La Commemorazione dei Fedeli Defunti è una bella occasione che la Chiesa ci offre per alleviare quanti soffrono nel Purgatorio. Ma essa porta in sé anche un insegnamento per il nostro profitto spirituale: abbiamo una responsabilità e, se non agiamo come si deve, potremo ascoltare questa terribile sentenza del Divino Giudice: “non sei preparato!”

Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP

I – Dopo la morte, un debito pendente

La Santa Chiesa, nella sua sapienza e infallibilità divine, ha inserito nel calendario liturgico la commemorazione di Tutti i Fedeli Defunti il giorno che segue la Solennità di Tutti i Santi – in Brasile è posticipata alla domenica successiva per motivi pastorali –, con lo scopo di unire i tre stati della Chiesa, Corpo Mistico di Nostro Signore Gesù Cristo, di cui Egli è il Capo. Ieri, la Chiesa militante – costituita da quelli che sulla Terra, in stato di prova, combattono la buona battaglia per ricevere poi il premio della gloria (cfr. II Tim 4, 7-8) – festeggiava la Chiesa trionfante, lodando e glorificando i Santi che già si trovano nell’eterna beatitudine. Oggi essa volge il suo sguardo ai fratelli che, essendo anche loro giusti, sono ancora in Purgatorio – la Chiesa sofferente –, a scontare le pene temporali in base alle loro colpe.

La triplice dimensione del peccato

Dio onnipotente non può creare niente che non sia per Se stesso. Egli ci ha dato l’essere al fine di praticare la virtù per lodarLo, riverirLo e servirLo soprattutto, e il nostro obbligo non è che questo, visto che non sono i nostri genitori ad aver creato la nostra anima immortale, ma Dio, da cui in verità nasciamo. Ora, peccando, facciamo un cattivo uso delle creature, voltando le spalle a Dio e offendendoLo. Il Salvatore, però, nella sua infinita bontà, ci ha lasciato il Sacramento del Battesimo per cancellare il peccato originale e tutti i peccati commessi fino al momento di riceverlo, e se già abbiamo l’uso della ragione, quello della Penitenza, per riparare le colpe in cui incorriamo dopo il Battesimo. 1 Quando siamo perdonati da Nostro Signore stesso, attraverso le labbra del sacerdote, evitiamo la condanna all’inferno. Tuttavia, oltre all’ingiuria fatta a Dio, il peccato attenta anche contro altri due ordini – la coscienza e l’universo – di conseguenza, è logico che siamo da loro umiliati e puniti.2

Il giudizio della coscienza

Tutti noi abbiamo la Legge di Dio impressa nella mente e nel cuore, come criterio per discernere quanto insensato sia abbracciare le vie del peccato. La coscienza ci accusa quando procediamo male, e ci mostra la vera via. Per questo motivo, se uno, infatti, commette un peccato, non lo tocca il dubbio; anzi, è sicuro della sua caduta perché ha agito contro la sua propria coscienza.

Il peccato ferisce l’ordine perfetto della creazione

Dio ha creato l’universo in un ordine perfetto: ogni astro segue la sua traiettoria con esattezza; il Sole non si scontra con la Terra, né la Luna esce dalla sua orbita. Anche la vegetazione ha le sue leggi, che fanno sì che essa cerchi sempre il Sole e l’acqua, e gli animali sono dotati di istinti regolati. L’uomo, invece, ha la possibilità di andare in ordine o in disordine. Procedendo sulla linea della virtù, egli acquisisce meriti – cosa che non succede agli esseri inferiori, come gli animali o le piante –, ma se, al contrario, prende le vie del male, offende l’ordine dell’universo, come insegna il Magistero: “Ogni peccato, infatti, causa uno scompiglio nell’ordine universale, che Dio ha disposto nella sua ineffabile sapienza ed infinita carità, e la distruzione di beni immensi sia nei confronti dello stesso peccatore che nei confronti della comunità umana”.3

A causa di ciò, quando qualcuno commette una colpa grave, l’ordine dell’universo, scosso, vorrebbe rivoltarsi contro il trasgressore e schiacciarlo, scatenando tutti i suoi elementi. Tra queste possibili manifestazioni della natura contro il peccatore, possiamo immaginare, per esempio, la terra che si apre per inghiottirlo o il fuoco che cade dal cielo per divorarlo, al punto da trovare nelle Scritture stesse questa affermazione: “La creazione infatti a te suo creatore obbedendo, si irrigidisce per punire gli ingiusti, ma s’addolcisce a favore di quanti confidano in te” (Sap, 16, 24). Dio, tuttavia, contiene la natura vulnerata per non annientare il colpevole, in attesa che questi faccia penitenza e venga a ottenere la salvezza.

