I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia

L’Eucaristia, l’Immacolata e il Sommo Pontefice!

Categoria: Araldi del Vangelo (Page 2 of 52)

Il potere di una giaculatoria

Pochi giorni prima della festa di Maria Ausiliatrice, San Giovanni Bosco invitò i suoi alunni a beneficiarsi della forza e dell’affetto con cui Maria Santissima aiuta ciascuno dei suoi figli. Ecco le commoventi parole del Santo, come sono riprodotte… 

Mi raccomando con tutta la mia anima e con tutto il mio essere, che ciascuno preghi Maria Santissima in questa novena. Questa Madre pietosa ci concede facilmente le grazie di cui necessitiamo, e tanto più quelle spirituali. Ella in Cielo è potentissima, e qualunque grazia Lei domandi al suo Divino Figliuolo, Le è subito concessa.

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San Giovanni Bosco promuove la devozione a Maria
tra i suoi alunni – Basilica de Maria Ausiliatrice, Torino 

La Chiesa ci fa conoscere la potenza e la benignità di Maria con quell’inno che incomincia: “Si cæli quæris ianuas, Mariæ nomen invoca”. Se cerchi le porte del cielo, invoca il nome di Maria. Se per entrare in Paradiso basta invocare il nome di Maria, bisogna pur dirlo che Ella sia potente. Il solo suo nome è rappresentato come porta del Cielo, e tutti quelli che vogliono entrarvi, debbono raccomandarsi a Maria.

Invocate sempre Maria Ausiliatrice

E noi ricorriamo a Lei, specialmente perchè ci aiuti in punto di morte. La Chiesa infatti ci dice che Maria da sola è terribile come un esercito in ordine di a battaglia che lotta contro i nemici della nostra anima. E, sebbene nel senso letterale delle Sacre Scritture queste parole si intendano applicate ai nemici della Chiesa, lo spirito però della Chiesa stessa le applica anche ai nostri nemici particolari nelle questioni dell’anima. Al solo nome di Maria i demoni si danno a precipitosa fuga. Ella perciò è chiamata Auxilium Christianorum, Ausilio dei Cristiani, sia contro i nemici esterni che contro i nemici interni.

Dobbiamo raccomandarci a Lei, principalmente noi che celebriamo la sua festa in modo speciale, come la nostra propria, quantunque sia festa della Chiesa universale. Per questo motivo io vi raccomando quanto so e posso, e il mio consiglio sia scolpito nella vostra mente e nel vostro cuore, di invocare sempre il nome di Maria, specialmente con questa giaculatoria: Maria Auxilium Christianorum, ora pro nobis – Maria Ausilio dei Cristiani, prega per noi. È una preghiera non tanto lunga ma molto efficace. Io l’ho già consigliata a molte persone, e tutte, o quasi tutte, mi dissero che avevano ottenuto felici risultati. Così pure mi assicurarono alcune altre, le quali senza consiglio di alcuno, ma di per se stesse, avevano preso l’abitudine di recitarla.

Tutti noi abbiamo delle miserie, tutti abbiamo bisogno di ausilio. Quando adunque vogliate ottenere qualche grazia spirituale, prendete come abitudine di recitare di quando in quando questa giaculatoria. Per “grazia spirituale” si può intendere la liberazione da tentazioni, da afflizioni di spirito, da mancanza di fervore, da vergogna nella confessione che renda troppo pesante la manifestazione dei peccati. Se qualcuno di voi vuol far cessare qualche ostinata tentazione, vincere qualche passione, schivare molti pericoli di questa vita, o acquistare qualche grande virtù, non ha da fare altro che invocare Maria Ausiliatrice. Queste ed altre grazie spirituali sono quelle che si ottengono in maggior quantità, e che non si vengono a conoscere e fanno maggior bene alle anime.

La preghiera deve farsi con perseveranza e fede

Non è a sproposito che vi citi qui moltissimi nomi di quelli che invocandoLa con questa giaculatoria, ottennero grazie speciali. A quante persone avevo consigliato la giaculatoria: Maria Auxilium Christianorum ora pro nobis! Furono cento, furono mille, in parte dell’Oratorio, in parte estranei, e a tutti mi sono raccomandato che se non fossero stati esauditi recitando questa giaculatoria, venissero a dirmelo. E nessuno finora è ancor venuto a dirmi di non aver ottenuto la grazia. Dico male; bisogna che mi corregga: vi fu alcuno, come in quest’oggi stesso, che si venne a lamentare con me di non essere stato esaudito.

Ma sapete il perchè ? Avendolo io interrogato, mi confessò che aveva avuto sì l’intenzione di invocare Maria, ma poi non l’aveva invocata. In questo caso non è Maria Vergine che manca, ma noi manchiamo verso di Lei non pregandoLa: non è Maria che non ci esaudisce, siamo noi che non vogliamo essere esauditi. La preghiera deve farsi con insistenza, con perseveranza, con fede, con intenzione proprio di essere esauditi.

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Madonna Ausiliatrice –
Caieiras (Brasile)

Una lettera a San Bernardo…

Io voglio che la facciate tutti questa prova e che la facciate fare anche a tutti i vostri parenti ed amici. In questa prossima festa di Maria Ausiliatrice, se venissero a trovarvi, o se non vengono, scrivendo loro una lettera, o mandando loro un messaggio, dite loro da parte mia: “Don Bosco vi assicura che, se avete qualche grazia spirituale da ottenere, preghiate la Madonna con questa giaculatoria: Maria Auxilium Christianorum, ora pro nobis, e sarete esauditi. S’intende che sia recitata colle condizioni che deve avere una preghiera. Se non sarete esauditi, farete un piacere a Don Bosco scrivendoglielo”.

Se io verrò a sapere che qualcuno di voi ha pregato bene, ma invano, scriverò subito una lettera a San Bernardo dicendogli che si è sbagliato nel dire: “Ricordatevi, o piissima Vergine Maria, che non si è mai udito al mondo che da voi sia stato rigettato od abbandonato alcuno, il quale implori i vostri favori…” Ma state pur certi che non mi accadrà di dover scrivere una lettera a San Bernardo. E se mi accadesse, il santo Dottore allora saprà subito trovare qualche difetto nella preghiera del postulante.

Voi ridete all’ipotesi di mandare una lettera a san Bernardo. Ora, non sappiamo noi dove si trova San Bernardo? Non è in Cielo?

Certamente, per andare sino alla dimora di San Bernardo ci vorrebbe un carrozzone postale che corresse molto in fretta e chissà per quanto tempo. Neppure basterebbe il telegrafo, e benchè la corrente elettrica percorra in un lampo grandissima distanza, pure in questo caso mancherebbero i fili. Ma noi per scrivere ai Santi abbiamo un espediente più veloce che le vetture, che il vapore, che il telegrafo, e non temete che i Santi non ricevano le nostre lettere e subito, anche se il fattorino fosse in ritardo.

Infatti ora, mentre io vi parlo, col mio pensiero più veloce del fulmine, m’innalzo nello spazio celeste, vado su, su, sopra le stelle, percorro distanze incomprensibili, e giungo davanti al seggio di San Bernardo che è uno dei più grandi Santi del Paradiso. Fate dunque la prova che vi ho detto, e se non sarete esauditi non troveremo difficoltà a mandare una lettera a San Bernardo.

Il demonio non avrà più alcun potere sopra di voi

A parte gli scherzi, vi ripeterò che per il fine di questa novena che è ancora in corso, vi scolpiate nel cuore queste parole: Maria Auxilium Christianorum, ora pro me: e che le recitiate in ogni pericolo, in ogni tentazione, in ogni bisogno e sempre; e che domandiate a Maria Ausiliatrice anche la grazia di poterLa invocare. Ed io vi prometto che il demonio farà bancarotta.

Sapete che cosa vuol dire che il demonio farà bancarotta? Vuol dire che non avrà più alcun potere sopra di voi, non riuscirà più a farvi commettere alcun peccato, e sarà obbligato a battere in ritirata. Io intanto nel Santo Sacrificio della Messa e negli altri esercizi di pietà vi raccomanderò tutti al Signore perchè vi aiuti, vi benedica; vi protegga, e vi conceda le sue grazie per intercessione di Maria Santissima. (Rivista Araldi del Vangelo, Maggio/2019, n. 192, p. 26-28)

“…Vado a prepararvi un posto”

Solennità dell’Ascensione del Signore – (Anno – A)

Vangelo

In quel tempo, 16 gli Undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro fissato. 17 Quando Lo videro, gli si prostrarono innanzi; alcuni però dubitavano. 18 E Gesù, avvicinatoSi, disse loro: “Mi è stato dato ogni potere in Cielo e in Terra. 19 Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, 20 insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 16-20).

Il pegno della nostra vittoria Assumendo la nostra carne, il Figlio di Dio ha voluto vivere tra noi per darci l’esempio della pienezza della perfezione cui desidera elevarci. Anche l’ascesa del Signore al Cielo è un punto di imitazione. Come sarà, allora, la nostra? I – L’ora della dipartita di Gesù Cristo

La Chiesa celebra la Solennità dell’Ascensione del Signore il giovedì della 6ª Settimana del Tempo Pasquale, anche se in alcune diocesi è stata trasferita, per ragioni pastorali, alla 7a Domenica di Pasqua. Ci furono epoche in cui questa festività era realizzata con grande solennità. Come si commemora a mezzanotte del 24 dicembre la nascita del Bambino Gesù e alle tre del pomeriggio del Venerdì Santo la sua Morte, l’Ascensione era commemorata a mezzogiorno. Nel Medioevo si usava realizzare una processione per rappresentare il tragitto compiuto da Nostro Signore, accompagnato dagli Apostoli e discepoli, da Gerusalemme al Monte degli Ulivi, da dove Egli ascese per unirSi al Padre (cfr. At 1, 12). Durante la Messa, il diacono spegneva il Cero Pasquale subito dopo il cantico del Vangelo, simbolizzando l’ultimo episodio dell’esistenza visibile del Redentore sulla Terra. Oggi, contemplando la sua ascesa al Cielo, teniamo presente che Gesù non ci ha abbandonato ma, al contrario, continua a rimanere con noi, secondo la promessa fatta nel Vangelo: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. E anche noi, in quanto figli, desideriamo rimanere con Lui, visto che è venuto a questo mondo a portarci la partecipazione alla sua natura divina.

II – Quando sarà restaurato il Regno?

Nelle pagine dei loro scritti, gli Evangelisti cercano di esporre gli avvenimenti centrali della vita terrena di Nostro Signore nella maggior parte dei quali Egli ha assunto un corpo sofferente come il nostro. Tuttavia, ad eccezione di San Luca, quasi nulla dicono riguardo all’Ascensione (cfr. Mc 16, 19), evento di somma importanza. Soltanto nel terzo Vangelo troviamo alcuni versetti dedicati a questo mistero (cfr. Lc 24, 50-51), oltre a un racconto più particolareggiato, all’inizio degli Atti degli Apostoli, in cui, dando seguito al suo primo libro, lo stesso autore descrive l’azione mistica di Gesù dopo la sua partenza per il Cielo, ossia, lo sviluppo e l’espansione della Chiesa al suo nascere. Per tale ragione, e per esser stata la conclusione del Vangelo di San Matteo oggetto di altri commenti,1 esso sarà analizzato alla luce della narrazione dell’Ascensione fatta da San Luca – prima lettura di questa Solennità (At 1, 1-11) –, giacché il testo evangelico non si riferisce propriamente al fatto storico del commiato di Nostro Signore, ma a una delle sue apparizioni avvenuta durante i quaranta giorni in cui, risorto, convisse con gli Apostoli e trasmise loro i suoi ultimi insegnamenti.

