I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia

L’Eucaristia, l’Immacolata e il Sommo Pontefice!

Categoria: Araldi del Vangelo (Page 2 of 32)

Commento al Vangelo – Commemorazione di Tutti i Fedeli Defunti

La Commemorazione dei Fedeli Defunti è una bella occasione che la Chiesa ci offre per alleviare quanti soffrono nel Purgatorio. Ma essa porta in sé anche un insegnamento per il nostro profitto spirituale: abbiamo una responsabilità e, se non agiamo come si deve, potremo ascoltare questa terribile sentenza del Divino Giudice: “non sei preparato!”

Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP

I – Dopo la morte, un debito pendente

La Santa Chiesa, nella sua sapienza e infallibilità divine, ha inserito nel calendario liturgico la commemorazione di Tutti i Fedeli Defunti il giorno che segue la Solennità di Tutti i Santi – in Brasile è posticipata alla domenica successiva per motivi pastorali –, con lo scopo di unire i tre stati della Chiesa, Corpo Mistico di Nostro Signore Gesù Cristo, di cui Egli è il Capo. Ieri, la Chiesa militante – costituita da quelli che sulla Terra, in stato di prova, combattono la buona battaglia per ricevere poi il premio della gloria (cfr. II Tim 4, 7-8) – festeggiava la Chiesa trionfante, lodando e glorificando i Santi che già si trovano nell’eterna beatitudine. Oggi essa volge il suo sguardo ai fratelli che, essendo anche loro giusti, sono ancora in Purgatorio – la Chiesa sofferente –, a scontare le pene temporali in base alle loro colpe.

La triplice dimensione del peccato

Dio onnipotente non può creare niente che non sia per Se stesso. Egli ci ha dato l’essere al fine di praticare la virtù per lodarLo, riverirLo e servirLo soprattutto, e il nostro obbligo non è che questo, visto che non sono i nostri genitori ad aver creato la nostra anima immortale, ma Dio, da cui in verità nasciamo. Ora, peccando, facciamo un cattivo uso delle creature, voltando le spalle a Dio e offendendoLo. Il Salvatore, però, nella sua infinita bontà, ci ha lasciato il Sacramento del Battesimo per cancellare il peccato originale e tutti i peccati commessi fino al momento di riceverlo, e se già abbiamo l’uso della ragione, quello della Penitenza, per riparare le colpe in cui incorriamo dopo il Battesimo. 1 Quando siamo perdonati da Nostro Signore stesso, attraverso le labbra del sacerdote, evitiamo la condanna all’inferno. Tuttavia, oltre all’ingiuria fatta a Dio, il peccato attenta anche contro altri due ordini – la coscienza e l’universo – di conseguenza, è logico che siamo da loro umiliati e puniti.2

Il giudizio della coscienza

Tutti noi abbiamo la Legge di Dio impressa nella mente e nel cuore, come criterio per discernere quanto insensato sia abbracciare le vie del peccato. La coscienza ci accusa quando procediamo male, e ci mostra la vera via. Per questo motivo, se uno, infatti, commette un peccato, non lo tocca il dubbio; anzi, è sicuro della sua caduta perché ha agito contro la sua propria coscienza.

Il peccato ferisce l’ordine perfetto della creazione

Dio ha creato l’universo in un ordine perfetto: ogni astro segue la sua traiettoria con esattezza; il Sole non si scontra con la Terra, né la Luna esce dalla sua orbita. Anche la vegetazione ha le sue leggi, che fanno sì che essa cerchi sempre il Sole e l’acqua, e gli animali sono dotati di istinti regolati. L’uomo, invece, ha la possibilità di andare in ordine o in disordine. Procedendo sulla linea della virtù, egli acquisisce meriti – cosa che non succede agli esseri inferiori, come gli animali o le piante –, ma se, al contrario, prende le vie del male, offende l’ordine dell’universo, come insegna il Magistero: “Ogni peccato, infatti, causa uno scompiglio nell’ordine universale, che Dio ha disposto nella sua ineffabile sapienza ed infinita carità, e la distruzione di beni immensi sia nei confronti dello stesso peccatore che nei confronti della comunità umana”.3

A causa di ciò, quando qualcuno commette una colpa grave, l’ordine dell’universo, scosso, vorrebbe rivoltarsi contro il trasgressore e schiacciarlo, scatenando tutti i suoi elementi. Tra queste possibili manifestazioni della natura contro il peccatore, possiamo immaginare, per esempio, la terra che si apre per inghiottirlo o il fuoco che cade dal cielo per divorarlo, al punto da trovare nelle Scritture stesse questa affermazione: “La creazione infatti a te suo creatore obbedendo, si irrigidisce per punire gli ingiusti, ma s’addolcisce a favore di quanti confidano in te” (Sap, 16, 24). Dio, tuttavia, contiene la natura vulnerata per non annientare il colpevole, in attesa che questi faccia penitenza e venga a ottenere la salvezza.

Dopo la Confessione, un debito pendente

Ciò nonostante, dobbiamo ricordarci che se il Battesimo perdona la duplice pena alla quale è soggetto il peccatore – quella eterna, in conseguenza del rifiuto di Dio, e quella temporale, a causa dell’adesione disordinata alle creature –, la Confessione, assolvendo dalla prima, non sempre libera totalmente dalla seconda, poiché la remissione di questa dipende dall’intensità e dalla perfezione del pentimento di ogni anima.4 Così, nella maggior parte dei casi, rimane pendente un debito che esige riparazione, sia sulla Terra, per mezzo della penitenza, sia nell’altra vita, sottoponendosi l’anima ai rigori del Purgatorio.

In che cosa consiste, allora, questo debito, e come potrà l’anima pagarlo? Immaginiamo uno che, andando per strada in un giorno di pioggia, si veda all’improvviso coperto di fango dalla testa ai piedi per il passaggio di un veicolo che viaggia ad alta velocità. Per quanto questa persona lavi il viso, sa che, oltre a questo, ha bisogno di pulire i vestiti, soprattutto se sta andando a una festa di matrimonio, dove non potrebbe mai presentarsi infangato.

Allo stesso modo, nel momento in cui l’anima si separa dal corpo e compare al giudizio particolare, riceve uno speciale dono per illuminare la sua memoria e la coscienza, che le ricorda tutti i dettagli della sua vita morale e spirituale.5 Essa comprende, allora, come nella Confessione le sono state perdonate le colpe contro Dio, come pure la pena eterna da loro decorrente: il suo volto è pulito. Ma la sua coscienza grida, perché si sente sporca e bisognosa di “cambiarsi d’abito”, cioè, di pagare la pena temporale. Inoltre, essa può avere una mentalità poco conforme al buon ordine, alla sapienza, soprattutto al giorno d’oggi, nel nostro mondo dominato dal meccanicismo e dalla tecnica. Può anche avere idee, capricci o manie che la allontanino dall’equilibrio perfetto della santità e che siano contrari, come regola di vita, ai principi della Fede, per cui non può stare davanti a Dio a contemplarLo faccia a faccia, perché questi le impedirebbero di comprender? Lo, di amarLo e di relazionarsi con Lui.

La ragione dell’esistenza del Purgatorio

Come ottenere il perdono della pena temporale e adeguare i criteri, per essere pronti a vedere Dio? Nella vita terrena lo possiamo ottenere mediante l’acquisizione dei meriti che ci vengono dalle buone opere – penitenze, orazioni, atti di misericordia, ecc. – o dalle indulgenze che la Chiesa ci concede, poiché, “facendo uso del suo potere di ministra della redenzione di Cristo Signore, […] con intervento di autorità, dispensa al fedele ben disposto il tesoro delle soddisfazioni di Cristo e dei Santi”.6

Nel caso siano stati disdegnati questi mezzi, diventa necessaria l’esistenza del Purgatorio per, post mortem, “purificare [l’anima] dalle conseguenze del peccato”7 e ottenere la remissione della pena, come dice San Tommaso,8 pagando per un periodo il debito imposto dall’offesa alla coscienza e all’ordine dell’universo. “È pertanto necessario” – continua l’insegnamento della Chiesa – “che l’amicizia di Dio venga ristabilita con una sincera conversione della mente e che sia riparata l’offesa arrecata alla sua sapienza e bontà, ma anche che tutti i beni sia personali che sociali o dello stesso ordine universale, diminuiti o distrutti dal peccato, siano pienamente reintegrati”.9

Il riformatorio del nostro egoismo

Desiderando, dunque, entrare in comunione con Lui senza macchia alcuna, puri e perfetti – perché là “non entrerà in essa nulla d’impuro, né chi commette abominio o falsità” (Ap 21, 27) –, Dio ha creato il Purgatorio, alla maniera di un riformatorio del nostro egoismo, dove questo è bruciato nel fuoco e siamo rieducati nella vera visione di tutte le cose e nell’amore alla virtù. Concluso questo periodo, la nostra anima è santificata e, per questo, si può affermare che quanti sono in Cielo sono santi.

Questa è anche la ragione per cui chi ha già raggiunto la santità qui sulla Terra non passa per il Purgatorio o, in certi casi, soltanto molto rapidamente per fare, per esempio, una genuflessione, come si racconta sia accaduto a Santa Teresa d’Avila, o a San Severino, Arcivescovo di Colonia, che, nonostante avesse consumato i suoi anni in feconde opere di apostolato per l’espansione del Regno di Dio, è stato obbligato a rimanere sei mesi in Purgatorio per espiare il suo scarso raccoglimento nella preghiera del Breviario.10

Speranza in mezzo a grandi tormenti

Le anime del Purgatorio soffrono terribilmente, ma con un grande vantaggio rispetto a noi: la speranza sicura del Cielo. È questa una virtù che causa gioia e consolazione, perché ci promette un possesso futuro. Tuttavia, la nostra speranza in questa vita è dubbiosa e incerta, perché trovandoci qui di passaggio possiamo in qualsiasi occasione vacillare e commettere una colpa grave, rischiando di perdere la vita eterna se la morte ci coglie subito dopo. Nel Purgatorio, al contrario, questa speranza già è assoluta, poiché porta con sé la certezza di aver raggiunto il termine, cioè, di aver conquistato la salvezza.11

Del resto, grandi sono i tormenti di questo luogo che, senza essere uguali a quelli dell’inferno – poiché i demoni non possono torturare le anime benedette 12 –, tuttavia, sono prodotti dal fuoco stesso.13 Per avere una pallida idea di quanto intenso sia questo calore, immaginiamo un enorme falò e, di fianco, la sua rappresentazione in una pittura. Se tocchiamo il quadro, questo non ci brucia, mentre basterà avvicinare il dito al falò vero per sperimentare un dolore insopportabile. Dunque, la differenza esistente tra l’immagine rappresentata nel quadro e il fuoco reale è quella che c’è tra il fuoco di questo mondo e quello del Purgatorio. Come dice Sant’Agostino: “quel fuoco sarà più violento di qualsiasi cosa possa patire l’uomo in questa vita”;14 San Tommaso completa: “la minor pena del Purgatorio eccederà la maggior pena di questa vita”.15

Il Venerando Stanislao Ghoscoca, domenicano polacco, stava un giorno pregando, quando gli è apparsa un’anima del Purgatorio avvolta nelle fiamme. Egli le chiese, allora, se quel fuoco fosse più attivo e penetrante di quello terrestre, e l’anima, gemendo, esclamò: “Paragonato al fuoco del Purgatorio, quello della Terra sembra una ventata di aria lieve e rinfrescante”. Siccome Stanislao, pieno di coraggio, gliene chiese una prova, l’anima rispose: “È impossibile a un mortale sopportare tali tormenti; tuttavia, se vuoi sperimentarlo, tendi la mano”. Egli così fece e il defunto lasciò cadere in essa una piccola goccia di sudore bruciante. In quello stesso istante, lanciato un grido acuto, il religioso cadde svenuto a terra, in uno stato simile alla morte. Rianimato dai suoi confratelli, accorsi ad aiutarlo, raccontò loro quello che era successo, raccomandando di rendere pubblico il fatto in modo da mettere in guardia le persone contro la terribile espiazione del Purgatorio. Infine, dopo un anno, nel corso del quale sentì continuamente quel dolore alla mano destra, fra Stanislao morì, esortando i suoi fratelli a fuggire dal peccato per evitare atroci supplizi nell’altra vita.16

Le anime del Purgatorio desiderano questa purificazione

Nonostante tali pene, le anime che si trovano nel Purgatorio, non vi stanno incatenate, desiderando di fuggire. Al contrario, accettano tutte le sofferenze.17 E se sapessero dell’esistenza di mille Purgatori, ancora più ardenti, vorrebbero gettarsi in questi, poiché, in verità, quello che sembra loro più intollerabile è vedersi coperte di macchie che le allontanano da Dio. Esse desiderano ardentemente essere interamente pure e verginali per entrare in Cielo. Questo atteggiamento assomiglia a quella di un ermellino – un animaletto così candido, simbolo della castità e dell’innocenza – che preferisce morire che vedere sporco il suo mantello bianco.

II – La Chiesa che lotta prega per la Chiesa che soffre

Noi abbiamo una sensibilità erronea, a causa della quale, quando assistiamo al capezzale all’agonia di un moribondo, seguita dal terribile dramma della morte, ci impressioniamo con facilità perché crediamo sia il termine del percorso di quella persona. Ma, in realtà – la Fede ce lo dice – tutto comincia lì. Lungi dal ritenere distaccati da noi quelli che sono partiti, dobbiamo convincerci che, stando in Cielo o nel Purgatorio, il vincolo con loro è molto più stretto di quello che immaginiamo. Così, qualsiasi preghiera o atto con merito soprannaturale, persino l’uso dell’acqua benedetta, praticato da chi rimane sulla Terra con l’intenzione di beneficiare le anime del Purgatorio, è considerato da Dio con grande benevolenza e accolto dalle stesse anime con molto piacere, visto che non possono più pregare per sé. Le nostre preghiere, applicate in suffragio loro, abbreviano la durata dei loro patimenti.

