’effetto auspicato al primo tentativo, espresso nel versetto precedente.

L’efficacia di questo mezzo si basa sull’apprezzamento che il trasgressore può consacrare al concetto che gode presso gli altri. Non si tratta, pertanto, di metterlo con le spalle al muro, giudiziariamente parlando, perché un’azione di questo tenore potrebbe probabilmente suscitare più un irreversibile odio che propriamente condurlo ad un sentimento di dolore per il suo errore. I terzi da convocare non devono esercitare la funzione di testimoni d’accusa in giudizio, ma quella di ausiliari nella correzione amichevole. Pertanto, la fama ed il decoro di chi commette errore saranno oggetto di ogni attenzione possibile.

“Che cosa fare, se egli non considera la correzione ed è ostinato nel peccato? ‘Prendi con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni’. Quanto più il peccatore si mostri sfacciato e insolente, tanto più dobbiamo impegnarci per la sua guarigione, senza spingerlo all’ira e all’odio. Il medico nel vedere l’aggravarsi di una malattia non se ne disinteressa o rinunca a vincerla; invece, raddoppia le sue energie. Ecco cosa il Signore ci comanda di fare qui. Se la tua parola è stata troppo debole, aumenta la tua forza prendendo altri con te. Infatti, due bastano per rimproverare o correggere il peccatore. Vedi come il Signore non guarda solo agli interessi dell’offeso, ma anche a quello dell’offensore. Infatti, chi si è pregiudicato è quello che si è lasciato travolgere dalla passione. Questo è il malato, questo è il debole, questo il sofferente. Ecco il perché delle volte che il Signore comanda all’offeso di visitarlo: prima da solo, poi con altri; e se persiste ancora, con tutta la Chiesa”.6

Secondo San Girolamo, questo può essere inteso anche così: “Se egli non ha voluto ascoltarti, presentalo solamente a un fratello; e se non risponde a questo, presentalo ad un terzo, sia perché egli si corregga per vergogna o per un tuo consiglio, sia perché veda che agisci davanti a testimoni”.7 E a questo commento si deve aggiungere quello che dice la Glosa: “O affinché, nel caso egli dica che non ha peccato, i testimoni provino che ha peccato”.8

IV – Il bene della stessa Chiesa

17 “Se poi non ascolterà neppure costoro, dillo all’assemblea; e se non ascolterà neanche l’assemblea, sia per te come un pagano e un pubblicano”.

Giunti a questa fase, è diventato chiaro che il metodo amichevole ha fallito; il colpevole persisterà nel suo odio, nelle sue macchie o nei suoi errori, ed in questo caso non toccherà che il ricorso alla Chiesa, a quell’istituzione promessa dal Signore Gesù che sarebbe stata fondata sopra la pietra chiamata Pietro. Rimane ancora in gioco lo zelo per l’anima del colpevole e per il suo bene particolare, ma un altro bene si presenta: quello della stessa Sposa di Cristo.

Ormai non appartengono al Gregge

Se egli non dà ascolto alla voce della Chiesa, dovrà esser considerato come un pagano o peccatore pubblico. Sarà indispensabile che avvenga una rottura delle relazioni. Nessun vincolo ci unirà a lui. Si vedrà escluso proprio come i gentili o i pubblicani, che non erano ammessi dai giudei nella comunicazione del culto e delle orazioni. La considerazione di tutti a suo riguardo sarà come quella di una persona pericolosa che potrebbe mettere a rischio la perseveranza degli altri; di qui la necessità di evitare la sua frequentazione.

Cristo e l’adultera

Povera quella persona che non ascolta la voce della Chiesa o che disprezza il timbro e la sonorità di questa voce. Egli potrà ribellarsi contro la sua autorità, discutere sui suoi doveri, disprezzare le sue correzioni o condanne. La parola del Signore, tuttavia, è ferma come una roccia: “Il Cielo e la Terra passeranno, ma le mie parole non passeranno” (Mt 24, 35). Una tale persona ormai non apparterrà al gregge del Buon Pastore, non avrà più diritto al nome di cattolico, apostolico e romano… Chi volge le spalle alla Chiesa di Gesù Cristo sarà considerato come un pagano o un peccatore pubblico agli occhi di Dio.

Questa denuncia deve esser fatta con spirito cristiano. Così hanno proceduto i servi della parabola quando, con tristezza, hanno comunicato l’errore del loro compagno al re (cfr. Mt 18, 31). Se gli accusatori si muovessero con spirito di odio o di vendetta, per puro egoismo o per invidia, dovrebbero essere tenuti per vili delatori; ma, procedendo così, essi non possono essere visti come personaggi abietti e mal reputati.

Dio ordina che li rimproveriamo e allontaniamo

Il cattolico, quando accusa, lo fa per amore e con amore. Tenendo in considerazione che il peccatore non poche volte potrà costituire un pericolo per il bene comune e, pertanto, per la stessa società, il non denunciarlo sarà un’omissione contro la carità o addirittura comodità egoista e codarda. Non è raro trovare questa omissione come vizio praticato persino all’interno di alcune comunità religiose; omissione che finisce per trasformarsi in sfogo e si spiega, molte volte, in commenti diffusi tra gli altri sulle infrazioni di questi o quei colpevoli, vere maldicenze che alle volte oltrepassano i limiti della calunnia.