Erronea concezione riguardo al Messia In quel tempo, 16 gli Undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro fissato. 17 Quando lo videro, gli si prostrarono innanzi; alcuni però dubitavano.

Molte delle manifestazioni di Nostro Signore in questo periodo avvennero in Galilea. Scegliendo una regione lontana da Gerusalemme era evidente che il vero culto a Dio non si legava più al Tempio, ma alla sua Persona Divina. Il primo versetto del Vangelo ricorda anche la sua predilezione per i luoghi elevati, tante volte dimostrata durante la sua vita pubblica. Alcuni ritengono che questo episodio sia avvenuto sul Tabor, altri su uno dei monti situati in prossimità del Lago di Genezareth.2 La cosa sicura è che il luogo fu deciso da Gesù stesso per ragioni sapienziali, come commenta San Rabano Mauro: “Il Signore apparve loro su un monte per far capire che il Corpo che aveva assunto nascendo – come succede a tutti gli uomini – era ora elevato al di sopra di tutte le cose terrene con la resurrezione, e insegnava ai fedeli che, se desideravano vederne come Lui la magnificenza, dovevano sforzarsi di passare dalle più basse passioni alle più elevate aspirazioni”.3 Riconoscendo Gesù, gli Undici si prostrarono davanti a Lui per adorarLo. Possiamo giustamente pensare che in questi incontri durante la sua permanenza visibile tra noi prima di salire al Cielo, gli Apostoli sentissero in fondo all’anima che qualcosa di grandioso stava per accadere. Tuttavia, malgrado Lo avessero accompagnato nella sua predicazione e fossero passati per il terribile trauma di vederLo catturato, flagellato, coronato di spine, morto in Croce e sepolto, avendo anche constatato il miracolo della Resurrezione e presenziato le sue apparizioni già in Corpo glorioso nel corso di quaranta giorni, non seppero interpretare bene quella promessa imponderabile fatta dalla grazia nel loro intimo, perché mancava loro la discesa dello Spirito Santo. Essi dedussero, sbagliando, che era giunta l’ora del trionfo sociale di Cristo. Secondo una credenza comune tra i giudei, essi attendevano la restaurazione della sovranità politica di Israele, portata a una nuova pienezza in cui, finalmente, il popolo eletto stesse al di sopra di tutte le nazioni, senza aver bisogno di pagare imposte ai romani. E immaginavano Gesù come il re ideale secondo questa prospettiva. Di conseguenza, la divulgazione del Vangelo, come Egli aveva raccomandato che facessero, sarebbe stata fatta allo stesso tempo con la parola sulle labbra, la spada nella mano destra e una borsa nella sinistra. Sebbene essi, in quanto membri del popolo giudeo, stessero già da vari anni soffrendo la persecuzione e l’ostracismo, non intendevano il motivo per il quale Dio permettesse queste sventure, cosa che in realtà mirava a istruirli a non depositare la speranza nel potere, nella politica o nel denaro, ma nel soprannaturale, nella Religione vera, nella Redenzione operata da Cristo e nella Rivelazione fatta da Lui. Ci sorprende verificare che questa erronea concezione sia durata per tanto tempo tra gli Apostoli, ma la realtà è che nelle apparizioni di Nostro Signore risorto, e fino al momento dell’Ascensione, essi stessero ancora pensando a una gloria umana, al punto da arrivare a chiedere: “Signore, è questo il tempo in cui ricostituirai il regno di Israele?” (At 1, 6). La spiegazione più corrente degli esegeti riguardo a questo passo si centra sulla mentalità deformata di coloro che la formularono, e pochi si soffermano sulla significativa risposta del Divino Maestro.

Cristo regna per mezzo della Chiesa

Infatti, è da notare come, in quest’occasione, Egli non contraddica i discepoli, non confuti in forma violenta la loro aspirazione a un potere ostensivo sulla faccia della Terra. Invece, dice loro: “Non spetta a voi conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato alla sua scelta” (At 1, 7). È una chiara allusione al fatto che qualcosa in linea con quello che desideravano di fatto si sarebbe realizzato, ma nel tempo stabilito dalla volontà divina. Momenti, pertanto, in cui l’onnipotenza di Dio si deve manifestare con tutto il suo vigore nell’opera da Lui chiamata Santa Chiesa Cattolica Apostolica Romana, verificandosi gli effetti del Preziosissimo Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo, di valore infinito, versato sul Calvario. Ci sarà allora un solo gregge, sotto l’egida di un solo pastore, e l’autorità di Cristo si eserciterà in modo splendente, anche con riflessi nella vita sociale. Questa stessa prospettiva, svelata dal Signore nel giorno della sua Ascensione, la troviamo nei seguenti versetti di questo Vangelo:

18 E Gesù, avvicinatoSi, disse loro: “Mi è stato dato ogni potere in Cielo e in Terra”.

Tale autorità “in Cielo e in Terra”, Nostro Signore la possiede da tutti i secoli, in quanto Seconda Persona della Santissima Trinità, Figlio Unigenito di Dio. Tuttavia, in quanto Uomo, Egli l’ha ricevuta per diritto di conquista attraverso il sacrificio della sua Passione e Morte, come osserva San Girolamo: “Fu dato il potere a Colui che poco prima era stato crocifisso, sepolto in un tumulo, che giaceva morto e poi era risuscitato. Gli fu dato il potere in Cielo e in Terra affinché quello che prima regnava in Cielo ora regni su tutta la Terra, per mezzo della fede di coloro che credono”.4 Molte volte, tuttavia, la Chiesa affronta terribili tribolazioni nelle quali i suoi nemici intraprendono tutti gli sforzi per toglierle la sua autorità. L’analisi della Storia ci porta a verificare che Dio permette, in certe circostanze, perfino un trionfo apparente del male. E quando questo sta per raggiungere il suo culmine ed è sul punto di conficcare lo stendardo della vittoria assoluta, Dio inverte il corso degli avvenimenti. Così, dato che mai c’è stata una crisi così grave come quella dei nostri giorni, in cui il progresso del male si trova in uno stadio avanzato e intravvede il suo successo totale, è necessario che, in un determinato momento, questo stesso male sia intrappolato, terrorizzato, umiliato e soffocato, e la Chiesa brilli con nuovo fulgore. Questa vittoria, come abbiamo detto sopra, non si limita alla santità nel campo delle anime, che essa ha sempre suscitato da quando è stata fondata, ma abbraccia anche la sacralizzazione dell’ordine temporale. San Paolo insegna che la stessa creazione, nutrendo “la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, […] geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto” (Rm 8, 21- 22), poiché, se è stata “sottomessa alla caducità” (Rm 8, 20), deve anche esser beneficiata dalla Redenzione. Allo stesso modo, si può affermare che la società civile, che sta alla base di quella spirituale e le offre elementi, è stata fortemente colpita dal peccato ed ha bisogno di ricevere in questo mondo – poiché essa non passerà all’eternità – la sua gloria, per i meriti del Salvatore. L’assemblea Celeste, tuttavia, formata dai Santi, è perpetua e il suo premio consiste nella convivenza con Dio, nella visione beatifica. A noi, come un tempo ai discepoli, non “spetta conoscere i tempi e i momenti”, ma siamo certi che questa glorificazione verrà, poiché Nostro Signore possiede pieno dominio su tutte le cose e, per quanto gli uomini vogliano impedire il compimento dei suoi disegni, Egli li realizzerà quando lo vorrà.

La necessità di evangelizzare 19 “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, 20a insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato”.

Abbandonando il futuro nelle mani di Dio, cosa avrebbero dovuto fare gli Apostoli? Mettere in pratica la raccomandazione di Gesù in questo versetto, senza pensare ad alcuna restaurazione secondo i loro criteri deturpati, preparandosi a essere testimoni della Buona Novella in tutta la Terra, senza contare su alcun mezzo militare, politico o finanziario, ma sulla forza dello Spirito Santo, come Egli ha garantito prima di lasciarli: “scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della Terra” (At 1, 8). Con questo irresistibile potere essi avrebbero cominciato a divulgare gli insegnamenti del Divino Maestro e il Regno di Dio sarebbe stato impiantato in forma impalpabile, molto più attraverso la Fede che con i mezzi concreti, proprio come il grano di senape che, quando è seminato, si sviluppa quasi impercettibilmente fino a raggiungere una vigorosa espansione (cfr. Mt 13, 31-32).

Confusione tra la prima e la seconda venuta del Messia 20b “Ecco, Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”.

Gesù di lì a poco sarebbe andato a raggiungere il Padre. Prima, però, fa la promessa di rimanere con gli uomini fino alla consumazione dei tempi. San Giovanni Crisostomo evidenzia che Egli qui Si riferisce a tutti i membri della Chiesa, poiché “non disse che sarebbe stato solamente con loro, ma anche con tutti quelli che avrebbero creduto dopo di loro. […] Il Signore parla con i suoi fedeli come a un solo Corpo”.5 Inoltre, commenta ancora il Santo, Egli richiama l’attenzione dei discepoli alla “fine del mondo, allo scopo di attirarli di più e affinché non guardino soltanto alle difficoltà presenti, ma anche ai beni venturi, che non hanno termine”.6 Gli Apostoli, evidentemente, non possono accompagnarLo nell’Ascensione, poiché, chi ha la forza per salire al Cielo, “se non colui che è disceso dal Cielo” (Gv 3, 13)? Tuttavia, quando Egli scompare avvolto in una nuvola, si approssimano due Angeli vestiti di bianco e chiedono: “Uomini di Galilea, perché state a guardare il Cielo? Questo Gesù, che è stato di tra voi assunto fino al Cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in Cielo” (At 1, 11).
L’Ascensione di Nostro Signore

Le parole dei messaggeri Celesti sono molto espressive, poiché confermano le promesse di Gesù, aprendo la comprensione degli Undici affinché comincino ad intendere che la gloria e l’apparato desiderato dal Messia, e per l’instaurazione del Regno di Dio sulla Terra, non corrispondono ai piani divini in quella circostanza, e sono riservati per il suo ritorno. In realtà, essi confondono la seconda venuta del Signore Gesù con la prima, ritenendo che questa sarebbe dovuta essere pomposa, altisonante, piena di magnificenza, luce e splendore. Ciò nonostante, Egli nasce in una Grotta, abbraccia la povertà al punto da non avere dove posare il capo (cfr. Mt 8, 20) e persino i miracoli che opera hanno un carattere molto sereno, senza grandi fragori, poiché Egli non vuole richiamare troppa attenzione e perfino proibisce, a volte, che se ne faccia propaganda (cfr. Mt 12, 15-16; Mc 1, 43-44). Solo nella seconda venuta – in cui “tornerà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo” – Si manifesterà con imponenza e maestà. Infatti, allora il Re dei re scenderà seguito dal corteo degli eserciti Celesti, montati su cavalli bianchi e vestiti di lino di un bianco splendente (cfr. Ap 19, 14). Il Dottor Angelico difende la tesi che, prima di arrivare sulla Terra, a mezza altezza, il Salvatore sarà ricevuto da una miriade di co-giudici che Gli andranno incontro come di solito fanno le autorità di un luogo quando ne accolgono un’altra di maggiore dignità. Sono uomini perfetti scelti per giudicare l’umanità insieme a Lui, poiché “in loro sono contenuti i decreti della divina giustizia”.7 Solo dopo, in un’apoteosi, sarà dato inizio al Giudizio Finale, che separerà il grano dalla zizzania (cfr. Mt 13, 30), quelli della destra da quelli della sinistra (cfr. Mt 25, 33), e si concluderà con la salita dei buoni al Cielo, in compagnia del Figlio di Dio, mentre i cattivi saranno precipitati nelle tenebre.