Per questo la Chiesa, come Madre amorosa, ha scelto un giorno dell’anno liturgico per la commemorazione dei Fedeli Defunti, nel quale concede ai sacerdoti il diritto di celebrare tre Messe, “a condizione che una delle tre sia applicata a libera scelta, con possibilità di riceverne l’offerta; la seconda Messa, senza alcuna offerta, sia dedicata a tutti i fedeli defunti; la terza sia celebrata secondo l’intenzione del Sommo Pontefice”.18 Quest’obbligo in relazione all’ultima delle tre Messe ha la sua origine nello zelo del Vicario di Cristo per la rapida liberazione delle sante anime del Purgatorio. Col passare del tempo, un gran numero di istituzioni pie, stabilite per la celebrazione di Messe in suffragio delle anime di determinati defunti, sono state abbandonate e trascurate, risultandone un serio danno per le anime del Purgatorio. Si è aggiunta anche la I Guerra Mondiale, che ha raso al suolo l’Europa strappando incalcolabili vite umane, soprattutto tra i giovani. Autorizzando la celebrazione di questa terza Messa nella giornata dei Fedeli Defunti, Sua Santità Benedetto XV, con paterna generosità, ha assunto su di sé questo debito della Chiesa verso le anime sofferenti.

Non dimentichiamoci, tuttavia, che, sebbene una sola Eucaristia abbia un potere impetratorio infinito, ne guadagneranno di più le anime che in vita hanno avuto una maggiore devozione ad essa.19 Pertanto, anche noi dobbiamo avere uno speciale impegno ad aumentare il nostro fervore alla partecipazione al rinnovo incruento del Santo Sacrificio del Calvario.

La Santa Chiesa dà ai fedeli anche il privilegio di ottenere un’indulgenza plenaria a favore di un’anima del Purgatorio,20 recitando in questo giorno – o nei giorni successivi, fino all’ 8 novembre – un Padre Nostro e un Credo in una chiesa od oratorio, o visitando un cimitero per pregare con questa intenzione.

Il valore delle nostre preghiere è superiore a qualunque offerta materiale

È vero che noi ci compiacciamo nel depositare sopra le tombe corone di fiori o candele, costume questo molto bello e legittimo. Tuttavia, la nostra più grande manifestazione di affetto per le anime deve consistere nel pregare per loro, perché l’effetto dell’orazione supera di molto quello di qualunque offerta materiale, secondo la famosa sentenza attribuita a Sant’Agostino: “Una lacrima per un defunto evapora. Un fiore sopra il tumulo appassisce. Una preghiera per la sua anima, Dio la raccoglie”.

Bisogna tener conto che, siccome Dio non è dipendente dal tempo, davanti a Lui non esiste passato né futuro e tutti gli avvenimenti accadono in un perpetuo presente, da tutta l’eternità e per tutta l’eternità. In questo modo, se oggi preghiamo per la buona morte di un parente o conoscente – anche se questa può essersi verificata da cinque o cinquecento anni –, la nostra orazione è già stata considerata da Dio nell’istante esatto del suo passaggio da questa vita all’altra, contribuendo a un passaggio più felice e assistito da grazie efficaci e abbondanti.

Un “commercio” con le anime del Purgatorio

Questa pietosa pratica ci permette di fare amicizia con coloro che, a causa delle nostre preghiere, escono dal Purgatorio e sono ammessi in Cielo, dove acquistano un potere di udienza colossale presso Dio. Certamente, la loro gratitudine ci beneficierà. Se su questa Terra siamo riconoscenti verso i nostri benefattori, tanto più le anime che entrano nella gloria sapranno intercedere a favore di chi ha pregato per loro.

In questo senso, viene qui a proposito l’applicazione della parabola dell’amministratore infedele (cfr. Lc 16, 1-8). Quest’uomo, avendo compreso che avrebbe perso l’impiego a seguito della cattiva gestione negli affari del suo Signore, ha fatto amicizia con tutti i debitori di costui per avere il loro sostegno nell’ora dell’amarezza e della necessità, visto che, per la sua avanzata età, gli mancavano le forze per lavorare. E, una volta licenziato, egli è stato protetto da tutti quelli di cui fraudolentemente aveva alleggerito il debito. Nostro Signore non elogia il furto dell’amministratore, ma loda la sua furbizia. Oggi è, allora, il giorno della furbizia! Dobbiamo pregare per tutti coloro che si trovano nel Purgatorio, soprattutto i più legati a noi. Questo atto di carità ce li renderà buoni amici, che restituiranno in qualità e quantità il favore ricevuto e, di conseguenza, ci aiuteranno molto nell’ora della difficoltà.

III – Dobbiamo evitare a ogni costo il passaggio per il Purgatorio

Questa commemorazione porta anche con sé un insegnamento di grande profitto spirituale, sul quale soffermeremo la nostra attenzione, senza trattenerci troppo nell’ampio ventaglio di letture che la Liturgia offre in questa giornata.

La tragedia della morte

Tutti noi siamo obbligati ad affrontare difficoltà e dolori in questa vita, poiché nessuno ne è esente. La sofferenza sopportata con rassegnazione cristiana ha un ruolo purificatore, correttivo, che ne fa una sorta di ottavo sacramento.21 Tra le molte tribolazioni ce n’è una che, sebbene sia una mera possibilità quanto alla data, di per sé è una certezza assoluta per tutti: la morte. Infatti, siamo sulla Terra soltanto di passaggio, e la nostra meta finale è il Cielo. Tuttavia, poiché questa è una verità molto dura, ci costa tenerla sempre presente, poiché ci piacerebbe varcare le soglie dell’eternità senza sopportare il tragico frangente in cui l’anima si separa dal corpo.

Con lo scopo di mantenere viva nella mente dei fedeli tale realtà, Sant’Alfonso Maria de’ Liguori 22 raccomandava di immaginare il cadavere di una persona appena morta, e che si meditasse sul processo successivo alla morte: come il corpo è mangiato dai vermi, e persino le ossa, con il tempo, si sbriciolano e si convertono in polvere. È la situazione, quanto al corpo, di chi se ne è andato da questo mondo. Ma quanti già “hanno viaggiato” e ancora non hanno raggiunto la felicità eterna, e stanno penando nel fuoco del Purgatorio! È quello che può accadere a ognuno di noi oggi, domani o più tardi: perde le forze, dà gli ultimi sospiri, percepisce che l’anima sta abbandonando il corpo, lo vedrà come se fosse quello di un altro, immobile, inerte, che si raffredda… A seguire viene il giudizio. Dopo, dove andrà? Non sappiamo. A noi stessi è impossibile, in questa vita, prevedere se andiamo in Purgatorio o no…

La serietà del Purgatorio

Ora, non pensiamo che, per aver praticato questo o quell’atto buono nel corso dell’esistenza, nell’ora del giudizio particolare potremo evitare il Purgatorio grazie a un sorriso rivolto al Giudice – Nostro Signore stesso! –, che Lo intenerisce e, dimenticando tutte le nostre colpe, ci introduce nella gloria… Non è ciò che Egli ha affermato nel Vangelo ed è registrato nelle Sacre Scritture, come, per esempio, nel Libro della Sapienza, in cui troviamo numerose comparazioni tra la morte del giusto e quella dell’empio (cfr. Sap 3, 1-19; 4, 16-20; 5, 14-15).

Pertanto, se siamo convinti dell’obbligo di pregare per le anime del Purgatorio, più ancora – come recita il famoso adagio popolare: “la carità comincia da casa propria” – abbiamo bisogno di convincerci che non basta temere soltanto l’inferno, poiché è necessario temere anche il Purgatorio. Per questo dobbiamo, prima di tutto, eliminare l’idea dell’irrilevanza del peccato veniale e considerarlo seriamente come Dio lo considera, non solo sforzandoci di mantenere lo stato di grazia, ma cercando la santità con una perseveranza piena di vigilanza, di amore e di timore di avvicinarsi alle occasioni di peccato. Se un’amicizia, una certa situazione o programma di televisione mi fanno scivolare, devo fuggire, preferendo mortificarmi qui piuttosto che dover soffrire nel Purgatorio. Quanto tempo, fra tormenti tremendi, potrà costarmi il rifiuto di un’ora di sacrificio sulla Terra?

Alimentando la nostra anima con la fede, verso l’eternità, sforziamoci di condurre una vita integra e santa, in modo da meritare di andare direttamente in Cielo. Se, al contrario, non ci convinciamo della perfezione che Dio esige da noi, quando moriremo – voglia Dio nella sua grazia! – dovremo purificarci nel Purgatorio.

L’esigenza della vigilanza

Raccontando la parabola delle dieci vergini – una delle opzioni del Vangelo che la Liturgia propone per questo giorno (Mt 25, 1-13) –, Nostro Signore ha voluto mostrarci quanto sia necessario essere preparati alla morte, poiché essa viene nell’ora più inattesa. In quel tempo l’atto principale delle feste di matrimonio era l’ingresso della sposa nella casa dello sposo. Attorniata da un certo numero di vergini sue amiche, lei aspettava lo sposo, che veniva con gli amici, per iniziare insieme il solenne corteo fino alla loro nuova abitazione, in genere dopo il tramonto del Sole, alla luce di lucerne e torce, cantando e suonando allegramente. Nella narrazione evangelica le vergini sagge, prevedendo un eventuale ritardo dello sposo, si portarono appresso una provvista di olio per restare con le luci accese fino al suo arrivo; le altre, invece, consumarono tutto l’olio e le loro lucerne si stavano quasi spegnendo quando fu annunciato lo sposo, per cui supplicarono le prime che cedessero loro un po’ di quello che avevano. Ma le sagge, temendo che non fosse sufficiente per tutte, dissero di no alle compagne. Questa è una immagine che si può applicare alla morte, che ognuno dovrà affrontare con la sua propria “provvista” di meriti, non potendo confidare in quella degli altri. Di fronte a Dio c’è una responsabilità personale non trasferibile, della quale dovremo rendere conto. Se non agiamo come dobbiamo, potremo ascoltare la terribile sentenza del Giudice: “Non vi conosco!” (Mt 25, 12). E se Gli chiederemo il perché di queste dure parole, Egli ci risponderà: “Perché non avete vissuto secondo i miei principi, la mia mentalità e i miei Comandamenti”.

Lo stesso messaggio ci è trasmesso in un’altra delle letture evangeliche per questa commemorazione (Lc 12, 35-40): la parabola dei servi che aspettano l’arrivo del signore. Gesù inizia le sue parole raccomandando: “Siate pronti, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese” (Lc 12, 35). L’espressione “con la cintura ai fianchi” è sinonimo di disponibilità al servizio, visto che, in quell’epoca, gli orientali sollevavano le loro lunghe tuniche non solo per camminare, ma anche per servire a tavola. Nel nostro caso, si tratta di essere pronti alla pratica della virtù della carità. Quanto alle “lucerne accese”, significa, ancora una volta, l’importanza di prestare sempre un’attenzione molto viva e accorta per evitare le occasioni prossime al peccato, e per mantenerci in spirito di preghiera. Rimaniamo come le vergini sagge o come questi uomini in attesa del ritorno del signore da una festa di matrimonio, con la lucerna piena di olio, ossia, sempre vigili, evitando tutto quello che possa condurci al Purgatorio. “Anche voi tenetevi pronti, perché il Figlio dell’uomo verrà nell’ora che non pensate” (Lc 12, 40).

IV – Allo stesso tempo, speranza

Non dobbiamo, guardare la morte come un qualcosa di strettamente tragico, un dramma al quale non c’è soluzione, ma, in consonanza con la visione della Chiesa, come una necessità. Alla maniera del seme che, secondo l’espressione dell’Apostolo, “non prende vita, se prima non muore” (I Cor 15, 36), è necessario che a un determinato momento il corpo riposi, in attesa della resurrezione. Se Gesù stesso non fosse morto, che cosa sarebbe di noi?

Gli effetti della Redenzione

San Paolo, avendo forse ricevuto una rivelazione da Nostro Signore, ha scritto: “Tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto” (Rm 8, 22) per essere “liberata dalla schiavitù della corruzione” (Rm 8, 21), attraverso i benefici della Passione e Morte del Signore Gesù. Infatti, la natura è stata segnata dal peccato di Adamo e ancora non ha avuto accesso, interamente, agli effetti della Redenzione, perché questi sono trattenuti in attesa del Giudizio Finale. I teologi, in particolare San Tommaso d’Aquino,23 commentano che nel giorno del Giudizio, dopo la resurrezione dei corpi, le mani di Dio si apriranno e tutta la natura sarà piena di giubilo per i frutti della Redenzione. Per esempio, la Luna brillerà con maggior chiarore che prima del peccato originale e il Sole acquisterà maggior fulgore, gettando sulla Terra una luminosità speciale. Dato che la creatura umana è un microcosmo, la ragione più profonda di questa restaurazione sta nel fatto che si trovano riuniti in Gesù-Uomo tutti i piani della creazione, come vera sintesi dell’universo, in Lui elevata a un grado altissimo. È necessario, dunque, che la materia che Egli ha assunto, incarnandosi, sia glorificata.

Speranza nella resurrezione

Se la natura stessa sta gemendo in attesa di questo giorno, perché non dobbiamo gemere anche noi? Infatti, sebbene già godiamo, per mezzo dei Sacramenti, di una piccola parte degli effetti della Redenzione che è la vita soprannaturale – “le primizie dello Spirito” (Rm 8, 23a) di cui ci parla l’Apostolo –, aspettiamo “l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo” (Rm 8, 23b). Pellegrini in questa valle di lacrime, lontani dalla patria vera, in ogni momento ci sopraggiunge la tentazione, la difficoltà e l’angoscia, e molte volte ci chiediamo: “Quando andremo?”. Sappiamo che, proprio come l’anima, il nostro corpo è stato plasmato da Dio per durare eternamente, libero dalle contingenze – malattie, sonno, fame, limitazioni – che il nostro attuale stato comporta, come recita il Prefazio per i Fedeli Defunti: “disfatto il nostro corpo mortale, ci è dato, nei Cieli, un corpo imperituro”.24

In una delle numerose letture che possono essere scelte per questa commemorazione, San Paolo usa un’immagine molto realistica, comparando il corpo a una tenda (cfr. II Cor 5, 1.6- 10), come quelle che doveva fabbricare per mestiere (cfr. At 18, 3). Esorta a non preoccuparci se questa sarà distrutta, perché Dio ce ne darà un’altra di gran lunga migliore (cfr. II Cor 5, 1). Da instancabile apostolo della Resurrezione, scrive anche nella sua Prima Lettera ai Corinzi: “Così anche la risurrezione dei morti: è seminato nella corruzione, risorge nell’incorruttibilità; è seminato nella miseria, risorge nella gloria, è seminato nella debolezza risorge nella potenza; è seminato corpo animale, risorge corpo spirituale. ” (I Cor 15, 42-44).

