I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia

L’Eucaristia, l’Immacolata e il Sommo Pontefice!

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Beata Vergine Maria del Rosario

Il 7 ottobre 1571, nelle acque greche di Lepanto, la flotta musulmana dell’Impero Ottomano si scontrò con la flotta cristiana della Lega Santa. Prima della battaglia, i cristiani recitarono il Rosario e chiesero l’intercessione di Maria

Il 7 ottobre 1571, nelle acque greche di Lepanto, la flotta musulmana dell’Impero Ottomano si scontrò con la flotta cristiana della Lega Santa, che riuniva le repubbliche di Venezia e Genova, lo Stato Pontificio, l’Impero Spagnolo, i maggiori ducati italiani e i Cavalieri di Malta. Lo stendardo della Lega Santa, benedetto prima della partenza da san Pio V, raffigurava il Crocifisso tra gli apostoli Pietro e Paolo, sormontato dal motto In hoc signo vinces. Fu l’unico simbolo a sventolare nello schieramento cristiano, assieme a un’immagine della Madonna con la scritta Sancta Maria succurre miseris, mentre il vessillo della flotta turca riportava migliaia di volte il nome di Allah. Prima della battaglia, i cristiani recitarono il Rosario e chiesero l’intercessione di Maria.

Quel 7 ottobre segnò la prima grande vittoria di un’armata cristiana dell’Europa – allora consapevole delle proprie radici e della necessità di difenderle – contro l’Impero Ottomano e il suo espansionismo che aveva già islamizzato molti territori. I messaggeri informarono Roma solo 23 giorni dopo, ma il giorno stesso della battaglia san Pio V aveva avuto una visione e ordinato: «Sono le 12, suonate le campane, abbiamo vinto a Lepanto per intercessione della Vergine Santissima». Così nacque la festa di Santa Maria della Vittoria, chiamata poi Madonna del Rosario, fino alla denominazione attuale che nasce dalla riforma del calendario del 1969. Nel 1883, intanto, Leone XIII aveva «consacrato e dedicato alla celeste Vergine del Rosario» tutto ottobre, incoraggiando la recita quotidiana dell’orazione per l’intero mese.

Il Rosario aveva conosciuto uno straordinario impulso già nel XIII secolo grazie ai domenicani (san Domenico, che aveva pregato per capire come sconfiggere l’eresia catara, vide la Vergine che gli consegnava la coroncina) e alle varie confraternite nate proprio con lo scopo di diffondere questa preghiera, che pure nei secoli precedenti stava pian piano prendendo forma. Le apparizioni di Fatima hanno poi fatto aumentare la consapevolezza sull’importanza del Rosario nel disegno salvifico di Dio, come arma contro Satana. La Madonna ne raccomandò ai pastorelli la recita quotidiana già nella prima apparizione del 13 maggio 1917, «per ottenere la pace nel mondo e la fine della guerra».

Suor Lucia (1907-2005) ne spiegò ulteriormente la potenza in un’intervista con padre Fuentes: «La Santissima Vergine ha voluto dare, in questi ultimi tempi in cui viviamo, una nuova efficacia alla recita del Santo Rosario. Ella ha talmente rinforzato la sua efficacia che non esiste problema, per quanto difficile, di natura materiale o specialmente spirituale, nella vita privata di ognuno di noi o in quella delle nostre famiglie, delle famiglie di tutto il mondo, delle comunità religiose o addirittura nella vita dei popoli e delle nazioni, che non possa essere risolto dalla preghiera del Santo Rosario. Non c’è problema, vi dico, per quanto difficile, che non possa essere risolto dalla recita del Santo Rosario. Con il Santo Rosario ci salveremo, ci santificheremo, consoleremo Nostro Signore e otterremo la salvezza di molte anime».

XXVII Domenica del Tempo ordinario – (Anno – C)

Cristo benedicente

Vangelo

In quel tempo, 5 gli apostoli dissero al Signore: “Aumenta la nostra fede!” 6 Il Signore rispose: “Se aveste fede quanto un granellino di senapa, potreste dire a questo gelso: ‘Sii sradicato e trapiantato nel mare’, ed esso vi ascolterebbe. 7 Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà quando rientra dal campo: ‘Vieni subito e mettiti a tavola?’ 8 Non gli dirà piuttosto: ‘Preparami da mangiare, rimboccati la veste e servimi, finché io abbia mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai anche tu?’ 9 Si riterrà obbligato verso il suo servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? 10 Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: ‘Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare’” (Lc 17, 5-10).

Come affrontare le delusioni?

Nel corso dell’esistenza ci imbattiamo in situazioni impreviste che possono portare allo sconforto. Solo nella fede salda troveremo la forza per affrontarle.

I – l’essere umano vuole rapportarsi con gli altri

Immaginiamo un uomo p unito con l’isolamento, imprigionato nella segreta di una lontana torre, convinto di esser interamente lontano da tutto e da tutti. In questa triste situazione, senza la minima possibilità di comunicazione con persone qualsiasi, vede trascorrere i giorni… Una sera di gran caldo, tuttavia, si sdraia per terra e sente, all’improvviso, un rumore di scopa in piena attività. Sorpreso, si avvicina alla parete, vi appoggia l’orecchio e, percependo dai rumori che si tratta della presenza di qualcuno dal lato opposto, dà alcuni colpi nel muro. La risposta arriva immediatamente. È un altro povero prigioniero che soffre lo stesso problema: isolato, desidera entrare in contatto con qualcuno a cui possa trasmettere le sue afflizioni e che lo capisca in quella infelice situazione. Dopo aver dato molti colpi scoprono che, parlando vicino allo scarico della cella, riescono a farsi sentire l’un l’altro e, a partire da qui, comincia un vero rapporto tra i due prigionieri, che procura loro un’immensa consolazione. Infatti, l’isolamento assoluto che era il maggior tormento di quella prigionia, in quanto feriva l’istinto di socievolezza, in qualche modo, si era rotto con lo stabilimento di questo rudimentale modo di comunicazione. Questa semplice storia ci illustra la necessità intrinseca all’uomo di entrare in contatto con i suoi simili.

Prof. Plinio, negli anni 60

Un fenomeno comune al genere umano: il “margine dell’insicurezza”

Tale desiderio naturale, conseguenza dell’istinto di socievolezza infuso da Dio in noi, è inerente a tutti gli uomini.1 Ognuno coltiva in se stesso un intimo desiderio di ottenere protezione, di potersi appoggiare in qualcuno e di sentirsi sicuro, poiché Dio non ha creato l’uomo autosufficiente. Questo ha numerose carenze e debolezze che riesce a sopperire solo vivendo in società e con l’aiuto reciproco dei suoi simili. Per questo, egli deve avere una fede umana negli altri. Ed è comprensibile, poiché “senza la fede umana, la vita sociale sarebbe totalmente impossibile, e buona parte delle nostre conoscenze – che crediamo esser certe e sicure – crollerebbero strepitosamente”.2 Nel frattempo, non esiste la possibilità di applicare questa fede con totale sicurezza a nessuno sulla faccia della Terra, poiché, “per natura, nessuna persona adulta è al di sopra o al di sotto di un’altra a tal punto che una possa elevarsi di fronte all’altra come autorità di valore assoluto”.3 Tutti sappiamo come la natura umana sia fallibile in conseguenza del peccato originale e, per questo, siamo portati a confrontare i nostri criteri con l’opinione degli altri per diminuire la probabilità di errore, soprattutto, per quanto riguarda la ricerca della verità. Non è senza motivo che Sant’Agostino consiglia: “Che nessuno di voi voglia porre la sua speranza nell’uomo. L’uomo è qualcosa solamente in quanto aderisce a Colui che lo ha fatto. Poiché, se da Lui si allontana, non è più niente, anche quando aderisce ad altri uomini”.4

E siccome il genere umano è soggetto all’errore morale e intellettuale, l’uomo con frequenza tradisce la fiducia degli altri, avvalendosi solamente della propria natura, poiché senza la grazia è l’egoismo che prevale sull’amore del prossimo. Si è scatenata così per l’umanità un’instabilità fondamentale, denominata dal Prof. Plinio Corrêa de Oliveira “margine d’insicurezza”, ossia, “una specie di margine dello spirito umano, che non elimina la possibilità di conoscere alcune verità con una certa fermezza – però, appena crepuscolare –, mista a insicurezza”.5 In questo modo, accumuliamo dentro di noi mille indecisioni, non essendoci, né in noi né negli altri, la garanzia piena di agire in modo corretto. A mano a mano che gli anni e i decenni passano, il problema si aggrava. L’esperienza della vita va registrando le disillusioni e le amarezze. Constatiamo un equivoco qui, un errore lì, un inganno colà… E concludiamo che non si può depositare la fiducia nell’uomo. Come risolvere, allora, questo problema del “margine d’insicurezza” e acquisire certezze ferme?

Ora, se la fallibilità naturale dell’uomo rende inconsistente la fiducia nel suo simile, questo, tuttavia, non succederà se ci sarà l’azione di questa virtù soprannaturale, in relazione a Dio, la cui pratica diventerà possibile con la grazia, e il cui agire non è altro che quello della virtù teologale della speranza rafforzata da una ferma convinzione, come dice San Tommaso,6 e come sintetizza il grande tomista padre Santiago Ramírez, seguendo la via del suo maestro: “Speranza perfetta e robusta nel suo genere, che si chiama propriamente fiducia […]. Non è una speranza qualsiasi e vacillante, ma una speranza ferma, decisa, certa, sicura, senza titubanze di nessun genere. Una speranza che non sbaglia né defrauda”.7 È la fiducia che ci dà la certezza che esiste Qualcuno col quale possiamo rapportarci, sicuri di non generare in noi alcun equivoco, di non defraudare mai le nostre speranze legittime. Questi è Dio!

È tale fiducia, senza dubbio, che sarà capace di risolvere la questione del “margine d’insicurezza” celata nell’intimo di tutti gli uomini, liberandoci dall’incertezza che raggiunge quanti si afferrano al mondo materiale, secondo l’insegnamento del Vescovo di Ippona: “Perciò sii fedele a Dio perché immutabile, perché nulla c’è di più bello. Infatti, tutte queste altre cose, per il fatto che non hanno l’essere di per sé, decadono, perché non sono ciò che Egli è. A te, o anima, basta soltanto Colui che ti ha creata. Qualunque altra cosa tu fai propria, è una miseria: evidentemente ti può appagare solo Colui che ti ha creata a sua somiglianza. […] Soltanto là, in Dio, vi può essere sicurezza”.8

La fede viva nei Vangeli

Questa fede, tuttavia, non può ridursi a un semplice principio teorico e dottrinale. Per essere integra, soprattutto nel nostro mondo così agitato, è necessario applicarla a Uno: la Seconda Persona della Santissima Trinità incarnata, il Signore Gesù! I fatti narrati dai Vangeli ci attestano come questa fede viva fosse un dono comunicato a quelli che a Lui si avvicinavano con piena fiducia, come, per esempio, il centurione romano. Egli aveva fede nel potere del Redentore di guarire uno dei suoi servi, anche a distanza, e di lui il Divino Maestro avrebbe affermato di non aver mai incontrato una fede simile in Israele (cfr. Lc 7, 2-10). La fede di quel comandante, che aveva causato ammirazione allo stesso Gesù in quanto uomo, gli era stata infusa da Lui stesso, in quanto Dio. Anche l’ostinata cananea ci ha dato prova di grande fede nel chiedere con tanta insistenza la guarigione della figlia (cfr. Mt 15, 22-28). Ancora una volta era un dono di Dio concesso alla straniera, in un grado che neppure gli stessi Giudei possedevano, forse per non aver voluto accettarla… O il povero lebbroso che, inginocchiandosi a supplicare: “Signore, se tu vuoi, puoi guarirmi!”, ha espresso una fede profonda, ed è stato, per questo, immediatamente esaudito (cfr. Lc 5, 12). Stessa fede ancora si è rivelata nella donna sofferente di emorragia, ormai da lunghi anni. Lei cercava, con umiltà, il momento opportuno per avvicinarsi al Messia, credendo di venire guarita solo toccando l’orlo del suo manto sacro (cfr. Lc 8, 43-48).

Tale era la fede che Cristo desiderava infondere nei suoi Apostoli, in questo passo del Vangelo della 27ª Domenica del Tempo Ordinario.