III – L’Ascensione del Signore, pegno della nostra

Chi oggi Si eleva ai Cieli è lo stesso che fu umiliato, flagellato, coronato di spine, crocifisso tra due ladroni e deposto in un sepolcro. Il Suo Corpo era piagato dalla testa ai piedi, proprio come riguardo a Lui aveva profetizzato il salmista: “Ma io sono verme, non uomo, […] posso contare tutte le mie ossa” (Sal 22, 7.18) ma prima che la sua carne cominci a subire la corruzione (cfr. Sal 16, 10), resuscitò Se stesso col suo potere divino,8 passò quaranta giorni sulla Terra e tornò presso il Padre. San Tommaso si chiede che forza Lo avrebbe fatto salire, e spiega che, essendo Lui la Seconda Persona della Santissima Trinità, in questo istante esercitò la sua onnipotenza, per cui la causa prima fu la sua virtù divina. Basandosi anche su Sant’Agostino, aggiunge che, al momento della Resurrezione, la gloria dell’Anima di Cristo ridondò nella glorificazione del Corpo, con i suoi attributi propri, tra cui l’agilità, che conferisce la capacità di muoversi secondo il pensiero e il desiderio, in maniera che dov’è lo spirito, là ci sia anche il corpo. Ora, non conveniva che Lui permanesse sulla Terra, visto che essa è un luogo di decomposizione, ed era necessario che il suo Corpo immortale stesse nel luogo appropriato, cioè, nel Cielo Empireo. Così, conclude il Santo Dottore, la seconda causa della sua Ascensione, fu “il potere dell’Anima glorificata che muoveva il Corpo come voleva”.9

Una promessa fatta a tutta l’umanità

Nostro Signore Si elevò in virtù del suo stesso potere, ed ebbe la delicatezza di dislocarSi lentamente, ascendendo non alla velocità del pensiero, ma in modo da poter essere ammirato da quelli che presenziavano il miracolo. Si allontanò con calma, sorridendo e benedicendo, fino a diventare un punto sempre più piccolo e scomparire. Alla vista dell’esaltazione del Maestro, tutti i presenti esultarono di gioia e “tornarono a Gerusalemme con grande gioia” (Lc 24, 52).
L’Ascensione di Nostro Signore

Anche per noi l’Ascensione è motivo di gioia, di speranza e di fede. Perché? Utilizziamo un esempio per facilitare la comprensione di questo mistero e la sua implicazione nella spiritualità dei fedeli. Sarebbe impossibile, persino mostruoso, immaginare che nel giorno di Pasqua solo il Capo del Redentore tornasse in vita, mentre il suo Corpo sacro giaceva piagato nel tumulo. Resuscitando il Capo, anche tutto il Corpo doveva farlo! Dunque, la Chiesa è il Corpo Mistico di Cristo e Lui, resuscitando come Capo della Chiesa, dà ai battezzati il pegno della resurrezione, poiché “ora voi siete corpo di Cristo e sue membra, ciascuno per la sua parte” (I Cor 12, 27). Lo stesso si può dire dell’Ascensione: salendo al Cielo in Corpo e Anima, il Redentore concede la garanzia di condurci all’eternità nella stessa forma, poiché “Egli è nostro Capo, bisogna che i membri vadano dove egli si è diretto”.10 A questo riguardo commenta San Giovanni Crisostomo: “Si osservi che il Signore ci fa vedere le sue promesse. Aveva promesso di resuscitare i corpi; resuscitò Sé stesso dai morti e confermò i suoi discepoli in questa fede, nei quaranta giorni. Promise che saremo trasportati in Cielo, e anche lo provò per mezzo delle opere”.11 Quando il Figlio di Dio ha assunto la nostra carne, Egli volle vivere tra noi per dare l’esempio della pienezza e della perfezione in tutte le virtù, atti e gesti che dobbiamo praticare, anche nella nostra futura dipartita per il Cielo, come speriamo. L’Ascensione del Signore è, dunque, per noi, un punto di imitazione. Come sarà, allora, la nostra?

Da Dio veniamo, a Lui dobbiamo ritornare

Nel Vangelo di San Giovanni troviamo le parole del Divino Maestro che sintetizzano la traiettoria della sua vita terrena, e devono anche essere il sunto della nostra: “Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio di nuovo il mondo, e vado al Padre” (Gv 16, 28). Esse possono applicarsi con ogni ragione agli uomini, poiché nessuno di noi ha creato la propria anima. Soltanto il corpo fu formato grazie al concorso dei genitori – e anche questi non lo avrebbero generato senza la forza di Dio –, ma l’anima proviene da Lui, che la crea nell’istante del concepimento affinché animi il corpo. Se siamo stati costituiti da Dio, è necessario che il nostro sviluppo si faccia in vista di questo ritorno a Lui, come è avvenuto con Gesù. Ecco la straordinaria dignità della nostra origine e della nostra finalità: Dio!
Nostro Signore toglie Adamo ed Eva dal sepolcro

Tuttavia, per raggiungere questo fine è indispensabile fare come Nostro Signore, che visse con l’attenzione rivolta al Padre, come ha testimoniato nel suo discorso di commiato: “Io ti ho glorificato sopra la Terra” (Gv 17, 4a). In questo consiste la missione, il dovere morale di ogni uomo. E non pensiamo che tale meta si contrapponga ai nostri obblighi nello stato familiare o in qualsiasi altro, poiché se li assolviamo per amore di Dio, in funzione di Lui e per Lui, realizziamo la nostra chiamata e potremo dire: “Ho compiuto l’opera che mi hai dato da fare” (Gv 17, 4b). Con l’Incarnazione, Gesù ha rivelato all’umanità il Dio Uno e Trino, Padre, Figlio – che è Lui – e Spirito Santo, e ha mostrato che l’unica Religione vera, l’unica via che ci rafforza e ci dà pace è questa che Egli ci ha portato, con il perdono dei peccati, l’istituzione dei Sacramenti e la felicità dello stato di grazia. Per questo ha potuto affermare: “Ho fatto conoscere il tuo nome agli uomini” (Gv 17, 6). Quanto a noi, dobbiamo continuare la sua opera e, per questo, contare sulla forza dello Spirito Santo che ci è promessa. Se saremo convinti che siamo membri del suo Corpo Mistico, chiamati a partecipare all’eredità della sua gloria, e seguiremo la via da Lui aperta, i nostri corpi resusciteranno gloriosi nell’ultimo giorno.

Glorificazione della natura umana

L’Ascensione di Cristo è il preambolo di quello che ci aspetta, come Egli ha annunciato: “Io vado a prepararvi un posto” (Gv 14, 2). Salendo, apre per noi le porte del Cielo e, al cantico degli Angeli, Si stabilisce sul suo trono a fianco del Padre, rappresentando tutta l’umanità, come bene intoniamo nei versi della traduzione brasiliana dell’inno delle Lodi di questa Solennità: “Rendiamo grazie a tale difensore / che ci salva, che ci ha dato la vita /e con sé in Cielo fa sedere/ il nostro corpo sul trono di Dio”.12 Infatti, nel momento in cui l’umanità santissima di Gesù Si siede sul “trono della Maestà divina nei Cieli” (Eb 8, 1) e riceve la gloria dovuta, tutto il genere umano è anch’esso elevato. Sappiamo, tuttavia, che solo nel Giudizio Finale avremo questa gloria, poiché prima di ciò tutti moriremo e il corpo non sarà risparmiato dalla decomposizione, servendo da alimento ai vermi fino a disfarsi. Finché non lo recuperiamo l’anima starà, sotto un certo aspetto, in stato di violenza, come spiega padre Royo Marín: “Se è contraria alla natura qualsiasi mutilazione del corpo umano, […] è evidente che molto più contrario alla natura umana è che il corpo intero si distacchi e si separi dalla sua anima”.13 Tuttavia, il periodo che sta tra l’istante in cui chiudiamo gli occhi per questa vita e quello della resurrezione nell’ultimo giorno è infinitesimo se comparato all’eternità. Alla fine del mondo verificheremo lo straordinario potere di Dio poiché, come ha creato la nostra anima dal nulla, così Egli ricostituirà i corpi a partire da quello che di loro ancora resterà; e, se saremo morti in grazia, li restituirà in stato glorioso, per salire al Cielo tale come Nostro Signore Gesù Cristo nella sua Ascensione, commemorata liturgicamente in questa Solennità.

Egli intercede per noi presso il Padre

In vista di questo, la Preghiera Colletta acquista uno speciale significato ricordando che l’Ascensione del Signore “è già la nostra vittoria”. E prosegue: “Esulti di santa gioia la tua Chiesa, poiché nel tuo Figlio asceso al Cielo la nostra umanità è innalzata accanto a Te, e noi, membra del suo Corpo, viviamo nella speranza di raggiungere Cristo, nostro capo, nella gloria”.14 Egli è seduto sul trono di Dio, alla destra del Padre, come Intercessore, Mediatore e Sacerdote, presentandoGli la sua umanità! Senza dubbio, ci basta questo per ottenere tutto quello di cui abbiamo bisogno. E Lui non solo offre la sua umanità, come lo fa dopo esser passato per tutte le vicissitudini di un Corpo sofferente, per la Passione e per la Morte. Padre Monsabré, celebre predicatore domenicano, tesse alcune considerazioni su questo tema: “Là, Tu concludi l’opera della nostra salvezza. Là, Tu fai un appello alla nostra fede, alla nostra speranza, al nostro amore, alle nostre adorazioni; là, precursore diligente e devoto, ci prepari un posto, mostrandoci la via che hai seguito e le generazioni beate che hai liberato dal potere di satana. Là, Pontefice misericordioso, Tu mostri le tue piaghe e applichi, a nostro favore, le sofferenze e i meriti della tua Passione e della tua Morte; da là, versi su noi tutti i tuoi doni. Da là, insomma, Tu verrai un giorno, legge sussistente e viva, Sapienza Incarnata, Signore di ogni creatura, esemplare di ogni vita, pienezza di ogni grazia, da là verrai, rivestito di un grande potere e di grande maestà, per giudicare i vivi e i morti”.15 In questo modo, abbiamo a fianco del Padre Uno che partecipa alla nostra natura, alla nostra carne e alle nostre ossa a difenderci, accompagnato da Maria Santissima, che sempre veglia con instancabile maternità sugli uomini. Chiediamo Loro la grazia che le nostre anime non siano macchiate dalle illusioni che hanno portato gli Apostoli a cercare una felicità meramente umana. Sia la nostra attenzione sempre rivolta alle cose dell’alto, cercando di restituire a Dio quanto da Lui riceviamo nel corso della vita. E come siamo in questo mondo per imitare Nostro Signore, che Si è incarnato per essere il Modello Supremo, così dobbiamo anche noi essere esempio per gli altri. Ecco la vera prospettiva in questo stato di prova: mantenere sempre la speranza che, in un determinato momento, saremo in corpo e anima nei Cieli, in una eterna e sublime convivenza con Dio! 1) Cfr. CLÁ DIAS, EP, João Scognamiglio. Da rifiutato a onnipotente. In: Araldi del Vangelo. São Paulo. N.18 (Giu., 2003); p.6-11; Commento al Vangelo della Solennità della Santissima Trinità – Anno B, nel Volume III di questa collezione. 2) Cfr. TUYA, OP, Manuel de. Biblia Comentada. Evangelios. Madrid: BAC, 1964,v.V, p.605. 3) SAN RABANO MAURO, apud SAN TOMMASO D’AQUINO. Catena Aurea. In Matthæum, c.XXVIII, v.16-20. 4) SAN GIROLAMO. Commento a Matteo. L.IV (22,41-28,20), c.28, n.64. In: Obras completas. Comentario a Mateo y otros escritos. Madrid: BAC, 2002, v.II, p.419. 5) SAN GIOVANNI CRISOSTOMO. Omelia XC, n.2. In: Obras. Homilías sobre el Evangelio de San Mateo (46-90). 2.ed. Madrid: BAC, 2007, v.II, p.729. 6) Idem, ibidem. 7) SAN TOMMASO D’AQUINO. Somma Teologica. Suppl., q.89, a.1. 8) Cfr. Idem, III, q.53, a.4. 9) Idem, q.57, a.3. 10) Idem, a.6. 11) SAN GIOVANNI CRISOSTOMO, apud SAN TOMMASO D’AQUINO. Catena Aurea. In Lucam, c.XXIV, v.50-53. 12) SOLENIDADE DA ASCENSÃO DO SENHOR. Hino de Laudes. In: COMISSÃO EPISCOPAL DE TEXTOS LITÚRGICOS. Liturgia das Horas. Petrópolis: Ave Maria; Paulinas; Paulus; Vozes, 2000, v.II, p.830.. 13) ROYO MARÍN, OP, Antonio. Teología de la salvación. 4.ed. Madrid: BAC, 1997, p.174. 14) SOLENNITA’ DELL’ASCENSIONE DEL SIGNORE. Preghiera Coletta. In: MESSALE ROMANO. Riformato a norma dei decreti del Concilio Ecumenico Vaticano II e promulgato dal Papa Paolo VI. Città del Vaticano: L. E. Vaticana, 1983, p.320. 15) MONSABRÉ, OP, Jacques-Marie-Louis. Le Triomphateur. In: Exposition du Dogme Catholique. Vie de Jésus-Christ. Carême 1880. 9.ed. Paris: Lethielleux, 1903, v.VIII, p.327-329.