Infatti, il corpo glorioso godrà di quattro qualità, cioè: chiarezza, impassibilità, agilità e sottilezza.25 Ci è permesso congetturare che, grazie a loro, il corpo potrà farsi impercettibile nel luogo in cui vorrà, passare attraverso le sostanze solide, spostarsi a suo piacere alla velocità del pensiero… Inoltre, non avrà bisogno del concorso di un sarto per vestirsi, poiché il vestito sarà lavorato dalla sua stessa immaginazione, che avrà un equilibrio perfetto, senza le follie causate dal peccato.

La speranza di recuperare il corpo deve alimentare la nostra esistenza, dandoci forze per abbandonare un piacere fugace e illecito, per evitare il peccato e praticare la virtù, perché saremo altamente ricompensati nel giorno della resurrezione della carne. Allora assisteremo, con gli stessi occhi con cui ora vediamo, allo splendore della creazione rinnovata.

Così, sebbene la Giornata dei Defunti sia segnata da una nota di tristezza per l’assenza di chi se ne è già andato, è con gioia che preghiamo per loro, se ci poniamo davanti alla prospettiva presentata dalla Chiesa: superate le tragiche soglie della morte, tutti ci troveremo dall’altra parte, in un rapporto di intimità e giubilo straordinari, fino a riprendere il nostro corpo in stato di gloria, con la resurrezione.

Chiediamo alla Madonna della Buona Morte, come ai Santi e agli Angeli, che ci aiutino e ottengano il favore di morire nella pienezza della grazia che ci spetta, nella pienezza del compimento della nostra missione e nella pienezza della nostra perfezione d’anima e di vita spirituale, in modo da non conoscere neppure il Purgatorio.

1 Cfr. Dz 1672. 
2 Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO. Somma Teologica. I-II, q.87, a.1. 
3 PAOLO VI. Indulgentiarum doctrina, n.2. 
4 Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO, op. cit., III, q.86, a.4, ad 3. 
5 Cfr. GARRIGOU-LAGRANGE, OP, Réginald. L’éternelle vie et la profondeur de l’âme. Paris: Desclée de Brouwer, 1953, p.95. 
6 PAOLO VI, op. cit., n.8. 
7 Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO. Super Sent. L.IV, ap.1, a.2, ad 2. 
8 Cfr. Idem, a.1. 
9 PAOLO VI, op. cit., n.3. 
10 Cfr. LOUVET. Le Purgatoire d’après les révélations des saints. 3.ed. Albi: Apprentis-orphelins, 1899, p.130-131. 
11 Cfr. GARRIGOU-LAGRANGE, op. cit., p.232-233. 
12 Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO. Super Sent. L.IV, ap.1, a.5. 
13 Cfr. Idem, a.2. 
14 SANT’AGOSTINO. Enarratio in psalmum XXXVII, n.3. In: Obras. Madrid: BAC, 1964, vol. XIX, p.654. 
15 SAN TOMMASO D’AQUINO. Super Sent. L.IV, ap.I, a.3. 
16 Cfr. ROSSIGNOLI, SJ, Grégoire. Les merveilles divines dans les âmes du Purgatoire. 2.ed. Bordeaux: Barets, 1870, vol.II, p.51-53. 
17 Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO. Super Sent. L.IV, ap.1, a.4. 
18 BENEDETTO XV. Incruentum altaris, del 10/8/1915. 
19 Cfr. SANT’AGOSTINO. De cura pro mortuis gerenda, XVIII, 22. In: Obras. Madrid: BAC, 1995, vol. XL, p.473-474. 
20 Cfr. PÆNITENTIARIA APOSTOLICA. Enchiridion indulgentiarum. Concessiones 29. Pro fidelibus defunctis, §1, 1º e 2º. 21 Cfr. FABER, apud CHAUTARD, OCSO, Jean-Baptiste. A alma de todo apostolado. São Paulo: FTD, 1962, p.112. 
22 Cfr. SANT’ALFONSO MARIA DE’ LIGUORI. Máximas eternas. Porto: Fonseca, 1946, p.7-8. 
23 Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO. Somma Teologica. Suppl., q.91, a.1. 
24 RITO DELLA MESSA. Orazione Eucaristica: Prefazio dei Fedeli Defunti, I. In: MESSALE ROMANO. Trad. Portoghese della 2a. edizione apposita per il Brasile realizzata e pubblicata dalla CNBB con aggiunte approvate dalla Sede Apostolica. 9.ed. São Paulo: Paulus, 2004, p.462. 
25 Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO. In Symbolum Apostolorum. Art.11.

(Rivista Araldi del Vangelo, Novembre/2014, n. 139, p. 08 – 17)

Commento al Vangelo – Solennità di tutti i Santi

VANGELO Mt 5, 1-12a

“In quel tempo, 1 vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. 2 Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo: 3 ‘Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. 4 Beati gli afflitti, perché saranno consolati. 5 Beati i miti, perché erediteranno la terra. 6 Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. 7 Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. 8 Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. 9 Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. 10 Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. 11 Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. 12a Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli’” (Mt 5, 1-12a)

La festa dei fratelli celesti 

Mons. João Scognamiglio Clá Dias,EP

Mons. João Scognamiglio Clá Dias,EP

  Nella Solennità di Tutti i Santi la Chiesa ci invita a vedere con speranza i nostri fratelli celesti, come stimolo per percorrere interamente il cammino iniziato con il Battesimo e raggiungere la piena felicità nella gloria della visione beatifica.

I – I SANTI, FRATELLI CELESTI?

  Nella Solennità di Tutti i Santi la Chiesa celebra tutti coloro che già si trovano nel pieno possesso della visione beatifica, inclusi i non canonizzati. L’Antifona dell’entrata della Messa ci fa questo invito: “Rallegriamoci tutti nel Signore, celebrando la festa di Tutti i Santi”.1 Sì, rallegriamoci, perché santi sono anche – nel senso lato del termine – tutti coloro che fanno parte del Corpo Mistico di Cristo: non solo quelli che hanno conquistato la gloria celeste, ma anche quelli che soddisfano la pena temporale nel Purgatorio, e coloro che, ancora sulla Terra d’esilio, vivono nella grazia di Dio. Che stiamo in questo mondo come membri della Chiesa militante, o nel Purgatorio come Chiesa sofferente, o nella felicità eterna, già nella Chiesa trionfante, siamo un’unica e stessa Chiesa. E come suoi figli abbiamo fratellanza, come dice San Paolo agli Efesini: “Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio” (Ef 2, 19).

I Santi intercedono per noi e danno l’esempio

  È per questo che il Prefazio di questa Solennità recita: “Festeggiamo, oggi, la città del Cielo, la Gerusalemme santa, nostra madre, dove i nostri fratelli, i Santi, Ti circondano e cantano eternamente la Tua lode. A questa città affrettiamo il nostro cammino, peregrinando nella penombra della fede. Contempliamo, gioiosi, nella Tua luce, tanti membri della Chiesa, che ci dai come esempio e intercessione”.2

  Così, camminando “nella penombra della fede”, rivolgiamo l’attenzione ai Beati, – nostri fratelli, se vivremo nella grazia di Dio –, poiché essi sono più vicini a Colui che è il Capo di questo Corpo, il Signore Gesù. Essi sono motivo di speranza per quelli che patiscono nelle fiamme del Purgatorio. E per noi, che possediamo col Battesimo il germe di questa gloria di cui essi già godono, sono modello della santità di vita che dobbiamo raggiungere. Tutto il nostro impegno sarà poco per ottenere che questa semente si trasformi in albero frondoso, nel pieno sbocciare dei suoi fiori e con abbondanza di frutti, cioè, la gloria eterna, nostra meta ultima.

  Dobbiamo avanzare, allora, verso coloro che sono alla presenza di Dio con lo stesso desiderio con cui cercheremmo la nostra famiglia, nel caso non la conoscessimo, poiché, tra i membri di una famiglia armoniosa e ben costituita esiste un’ embricatura, frutto della consanguineità, così incrollabile che, per esempio, se uno dei fratelli raggiunge una situazione di prestigio, tutti gli altri si rallegrano. Maggiore dev’essere l’unione di quelli che, per la filiazione divina, appartengono alla famiglia di Dio, e maggiore anche la gioia nel contemplare i nostri fratelli che lodano Dio nel Cielo, per l’eternità e intercedono per noi presso di Lui. Tali riflessioni ci danno la chiave per analizzare il florilegio delle letture che la Santa Chiesa ha scelto per questa Solennità.

II – CHIAMATI A RIUNIRCI NEL CIELO

   La prima lettura, dall’Apocalisse (7, 2-4.9- 14), è piena di bellezza e, allo stesso tempo, difficile da esser spiegata con profondità, in tutti i suoi simbolismi. Soffermiamoci soltanto su due aspetti che la mettono in relazione in modo speciale con questa commemorazione. “Io, Giovanni, vidi poi un altro angelo che saliva dall’oriente e aveva il sigillo del Dio vivente. E gridò a gran voce ai quattro angeli ai quali era stato concesso il potere di devastare la terra e il mare: “Non devastate né la terra, né il mare, né le piante, finché non abbiamo impresso il sigillo del nostro Dio sulla fronte dei suoi servi’” (Ap 7, 2-3). Questo bel passo mette in chiaro che Dio promuoverà la fine del mondo solo quando saranno occupati tutti i posti del Cielo e la coorte dei Beati si sarà completata. Vediamo come Dio, al di là delle offese commesse contro di Lui e prima di inviare il castigo sulla Terra, si prende cura dei suoi Santi, di quelli che Lui ha scelto.

  Subito dopo, continua San Giovanni: “Poi udii il numero di coloro che furon segnati con il sigillo: centoquarantaquattromila, segnati da ogni tribù dei figli d’Israele” (Ap 7, 4). Questo numero di quanti seguono l’Agnello ovunque (cfr. Ap 14, 4), è simbolico, poiché la quantità dei Santi del Cielo è incalcolabile. Creando il Cielo Empireo – che, secondo San Tommaso,3 è stato la prima creatura a uscire dalle mani di Dio, insieme agli Angeli –, Egli, da tutta l’eternità, aveva il piano di popolarlo con altri esseri intelligenti che, oltre agli spiriti angelici, fossero partecipi della natura divina e, pertanto, soci della sua felicità eterna. Ecco l’appello fatto a noi nella Liturgia di oggi: desiderare e abbracciare la via della santità per far parte di questi centoquarantaquattromila.

Il predominio del male dopo il peccato originale

  Ora, a partire dal peccato originale l’uomo ha cominciato a interessarsi in modo intemperante alle cose materiali, e a poco a poco si è dimenticato di Dio. Si è stabilita sulla faccia della Terra la lotta tra il bene e il male, tra le voluttà della carne e la chiamata di Dio alla santità, e nelle relazioni umane il male è entrato con una virulenza straordinaria, poiché questo è dinamico, mentre il bene è appena diffusivo.4 Infatti, se non ci fosse il sostegno della grazia, il male dominerebbe completamente in noi e sconfiggerebbe il bene.

Dal primo Santo, fino a Nostro Signore Gesù Cristo

  Questo diventa evidente subito dopo l’uscita di Adamo ed Eva dal Giardino dell’Eden, nella storia dei suoi due primi discendenti, Caino e Abele. Abele era un figlio della luce, retto e giusto, i cui sacrifici offerti a Dio erano accettati con enorme benevolenza (cfr. Gn 4, 4). Caino, al contrario, nutriva nella sua anima il nefasto vizio dell’invidia che, essendo giunta al culmine, lo portò a uccidere suo fratello, versando sangue innocente. In seguito, preso da amarezza e depressione, in conseguenza del suo peccato, Caino volle fuggire dal cospetto del Signore, con l’illusione caratteristica del peccatore che crede di poter nascondersi da Dio, come si nasconde dallo sguardo degli uomini (cfr. Gn 4, 8.14).

  Quale non sarà stato lo stupore di Eva nel prendere il cadavere di suo figlio tra le braccia e nell’imbattersi, per la prima volta, nell’effetto del peccato commesso nel Paradiso! L’anima di Abele, tuttavia, nell’istante in cui si distaccò dal corpo andò al Limbo dei Giusti, in attesa della venuta del Salvatore che gli avrebbe aperto le porte del Cielo. Precedendo i genitori, egli capeggiò il corteo dei Santi, di coloro che, a poco a poco, avrebbero costituito il numero di quanti sarebbero passati da questa vita alla beatitudine eterna.

L’Incarnazione del Verbo portò nel mondo una miriade di Santi

   Nel frattempo, l’Incarnazione del Verbo e la sua presenza visibile tra gli uomini portò nel mondo una miriade di Santi: dai martiri innocenti, fino al Buon Ladrone che, avendo implorato misericordia, ottenne dalle labbra dello stesso Dio il premio di esser perdonato e santificato: “Oggi sarai con me in Paradiso” (Lc 23, 43). Quando Gesù spirò sulla Croce, la sua Anima scese nel Limbo, dove, sicuramente, il primo a riceverLo fu San Giuseppe, che Lo aspettava da pochi anni. Ma fu nel giorno della sua gloriosa Ascensione che il Redentore portò con sé questa coorte esultante di giusti, introducendoli nel Cielo al fine di cominciare a popolarlo. A un certo momento, con gaudio dei Beati, Maria Santissima salì in corpo e anima, e fu incoronata Regina dell’universo.

Si spalancarono le porte della santità

  Nel corso dei venti secoli di Storia della Chiesa, le dimore eterne accolsero i martiri, i dottori, i confessori… poiché fu Nostro Signore che aprì definitivamente le porte della santità a tutti gli uomini, con la sovrabbondanza della sua grazia e della sua nuova dottrina dotata di potenza (cfr. Lc 4, 32; Mc 1, 22).

  Sinossi di questa dottrina è il Discorso della Montagna, il cui centro è il Vangelo scelto per questa Solennità: la proclamazione delle Beatitudini. Infatti, esse sono il sunto di tutta la morale cattolica, di ogni via di perfezione, di tutta la pratica della virtù, e se in questo giorno commemoriamo le miriadi di Santi che abitano il Paradiso Celeste, è perché esse hanno realizzato nella loro vita quello che il Divino Maestro delinea come causa della beatitudine.

  Avendo commentato questo Vangelo in altre occasioni,5 ci limiteremo ora a dare una sintesi degli insegnamenti in esso contenuti, in armonia con la Solennità oggi celebrata.

Il contrasto tra l’Antica e la Nuova Legge

   In primo luogo, apprezziamo il contrasto di questa scena del Discorso della Montagna Sacra: la promulgazione dell’Antica Legge, sul Monte Sinai (cfr. Es 19―23). Sembra che Nostro Signore abbia voluto stabilire di proposito una contrapposizione tra i due episodi, al fine di mostrare la bellezza esistente nella Nuova Legge che Egli è venuto a portare, portando la Legge Antica alla maggior perfezione (cfr. Mt 5, 17).