Dopo la Confessione, un debito pendente

Ciò nonostante, dobbiamo ricordarci che se il Battesimo perdona la duplice pena alla quale è soggetto il peccatore – quella eterna, in conseguenza del rifiuto di Dio, e quella temporale, a causa dell’adesione disordinata alle creature –, la Confessione, assolvendo dalla prima, non sempre libera totalmente dalla seconda, poiché la remissione di questa dipende dall’intensità e dalla perfezione del pentimento di ogni anima.4 Così, nella maggior parte dei casi, rimane pendente un debito che esige riparazione, sia sulla Terra, per mezzo della penitenza, sia nell’altra vita, sottoponendosi l’anima ai rigori del Purgatorio.

In che cosa consiste, allora, questo debito, e come potrà l’anima pagarlo? Immaginiamo uno che, andando per strada in un giorno di pioggia, si veda all’improvviso coperto di fango dalla testa ai piedi per il passaggio di un veicolo che viaggia ad alta velocità. Per quanto questa persona lavi il viso, sa che, oltre a questo, ha bisogno di pulire i vestiti, soprattutto se sta andando a una festa di matrimonio, dove non potrebbe mai presentarsi infangato.

Allo stesso modo, nel momento in cui l’anima si separa dal corpo e compare al giudizio particolare, riceve uno speciale dono per illuminare la sua memoria e la coscienza, che le ricorda tutti i dettagli della sua vita morale e spirituale.5 Essa comprende, allora, come nella Confessione le sono state perdonate le colpe contro Dio, come pure la pena eterna da loro decorrente: il suo volto è pulito. Ma la sua coscienza grida, perché si sente sporca e bisognosa di “cambiarsi d’abito”, cioè, di pagare la pena temporale. Inoltre, essa può avere una mentalità poco conforme al buon ordine, alla sapienza, soprattutto al giorno d’oggi, nel nostro mondo dominato dal meccanicismo e dalla tecnica. Può anche avere idee, capricci o manie che la allontanino dall’equilibrio perfetto della santità e che siano contrari, come regola di vita, ai principi della Fede, per cui non può stare davanti a Dio a contemplarLo faccia a faccia, perché questi le impedirebbero di comprender? Lo, di amarLo e di relazionarsi con Lui.

La ragione dell’esistenza del Purgatorio

Come ottenere il perdono della pena temporale e adeguare i criteri, per essere pronti a vedere Dio? Nella vita terrena lo possiamo ottenere mediante l’acquisizione dei meriti che ci vengono dalle buone opere – penitenze, orazioni, atti di misericordia, ecc. – o dalle indulgenze che la Chiesa ci concede, poiché, “facendo uso del suo potere di ministra della redenzione di Cristo Signore, […] con intervento di autorità, dispensa al fedele ben disposto il tesoro delle soddisfazioni di Cristo e dei Santi”.6

Nel caso siano stati disdegnati questi mezzi, diventa necessaria l’esistenza del Purgatorio per, post mortem, “purificare [l’anima] dalle conseguenze del peccato”7 e ottenere la remissione della pena, come dice San Tommaso,8 pagando per un periodo il debito imposto dall’offesa alla coscienza e all’ordine dell’universo. “È pertanto necessario” – continua l’insegnamento della Chiesa – “che l’amicizia di Dio venga ristabilita con una sincera conversione della mente e che sia riparata l’offesa arrecata alla sua sapienza e bontà, ma anche che tutti i beni sia personali che sociali o dello stesso ordine universale, diminuiti o distrutti dal peccato, siano pienamente reintegrati”.9

Il riformatorio del nostro egoismo

Desiderando, dunque, entrare in comunione con Lui senza macchia alcuna, puri e perfetti – perché là “non entrerà in essa nulla d’impuro, né chi commette abominio o falsità” (Ap 21, 27) –, Dio ha creato il Purgatorio, alla maniera di un riformatorio del nostro egoismo, dove questo è bruciato nel fuoco e siamo rieducati nella vera visione di tutte le cose e nell’amore alla virtù. Concluso questo periodo, la nostra anima è santificata e, per questo, si può affermare che quanti sono in Cielo sono santi.