Responsorio di Santa Rita

Di Rita al nome fuggono

Febbri, ferite e peste

Morbi, dolori, dèmoni,

Grandine e tempeste

Ai ciechi, ai sordi, ai muti,

Agli zoppi porgi aita:

La prole implori, e tornano

I morti a nuova vita

Non recano danni i fulmini

Né il terremoto o il fuoco:

Lacci, perigli, insidie,

Per te non han più loco.

Ai ciechi, ai sordi, ai muti,

Agli zoppi porgi aita:

La prole implori, e tornano

I morti a nuova vita

Santa degli impossibili

La gente ti proclama:

T’ammiran tutti i popoli:

Cascia il tuo nome acclama

Ai ciechi, ai sordi, ai muti,

Agli zoppi porgi aita:

La prole implori, e tornano

I morti a nuova vita

Al Divin Padre e al Figlio

Sia lode, gloria e onore;

Lode per tutti i secoli

Al sempiterno amore

Ai ciechi, ai sordi, ai muti,

Agli zoppi porgi aita:

La prole implori, e tornano

I morti a nuova vita

– V. Segnasti, Signore, la tua serva Rita

– R. Col sigillo della tua carità e passione

Preghiamo

O Dio clementissimo, che rendi celebre Santa Rita da Cascia, per continuo splendore di prodigi, concedi a noi ciò che per i meriti di lei ti chiediamo con fiducia.

Per Cristo nostro Signore.

Amen.

Santa Rita da Cascia, esempio di moglie, di madre e di religiosa, patrona delle cose impossibili e delle cause disperate

Colei che nel futuro sarebbe divenuta nota come l’avvocato dei disperati, nacque nel 1381 nel villaggio di Roccaporena, nella regione di Cascia, in Umbria (centro Italia). I suoi genitori – Antonio Mancini e Amata Ferri – formavano un coppia esemplare e godevano della fama di riconciliatori grazie all’abilità che avevano nel disfare inimicizie e nel porre fine a dispute, ed erano soprannominati “pacieri di Cristo”. Erano una coppia in età avanzata, però le loro preghiere furono ascoltate e misero al mondo una bambina. Quattro giorni dopo la sua nascita, ella ricevette nella fonte battesimale della chiesa di Santa Maria a Cascia il nome di Margherita, che in seguito fu teneramente ridotto a “Rita”.

Infanzia e adolescenza di Ritasanta_rita.jpg

Già nell’infanzia Rita si distingueva a casa per la sua inclinazione alla pietà e all’unione con Dio attraverso la preghiera, e così i suoi genitori attrezzarono una piccola stanza della casa con un oratorio dove ella trascorreva gradevoli momenti in preghiera. Nonostante fossero analfabeti, Amata e Antonio cercavano di trasmettere alla bambina le loro conoscenze sulla vita di Gesù, della Vergine Maria e dei santi popolari, e in questo modo Rita crebbe docile, rispettosa e ubbidiente ai suoi anziani genitori. All’età di otto anni manifestò il desiderio di consacrare la sua verginità a Gesù, lo sposo delle vergini, ma secondo le abitudini dell’epoca si rassegnò alla volontà dei suoi genitori, e alla fine della sua adolescenza si sposò con il giovane Paolo Fernando, fonte di molte sofferenze durante la vita matrimoniale.

La famiglia, chiesa domestica: sofferenze e prove

Suo marito, descritto come un individuo pervertito e impulsivo, di carattere feroce e non timoroso di Dio, non ammetteva opinioni diverse dalla propria. Molte volte offendeva la moglie senza motivo, ma ella non rispondeva mai con risentimento o lamentele. Rita gli era ubbidiente, gli chiedeva il permesso persino per andare in chiesa, e con il trascorrere degli anni la docilità e il benvolere della moglie trasformarono il leone feroce in un mite agnello: egli divenne rispettoso con la moglie dando un buon esempio ai due figli, Giangiacomo e Paolo Maria, che purtroppo avevano ereditato il carattere paterno.

Il matrimonio durò diciotto anni, fino al momento in cui Paolo Fernando fu brutalmente assassinato da nemici che aveva coltivato ai tempi della violenza. Una volta sepolto, fu aggraziato con molte preghiere e penitenze, in suffraggio per la sua anima, da Rita, che in un coraggioso atto eroico perdonò gli assassini.

Preferisce che i figli muoiano a vederli comettere peccato

Ancora una sofferenza colpì Rita: rifatta dal dolore causato dalla morte di suo marito, e avendo dedicato tutta la sua cura nella formazione dei due figli, ella si rese conto che entrambi volevano vendicare la morte del padre. Prese allora una decisione difficile ma ferma: chiese a Gesù di portare via i suoi figli prima che commettessero questo peccato, se fosse umanamente possibile impedirglielo; li amava così tanto che voleva vederli in Paradiso, con lo stesso sentimento che portò la madre di San Luigi, re di Francia, a dire al figlio che avrebbe preferito vederlo morto ai suoi piedi che vederlo commettere un peccato mortale.

Giangiacomo e Paolo Maria si ammalarono, ma ricevettero continuamente le cure della madre diligente, che otteneva per loro ogni medicina disponibile per conservare loro la vita, e quindi, riconciliati con Dio e avendo perdonato gli assassini del padre, partirono verso l’eternità (il che avvenne circa un anno dopo la morte di Paolo Fernando, insieme al quale furono seppolti). Si direbbe che Rita rimase sola nel mondo, ma nella più perfetta delle solitudini, perché aveva Dio con sé.

Si inclina alla vita religiosa conventuale

Libera dai doveri matrimoniali o materni, Rita si perfezionò nella pratica delle virtù dedicandosi alla carità e alla preghiera, ma ciò non era sufficiente per lei, così presa dall’amore per Dio, e che fin dall’infanzia aspirava alla vita religiosa. Quando passava davanti ai conventi e ai monasteri, sentiva un’attrazione interiore per la vita dei chiostri e provava un’invidia santa delle anime vergini che vi si trovavano chiuse in totale affidamento a Gesù. Tuttavia, grazie al matrimonio, un muro invalicabile si era alzato tra lei e la vita conventuale: secondo le norme e le regole vigenti, le era vietato l’ingresso nella vita che tanto desiderava. Rita voleva una cosa impossibile: bussando alla porta del convento delle religiose agostiniane di Santa Maria Maddalena, ricevette dalla madre superiora una risposta negativa, nonostante la buona impressione che le causò, perché li si ammettevano soltanto donne nubili, e così era impossibile ammettere chi aveva già avuto una vita matrimoniale.

Vuole seguire i consigli evangelici

Respinta, continuò con le preghiere e le penitenze, oltre alle buone opere, ma mantenendo la fiducia in quello che considerava una “causa disperata” tornò due volte nello stesso convento per implorare di essere ammessa. In entrambe le occasioni fu nuovamente respinta. Si affidò allora alla volontà di Dio, raccomandandosi ai santi per la sua devozione. Praticava giá la povertà disfacendosi dei beni che possedeva e che distribuiva tra i bisognosi; la castità la viveva allo stato di vedovanza e non era interessata a contrarre nuove nozze, e così trattava con distacco il proprio corpo. Le mancava ancora l’ubbidienza, che desiderava abbracciare all’interno di un convento, sottomettendo pienamente la sua volontà a una persona con la superiorità religiosa.

Dio le propizia l’ingresso nel conventosanta_rita_2.jpg

Una notte sentì una voce che la chiamava per nome: “Rita, Rita”… Sembrava che non ci fosse nessuno, e riprendendo le sue preghiere udì nuovamente il suo nome: “Rita, Rita”. Si incamminò verso la porta e vi trovò tre persone in cui riconobbe San Giovanni Battista (che come lei era stato concepito nella vecchiaia dei genitori), Sant’Agostino (fondatore della famiglia agostiniana tanto ammirata da lei) e San Nicola da Tolentino (religioso agostiniano), i quali la invitarono a seguirli. Arrivando al convento di Santa Maria Maddalena dove era stata respinta tre volte, la porta era ovviamente ben chiusa, perché era il momento in cui le religiose dormivano. Ma i suoi tre protettori inspiegabilmente la fecero entrare all’interno dell’edificio. Quando le religiose si riunirono per i doveri del mattino, si stupirono nel trovare Rita a pregare nella cappella, e una volta accertato che la porta non era stata sfondata e che non vi era alcun segno che potesse spiegare l’entrata della vedova tramite mezzi umani, credettero nel suo racconto e riconobbero così la volontà di Dio: una nuova anima fu allora accolta in quella famiglia religiosa. Rita si disfece dei suoi beni e abbracciò formalmente la povertà evangelica. Continuò a mantenere la castità nella vedovanza dopo aver vissuto lo stato matrimoniale, e divenne sottomessa all’autorità della madre superiora, rinunciando persino alla propria volontà.

Un miracolo è il premio dell’ubbidienza

Una volta Rita ricevette dalla superiora l’ordine di annaffiare due volte al giorno un ramo secco, compito che fu svolto con diligenza ogni mattina e pomeriggio, ogni giorno, ogni mese, osservata con un ironico sorriso dalle altre suore. Esse si stupirono quando circa un anno dopo spuntarono delle foglie nella vigna che cominciava a crescere, e che iniziò a produrre dell’uva saporita secolo dopo secolo, prodotto della santa ubbidienza. Quest’albero attraversò i secoli ed arrivò ai nostri giorni mantenendosi vivo e fruttifero, frutto della cieca ubbidienza alla quale si sottomise.