  Sul Sinai, Dio rimane in cima alla montagna e Mosè deve salire fin là per ricevere le Tavole della Legge. Cristo, al contrario, scende a metà del monte per incontrarSi con l’uomo e consegnargli, Egli stesso, la Nuova Legge. Così, una Legge è promulgata in cima alla montagna, un’altra sul fianco. Mentre sul Sinai l’uomo deve salire fino a Dio, sulla montagna in cui Gesù fa il suo discorso, Dio scende fino all’uomo.

  Sul Sinai l’Onnipotente si presenta fra tuoni, lampi, oscurità e suono assordante di tromba; sulla montagna il Salvatore si siede tra gli uomini, in un ambiente soave, sereno e tranquillo, senza speciali manifestazioni della natura. Sul Sinai, il popolo aveva la proibizione di toccare la base del monte, poiché sarebbe morto se lo avesse fatto; sulla montagna, la moltitudine è vicina a Gesù e può toccarLo, perché da Lui emana una virtù che guarisce tutti.

Sul Sinai, è stato dato a Mosè un codice di leggi, vero codice penale, con severi castighi per chi lo trasgredisse; sulla montagna, Nostro Signore mostra, con una misericordia infinita, quali i premi, i benefici e le meraviglie concesse da Dio a chi pratica la virtù e compie la Legge. Sul Sinai, Mosè rappresenta la Legge, servendo da esempio per il suo zelo nel compiere questa stessa Legge; sulla montagna, Gesù Cristo è il modello perfetto della legge della bontà.

  Sul Sinai, per ascoltare le prescrizioni divine sarebbe potuto salire qualsiasi uomo, purché fosse eletto da Dio; sulla montagna, però, solo l’Uomo-Dio, il Signore Gesù, Seconda Persona della Santissima Trinità Incarnata, poteva pronunciare quel Discorso, poiché unicamente Lui, in quanto Messia, aveva autorità per perfezionare la Legge Antica.

  In questa prospettiva di bontà, Gesù proclama le Beatitudini, mostrando a che altezze è capace di elevarsi un’anima col fiorire dei doni dello Spirito Santo, producendo atti di virtù eroica. Tali frutti possono sbocciare in maniera isolata, ma, in generale, quando il santo giunge alla pienezza dell’unione con Dio, tutte le beatitudini avvengono in un’unica fioritura. Esser santo, allora, significa essere un beato nel tempo per poi esserlo nell’eternità.

La filiazione divina ci conferisce una qualità

  In che cosa consiste, dunque, questa beatitudine? Nella seconda lettura (I Gv 3, 1-3) di questa Liturgia, un bellissimo passo della Prima Lettera di San Giovanni – l’Apostolo dell’Amore, esimio spiritualista, sempre pronto a mettere in risalto la vita soprannaturale – ci dà la risposta, ricordando il valore della nostra condizione di figli di Dio: “Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente” (I Gv 3, 1a). In verità, in occasione del Battesimo, sebbene la natura umana continui a essere la stessa, con intelligenza, volontà e sensibilità, si aggiunge in noi una qualità: la partecipazione alla stessa natura divina, che ci assume completamente. La grazia, spiega San Bonaventura, “è un dono che purifica, illumina e perfeziona l’anima; che la vivifica, la riforma e la consolida; che la eleva, la assimila e la unisce a Dio, rendendola accettabile; per questo un simile dono si chiama giustamente grazia, poiché ci rende grati, cioè, grazia gratificante”.6

  Essendo un bene dello spirito, non può esser vista con gli occhi materiali, poiché questi captano soltanto ciò che è sensibile, ma comproviamo, questo sì, i suoi effetti. Santa Caterina da Siena, cui Nostro Signore aveva concesso la grazia di contemplare lo stato delle anime, giunse ad affermare al suo confessore: “Padre mio, se vedeste il fascino di un’anima razionale, non dubito che dareste cento volte la vita per la sua salvezza, perché in questo mondo non c’è niente che le si possa uguagliare in bellezza”.7

  Certe immagini possono servire per avere un’idea, seppure pallida, delle meraviglie operate dalla grazia nelle anime. Immaginiamo una splendida vetrata, con una perfetta combinazione di colori, fabbricata con vetro della migliore qualità, contenente persino oro nella sua composizione. Una volta posta nella finestra, se non è illuminata, che valore avrà un pezzo così spettacolare? Tuttavia, a partire dal momento in cui i raggi di luce incidono su di essa, brillerà con straordinarie sfumature, dispiegandosi in mille riflessi multicolori.

  Un’altra comparazione che pure ci avvicina alla realtà soprannaturale è quella di un litro di alcool nel quale siano versate alcune gocce di una favolosa essenza, finissima e di raffinato aroma. Senza smettere di essere alcool, il liquido diventa profumo, poiché è assunto dall’essenza.

  Così come la luce illumina la vetrata e l’essenza assume l’alcool – e potremmo ancora trovare nella natura altre immagini illustrative –, anche la grazia conferisce una nuova qualità all’anima umana, che è, per così dire, sommersa nella natura divina, come commenta Scheeben: “Se tra tutti gli uomini e tutti gli Angeli, Dio scegliesse una sola anima, per comunicarle lo splendore di una così inattesa dignità, […] lascerebbe stupefatti non solo i mortali, ma anche gli stessi Angeli, che si sentirebbero quasi tentati di adorarla, come se fosse Dio in persona”.8 Tale è l’eccellenza della filiazione divina!

 Una semente della gloria futura

  Figli di Dio… “noi lo siamo realmente! La ragione per cui il mondo non ci conosce è perché non ha conosciuto lui. Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato” (I Gv 3, 1b-2a). Infatti, mentre rimaniamo in questo mondo, in stato di prova, abbiamo la grazia santificante, ricevuta nel Battesimo, e le grazie attuali, che Dio versa su di noi nel corso della nostra esistenza. Tuttavia, siamo soltanto all’inizio del cammino, poiché, solo quando contempleremo Dio faccia a faccia, questa grazia si trasformerà in gloria e giungeremo allo “stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo” (Ef 4, 13).

 L’idea della felicità eterna

  Questa è la felicità assoluta di cui i nostri fratelli, i Santi, già godono in pienezza nell’eternità e con la quale nessuna consolazione di questa vita è comparabile. La nostra idea a proposito della felicità è così umana, che riteniamo, molte volte, di possederla in massimo grado ottenendo qualcosa che desideriamo molto. La mera intelligenza dell’uomo non raggiunge la comprensione della felicità del Cielo, poiché in rapporto a Dio siamo come formiche che, andando per la terra, sollevino il capo per guardare il volo di un’aquila nel cielo. La differenza tra una formica e un’aquila è ridicola vicino all’infinitezza esistente tra la ragione umana e l’intelligenza divina. E anche se, dotati di una non comune capacità, passassimo trecento miliardi di anni a studiare, la nostra parola continuerebbe a essere imperfetta e non troveremmo i termini per esprimerci debitamente riguardo a Dio.

  L’essenza divina è definita dalla teologia come l’Essere sussistente per Se stesso,9 che Si conosce, Si intende e Si ama interamente, tale come è.10 Da tutta l’eternità, cioè, senza che ci sia un principio, Dio, contemplandoSi, Si comprende interamente in quanto Essere increato, necessario e supereccellente, che non dipende da nessuno, che si basta; in questo consiste la sua felicità assoluta. Tuttavia, la sua stessa conoscenza è così ricca che genera una Seconda Persona, il Figlio, identico a Lui e così felice come Lui. Entrambi si amano, e da questo mutuo amore tra Padre e Figlio ha origine una Terza Persona, anche Lei felice: lo Spirito Santo. Così, ci sono tre Persone, in un solo Dio, che Si conoscono, Si intendono e Si amano, in una gioia perpetua, senza origine nel tempo e senza fine, eternamente!

Un prestito dell’intelligenza divina

  Dunque, nel suo infinito amore, Dio ha voluto dare alle creature intelligenti, Angeli e uomini, un prestito della sua luce intellettuale, il lumen gloriæ, affinché possano in essa intender- Lo tale quale Egli Si intende – fatte salve le debite proporzioni tra creatura e Creatore –, visto che, come spiega San Tommaso, “la capacità naturale dell’intelletto creato non basta per vedere l’essenza di Dio” senza esser aumentata dalla “grazia divina”.11 E per quanto sezioni la sua luce, Egli sempre rimarrà immutabile e in nulla sarà diminuito, poiché è infinito.

   L’eminente domenicano padre Santiago Ramírez definisce il lumen gloriæ come “un’abitudine intellettuale operativa, infusa per se, per la quale l’intendimento creato si fa deiforme e diventa immediatamente disposta all’unione intellegibile con la stessa essenza divina, e diventa capace di realizzare l’atto della visione beatifica”. 12

  Questo “farsi deiforme” significa che chi entra nella beatitudine e contempla Dio faccia a faccia diventa simile a Lui, come afferma San Giovanni nella continuazione della sua Lettera: “Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è” (I Gv 3, 2b). Solo in Cielo vedremo il Signore Gesù di fatto, visto che, mentre visse sulla Terra, nessuno Lo ha visto tale quale Egli è. Neppure nella Trasfigurazione, quando ha acquistato, come qualità passeggera, il chiarore inerente al corpo glorioso13 – come abbiamo avuto l’opportunità di analizzare in commenti precedenti –, San Pietro, San Giacomo e San Giovanni sono arrivati a contemplare l’essenza della sua divinità, poiché, in caso contrario, la loro anima si sarebbe distaccata dal corpo.

  “Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso, come egli è puro” (I Gv 3, 3). Quanto più aumenta in noi la speranza di questo incontro e di questa visione e, pertanto, quanto più cresciamo nel desiderio di consegnarci a Dio e di appartenerGli per intero nella carità, più ci purifichiamo dall’amor proprio e dall’egoismo profondamente radicati nella nostra natura. Dobbiamo aver ben presente che non esistono tre amori, ma soltanto due: l’amore a Dio portato fino all’oblio di se stessi o l’amore a se stessi portato fino all’oblio di Dio.14

III – SEGUIAMO L’ESEMPIO DI COLORO CHE CI HANNO PRECEDUTO NELLA GRAZIA E CI ASPETTANO NELLA GLORIA!

  L’uomo, anche quando privato della grazia, ha un’appetenza di infinito che non riposa fino a che non sia saziata dall’unione con Dio. È quanto rivela Sant’Agostino, nelle sue Confessioni: “Ed ecco che Tu eri dentro di me e io fuori, e fuori Ti cercavo; e, difforme com’ero, mi lanciavo sulle cose belle che hai creato. Tu eri con me, ma io non ero con te. Mi trattenevano lontano da Te quelle cose che, se non fossero in Te, non esisterebbero”.15 Questa felicità immensa e indescrivibile, per la quale tutti noi siamo stati creati, la raggiungeremo soltanto seguendo i passi di coloro che ci hanno preceduto con il segno della Fede e che già ne godono, per la loro fedeltà a tale chiamata.

  Chiediamo che questa beatitudine eterna sia anche per noi un privilegio, per i meriti del Signore Gesù, delle lacrime della Madonna e dell’intercessione di tutti i Santi che oggi commemoriamo, affinché un giorno ci troviamo in loro compagnia nel Cielo. Fino a quando non vi arriviamo, possiamo rapportarci con questa enorme miriade di fratelli celesti, membri dello stesso Corpo, con un canale diretto molto più efficiente di qualsiasi mezzo di comunicazione moderno: la preghiera, l’amore a Dio e l’amore a loro in quanto uniti a Dio. Stiamo certi che, dall’alto, essi ci guardano con benevolenza, pregano per noi e ci proteggono.

____________________________________________________1 SOLENNITA’ DI TUTTI I SANTI. Antifona d’ingresso. In: MESSALE ROMANO. Trad. Portoghese della 2a. edizione tipica per il Brasile realizzata e pubblicata dalla CNBB con aggiunte approvate dalla Sede Apostolica. 9.ed. São Paulo: Paulus, 2004, p.691.2 Idem, Prefazio, p.692.3 Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO. Summa Teologica. I, q.61, a.4.4 Cfr. Idem, q.5, a.4, ad 2.5 Cfr. CLÁ DIAS, EP, João Scognamiglio. Radicale cambiamento di modelli nel rapporto divino e umano. In: Araldi del Vangelo. Mira. N.93 (gen., 2011); p.10-17.6 SAN BONAVENTURA. Breviloquio. P.V, c.1, n.2. In: Obras. 3.ed. Madrid: BAC, 1968, vol.I, p.324.7 BEATO RAIMONDO DA CAPUA. Santa Caterina da Siena. 5.ed. Siena: Cantagalli, 1994, p.149.8 SCHEEBEN, Matthias Joseph. As maravilhas da graça divina. Petrópolis: Vozes, 1952, p.29.9 Cfr. ROYO MARÍN, OP, Antonio. Dios y su obra. Madrid: BAC, 1963, p.47-49.10 Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO, op. cit., q.14, a.2-4; q.20, a.1.11 Idem, q.12, a.5.12 RAMÍREZ, OP, Santiago. De hominis beatitudine. In I-II Summæ Theologiæ Divi Thomæ commentaria (QQ. I-V). II P., Q.II, Sect. III, n.298. Madrid: Instituto de Filosofía Luis Vives, 1972, t.IV, p.342. 13 Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO, op. cit., III, q.45, a.2. 14 Cfr. SANT’AGOSTINO. De Civitate Dei. L.XIV, c.28. In: Obras. Madrid: BAC, 1958, voll.XVIXVII, p.984.15 SANT’AGOSTINO. Confessionum. L.X, c.27, n.38. In: Obras. 6.ed. Madrid: BAC, 1974, vol. II, p.424.