Questa mancanza di carità ha conseguenze malefiche sullo stesso trasgressore, che molto guadagnerebbe se fosse riconosciuto come tale. Infatti la situazione di ripudiato da tutti i suoi conoscenti farebbe crescere in lui il senso di vergogna e potrebbe servirgli da buon mezzo di conversione, come insegna San Girolamo: “Quindi, se nemmeno a questi egli vuole dare ascolto, allora si deve dirlo a molti, affinché lo detestino, così, quello che non può essere salvato con la vergogna si salvi con gli affronti”.9

Proprio per questo, è un dovere denunciare il peccatore, così lo sottolinea la Glosa: “O ditelo pure a tutta la Chiesa, in modo da fargli provare ancor più vergogna. Dopo tutto questo deve seguire la scomunica, che deve essere fatta per bocca della Chiesa, cioè, dal sacerdote che, quando scomunica, tutta la Chiesa scomunica con lui”.10

Vale qui anche il principio latino: corruptio optimi, pessima. Vediamo, a volte, quanto sia più pernicioso un cristiano che imbocca la via del male degli stessi cattivi, come asserisce San Girolamo: “Con le parole ‘sia lui per te come un pagano e un pubblicano’, il Signore ci fa capire che dobbiamo detestare di più chi col nome di cristiano pratica opere da infedele di chi è chiaramente pagano. Si dà il nome di pubblicani a quelli che cercano le ricchezze del mondo ed esigono imposte per mezzo di traffici, frodi, furti e spergiuri orribili”.11

O ancora come evidenzia San Giovanni Crisostomo: “Tuttavia, mai il Signore ci ha ordinato, riguardo a coloro che sono al di fuori della Chiesa, una cosa simile a quanto ci ordina qui riguardo la correzione dei fratelli. Perché relativamente agli estranei Egli dice: ‘Se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra’ (Mt 5, 39); e San Paolo: ‘Spetta forse a me giudicare quelli di fuori?’ (I Cor 5, 12). In relazione ai fratelli, però, ci ordina che li rimproveriamo e li allontaniamo dal male”.12

Virtù da parte dell’accusatore e dell’accusato

Non sarà mai troppo insistere che la nota non solo dominante, ma essenziale, di questa denuncia dovrà essere l’amore verso il prossimo per amore di Dio, poiché chi si incollerisce contro un suo fratello sarà reo nel tribunale di Dio (cfr. Mt 5, 22). L’indignazione egoista e malefica, il sarcasmo, la beffa, la vendetta, ecc., non possono penetrare nemmeno nelle zone occulte del nostro cuore, poiché lì sta Dio ad analizzare i nostri sentimenti ed intenzioni. Essi sono la fonte dei nostri atti, per questo ogni rancore deve essere sradicato con intransigenza.

Da parte dell’accusato, sarà anche pretesa la virtù per la sua conversione, poiché non gli farà poca resistenza la stessa superbia che lo ha portato a procedere male. “Chi incontrerà un uomo che desidera essere rimproverato? Dove troveremo quel saggio, del quale sta scritto: ‘rimprovera il saggio ed egli ti amerà’? [Pr 9, 8]”.13 La manifestazione di pentimento ed emenda da parte del corretto è salutata con una bella esclamazione da parte del Siracide (cfr. Sir 20, 4), che afferma che con questo mezzo si riesce più facilmente a fuggire dal peccato. San Basilio14 fa un’analogia tra la disposizione di un infermo che accetta i penosi trattamenti indicati dal medico per ottenere la sua guarigione, e l’umiltà di un uomo che realmente desidera la sua salvezza eterna, perché anche costui accetta con gaudio la correzione fattagli, per quanto amara ed aspra questa possa essere.

L’accogliere male i rimproveri costituisce non solo un’offesa a Dio, ma perfino porta a rigettare ogni somiglianza con Gesù. Chi procede così non tarderà a perdere tutte le sue virtù e, per orgoglio, procederà di caduta in caduta, avvicinandosi ad ogni passo allo spirito di satana.

Il potere dato a Pietro

18 “In verità vi dico: tutto quello che legherete sopra la Terra sarà legato anche in Cielo e tutto quello che scioglierete sopra la Terra sarà sciolto anche in Cielo”.

Dobbiamo manifestare la nostra gratitudine piena di giubilo per questa concessione fatta dal Redentore ai primi Pastori della Chiesa e, nelle loro persone, estesa a tutti i loro successori.

Si tratta di un nobilissimo potere, elevato, ampio e necessario per la perpetuità del deposito della Fede, la conservazione dei buoni costumi e della Tradizione, insomma, del buon ordine. Esso fu concesso in pienezza a Pietro (cfr. Mt 16, 18-19) ed è in dipendenza dall’autorità di costui che gli altri lo detengono. “Questi vastissimi poteri che riguardano tanto il foro esterno quanto quello interno – cioè, il diritto di pronunciare sentenze giudiziali e quello di assolvere i peccati – non sono affidati, come è naturale, alla massa dei fedeli ma ai superiori regolarmente istituiti. E se la formula per la quale questi poteri gli sono conferiti assomiglia a quella che Gesù usò quando nominò San Pietro Capo supremo della Chiesa, è naturale anche che non sia loro concessa se non una giurisdizione subordinata all’autorità del Supremo Pastore”.15

Origene fa un’interessante osservazione a proposito del plurale: “nei Cieli”, usato da Gesù quando Si riferisce ai poteri dati a Pietro, ed il singolare quando Si rivolge agli Apostoli: “nel Cielo”, “perché questo potere non è tanto perfetto quanto quello dato a Pietro”.16

È di grande valore il giudizio di San Girolamo riguardo questo passo: “Siccome [il Signore] aveva detto: ‘E se non ascolterà neanche l’assemblea, sia per te come un pagano e un pubblicano’ (Mt 18, 17), e potrebbe accadere che il fratello, così disprezzato, risponda o pensi nel modo seguente: ‘se voi mi disprezzate, anch’io vi disprezzo, se voi mi condannate, anch’io vi condanno’, il Signore ha dato agli Apostoli un potere tale che non può restare alcun dubbio ai condannati da loro che la sentenza umana è confermata dalla sentenza divina, e che tutto ciò che è legato sulla Terra, si lega allo stesso modo nel Cielo”.17