Questa è anche la ragione per cui chi ha già raggiunto la santità qui sulla Terra non passa per il Purgatorio o, in certi casi, soltanto molto rapidamente per fare, per esempio, una genuflessione, come si racconta sia accaduto a Santa Teresa d’Avila, o a San Severino, Arcivescovo di Colonia, che, nonostante avesse consumato i suoi anni in feconde opere di apostolato per l’espansione del Regno di Dio, è stato obbligato a rimanere sei mesi in Purgatorio per espiare il suo scarso raccoglimento nella preghiera del Breviario.10

Speranza in mezzo a grandi tormenti

Le anime del Purgatorio soffrono terribilmente, ma con un grande vantaggio rispetto a noi: la speranza sicura del Cielo. È questa una virtù che causa gioia e consolazione, perché ci promette un possesso futuro. Tuttavia, la nostra speranza in questa vita è dubbiosa e incerta, perché trovandoci qui di passaggio possiamo in qualsiasi occasione vacillare e commettere una colpa grave, rischiando di perdere la vita eterna se la morte ci coglie subito dopo. Nel Purgatorio, al contrario, questa speranza già è assoluta, poiché porta con sé la certezza di aver raggiunto il termine, cioè, di aver conquistato la salvezza.11

Del resto, grandi sono i tormenti di questo luogo che, senza essere uguali a quelli dell’inferno – poiché i demoni non possono torturare le anime benedette 12 –, tuttavia, sono prodotti dal fuoco stesso.13 Per avere una pallida idea di quanto intenso sia questo calore, immaginiamo un enorme falò e, di fianco, la sua rappresentazione in una pittura. Se tocchiamo il quadro, questo non ci brucia, mentre basterà avvicinare il dito al falò vero per sperimentare un dolore insopportabile. Dunque, la differenza esistente tra l’immagine rappresentata nel quadro e il fuoco reale è quella che c’è tra il fuoco di questo mondo e quello del Purgatorio. Come dice Sant’Agostino: “quel fuoco sarà più violento di qualsiasi cosa possa patire l’uomo in questa vita”;14 San Tommaso completa: “la minor pena del Purgatorio eccederà la maggior pena di questa vita”.15

Il Venerando Stanislao Ghoscoca, domenicano polacco, stava un giorno pregando, quando gli è apparsa un’anima del Purgatorio avvolta nelle fiamme. Egli le chiese, allora, se quel fuoco fosse più attivo e penetrante di quello terrestre, e l’anima, gemendo, esclamò: “Paragonato al fuoco del Purgatorio, quello della Terra sembra una ventata di aria lieve e rinfrescante”. Siccome Stanislao, pieno di coraggio, gliene chiese una prova, l’anima rispose: “È impossibile a un mortale sopportare tali tormenti; tuttavia, se vuoi sperimentarlo, tendi la mano”. Egli così fece e il defunto lasciò cadere in essa una piccola goccia di sudore bruciante. In quello stesso istante, lanciato un grido acuto, il religioso cadde svenuto a terra, in uno stato simile alla morte. Rianimato dai suoi confratelli, accorsi ad aiutarlo, raccontò loro quello che era successo, raccomandando di rendere pubblico il fatto in modo da mettere in guardia le persone contro la terribile espiazione del Purgatorio. Infine, dopo un anno, nel corso del quale sentì continuamente quel dolore alla mano destra, fra Stanislao morì, esortando i suoi fratelli a fuggire dal peccato per evitare atroci supplizi nell’altra vita.16

Le anime del Purgatorio desiderano questa purificazione

Nonostante tali pene, le anime che si trovano nel Purgatorio, non vi stanno incatenate, desiderando di fuggire. Al contrario, accettano tutte le sofferenze.17 E se sapessero dell’esistenza di mille Purgatori, ancora più ardenti, vorrebbero gettarsi in questi, poiché, in verità, quello che sembra loro più intollerabile è vedersi coperte di macchie che le allontanano da Dio. Esse desiderano ardentemente essere interamente pure e verginali per entrare in Cielo. Questo atteggiamento assomiglia a quella di un ermellino – un animaletto così candido, simbolo della castità e dell’innocenza – che preferisce morire che vedere sporco il suo mantello bianco.