Halloween, l’esorcista Giacobbe Elia: “C’è Satana dietro dolcetto o scherzetto”

Si avvicina la Festa dei Santi che si celebra il primo novembre, preceduta però dalla notte di Halloween, meglio conosciuta come “notte delle streghe”. La festa di origine celtica, ha preso piede in Europa e in Italia negli anni novanta, con l’opposizione della Chiesa e del mondo cattolico che vedono dissacrati sia il culto dei santi che quello dei defunti. Ma c’è anche chi dietro Halloween vede occultismo, esoterismo o addirittura satanismo e lancia l’allarme sul rischio di idolatrare il demonio. Intelligonews ne ha parlato con l’esorcista Giacobbe Elia

Quanto c’è di occulto, esoterico e satanico dietro la festa di Halloween?“La festa nasce da riti esoterici. Il significato è “dolcetto, scherzetto o fattura?”, quindi che si tratti di esoterismo mi pare evidente. La cosa grave è che questa festa allontana le persone dalla vera fede, avvicinandole ad altri tipi di fede che sono dissacranti. L’origine satanica sta già in questo”.
Ma c’è davvero il rischio che dietro una festa apparentemente innocua e carnevalesca, possa insinuarsi e colpire il demonio?
“Dietro la ritualità fatta di maghi, streghe, zucche e altro c’è il pericolo di allontanare la gente dalla fede proprio sfruttando l’apparente innocuità del gioco. Tutto ciò purtroppo contribuisce a far credere alle moderne generazioni che non esista un Dio vivo e vero ma un Dio del capriccio che possiamo piegare ai nostri interessi, alle nostre voglie pur di divertirci. Non esiste più un Salvatore che è morto per noi, non esiste più un Dio giusto che alla fine della nostra vita, e in questa vita, darà a ciascuno di noi ciò che merita  I riti non sono manifestazioni ingenue, sono manifestazioni che trascinano l’essere in una direzione o nell’altra, in poche parole ci inclinano. In questo caso ci inclinano verso il male, verso il demonio e ci allontanano dalla vera fede. Non è un caso che questa festa venga fatta in concomitanza con la festa nella quale esaltiamo la comunione dei santi, persone che ci hanno preceduto dando la vita a Cristo, vivendola con lui e per lui”.
Che consigli darebbe ai genitori che, anche inconsapevolmente, avvicinano i bambini a questa festa?
“Personalmente sono disincantato. Penso che i genitori abbiano rinunciato ad essere genitori ed educatori. Avendo loro stessi smarrito le ragioni della fede non hanno dei grandi valori da consegnare ai figli. Sono ingannati e da ingannati ingannano le persone che dovrebbero essere a loro più care e alle quali dovrebbero trasmettere il messaggio della vita eterna. I genitori per prima cosa devono riscoprire il senso della vita che hanno smarrito e anche la Chiesa in questo momento non sta aiutando a ritrovarlo”.
La Chiesa? Ricordiamo dure critiche contro la festa di Halloween da parte del cardinale Martini e altri. Che altro dovrebbe o potrebbe fare?
“La Chiesa dovrebbe ricordarsi la sua stessa genesi, da chi è stata partorita e dove è stata partorita, ossia sulla croce e la missione che le è stata affidata, essere cioè luce delle genti. Ma la luce deve portare alla luce eterna, a quella beatitudine infinita che è Cristo. Se noi non annunciano lui, stiamo tradendo l’uomo. Se la Chiesa ama l’uomo deve annunciare il Salvatore. La redenzione è possibile soltanto se l’uomo accetta di avere un punto di appoggio al di fuori di se stesso, e questo punto di appoggio è soltanto Cristo. Rinunciando a Cristo rinunciamo alla vita. La nostra generazione è quella che ha conosciuto più delle precedenti la piaga della depressione e del suicidio. Ed è quella che, guarda caso, si è allontanata di più da Cristo”.

Ognissanti solennità da gustare coi Santi!

Festa di Tutti i Santi e Commemorazione dei Fedeli Defunti

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Dal IV secolo in poi, le Chiese dell’Oriente celebravano una festa comune a tutti i martiri della terra. Sant’Efrem compose, per questa ricorrenza, un inno da cui si capisce che a Edessa questa festa si celebrava il 13 maggio.

In Siria, era celebrata il venerdì dopo Pasqua.

In un’Omelia sui martiri, il grande San Giovanni Crisostomo si riferisce a questa data come la prima domenica dopo Pentecoste.

La festa dei Martiri di Tutta la Terra, con il trascorrere del tempo, è diventata quella di Tutti i Santi, chiamata anche Ognissanti, istituita in onore della Beata Madre di Dio, la Vergine Maria, e dei santi martiri, dal Papa Bonifacio IV. Il pontefice Gregorio, più tardi, decretò che la festa, già celebrata in diverse maniere da diverse Chiese, sarebbe diventata, con solennità, la festa in onore di tutti i santi, perennemente. 

La messa di Tutti i Santi fu composta per caso, ma è bella: L’Introito di Sant’Agata, il Graduale di San Ciriaco, l’Offertorio adattato da quello di San Michele si uniscono all’Alleluia e alla Comunione, presi dai testi evangelici. Il Vangelo è quello delle Beatitudini.

Riguardo alla collocazione della festa per il 1º novembre, si pensa che, siccome in tutte le religioni le solennità erano fissate a seconda del ritmo delle stagioni, il Cristianesimo abbia seguito la stessa regola.

Tra i Celti, il 1º novembre era il giorno delle grandi solennità. La festa di Tutti i Santi sarà stata creata per cristianizzare le cerimonie così care agli Anglosassoni e ai Franchi? Roma la celebrava il 13 maggio e cominciò a festeggiarla il 1º novembre dopo aver sofferto influenze galliche.

Rapidamente, la festa diventò popolare, ancora di più quando fu completata dalla commemorazione dei fedeli defunti.

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Che bella festa! È come se Tutti i Santi e la Festa dei Morti fossero un’unica festa. Da un lato la Chiesa militante, sulla terra, supplica alla Chiesa trionfante del cielo; dall’altro prega per la Chiesa sofferente e paziente del purgatorio. E le tre Chiese sono un’unica Chiesa.

La carità, più forte della morte, le ha unite, dal cielo alla terra, e dalla terra al purgatorio. Ed è per lo stesso sacrificio che noi ringraziamo Dio, per la gloria con cui colma i santi del cielo, e imploriamo la misericordia ai santi del purgatorio, santi ancora non perfetti.

Tale sacrificio è Gesù stesso, che santifica, gli uni e gli altri, da chi aspettiamo la grazia di santificare noi stessi. Così, tutti si riuniscono in Voi, o Gesù! Siamo felici!

Io vi saluto, o beati amici di Dio, santi di tutti i secoli e di tutti i luoghi del mondo! Rallegriamoci, e molto, della così grande moltitudine di santi. Rallegriamoci della benevolenza di Dio, che vi accoglie nel purgatorio, misericordioso, e nella gloria, coloro che sono in cielo: ci uniamo a voi per lodarLo e benedirLo per sempre. Unitevi a noi anche voi: così potrete ottenere per noi, dalla misericordia di Dio, la grazia di imitarvi. Sapete, per la vostra esperienza, ciò che siamo noi uomini: deboli, miserabili, portati al male, circondati da pericoli da tutti i lati. E qual è il nostro maggior nemico? Ah, il nostro maggior nemico siamo noi stessi! Pregate allora, pregate per noi, buoni e santi fratelli, affinché, presto, diventiamo come voi; affinché, come voi, possiamo divenire dolci e umili di cuore; affinché, come voi, possiamo conoscere noi stessi; pregate, pregate affinché possiamo essere in grado di portare la nostra croce; 

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affinché possiamo seguire il divino Maestro, affinché, alla fine, possiamo riunirci tutti con voi, per amarLo e benedirLo con tutto il cuore per l’eternità.

Considerate, o anime, la grande, l’immensa processione di santi che avanza attraverso i secoli, dalla terra in cielo, che ingrosseremo, se Dio lo vorrà.

Il primo, colui che apre la fila, è il primo uomo morto sulla terra – Abele. Abele, che fu canonizzato da Nostro Signore, che nel Vangelo gli diede il nome di giusto. Fu Abele, allo stesso tempo, pastore, sacerdote e martire.

Pastore di pecore, le offre, come sacerdote, in sacrificio a Dio. Egli, che immolava, fu immolato come martire da Caino, suo fratello. Nonostante sia morto, parla ancora attraverso il sangue. Simbolo di Gesù Cristo, è come il portacroce della grande processione. E, allo stesso modo, come si fa nella processione della domenica delle Palme, entrerà nella chiesa del cielo quando Gesù Cristo, il sacerdote per eccellenza, spalancherà le porte della croce, la Sua croce attraverso il sangue, il Suo sangue. Simbolo di Gesù Cristo, per il sacrificio e per la morte, egli ne è ancora il simbolo per il carattere di risurrezione. Perché Eva ci insegna che Dio le ha dato Seth per essere il sostituto della prima società.

Dopo Abele, il primo giusto, gli succedono in processione il padre e la madre, i nostri primi genitori. Perché, appena ebbero compreso la voce di Dio, Adamo ed Eva smisero di avere il cuore duro. Speranza, sin da allora, dei Figli della donna, che avrebbe dovuto schiacciare la testa del serpente, fecero penitenza per i loro errori e ottennero il perdono. Lo Spirito Santo stesso ci dice, nella Scrittura, che la Saggezza, impersonificata da Gesù Cristo, che accudisce tutti da un’estremità all’altra con potere e tutto dispone con la dolcezza, libera dal peccato colui che fu creato dal padre del mondo e gli concede la virtù di dominare su tutte le cose.

Tali parole, prese dal libro della Sapienza, sono come una canonizzazione. Ancora oggi, le tradizioni orientali parlano della lunga penitenza del primo uomo.

Nell’isola di Ceylon c’è una montagna alta chiamata Picco di Adamo, dove si dice che il primo uomo abbia pianto amaramente a causa dei propri errori, lungo i secoli. Una particolare tradizione degli ebrei vuole che il vecchio Adamo sia sepolto a Gerusalemme, nello stesso luogo dove il nuovo Adamo riparò il male delle genti. Infine, nel secondo secolo dell’era cristiana, uno spirito eccessivo sostenne che Adamo sia stato condannato, da tutta la Chiesa per l’errore che aveva comesso. 

La stessa Santa Scrittura, canonizzò uno dei primi antenati che viveva ancora: Enoch, padre di Matusalemme. Il libro della Genesi ci dice: “Enoch camminò con Dio”.

L’apostolo San Giuda diceva degli empi che bestemmiavano contro il Vangelo: Enoch, il settimo dopo Adamo, di lui profetizzò, quando disse: Ecco che viene il Signore con i santi per esercitare il giudizio su tutti gli uomini, e prendere, tra tutti loro, gli empi, gli empi di tutte le empietà e di tutte le parole dure che tali empi peccatori proferirono contro Lui.

San Paolo, il Dottore delle Genti, disse, nell’Epistola agli Ebrei: Per il merito della fede, Enoch fu elevato, affinché non vedesse la morte; non fu più visto, perché Dio lo trasportò altrove. Si presume che sia andato in paradiso, in un luogo di delizie, pieno dei frutti dell’albero della vita, di cui egli si nutre.

Si crede, generalmente, che alla fine dei secoli, alla fine del mondo cristiano, Enoch verrà come rappresentante del mondo primitivo, con Elia, rappresentante del mondo giudaico, dando testimonianza del Cristo contro il nemico capitale.

Un altro santo, da cui tutti discendiamo, appare nella processione, nella grande processione: Noè, profeta e predicatore del mondo antico, padre e pontefice del mondo nuovo, che ci salvò dal diluvio per mezzo di una arca, simbolo della Chiesa Cattolica. Fu canonizzato. Lo vediamo nella Genesi, nel Libro della Sapienza, nell’Ecclesiastico, in San Pietro nelle due epistole e in San Paolo nell’epistola degli ebrei.

San Pietro lo chiama, nella seconda epistola, l’ottavo predicatore della giustizia, il che fa capire che gli altri nostri otto antenati, prima del diluvio, pregarono anche la giustizia e la penitenza.

Nell’uscire dall’arca, il secondo padre del genere umano, come sacerdote e pontefice, offrì a Dio un sacrificio – e Dio lo accettò volentieri, dando la sua parola di non maledire più la terra e gli uomini, che dovevano moltiplicarsi.

Dio benedisse Noè e i suoi tre figli: li benedisse e, con essi tutto il genere umano e, con essi tutti noi. Non soltanto ci benedisse, quando benedisse gli antenati, ma strinse un’alleanza con noi, così come con chiunque elevi e, dalla benedizione ci dona l’arcobaleno con le sue dolci sfumature. 

Vi è ancora qualcosa di più consolante. I contemporanei di Noè persero la vita materiale nel diluvio: non trovarono, però, la vita, la salvezza dell’anima? San Pietro dice: “In effetti, è meglio soffrire se Dio così vuole, facendo del bene, piuttosto che facendo del male, perché anche Cristo morì una volta per i nostri peccati, Egli, giusto, per gli ingiusti, per offrire a Dio, essendo effettivamente morto secondo la carne, ma vivificato dallo Spirito. Nel quale anche Egli fu pregare agli spiriti che si trovavano in carcere, spiriti che un tempo furono increduli, quando ai tempi di Noè, la pazienza di Dio stava aspettando la loro conversione, mentre si costruiva l’arca.

I più dotti e i più celebri interpreti ritengono, di comune accordo, che i contemporanei di Noè non credevano alle predizioni del 

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diluvio, convinti della pazienza di Dio: quando poi, videro l’avverarsi delle predizioni, il mare che trasbordava in una furia incontenibile e le piogge che cadevano torrenzialmente, credettero e si pentirono.

Il diluvio distrusse i loro corpi, ma salvò le loro anime. Si trovavano tutti detenuti nelle prigioni del purgatorio quando Gesù Cristo, morto nella carne sulla croce, apparve nello spirito – o nell’anima – predicando, annunciando loro la buona nuova; era per loro il Salvatore. Stavano finendo le loro pene, e infine, con tutti i santi patriarchi Lo avrebbero accompagnato nell’ingresso trionfante in cielo. 

Ah! Chi non loderà la grande ed immensa bontà di Dio, Egli tutto votato alla salvezza delle anime, per questo proposito servendosi delle più terribili calamità, venutagli dalla giustizia? Chi non dedicherà a un così buon Padre la più illimitata fiducia, nel vedere che gli stessi che avevano abusato dalla Sua pazienza per un così lungo tempo, convertendosi soltanto all’ultimo momento, non gli hanno implorato invano misericordia?