Allegoria della Virtù della Fede

II – La virtù fondamentale della fede

Nostro Signore già li aveva ammoniti, in occasioni precedenti, rispetto al rischio dell’amore disordinato per le ricchezze – come già abbiamo considerato, commentando la parabola dell’amministratore infedele (cfr. Lc 16, 1-13) e quella del povero Lazzaro (cfr. Lc 16, 19-31), nel Vangelo della 25ª e 26ª Domenica del Tempo Ordinario –, conseguenza di una fede venuta meno. I discepoli andarono, infatti, comprendendo la necessità di questa fondamentale virtù, senza la quale sarebbe stato impossibile perseverare fino alla fine della loro missione. Insegna San Tommaso9 che questa è la principale virtù per avere il distacco dai beni materiali, come anche per la pratica delle altre, le quali, con le parole di padre Royo Marín, “in essa si fondano, come l’edificio sulle sue fondamenta […]. Informata dalla carità, di essa vivono e, grazie ad essa, progrediscono tutte le altre”.10 È, pertanto, indispensabile chiederla a Dio, come ci dimostra il Vangelo di questa Liturgia.

La fede è passibile di crescita?

In quel tempo, 5 gli Apostoli dissero al Signore: “Aumenta la nostra fede!”

Era necessario chiedere questo aumento di fede, se già la possedevano dentro di loro? Senza dubbio, la richiesta degli Apostoli aveva fondamento. La virtu infusa della fede è passibile di incremento o di diminuzione, e tanto può fortificarsi come illanguidire. Come spiega ancora San Tommaso,11 la fede cresce o diminuisce in modo proporzionale al numero di verità conosciute. Per questo motivo, oltre agli atti di pietà e devozione praticati – che rendono anche loro la fede più robusta –, fortificherà questa virtù chi studierà la Dottrina Cattolica, ampliando il quadro di verità conosciute con la propria intelligenza.

Aumenteremo la fede se adatteremo la nostra vita quotidiana – lavori, obblighi e responsabilità – alla fede professata, poiché se ci sarà dicotomia tra questa virtù e la vita pratica, tra quello in cui crediamo e quello che facciamo, la fede finirà per dissolversi. È necessario, dunque, che la fede coroni tutte le nostre attività, come evidenzia padre Royo Marín: “Le anime che sono progredite nella vita cristiana, devono preoccuparsi della crescita di questa virtù fondamentale fino a ottenere che tutta la loro vita sia improntata in un autentico spirito di fede che le trasponga su un piano strettamente soprannaturale, dal quale possano vedere e giudicare tutte le cose”.12 Tuttavia, tale condotta non è così facile da mantenersi. Le difficoltà della vita quotidiana ci fanno giungere a una conclusione: è indispensabile supplicare con fervore l’aiuto divino. Hanno fatto, allora, molto bene gli Apostoli a chiedere l’aumento della fede, che, secondo quanto possiamo giudicare dalla risposta di Nostro Signore, era proprio fragile…

Era necessario aver fede prima di chiedere un suo aumento

6 Il Signore rispose: “Se aveste fede quanto un granellino di senape, potreste dire a questo gelso: ‘Sii sradicato e trapiantato nel mare’, ed esso vi ascolterebbe”.

Se aveste fede pur piccola quanto un granellino di senape, potreste dire a questo gelso Sii sradicato e trapiantato nel mare, ed esso vi ascolterebbe (Lc 17, 6)

La sua risposta è di una certa durezza. In realtà, la fede dei suoi eletti era ancora più piccola del minuscolo granello di senape, quasi delle dimensioni di una particella di zucchero. Ora, bastava una fede di bassa levatura per ordinare a un albero solido come il gelso di gettarsi in mare. Affermazione sorprendente! Il gelso di questo passo di San Luca probabilmente corrisponde allo Shiquemah – sicomoro –, albero dalle radici vigorose, che si fissano a terra con ogni forza.13 Sarebbe possibile a uno realizzare una tale prodezza? Tuttavia, il Maestro non ha fatto una tale dichiarazione soltanto in forma metaforica. La fede è, infatti, capace di muovere montagne, poiché dietro di essa c’è il potere di Dio, e quando uno si unisce alla forza divina con la robustezza di così preziosa virtù, diventa forte quanto è forte Dio stesso.

A questa concezione vera della fede, Nostro Signore contrappone il concetto errato del mondo riguardo al rapporto dell’uomo con Dio.

Una situazione umana, immagine del rapporto soprannaturale

 7 “Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà quando rientra dal campo: ‘Vieni subito e mettiti a tavola?’ 8 Non gli dirà piuttosto: ‘Preparami da mangiare, rimboccati la veste e servimi, finché io abbia mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai anche tu?’ 9 Si riterrà obbligato verso il suo servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? 10 Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: ‘Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare’”.

Il Divino Maestro ha davanti a sé ascoltatori con uno spiccato senso gerarchico, pertanto, privi degli egualitarismi dei giorni attuali, e per i quali tutte le funzioni sociali erano molto ben definite. Per questa ragione Gesù ha potuto servirsi, in questa parabola, della figura del servo14, ossia, di quell’uomo senza diritti, il cui lavoro consisteva nel prendersi cura degli animali e dei campi del suo signore, senza che mai qualcuno si sia posto il problema che l’ipotesi da Lui sollevata si verificasse. Sebbene nel popolo eletto il trattamento dispensato agli schiavi fosse incomparabilmente più compassionevole di quello riservato dai popoli pagani,15 era inconcepibile immaginare il servo seduto alla stessa tavola del padrone. Tornato dal lavoro dei campi, il servo si lavava e si rimboccava le maniche per servire il padrone. Solo dopo assumeva il suo pasto.

Questa scena, narrata da Cristo con sapienza infinita, illustra quale deve esser il nostro rapporto con Dio. Quando riusciamo a compiere del tutto i Comandamenti o gli stessi obblighi, dobbiamo riconoscere che non è stato in virtù del nostro sforzo, né delle qualità o capacità personali quanto, piuttosto, è frutto della grazia. Ancor prima di aver realizzato qualche atto buono, Nostro Signore ci ha già pagato in anticipo, concedendoci il suo aiuto. Per questo, pur avendo fatto il bene, non abbiamo diritto, per noi stessi, a nessuna benemerenza. Infatti, così dichiara Sant’Ambrogio, Padre e Dottore della Chiesa: “Nessuno si glori del suo buon procedere, poiché, per una giusta dipendenza dobbiamo il nostro servizio al Signore. […] Egli non può ammettere che ti appropri del merito di un’azione o lavoro, visto che, fin tanto che siamo vivi, è nostro dovere lavorare sempre. Pertanto, vivi con la convinzione che sei un servo al quale sono state comandate molte faccende. […] Non crederti più di quello che sei per il fatto di chiamarti figlio di Dio – devi riconoscere, piuttosto, la grazia, ma non puoi dimenticare la tua natura –, e non riempirti di vanità per aver servito con fedeltà, poiché questo era tuo dovere”.16 Anche quando compiamo i nostri obblighi, continuiamo ad essere servi inutili, ci insegna oggi Gesù.

Concezione commerciale della religione

Data la natura decaduta per il peccato, la tendenza generale dell’uomo è di non riconoscere che tutto gli viene dall’Alto, forgiando per sé una religione caratterizzata dalla mentalità commerciale. Molte volte trasferiamo lo scambio mercantile di interessi – così profondo nelle relazioni umane di tutti i tempi – al rapporto con Dio, e vogliamo presentarci davanti a Lui riscuotendo quello che riteniamo appartenerci per il fatto che abbiamo fatto un bene. In realtà, nessuno sarebbe in grado di pronunciare neppure una giaculatoria o fare un segno della croce con merito soprannaturale se non fosse unito, e addirittura “innestato”, nel Signore Gesù, che ha affermato: “Senza di me, non potete far nulla” (Gv 15, 5). In campo soprannaturale, tutti i nostri meriti sono legati a Lui e ci sono trasferiti da Lui. Siamo semplici servi! Da Lui riceviamo l’essere, la Redenzione e il sostegno della grazia, per mezzo della sua azione.17

L’immagine di questa parabola si trova, allora, ancora distante dalla realtà, poiché il servo lì rappresentato conserva qualche libertà, mentre noi siamo all’interno di una schiavitù coercitiva – la nostra origine è la schiavitù –, la quale, dopo la Redenzione, si è intensificata ancora.

Dio ci premia per quello che Egli stesso ci ha ottenuto

L’uomo deve, dunque, considerarsi un essere contingente, dipendente dagli altri, e cosciente che in relazione a Dio questa dipendenza dovrà esser assoluta. Se esistiamo, è perché – in primo luogo – Egli esiste e, nella sua infinita bontà, ci ha tratti dal nulla, senza il nostro consenso, per darci un’anima nella quale potesse esser introdotta la vita della grazia. Egli ci ha redenti e in ogni istante sostiene il nostro essere. Tutto è, pertanto, gratuito, e quando agiamo alla perfezione stiamo soltanto restituendoGli quello che da Lui stesso riceviamo. Con quanta proprietà la Sacra Liturgia afferma: “Nella festosa assemblea dei Santi, risplende la tua gloria, e il loro trionfo celebra i doni della tua misericordia”.18 Infatti, quando le opere umane meritano un premio da parte di Dio, ciò è dovuto ai doni o alle grazie dati con anticipo da Lui stesso. Essendo Egli l’Umiltà e la Generosità, ci fa lavorare per la sua gloria, ci aiuta a praticare atti di virtù e ancora ci rende meritevoli della sua ricompensa, nascondendoSi, come se i meritevoli fossimo noi.

Tuttavia, tale prodigalità divina esige da parte nostra reciprocità: non appropriamoci mai di quello che appartiene solo a Dio. Siamo “servi inutili”, dovendo chiedere molto la virtù della fede, al fine di comprendere che Egli è l’unico a portare tutto avanti, e a noi tocca soltanto il compimento di un mandato o disegno suo. Così, non possiamo voler esigere da Lui, come se fosse nostra, la gloria dei nostri pretesi meriti. Solo con queste disposizioni d’animo assumeremo l’atteggiamento perfetto nel rapporto con il Creatore.

La perfetta contingenza in relazione a Dio

Immacolata Concezione – Cattedrale di Metz (Francia)

Una sola creatura ha saputo avere una fede ardente e comprendere la contingenza in modo perfetto, nella sua pienezza, essendo stata oggetto di un dono insuperabile da parte di Dio, “perché ha guardato l’umiltà della sua serva” (Lc 1, 48). Solamente Lei ha avuto una nozione chiara e sublime del suo nulla e della sua dipendenza completa dall’Altissimo. A partire da questo riconoscimento del proprio nulla, Dio si è inebriato d’amore per Lei, scegliendoLa e costituendoLa un paradiso per Sé, superiore a quello degli stessi Angeli. A questi era stato dato il Cielo Empireo, a noi il Paradiso Terrestre, ma per la Santissima Trinità è stata scelta Colei che ha detto “ecco la serva del Signore” (Lc 1, 38): Maria Santissima! Un bellissimo commento a questo riguardo ci ha lasciato San Luigi Maria Grignion de Montfort: “la divina Maria, dirò con i santi, è il paradiso terrestre del nuovo Adamo, dove Egli si è incarnato, per opera dello Spirito Santo, per realizzarvi meraviglie incomprensibili; è l’eccelso e divino mondo di Dio, che racchiude bellezze e tesori ineffabili; la magnificenza dell’Altissimo, dove Egli ha nascosto, come nel suo grembo, il suo unico Figlio e, in Lui, tutto ciò che c’è di più eccellente e prezioso”.19

III- Mai perdere la fede davanti alle difficoltà

Il Vangelo di questa domenica ci insegna il ruolo fondamentale della fede, nella gioiosa dipendenza da Dio. Le delusioni e le difficoltà umane, impreviste nel corso della vita, sono permesse dalla Provvidenza Divina per segnare in noi il momento culminante nel quale Dio o il demonio diventa vincitore nel campo di battaglia interiore dell’anima. Assistendo al crollo dei sogni costruiti sulle fragili fondamenta del nostro istinto di socievolezza sregolato, la fede può diminuire e noi possiamo diventare egoisti, cercando la sicurezza nei beni materiali. Ciò nonostante, se, al contrario, manteniamo la fiducia – speranza fortificata dalla fede – raccomandata da Nostro Signore in questo passo del Vangelo, avremo la possibilità di una vita felice su questa Terra, quantunque sempre accompagnati dalla croce, in qualsiasi circostanza, a causa del nostro stato di prova. Solo questa fede salda e senza difetto ci fa vivere, di fatto, in una sottomissione totale a Dio, rendendoci capaci di affrontare le sofferenze con coraggio.