II – La Chiesa che lotta prega per la Chiesa che soffre

Noi abbiamo una sensibilità erronea, a causa della quale, quando assistiamo al capezzale all’agonia di un moribondo, seguita dal terribile dramma della morte, ci impressioniamo con facilità perché crediamo sia il termine del percorso di quella persona. Ma, in realtà – la Fede ce lo dice – tutto comincia lì. Lungi dal ritenere distaccati da noi quelli che sono partiti, dobbiamo convincerci che, stando in Cielo o nel Purgatorio, il vincolo con loro è molto più stretto di quello che immaginiamo. Così, qualsiasi preghiera o atto con merito soprannaturale, persino l’uso dell’acqua benedetta, praticato da chi rimane sulla Terra con l’intenzione di beneficiare le anime del Purgatorio, è considerato da Dio con grande benevolenza e accolto dalle stesse anime con molto piacere, visto che non possono più pregare per sé. Le nostre preghiere, applicate in suffragio loro, abbreviano la durata dei loro patimenti.

Per questo la Chiesa, come Madre amorosa, ha scelto un giorno dell’anno liturgico per la commemorazione dei Fedeli Defunti, nel quale concede ai sacerdoti il diritto di celebrare tre Messe, “a condizione che una delle tre sia applicata a libera scelta, con possibilità di riceverne l’offerta; la seconda Messa, senza alcuna offerta, sia dedicata a tutti i fedeli defunti; la terza sia celebrata secondo l’intenzione del Sommo Pontefice”.18 Quest’obbligo in relazione all’ultima delle tre Messe ha la sua origine nello zelo del Vicario di Cristo per la rapida liberazione delle sante anime del Purgatorio. Col passare del tempo, un gran numero di istituzioni pie, stabilite per la celebrazione di Messe in suffragio delle anime di determinati defunti, sono state abbandonate e trascurate, risultandone un serio danno per le anime del Purgatorio. Si è aggiunta anche la I Guerra Mondiale, che ha raso al suolo l’Europa strappando incalcolabili vite umane, soprattutto tra i giovani. Autorizzando la celebrazione di questa terza Messa nella giornata dei Fedeli Defunti, Sua Santità Benedetto XV, con paterna generosità, ha assunto su di sé questo debito della Chiesa verso le anime sofferenti.

Non dimentichiamoci, tuttavia, che, sebbene una sola Eucaristia abbia un potere impetratorio infinito, ne guadagneranno di più le anime che in vita hanno avuto una maggiore devozione ad essa.19 Pertanto, anche noi dobbiamo avere uno speciale impegno ad aumentare il nostro fervore alla partecipazione al rinnovo incruento del Santo Sacrificio del Calvario.

La Santa Chiesa dà ai fedeli anche il privilegio di ottenere un’indulgenza plenaria a favore di un’anima del Purgatorio,20 recitando in questo giorno – o nei giorni successivi, fino all’ 8 novembre – un Padre Nostro e un Credo in una chiesa od oratorio, o visitando un cimitero per pregare con questa intenzione.

Il valore delle nostre preghiere è superiore a qualunque offerta materiale

È vero che noi ci compiacciamo nel depositare sopra le tombe corone di fiori o candele, costume questo molto bello e legittimo. Tuttavia, la nostra più grande manifestazione di affetto per le anime deve consistere nel pregare per loro, perché l’effetto dell’orazione supera di molto quello di qualunque offerta materiale, secondo la famosa sentenza attribuita a Sant’Agostino: “Una lacrima per un defunto evapora. Un fiore sopra il tumulo appassisce. Una preghiera per la sua anima, Dio la raccoglie”.

Bisogna tener conto che, siccome Dio non è dipendente dal tempo, davanti a Lui non esiste passato né futuro e tutti gli avvenimenti accadono in un perpetuo presente, da tutta l’eternità e per tutta l’eternità. In questo modo, se oggi preghiamo per la buona morte di un parente o conoscente – anche se questa può essersi verificata da cinque o cinquecento anni –, la nostra orazione è già stata considerata da Dio nell’istante esatto del suo passaggio da questa vita all’altra, contribuendo a un passaggio più felice e assistito da grazie efficaci e abbondanti.