Cristo in cammino per Emmaus

Viene a proposito qui riproporre anche le sagge considerazioni fatte da San Giovanni Crisostomo: “E non ha detto a colui che presiede nella Chiesa: ‘Lega chi così pecca’, ma: ‘Tutto quanto legherai’. Che significherebbe lasciar tutto nelle mani dell’offeso. E i vincoli rimangono indistruttibili. Dunque, il peccatore avrà da soffrire gli ultimi castighi; la colpa di questo, però, non l’avrà chi lo ha denunciato, ma chi non ha voluto sottomettersi. Si vede come il Signore condanna il peccatore ad una punizione qui sulla Terra e l’altra nell’aldilà. Però, se minaccia col castigo sulla terra è per non arrivare al supplizio nell’aldilà, ma piuttosto affinché l’ostinato si calmi col timore della minaccia, con l’espulsione dalla Chiesa, col pericolo di essere legato sulla Terra e rimanere legato anche nei Cieli. Sapendo questo, è naturale che l’uomo – se non all’inizio, almeno col passare per tanti tribunali – desista dalla sua ira. Per questo il Signore ha stabilito uno, due e persino tre giudizi, e non l’espulsione immediata del colpevole, poiché, nel caso si rifiuti di ascoltare il primo tribunale, possa accedere al secondo: se respinge anche il secondo, ancora gli resta il terzo. Se rigetta anche questo, possono ancora spaventarlo il castigo futuro e la sentenza e giustizia di Dio”.18

V – L’umanità avrà sempre bisogno di perdono

19 “In verità vi dico ancora: se due di voi sopra la Terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei Cieli ve la concederà. 20 Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, Io sono in mezzo a loro”.

Senza nessun timore, si può affermare che in questi due versetti si trova la sintesi di tutta l’opera del Salvatore. Gesù è l’anello di congiunzione tra tutti coloro che prendono la decisione di unirsi in suo nome, poiché, in queste circostanze, Egli starà in mezzo a loro. Con la sua intercessione, sarà commossa la misericordia del Padre e i discepoli sapranno cosa chiedere, poiché in loro gemerà lo Spirito (cfr. Rm 8, 26), così, tutto otterranno. Gesù agirà su ciascuno di loro, offrendogli il suo amore, il suo potere e la sua saggezza. Questa è la vera Chiesa che vive di compassione, misericordia e pietà, poiché l’umanità, che sempre peccherà, sempre necessiterà del perdono del Divino Redentore, dato per mezzo della sua Chiesa.

1) SANT’ALFONSO MARIA DE’ LIGUORI. A oração, o grande meio para

alcançarmos de Deus a salvação e todas as graças que desejamos.

Aparecida: Santuário, 1987, p.42.

2) Cfr. SAN GIOVANNI CLIMACO. Scala Paradisi.

Gradus IV: De obedientia: MG 88, 55-56.

3) CORNELIO A LAPIDE. Commentaria in Proverbia Salomonis.

C.XXIII, n.14. In: Commentarii in Sacram Scripturam.

Leiden: Pelagaud et Lesne, 1841, t.III, p.669.

4) Cfr. PLUTARCO. De capienda ex inimicis utilitate, c.VI.

5) Cfr. UGO DI SAN VITTORE. De institutione novitiorum,

c.X: ML 176, 935.

6) SAN GIOVANNI CRISOSTOMO. Omelia LX, n.1. In: Obras.

Homilías sobre el Evangelio de San Mateo (46-90). 2.ed.

Madrid: BAC, 2007, v.II, p.259-260.

7) SAN GIROLAMONIMO. Comentario a Mateo.

L.III (16,13-22,40), c.18, n.44. In: Obras Completas.

Comentario a Mateo y otros escritos. Madrid: BAC, 2002, v.II, p.249.

8) GLOSA, apud SAN TOMMASO D’AQUINO. Catena Aurea.

In Matthæum, c.XVIII, v.15-17.

9) SAN GIROLAMO, op. cit., p.249.

10) GLOSA, op. cit.

11) SAN GIROLAMO, op. cit., p.249.

12) SAN GIOVANNI CRISOSTOMO, op. cit, p.260-261.

13) SANT’AGOSTINO. Epistola CCX, n.2. In: Obras.

Madrid: BAC, 1953, v.XI, p.989.

14) Cfr. SAN BASILIO MAGNO. Sermones De moribus.

Sermo II. De doctrina et admonitione, n.6: MG 32, 481-482.

15) FILLION, Louis-Claude. Vida de Nuestro Señor Jesucristo.

Vida pública. Madrid: Rialp, 2000, v.II, p.310.

16) ORIGENE. Commentaria in Evangelium secundum Matthæum.

T.XIII, n.31: MG 13, 613-614.

17) SAN GIROLAMO, op. cit., p.249.

18) SAN GIOVANNI CRISOSTOMO, op. cit., n.2, p.263.

Madre Teresa, la sua forza era nell’Eucarestia

Nel maggio del 1982 arrivava con due consorelle a Firenze, invitata dal cardinale Benelli, per aprire in periferia una casa di accoglienza per ragazze madri. Il racconto di una volontaria del Movimento per la vita che la conobbe in quell’occasione

Madre Teresa e l’Eucaristia

Era il maggio del 1982: Madre Teresa arrivava a Firenze con due sue consorelle per aprire la nuova casa di accoglienza per ragazze madri. Si era saputo che lei aveva accettato soprattutto quando aveva saputo che vicino alla casa era accampato un bel gruppo di zingari. L’aveva chiamata il cardinale Benelli, che l’aspettava alla stazione con due macchine: una per lei e le sue suore e un’altra per le eventuali valigie.