Stigmatizzata, partecipa alla sofferenza di Gesù

Nella Quaresima del 1443 Rita ascoltò un’edificante predica di San Giacomo della Marca (1394-1476), un frate francescano discepolo di San Bernardino da Siena. Le parole del religioso la colpirono profondamente e quindi, prostrata dinanzi all’immagine del Crocifisso, chiese di partecipare a quei dolori lancinanti, anche se fosse il dolore di una delle spine, e fu immediatamente assecondata: la sua fronte fu ferita da una spina della corona, il che la fece svenire di dolore. Diversamente dalle piaghe di Gesù che si aprirono su altri santi, quella di Rita si manifestò con un aspetto ripugnante, purulenta e con un odore fetido che la fece vivere una vita isolata all’interno del convento, in una cella lontana dove una religiosa le portava il necessario da vivere. Questa sofferenza si estese per quindici anni.

In occasione dell’anno del Giubileo proclamato dal Papa Nicolao IV, nel 1450, Rita manifestò il desiderio di recarsi a Roma con altre religiose, ma non ottenne il permesso della madre superiora, a causa del suo stato di salute che si aggravava a causa della ferita provocata dalla spina. Rita chiese allora a Dio la sparizione della ferita e fu assecondata, potendo così viaggiare per la Città Eterna, dove praticò gli atti di pietà propri dell’occasione. Quando ritornò in convento la ferita riapparve e la religiosa riprese la sua vita di sofferenze. La salute peggiorava, i dolori aumentavano, ma la gioia e il sorriso continuavano in mezzo alla santa sofferenza. Negli ultimi giorni di vita il suo unico alimento fu il Pane Eucaristico.

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Il roseto fiorì in pieno inverno, rappresentando la realizzazione di una cosa impossibilesanta_rita_3.jpg

Con il sopraggiungere della fine della sua vita Rita si confortò con la notizia di un fenomeno inconsueto, o ancora meglio, “impossibile”: durante un rigoroso inverno si notò nel suo orticello un roseto tutto fiorito e anche un fico i cui frutti erano maturi e saporiti. Questo fatto prefigurava la nuova rosa, che in breve avrebbe ornato il Paradiso, e il frutto che Gesù avrebbe colto in Terra, con cui deliziarsi in cielo, e fino ad oggi é tradizionale la Benedizione delle Rose, che sono portate agli infermi in allusione al roseto che fiorì miracolosamente in pieno inverno e che consolò Rita nella sua malattia. Infine, confortata dai Sacramenti, Rita fu chiamata alla Casa del Padre il 22 maggio 1457, all’età di 76 anni, dopo quattro decenni di vita religiosa. Non lasciò scritti (lettere, diari: nulla di ciò esiste), ma soltanto gli esempi e i ricordi della sua vita di santità. Si registrò negli annali della storia che le campane del convento e della città di Cascia suonarono senza l’intervento di mani umane.

In Cielo patrona delle cose impossibili e delle cause disperate

Con la morte di Rita, la ferita sulla fronte prima ripugnante divenne brillante e pulita, esalando profumo. L’esposizione del suo corpo per l’ultimo saluto dei numerosi pellegrini che accorsero nel convento si estese giorno dopo giorno. Finì per non esserci un funerale formale, ma il cadavere non soffrì la consueta decomposizione, e fino ad oggi si può vedere la sua faccia, apprezzata da coloro che visitano la cappella del convento in cui la Santa delle Cose Impossibili visse. Figlia ubbidiente, sposa maltrattata, madre amorosa, vedova fiduciosa, religiosa stigmatizzata… ci sarebbero tanti aggettivi da applicare a questa agostiniana di spirito, e che non si riposò finché non divenne religiosa di fatto, ma tutti gli aggettivi si riassumono in queste parole, che sono motivo di speranza da parte di tutti i suoi devoti: patrona delle cose impossibili e delle cause disperate.

Fonti:

Heavenly Friends (Rosalie Marie Levy, St. Paul Editions, 1984).
The Incorruptibles (Joan Carroll Cruz, Tan Books, 1977)
A História de Santa Rita de Cássia (sito dei religiosi Agostiniani Recolletti, http://www.santarita-oar.org.br/base.php?page=santarita_historico)

“Santa Rita da Cascia” – Chiesa di San Benedetto in Piscinula, Roma

Avvocata dei poveri e dei disperati

Umiltà ed obbedienza sono state la via sulla quale Rita ha camminato verso un’assimilazione sempre
più perfetta al Crocifisso. La stigmate che brilla sulla sua fronte è l’autenticazione della sua maturità
cristiana. Sulla Croce con Gesù, ella si è in certo modo laureata in quell’amore, che aveva già
conosciuto ed espresso in modo eroico tra le mura di casa e nella partecipazione
alle vicende della sua città.Seguendo la spiritualità di sant’Agostino, si fece discepola del Crocifisso ed “esperta nel
soffrire”, imparò a capire le pene del cuore umano. Rita diventò così avvocata dei poveri
e dei disperati, ottenendo per chi l’ha invocata nelle più diverse situazioni innumerevoli
grazie di consolazione e di conforto.Beato Giovanni Paolo II

San Felice da Cantalice

Felice Porri nacque a Cantalice (Rieti) verso il 1515 da poveri ma onesti contadini, e anche lui fino a trent’anni lavorò come pastore e contadino. Nel 1543 entrò nel convento di Anticoli di Campagna (l’attuale Fiuggi) dove compì l’anno di noviziato. Rimessosi da una febbre che lo aveva ridotto in fin di vita, il 18 maggio1545emise la professione religiosa nel convento di Monte S. Giovanni Campano. Quindi sostò per circa due anni, dal 1545 al 1547, nei conventi di Anticoli, Monte S. Giovanni, Tivoli e della Palanzana (Viterbo).

Verso la fine del 1547 o l’inizio del 1548 si trasferì a Roma nel convento di S. Niccolò de Portiis (ora Santa Croce dei Lucchesi), ai piedi del Quirinale, dove nei rimanenti quarant’anni della sua vita questuò pane, vino e olio per i suoi confratelli.

Felice ebbe temperamento mistico. Dopo mattutino passava molte ore in chiesa, non disponendo di molto tempo durante la giornata a motivo della questua. Nutrì una tenera devozione alla Vergine Madre, che gli apparve più volte. Nei giorni festivi soleva peregrinare alle “Sette Chiese” oppure visitava gli infermi nei vari ospedali romani.

Nel suo ufficio di cercatore per le vie di Roma, assistendo ammalati e poveri, edificava tutti quelli che incontrava con il suo incedere lieto e la corona del rosario sempre in mano.

Fu efficace consigliere spirituale di gente umile e della stessa aristocrazia della Roma rinascimentale. San Carlo Borromeo ne ricercava la conversazione, san Filippo Neri Papa Sisto V l’ebbero per intimo amico. San Filippo Neri quando lo incontrava per via era capace di chiedergli ora la benedizione, ora una fiasca di vino cui s’attaccava tra le risa bonarie dei passanti. Poi per contraccambiare gli metteva sul capo il suo cappello.

Felice però prediligeva specialmente i fanciulli, i quali lo riamavano con pari affetto. Appena lo vedevano comparire, a frotte gli andavano incontro per baciargli il cordone, chiedergli la benedizione e cantare con lui il suo abituale «Deo gratias». «Deo Gratias, fra Felice, Deo gratias» si mettevano a gridare e fra Felice, con gli occhi pieni di lacrime, rispondeva: «Deo gratias, cari bambini, Deo gratias! Siate benedetti, Deo gratias!».

Li radunava quindi attorno a sé e insegnava loro facili canti di sua invenzione o li invitava a ripetere dolcemente il nome di Gesù. Per molti anni dopo la sua morte ragazzi e adulti seguitarono a cantare le sue ballate, come queste:“Croce di Cristo in fronte mia, parole di Cristo in bocca mia, amore di Cristo nel cuore mio”.

“Vivo sì lieto che… già mi pare di essere in cielo: e piaccia al Signore di non darmi, di qualche cosuccia che opero, il premio nella presente vita”.

“Ragionate di Dio che rallegra il cuore, e non di cose vane che imbrattano il cuore”. 

“Conosco solo sei lettere: cinque rosse e una bianca; le cinque lettere rosse sono le piaghe di nostro Signore Gesù Cristo, la bianca, la Madonna”. 

“Occhi a terra, cuore in cielo, corona in mano”. 

S. Felice da Cantalice

“Gesù, somma speranza, 
del cuor somma baldanza.
Deh! dammi tanto amore, 
che mi basti ad amarti”.

“Se tu non sai la via d’andare in paradiso, 
vattene a Maria con pietoso viso, 
ch’è clemente e pia: t’insegnerà la via 
d’andare in paradiso”.

Dio predilesse talmente Fra Felice che gli concesse il dono di predire il futuro e di penetrare nel segreto dei cuori. Egli annunziò il trionfo dei cristiani contro i Turchi a Lepanto (1571) prima ancora che ne fosse giunta la notizia a Roma; a Sisto V predisse il papato; ad altri la vocazione religiosa; ad altri una morte imminente.

Morì a Roma il 18 maggio 1587 dopo un’estasi in cui vide la Madonna circondata dagli angeli. Sisto V ne fece celebrare il processo canonico l’anno stesso con l’intenzione di canonizzarlo immediatamente, poiché i miracoli operati dal santo ancor vivente e subito dopo la morte erano sulla bocca di tutti.

Ma di fatto Felice fu beatificato il 1 ottobre 1625 da Urbano VIII e canonizzato da Clemente XI il 22 maggio 1712. Le sue reliquie sono venerate a Roma nella chiesa del convento dei Cappuccini dell’Immacolata Concezione di via Veneto. Tradizionalmente nell’Ordine dei Cappuccini il 18 maggio è la festa dei fratelli laici.

Card. Sarah: la Chiesa deve cambiare. Deve smettere di avere paura di scioccare

Troppo spesso la Chiesa ha voluto dimostrare che era “di questo mondo” dedicandosi alle cause consensuali piuttosto che all’apostolato, deplora il cardinale guineano *.

La Chiesa ha ancora un posto in un’epidemia nel 21 ° secolo? A differenza di secoli fa, la maggior parte delle cure mediche è ora fornita dallo stato e dal personale sanitario. La modernità ha i suoi eroi secolarizzati in camice bianco e sono ammirevoli. Non ha più bisogno di battaglioni di beneficenza di cristiani per prendersi cura dei malati e seppellire i morti. La Chiesa è diventata inutile per la società?

Il virus Covid-19 riporta i cristiani alle origini. In effetti, la Chiesa è da tempo entrata in una relazione distorta con il mondoDi fronte a una società che affermava di non averne bisogno, i cristiani, attraverso la pedagogia, cercavano di dimostrare che potevano esservi utili. La Chiesa si è dimostrata educatrice, madre dei poveri, “esperta di umanità” nelle parole di Paolo VI. Aveva ragione a farlo. Ma a poco a poco i cristiani finirono per dimenticare il motivo di questa competenzaHanno finito per dimenticare che se la Chiesa può aiutare l’uomo ad essere più umano, alla fine è perché ha ricevuto da Dio le parole della vita eterna.