Crescere nella fede significa, molte volte, presenziare o subire un disastro e mantenere, in fondo al cuore, una fiducia incrollabile. Una scena più struggente non potrebbe affrontare chi, giunto al Calvario, si imbattesse in Gesù crocifisso tra due ladroni! D’altra parte, con il cuore straziato di fronte a tale dramma, troverebbe consolazione se sapesse pensare alle meraviglie che da quella Croce sarebbero sorte, proprio come la Madonna che stava lì, in piedi, senza scoraggiarsi. Siamo fiduciosi, poiché i disastri sono permessi da Dio per ottenere qualche bene maggiore. La fede è l’unguento per tutti i nostri dolori, è il coraggio e la gioia nelle sofferenze di questo grande deserto – l’esistenza nell’esilio terreno –, fino a che raggiungeremo un giorno la felicità eterna, nella gloria celeste.

La fede conquisterà il mondo!

Viviamo in un’epoca di ateismo in cui la fede sta sempre più svanendo nel cuore delle persone. Il terribile orgoglio prevale di fronte a Dio, e il mondo non accetta né aderisce alle sue verità. Di fronte a tale umanità lontana dal proprio fine, il nostro anelito di cattolici è quello di vedere la Buona Novella del Vangelo conquistare tutta la Terra, in modo da produrre i più bei risultati in materia di santità. Teniamo ben presente quanto le condizioni del momento sono lungi da renderlo naturalmente possibile. Per questo, ci è richiesto uno dei maggiori atti di fede mai visti e richiesti fino ad oggi.

Se gli Apostoli – scelti direttamente da Nostro Signore – chiedevano un aumento della loro fede, come possiamo non chiederlo noi? Chiediamo, dunque, a Lui, una fede robustissima, supplicando: Signore, Tu sei Onnipotente e hai creato il dono della fede per infonderlo nelle anime; Tu hai la possibilità di creare questa virtù in grado infinito. Dacci, allora, la fede di cui tanto abbiamo bisogno! Vieni e concedici un fulgore di fede come mai è esistito nella Storia!

1) Cfr. TAPARELLI, SJ, Luis. Ensayo teórico de Derecho Natural.
 2.ed. Madrid: San José, 1884, t.I, p.154-155.

2) ROYO MARÍN, OP, Antonio. La fe de la Iglesia. 4.ed. 
Madrid: BAC, 1979, p.17.

3) Idem, p.16.

4) SANT’AGOSTINO. Enarratio in Psalmum LXXV, 8. In: Obras. 
Madrid: BAC,1965, v.XX, p.992-993.

5) CORRÊA DE OLIVEIRA, Plinio. Conferenza. São Paulo, 29 mag. 
1965.

6) Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO. Somma Teologica. II-II, q.129, 
a.6, ad 3.

7) RAMÍREZ, OP, Santiago. La esencia de la esperanza cristiana.
Madrid: Punta Europa, 1960, p.120-121.

8) SANT’AGOSTINO. Sermo CXXV, n.11. In: Obras. 2.ed. 
Madrid: BAC, 1965, v.X,p.531-532.

9) Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO, op. cit., q.4, a.7.

10) ROYO MARÍN, OP, Antonio. Teología de la perfección 
cristiana. 5.ed. Madrid: BAC, 1968, p.476.

11) Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO, op. cit., q.5, a.4.

12) Cfr. ROYO MARÍN, La fe de la Iglesia, op. cit., p.79.

13) Cfr. LAGRANGE, OP, Marie-Joseph. Évangile selon Saint Luc.
 4.ed. Paris: J. Gabalda, 1927, p.454.

14) Sebbene la traduzione liturgica usi in questo versetto 
la parola “impiegato” – più avanti troveremo il termine 
“servo” –, nell’originale greco risulta douloj, cioè schiavo
o servo.

15) Cfr. TUYA, OP, Manuel de; SALGUERO, OP, José. 
Introducción a la Biblia. Madrid: BAC, 1967, v.II, p.347-354.

16) SANT’AMBROGIO. Tratado sobre el Evangelio de San Lucas. 
L. VIII, n.31-32.In: Obras. Madrid: BAC, 1966, v.I, p.492.

17) Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO, op. cit., I-II, q.114, a.1.

18) RITO DELLA MESSA. Preghiera Eucaristica: Prefazio dei 
Santi, I. In: MESSALE ROMANO. Riformato a norma dei decreti
del Concilio Ecumenico Vaticano II e promulgato dal Papa Paolo 
VI. Città del Vatricano: L.E. Vaticana,1983, p.363.

19) SAN LUIGI MARIA GRIGNION DE MONTFORT. Traité de la vraie 
dévotion à la Sainte Vierge, n.6. In: OEuvres complètes. 
Paris: Du Seuil, 1966, p.490.

Estratto dalla collezione“L’inedito sui Vangeli”diMons. João Scognamiglio Clá Dias, EP.

Ottobre Mese del Santo Rosario

Ottobre è comunemente chiamato il Mese del Rosario perché il giorno 7 viene celebrata la memoria della Beata Maria Vergine del Rosario.        
            Il Santo Rosario è chiamato “Salterio della beatissima Vergine Maria”. Questo modo di pregare Dio consiste nel lodare la beatissima Vergine ripetendo il saluto angelico 150 volte, quanti sono i salmi del salterio di David, interponendo ad ogni decina il “Padre nostro” con meditazioni illustranti l’intera vita del Signore nostro Gesù Cristo.     
            Sorto all’inizio del secolo XII, il Rosario si è diffuso in tutta la Chiesa arricchito da numerose indulgenze, compagno fedele di tutti i cristiani che vogliono condurre seriamente la loro vita.
            
            Il Beato Giovanni Paolo II ha pubblicamente dichiarato di preferire la preghiera del Santo Rosario a qualunque altra non liturgica. Egli ha anche felicemente arricchito i Misteri tradizionali con quelli della Luce che culminano con il mistero della istituzione dell’Eucaristia. Quanta luce entra nel cuore e nella vita con questo augusto Sacramento!

            Una domanda: TU HAI LA CORONA DEL SANTO ROSARIO? LA RECITI IN FAMIGLIA, O CON L’ASSEMBLEA DEI FEDELI, O ALMENO DA SOLO?          

In questo mese, trova un po’ di tempo, meglio se ogni giorno, per pregare il Rosario. Semina, durante la giornata tante “Ave Maria” dovunque ti trovi. Incarica il tuo “Angelo custode” di raccoglierle per farne una corona d’amore per la Regina del cielo e della terra, una catena di salvezza per le anime infelici e sbandate a causa del peccato, una forza di sostegno per i missionari che dedicano la vita alla predicazione del Vangelo nel mondo. Essi lo fanno anche a nome tuo, perché nessun battezzato si può sottrarre alla missione di “annunciare la buona novella di salvezza”.

Quella di Gesù, Maria, Giuseppe, è stata un’esistenza nella quale si sono intrecciati gioia, dolore e speranza. Prova a meditare i loro esempi e vedrai che anche tu puoi fare molto bene per quest’ora della Chiesa e del mondo. 

Con la preghiera del Rosario anche tu puoi dare un grande aiuto perché tante anime trovino Gesù, il solo Amore necessario, e perché il Cuore Immacolato di Maria trionfi sul Maligno e conceda la pace alle nazioni.

La Sacra Effigie del Cuore Immacolato di Maria è ritornata nel territorio di Pisticci

Dal 21 al 23 settembre la Sacra Effigie è stata a Pisticci Scalo accompagnata dagli Araldi del Vangelo

La Sacra Effigie del Cuore Immacolato di Maria dal 21 al 23 settembre è stata a Pisticci Scalo presso la parrocchia di San Giuseppe Lavoratore in occasione della missione che gli Araldi del Vangelo hanno portato nel paesino lucano di circa 500 abitanti.

Gli Araldi del Vangelo sono soliti fare missioni mariane dove in quell’occasione, le anime dei fedeli hanno una grande opportunità di confessarsi e comunicarsi ma soprattutto possono pregare il santo rosario.

La missione a Pisticci scalo è durata 3 giorni, sono state giornate intense di preghiera, il tutto è cominciato il 21 settembre con l’accoglienza della Statua del Cuore Immacolato di Maria presso la Madonnina adiacente il campo di calcetto e subito dopo vi è stata la processione verso la chiesa parrocchiale di San Giuseppe Lavoratore.

Alle ore 18 vi è stato il rito di Incoronazione e Solenne Santo Rosario e a seguire il Sacramento della Gioia ovvero la Santa Eucarestia. La prima serata di preghiera si è conclusa con il “Buonanotte a Maria” un bellissimo canto alla Madonna.

Mentre domenica 22 settembre, la giornata di preghiera e la missione degli Araldi è cominciata alle ore 10, con l’esposizione del Santissimo e la recita del Santo Rosario.

Alle ore 11 è stata celebrata la Santa Messa e subito dopo la comunità è stata Consacrata a Gesù per le mani di Maria. Alle ore 18 vi è stata la Processione con la statua della Madonna del Cuore Immacolato di Maria per le vie del quartiere. Anche domenica alle 21.30 il tutto si è concluso con il buonanotte a Maria.

La terza e ultima giornata della missione a Pisticci Scalo è stata lunedì 23 settembre, con la Santa Messa di saluto alle ore 10 e subito dopo, il Congedo e la partenza della statua della Madonna.

Durante i 3 giorni di missione, gli Araldi hanno confessato tante anime, le missioni sono un modo anche per andare incontro ai fedeli con la presenza preziosissima e materna di Maria Vergine sempre pronta a condurre gli uomini da Suo Figlio Gesù.

In alcuni palazzi, qualche famiglia aveva anche allestito un altarino dove vi è stato un momento forte di preghiera insieme agli Araldi che hanno consacrato le famiglie al Cuore Immacolato di Maria.

Pisticci non è la prima volta che accoglie la Madonna ed è per questo che ogni ritorno equivale ad una grande gioia e ad un grande momento di grazia da cui attingere pace e serenità per la propria anima.

Cardinale Peter Erdo visita gli Araldi del Vangelo a Sao Paulo!

San Girolamo: Sole che illumina le Scritture, leone nella difesa della Fede

Uomo dal carattere forte ed esplosivo, San Girolamo è paragonato nella Liturgia delle Ore a un sole e a un leone. Quali sono i tratti della sua vita che portarono la Chiesa a stabilire un così poetico parallelismo? 

Isabel Cristina Lins Brandão Veas, EP 

Era un piacevole bel pomeriggio d’autunno, sul finire del IV secolo. In un monastero situato nei dintorni di Betlemme, nella lontana Palestina, si udiva appena echeggiare la voce grave e compassata di un monaco, proveniente dalla sala dove la comunità intera, in silenzioso raccoglimento, ascoltava la lettura spirituale.

All’improvviso, arrivò un enorme leone zoppicante. Non appena lo videro, i monaci si misero in fuga, in un tremendo parapiglia. Soltanto uno rimase seduto, impassibile: il superiore della casa. Alzatosi, chiamò la fiera con un cenno di mano. Questa si avvicinò come un docile agnellino e gli mostrò una zampa ferita. Dopo averla esaminata, il religioso predispose che i frati la curassero e dessero del cibo al felino, il quale si comportò con esemplare mansuetudine e cominciò a vivere con loro. Oltre a proteggerli e prestar loro numerosi servizi, diventò un fedele compagno del suo benefattore, il rettore del convento, celebre asceta, saggio e scrittore. E chi andava a fargli visita nella sua cella lo trovava il più delle volte con la penna in mano, curvo su una pergamena, avendo al suo fianco il maestoso re degli animali…

Sarà vera questa storiella raccontata dai più antichi biografi di San Girolamo? Secondo alcuni autori, sì; per altri, invece, si tratta di pura leggenda. Nonostante la controversia, tutti concordano che nulla potrebbe trasmettere ai posteri una nozione così puntuale rispetto a San Girolamo quanto immaginarlo convivere con un leone. Sì, infatti questo grande Padre della Chiesa fu un uomo dal carattere forte ed esplosivo, ardente di zelo per la gloria di Dio e instancabile difensore della Fede che, poiché proclamava la verità con gagliardia, meritò di esser paragonato dalla Chiesa a un leone.