C’ero anche io alla stazione, perché in quel momento facevo parte del nascente Movimento per la vita, che attivamente si era interessato al referendum contro la legge per l’aborto, approvata dal Parlamento italiano da pochi anni. Le suore scesero dal treno e ci fu la prima sorpresa: il loro bagaglio consisteva in un  piccolo fagotto. Era tutto quello che avevano per cominciare la nuova vita che le attendeva.

Arrivati alla casa situata a Castello, un quartiere alla periferia di Firenze, il cardinale volle far fare il giro delle stanze a Madre Teresa e alle sue consorelle. Con un gruppo di persone del posto, aspettavamo insieme al parroco per salutarle ed offrire loro una cena. Ma il tempo passava e non si vedeva nessuno: a un certo punto è stato chiamato il parroco. Nessuno riusciva a capire cosa stesse succedendo. Dopo abbiamo saputo: Madre Teresa, quando il cardinale le mostrò la piccola cappella preparata dal sacerdote e dalle persone a lui vicine, comunicandole che il giorno seguente sarebbe venuto il parroco a dire messa, molto decisa rispose: «Se qui non c’è Gesù Eucaristia io e le mie suore ce ne andiamo: non possiamo dormire qui».

Il parroco andò di corsa nella sua chiesa a prendere l’Eucaristia e non appena tornò, Madre Teresa si inginocchiò con le suore e rivolgendosi al cardinale disse: «Ora Gesù è arrivato qui per la prima volta e quindi noi dobbiamo fare l’adorazione». Così il saluto alle suore e la cena furono spostati per far posto a Colui che regna su tutto.

Santa Teresa di Calcutta

«Di sangue sono albanese. Ho la cittadinanza indiana. Sono una monaca cattolica. Per vocazione appartengo al mondo intero. Nel cuore sono totalmente di Gesù». La migliore presentazione di santa Teresa di Calcutta (1910-1997), per tutti Madre Teresa, non poteva che darla lei stessa. Passava almeno tre ore al giorno in preghiera e adorazione del Santissimo Sacramento, sorgente di tutta la sua carità

«Di sangue sono albanese. Ho la cittadinanza indiana. Sono una monaca cattolica. Per vocazione appartengo al mondo intero. Nel cuore sono totalmente di Gesù». La migliore presentazione di santa Teresa di Calcutta (1910-1997), per tutti Madre Teresa, non poteva che darla lei stessa, la piccola suora che dilatò il suo cuore fino ad abbracciare ogni uomo come suo prossimo. Quando le veniva chiesto quale fosse il segreto di tanta carità, ricordava sempre di guardare e attingere alla sorgente: Dio. Spiegava il concetto con una celebre similitudine. «Quando si legge una lettera, non si pensa alla matita con cui essa è stata scritta. Si pensa a colui che ha scritto la lettera. È esattamente questo ciò che io sono nelle mani di Dio: una piccola matita. È Dio, Lui in persona, che scrive a modo suo una lettera d’amore al mondo, servendosi della mia opera».

Al secolo Agnese Gonxha Bojaxhiu, era nata a Skopje (oggi capitale della Macedonia) da genitori albanesi, che amavano il Rosario e aiutavano i bisognosi. «Quando penso a mia mamma e a mio papà, mi viene sempre in mente quando alla sera eravamo tutti insieme a pregare […]. Vi posso dare un solo consiglio: che al più presto torniate a pregare insieme, perché la famiglia che non prega insieme non può vivere insieme», ricorderà lei. Rimase orfana del padre a soli otto anni e da maggiorenne decise di entrare tra le Suore di Loreto. Qualche mese più tardi fu mandata in India, dove assunse il nome religioso di Teresa in onore di santa Teresa del Bambin Gesù.

Dopo aver professato i primi voti, insegnò per circa 17 anni in un collegio di Calcutta (1931-1948), divenendone pure la direttrice, ma verso la fine di quel periodo un fatto cambiò la sua vita. La sera del 10 settembre 1946, mentre viaggiava in treno, sentì una chiamata nella chiamata: «Quella notte aprii gli occhi sulla sofferenza e capii a fondo l’essenza della mia vocazione […]. Sentivo che il Signore mi chiedeva di rinunciare alla vita tranquilla all’interno della mia congregazione religiosa per uscire nelle strade a servire i poveri. Era un ordine. Non era un suggerimento, un invito o una proposta». Decise così di lasciare il convento e nel 1948, ottenuto il benestare della Santa Sede, iniziò con cinque rupie la sua vita solitaria al servizio dei «più poveri tra i poveri». Due anni più tardi, seguita da 12 ragazze, fondò le Missionarie della Carità. Il loro numero crebbe così rapidamente che già nel 1953 dovettero spostarsi in una nuova sede, messa a disposizione dall’Arcidiocesi di Calcutta.

Bambini e anziani disabili, barboni, lebbrosi, malati mentali, orfani, prigionieri, prostitute, ragazze madri, tossicodipendenti, uomini e donne di ogni religione: tutti gli esclusi e che si sentivano non amati dalla società iniziarono a trovare conforto fisico e spirituale nella congregazione di Madre Teresa, da lei dedicata «al Cuore Immacolato di Maria, causa della nostra gioia e Regina del mondo, perché è nata su sua richiesta e grazie alla sua continua intercessione si è sviluppata e continua a crescere». Attraverso Maria, la santa voleva portare Cristo ai poveri e i poveri a Cristo. Un moribondo – che lei aveva amato, curato e ripulito dai vermi – le disse un giorno: «Ho vissuto come un animale per la strada, ma sto per morire come un angelo». Insegnava a orientare le proprie azioni di carità a partire dalle persone della nostra famiglia, «quelli che vivono vicino a me» e che sono «poveri», ma «non per mancanza di pane» bensì perché non cercano Dio.