La Chiesa è impegnata nella lotta per un mondo migliore. Ha giustamente sostenuto l’ecologia, la pace, il dialogo, la solidarietà e l’equa distribuzione della ricchezza. Tutti questi combattimenti sono giusti. Ma potrebbero far dimenticare la parola di Gesù: “Il mio regno non è di questo mondo”. La Chiesa ha messaggi per questo mondo, ma solo perché ha le chiavi dell’altro mondo. I cristiani a volte hanno pensato alla Chiesa come aiuto dato da Dio all’umanità per migliorare la loro vita qui sulla terra. E non mancavano di argomenti poiché la fede nella vita eterna fa luce sul modo giusto di vivere in questo secolo.

Il virus Covid-19 ha esposto una malattia insidiosa che stava divorando la Chiesa: pensava di essere “di questo mondo”. Voleva sentirsi legittima ai suoi occhi e secondo i suoi criteri. Ma è emerso un fatto radicalmente nuovo. La modernità trionfante è crollata prima della morte. Questo virus ha rivelato che, nonostante le sue assicurazioni e la sua sicurezza, il mondo sottostante rimane paralizzato dalla paura della morte. Il mondo può risolvere le crisi sanitarie. Arriverà sicuramente alla fine della crisi economica. Ma non risolverà mai l’enigma della morte. La sola fede ha la risposta.

Illustriamo questo punto in modo molto concreto. In Francia, come in Italia, la questione delle case di riposo, il famoso Ehpad, era un punto cruciale. Perché? Perché la questione della morte è nata direttamente. I residenti anziani dovrebbero essere confinati nelle loro stanze a rischio di morire di disperazione e solitudine? Dovrebbero rimanere in contatto con le loro famiglie a rischio di morire di virus? Non sapevamo come rispondere.

Lo stato, immerso in un secolarismo che sceglie in linea di principio di ignorare la speranza e di restituire i culti al dominio privato, è stato condannato al silenzio. Per lui, l’unica soluzione era fuggire la morte fisica ad ogni costo, anche se ciò significava condannare la morte morale. La risposta potrebbe essere solo una risposta di fede: accompagnare gli anziani verso una probabile morte, con dignità e soprattutto con la speranza della vita eterna.

L’epidemia ha colpito le società occidentali nel punto più vulnerabile. Erano organizzati per negare la morte, nasconderla, ignorarla. È entrata dalla grande porta! Chi non ha visto questi giganteschi obitori a Bergamo o Madrid? Queste sono le immagini di una società che recentemente ha promesso un uomo aumentato e immortale.

Le promesse della tecnologia consentono di dimenticare la paura per un momento, ma finiscono per essere illusorie quando colpisce la morte. Perfino la filosofia dà solo un po ‘di dignità a una ragione umana sommersa dall’assurdità della morte. Ma non è in grado di consolare i cuori e dare un significato a ciò che sembra esserne definitivamente privato.

Di fronte alla morte, non esiste una risposta umana che reggaSolo la speranza di una vita eterna può superare lo scandalo. Ma quale uomo oserà predicare la speranza? Ci vuole la parola rivelata di Dio per osare di credere in una vita senza fine. Hai bisogno di una parola di fede per osare di sperare in te stesso e nella tua famiglia. La Chiesa cattolica si rinnova quindi con la sua responsabilità primaria. Il mondo si aspetta da lei una parola di fede che le permetterà di superare il trauma di questo faccia a faccia con la morte che ha appena vissuto. Senza una chiara parola di fede e speranza, il mondo può sprofondare in una morbosa colpa o rabbia indifesa per l’assurdità della sua condizione. Solo questo può permettergli di dare un senso a queste morti di persone care, che sono morte in solitudine e sono state sepolte in fretta.

Ma poi la Chiesa deve cambiare. Deve smettere di avere paura di scioccare. Deve rinunciare a pensare a se stesso come a un’istituzione del mondo. Deve tornare alla sua unica ragion d’essere: la fede. La Chiesa è lì per annunciare che Gesù ha vinto la morte con la sua risurrezione. Questo è il cuore del suo messaggio: “Se Cristo non è stato risuscitato, la nostra predicazione è vana, la nostra fede è ingannevole e noi siamo il più miserabile di tutti gli uomini”. (1 Corinzi 15, 14-19). Tutto il resto è solo una conseguenza.

Le nostre società emergeranno indebolite da questa crisi. Avranno bisogno di psicologi per superare il trauma di non poter accompagnare gli anziani e i morenti nella loro tomba, ma avranno ancora più bisogno di sacerdoti che insegneranno loro a pregare e sperare. La crisi rivela che le nostre società, senza saperlo, soffrono profondamente di un male spirituale: non sanno dare senso alla sofferenza, alla finitudine e alla morte.

* Il cardinale Sarah è prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti all’interno della Curia romana.

VI Domenica di Pasqua – (Anno – A)

Gesù insegna agli Apostoli

Vangelo

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: 15 “Se Mi amate, osserverete i miei Comandamenti. 16 Io pregherò il Padre ed Egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre, 17 lo Spirito di Verità che il mondo non può ricevere, perché non Lo vede e non Lo conosce. Voi Lo conoscete, perché Egli dimora presso di voi e sarà in voi. 18 Non vi lascerò orfani, ritornerò da voi. 19 Ancora un poco e il mondo non Mi vedrà più; voi invece Mi vedrete, perché Io vivo e voi vivrete. 20 In quel giorno voi saprete che Io sono nel Padre e voi in Me e Io in voi. 21 Chi accoglie i miei Comandamenti e li osserva, questi Mi ama. Chi Mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’Io lo amerò e Mi manifesterò a lui” (Gv 14, 15-21).

L’amore integro deve essere la causa del bene totale Praticare il bene esige compiere i Comandamenti della Legge di Dio, senza ammettere nessuna concessione al male. Ma, la condizione per osservare i precetti divini è la carità. Come raggiungere, allora, questo amore integro e senza macchia che ci conduce al bene totale? I – Lo Spirito Santo è l’anima della Chiesa

Meraviglioso è il dono della vita! Tanto ci incantano l’innocenza e l’esuberanza del bambino quanto ci impressiona gravemente la considerazione di un corpo umano senza vita. Inerte, si trova in stato di violenza, di tragedia, discordante dalla sua normalità. Fino a poco prima, si notava in esso come tutte le membra e gli organi, così distinti tra loro, comunque si ordinavano in funzione dell’unità data dall’anima. Assente quest’ultima, il corpo intero entra in decomposizione.

Fonte d’unità, vita e movimento

Quanto avviene nella natura umana è immagine di un qualcosa di molto più elevato e misterioso: la relazione della Chiesa con lo Spirito Santo. A questo proposito, Sant’Agostino precisa: “Ciò che è il nostro spirito, cioè, la nostra anima in relazione alle nostre membra, così è lo Spirito Santo in relazione ai membri di Cristo, al Corpo di Cristo che è la Chiesa”.1 Infatti, lo Spirito Santo è propriamente l’anima della Chiesa nel senso in cui non le comunica il suo essere sostantivo divino, ma le dà unità, vita e movimento. Non solo questo, ma Egli la santifica, promuove la sua crescita e splendore, facendo di lei “il Tempio del Dio Vivo” (II Cor 6, 16). In tal modo questo corpo morale straordinario, che è la Chiesa, ha una vera vitalità soprannaturale solo per azione dello Spirito Santo. È quanto afferma Papa Paolo VI: “Lo Spirito Santo abita nei credenti, riempie e regge tutta la Chiesa, realizza quella meravigliosa comunione dei fedeli e unisce tutti così intimamente in Cristo, che è principio dell’unità della Chiesa”.2

Azione santificatore nelle anime

In Gesù Cristo, l’unione della natura divina con quella umana ha per ipostasi il Verbo, la Seconda Persona della Santissima Trinità. Nelle anime dei giusti, la grazia santificante, che ci rende partecipi della natura divina, è attribuita per appropriazione al Divino Spirito Santo.3 È, pertanto, Lui il promotore della nostra divinizzazione (con la “d” minuscola), della nostra unione con Dio. “Nel cristiano” – spiega padre Royo Marín – “l’inabitazione equivale all’unione ipostatica nella persona di Cristo, nonostante non sia essa, ma la grazia santificante, che ci costituisce formalmente figli adottivi di Dio. La grazia santificante penetra e imbeve formalmente la nostra anima, divinizzandola, ma la divina inabitazione è come l’incarnazione dell’assolutamente divino nelle nostre anime: dello stesso essere di Dio tale come è in Se stesso, uno in essenza e trino in persone”.4 Per valersi delle grazie della commemorazione della Pentecoste, che si avvicina, la Liturgia di questa domenica ci invita a considerare la meraviglia dell’azione santificatrice dello Spirito Santo nelle nostre anime. Quanto ha bisogno il mondo, nella situazione attuale, di un suo soffio speciale per mutare i cuori e rinnovare completamente la faccia della Terra! È in questa prospettiva che dobbiamo riflettere sulle sublimi parole del Divino Maestro, proposte dalla Chiesa alla nostra elevata meditazione in questo giorno.

II – L’amore, condizione perché si compia la Legge

Il passo del Vangelo considerato oggi, integra il grande “Discorso della Cena” pronunciato da Gesù al termine del banchetto pasquale, dopo che Giuda Iscariota si era ritirato per consumare il suo tradimento (cfr. Gv 13, 31–17, 26). San Giovanni è stato l’unico Evangelista a consegnare questo discorso, forse il più bello e più mirabile proferito dalle adorabili labbra del Redentore. L’umiltà manifestata momenti prima da Cristo nel lavare i piedi di ognuno dei suoi discepoli – che poco prima disputavano il primo posto… – aveva inciso nelle loro anime una profonda impressione della bontà divina e allo stesso tempo aveva reso più intensa in loro la coscienza della propria indegnità. D’altro lato, è probabile che il commovente annuncio del tradimento di uno di loro li aveva lasciati sconcertati e terrorizzati. Infine, l’istituzione della Sacra Eucaristia, grande Sacramento d’amore, aveva stretto ancor più i lacci che li univano al Signore, incutendo loro fiducia e aprendo loro gli orizzonti della vita eterna. “Il fatto che Gesù abbia parlato soltanto ai suoi Apostoli, che aveva appena istituito sacerdoti e a cui aveva comunicato il suo Corpo e Sangue” – commenta Gomá y Tomás – “e che fosse l’ultimo colloquio che avrebbe avuto con loro prima della sua Morte […] conferisce un rilievo straordinario a questo discorso. In esso il Divino Maestro ha aperto completamente il suo pensiero e il suo cuore, dando loro quello che potremmo definire la quintessenza del Vangelo”.5

Gesù lava i piedi agli Apostoli

15 “Se Mi amate, osserverete i miei Comandamenti”.

Quando contempliamo una bella immagine della Madonna, rimaniamo estasiati dall’espressione che l’artista ha saputo imprimere ai tratti della fisionomia, mettendo in risalto questa o quella virtù al fine di stimolare la devozione dei fedeli. Tuttavia, basterebbe un graffio sul volto per squalificare l’opera intera. San Tommaso, ripetendo il principio di Dionigi l’Areopagita, ci insegna che il bene procede da una causa integra, mentre il male, da un qualche difetto: “bonum est ex integra causa, malum autem ex singularibus defectibus”.6 E se desideriamo la perfezione in una immagine della Madonna, dobbiamo volerla anche, per coerenza, nel bene che pratichiamo, poiché se in esso ci fosse qualche difetto, sarebbe già presente il male. Dobbiamo, dunque, sforzarci di praticare i Comandamenti nella loro integrità.

