I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia

L’Eucaristia, l’Immacolata e il Sommo Pontefice!

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“Io sono l’Immacolata Concezione!”

Le apparizioni di Lourdes nel Carisma degli Araldi del Vangelo

Le apparizioni di Lourdes nel Carisma degli Araldi del Vangelo

Le apparizioni di Lourdes nel Carisma degli Araldi del Vangelo

Quest’anno si commemorano i 160 anni delle apparizioni di Lourdes, e il 16 aprile ricorre il giorno della morte della veggente, Santa Bernardette Soubirous. Tali commemorazioni ci spingono ad approfondire il significato degli avvenimenti soprannaturali accaduti nella Grotta di Massabielle. Abbiamo quindi scelto di intervistare un sacerdote specializzato in Lourdes, padre Mario Varela, EP, appartenente a un carisma recente: gli Araldi del Vangelo.

Gli Araldi del Vangelo sono un’Associazione Privata di Fedeli di Diritto Pontificio, approvata dal Vaticano nel 2001. Come si può notare nel loro stemma, la loro spiritualità è nettamente mariana e si sarebbe portati a pensare che tra le diverse devozioni e apparizioni della Vergine, la patrona da loro scelta sia la Madonna di Fatima, dato anche che il loro fondatore, Mons. Joao Scognamiglio Cla Dias, a Lei ha dedicato due dei suoi libri.

Invece, padre Mario ci risponde che “non è semplicemente così”. La devozione verso la Madre di Dio nel carisma degli Araldi abbraccia anche, e in modo particolare, le apparizioni di Lourdes. Ma lasciamo la parola a padre Mario.

Come guardano gli Araldi del Vangelo alle apparizioni di Lourdes? Si direbbe piuttosto che ad attirare l’attenzione del vostro carisma sia il carattere profetico del messaggio di Fatima. Esiste un interessamento anche verso i prodigi operati da Maria nella grotta di Massabielle?

Per noi Araldi del Vangelo, Fatima ha un’importanza del tutto speciale. A Fatima, infatti, la Madonna ha dato degli annunci profetici, in linea con le aspettative profetiche del nostro ispiratore, il Prof. Plinio Correa de Oliveira, che, nella sua fanciullezza, mosso da illuminazioni soprannaturali e prima di conoscere il messaggio della Cova de Iria, si accorse con chiarezza della situazione di crisi del mondo e della necessità di un intervento divino di portata grandiosa. A queste aspettative, si aggiunse in lui anche la mozione interiore di sperare nella pronta vittoria di Dio sopra il caos che dilagava – parliamo degli anni ‘20 del secolo scorso – e, fedele a queste intuizioni, ricevette anni dopo con immensa gioia la notizia delle visioni dei tre pastorelli ai quali la Vergine annunziava terribili eventi ma prometteva alla fine il trionfo del suo Cuore Immacolato. Per questo motivo, dopo aver fondato gli Araldi del Vangelo, Mons. Joao Scognamiglio, che del Prof. Plinio era discepolo, ha voluto dedicarsi con particolare impegno a diffondere il messaggio di Fatima, incontrando una fervida accoglienza nei fedeli assetati di guide profetiche per i nostri tempi.

Ma, veniamo a Lourdes. Se a Fatima la Madonna è stata una profetessa esimia nell’annunciare il futuro e nel compiere i suoi vaticini, a Lourdes, non tanto le sue parole – rimaste sconosciute una volta che Santa Bernardette le ha portate con sé nella tomba – quanto il Suo stesso intervento è stato veramente profetico. Per questo motivo, gli Araldi del Vangelo hanno vivida devozione per queste apparizioni e per la veggente Santa Bernardette.

In che senso si potrebbe parlare di un carattere profetico nella storia di Lourdes? Potrebbe sembrare a prima vista un po’ forzato considerare le apparizioni a Bernardette sotto questa luce soprattutto per chi è abituato a guardare a Lourdes come a un grande ospedale di misericordia e di cura.

Anzitutto, sarebbe improprio negare a Lourdes la gloria di essere, di fatto, un ospedale di misericordia spirituale e fisica. La Madre di Dio, come ricordava lo stesso Prof. Plinio, ha voluto mostrare in quell’angolo nascosto della Francia la magnanimità e la sollecitudine della migliore di tutte le madri. Così, secondo il professore, quel tragico e magnifico corteo di ammalati di Lourdes, venuti dai cinque continenti caricando su di sé il dramma del dolore umano frutto del peccato originale, si avvicina alla fonte di acqua viva scavata da Bernardette ai piedi di Maria per essere guarito o risollevato. Lourdes è il luogo dove per eccellenza la Vergine Immacolata spande il suo amore su uomini e donne di tutte le nazioni, di tutte le lingue e, in un certo senso, di tutte le religioni, poiché non solo i cattolici accorrono alla grotta benedetta cercando la guarigione, tante persone appartenenti ad un credo diverso o che si dichiarano atee sono guarite dalla Madonna, e, nella maggior parte dei casi, vanno via avendo anche ritrovato la vera fede.