Giovane studente a Roma 

L’Impero Romano d’Occidente si trovava ormai al tramonto quando Girolamo giunse a Roma per la prima volta, intorno all’anno 360. Era allora un giovinetto di 12 anni di età, intelligente, deciso e volonteroso, con un futuro promettente davanti a sé. Figlio di una famiglia cristiana e benestante, egli aveva concluso la scuola elementare nella sua patria – la piccola Stridone, città della Dalmazia – e veniva a studiare in una delle famose scuole di grammatica e retorica della capitale dell’Impero.

Due caratteristiche del nuovo alunno risvegliarono presto l’attenzione dei maestri: il singolare talento letterario e il vivo entusiasmo per i classici latini, che a quell’epoca costituivano la base dell’apprendimento delle lettere. Girolamo si deliziava con la lettura di questi autori – dei quali, Cicerone era il suo preferito – non risparmiò denaro né sforzi per farsi una biblioteca personale, copiando di proprio pugno varie opere. Inoltre, dotato di un’eccellente memoria, memorizzava i testi con facilità e, col suo animo bellicoso, non esitava a declamarli davanti alla classe, sfidando le burla dei colleghi e le critiche dei professori.

Sempre attratto dalla polemica, divenne un assiduo frequentatore del foro, dove poteva integrare le lezioni apprese in classe, osservando da vicino la nobile arte oratoria. Tuttavia, se questa lo incantava, non lo illuse mai. Bambino sagace, comprendeva quanto quelle discussioni – che molte volte terminavano in offese personali – erano in genere mosse dalla vanità, mirando alla fortuna e all’applauso degli altri. E lui aspirava a cose più alte.

Sebbene fosse ancora catecumeno – poiché a quel tempo normalmente si posticipava il Battesimo a dopo l’adolescenza –, aveva aderito con tale determinazione ai principi religiosi trasmessi dai genitori, che neppure l’ambiente di decadenza dell’Urbe riuscì a scuotere le sue convinzioni. Così, nei giorni festivi era solito visitare le catacombe in compagnia di alcuni amici virtuosi, per venerare insieme i sepolcri dei martiri. Forse quelle gallerie sacre avranno risvegliato in lui l’incanto per la fortezza dei figli della Chiesa, i quali, affrontando i cesari, le moltitudini e le fiere, avevano abbracciato la morte con gioia, per amore del Regno dei Cieli. Anche lui voleva essere ammesso in questa Istituzione Sacra, generatrice di Santi ed eroi.

Quando aveva più o meno 20 anni di età, chiese il Battesimo. Sebbene non abbia lasciato nessuna descrizione delle circostanze in cui ricevette questo Sacramento – che, come è ritenuto, gli fu amministrato da Papa Liberio –, le affermazioni da lui fatte in scritti posteriori denotano quanto l’avvenimento segnò la sua vita, al punto da dichiarare che si sentiva “romano non solo per lignaggio, ma soprattutto per aver ottenuto presso la Cattedra di San Pietro la sua consacrazione nella milizia di Cristo”.1

Prima esperienza monastica 

Conclusi gli studi, il giovane neofita partì per la Gallia. I motivi di questo viaggio sono sconosciuti. È probabile, però, che uno di essi fosse il desiderio di iniziare una carriera prestigiosa nella città di Treviri, che, essendo residenza abituale dell’imperatore Valentiniano I, offriva numerose opportunità. Lì egli fece il primo passo del suo glorioso percorso, non occupando una carica in quell’Impero che stava per crollare, ma servendo all’immortale Chiesa Cattolica.

Alcuni decenni prima, era arrivato a Treviri Sant’Attanasio, esiliato da Costantino, e che portava una novità per l’Occidente: la forma di vita ascetica dei monaci orientali. E certamente fu nel contatto con i religiosi appena stabilitisi nella Gallia Belgica che la grazia parlò all’anima di Girolamo, aprendola alla vocazione monastica.

Fin tanto che rimase in quella città, continuò ad aggiungere libri alla sua biblioteca personale. Nel frattempo, copiò codici molto differenti da quelli che fino a quel momento erano stati oggetto del suo interesse: due opere di Sant’Ilario di Poitiers, di cui una è il Commento sui Salmi. Con la sua trascrizione, si aprivano per Girolamo le porte dell’esegesi, nella quale egli in breve avrebbe fatto rendere i suoi talenti, producendo veri gioielli per il mondo cristiano.

La sua prima esperienza di vita monastica avvenne poco dopo, ad Aquileia, dove si unì a un gruppo di asceti da lui denominato “quasi coro dei beati”,2 in tal modo erano animati dall’amore a Dio e dalla benevolenza reciproca. La Provvidenza, però, aveva altri progetti per loro. Nel desiderio di visitare la Terra Santa e conoscere l’eroismo dei solitari del deserto, abbandonò quella convivenza paradisiaca e si mise in cammino verso l’Oriente.

Dove sta il tuo tesoro… 

L’itinerario del lungo viaggio passava per la città di Antiochia, nel sud dell’attuale Turchia, la cui popolazione, composta da giudei, greci e siriani, formava una società molto ellenizzata. Lì Girolamo si fermò per qualche tempo, ospitato in casa di un amico, in condizioni che gli permisero di approfondire il suo studio della lingua greca.

Tuttavia, il suo spirito non era in pace. Voleva servire Cristo; per amore a Lui aveva rinunciato alla carriera, alla famiglia e a tutti i suoi beni… eccetto uno: “Io non riuscivo a staccarmi dalla biblioteca che con tanto lavoro avevo formato a Roma. Arrivavo a digiunare – povero me! – per non tardare a consegnarmi alla lettura di Tullio. Dopo lunghe veglie in preghiera e di lacrime uscite dal fondo del mio cuore per il profondo ricordo dei miei peccati passati, prendevo Plauto in mano. Se, tornando alla ragione, decidevo di leggere un profeta, mi annoiavo col suo stile incolto; e siccome la cecità dei miei occhi m’impediva di vedere la luce, attribuivo la colpa al sole, e non ai miei occhi”.3

Egli si trovava in una grande lotta interiore quando, un giorno, si ammalò gravemente, con febbri acute che lo obbligarono a stare a letto. Gli capitò allora un fenomeno curioso: “Mi sono sentito all’improvviso trasportato in spirito fino al tribunale del Giudizio. […] Interrogato sulla mia condizione, ho risposto che ero cristiano. Ma chi lo presiedeva replicò: ‘Menti, tu sei ciceroniano e non cristiano; là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore (Mt 6, 21)’. Allora ammutolii e, tra le frustate – infatti Egli aveva ordinato che mi frustassero –, mi tormentava di più il fuoco della coscienza, considerando questo versetto: Chi negli inferi canta le tue lodi? (Sal 6, 6)”.4

Le buone disposizioni di Girolamo gli ottennero alla fine l’indulgenza del Signore, che lo liberò. Tornato in sé, aveva sulla schiena i segni delle frustate e sentiva dolori nel corpo. “Rimprovera il saggio ed egli ti amerà” (Pr 9, 8), dice l’Autore Sacro. Non fu diversa la reazione di Girolamo: “Da quel momento, mi sono dedicato allo studio delle letture divine come prima non avevo fatto con quelle profane”.5 Dalla fedeltà a questa grazia sorsero corollari così eccellenti e abbondanti, che la Chiesa lo riconosce e venera come il Dottore Massimo nell’interpretazione delle Scritture.6

Inno dell’ora delle Lodi(Edizione brasiliana del Libro delle Ore)Traduttore ed esegeta della Bibbia,
sei stato un sole che la Scrittura illumina;
le nostre voci, Girolamo, ascolta:
noi ti lodiamo la vita e la dottrina.
Relegando gli autori profani,
il mistero divino hai abbracciato,
quale leone, che abbatte gli eretici,
i messaggi della fede hai preservato.
Hai studiato la parola divina
nei luoghi della stessa Scrittura,
e, bevendo nelle fonti il Cristo,
hai dato a tutti del miele la dolcezza.
Aspirando al silenzio e alla povertà,
nel presepio hai trovato un rifugio;
hai dato il velo a vedove e vergini,
Paola ed Eustochio hai portato con te.
Dal grande dottore istruiti,
proclamiamo, fedeli, Dio trino;
e risuonano per tutti i tempi
i messaggi del libro divino.

Prezioso frutto della lotta alle tentazioni 

Con “pochi libri e molte idee elevate”, 7 il monaco itinerante partì da Antiochia per la regione desertica di Calcide in Siria, vicino all’odierna Aleppo. Cercava la solitudine, ma non riuscì a goderne per molto tempo, poiché in quel deserto c’erano numerosi eremiti, e alcuni di loro divennero suoi compagni.

In questo periodo, egli subì dure tentazioni. Con l’aiuto della grazia, le combatté energicamente, unendo alla preghiera e alla penitenza un mezzo efficace per allontanare i suggerimenti del demonio: si dedicò a imparare la lingua ebraica, con l’aiuto di un frate di origine israelita. “Quanto lavoro ho consumato in questo compito” – ricordava ormai anziano – “quante difficoltà ho affrontato, quante volte, senza speranza, ho desistito per poi ricominciare”.8

Oltre a rendergli meriti in Cielo, questi ardui momenti di studio furono, in realtà, le fondamenta della colossale missione che anni più tardi egli avrebbe portato a termine, traducendo la Bibbia dall’ebraico e dal greco al latino. E per questo aggiungeva: “Ringrazio ora il Signore, poiché colgo i dolci frutti di una così amara semina”.9

La Provvidenza volle concedergli ancora due importanti prerogative: il sacerdozio, che ricevette ad Antiochia, non appena fece ritorno dal deserto e gli insegnamenti di San Gregorio Nazianzeno, di cui fu discepolo per tre anni, a Costantinopoli. Sotto l’impulso di questo insigne maestro, San Girolamo tradusse dal greco al latino la Cronaca di Eusebio di Cesarea e le Omelie di Origene.

Patrono dei traduttori 

Un’esigenza della Santa Chiesa lo fece ritornare a Roma nel 382, convocato da Papa San Damaso per partecipare al Concilio Generale che si sarebbe lì realizzato quell’anno. Nonostante ciò, quando l’evento terminò, il Santo Padre lo trattenne al suo fianco, prendendolo come segretario e consigliere. L’amore e l’obbedienza al Vicario di Cristo erano al di sopra di tutte le aspirazioni del saggio asceta: solo tre anni dopo, a seguito della morte del Santo Pontefice, egli sarebbe tornato in Oriente.

Più che di soluzioni a problemi ecclesiastici, in questo soggiorno a Roma si occupò di lavori relativi alle Scritture, di cui il grande propugnatore era il Papa stesso. Questi lo consultò su diversi passi biblici, e le risposte tanto lo soddisfecero – non solo per la chiarezza e profondità, ma anche per il bello stile –, che presto gli ordinò la revisione del testo latino dei Vangeli, le cui versioni erano, oltre che inesatte, molto poco letterarie.

San Girolamo iniziò così la sua gigantesca opera di traduzione della Bibbia, in primo luogo a partire dal testo greco e, anni più tardi, utilizzando gli originali ebraici, dove sarebbe risultata la famosa Vulgata. Per questa magistrale impresa, e per le sagge regole di traduzione che lasciò consegnate nei suoi scritti, egli oggi è considerato, a giusto titolo, il patrono dei traduttori.

Guida, maestro e vero padre 

Come gigli nati nel fango, c’erano in quella decadente Roma, contaminata dal paganesimo, anime nobili di sangue e ideali. Erano dame dell’alta aristocrazia, vergini e vedove, che, congregate da Santa Marcella, desideravano raggiungere la perfezione cristiana. Soccorrevano poveri e infermi, e difendevano schiavi; ma anche le attirava la vita ascetica: digiunavano, si dedicavano a pratiche pietose, si riunivano per recitare i Salmi e studiare la Bibbia. In San Girolamo esse trovarono un mentore, una guida, un maestro e un vero padre. Egli le orientava sui sentieri dell’ascetismo, le istruiva nella scienza delle Scritture, e giunse a costituire un progetto monastico per queste anime di élite, in una proprietà di Santa Marcella, che finì per non realizzare.