Plinio Corrêa de Oliveira con abito da Prima Comunione

Il Prof. Plinio Corrêa de Oliveira dà una significativa testimonianza a questo riguardo, ricordando le sue entusiastiche reazioni durante le lezioni di Catechismo sui Dieci Comandamenti: “Come sono belli e leniscono l’anima! Mi ricordo – tanti anni fa! – di quando li ho appresi; li recitavo a memoria e mi dicevo: ‘Che bella cosa! Non dire falsa testimonianza, non rubare, onora il padre e la madre, ama Dio sopra tutte le cose, non nominare il suo Santo Nome invano, ecc’… E, incantato, pensavo: ‘Se tutte le persone agissero così, come il mondo sarebbe bello e diverso dell’attuale!’”.7 Se amiamo questi divini precetti con l’impeto e la forza che si aspetta da noi il Creatore, avremo maggior facilità ad osservarli, perché prima di tutto è necessario amare, come si legge nel Deuteronomio: “Cosa ti chiede il Signore tuo Dio, se non che tu tema il Signore tuo Dio, che tu cammini per tutte le sue vie, che tu l’ami e serva il Signore tuo Dio con tutto il cuore e con tutta l’anima, che tu osservi i Comandamenti del Signore e le sue Leggi, che oggi ti do per il tuo bene?” (10, 12-13). Dobbiamo, dunque, accogliere nel nostro cuore e amare i suoi Comandamenti, ossia, non basta cercare di capirli razionalmente. Provando un vero amore ed entusiasmo per il Supremo Legislatore, vedremo come è bella la pratica della virtù e come è orrenda qualunque offesa a Lui. Ora, come avere questo amore e dove trovare le forze per compiere integralmente tale desiderio di Nostro Signore?

III – Preparazione per la discesa dello Spirito Santo 16 “Io pregherò il Padre ed Egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre,…”

Il termine Consolatore – Paraclito, traduzione dell’originale greco Parakletos – significa etimologicamente “chiamato ad aiutare”, come il vocabolo latino Advocatus. Quando si riferisce allo Spirito Santo come Consolatore, Nostro Signore impiega questa parola nel senso di Avvocato. È propria dell’avvocato la funzione di difendere in giudizio la causa dei suoi clienti, presentando tutti gli argomenti e le prove affinché questi non siano condannati. Ora, data la contingenza umana, tutti commettiamo mancanze. Come afferma San Giovanni – ad eccezione soltanto della Madonna e dello stesso Gesù Cristo, Uomo Dio –, chi dice che non ha peccato è un bugiardo (cfr. I Gv 1, 8). Così, tutti siamo rei e, a ragione, temiamo la giustizia divina. Come ci presenteremo noi davanti al Giudice con queste lacune, senza possedere l’integrità di cui ci parla il versetto precedente? Per questa ragione, il Divino Pastore ci promette di inviare il Consolatore per aiutarci nella pratica della Legge.

Santa Teresa di Gesù Bambino

Infatti, quando agiamo bene, dobbiamo avere la certezza assoluta che la nostra buona azione non è frutto della nostra povera natura decaduta, quanto dell’indispensabile ausilio della grazia divina. Santa Teresa di Gesù Bambino sperimentava chiaramente questa insufficienza scrivendo: “Si sente che far del bene è tanto impossibile senza il soccorso del Signore, quanto far brillare il sole in piena notte”.8 Questo Consolatore, afferma ancora Nostro Signore, rimarrà per sempre con noi. Ossia, continuerà ad agire incessantemente, a proteggere e a consolare, anche se non nella stessa intensità, e a volte in modo impercettibile. Tocca a noi, così, ascoltare quello che Lui ci dice nel fondo dell’anima, seguendo i principi e i dettami della nostra coscienza. Anche per questo, abbiamo necessità di una grazia divina. Se saremo fedeli a queste ispirazioni, avremo un Avvocato contro le accuse presentate dalla nostra coscienza e quelle che il demonio farà a ognuno di noi, nel Giudizio Particolare.

Opposizione tra lo Spirito Santo e il mondo 17a “…lo Spirito di Verità che il mondo non può ricevere, perché non Lo vede e non Lo conosce”.

Che cosa porta il mondo a non vedere né conoscere lo Spirito della Verità? Chi decide di seguire dei principi contrari alla Legge di Dio, cerca di deformare e acquietare la sua coscienza, per non udire la voce dello Spirito Santo che continuamente gli indica la retta via della virtù e della santità alla quale tutti – senza eccezione alcuna – siamo chiamati, secondo la dottrina resa ben esplicita dal Concilio Vaticano II: “Il Signore Gesù, maestro e modello divino di ogni perfezione, a tutti e a ciascuno dei suoi discepoli di qualsiasi condizione ha predicato quella santità di vita, di cui egli stesso è autore e perfezionatore: ‘Siate dunque perfetti come è perfetto il vostro Padre celeste’ (Mt 5, 48). […] È dunque evidente per tutti, che tutti coloro che credono nel Cristo di qualsiasi stato o rango, sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità”. 9

Partecipare alla relazione tra le tre Persone divine 17b “Voi Lo conoscete, perché Egli dimora presso di voi e sarà in voi. 18 Non vi lascerò orfani, ritornerò da voi. 19 Ancora un poco e il mondo non Mi vedrà più; voi invece Mi vedrete, perché Io vivo e voi vivrete. 20 In quel giorno voi saprete che Io sono nel Padre e voi in Me e Io in voi”.

La scena è emozionante. In questo discorso di commiato, Nostro Signore vuole mettere in chiaro che ogni battezzato, fa parte di questo rapporto di familiarità tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Come il Padre è nel Figlio, la Trinità sarà in me, se io amerò Dio e compirò la Legge. Lo Spirito Santo sarà in me, e sarò Suo tempio vivo. Come dobbiamo, dunque, aver cura di questo tempio, di questo tabernacolo che siamo noi stessi, non permettendo mai che in lui entri il disordine del peccato!

Santissima Trinità

Non esiste amore senza umiltà 21a “Chi accoglie i miei Comandamenti e li osserva, questi Mi ama”.

Qui il Divino Maestro riprende l’idea dell’inizio del Vangelo di questa domenica: amare Dio sopra tutte le cose significa praticare i Comandamenti. In questo consiste la prova del vero amore. Ora, possiamo dire che la base fondamentale per accogliere i Comandamenti della Legge di Dio si chiama umiltà. L’orgoglioso confida in sé, si giudica capace di tutto, per questo, non vedrà la necessità di credere in un Dio onnipotente. Per accogliere i Comandamenti, si deve respingere quello a cui la natura umana decaduta aspira: esser considerata un dio. A partire dal momento in cui la persona si inclina al peccato, comincia a cedere in materia di orgoglio o di sensualità, e se non riceve una protezione molto speciale della grazia, ella andrà fino all’ultimo limite del male. Osserva a questo proposito il Prof. Plinio Corrêa de Oliveira: “Come i cataclismi, le cattive passioni hanno una forza immensa, ma per distruggere. Questa forza ha già potenzialmente, nel primo istante delle sue grandi esplosioni, tutta la virulenza che si manifesterà più tardi nei suoi peggiori eccessi”.10

Il pericolo delle concessioni

Infatti, le concessioni al peccato si comparano a una piccola palla di neve che si stacca dalla cima della montagna, va crescendo a mano a mano che scende e finisce per provocare una valanga. Apparentemente insignificanti al principio, se non sono combattute, possono portare l’anima all’estremo di questa assurda pretesa: “Salirò in cielo, sulle stelle di Dio innalzerò il trono, dimorerò sul monte dell’assemblea, nelle parti più remote del settentrione. Salirò sulle regioni superiori delle nubi, mi farò uguale all’Altissimo” (Is 14, 13-14). Il delirio di voler essere Dio è incrostato in ogni difetto consentito. La tentazione proposta a Eva dal demonio, incitandola a mangiare del frutto proibito, lo illustra bene: “quando voi ne mangiaste […] diventereste come Dio” (Gen 3, 5). Mangiare del frutto dell’albero della scienza del bene e del male era l’unica proibizione che c’era nel Paradiso! Malgrado ciò, Adamo cadde, e il suo peccato produsse, secondo Lacordaire, “effetti disastrosi, tali come l’oscuramento dello spirito, l’indebolimento della volontà, il predominio del corpo sull’anima e dei sensi sulla ragione, conseguenze deplorevoli che ci sono per di più rivelate dall’esperienza che facciamo, in noi stessi, dell’impero del peccato”.11 Fino ad oggi l’umanità intera soffre le conseguenze di questa prima trasgressione a un ordine di Dio, commessa nel Paradiso. Il Signore Gesù ha dovuto incarnarSi e volontariamente spargere tutto il suo Sangue per ripararla. Qui si misura quanto necessitiamo di vita interiore, di preghiera e di vigilanza per eliminare subito al suo sorgere quanto possa condurci al peccato. Il contrario di questa situazione ci è dato dal meraviglioso invito del versetto seguente.

Un’idea sbagliata di teofania 21b “Chi Mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’Io lo amerò e Mi manifesterò a lui”.

Gli Apostoli, ancora troppo influenzati dalla falsa concezione messianica vigente in Israele, erano in attesa di una manifestazione straordinaria di Nostro Signore per il mondo intero, come era avvenuto a volte nell’Antico Testamento. Immaginavano così una glorificazione terrena di Gesù, il quale sarebbe stato riconosciuto dal popolo come il Messia liberatore. Meri interessi mondani in questi uomini, chiamati, nondimeno, a essere i pilastri, i fondamenti della Santa Chiesa Cattolica Apostolica e Romana! Ora, una dimostrazione inequivocabile della divinità di Gesù avrebbe reso la Fede meno meritoria. Ascoltare, fra tremori di terra, nuvole di fumo che si alzano dalla montagna, squilli di trombe, una voce che proclama: “Io sono il Dio di Israele…”, avrebbe portato a un’accettazione del Messia più per l’evidenza che per la Fede, il che sarebbe risultato inutile. Infatti, non erano già sufficienti gli innumerevoli miracoli fatti dal Divino Maestro davanti alle folle? Quanti ciechi vedevano, quanti paralitici camminavano, quanti lebbrosi furono mondati! Senza contare le moltiplicazioni dei pani e dei pesci. A tutto, il popolo aveva assistito con cuore indurito. Per caso, nella suprema ora della Passione, qualcuno di questi miracolati da Gesù – e furono molti! – si è alzato per difendere il suo grande Benefattore? Era necessaria una conversione, un cambio di mentalità di quel popolo. Quando Nostro Signore disse che Si sarebbe manifestato a chi avesse osservato la sua parola e Lo avesse amato, causò sorpresa negli Apostoli, come ci è rivelato dalla domanda fatta subito dopo da Giuda Taddeo: “Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi e non al mondo?” (Gv 14, 22). E la voce di questo Apostolo non era che una eco del pensiero degli altri, come abbiamo udito poco prima Filippo chiedere: “Signore, mostraci il Padre” (Gv 14, 8), e Tommaso indagare: “Ma, Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?” (Gv 14, 5).