Un “commercio” con le anime del Purgatorio

Questa pietosa pratica ci permette di fare amicizia con coloro che, a causa delle nostre preghiere, escono dal Purgatorio e sono ammessi in Cielo, dove acquistano un potere di udienza colossale presso Dio. Certamente, la loro gratitudine ci beneficierà. Se su questa Terra siamo riconoscenti verso i nostri benefattori, tanto più le anime che entrano nella gloria sapranno intercedere a favore di chi ha pregato per loro.

In questo senso, viene qui a proposito l’applicazione della parabola dell’amministratore infedele (cfr. Lc 16, 1-8). Quest’uomo, avendo compreso che avrebbe perso l’impiego a seguito della cattiva gestione negli affari del suo Signore, ha fatto amicizia con tutti i debitori di costui per avere il loro sostegno nell’ora dell’amarezza e della necessità, visto che, per la sua avanzata età, gli mancavano le forze per lavorare. E, una volta licenziato, egli è stato protetto da tutti quelli di cui fraudolentemente aveva alleggerito il debito. Nostro Signore non elogia il furto dell’amministratore, ma loda la sua furbizia. Oggi è, allora, il giorno della furbizia! Dobbiamo pregare per tutti coloro che si trovano nel Purgatorio, soprattutto i più legati a noi. Questo atto di carità ce li renderà buoni amici, che restituiranno in qualità e quantità il favore ricevuto e, di conseguenza, ci aiuteranno molto nell’ora della difficoltà.

III – Dobbiamo evitare a ogni costo il passaggio per il Purgatorio

Questa commemorazione porta anche con sé un insegnamento di grande profitto spirituale, sul quale soffermeremo la nostra attenzione, senza trattenerci troppo nell’ampio ventaglio di letture che la Liturgia offre in questa giornata.

La tragedia della morte

Tutti noi siamo obbligati ad affrontare difficoltà e dolori in questa vita, poiché nessuno ne è esente. La sofferenza sopportata con rassegnazione cristiana ha un ruolo purificatore, correttivo, che ne fa una sorta di ottavo sacramento.21 Tra le molte tribolazioni ce n’è una che, sebbene sia una mera possibilità quanto alla data, di per sé è una certezza assoluta per tutti: la morte. Infatti, siamo sulla Terra soltanto di passaggio, e la nostra meta finale è il Cielo. Tuttavia, poiché questa è una verità molto dura, ci costa tenerla sempre presente, poiché ci piacerebbe varcare le soglie dell’eternità senza sopportare il tragico frangente in cui l’anima si separa dal corpo.

Con lo scopo di mantenere viva nella mente dei fedeli tale realtà, Sant’Alfonso Maria de’ Liguori 22 raccomandava di immaginare il cadavere di una persona appena morta, e che si meditasse sul processo successivo alla morte: come il corpo è mangiato dai vermi, e persino le ossa, con il tempo, si sbriciolano e si convertono in polvere. È la situazione, quanto al corpo, di chi se ne è andato da questo mondo. Ma quanti già “hanno viaggiato” e ancora non hanno raggiunto la felicità eterna, e stanno penando nel fuoco del Purgatorio! È quello che può accadere a ognuno di noi oggi, domani o più tardi: perde le forze, dà gli ultimi sospiri, percepisce che l’anima sta abbandonando il corpo, lo vedrà come se fosse quello di un altro, immobile, inerte, che si raffredda… A seguire viene il giudizio. Dopo, dove andrà? Non sappiamo. A noi stessi è impossibile, in questa vita, prevedere se andiamo in Purgatorio o no…

La serietà del Purgatorio

Ora, non pensiamo che, per aver praticato questo o quell’atto buono nel corso dell’esistenza, nell’ora del giudizio particolare potremo evitare il Purgatorio grazie a un sorriso rivolto al Giudice – Nostro Signore stesso! –, che Lo intenerisce e, dimenticando tutte le nostre colpe, ci introduce nella gloria… Non è ciò che Egli ha affermato nel Vangelo ed è registrato nelle Sacre Scritture, come, per esempio, nel Libro della Sapienza, in cui troviamo numerose comparazioni tra la morte del giusto e quella dell’empio (cfr. Sap 3, 1-19; 4, 16-20; 5, 14-15).