In tale miriade di sante spiccano Santa Paola e sua figlia Santa Eustochio, che lo seguirono nel suo viaggio definitivo in Oriente, insieme ai monaci, suoi compagni. Dopo un pellegrinaggio in Terra Santa e una breve permanenza in Egitto, la comitiva si stabilì a Betlemme, dove, quasi quattro secoli prima, era nato il Salvatore. Sopra la rustica Grotta che allora Gli era servita da riparo, si ergeva ora l’imponente Basilica della Natività, costruita dall’Imperatore Costantino.

Presso il Presepio del Signore 

In questo così agognato raccoglimento, il Santo Dottore trascorse gli ultimi 34 anni della sua vita, senza smettere di lavorare: alle mortificazioni e ai lunghi periodi di preghiera seguivano ore di intensa attività, in cui scriveva o dettava i suoi commenti esegetici e lettere – avendo tra i suoi corrispondenti il celebre Vescovo di Ippona, Sant’Agostino –, e componeva opere di carattere biografico e sulla Storia della Chiesa. Fu sempre lì che egli elaborò vibranti trattati apologetici, nei quali “contestò energicamente e vivacemente gli eretici che rifiutarono la Tradizione e la Fede della Chiesa”.10

Dove egli trasse la forza per essere fedele a una missione così alta? Analizzando il suo lungo tragitto, possiamo notare un fattore innegabile della sua santità: un amore appassionato alla Madre di Dio, così presente nell’insieme della sua opera che “si potrebbe parlare con una certa libertà di ‘mariologia girolaminiana’”. 11 Uno degli scritti più famosi in cui manifesta il suo grande amore per la Madonna è il trattato in difesa della verginità di Maria, contro Elvidio, detrattore di questo privilegio. Le parole con cui lo conclude – nel suo stile inflessibile di sempre – denotano una sincera pietà mariana: “Siccome penso che tu, sconfitto dalla verità, comincerai a diffamare la mia vita e a lanciarmi maledizioni […], ti avverto, preventivamente, che queste tue invettive, lanciate con la stessa bocca con cui hai calunniato Maria, saranno per me motivo di gloria”.12

A Betlemme, dove brillò la luce della salvezza del mondo nelle mani di Maria Santissima, terminò i suoi giorni. Avendo lui forgiato la sua indole ferrea nel crogiolo della polemica e dell’ascetismo monastico, e nella soavità della devozione alla Madonna, si trasformò nel “sole che la Scrittura illumina”, nel leone che, “abbattendo gli eretici”, preservò i “messaggi della Fede”.13

1 PENNA, Angelo. San Jerónimo. Barcelona: Luis Miracle, 1952, p.19. 
2 SAN GIROLAMO. Eusebii Chronicorum. L.II, ad ann. 379: ML 27, 507. 
3 SAN GIROLAMO. Ad Eustochium, Paulæ filiam. De custodia virginitatis. Epistola XXII, n.30: ML 22, 416. 
4 Idem, ibidem. 
5 Idem, 417. 
6 Cfr. BENEDETTO XV. Spiritus Paraclitus, n.1. 
7 MORENO, Francisco. São Jerônimo. A espiritualidade do deserto. São Paulo: Loyola, 1992, p.31. 
8 SAN GIROLAMO. Ad Rusticum monachum. Epistola CXXV, n.12: ML 22, 1079. 
9 Idem, ibidem. 
10 BENEDETTO XVI. Udienza generale, del 7/11/2007. 
11 PENNA, op. cit., p.424. 
12 SAN GIROLAMO. Adversus Helvidium. De perpetua virginitate Beatæ Mariæ, n.22. In: Obras Completas. Tratados apologéticos. Madrid: BAC, 2009, vol. VIII, p.115. 
13 MEMORIA DI SAN GIROLAMO. Inno di Laudi e Vespri. In: COMMISSIONE EPISCOPALE DI TESTI LITURGICI. Liturgia delle Ore. Petrópolis: Ave Maria; Paulinas; Paulus; Vozes, 1999, vol.IV, p.1330.

(Rivista Araldi del Vangelo, Settembre/2014, n. 136, p. 19 – 23)

30 settembre: San Girolamo

La Santa Chiesa Cattolica ha sempre visto San Girolamo come un uomo scelto da Dio per spiegare e far capire meglio la Sacra Bibbia. Per questo è stato dichiarato Patrono di tutti coloro che nel mondo si dedicano a far capire e amare di più
la Parola di Dio registrata nelle Sacre Scritture.

“E le porte degli inferi non prevarranno contro di essa”! È nei periodi conturbati per la Chiesa che sorgono le grandi guide. Il periodo che si trova tra la fine del IV secolo e la metà del V secolo fu uno di questi periodi. Errori ed eresie abbondavano nel seno della Cristianità. Quindi sorsero grandi luminari della santità e della scienza: Sant’Ilario di Poitiers, Sant’Ambrogio, di Milano, il grande Sant’Agostino. C’era ancora un altro luminare, che con i precedenti, formò l’insieme dei “Santi Padri della Chiesa”: San Girolamo, la cui festa si celebra il 30 settembre, il “mese della Bibbia”.

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Girolamo di Stridone

Girolamo nacque nel 342. Era figlio di Eusebio, della città di Stridone, già ai confini tra la Pannonia e la Dalmazia, in terre non lontane da Aquileia, in Italia. La sua famiglia era cristiana, nobile e ricca. Seguendo le usanze dell’epoca, fu battezzato soltanto a 18 anni, tuttavia ebbe un’educazione cristiana fin da bambino.

Suo padre percepì presto le attitudini precoci di Girolamo verso lo studio e attese soltanto che arrivasse all’adolescenza per mandarlo a studiare a Roma. Lì, usando la piccola fortuna datagli da suo padre, cercò i migliori maestri. Ebbe una giovinezza abbastanza libera.

Nel centro del mondo civilizzato di allora, il giovane si dedicò con molto impegno agli studi della grammatica, della retorica e della filosofia. Studiò il latino con un famoso professore di lingue pagano chiamato Donato.

Girolamo divenne un grande latinista ed anche un bravo conoscitore del greco e di altre lingue.

Girolamo e i classici romani e greci

Egli dedicava ore ed ore dei suoi giorni a leggere, a studiare e persino a imparare a memoria libri di grandi autori latini: Cicerone, Virgilio, Orazio, Tacito, e trovava ancora disposizione per conoscere gli autori greci, tra cui Omero e Platone. Talmente grande era il suo entusiasmo e la sua ammirazione per gli scrittori classici che presto formò una biblioteca soltanto con le loro opere, arrivando persino a copiare a mano diversi di questi libri.

Dedicando così tanto tempo a questi autori, non trovava quasi mai occasioni per le letture cristiane. Nonostante si trovasse in questa situazione per nulla conveniente, tuttavia, non aveva rotto con i principi che aveva conosciuto nell’infanzia, non aveva tagliato del tutto i legami con le sue radici cristiane.

Fu certamente la sua inesperienza giovanile che lo portò a tuffarsi senza censura nell’ambiente mondano e dissoluto della Roma del suo tempo. Più che un fuorviato esasperato, egli fu una vittima del modismo dell’epoca.

Molto tempo dopo, Girolamo ammise che questo comportamento lo aveva allontanato dal suo vero cammino. Ciò nonostante, egli ricordava anche che Dio non lo aveva mai abbandonato e che lo guidava costantemente. Fu in quell’occasione che egli divenne catecumeno. Continuava i suoi studi e si preparava per essere battezzato. Spesso trascorreva le sue domeniche a Roma visitando le catacombe. Lì meditava sulla fede dei martiri, ammirava il loro atteggiamento e venerava le loro reliquie.

Girolamo battezzato

Girolamo ricevette il santo battesimo nell’età adulta. Fu battezzato dal Papa Liberio. Già come cristiano, fece un viaggio di studi per le Gallie. Per accompagnarlo portò con sé suo fratello di latte Bonoso.

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In quel viaggio a Treveris, decise di affidarsi al servizio di Dio e, dopo aver conosciuto lì una delle più famose accademie che esistevano in Occidente, continuò il suo viaggio.

Si recò prima in Grecia, in seguito visitò parte del Medio Oriente. In quei luoghi, in una regione desertica vicino ad Antiochia, visse alcuni anni in piena solitudine.

In quell’occasione aveva già iniziato a indirizzare i suoi studi verso altre aree del sapere umano, al di fuori dei classici. Allora approfittò del suo tempo per studiare ebraico con un ebreo convertito. La sua intenzione era quella di poter studiare le Sacre Scritture nel loro idioma originale. Ciò non fu facile. Soltanto il fine a cui ora destinava ai sui studi e il suo costante desiderio di conoscenza lo mantennero nel suo intento.

Arrivò ad affermare: “Dio solo sa le fatiche che ciò mi ha causato e gli sforzi che mi sono costati. Quante volte mi sono scoraggiato e quante volte ho desistito e sono tornato grazie al desiderio di sapere; lo so io quello che ho sofferto, e lo sanno anche coloro che vivevano in mia compagnia. Adesso rendo grazie al Signore, perché colgo i saporiti frutti delle radici amare degli studi” (P. José Leite, Santos de Cada Dia, Editorial Apostolado da Oração, Braga, 1987, vol. III, p. 104.)

Girolamo: tentazioni e consolo

In quel periodo, le difficoltà e le fatiche che questi studi gli recavano non erano la sola sofferenza che ebbe. Gli fu necessario affrontare un nemico più sottile, intelligente e cattivo.

Dio permise che il demonio lo torturasse. A ogni istante il maligno lo assaliva con tentazioni e desideri immondi contro il sesto comandamento. Per combatterli Girolamo si affidava alla preghiera e alla penitenza. Erano digiuni che a volte duravano intere settimane. Ma Dio non lo abbandonava”.

In mezzo alle tentazioni, il Signore lo consolava: “dopo aver pianto molto e aver contemplato il cielo, mi accadeva a volte di essere introdotto all’interno dei cori degli angeli. Pazzo di gioia, io cantavo… (P. José Leite, Santos de Cada Dia, Editorial Apostolado da Oração, Braga, 1987, vol. III, p. 105)

Cristiano, no: Ciceroniano!

Girolamo volle visitare Gerusalemme. Voleva camminare sulla Terra Santa, venerare i luoghi che erano stati santificati dalla presenza di Nostro Signore. Colse l’occasione del suo soggiorno a Gerusalemme per approfondire le sue conoscenze della lingua ebraica, egli desiderava avere un mezzo in più per conoscere meglio le Sacre Scritture. In questo modo sarebbe stato più sicuro delle risposte alle domande che il Papa San Damaso gli faceva costantemente riguardo i passi difficili dei Libri Sacri.

Tuttavia leggere la Sacra Scrittura non gli recava piacere. Per Girolamo il testo biblico era troppo semplice e non aveva ornati… Si era impegnato nella lettura dei classici latini e greci e si era abituato “all’eloquenza” e “all’eleganza” della letteratura in stile pagano. Sentiva molta aridità nella lettura della Bibbia. Nonostante fosse un saggio per il mondo, un conoscitore con ampia visione delle scienze di allora, continuava cieco alle cose più elevate, le cose divine.

Affinché potesse cambiare vita fu necessario che Dio stesso richiamasse la sua attenzione. Girolamo, anni più tardi, raccontò in una lettera ad una delle sue discepole, Santa Eustochia, ciò che gli accadde:

Correva l’anno 374, egli si trovava in Antiopia e faceva austere penitenze. In preghiera Girolamo ebbe una visione. Era stato portato in cielo e si vedeva davanti al Giudizio di Dio. Nostro Signore Gesù Cristo stesso presiedeva il Tribunale e lo interrogava sul suo stato d’animo e sulla sua Fede.
Sono cristiano. Risponde Girolamo. E il Giudice replicò severo:

Menzogna!…Tu non sei cristiano, ma ciceroniano…

Ciò sarebbe stato lo stesso che dire: “Non siete di Cristo, siete di Cicerone”.