Alle spalle di Noè e dei Santi del primo mondo, vediamo, nella grande processione, Abramo, Isacco, Melchisedec, Giobbe, Giuseppe, e gli altri patriarchi: Mosè, Aronne, Giosuè, Eleazaro, Gedeone, Samuele, Davide, Isaia, Daniele, gli altri profeti, i Maccabei e tutti gli anziani giusti dei quali parla San Paolo agli ebrei, “che, per la fede, conquistarono regni, consumarono i doveri della giustizia e della virtù, ricevettero ciò che fu promesso, chiusero le fauci dei leoni, fermarono la violenza del fuoco, evitarono il filo delle spade, guarirono dalle malattie, si riempirono di coraggio e di forza nei combattimenti, mettendo in fuga gli eserciti stranieri; vi furono donne, che, persino, recuperarono i morti resuscitandoli; alcuni furono torturati, rifiutando il riscatto, al fine di raggiungere una migliore rissurrezione; altri furono ludibriati e flagellati, e, inoltre, messi in carceri e prigioni; furono tentati, furono passati a filo di spada, camminarono erranti, coperti di pelli di pecore e di capre, bisognosi, angosciati, afflitti; loro, di cui il mondo non era degno, dovettero errare per i deserti, per i monti, per fosse e caverne.

E tutti costoro, lodati da Dio, con la testimonianza data della loro fede, non ricevettero immediatamente l’oggetto della promessa, avendo Dio disposto qualcosa di migliore per noi, affinché loro, senza di noi, non potessero ottenere la perfezione della felicità.

Per questo motivo, anche noi, circondati da così grande numero di testimoni, liberandoci da tutto il peso che ci trattiene e dal peccato che ci avvolge, percorriamo con pazienza il cammino che ci è proposto, volgendo gli occhi all’autore e consumatore della fede, Gesù, che nonostante avesse avuto la proposta del piacere, soffrì sulla croce non dando attenzione all’ignominia, ed è seduto alla destra del trono di Dio.

In verità non vi avvicinaste al monte palpabile e al fuoco ardente, al vortice dell’oscurità, alla tempesta, al suono della tromba, e a quella voce così rimbombante, che coloro che la ebbero sentita supplicarono che non si parlasse più loro.

Voi, però, vi avvicinaste al Monte Sion e alla città del Dio vivo, alla Gerusalemme celeste e alla moltitudine di molte migliaia di angeli, alla chiesa dei primogeniti, che sono iscritti in cielo, e a Dio, giudice di tutti, e agli spiriti dei giusti perfetti, e a Gesù, mediatore della nuova alleanza, e all’aspersione di quel sangue che parla meglio di quello di Abele. In queste parole dell’Apostolo vediamo l’insieme della processione, inclusi gli angeli che vengono dietro. La prima parte aspetta che Gesù apra loro la porta del cielo, e, più avanti, in un corteo angelico, i bambini che per Lui morirono a Betlemme e nei dintorni. In seguito, vi si trova la santa Madre. EccoLa, bellissima, con gli apostoli, con i martiri, le vergini, e l’innumerevole moltitudine di santi di tutti i clan, lingue, sesso, nazioni, di tutti i secoli, di tutti i paesi. 

Non ci dimentichiamo di salutare, nell’immensa processione, i santi del paese, del nostro tempo, della nostra famiglia, perché non vi è una famiglia cristiana che non abbia santi canonizzati anticipatamente da Nostro Signore. Non disse, forse, agli apostoli: Lasciate che i bambini vengano a me, perché di questi è il regno dei cieli? E allora? Quale famiglia non possiede un piccolino morto, morto nella grazia del battesimo? Stanno lì, tutti in cielo.

Gli apostoli chiesero a Nostro Signore: “Chi dunque è il più grande nel regno dei cieli?” Allora Gesù chiamò a sé un bambino, la abbracciò, tenera e commossamente, e rispose: “In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli”. Onoriamo poi, questi piccoli santi delle nostre famiglie, questi grandi dell’eterno regno. Invochiamoli veramente, affinché ottengano per noi il permesso di partecipare alla grande, immensa, processione. E che, una volta usciti dalla terra, possiamo entrare in cielo, nella gloria di Dio. Così sia.

Commemorazione dei Fedeli DefuntiAbbiamo visto che la Chiesa trionfante del cielo, la Chiesa militante della terra e la Chiesa sofferente del purgatorio, paziente, non sono altro che una sola ed unica Chiesa; che la carità, più forte della morte, le ha unite dal cielo alla terra, e dalla terra al purgatorio. Sono come tre parti di una unica processione di santi, processione che avanza dalla terra in cielo.

Le anime del purgatorio parteciperanno a quella processione un giorno, sì, perché non hanno ancora sufficientemente 

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bianche le vesti da festa, l’abito nuziale conserva ancora macchie, quelle macchie che soltanto la sofferenza può pulire.

Abbiamo visto, quindi, come i contemporanei di Noè, coloro che fecero penitenza soltanto nel momento del diluvio, furono messi in prigioni sotterranee finché Gesù Cristo non apparve loro, annunciandogli la libertà, al momento della loro discesa agli inferni.

Come i fedeli della Chiesa trionfante, i fedeli della Chiesa militante ed i fedeli della Chiesa sofferente e paziente, sono membra di uno stesso corpo – che è Gesù Cristo – e tanto gli uni come gli altri, si interessano, compiangono la gloria, i pericoli, le sofferenze di taluni e di altri, tal quale le membra del corpo umano. Vediamo un esempio: il piede è in pericolo di salute o soffre di dolore: tutte le membra del corpo si prostrano in commozione. E gli occhi lo guardano, le mani ci proteggono, la voce chiede aiuto, per allontanare il male o il pericolo. Una volta allontanato il male, tutte le membra si rallegrano.

È ciò che succede al corpo vivo della Chiesa universale. E vediamo gli eroi della Chiesa militante, gli illustri Maccabei, assistiti dagli angeli di Dio e dai santi di Dio, specialmente dal grande sacerdote Onias e dal profeta Geremia, a pregare e a offrire sacrifici per questi fratelli che erano morti per la causa di Dio, ma colpevoli di questo o quell’errore.

L’indomani, dopo una vitoria, Giuda Maccabeo e i suoi apparvero per raccogliere i morti e seppellirli nel sepolcro degli antenati e trovarono sulle tuniche dei morti, cose che erano state consacrate agli idoli di Jamnia, che agli ebrei era vietato toccare. Fu, poi, detto a tutti che era per questo che loro erano stati uccisi. E tutti lodarono il giusto giudizio dell’Eterno, che scopre ciò che è nacosto, e Lo supplicano di dimenticare il peccato commesso.

Giuda esortò il popolo a preservarsi dal peccato, avendo davanti agli occhi ciò che era venuto dal peccato di coloro che erano morti . E dopo che ebbe fatto una colletta, inviò a Gerusalemme duemila dracme di argento, affinché fosse offerto un sacrificio per il peccato dei morti, agendo così molto bene, ritenendo di essere nel cammino della risurrezione. Perché, se non avesse avuto la speranza che coloro che erano appena morti sarebbero risuscitati un giorno, sarebbe stato superfluo e sciocco pregare per questi morti.

Giuda, tuttavia, considerava che una grande misericordia era riservata agli addormentati nella pietà. Santo e pietoso pensiero! Fu per questo che offrì un sacrificio di espiazione per i defunti, affinché fossero liberi dai peccati.

Tali sono le parole e riflessioni della santa Scrittura, secondo il testo greco, e le stesse, approssimativamente, in latino.

Nostro Signore stesso avverte, abbastanza chiaramente, che vi è un purgatorio, quando ci raccomanda in San Matteo e San Luca: “Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei per via con lui, perché l’avversario 

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non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia e tu venga gettato in prigione. In verità ti dico: non uscirai di là finché tu non abbia pagato fino all’ultimo spicciolo!”

Secondo queste parole, è molto chiaro che vi è una prigione di Dio, dove tutto è sistemato dalla sua giustizia, e da dove non si esce se non si estingue il debito per intero.

Nostro Signore, in San Matteo, ci dice ancora: “Qualunque peccato e bestemmia sarà perdonata agli uomini, ma la bestemmia contro lo Spirito non sarà perdonata né in questo secolo, né in quello futuro.” Da cui si vede che gli altri peccati possono essere perdonati in questo secolo e nel futuro, come dice espressamente il libro dei Maccabei riguardo ai peccati di coloro che erano morti per la causa di Dio.

Allo stesso modo, nel sacrificio della messa, la santa Chiesa di Dio ricorda ai santi che con Lui regnano in cielo, per ringraziarli per la gloria e per raccomandarci alla loro intercessione. D’altra parte, supplica Dio di ricordarsi dei servitori e delle servitrici che ci precedettero nell’altro mondo con il sigillo della fede, degnandosi di concedere loro la permanenza nel refrigerio della luce e della pace.

Il credere nel purgatorio e la preghiera per i morti si trovano in tutti i dottori della Chiesa, così come negli atti dei martiri, in particolare negli atti di San Perpetuo, scritti da lui stesso.

Tutti i santi pregarono per i morti. Sant’Odilon, abate di Cluny, nell’XI secolo, aveva una cura particolare per ciò che riguardava il refrigerio delle anime del purgatorio. Fu, mosso dalla compassione e pensando alla sofferenza delle anime del purgatorio, che, anticipandosi alla Chiesa, ordinò che si pregasse per le anime, avendo destinato a questo un giorno speciale. Ecco come Sant’Odilon animò tale istituzione, cominciando dalle terre che erano votate al sacerdozio. (…)

Riguardo al purgatorio, non si sa nulla di sicuro. Ecco tuttavia, ciò che si legge nelle rivelazioni di Santa Francesca Romana, rivelazioni che la Chiesa ci autorizza a credere, senza però, obbligarci a farlo.

In una visione, la santa fu condotta dall’inferno al purgatorio, che, ugualmente è diviso in tre zone o sfere, una sull’altra.

Al suo ingresso, Santa Francesca lesse quest’iscrizione:

Questo è il purgatorio, luogo di speranza, dove si fa un intervallo.

La zona inferiore è tutta di fuoco, che è diverso da quello dell’inferno, che è nero e tenebroso. Questo del purgatorio ha fiamme grandi, molto grandi e rosse. E le anime. Lì, sono illuminate, internamente, dalla grazia. Perché conoscono la verità, così come la determinazione del tempo.

Coloro che hanno peccati gravi sono inviati a questo fuoco dagli angeli, e lì restano secondo la qualità dei peccati che commisero.

La santa diceva che, per ogni peccato mortale non espiato, l’anima sarebbe rimasta in quel fuoco per sette anni.

Nonostante in questa zona o sfera inferiore le fiamme del fuoco avvolgano tutte le anime, tuttavia le tormentano, alcune più di altre, secondo la gravità dei propri peccati, più gravi o più leggeri.

Al di là di questo luogo del purgatorio, a sinistra vi sono i demoni che fecero commettere a quelle anime i peccati che ora espiano. Le censurano, ma non infliggono loro nessun altro tormento.

Povere anime! Le fa soffrire di più, molto di più, la visione di questi demoni che il proprio fuoco che le avvolge. E, con tale sofferenza, gridano e piangono, senza che, in questo mondo, qualcuno riesca a farsene un’idea. Lo fanno, tuttavia, umilmente, perché sanno che se lo meritano, che la giustizia divina ha ragione. Sono grida quasi affettuose, che portano loro una sorta di consolazione. Non che siano allontanate dal fuoco. No, la misericordia di Dio, 

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toccata da quella rassegnazione, delle anime sofferenti, lancia verso di loro uno sguardo favorevole, sguardo che allegerisce la loro sofferenza e permette loro di intravedere la gloria della beatitudine, verso la quale passeranno.

Santa Francesca Romana vide un angelo glorioso condurre a quel luogo l’anima che le era stata confidata, alla sua custodia, e ad aspettare fuori, a destra. È che i suffraggi e le buone opere che i parenti, gli amici, o chiunque sia, fanno specialmente in intenzione dell’anima, mossi dalla carità, sono presentati, dagli angeli custodi, alla divina maestà. E gli angeli, nel comunicare alle anime, ciò che noi facciamo per loro, le calmano, le rallegrano e le confortano. I suffraggi e le opere buone che fanno gli amici, per carità, specialmente per gli amici del purgatorio, giova principalmente a chi li compie, a causa della carità. Ci guadagnano le anime e ci guadagniamo noi.

Le preghiere, i suffragi e l’elemosine fatte caritatevolmente per le anime che già sono in gloria, e che già non lo necessitano, sono rivertite alle anime che lo necessitano ancora, giovando anche a noi.

E i suffragi che si fanno per le anime che giacciono all’inferno? Non se ne approfittano né le une né le altre – né quelle dell’inferno, né quelle del purgatorio, ma unicamente chi le fa.

La zona o regione media del purgatorio è divisa in tre parti: la prima, piena di una neve eccessivamente fredda; la seconda piena di pece fusa, mescolata ad olio in ebollizione; la terza piena di certi metalli fusi, come oro e argento, trasparenti. Trentotto angeli lì ricevono le anime che non commisero peccati così gravi da meritare la regione inferiore. Le ricevono e le trasportano da un luogo all’altro con grande carità: non sono i loro angeli custodi, ma altri che sono obbligati a questo servizio dalla misericordia divina.

Santa Francesca nulla disse, oppure non l’autorizzò a dirlo il superiore, sulla piú elevata regione del purgatorio.

Nei cieli, gli angeli fedeli hanno la loro gerarchia: tre ordini e nove cori. Le anime sante che salgono dalla terra, restano nei cori e negli ordini che Dio indica loro, secondo i propri meriti. È una festa per tutta la milizia celeste, ma particolarmente per il coro, dove l’anima santa dovrà rallegrarsi eternamente in Dio.

Ciò che Santa Francesca vide nella bontà di Dio la lasciò profondamente impressionata, senza che potesse parlare dell’allegria che aveva nel cuore. Spesso, nei giorni di festa, soprattutto dopo la comunione, quando meditava sul mistero del giorno, con lo spirito, trasportato in cielo, vedeva lo stesso mistero celebrato dagli angeli e dai santi.

Tutte le visioni che aveva, Santa Francesca Romana le sottometteva alla Madre, Santa Chiesa. E, dalla stessa madre, la Chiesa, Francesca fu canonizzata, senza che si trovasse nulla di riprovevole nelle visioni avute.

Noi, poi, vi salutiamo, o anime che vi purificate nelle fiamme del purgatorio. Condividiamo i vostri dolori, le sofferenze, principalmente di quell’immenso e torturante dolore di non poter vedere Dio.

Poveri noi! Senza dubbio vi sono tra voi parenti vostri e amici: soffriranno, forse per nostra colpa. Chi dirà che non abbiamo dato loro, in questa o quell’occasione, motivi per peccare? Manca loro poco tempo perché diventino anime pure. Che succederà, a noi che vegliamo così poco per noi stessi? Anime sante e sofferenti, che Dio ci liberi dal dimenticarvi!