Pertanto, se siamo convinti dell’obbligo di pregare per le anime del Purgatorio, più ancora – come recita il famoso adagio popolare: “la carità comincia da casa propria” – abbiamo bisogno di convincerci che non basta temere soltanto l’inferno, poiché è necessario temere anche il Purgatorio. Per questo dobbiamo, prima di tutto, eliminare l’idea dell’irrilevanza del peccato veniale e considerarlo seriamente come Dio lo considera, non solo sforzandoci di mantenere lo stato di grazia, ma cercando la santità con una perseveranza piena di vigilanza, di amore e di timore di avvicinarsi alle occasioni di peccato. Se un’amicizia, una certa situazione o programma di televisione mi fanno scivolare, devo fuggire, preferendo mortificarmi qui piuttosto che dover soffrire nel Purgatorio. Quanto tempo, fra tormenti tremendi, potrà costarmi il rifiuto di un’ora di sacrificio sulla Terra?

Alimentando la nostra anima con la fede, verso l’eternità, sforziamoci di condurre una vita integra e santa, in modo da meritare di andare direttamente in Cielo. Se, al contrario, non ci convinciamo della perfezione che Dio esige da noi, quando moriremo – voglia Dio nella sua grazia! – dovremo purificarci nel Purgatorio.

L’esigenza della vigilanza

Raccontando la parabola delle dieci vergini – una delle opzioni del Vangelo che la Liturgia propone per questo giorno (Mt 25, 1-13) –, Nostro Signore ha voluto mostrarci quanto sia necessario essere preparati alla morte, poiché essa viene nell’ora più inattesa. In quel tempo l’atto principale delle feste di matrimonio era l’ingresso della sposa nella casa dello sposo. Attorniata da un certo numero di vergini sue amiche, lei aspettava lo sposo, che veniva con gli amici, per iniziare insieme il solenne corteo fino alla loro nuova abitazione, in genere dopo il tramonto del Sole, alla luce di lucerne e torce, cantando e suonando allegramente. Nella narrazione evangelica le vergini sagge, prevedendo un eventuale ritardo dello sposo, si portarono appresso una provvista di olio per restare con le luci accese fino al suo arrivo; le altre, invece, consumarono tutto l’olio e le loro lucerne si stavano quasi spegnendo quando fu annunciato lo sposo, per cui supplicarono le prime che cedessero loro un po’ di quello che avevano. Ma le sagge, temendo che non fosse sufficiente per tutte, dissero di no alle compagne. Questa è una immagine che si può applicare alla morte, che ognuno dovrà affrontare con la sua propria “provvista” di meriti, non potendo confidare in quella degli altri. Di fronte a Dio c’è una responsabilità personale non trasferibile, della quale dovremo rendere conto. Se non agiamo come dobbiamo, potremo ascoltare la terribile sentenza del Giudice: “Non vi conosco!” (Mt 25, 12). E se Gli chiederemo il perché di queste dure parole, Egli ci risponderà: “Perché non avete vissuto secondo i miei principi, la mia mentalità e i miei Comandamenti”.

Lo stesso messaggio ci è trasmesso in un’altra delle letture evangeliche per questa commemorazione (Lc 12, 35-40): la parabola dei servi che aspettano l’arrivo del signore. Gesù inizia le sue parole raccomandando: “Siate pronti, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese” (Lc 12, 35). L’espressione “con la cintura ai fianchi” è sinonimo di disponibilità al servizio, visto che, in quell’epoca, gli orientali sollevavano le loro lunghe tuniche non solo per camminare, ma anche per servire a tavola. Nel nostro caso, si tratta di essere pronti alla pratica della virtù della carità. Quanto alle “lucerne accese”, significa, ancora una volta, l’importanza di prestare sempre un’attenzione molto viva e accorta per evitare le occasioni prossime al peccato, e per mantenerci in spirito di preghiera. Rimaniamo come le vergini sagge o come questi uomini in attesa del ritorno del signore da una festa di matrimonio, con la lucerna piena di olio, ossia, sempre vigili, evitando tutto quello che possa condurci al Purgatorio. “Anche voi tenetevi pronti, perché il Figlio dell’uomo verrà nell’ora che non pensate” (Lc 12, 40).