Il Giudice ordinò che fosse fustigato. I testimoni chiesero pietà argomentando che egli era ancora giovane e avrebbe potuto correggersi, pentirsi e salvarsi. Dinanzi a ciò che gli succedeva, Girolamo riconobbe lo stato d’animo in cui si trovava e in questa situazione fece l’unica cosa che gli sarebbe stata conveniente: riconobbe il suo errore, chiese perdono.

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Percepì che era stato perdonato, quindi in quell’istante fece il fermo proposito di correggersi, uscendo da quello stato di riflessione pieno di compunzione, molto pentito e colmo dell’amore di Dio.

“Da quel momento mi impegnai con molta diligenza e attenzione a leggere le cose divine come non avevo mai fatto con quelle umane”, concluse il Santo nella sua lettera a Santa Eustachia. (Pe. Ribadaneira, in La Leyenda de Oro, op. cit., p. 644)

Girolamo convive con i Santi

Girolamo si ritirò quindi nel deserto del Chalcis, in Siria e vi trascorse quattro anni. Conduceva una vita da monaco e approfittò di quel periodo per approfondire le sue conoscenze di ebraico e per studiare gli scritti di San Paolo di Tebe. Lasciò l’ambiente monacale e si diresse verso Costantinopoli. Voleva vedere e ascoltare San Gregorio Nanzianzeno. Grazie alla sua oratoria e alla sua erudizione, questo Santo era noto come “il Teologo”.

Rimase lì tre anni a studiare con San Gregorio. Fu San Gregorio che gli aprì lo spirito all’amore per la esegesi delle Sacre Scritture. Fu in quella occasione che Girolamo ebbe l’opportunità di fare una grande e profonda amicizia con altri due luminari che brillavano nella Chiesa dell’Oriente: San Basilio e suo fratello San Gregorio di Nissa.

Girolamo Sacerdote

Egli stette per qualche tempo anche in Antiochia della Siria dove servì il Vescovo Paolino che lo incentivò a ricevere il sacramento dell’Ordine.

Aveva più di trent’anni quando divenne sacerdote. Ottenne condizioni speciali di vita sacerdotale. Avrebbe potuto continuare la sua vita come monaco e non essere sottomesso alla giurisdizione di nessuna diocesi. Non svolse quasi mai il ministero sacerdotale. Divenne un monaco per il quale l’isolamento monacale era occasione per una dedizione totale allo studio, alla riflessione, alla preghiera, avendo come obiettivo la diffusione del cristianesimo.

Gli fu possibile in quella occasione, con molta difficoltà, studiare l’ebraico e perfezionare le sue conoscenze del greco, con lo scopo di poter capire meglio le scritture nelle sue lingue originali.

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Girolamo pensò di ritirarsi nel deserto per pentirsi dei suoi peccati. Voleva soprattutto sacrificarsi per allontanare da sé le forti tendenze e i grandi desideri che lo spingevano alla sensualità. In quel luogo di silenzio e di isolamento, egli pregava. Digiunava molto e passava le notti senza dormire, in preghiere e sacrifici. Tuttavia, non trovò la pace. Dio gli riservava l’incontro con una scoperta: la sua missione non era vivere in solitudine. Girolamo tornò a Roma.

Girolamo segretario del Papa

A causa del modo di essere e della mentalità dei popoli orientali, nella Chiesa dell’Oriente c’erano diversi ambienti in cui gli errori dottrinari trovavano terreno propizio dove svilupparsi. Le eresie si diffondevano e causavano confusione in tutto il corpo sociale.

La situazione era tale che si rese necessaria una reazione dell’autorità spirituale e di quella temporale. Esse dovevano unirsi per difendersi dagli errori che vi abbondavano. A questo proposito l’Imperatore Teodosio e il Papa San Damaso decisero di convocare un sinodo a Roma.

Il segretario dell’evento avrebbe dovuto essere Sant’Ambrogio, però il colto e famoso vescovo di Milano si ammalò gravemente. Per sostituirlo il Papa invitò Girolamo. Egli svolse questo incarico con grande eficienza e saggezza. Riconoscendo le sue doti straordinarie e il suo grande sapere, il Papa San Damaso volle averlo accanto a sé e lo nominò suo segretario non appena si concluse il sinodo.

Nominato segretario, Girolamo divenne l’incaricato a redigere le lettere inviate dal Pontefice. Aveva un altro compito molto importante all’interno del governo della Chiesa: “quello di rispondere a tutte le domande che riguardavano la religione, di chiarire le difficoltà delle chiese particolari [diocesi], delle assemblee sinodali, di prescrivere a coloro che ritornavano dalle eresie ciò che dovevano credere o no, e di stabilire a questo scopo regole e formule” (Les Petits Bollandistes, Vies des Saints, d’après le Père Giry, par Mgr. Paul Guérin, Bloud et Barral, Libraires-Éditeurs, Paris, 1882, tomo XI, p. 565)

Girolamo e le Sacre Scritture

Il Papa voleva avere una traduzione della Bibbia che fosse il più possibile fedele ai testi originali.

I testi biblici esistenti fino ad allora, avevano imperfezioni di linguaggio e imprecisioni di traduzione. Il Papa percepiva la necessità di una traduzione che fosse un testo unico e uniforme che servisse come base nella liturgia, negli studi e nelle preghiere dei fedeli, giacché le versioni popolari erano imperfette e passibili di confusione tra i fedeli.

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Fu allora che il Papa San Damaso incaricò San Girolamo di tradurre il testo delle Sacre Scritture in latino. Il Papa sapeva che il suo segretario sarebbe stato in condizione di portare a termine questo importante progetto. Aveva già avuto prove della profonda conoscenza che Girolamo aveva dei testi biblici. La sua fama di latinista erudito e esperiente poliglotta era nota a tutti. Oltre al latino, egli conosceva bene il greco e l’ebraico e capiva bene anche l’aramaico, lingue molto legate ai testi Sacri.

Il lavoro di San Girolamo occupò quasi tutta la sua vita. Scriveva con classica eleganza il latino e tradusse tutta la Bibbia. Da questo lavoro nacque il testo della Bibbia noto come “Vulgata”, che significa “di uso comune”. Questa traduzione fu ampiamente usata per quasi quindici secoli. Il suo testo divenne ufficiale con il Concilio di Trento e cedette il suo posto soltanto negli ultimi tempi, dopo gli studi linguistici esegetici più recenti.

Nel lavoro lasciato da San Girolamo, egli mostra il suo acuto senso critico, un amore straordinario per la Parola di Dio ed una grande ricchezza di informazioni sui tempi, sui costumi e sui luoghi riguardanti la Sacra Bibbia. Papa Clemente VIII affermò che San Girolamo, in questo lavoro di somma importanza, fu assistito e ispirato dallo Spirito Santo.

La dedizione straordinaria che San Girolamo ebbe nella traduzione delle Sacre Scritture può avere, di fatto, soltanto un motivo di origine soprannaturale. E ciò si conferma nel vedere le spiegazioni date da lui stesso nel giustificare il proprio impegno in questo importantissimo lavoro: “Compio il mio dovere, obbedendo ai precetti di Cristo che dice: ‘Esaminate le Scritture e cercate e troverete’ affinché non dobbiate sentire ciò che fu detto agli ebrei: ‘Vi siete sbagliati, perché non conoscete le Scritture né il potere di Dio’. Se di fatto, come dice l’Apostolo Paolo, Cristo è il potere di Dio e la saggezza di Dio, colui che non conosce le Scritture non conosce il potere di Dio e neanche la sua saggezza. Ignorare le Scritture vuol dire ignorare Cristo”. (Pe. José Leite, op. Cit., p. 106.)

Girolamo perseguitato a Roma

Fino alla morte di San Damaso occorsa nell’834, Girolamo rimase a Roma. “Tutti andavano da lui, ognuno cercava di guadagnare la sua simpatia: certi lodavano la sua santità, altri la dottrina, altri la sua dolcezza e il tratto soave e benigno, ed infine, tutti lo guardavano come in uno specchio di virtù, di penitenza, e oracolo di saggezza”. (Pe. Ribadaneira, op. cit. p. 645.)

A Roma si creò, intorno a Girolamo, un ampio cerchio di amicizie, soprattutto di matrone dell’alta società, che lo aiutavano con risorse economiche per finanziare i suoi lavori, e che lo guidavano negli aspri cammini della santità di carattere monastico.

Tuttavia, gli alti incarichi che svolgeva, la durezza con cui doveva correggere i difetti esistenti nel seno dell’alta classe sociale, gli recarono anche ogni tipo di invidia. A Roma, dove non accettavano il suo modo energico di correzione, Girolamo si sentiva incompreso e calunniato. Dopo la morte del Papa San Damaso, i nemici di San Girolamo iniziarono una vera campagna di diffamazione e persecuzione contro di lui.

Girolamo cambia Roma per Betlemme

Talmente negativo era l’ambiente che si era creato a Roma contro Girolamo che egli decise di allontanarsi dalla Città Eterna, e si recò definitivamente in Terra Santa. Si stabilì a Betlemme, dove rimase con Sant’Eustachio, Santa Paola e sua figlia Eudossia e con altri seguaci, a predicare in Palestina e in Egitto.

Diverse ricche signore romane che si erano convertite attraverso i suoi insegnamenti e consigli, lo accompagnarono e andarono ad abitare presso la Grotta del Presepe, sotto la sua guida spirituale. Sotto la direzione del Santo, fondarono un monastero maschile e uno femminile, quest’ultimo diretto da Santa Paola. Queste signore avevano venduto tutto ciò che possedevano a Roma. Con i soldi ricavati aiutarono San Girolamo nella costruzione di un convento per uomini e tre per le donne, oltre a costruire una casa per accogliere pellegrini che arrivavano da tutte le parti del mondo per visitare il luogo in cui era nato Gesù.

San Girolamo però viveva una vita da monaco, con rigide penitenze. Trascorse i suoi ultimi 35 anni in un grande covo, vicino alla Grotta del Presepe. In quel luogo continuò fino alla morte i suoi studi e i lavori biblici. Con molta energia scriveva ancora contro gli eretici che si azzardavano a negare le verità della Santa Chiesa Cattolica, tra cui Elvidio e Gioviano.

San Girolamo e Sant’Agostino

Vi fu un principio di polemica tra i due grandi Dottori della Chiesa, Sant’Agostino e San Girolamo. Però tutto fu chiarito: si trattava di un malinteso tra questi due luminari del cristianesimo. Tutto fu spiegato, le cose si misero in ordine e un’amicizia che non si era mai sciolta continuò piena di rispetto. Essi continuarono uniti fino alla morte, sarebbe meglio dire persino in Cielo.

San Girolamo diceva che Sant’Agostino era “suo figlio per l’età, e suo padre in dignità”, visto che era Vescovo. Da parte sua, il Vescovo di Ippona gli scrisse: “Ho letto due vostri scritti che mi sono capitati tra le mani e li ho trovati così ricchi e pieni che non vorrei altro che, per approfittarne nei miei studi, stare sempre accanto a voi”. (7 – Edelvives, El Santo de Cada Día, Editorial Luis Vives, S.A., Saragoça, 1955, tomo V, p. 307.)

Il 30 settembre 420 morì San Girolamo. Era molto anziano e morì cresciuto in virtù. Lo stesso giorno, in una visione, apparve a Sant’Agostino e descrisse come era lo stato delle anime beate in Cielo…

* * * * * * * * *

Il Leone di San Girolamo

Un certo pomeriggio, come facevano ogni giorno nelle ore canoniche, i monaci erano riuniti ad ascoltare le lezioni della giornata. San Girolamo si trovava tra di loro e ascoltava attento. Improvvisamente tutti si resero conto che un leone si avvicinava. Vi fu una corsa generale. San Girolamo mantenne la calma: fu l’unico. Si alzò e si avvicinò a quell’ospite non invitato…

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Era un animale enorme che usava soltanto tre zampe per camminare. La quarta zampa la teneva in alto. Era ovvio che il leone non avrebbe potuto parlare, ma dava l’impressione di voler comunicare qualcosa e offrì a Girolamo la zampa che portava sollevata. Il monaco la esaminò e si rese conto che l’animale era gravemente ferito.

Girolamo chiamò il meno timoroso dei monaci per aiutarlo a pulire e curare la ferita in carne viva, infetta e ancora piena di spine. Girolamo curò l’animale, gli tolse le spine e lo medicò con unguenti. L’animale guarì.