La manifestazione di Gesù a chi Lo ama

Preoccupati di presenziare a qualcosa di strepitoso, gli Apostoli non vedevano la grandiosa sublimità che si svolgeva davanti a loro. Commenta Royo Marín: “Rivelandoci la sua vita intima e i grandi misteri della grazia e della gloria, Dio ci fa vedere le cose, per così dire, dal suo punto di vista divino, tale come Egli le vede. Ci fa percepire armonie del tutto soprannaturali e divine che nessuna intelligenza umana, neppure angelica, sarebbe mai riuscita a percepire naturalmente”.12

L’Annunciazione

Veniva svelata dalla fede una meravigliosa realtà spirituale. “La fede infusa” – commenta Garrigou-Lagrange –, “grazie alla quale crediamo in tutto quanto Dio ci ha rivelato, perché Egli è la propria Verità, è come un senso spirituale superiore che ci permette di udire un’armonia divina, inaccessibile a qualsiasi altro mezzo di conoscenza. La fede infusa è come una percezione superiore dell’orecchio, per l’ascolto di una sinfonia spirituale che ha Dio come Autore”.13 Nostro Signore ci promette qui la maggiore delle ricompense, che Egli rende esplicita ancor più nel versetto seguente: “Se uno Mi ama, osserverà la Mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14, 23). Infatti, che cosa si potrebbe dare di più all’uomo, oltre che trasformarlo in casa del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo? Più di questo, impossibile. Dice San Tommaso14 che Dio potrebbe aver creato tutto in forma più bella, più eccellente, ad eccezione di tre creature: Gesù, nella sua umanità santissima; Maria, nella sua umanità e santità perfettissima e la visione beatifica. Ora, qui Gesù ci dice che già su questa Terra cominciamo ad esser casa del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, avendo pertanto una vita incoativa, semente di gloria posta nella nostra anima, che si dispiegherà per intero nell’eternità. In questo consiste la manifestazione di Nostro Signore a chi ama e osserva la sua parola: sarà trasformato in un tabernacolo della Santissima Trinità! Senza fenomeni straordinari, nel silenzio, nel raccoglimento, qualcosa di indicibile succederà tra le tre Persone della Santissima Trinità e l’anima. Quante volte non sentiamo nel fondo dell’anima la presenza del Signore Gesù, per esempio, quando per amore a Lui resistiamo alla tentazione e evitiamo il peccato?

IV – Chiediamo a Maria la venuta del suo Divino Sposo

La Liturgia della 6ª Domenica di Pasqua, insistendo sulla necessità dell’amore per il compimento della Legge, ci invita ad essere sempre aperti alle ispirazioni del Consolatore, di conseguenza, essere più mansueti e buoni, interamente flessibili e desiderosi di far bene a tutti. Ancora la Divina Provvidenza, per misericordia, ci concede una incomparabile Interceditrice che mai Si stancherà di aiutarci: “Maria è la porta orientale da dove esce il Sole di Giustizia, la porta aperta al peccatore dalla misericordia […]. Essa si aprirà e non si chiuderà. Il popolo si approssimerà senza timore. Glorificando la Madre del Signore, egli Lo adorerà. Ricorrendo a Maria e prestandoLe i suoi omaggi, coglierà i frutti dell’olocausto offerto da Gesù”.15 Chiediamo alla divina Sposa del Paraclito, Madre e Madonna nostra, che ci ottenga la grazia della venuta quanto prima di questo Spirito rigeneratore alle nostre anime, come supplica la Santa Chiesa: “Emitte Spiritum tuum et creabuntur, et renovabis faciem terræ – Mandi il tuo Spirito, sono creati, e rinnovi la faccia della Terra” (cfr. Sl 104, 30). Tutto, pertanto, sta alla nostra portata per essere quello che dobbiamo essere e ricevere così il premio immeritato del convivio eterno con la Santissima Trinità.

1) SANT’AGOSTINO. Sermo CCLXVIII. In die Pentecostes, II, n.2. In: Obras. Madrid:BAC, 1983, v.XXIV, p.737. 2) PAOLO VI. Unitatis redintegratio, n.2. 3) Cfr. SAURAS, OP, Emilio. El Cuerpo Místico de Cristo. 2.ed. Madrid: BAC, 1956,p.811-814. 4) ROYO MARÍN, OP, Antonio. Somos hijos de Dios. Madrid: BAC, 1977, p.48. 5) GOMÁ Y TOMÁS, Isidro. El Evangelio explicado. Pasión y Muerte. Resurrección y vida gloriosa de Jesús. Barcelona: Rafael Casulleras, 1930, v.IV, p.196. 6) SAN TOMMASO D’AQUINO. Somma Teologica. II-II, q.79, a.3, ad 4. 7) CORRÊA DE OLIVEIRA, Plinio. Consagração a Nossa Senhora e a graça divina – I. In: Dr. Plinio. São Paulo. Anno VIII. N.89 Ago., 2005); p.24. 8) SANTA TERESA DE LISIEUX. Manuscrito C. O alimento das noviças. In: Obras Completas. São Paulo: Paulus, 2002, p.203. 9) CONCILIO VATICANO II. Lumen gentium, n.40. 10) CORRÊA DE OLIVEIRA, Plinio. Revolução e Contra-Revolução. 5.ed. São Paulo:Retornarei, 2002, p.44. 11) LACORDAIRE, OP, Henri-Dominique. Conférence LXIV. Des signes de la chute dans l’humanité. In: Conférences de Notre-Dame de Paris. Paris: J. de Gigord, 1921, t.IV, p.312. 12) ROYO MARÍN, OP, Antonio. Teología de la perfección cristiana. Madrid: BAC, 2006, p.475. 13) GARRIGOU-LAGRANGE, OP, Réginald. Les trois âges de la vie intérieure. Paris: Du Cerf, 1955, v.I, p.67. 14) Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO, op. cit., I, q.25, a.6, ad 4. 15) JOURDAIN, Zèphy-Clément. Somme des grandeurs de Marie. 2.ed. Paris: Hippolyte Walzer, 1900, t.I, p.694.

Estratto dalla collezione “L’inedito sui Vangeli” di Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP.

Oggi è San Mattia: la festa della seconda chance, della terza e della millesima che Dio non ci nega mai!

È la festa dell’occasione di convertirci! Oggi possiamo sperimentare di nuovo l’”amore più grande” di Cristo che “ha dato la sua vita per i propri amici”, per te e per me.

Oggi è la festa dell’apostolo Mattia, e in Lui possiamo rallegrarci e benedire il Signore perché il “frutto” dell’elezione “rimane in noi” nonostante i nostri peccati. Sì, oggi è la festa della seconda chance, e poi della terza e della millesima possibilità che l’amore di Dio non ci nega, mai. È la festa dell’occasione di convertirci e accogliere di nuovo la Grazia dell’elezione, la risurrezione della nostra primogenitura.

C’è “gioia piena” nel tuo matrimonio, nel tuo lavoro, nello studio, nell’amicizia, nel ministero, nell’essere madre, padre, figlio? E dov’è la gioia nella malattia, nella precarietà, nella persecuzione? Se non c’è, significa che hai perduto la “sua gioia”, o che essa non è mai diventata “tua”. Come Giuda, sei rimasto preda dei tuoi schemi, della tua idea di salvezza e felicità. Probabilmente, abbiamo banalizzato l’amore, abbiamo verniciato di marmellata le nostre relazioni, e ci siamo trovati soli, obbligati a “servire” le sensazioni che scambiamo per amore, mentre restiamo estranei gli uni gli altri. No, non siamo “amici” di nessuno; ci illudiamo di esserlo, ma pensiamo solo a noi stessi, e nessun “frutto” dei nostri pensieri e del nostro cuore è “rimasto” in chi ci è vicino. Per questo, anche tu sei andato “al luogo scelto da Giuda”. Sì fratello, se non hai “gioia piena” dentro, significa che ti sei andato ad impiccare da qualche parte. Come? Giudicando il fratello ed esigendo da lui, chiedendo vita al denaro, al prestigio e alla salute, usando male della sessualità. Peccando… Ma coraggio, oggi è festa!

Giuda è immagine dell’uomo vecchio, orgoglioso e superbo incapace di “rimanere nell’amore” di Dio e nella sua chiamata alla quale non ha saputo dare valore e protezione. Giuda non ha riconosciuto nell’amore crocifisso di Gesù la fonte della “gioia piena”. Ma oggi possiamo sperimentare di nuovo l’ “amore più grande” di Cristo che “ha dato la sua vita per i propri amici”, per te e per me. Siamo suoi “amici”, e questo è tutto; a noi rivela i suoi segreti, la volontà di salvezza per ogni uomo. Anche Giuda lo era, ma ha tradito il Maestro per restare fedele al suo ego, come noi. Per questo, nella Chiesa, Gesù viene oggi per ridestarci alla chiamata che ci “costituisce”, spandendo su ciascuno di noi lo stesso “olio di letizia” con il quale è stato “unto” Lui, “a preferenza dei suoi eguali”. Viene a ancora a rinnovare l’elezione del Padre, gratuitamente, come accadde all’apostolo Mattia, chiamato dopo la Pasqua come “frutto” squisito della sua risurrezione. Specchiamoci in Mattia, immagine dell’apostolo rinato nella misericordia; con lui possiamo prendere il posto di Giuda “in questo ministero”, l’apostolo morto nel suo orgoglio. Con amore infinito il Signore viene a “sceglierci” di nuovo, nonostante noi “non abbiamo scelto Lui”. Viene a farci “cristiani”, riversando in noi il suo Spirito, l’olio della gioia, l’amore con il quale “il Padre ama Lui”. In esso siamo stati creati, e non c’è altra “gioia piena” che sperimentare questo amore e spanderlo a nostra volta, perché questa è la nostra “missione”, secondo il significato originale del termine “comandamento”: “che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati”.

Lasciamo allora che lo stesso “frutto” dell’olivo, l’olio profumato che “scendeva sulla barba di Aronne” – immagine di Cristo – sino al “lembo della sua veste” – immagine della comunità dei suoi “amici”, ci unisca a Lui dai “frutti che rimarranno” nella vita di chi incontreremo: l’amore e la gioia che nascono sui rami della Croce, dove Dio ha amato ogni uomo nel sacrificio di suo Figlio.“Rimaniamo nel suo amore”, rimaniamo crocifissi con Lui e “tutto quello che chiederemo nel Nome di Gesù” ci sarà concesso. Sulla Croce, infatti, siamo già in Cielo con Lui, anche se continuiamo a camminare nel mondo, e per questo possiamo intercedere per ogni uomo, in qualunque situazione si trovi, con le stesse parole di Gesù: “Padre perdonali perché non sanno quello che fanno”. Perdona mio marito, perdona mia figlia, perdona questo collega che mi ha calunniato. E il Padre perdonerà, vedendo Cristo crocifisso in noi.

In questo sta la “gioia piena” di Gesù in noi, come fu la “perfetta letizia” che gustava San Francesco nell’amore a Cristo,sovrabbondanza dell’amore di Cristo per lui: Quando tornando al suo convento, “a notte profonda” in “un inverno fangoso e così rigido che, alI’estremità della tonaca, si formano dei ghiacciuoli d’acqua congelata, che mi percuotono continuamente le gambe fino a far uscire il sangue da siffatte ferite. E io tutto nel fango, nel freddo e nel ghiaccio, giungo alla porta e, dopo aver a lungo picchiato e chiamato, viene un frate e chiede: “Chi è?”. Io rispondo: “Frate Francesco”. E quegli dice: “Vattene, tu sei un semplice ed un idiota, qui non ci puoi venire ormai; noi siamo tanti e tali che non abbiamo bisogno di te”… Ebbene, se io avrò avuto pazienza e non mi sarò conturbato, io ti dico che qui è la vera letizia e qui è la vera virtù e la salvezza dell’anima” (Fonti Francescane).

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