IV – Allo stesso tempo, speranza

Non dobbiamo, guardare la morte come un qualcosa di strettamente tragico, un dramma al quale non c’è soluzione, ma, in consonanza con la visione della Chiesa, come una necessità. Alla maniera del seme che, secondo l’espressione dell’Apostolo, “non prende vita, se prima non muore” (I Cor 15, 36), è necessario che a un determinato momento il corpo riposi, in attesa della resurrezione. Se Gesù stesso non fosse morto, che cosa sarebbe di noi?

Gli effetti della Redenzione

San Paolo, avendo forse ricevuto una rivelazione da Nostro Signore, ha scritto: “Tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto” (Rm 8, 22) per essere “liberata dalla schiavitù della corruzione” (Rm 8, 21), attraverso i benefici della Passione e Morte del Signore Gesù. Infatti, la natura è stata segnata dal peccato di Adamo e ancora non ha avuto accesso, interamente, agli effetti della Redenzione, perché questi sono trattenuti in attesa del Giudizio Finale. I teologi, in particolare San Tommaso d’Aquino,23 commentano che nel giorno del Giudizio, dopo la resurrezione dei corpi, le mani di Dio si apriranno e tutta la natura sarà piena di giubilo per i frutti della Redenzione. Per esempio, la Luna brillerà con maggior chiarore che prima del peccato originale e il Sole acquisterà maggior fulgore, gettando sulla Terra una luminosità speciale. Dato che la creatura umana è un microcosmo, la ragione più profonda di questa restaurazione sta nel fatto che si trovano riuniti in Gesù-Uomo tutti i piani della creazione, come vera sintesi dell’universo, in Lui elevata a un grado altissimo. È necessario, dunque, che la materia che Egli ha assunto, incarnandosi, sia glorificata.

Speranza nella resurrezione

Se la natura stessa sta gemendo in attesa di questo giorno, perché non dobbiamo gemere anche noi? Infatti, sebbene già godiamo, per mezzo dei Sacramenti, di una piccola parte degli effetti della Redenzione che è la vita soprannaturale – “le primizie dello Spirito” (Rm 8, 23a) di cui ci parla l’Apostolo –, aspettiamo “l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo” (Rm 8, 23b). Pellegrini in questa valle di lacrime, lontani dalla patria vera, in ogni momento ci sopraggiunge la tentazione, la difficoltà e l’angoscia, e molte volte ci chiediamo: “Quando andremo?”. Sappiamo che, proprio come l’anima, il nostro corpo è stato plasmato da Dio per durare eternamente, libero dalle contingenze – malattie, sonno, fame, limitazioni – che il nostro attuale stato comporta, come recita il Prefazio per i Fedeli Defunti: “disfatto il nostro corpo mortale, ci è dato, nei Cieli, un corpo imperituro”.24

In una delle numerose letture che possono essere scelte per questa commemorazione, San Paolo usa un’immagine molto realistica, comparando il corpo a una tenda (cfr. II Cor 5, 1.6- 10), come quelle che doveva fabbricare per mestiere (cfr. At 18, 3). Esorta a non preoccuparci se questa sarà distrutta, perché Dio ce ne darà un’altra di gran lunga migliore (cfr. II Cor 5, 1). Da instancabile apostolo della Resurrezione, scrive anche nella sua Prima Lettera ai Corinzi: “Così anche la risurrezione dei morti: è seminato nella corruzione, risorge nell’incorruttibilità; è seminato nella miseria, risorge nella gloria, è seminato nella debolezza risorge nella potenza; è seminato corpo animale, risorge corpo spirituale. ” (I Cor 15, 42-44).

Infatti, il corpo glorioso godrà di quattro qualità, cioè: chiarezza, impassibilità, agilità e sottilezza.25 Ci è permesso congetturare che, grazie a loro, il corpo potrà farsi impercettibile nel luogo in cui vorrà, passare attraverso le sostanze solide, spostarsi a suo piacere alla velocità del pensiero… Inoltre, non avrà bisogno del concorso di un sarto per vestirsi, poiché il vestito sarà lavorato dalla sua stessa immaginazione, che avrà un equilibrio perfetto, senza le follie causate dal peccato.