Le cure offerte all’animale ammansirono la “bestia”. Il leone passò allora a camminare pacificamente per il monastero. Ovunque si trovasse San Girolamo, insieme a lui si trovava l’animale che si comportava come un animale domestico.

Girolamo mostrò ai monaci una prima lezione tratta dall’accaduto: “Pensate a questo e voi potrete trovarvi lezioni di vita. Io credo che non sia stato tanto per la cura della sua zampa che Dio lo inviò fino a noi, perché il leone si sarebbe curato senza il nostro aiuto. Dio ci inviò questo leone per mostrare quanto la Provvidenza era ansiosa di farci avere ciò di cui abbiamo bisogno per il nostro bene”.

Il giumento fu rubato o mangiato dal Leone?

I monaci suggerirono allora che il leone fosse usato per accompagnare e proteggere il giumento che portava la legna per il monastero. E fu così per molto tempo: il leone curava il giumento mentre questo lavorava.

Un giorno però, il leone dormì mentre il giumento pascolava, e alcuni mercanti che passavano lo rubarono. Il leone si svegliò e cominciò a cercare il giumento. Cercò per tutta la giornata senza trovarlo. Tornò nel monastero e rimase davanti al portone. Sembrava fosse consapevole della sua colpa: non aveva più l’andatura imponente che sembrava avere quando camminava accanto all’asinello.

Alcuni monaci conclusero che il leone aveva mangiato il giumento. E si rifiutarono di alimentarlo, dicendogli di tornare per mangiare ciò che avanzava della sua vittima. Era stato il leone ad aver ucciso il giumento? Girolamo ordinò che andassero a cercare la carcassa del giumento. Non trovarono nulla e non videro alcun segno di violenza.

Quando San Girolamo venne a saperlo disse: “Sono triste per la perdita dell’asino, ma non fate ciò al leone. Trattatelo come prima, dategli da mangiare. Esso farà il lavoro del giumento: dovrà portare sul suo dorso la legna di cui abbiamo bisogno”. E così fu.

Un Leone che compie la volontà di Dio

Il leone svolgeva regolarmente il suo lavoro, ma continuava a cercare il suo vecchio compagno. Un giorno, dall’alto di una collina, vide sulla strada alcuni uomini su dei cammelli e uno di loro su un giumento.

Il leone gli andò incontro. Avvicinandosi, riconobbe il suo vecchio compagno e cominciò a ruggire. I mercanti spaventati corsero lasciando il giumento, i cammelli e il carico che portavano. Come avrebbe fatto un cane pastore, il leone condusse gli animali verso il monastero.

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Quando i monaci videro quella insolita sfilata corsero da San Girolamo, che andò fino al portone e lo aprì dicendo: “Scaricate i cammelli e il giumento, lavate le loro zampe e date loro da mangiare. Aspettiamo per vedere cosa voleva mostrare Dio a questo suo servo quando ci diede il leone”.

Fidati della tua Pecora

I monaci seguirono le istruzioni di Girolamo. Il leone cominciò a ruggire di nuovo e a muovere la coda allegramente. Dispiaciuti a causa di ciò che avevano pensato del Leone, ricordarono un pensiero noto nella regione: “Fratello, fidati della tua pecora, anche se per qualche tempo ti sembrerà un avido ruffiano. Dio farà un miracolo per guarire il suo carattere”.

Girolamo, a conoscenza di ciò che sarebbe successo, disse: “Fratelli miei, preparate una buona acqua, bibite e frutta perché arriveranno nuovi ospiti che dovranno essere trattati bene”. Ciò fu fatto come il Santo aveva chiesto, e subito un gruppo di mercanti si trovava davanti al portone. Nonostante fossero stati accolti bene dai monaci, corsero da San Girolamo e si prostrarono ai suoi piedi, chiedendo perdono e ringraziandolo per l’accoglienza.

Girolamo disse ancora ai monaci: “date loro le bibite e lasciateli partire con i loro cammelli e i loro carichi”. Tramite il Leone, Dio provvede alle necessità del monastero.

In segno di gratitudine, i mercanti offrirono metà dell’olio che i cammelli portavano per essere usato nelle lampade del monastero, e lasciarono ancora del cibo per i monaci. Quindi, il capo dei mercanti disse: “Noi daremo tutto l’olio di cui avete bisogno durante tutto l’anno e i nostri figli e nipoti saranno istruiti a seguire quest’ordine: nulla della vostra proprietà sarà mai toccato da qualcuno di noi”.

San Girolamo accettò l’offerta, e i mercanti da parte loro accettarono le bevande. Partirono con la benedizione del Santo e tornarono felici dal loro popolo.

San Girolamo, traendo una lezione da tutta questa storia, rispose alla domanda che egli stesso aveva fatto anteriormente: “vedete miei fratelli cosa aveva in mente Dio quando ci mandò il suo leone!”

Questo racconto è stato da noi adattato. Cerca di dare una breve spiegazione del perché l’iconografia di solito raffigura San Girolamo con un leone accanto a lui.

Note:

Nel libro “Vita Divi Hieronymi” (Migne. P.L., XXII, c. 209ff.) tradotto in inglese da Helen Waddell in “Beasts and Saints” (NY: Henry Holtand Co., 1934), possiamo trovare questo racconto nella sua totalità. (JSG)

Fonti:
http://www.acidigital.com/santos/santo.php?n=96 
http://www.franciscanos.org.br/carisma/artigos/saojeronimo.php 
http://evangelizacaoefe.blogspot.com/2009/10/vida-de-sao-jeronimo.html

12 settembre 2019: Festa del Santissimo Nome di Maria

Madonna di Pompei

Beata Maria Vergine del Rosario

“Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori”…così recita l’Ave Maria che tutti i cattolici imparano fin da piccoli e non c’è forse giorno migliore di questo 12 settembre per prendersi il tempo di una preghiera visto che proprio oggi ricorre l’onomastico della Madre di Gesù Cristo.

MARIA, LA MADRE E L’AMORE

Per la Chiesa è la Madre di tutti, non solo di chi è venuto “dopo Cristo” ma dell’intera umanità che proviene direttamente da quell’affetto materno incarnato dal Santissimo Nome di Maria:per tutte le Maria (o nomi compositi) oggi è il caso di fare un deciso buon onomastico, ma Santa Maria per l’intera Chiesa Cattolica non è altro che la testimonianza reale dell’Amore di Cristo per ciascuno dei suoi Figli. «Dopo il nome di Gesù non c’è nome più dolce e soave da invocare di quello della Madre Sua e nostra», scrive Vatican News, il canale ufficiale della Santa Sede, per celebrare la giornata di oggi sotto il nome e la benedizione della Madre di tutti. Il nome di Maria porta consolazione a chi è afflitto, allieta il mondo ma non solo: «il nome di Maria fa anche inchinare gli angeli al solo pronunciarlo, e fa tremare dalla paura i demoni», conclude il Vaticano esortando alla festa dell’intera cristianità in questo 12 settembre. (agg. di Niccolò Magnani)

I 3 SIGNIFICATI DEL SANTISSIMO NOME

Sono tre i principali significati del nome di Santa Maria, che quest’oggi viene celebrata dalla Chiesa cattolica. Il primo, come ricorda il sito dei Papaboys, è quello di “mare”, dall’ebraico Maryam, nome che viene usato per esprimere la “sovrabbondanza delle grazie sparse sopra di lei”. Così come tutti i fiumi sfociano prima o poi nell’oceano, “così tutti i tesori delle grazie celesti, tutte le eccelse prerogative e carismi furono versati sopra l’anima della Vergine”. Il secondo significato è quello di amarezza, visto che il cuore della Beata Vergine Maria nuotò in un mare di angoscia, così come aveva del resto già predetto il Profeta: “Come la Vergine era stata colmata più di tutti i Santi di grazia, così più di tutti loro doveva bere il calice amaro della passione del suo Figliuolo Gesù”. Infine il terzo significato, stella, una parola che ritroviamo anche nell’appellativo con cui la Chiesa invoca la stessa madre di Gesù: «Ave, Maris Stella». Questo vocabolo lo si evince anche dalle parole di S. Bernardo, che racconta così di Maria Santissima: “Ella è la pura e gloriosa stella che sorge da Giacobbe ed illumina tutto il mondo; la sua luce brilla nei cieli e penetra negli abissi, percorre la terra, infiamma d’amor divino ogni cuore, suscita le virtù e distrugge il vizio”. (aggiornamento di Davide Giancristofaro)

SANTA MARIA OGGI 12 SETTEMBRE

Il 12 settembre la Chiesa cattolica e il mondo cristiano nella sua interezza dedicano la giornata alla celebrazione del Santissimo Nome di Maria. Questa importantissima e sentita ricorrenza ha origini antiche, perchè risale, fonti storiche alla mano, al XII secolo. Tuttavia, per dovere di precisione, va detto che in quell’epoca era una festività celebrata soltanto nel territorio che oggi corrisponde a quello della Spagna. Il suo carattere di celebrazione a livello universale per quel che concerne tutto il mondo cristiano è dovuta alla decisione di Papa Innocenzo XI, il quale sul finire del 1600 e precisamente nel 1685, decise che la ricorrenza istituita da Giulo II doveva essere celebrata dai cristiani in ogni parte del mondo cattolico.

Date queste coordinate storico-temporali, parlando di Maria, si può iniziare con il dire che essa nasce nel I secolo a.C. e che la sua famiglia d’origine è di condizioni sociali non troppo agiate. Maria a 14 anni viene fatta convolare a nozze con Giuseppe, ebreo come Maria e di professione falegname. Le fonti ci raccontano che, secondo la tradizione ebraica, una volta celebrata l’unione, la sposa può andare a vivere sotto lo stesso tetto con il marito soltanto dopo un anno. Questo è il motivo per cui quando l’Arcangelo Gabriele si presenta a Maria, quest’ultima è ancora nella casa dei genitori. Dopo l’annuncio dell’Arcangelo Gabriele, che comunica a Maria che sta portando in grembo il figlio del Signore, i Vangeli raccontano di come Giuseppe rimanga spiazzato dalla gravidanza, considerando il fatto di non vivere ancora con Maria. Tuttavia una notte, in sogno, gli appare un angelo che gli svela come suo figlio sarà Gesù. Poi Giuseppe e Maria vanno a vivere nella stessa casa. Quando le cose sembrano andare avanti tranquillamente, ecco arrivare la necessità di andare a Betlemme, per rispondere al censimento richiesto dalle autorità romane. Il viaggio è molto complicato e Maria alla fine partorisce in una grotta, perché nessuno ha ospitato lei e Giuseppe. Successivamente alla nascita di Gesù e dopo l’incontro con i Re Magi, Maria e Giuseppe sono costretti a darsi alla fuga perché Erode è sulle tracce loro e del figlio di Dio. Degli anni giovanili di Gesù si sa davvero poco e le fonti tornano ad essere abbastanza ricche quando Gesù ha 30 anni. Troviamo Maria, ormai vedova, che conscia del ruolo di suo figlio, lo saluta mentre è in partenza per predicare la parola del Signore. Inoltre, Maria è sotto la croce, a vegliare il Figlio negli ultimi attimi della sua vita terrena. Di lei si sa che la morte la coglie pochi anni dopo: e subito dopo aver esalato l’ultimo respiro, Maria viene assunta in Cielo.

Santissimo Nome di Maria, uno dei culti più importanti del mondo cattolico

Il culto del Santissimo Nome di Maria, come è facilmente intuibile, risulta essere uno dei più importanti e sentiti in tutto il mondo cattolico, ma anche in altre religioni, come ad esempio il protestantesimo. Questa importanza è certificata anche dal fatto che sono diverse le città, tra cui ad esempio Roma, che festeggiano questa ricorrenza in modo molto sentito.