Tutti i giorni, nella messa e nelle preghiere, ci ricorderemo di tutte voi. Ricordatevi, dunque, anche di noi. Ricordatevi, principalmente, quando sarete in Cielo. Come vogliamo vedervi là! Come vogliamo vederci con voi! Così sia.

OGNISSANTI, LA FESTA CHE UNISCE CIELO E TERRA

Con questa solennità la Chiesa pellegrina sulla terra venera in unico giubilo di festa la memoria di coloro della cui compagnia esulta il cielo, per essere incitata dal loro esempio e allietata dalla loro protezione. La festa si diffuse nell’Europa latina dall’VIII secolo

La festa di tutti i Santi il 1° novembre si diffuse nell’Europa latina nei secoli VIII-IX. Poi si iniziò a celebrarla anche a Roma, fin dal secolo IX. Un’unica festa per tutti i Santi, ossia per la Chiesa gloriosa, intimamente unita alla Chiesa ancora pellegrinante e sofferente sulla terra. Quella di Ognissanti è una festa di speranza: “l’assemblea festosa dei nostri fratelli” rappresenta la parte eletta e sicuramente riuscita del popolo di Dio; ci richiama al nostro fine e alla nostra vocazione vera: la santità, cui tutti siamo chiamati non attraverso opere straordinarie, ma con il compimento fedele della grazia del battesimo.

QUAL È IL SIGNIFICATO DI QUESTA FESTA?

Festeggiare tutti i santi è guardare coloro che già posseggono l’eredità della gloria eterna. Quelli che hanno voluto vivere della loro grazia di figli adottivi, che hanno lasciato che la misericordia del Padre vivificasse ogni istante della loro vita, ogni fibra del loro cuore. I santi contemplano il volto di Dio e gioiscono appieno di questa visione. Sono i fratelli maggiori che la Chiesa ci propone come modelli perché, peccatori come ognuno di noi, tutti hanno accettato di lasciarsi incontrare da Gesù, attraverso i loro desideri, le loro debolezze, le loro sofferenze, e anche le loro tristezze. Questa beatitudine che dà loro il condividere in questo momento la vita stessa della Santa Trinità è un frutto di sovrabbondanza che il sangue di Cristo ha loro acquistato. Nonostante le notti, attraverso le purificazioni costanti che l’amore esige per essere vero amore, e a volte al di là di ogni speranza umana, tutti hanno voluto lasciarsi bruciare dall’amore e scomparire affinché Gesù fosse progressivamente tutto in loro. È Maria, la Regina di tutti i Santi, che li ha instancabilmente riportati a questa via di povertà, è al suo seguito che essi hanno imparato a ricevere tutto come un dono gratuito del Figlio; è con lei che essi vivono attualmente, nascosti nel segreto del Padre.

COSA DICE IL MARTIROLOGIO ROMANO?

Con la Solennità di tutti i Santi uniti con Cristo nella gloria in un unico giubilo di festa la Chiesa ancora pellegrina sulla terra venera la memoria di coloro della cui compagnia esulta il cielo, per essere incitata dal loro esempio, allietata dalla loro protezione e coronata dalla loro vittoria davanti alla maestà divina nei secoli eterni.

COS’È LA COMUNIONE DEI SANTI?

«La nostra partecipazione alla redenzione del Cristo», ha scritto don Divo Barsotti, «implica una partecipazione all’uomo della vita divina, di una grazia però che non è un bene esclusivo e non lo diviene mai, ma tanto più si partecipa quanto più anche diviene comune. Ora, proprio per questo motivo, la comunione delle cose sante diviene naturalmente e necessariamente la Comunione dei santi. Se la grazia di Dio non si comunica all’uomo che aprendo l’uomo ad una universale comunione, ne viene precisamente che, quanto più l’uomo partecipa di questi doni divini, tanto più anche comunica con gli altri uomini, vive una comunione di amore con tutti quelli che partecipano ai medesimi beni. Per la carità di Dio l’uomo non si apre soltanto a Dio, non entra in comunione soltanto con la divinità, ma acquista una sua trasparenza onde l’anima può comunicare con tutte le altre anime, può vivere un rapporto di amore anche con tutti i fratelli. Il peccato ci ha divisi, ci ha opposti gli uni agli altri e ci ha separati, ci ha reso opachi, impenetrabili all’amore; la grazia invece ci dona questa nuova trasparenza, ci dona questa nuova possibilità di comunione di amore. Ed è questo precisamente allora l’effetto della grazia divina: che cioè noi viviamo la vita di tutti e tutti vivono della nostra medesima vita; non c’è più nulla di proprio che non sia, anche qui, di tutti. Quanto più noi siamo ricchi e partecipiamo agli altri i nostri beni, tanto più dell’altrui bene noi viviamo. Un santo tanto più è santo quanto più è privo di ogni difesa nel suo amore, quanto meno è chiuso nella sua ricchezza».

COSA DICE IL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA SULLA COMUNIONE DEI SANTI?

La comunione dei santi è precisamente la Chiesa. Ecco cosa dice: «Poiché tutti i credenti formano un solo corpo, il bene degli uni è comunicato agli altri. […] Allo stesso modo bisogna credere che esista una comunione di beni nella Chiesa. Ma il membro più importante è Cristo, poiché è il Capo. […] Pertanto, il bene di Cristo è comunicato a tutte le membra; ciò avviene mediante i sacramenti della Chiesa».  

«L’unità dello Spirito, da cui la Chiesa è animata e retta, fa sì che tutto quanto essa possiede sia comune a tutti coloro che vi appartengono».  

Il termine « comunione dei santi » ha pertanto due significati, strettamente legati: «comunione alle cose sante (sancta) e «comunione tra le persone sante (sancti)». «Sancta sanctis!» – le cose sante ai santi – viene proclamato dal celebrante nella maggior parte delle liturgie orientali, al momento dell’elevazione dei santi Doni, prima della distribuzione della Comunione. I fedeli (sancti) vengono nutriti del Corpo e del Sangue di Cristo (sancta) per crescere nella comunione dello Spirito Santo e comunicarla al mondo.  

Come è nata la solennità di tutti i santi?

Tutti i Santi

Il 1 novembre di ogni anno si celebra la festa di Ognissanti, di tutti i santi. Per i quali, dice il MARTYROLOGIUM ROMANUM, si esulta nei cieli, mentre in tutta la terra la Chiesa si unisce a questa gioia; i fedeli, con la pregheira,domandano di poter imitare nella vita mortale il loro esempio,” per partecipare infine al loro trionfo nei secoli eterni, al cospetto della divina maestà”.

L’invocazione dei santi, possiamo dire, nasce con la Chiesa stessa, da subito. Già i primi cristiani invocavano per sé la grazia di mantenersi forti nella fede e coraggiosi nelle avversità, facendosi “raccomandare” al Signore da coloro che già avevano testimoniato la fede sacrificando la vita. Essi venivano onorati col titolo di martiri, che in greco significa appunto ” testimoni”. Si invocava il loro aiuto con espressioni latine giunte fino a noi:”IN MENTE HABETE” – teneteci presenti- ; “ORATE,PETITE PRO…...” -(” pregate, invocate a favore di…”)-;”SUBVENITE” -(“correte in aiuto”).

La Chiesa d’oriente commemorava tutti i confessori già nel IV seculo. In’occidente la prima festa collettiva risale al V seculo, ma senza essere collegata a un giorno preciso.Solo nel 609, quando papa Bonifacio IV dedicò il tempio pagano del pantheon a Santa Maria ad Martyres, la prima commemorazione per onorare tutti i martiri fu inserita nel calendario al 13 maggio. Papa Gregorio IV nell 835 estese poi la festa, spostata al 1 novembre, a tutta la Chiesa. Questa solennità celebra la Chiesa trionfante: insieme ai santi canonizzati si ricordano tutti i giusti di ogni lingua, razza e nazione i cui nomi sono scritti nel libro della vita.

La Chiesa ha istituito la festa di tutti i Santi per lodare e ringraziare il Signore d’aver santificati i suoi servi in terra e d averli coronati di gloria in cielo; per onorare in questo giorno anche quei Santi de quali non si fa una festa particulari fra l’anno; per procurarci maggiori; grazie col moltiplicare gli intercessori; per riparare in questo giorno i mancamenti che nel corso dell”anno abbiamo comesso nelle feste particulari dei Santi; per eccitarci maggiormente alla virtù cogli esempi di tanti Santi d’ogni età, d’ogni condizione e d’ogni sesso, e colla memoria della ricompensa che godono in cielo.

Tolkien, l’Angelo custode e la preghiera

All’inizio di quest’anno è stato dato nuovamente alle stampe un prezioso volume da troppo tempo fuori commercio: si tratta della raccolta di lettere dello scrittore britannico John Ronald Reuel Tolkien, l’autore della celebre saga del Signore degli Anelli.

Il libro – pubblicato da Rusconi nel 1981 e intitolato La realtà in trasparenza, successivamente riedito da Bompiani, e, a gennaio del 2018, riportato in libreria dalla stessa casa editrice con il titolo Lettere (1914-1973) – oltre a rappresentare un’utile mappa per affrontare il viaggio nel complesso e affascinante mondo romanzesco di Tolkien, tratteggia un suo suggestivo profilo biografico specialmente per ciò che riguarda il rapporto con i suoi quattro figli, a uno dei quali, Christopher, va ascritto il merito di aver conservato e selezionato l’epistolario del padre.

Tolkien era un genitore molto affettuoso – ed è cosa nota come mostrasse in pubblico questo amore senza reticenze, in una società che mal sopportava le manifestazioni di tenerezza fra familiari – e inviò ai quattro figli numerosissime missive, alcune delle quali creative e fantasiose, costituite da favole e racconti (famose quelle in cui si firmava “Babbo Natale”).

Qui di seguito pubblichiamo uno stralcio di una di esse, datata 1944 e indirizzata proprio a Christopher, nella quale gli raccomanda l’abitudine della preghiera.

«Ricorda il tuo angelo custode. Non una signora grassoccia con ali di cigno! Ma – almeno così penso e credo – in quanto anime dotate di libero arbitrio siamo fatti in modo da affrontare (o essere in grado di affrontare) Dio.

Ma Dio è anche (si fa per dire) dietro di noi, sostenendoci, nutrendoci (dato che siamo creature sue). Quel luminoso punto di potere dove il cordone della vita, il cordone ombelicale dello spirito termina, là è il nostro angelo, che guarda in due direzioni: a Dio dietro di noi, senza che noi possiamo vederlo, e a noi. Ma naturalmente non stancarti di contemplare Dio, nel tuo libero arbitrio e nella tua forza (che entrambi ti arrivano “da dietro”, come dicevo). Se non riesci a raggiungere la pace interiore, e a pochi è dato raggiungerla (men che mai a me) nelle tribolazioni, non dimenticare che l’aspirazione a raggiungerla non è inutile, ma un atto concreto. Mi dispiace di doverti parlare così e in modo così incerto. Ma non posso fare niente di più per te, carissimo.[…]

Se già non lo fai, prendi l’abitudine di pregare. Io prego molto (in latino): il Gloria Patri, il Gloria in Excelsis, il Laudate Dominum; il Laudate Pueri Dominum (a cui sono particolarmente affezionato), uno dei salmi domenicali; e il Magnificat; anche la Litania di Loreto (con la preghiera Sub tuum praesidium). Se nel cuore hai queste preghiere non avrai mai bisogno di altre parole di conforto. È anche bene, una cosa ammirevole, sapere a memoria il Canone della Messa, perché la puoi recitare sottovoce se qualche circostanza avversa ti impedisse di assistervi. Così “endeth Faeder lar his suna”, con tutto il mio amore».

(da La realtà in trasparenza. Lettere, a cura di Humphrey Carpenter e Christopher Tolkien, Bompiani, Milano 2001, p.77).

Araldi del Vangelo dichiarano: Commissariamento non valido

Reportage esclusivo alla Gaudium Press per fare chiarezza sul commissariamento, divulgato dalla Santa Sede, agli Araldi del Vangelo, i quali ,protagonisti dei titoli di prima pagina di alcune delle più famose Agenzie di stampa del mondo, rispondono alle calunnie.

Subito dopo la diffusione della notizia sul commissariamento degli Araldi del Vangelo, divulgata dalla Santa Sede, l’Associazione è stata inserita nei titoli di prima pagina di alcune delle più famose agenzie di stampa del mondo. Mentre alcuni organi hanno cercato di mettere a fuoco la situazione con professionalità, altri hanno preferito prestarsi – prima di accertarsi sulla realtà dei fatti – a veicolare versioni parziali o addirittura distorte, dei fatti in modo da denigrare, consapevolmente o inconsapevolmente, la buona reputazione dell’ente. Desiderando trovare la verità in mezzo a tutte le informazioni, anche contraddittorie, che sono circolate in questi ultimi giorni su Internet e sui social network, abbiamo realizzato un reportage esclusivo insieme alle autorità e ai membri degli Araldi del Vangelo, per appurare la loro versione dei fatti e presentarla al grande pubblico.

* * *

Il portavoce punta sulla “persecuzione religiosa” con il “modello moderno”

Gli Araldi si rammaricano del fatto che alcune agenzie non abbiano seguito un codice etico del giornalismo, perché non hanno ascoltato la versione della parte lesa, dando adito a notizie distorte e infondate. Secondo Humberto Goedert (avvocato, brasiliano, 53 anni), portavoce dell’ente, “è evidente esserci un’organizzazione criminale dietro, guidata dall’odio personale e non interessata alla verità. Un’autentica persecuzione religiosa in pieno XXI secolo, dissimulata sotto i veli di false ideologie. Tutto questo ha causato danni irreparabili, non solo all’immagine degli Araldi, ma anche alla Chiesa stessa. È vergognoso!”.

Inoltre, Goedert ha spiegato che il dipartimento stampa dell’istituzione – dopo aver indagato sulle varie affermazioni calunniose, cercando di risalire alle loro fonti – trova sempre alla fine lo stesso copione diffamatorio, riaggiustato e riadattato, con il solo cambiamento dei nomi delle persone coinvolte. Il portavoce asserisce di essere certo che la ragione per cui ciò accade, è che la vera motivazione, non è nei fatti, ma nell’odio; ha aggiunto: “Gli accusatori sono sempre gli stessi, cioè i disaffezionati dell’istituzione; si rifugiano nell’ombra di Internet e cercano di nascondere nell’anonimato il loro numero esiguo”.