La speranza di recuperare il corpo deve alimentare la nostra esistenza, dandoci forze per abbandonare un piacere fugace e illecito, per evitare il peccato e praticare la virtù, perché saremo altamente ricompensati nel giorno della resurrezione della carne. Allora assisteremo, con gli stessi occhi con cui ora vediamo, allo splendore della creazione rinnovata.

Così, sebbene la Giornata dei Defunti sia segnata da una nota di tristezza per l’assenza di chi se ne è già andato, è con gioia che preghiamo per loro, se ci poniamo davanti alla prospettiva presentata dalla Chiesa: superate le tragiche soglie della morte, tutti ci troveremo dall’altra parte, in un rapporto di intimità e giubilo straordinari, fino a riprendere il nostro corpo in stato di gloria, con la resurrezione.

Chiediamo alla Madonna della Buona Morte, come ai Santi e agli Angeli, che ci aiutino e ottengano il favore di morire nella pienezza della grazia che ci spetta, nella pienezza del compimento della nostra missione e nella pienezza della nostra perfezione d’anima e di vita spirituale, in modo da non conoscere neppure il Purgatorio.

1 Cfr. Dz 1672. 
2 Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO. Somma Teologica. I-II, q.87, a.1. 
3 PAOLO VI. Indulgentiarum doctrina, n.2. 
4 Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO, op. cit., III, q.86, a.4, ad 3. 
5 Cfr. GARRIGOU-LAGRANGE, OP, Réginald. L’éternelle vie et la profondeur de l’âme. Paris: Desclée de Brouwer, 1953, p.95. 
6 PAOLO VI, op. cit., n.8. 
7 Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO. Super Sent. L.IV, ap.1, a.2, ad 2. 
8 Cfr. Idem, a.1. 
9 PAOLO VI, op. cit., n.3. 
10 Cfr. LOUVET. Le Purgatoire d’après les révélations des saints. 3.ed. Albi: Apprentis-orphelins, 1899, p.130-131. 
11 Cfr. GARRIGOU-LAGRANGE, op. cit., p.232-233. 
12 Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO. Super Sent. L.IV, ap.1, a.5. 
13 Cfr. Idem, a.2. 
14 SANT’AGOSTINO. Enarratio in psalmum XXXVII, n.3. In: Obras. Madrid: BAC, 1964, vol. XIX, p.654. 
15 SAN TOMMASO D’AQUINO. Super Sent. L.IV, ap.I, a.3. 
16 Cfr. ROSSIGNOLI, SJ, Grégoire. Les merveilles divines dans les âmes du Purgatoire. 2.ed. Bordeaux: Barets, 1870, vol.II, p.51-53. 
17 Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO. Super Sent. L.IV, ap.1, a.4. 
18 BENEDETTO XV. Incruentum altaris, del 10/8/1915. 
19 Cfr. SANT’AGOSTINO. De cura pro mortuis gerenda, XVIII, 22. In: Obras. Madrid: BAC, 1995, vol. XL, p.473-474. 
20 Cfr. PÆNITENTIARIA APOSTOLICA. Enchiridion indulgentiarum. Concessiones 29. Pro fidelibus defunctis, §1, 1º e 2º. 21 Cfr. FABER, apud CHAUTARD, OCSO, Jean-Baptiste. A alma de todo apostolado. São Paulo: FTD, 1962, p.112. 
22 Cfr. SANT’ALFONSO MARIA DE’ LIGUORI. Máximas eternas. Porto: Fonseca, 1946, p.7-8. 
23 Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO. Somma Teologica. Suppl., q.91, a.1. 
24 RITO DELLA MESSA. Orazione Eucaristica: Prefazio dei Fedeli Defunti, I. In: MESSALE ROMANO. Trad. Portoghese della 2a. edizione apposita per il Brasile realizzata e pubblicata dalla CNBB con aggiunte approvate dalla Sede Apostolica. 9.ed. São Paulo: Paulus, 2004, p.462. 
25 Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO. In Symbolum Apostolorum. Art.11.

(Rivista Araldi del Vangelo, Novembre/2014, n. 139, p. 08 – 17)

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