PLINIO CORREA DE OLIVEIRA E SAN MICHELE

Wonderful image of a statue of St. Michael the Archangel

Nell’anno 2008 ricorreva il centenario della nascita di quel grande pensatore cattolico che è stato il brasiliano Plinio Correa de Oliveira (1908-1995), sarebbe opportuno che il suo libro “Rivoluzione e Controrivoluzione”  stampato per la prima volta nel 1959 avesse la massima diffusione tra i cristiani militanti perché in esso è delineata una lucidissima strategia vincente contro i nemici e gli avversari del Cattolicesimo. Una speciale edizione del cinquantenario del capolavoro del “ dottor Plino” come era chiamato dai suoi figli spirituali, è stata recentemente edita da Sugarco Edizioni di Milano a cura di Giovanni Cantoni leader di Alleanza Cattolica. Il libro di de Oliveira è considerato anche come il testo base di formazione socio-politica per i membri dell’associazione cattolica Milizia di san Michele Arcangelo. … 

… Per l’autore la rivoluzione ha la sua causa profonda in una esplosione di orgoglio e di sensualità che hanno ispirato una catena di sistemi ideologici dall’accettazione dei quali sono derivate le tre grandi perniciose rivoluzioni dell’Occidente: la pseudo–riforma protestante, la rivoluzione francese ed il comunismo fino ad arrivare all’attuale confusione, bruttura antropologica singola e collettiva e disordine sociale che possiamo definire come tribalismo. Nella sterminata opera omnia del grandissimo pensatore cattolico controrivoluzionario oltre mille pagine ci parlano degli angeli anzi il grande filosofo brasiliano ebbe anche delle esperienze mistiche con essi. Nell’edizione del cinquantenario, Cantoni riporta un saggio di de Oliveira, la cui elaborazione inizia nei primi anni 1950 e che non fu mai portato a termine e quindi edito,  intitolato “ Note sul concetto di Cristianità. Carattere spirituale e sacrale della società temporale e sua ministerialità”, dove l’eminente pensatore controrivoluzionario scrive: “L’angelo è un essere puramente spirituale, creato per conoscere, amare, lodare e servire Dio. Poiché questa è la sua unica ragion d’essere, a questo fine si ordinano tutte le sue potenze, tutte le sue inclinazioni naturali. A questo fine la grazia lo illumina e lo esalta, quando lo eleva all’ordine soprannaturale, dandogli la visione beatifica e l’amore soprannaturale. Quindi l’angelo ha necessità di una società: quella di Dio.

E non potrebbe vivere nell’ignoranza del Creatore. Ma questa società gli basta per due motivi. In primo luogo perché Dio è la perfezione stessa e chi Lo possiede non necessita di niente di più. In secondo luogo perché la natura dell’angelo si ordina a Dio e solo a Lui. A rigore, la natura di un puro spirito è tale che Dio potrebbe aver creato solo lui oppure aver disposto che lui non conoscesse altro essere se non Dio stesso. Ma il Creatore ha costituito in altro modo la creazione angelica. Ha voluto che gli angeli si conoscessero gli uni gli altri, istituendo quindi fra loro una vita sociale che, evidentemente, è tutta spirituale. Però questa vita sociale ha Dio come oggetto ultimo. Quindi nelle conoscenze che gli angeli comunicano gli uni agli altri, trasmettono solamente quanto ciascuno può annunciare di Dio. Così ogni angelo ha tutte le operazioni delle sue potenze applicate a Dio in due modi, uno diretto, nella misura in cui ha commercio immediato con Lui attraverso altri angeli. Così stavano le cose prima della creazione del nostro universo. Quando questo è stato creato, la sua conoscenza è stata palesata agli angeli. E, siccome il nostro universo annuncia anche, a suo modo, le grandezze di Dio, gli angeli hanno acquisito in ogni essere materiale creato oggetti immediati di conoscenza, che li portano attraverso le loro vie specifiche a Dio, oggetto unico, costante, di tutte le operazioni angeliche. L’angelo sa per che via l’osservazione del sole, della pioggerella o del tuono elevava a Dio il salmista; o per che via un fiore o un passero elevava a Dio san Francesco d’Assisi (1182-1226); oppure per che via le meraviglie dell’atomo possono elevare a Dio l’uomo moderno… e se ne serve come via verso Dio.

Chi potrà mai, in questa vita terrena – se non la Vergine Santissima -, cogliere quanto costituisce la meditazione e l’amore di un angelo che conosce tutto il nostro universo fin nel più piccolo dei suoi segreti? Vede con un solo colpo d’occhio il pulsare simultaneo della vita in tutti gli esseri e il movimento incessante e misterioso della materia negli spazi incommensurabilmente grandi nei quali si muovono gli astri; negli spazi incommensurabilmente piccoli in cui ruotano gli universi e le costellazioni degli atomi, e in tutto discerne la Sapienza Eterna, il Potere assoluto e irremovibile, la perfezione dell’amore?  Abbiamo parlato più specificamente della conoscenza e dell’amore. Una parola sulla lode e sul servizio di Dio. Fatto per lodare, l’essere angelico è di una natura per così dire “ esclamativa”. La conoscenza e l’amore non si perdono senza risonanza nelle auguste profondità del suo essere. Trasmette, comunica, esprime quanto gli accade internamente, senza dubbio per un dovere di giustizia e di amore verso dio, ma anche, indubbiamente, per un impulso della sua stessa natura. Da ciò l’incessante lode angelica, la cui magnificenza la scrittura ci manifesta tante volte con parole e con simboli così diversi. Fatto per servire, l’angelo non è solamente contemplativo, ma more suo, ha una natura attiva. Comunica agli altri quanto conosce da Dio: svolge un servizio docente. E’ l’agente della volontà di Dio nella direzione dell’universo, perché Dio governa la creazione visibile per mezzo degli angeli. E questa funzione esecutiva comporta un aspetto militante, perché è il guerriero di Dio, che prima dei secoli ha abbattuto Satana e i ribelli, e oggi combatte l’inferno, protegge i fedeli e la Chiesa nella lotta contro il potere delle Tenebre. Ecco dunque quanto l’angelo fa di sua propria natura; quanto fa come membro della società angelica; quanto la società angelica fa nel suo insieme, in quanto società, secondo l’impulso e il disegno di Dio”.

Il 28 settembre 1966 il grande filosofo cattolico tenne a San Paolo del Brasile una conferenza su san Michele ai soci e cooperatori della TPF brasiliana e così delineò la missione dell’Arcangelo: “domani abbiamo la festa di san Michele . su di lui dice il calendario liturgico: “San Michele Arcangelo, Principe delle milizie celesti, ha combattuto nel Cielo gli angeli ribelli”. Compete a lui continuare questa lotta lungo la storia per liberarci dal demonio. D’altronde, egli è il capo degli angeli custodi, è l’angelo protettore della Chiesa, colui che presenta al Padre Eterno il sacrificio eucaristico. Richiamo la vostra attenzione su questo fatto: gli è il capo degli angeli custodi non solo degli individui, ma anche delle istituzioni, a cominciare dalla più alta istituzione della Terra, la Santa Chiesa Cattolica Romana. Ci si domanda quale sia il rapporto tra queste due missioni, cioè da una parte combattere gli angeli ribelli e dall’altra proteggere la Santa Chiesa di Dio. Io ritengo  che le due missioni siano intimamente collegate. Egli difese Dio, volle servirsi di lui come di uno scudo contro il demonio. Allo stesso modo, Dio vuole che egli sia l,o scudo degli uomini e della Santa Chiesa Cattolica contro il demonio. Egli, però, non è solo scudo. E’ anche spada. Non si limita a difendere, ma attacca, sconfiggere, scaccia nell’inferno. Ecco la doppia missione di san Michele Arcangelo. e’ per questo che egli era considerato nel Medioevo un cavaliere, anzi il primo dei cavalieri, il cavaliere celeste, perfettamente leale, estremamente forte e angelicamente puro, come un vero cavaliere deve essere. Egli è anche vittorioso, poiché pone tutta la sua fiducia in Dio, e dopo la nascita della madonna, anche in Lei. Proprio come un cavaliere. San Michele è il nostro naturale alleato nella lotta contro la Rivoluzione. Cos’è il movimento contro – rivoluzionario se non un gruppo di uomini che,  mutatis mutandis, porta avanti la stessa lotta di san Michele, difendo l’onore di Dio e della Madonna,la gloria della Santa Chiesa Cattolica e della civiltà cristiana? Fra le due lotte vi è una grande affinità. Ecco perché possiamo procedere tranquilli avendo san Michele come il nostro speciale Patrono. Egli è anche il perfetto contemplativo. Scrive Dom Prosper Guéranbger: “La Chiesa considera san Michele il mediatore della preghiera liturgica. Egli è l’anello tra l’umanità e la divinità di Dio, che dispone con ordine mirabile le gerarchie visibili e invisibili, si serve, a lode della Sua gloria, del ministero di questi spiriti celesti che contemplano sempre il volto del Padre, e che sanno meglio degli uomini amare e ammirare la bellezza della Sua infinita perfezione”. Dom Guéranger afferma che san Michele presenta al Padre Eterno il sacrificio eucaristico. E, infatti, a Fatima egli è apparso con un calice in mano., cosa vuol, dire Michele? Mi – cha – El  “Chi è come Dio?”. Nella sua brevità, questo nome esprime la lode più eccelsa, l’adorazione più perfetta, il riconoscimento più completo della trascendenza divina. Esprime anche, per contrasto, la perfetta umiltà della creatura, un nulla di fronte all’Infinito. Perché chi esclama “Chi è come Dio!”, afferma contestualmente che egli non è niente. E’ l’umiltà perfetta, l’umiltà propria al cavaliere, che non ha niente né di dolciastro né di romantico. Continua Dom Guéranger: “La Chiesa che è quaggiù invita anche gli spiriti celesti a benedire il Signore, a cantare le Sue lodi e a benedirlo incessantemente. La vocazione contemplativa degli angeli è il modello della nostra vocazione, come ha ricordato San Leone nella prefazione al “Sacramentario”. E’ veramente degno e giusto ringraziare il Signore che, attraverso San Michele, ci insegna che la nostra vita dev’essere rivolta al Cielo. Ecco ciò che dobbiamo chiedere nel giorno della sua festa”. Gli angeli sono membri della forte celeste. Nel Cielo, essi vivono nell’eterna contemplazione di Dio, conoscendolo, amandolo, lodandolo e servendolo sempre di più. Questa contemplazione si traduce in grandi celebrazioni,m che alcuni mistici hanno potuto vedere. Non si tratta di mere metafore. Il Cielo è un’eterna celebrazione in cui Dio mostra sempre di più le Sue grandezze egli angeli, insieme ai santi, lo acclamano con nuove lodi trionfali che non finiranno mai. Questa è la felicità celeste. Il Cielo è la patria della nostra anima. Noi siamo stati creati per il Cielo, solo il Cielo soddisfa pienamente tutte le aspirazioni della nostra natura.     Questa felicità, però, comincia già sulla terra. Nelle epoche di vera fede, per l’anima delle persone pie, salvo poi diffondersi per tutta la società, come un tesoro comune a tutta la Chiesa. E’ proprio ciò che manca nei giorni nostri., l’uomo moderno non ha la minima idea di cosa sia la felicità celeste. E senza questa idea, egli non può avere nemmeno appetenza per il Cielo.

L’uomo moderno è impantanato nel puro appetito dei beni terreni. Se egli potesse comprendere, anche se fugacemente, cos’è una consolazione dello Spirito Santo, cos’è una grazia dello Spirito Santo,m cos’è il  riflesso della felicità celeste che si può avere già su questa terra, egli forse potrebbe iniziare il cammino del distacco dai beni terreni, e cominciare a capire come tutto è transitorio, come tutto quaggiù diventa alla fine polvere. ecco di cosa abbiamo bisogno oggi, e che gli angeli possono aiutarci a ottenere. Loro, che sono già inondati della felicità celeste, possono comunicarcela. E’ un fenomeno mistico per il quale, in un certo qual modo, gli angeli possono farci partecipare alla loro felicità, alla loro celebrazione meravigliosamente armoniosa. E’ un po’ come se il canto degli angeli arrivasse fino all’orecchio di coloro che aprono l’anima alla grazia divina, dandogli uno speciale appetito per le cose del Cielo. Il nostro tempo risente drammaticamente della mancanza di tale appetito. Troppe persone si interessano so,o alle cose della terra, il denaro, la politica, il godimento mondano, le notizie frivole di ogni giorno.

Non si interessano più delle cose dottrinali e, tantomeno, delle cose del Cielo. Chiediamo agli angeli che ci comunichino il desiderio delle cose celesti di cui loro sono pieni. Ecco un’intenzione per la festa di domani. Chiediamo, in particolare, che san Michele faccia di noi perfetti cavalieri della Madonna”.

Monte Sant’Angelo

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