Parlò della necessità di mettere Cristo al centro della nostra vitapure nel memorabile discorso del 1979 alla cerimonia di consegna del Nobel per la pace, quando usò tra l’altro parole nette sul dramma dei bambini uccisi attraverso l’aborto: «Sento che oggi il più grande distruttore di pace è l’aborto, perché è una guerra diretta, un’uccisione diretta – un omicidio diretto da parte della stessa madre. […] Perché se una madre può uccidere il suo proprio figlio, non c’è più niente che impedisce a me di uccidere te e a te di uccidere me». Non mancò di ricordare l’immoralità della contraccezione e la liceità dei metodi naturali, sempre avendo bene a mente la bellezza dei disegni divini sull’uomo.

L’inesauribile suora con il sari bianco a strisce azzurre passava almeno tre ore al giorno in preghiera e adorazione del Santissimo Sacramento, che erano il motore di tutta la sua carità. Contemplativa e operosa. Perciò una volta, incontrando l’allora giovane padre Angelo Comastri, gli chiese quante ore pregasse al giorno. Di fronte alla sorpresa del futuro cardinale, che si aspettava un’esortazione ad amare più i poveri, Madre Teresa gli spiegò con i suoi occhi penetranti: «Figlio mio, senza Dio siamo troppo poveri per poter aiutare i poveri! Ricordati: io sono soltanto una povera donna che prega».