Secondo lo stesso, questo gruppetto di scontenti, tuttavia, è come un vaso vuoto, come dice il proverbio: fa solo rumore. Goedert rimanda a Cristo, perseguitato e condannato alla peggiore delle ignominie, ma – osserva, con un pizzico d’ ironia – Gesù è passato attraverso un giudizio, pur malvagio, dove almeno era chiamato con il proprio nome: “Chi volete che vi rilasci: Barabba o Gesù chiamato il Cristo?” (Mt 27,17). Infatti, il portavoce deplora il fatto che nemmeno questo sia stato concesso agli Araldi, visto che nel decreto emanato dalla Santa Sede siano stati trattati come una “associazione pubblica”, il che non corrisponde alla realtà giuridica dell’ente .

Goedert si rammarica che ci siano stati “troppi soprusi e poco dialogo” nelle procedure cui l’istituzione è stata soggetta dal 2017. “Siamo sempre stati aperti al dialogo, un dialogo che, sfortunatamente, non sempre è stato reciproco. Chiediamo solo che sia rispettato il minimo di legalità nei procedimenti, perché anche nel processo ingiusto di Gesù è stato osservato un certo simulacro di procedura legale. Ma la giustizia degli scribi e dei farisei appartiene al passato: sembra addirittura che il modello moderno di processo ecclesiastico disponga di fatti, prove e argomenti”, conclude l’avvocato.

Visita Apostolica positiva, ma con risultato sconosciuto

Come è stato già ampiamente riportato, ancor prima della comunicazione ufficiale attraverso i Commissari, gli Araldi del Vangelo sono stati oggetto di una Visita Apostolica, durante la quale – secondo la nota divulgata dall’ente- “nulla è stato trovato contro la morale, la sana dottrina o le leggi ecclesiastiche e civili”. Goedert ricorda che, al termine della Visita, è stato inoltre consegnato un ricco dossier di risposte ai questionari posti, provenienti in parte dagli stessi maldicenti di sempre, facendo riferimento al comunicato stampa in cui afferma che “i Visitatori e la Santa Sede non hanno presentato osservazioni a questa risposta dell’Istituzione”. 
Il portavoce ha comunicato al nostro reportage lo stupore e lo sconforto di molti membri degli Araldi quando sono stati informati che, nonostante tutto, era stato dichiarato un Commissariamento, basato solo su ragioni generiche.

“Il Commissariamento non è valido”, afferma il Presidente

Il 17 ottobre scorso, il Presidente degli Araldi del Vangelo, Felipe Eugenio Lecaros Concha (cileno, 60 anni), unitamente al suo Consiglio Generale, ha ricevuto la visita di Mons. Raymundo Damasceno Assis e Mons. José Aparecido Gonçalves de Almeida, rispettivamente nominati Commissario e ausiliare dell’ “Associazione Internazionale Privata Araldi del Vangelo”. Il reportage ha avuto accesso al verbale della riunione. In essa il Presidente all’inizio ha rivolto le seguenti parole ai prelati:
” Vi rispettiamo come vescovi della Chiesa di nostro Signore Gesù Cristo, e come tali entrambi siete oggetto della nostra considerazione, ma dobbiamo dichiarare di non riconoscere Vostra Eminenza come “Commissario” dell’Associazione Privata di Fedeli Araldi del Vangelo, della quale io sono il Presidente legittimamente eletto”.

Il Presidente degli Araldi del Vangelo spiega che il decreto che notifica il Commissariamento dell’Associazione è semplicemente non valido per i seguenti motivi:

1) Il decreto è destinato a una “Associazione Pubblica di Fedeli”, quando gli Araldi del Vangelo sono una “Associazione Privata di Fedeli”. La differenza di natura giuridica tra le due forme associative fa sì che non tocchi agli Araldi ricevere questo decreto, così come Fernando dos Santos non potrebbe rispondere in giudizio al posto di Antonio dos Santos, senza che ciò sia considerato un errore di persona.
2) Le associazioni private di fedeli, per loro natura, non sono passibili di commissariamento. Infatti, il Codice di Diritto Canonico prevede il Commissariamento solo per le associazioni pubbliche di fedeli (can. 318,1).
3) Data l’impossibilità di tale Commissariamento, il Presidente e il suo Consiglio considerano il caso chiuso.

Secondo quanto riportato nel verbale in questione, il pronunciamento si è basato su leggi ecclesiastiche e sostenuto da eminenti canonisti, come Luis Martinez Sistach, che nega la possibilità di un simile Commissariamento. Inoltre, esiste un precedente per il Dicastero dei Laici, della Famiglia e della Vita, che non ha permesso il commissariamento dell’Associazione Privata di Fedeli Parola Viva, dichiarando che “la nomina di un commissario (can. 318) è indicata nel diritto tra le misure previste solo per le associazioni pubbliche di fedeli (can. 312-320) e non possono essere applicate a un’associazione privata di fedeli. Pertanto, la nomina di un commissario in questo caso non è legittima”.

In Portogallo, per esempio, il diritto civile ha recepito questo modo di intendere permettendo la vigilanza delle autorità competenti, ma non il Commissariamento.

Il Presidente allora al riguardo ha concluso: “Si tratta quindi di un decreto nullo. Non è una questione di volerlo accettare o meno; in realtà, esso non è nemmeno destinato a noi.

“Non c’è margine per un ricorso”, dice il canonista

Il canonista che ha consigliato il Presidente degli Araldi durante la riunione, Prof. Dott. José Manoel Jiménez (professore, spagnolo, 67 anni), ha spiegato che l’Associazione non ha nemmeno la capacità di ricorrere contro il decreto, perché si tratta di un documento semplicemente inesistente (o infectus, nel linguaggio canonico).

Il Prof. Dott. Jiménez ha anche argomentato che non è stato rispettato nemmeno il canone 50, che prevede l’obbligo di sentire la parte lesa prima di procedere all’emissione di un decreto.

Sempre sul fatto che il documento confonde l’ente privato con un’associazione pubblica, il canonista spagnolo asserisce di essere rimasto stupito: “Questo è inspiegabile. È stato un errore o l’hanno fatto di proposito? Se è stato un errore, è qualcosa che sinceramente non può essere ammesso nella Curia romana. Ora, se è stato fatto di proposito, cosa si vuole ottenere con questo?”

Mons. Raymundo Damasceno e Mons. José Aparecido hanno concordano sul fatto che si tratti di una questione rilevante e che sarà portata da loro alla Santa Sede. Inoltre, hanno ribadito di non essere in possesso di nessun’altra informazione, oltre a quelle generiche contenute nel Decreto, per quanto riguarda le problematiche e le carenze da essere fornite dall’ente. Hanno inoltre dichiarato di non aver avuto accesso né alla relazione dei Visitatori né al dossier di risposte fornite dagli Araldi. Secondo Goedert, le autorità degli Araldi sono perplesse di fronte a questi fatti, e non sono in grado di spiegare ai loro simpatizzanti così tante singolarità nel processo.

Le due Società sono un caso a sé stante

Il reportage ha cercato anche i rappresentanti delle altre due entità che sono oggetto, insieme agli Araldi del Vangelo, del decreto di Commissariamento emesso dalla Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica.

Da un lato, la Società Clericale di Vita Apostolica Virgo Flos Carmeli riunisce i chierici che condividono lo stesso carisma degli Araldi del Vangelo, applicato alle specificità del ministero sacerdotale. In modo analogo la Società Regina Virginum lo è per la vita apostolica femminile.

Don Jorge María Storni (argentino, 77 anni), Superiore Generale di Virgo Flos Carmeli, e Suor Anina Morazzani (venezuelana, 51 anni), Superiora Generale di Regina Virginum, ci hanno rimandato ai comunicati ufficiali in cui le rispettive entità si sono pronunciate in merito al Commissariamento.

In essi si legge che ” questo decreto è illegale perché contraddice espressamente le norme del Diritto Canonico, oltre a contenere gravi irregolarità “, tra le quali menzionano: il non essere motivato da gravi ed esplicite ragioni; il fatto di non aver sentito i membri della direzione dell’ente a proposito del risultato della Visita e delle ragioni del decreto, prima del Commissariamento; e il contenere gravi errori materiali, come la confusione nelle forme associative, o l’affermazione che Virgo Flos Carmeli e Regina Virginum fanno parte degli Araldi del Vangelo, quando sono istituzioni autonome.

Nei comunicati ci sono anche lamentele per la mancanza di trasparenza nella manipolazione delle informazioni da parte della Santa Sede, rilasciando alla stampa dati che sono stati tenuti nascosti alle stesse entità interessate.

Le Società, pur riconoscendo che, secondo la legislazione vigente, possono essere oggetto di un Commissariamento, poiché sono entità pubbliche della Chiesa, chiedono che i loro diritti, che ritengono siano stati violati nel processo in corso, siano rispettati e, soprattutto, che siano chiarite le ragioni gravi e concrete che li hanno motivati.

Altri quesiti

Secondo altri membri degli Araldi del Vangelo, contattati dal nostro reportage, molti enigmi sono ancora senza soluzione in relazione a questo e ad altri Commissariamenti.

Elizabeth Titonelli (brasiliana, 58 anni) è indignata: “Come spiegare che si cerchi di violare la legge, commissariando illegalmente gli Araldi, quando tante altre cose nella Chiesa sembrano essere semplicemente intoccabili, anche di fronte a tanti abusi di ordine dottrinale, morali e disciplinari?”

Guillermo Asurmendi (argentino, 60 anni), a sua volta, critica il recente comportamento di persone di grande visibilità nella Chiesa, che egli qualifica come ” barbarie “, e che comunque non sono mai state punite; e conclude: “Richiama la nostra attenzione questa mancanza di equità, la gente rimane senza sapere cosa pensare. Sembra indicare che esistono, oltre a due pesi e due misure, intenzioni inconfessate. Tutto ciò che vogliamo è che i nostri diritti vengano rispettati, che ci sia almeno un po’ di proporzionalità e di rispetto della giustizia per il bene di tutti, compresa la credibilità delle istanze ecclesiastiche”.

Anche Elizabete Astorino (sposata, brasiliana, 61 anni) ha detto di essere sorpresa per la confusione del decreto quanto alla competenza dei dicasteri del Vaticano. Ci ricorda che è contro la natura stessa delle associazioni laiche che i laici – senza voti, spesso sposati ed esercitando professioni secolari – siano trattati come religiosi: “Perché insistere nel collocarci sotto la tutela della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica? Non ha alcun senso!”. Oltre a stupirsi delle tante incoerenze e scorrettezze, Elizabeth dice che anche altre coppie si chiedono come sarebbero le loro famiglie se, per assurdità, fossero tutte commissariate: “Per scherzo, ho chiesto a mio marito se la prossima volta che vogliamo cambiare auto avremo bisogno dell’approvazione del Commissario. Ma mio marito non ha dato importanza, ha riso e ha scrollato le spalle”.

Il Dott. Jiménez garantisce che non sono state seguite nemmeno le prassi precedenti al Commissariamento. Secondo Goedert, alcuni indizi indicano che gli Araldi siano già stati pregiudicati a scopo distruttivo, e che esistono dati secondo cui già dal 2014 si cercava solo un pretesto per promuovere una Visita Apostolica, destinata necessariamente a sfociare in un Commissariamento, qualunque fosse il risultato. Il portavoce ritiene che la diffusione illegale di alcuni video, di qualche anno fa, il cui contenuto sarebbe stato manipolato fuori dal contesto, sia stata strumentalizzata per questo scopo.

Cercato dal nostro reportage, il Presidente degli Araldi, Felipe Lecaros, ha detto che esistono relazioni recenti di alcuni Araldi che indicano l’animosità di un certo porporato a proposito dell’Associazione. Secondo questi membri, ciò sta accadendo da molto tempo, mettendo in discussione la buona fede, la parzialità e la giusta intenzione sia della Visita sia del Commissariamento, e sostengono di aver trovato la mano di questo prelato nella campagna diffamatoria promossa contro l’Istituzione, iniziata nel periodo e nella città in cui lui si trovava. Lecaros, tuttavia, non ha voluto fornire ulteriori dettagli sulla cosa; ha solo detto che la questione è ancora sotto inchiesta e che l’entità si riserva il diritto di intraprendere qualsiasi azione legale volta a difendere la propria buona reputazione di fronte ai fedeli e alla società.

Un’altra fonte, che ha chiesto di rimanere anonima, dice di essere spaventata dal crescente malcontento che sta constatando, non solo tra gli Araldi, ma anche tra il pubblico in generale, riguardo alle prepotenze di cui sono stati oggetto gli Araldi. “Hanno davvero molta pazienza, ha visto?”, esclama. “Anche troppa, almeno per ora. Ma noi ci stiamo organizzando; se loro non si difendono, lo faremo noi”, afferma. Dice di essere scontenta dell’atteggiamento che le autorità della Chiesa stanno assumendo, e chiede: “Dopo tutto, cosa intendono fare con questo? E conclude: “Questo non va bene per la Chiesa, proprio adesso…”.

Gli Araldi si chiedono: “Qual è il problema?”

Felipe Lecaros si rammarica della mancanza di dialogo nelle misure che si stanno prendendo contro un ente che si è sempre caratterizzato per la comunione ecclesiale: “Facciamo tutto il possibile per mantenere una buona intesa in tutte le diocesi in cui operiamo, e di questo sono prova le migliaia di lettere di sostegno, di felicitazioni e di gratitudine che abbiamo ricevuto da parroci, vescovi e perfino cardinali, che lodano il nostro apostolato”. Ha spiegato che molte iniziative in corso degli Araldi, come la Rivista e il Fondo Misericordia, sono anche stati suggerimenti di prelati, accettati dall’Istituzione.

Così, insiste, sappiamo che le opposizioni provengono da una minoranza organizzata, e si chiede il perché di questa costante mancanza di trasparenza da parte dell’autorità ecclesiastica riguardante eventuali lamentele allegate contro un’istituzione dal comportamento esemplare?

Per quanto riguarda i motivi che sono attualmente addotti, Lecaros chiede: “Il governo e la vita dei membri è retta dai nostri Statuti, approvati del resto dalla Santa Sede; la qualità della formazione degli Araldi è qualcosa di universalmente riconosciuto, quindi potremmo proseguire con le altre accuse; allora, qual è il problema?

Goedert conferma che questa situazione “porta a chiederci che cosa abbiamo veramente di sbagliato”. Tuttavia, preferisce evitare di rispondere: “Per il momento, abbiamo solo alcune ipotesi su cui non è ancora giunto il momento di pronunciarci”, ha aggiunto.

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