La Madonna di Montevergine

A quasi 1300 metri di altezza, nella catena del Partenio, nell’Appennino irpino, tra vette gigantesche che formano autentici baluardi dell’altopiano, sorge il più famoso santuario dell’Italia Meridionale, sul posto che ai tempi del grande poeta latino Virgilio, sorgeva un tempietto dedicato a Cibele, dea della natura e della fecondità.  
Virgilio che era un intenditore, salì varie volte su questo altopiano che porta il suo nome, lasciando i suoi impegni a Napoli, per trovare le pianticelle aromatiche per distillare gli elisir di lunga vita, che poi nei secoli successivi e ancora oggi, i frati produssero distillando i liquori benedettini tipici del luogo.  
Non era facile arrampicarsi lassù su quei monti dell’Irpinia, ma alle dovute soste per riposarsi, ci si poteva ritemprare lo spirito con le vedute mozzafiato che da lì si ammiravano, dal Vesuvio, alla vicina Avellino, l’intero golfo di Napoli con le meravigliose isole di Capri, Ischia, Procida e poi la vasta pianura della fertile Campania.  
Nei primi anni del 1000, arrivò su questa montagna un giovane pellegrino diretto in Palestina, ma per volere di Dio dirottato qui, Guglielmo da Vercelli.  
Con addosso un saio visitò i Santuari dell’Italia settentrionale, poi andò in Spagna a S. Giacomo di Compostella e al suo ritorno decise di percorrere tutta la penisola per andare in Terrasanta; ma proprio quassù Gesù gli apparve dicendogli di fermarsi e di erigere un tempio alla Vergine al posto di quello dedicato alla Gran Madre pagana.  
Guglielmo non era di carattere facile e dopo aver distrutto il preesistente tempio con l’idolo, si impose a vescovi e papi, per mettere in atto il suo intento e costruì una piccola chiesa alla Vergine Maria. Fondò una Organizzazione monastica germogliata dal tronco benedettino che chiamò Congregazione Verginiana; la fama di questi eremiti – monaci si sparse in tutta l’Italia Meridionale e Sicilia.  
San Guglielmo espose nella chiesetta alla venerazione dei fedeli, una piccola immagine della Madonna, che negli ultimi decenni del XII secolo fu sostituita da una bellissima tavola, dove la Vergine appare incoronata e in atto di allattare il Bambino, questa tavola è conservata nel museo del Santuario ed è detta ‘Madonna di s. Guglielmo’. Il santo monaco fondatore si spense probabilmente il 25 giugno del 1142 nel monastero di S. Salvatore in Goleto (AV), mentre i primi pellegrini salivano il monte Partenio, sempre più numerosi.  
Ben presto Montevergine diventò la casa madre di 50 piccoli monasteri che erano stati via via fondati, poté così imporre la realtà della propria esistenza ai papi ed ai re di Napoli, chiedendo la propria indipendenza.  
I re normanni ed angioini fecero a gara a dare all’abbazia, sorta vicino alla chiesetta, una autosufficienza economica, esentandola da tributi e donandole feudi e un castello per l’abate.  
Sotto gli angioini (1266-1435) la chiesa di stile romanico fu trasformata notevolmente nelle strutture ed ampliata in stile gotico, con altare maggiore cosmatesco e a tre ordini di colonne.  
La tavola della Madonna fu sostituita intorno al 1300 da una immagine imponente, su una tavola di notevoli proporzioni, rappresentante la Madonna, che prenderà il titolo di Montevergine, seduta su una grande seggiola, con il Bambino sulle ginocchia.  
L’icona giunse a Montevergine circondata da leggenda e devozione; si diceva dipinta addirittura da s. Luca, che aveva conosciuta la Madonna e aveva osato ritrarla, egli sarebbe soltanto l’autore del capo, ma sgomento non aveva finito il viso; addormentatosi, l’aveva trovato completato il mattino dopo da misterioso intervento celeste. Il quadro sarebbe stato prima esposto a Gerusalemme, poi trasferito ad Antiochia, poi a Costantinopoli, infine a Napoli, qui finì nelle mani di Caterina II sposa di Filippo di Taranto, la quale lo fece completare, si dice, da Montano d’Arezzo e lo donò al Santuario di Montevergine.  
Studi espletati nei secoli successivi, hanno escluso la pittura sia di s. Luca che di Montano d’Arezzo, attribuendo l’esecuzione dell’opera a Pietro Cavallino dei Cerroni, pittore di corte di Carlo II d’Angiò, che l’avrebbe dipinta fra il 1270 e il 1325, egli era portato per le opere di grandi dimensioni, infatti il quadro del santuario misura metri 4,60 x 2,10 e pesa otto quintali, con linee bizantineggianti e con intonazione personale proprio dello stile del Cavallino.  
Al popolo non è mai interessato chi l’avesse dipinta, essa piacque subito e nella semplicità della fede che gli venne tributata, la chiamarono la “Madonna Bruna” o anche “Mamma Schiavona”, etimologia incerta ma di sicura presa.. C’è tutta una letteratura descrittiva dei pellegrinaggi a Montevergine, con quadri e disegni di illustri viaggiatori che ne descrivevano il folklore, specie per quelli provenienti da Napoli; su carretti addobbati con cavalli e i suoni e feste che accompagnavano il ritorno; fino agli anni ’60 del nostro secolo i carretti erano stati sostituiti da auto decappottabili, tutte addobbate, come i pellegrini compreso l’autista noleggiatore, vestivano abiti uguali e tutti dello stesso colore sgargiante degli addobbi dell’auto.  
Oggi si sale con una comoda funicolare e con un agevole strada per auto e i bus; i pellegrini sono calcolati sul milione e mezzo ogni anno. Ma i pellegrinaggi veri e propri che si fanno da secoli, sono a piedi, salendo il monte anche di notte, molti a piedi nudi, per penitenza o per chiedere una grazia per sé o per i suoi cari.  
Per secoli sotto l’altare maggiore del Santuario furono custodite le reliquie di s. Gennaro, finché vinte la resistenze dei monaci e dei fedeli locali, esse poterono essere trasferite nel duomo di Napoli.  
Il Santuario ebbe ancora due rifacimenti, uno nel 1622 per ragioni statiche e di moda, con trasformazioni barocche e l’altro a partire dal 1948 fino al 1961, quando ci fu l’intera costruzione di un santuario più grande, inglobando però la precedente struttura.  
L’enorme quadro della Madonna è posto sulla parete di fondo su un nuovo trono che prende tutta l’altezza della parete. Interessante la sala degli ex-voto, dove già dal 1599 erano raccolte le tabelle votive, scolpite o dipinte raffiguranti le grazie che si era ricevuto, quasi tutte in argento; testimonianza storica di una fede ormai millenaria nella Madre celeste.  
Nella cripta vi sono in un’urna d’argento, i resti di s. Guglielmo di Vercelli fondatore, nelle due basiliche la vecchia e la nuova vi sono le tombe di vari principi, nobili, ecclesiastici, che nei secoli hanno voluto riposare accanto alla Madonna di Montevergine. 
Ai piedi del monte vi è il palazzo abbaziale di Loreto del 1700, residenza d’inverno dell’abate e di quasi tutti i monaci, spostamento dovuto al clima molto rigido ed alla neve del periodo invernale. Nel palazzo è ospitata la farmacia con una importante raccolta di vasi e l’archivio con incunaboli e novecento pergamene, molte scritte da re e pontefici, alcune risalenti all’epoca di s. Guglielmo.

Il “segreto” del Beato Fulton John Sheen (con alcuni pensieri scelti)

Disse in tarda età, rispondendo ad una domanda:

“Il segreto del mio potere è che in 55 anni non mi sono mai perso di passare un’ora al giorno di Adorazione alla Presenza di Gesù Nostro Signore nel Santissimo Sacramento. Ecco da dove viene il potere. Ecco dove nascono i sermoni. È da lì che viene concepito ogni buon pensiero”.

L’impegno di Sheen nel mantenere un’ora Santa di Adorazione Eucaristica iniziò il giorno della sua ordinazione il 20 settembre 1919 e durò fino al giorno della sua morte, il 9 dicembre 1979. Morì durante l’Adorazione Eucaristica, davanti a Gesù nel Santissimo Sacramento.

Era chiaramente devoto alla pratica, ma non la considerava come una devozione ma come “Una partecipazione all’opera di Redenzione”. Per molti decenni ha esortato i fratelli sacerdoti, i religiosi e tutti i fedeli a fare un’ora santa quotidiana.

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ALCUNI PENSIERI DEL BEATO FULTON SHEEN

La persona allegra vede sempre in ogni male presente qualche futuro bene; nel dolore vede una croce da cui nascerà una risurrezione; nella prova, trova correzione e disciplina e un’opportunità per crescere nella saggezza; nel dolore, raccoglie pazienza e rassegnazione alla Volontà di Dio.

(Beato Fulton J. Sheen)

* * *

Dio non disapprova la tua lamentela. Sua Madre al Tempio non chiese: “Figlio, perché ci hai fatto questo?”. E Cristo sulla Croce non si lamentava: “Mio Dio, perché mi hai abbandonato?”

Se il Figlio ha chiesto al Padre e la Madre al Figlio, perché non dovresti farlo tu? Ma i tuoi gemiti siano a Dio e non all’uomo.

E alla fine della vostra dolce preghiera lamentosa, direte: “Padre nelle Tue Mani affido il mio spirito”.

Coloro che si lamentano con gli altri non vedono mai i propositi di Dio. Coloro che si lamentano con Dio scoprono che la loro passione, come quella di Cristo, si trasforma in compassione.

(Beato Fulton J. Sheen, da “Ispirazioni per Quaresima e Pasqua”)

* * *

Scriveva Fulton Sheen:

“Gesù Nostro Signore disse che alla fine dei tempi quando Satana sarà assiso sul suo trono (Apoc.2,13), apparirà tanto simile a Lui sì da ingannare, se fosse possibile anche gli eletti (Mt 24,24 ). Ma se Satana opera prodigi, se pone delicatamente le mani sul capo dei bambini, se appare benigno e benevolo con il povero, come faremo a distinguerlo dal Cristo? Ebbene Satana non porterà le stigmate sulle mani o sui piedi o sul costato. Egli apparirà come sacerdote, ma non come Vittima”.

“Accade che Satana appaia, variamente camuffato, simile a Cristo; e, alla fine del mondo, apparirà come un benefattore, un filantropo: ma con le stimmate non è mai apparso, e non apparirà mai. Perché solamente l’Amore Celeste può mostrare le cicatrici del supremo dono d’amore fatto in una notte ormai per sempre trascorsa.”

(Beato Fulton J. Sheen, da “La vita di Cristo”)

* * *

Tanto Pietro quanto Giuda, quando rinnegarono Gesù Nostro Signore, si ribellarono contro la Vita; entrambi erano stati messi in guardia contro questa ribellione; entrambi erano stati chiamati “demoni” a cagione del loro peccato; ed entrambi si pentirono.

Ma Giuda “si pentì in se stesso” e nella futile agonia della sua disperazione rivolse il proprio ego contro sé medesimo. Pietro, invece, pentendosi verso il suo Signore, mediante l’umiltà si liberò dal peccato e riconquistò la gioia.

Soltanto la sottomissione dell’ego a qualcosa di superiore al proprio ego può guarire dalla disperazione, perché tale umiltà svuota l’anima tanto dell’orgoglio quanto del giudizio di sé, facendo posto all’influsso della Divina Verità, dell’Amore e della Misericordia.

“Chi si umilia sarà esaltato e chi si esalta sarà umiliato”… ma l’odio verso se stessi è un’esaltazione dell’ego in quanto giudice sommamente amaro e definitivo. Finché il cartello “Si Vende” resta affisso in un’anima colma della preoccupazione dell’ego, il Divino Occupante non può farvi il Suo ingresso.

(Beato Fulton J. Sheen, da “Il Sentiero della Gioia”)

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Quando ricevo la Santa Comunione io ricevo Cristo. Cristo discende in me per vivificarmi con la Sua Vita e per trasformare le mie attività in maniera che io amo ciò che Lui ama, odio ciò che Lui odia, desidero ciò che Lui desidera. I Suoi interessi, i Suoi affetti e i Suoi desideri divengono i miei. In tal senso, posso esclamare con San Paolo: “Non sono più io che vivo ma è Cristo che vive in me”. Nel profondo della mia anima, è avvenuto un meraviglioso mutamento: mi son dato a Cristo. “Cristo vive in me!”.

(Beato Fulton J. Sheen, da “Biologia Soprannaturale”)

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Il Paradiso è come una città su una collina, per cui non possiamo addentrarci in essa; dobbiamo arrampicarci. Coloro che sono troppo pigri per arrampicare possono perdere la sua cattura.

Nessuno pensi di poter essere totalmente indifferente a Dio in questa vita e sviluppare improvvisamente una capacità per Lui al momento della morte.

Da dove verrà la capacità del Paradiso se l’abbiamo trascurato sulla terra?

(Beato Fulton J. Sheen, da “I sette peccati capitali”)

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Se c’è un argomento che offende il sentimentalismo moderno, questo è l’inferno. La nostra generazione chiede a gran voce un “decano morbido”, che non parli mai dell’inferno alle orecchie educate, e la nostra epoca vuole un Cristianesimo annaffiato per rendere il Vangelo di Cristo nient’altro che una gentile dottrina di buona volontà, un programma sociale di miglioramento economico, e uno schema mite di idealismo progressista.

(Beato Fulton J. Sheen)

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Non deridere Dio e i Vangeli dicendo che non c’è Satana. Il male è troppo reale nel mondo per dirlo. Satana non guadagna mai così tante anime come quando, nella sua astuzia, diffonde la voce che è morto da tempo e che non esiste.

Non respingere il Vangelo, perché dice che Gesù Nostro Salvatore è stato tentato. Satana tenta sempre i puri, gli altri sono già suoi. Satana colloca più diavoli e demoni sulle mura di un monastero che nei covi di iniquità, perché questi ultimi non fanno nessuna resistenza.

Non dire che è assurdo che Satana appaia a Gesù Nostro Signore, perché Satana deve sempre avvicinarsi ai devoti e ai forti mentre gli altri soccombono da lontano.

(Beato Fulton J. Sheen)

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Se Egli è quello che afferma di essere, cioè un Salvatore, un Redentore, abbiamo allora un Cristo virile, un condottiero degno di esser seguito in questi tempi terribili; Colui che agevolmente farà breccia nella morte, distruggendo il peccato, la tristezza e la disperazione; un Capo cui possiamo far totale sacrificio di noi stessi senza peraltro perdere la libertà, sebbene conquistandola, e che possiamo amare sino al giorno della nostra morte.

Oggi abbiamo bisogno di un Cristo che, composto con funi un flagello, scacci dai nostri nuovi templi coloro che lì attendono a comprare e a vendere; di un Cristo che biasimi gli alberi di fichi sterili; di un Cristo che parli di croci e di sacrifici e la cui voce somigli alla voce del mare in tempesta, e che, tuttavia, non ci permetta di piluccare e scegliere fra le Sue parole, scartandone le difficili e accettando soltanto quelle che compiacciono alla nostra fantasia.

Abbiamo bisogno di un Cristo che ristabilisca lo sdegno morale, che ci induca a odiare ardentemente il male e ad amare il bene al punto da poter bere la morte come l’acqua.

(Beato Fulton J. Sheen, da “La Vita di Cristo”)

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La chiave per il miglioramento sociale si rinviene sempre nel miglioramento individuale: rifate l’uomo e rifarete il mondo!

La società può essere salvata soltanto se l’uomo è salvato dai suoi conflitti intollerabili, e l’uomo può esserne liberato soltanto se è salvata la sua anima.

(Beato Fulton J. Sheen, dalla prefazione di “Il Sentiero della Gioia”)

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La tolleranza si applica soltanto alle persone, e non mai ai principi, l’intolleranza vale per i principi e mai per le persone. Noi dobbiamo essere tolleranti verso le persone perché esse sono umane; dobbiamo essere intolleranti verso i principi perché sono divini. Dobbiamo essere tolleranti verso gli erranti, perché può essere stata l’ignoranza a farli traviare. Ma dobbiamo essere intolleranti verso l’errore perché la Verità non è opera nostra, ma di Dio.

È bene ricordarlo: l’unico vero motivo per cui Cristo fu condannato a morte fu precisamente l’intolleranza con cui Egli proclamò la Sua Divinità.

(Beato Fulton J. Sheen)

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Se ogni mattina noi portassimo le nostre piccole croci alla Santa Messa e le piantassimo a fianco della Grande Croce di Gesù sul Calvario, e al momento della Consacrazione dicessimo con Lui: “Questo è il Mio corpo, questo è il Mio sangue” noi scorderemmo i nostri mali nell’estasi del nostro Amore per Gesù Crocifisso.

(Beato Fulton J. Sheen, da “Ancore sull’abisso – Radiomessaggio del 5 Febbraio 1950”)

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Non c’è anima alla cui porta Dio non abbia bussato migliaia di volte.

La Sua Voce può anche identificarsi nella nausea che segue il peccato, nel disprezzo di noi stessi, nello scontento della vita, nella delusione e nella sofferenza.

Se in simili circostanze, piuttosto che lamentarsi, recriminare e ribellarsi, l’anima aprisse la sua porta alla Grazia di Dio, troverebbe la pace e la felicità che preludono al Paradiso.

(Beato Fulton J. Sheen, da “La Felicità del Cuore”)

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Non possiamo amare il peccato durante la vita e iniziare ad amare la virtù alla morte. Le gioie del Paradiso sono la continuazione delle gioie di Cristo sulla terra. Non sviluppiamo una nuova serie di amori con il nostro ultimo respiro. Raccoglieremo nell’eternità solo ciò che abbiamo seminato sulla terra.

Quindi non lasciamo che i nostri presunti moderni, i quali accumulano peccato su peccato, pensino di poter insultare Dio finché la loro vita non si sia esaurita e quindi aspettarsi un contratto di vita eterna in una delle dimore del Padre.

Colui che andò in Paradiso con una Croce intendeva che tu dovessi andarci peccando?

(Beato Fulton J. Sheen, da “Le sette virtù”)

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«Chi salverà la Chiesa? Non pensate ai sacerdoti, non pensate ai vescovi e ai religiosi. Sta a voi, laici. Sta a voi ricordare ai sacerdoti di essere sacerdoti, ai vescovi di essere vescovi e ai religiosi di essere religiosi».

(Beato Fulton J. Sheen, 28 Maggio 1972)

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Sii cosciente che ogni tua parola, pensiero ed azione si svolgono dinanzi a un Uditorio Divino. Come non infrangeresti le norme della velocità, se stesse sopraggiungendo un poliziotto, così non infrangerai le Divine Leggi peccando, non per timore di Dio, ma piuttosto perché Lo ami.

(Beato Fulton J. Sheen)

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Dico che per vivere in questi tempi problematici dobbiamo diventare santi. Santo è chi rende Cristo amabile. Questa è la definizione di un santo.

Voglio darvi solo questo insegnamento: non abbiamo bisogno di molto tempo per diventare santi, c’è solo bisogno di molto amore.

(Beato Fulton J. Sheen)

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La ricerca di ciò che è puramente temporale e secolare non può soddisfare questo desiderio, da parte dell’uomo, di un bene che è trascendente, al di fuori del tempo, e che soddisfa completamente le più sublimi aspirazioni della sua anima.

L’obiettivo dell’uomo deve trascendere ciò che è possibile stringere in un pugno.

Ciò cui egli tende, ne sia o no consapevole, è la Vita Perfetta, la Verità Totale e l’Amore Estatico: e tale è la definizione di Dio. Sicché, come dice Sant’Agostino: “I nostri cuori non avranno riposo finché non riposeranno in Te, o Signore”.

(Beato Fulton J. Sheen, da “Pensieri per la vita di ogni giorno”).

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Le conversioni non sono più difficili che in passato, ma l’approccio deve essere diverso. Oggi la gente cerca Dio, non per l’ordine che trova nell’universo, ma per il disordine che trova in se stessa. Oggi le persone arrivano a Dio attraverso un disgusto interiore.

(Beato Fulton J. Sheen, da “Il Sacerdote non si appartiene”)

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