Considerare, però, Lourdes solo sotto quest’aspetto sarebbe incompleto. Per gli Araldi del Vangelo il panorama che si scorge dalla piccola Lourdes è molto più ampio. Fu lo stesso Prof. Plinio a cogliere l’immensa portata profetica di quest’apparizione mariana.

Quando sentiamo il cantico del Magnificat, infatti, ci accorgiamo del desiderio espresso da Maria di un potente intervento divino per rimettere a posto l’ordine delle cose. Proprio il rovesciare i potenti dai troni e l’esaltare gli umili era la sua grande aspettativa. E chi sono gli umili? Coloro che si affidano al Signore e non si fanno forti delle proprie capacità o delle proprie risorse. Ebbene, un intervento così forte lo ha realizzato Lei stessa, la Santissima Vergine Maria, all’ombra di quella grotta che era così insignificante fino a un attimo prima delle sue apparizioni.

E in che senso si potrebbe attribuire alla Madonna un tale intervento a favore degli umili? Lei fa riferimento, magari, alla scelta dell’umile veggente?

Sì, ma non solo. Infatti, la scelta dell’umile Bernardette è sicuramente un segno del grande intervento profetico di Maria. A tal proposito bisogna ricordare che non solo la veggente quanto anche il luogo scelto per le apparizioni era estremamente umile e di poco spessore e ciò nonostante, ambedue furono esaltati per il loro legame con la Madonna: la ragazzina semplice, sofferente e ignorante è stata glorificata dalla Chiesa con il riconoscimento dell’eroicità delle sue virtù e la sperduta grotta di Massabielle è oggi conosciuta, venerata e frequentata da folle immense.

Tuttavia, bisogna approfondire ancora meglio il contesto storico delle apparizioni per capire il loro vero significato e il loro effetto, benefico sui buoni e deleterio sul male, giacché, come spiegava il Prof. Plinio: “Lourdes fu una delle più straordinarie manifestazioni della lotta di Nostra Signora contro il demonio”.

Il secolo XIX fu segnato da un anticlericalismo e da un ateismo praticamente di moda, in particolare negli ambienti francesi. Una figura come quella di Ernest Renan, con la sua Vie de Jesus in cui veniva riconosciuta l’esistenza storica di Cristo ma se ne negava la divinità, è caratteristica di un’era difficile per la fede. In Italia il Papato era sotto assedio, e, d’altra parte, gli sviluppi scientifici sembravano far prevedere un’era di autosufficienza umana che avrebbe dispensato l’uomo da qualsiasi dipendenza dal divino.

Ebbene, si racconta che fu proprio Renan, dopo una sua visita a Lourdes, a dire di essere dovuto scappare da quel luogo schiacciato dal peso dei miracoli. Quella fu una vittoria della Vergine che, consentendo al soprannaturale di strappare il pesante velo ateistico della società moderna, ostentava la Sua esistenza con semplicità e fierezza.

Ecco, quindi, il primo degli aspetti profetici di Lourdes tante volte dimenticati: il Signore mediante la Madonna ha mostrato la forza del suo braccio nel rovesciare moralmente alcuni potenti atei promossi dalla società laicista e anti-clericale, esaltando invece i figli della Chiesa, la cui fede si vide corroborata dai numerosi miracoli rigorosamente studiati dal punto di vista scientifico da un comitato medico, istituito dalla Chiesa, prima che di essi se ne dichiarasse l’autenticità.

Ecco, padre Mario, Lei ci ha indicato il colpo dato all’ateismo come esempio del carattere profetico di Lourdes. C’è qualche altro aspetto da segnalare?

Sì, la difesa del Papato. Il Vicario di Cristo è il servo dei servi di Dio. Così volle chiamarsi San Gregorio Magno e così hanno continuato a fare i suoi successori fino ad oggi. Dunque il Papa è annoverato tra i fratelli più piccoli di Gesù a cui fa riferimento il Vangelo di San Matteo (25, 40). Ed è proprio grazie a questa umiltà relativa all’incarico, che il Papato è stato difeso direttamente dalla Vergine nelle apparizioni di Lourdes in due modi. In primo luogo, confermando in modo mirabile non solo la veracità ma persino l’opportunità della dichiarazione del dogma dell’Immacolata Concezione di Maria, fatta da Pio IX nel 1854. La Vergine, infatti, nel rivelare la sua identità a Santa Bernardette in dialetto le disse: “Que soy era Immaculada Councepciou”. La ragazzina, senza capire cosa potessero significare tali parole, ignorante com’era della dottrina e del dogma dichiarato dal Papa poco prima, si avviò in fretta verso la canonica per trasmettere al parroco, Don Peyramale, la notizia. Questi, al sentirla ripetergli quelle precise parole– poiché fino a quel momento non era convinto della veridicità delle apparizioni – ne colse l’autenticità e credette, diventando il difensore della veggente.

Rivelandosi in questo modo così particolare, la Madonna inviava a Roma un suo sorriso pieno di bontà e sigillava con la sua autorità materna e con dei miracoli portentosi il dogma poco prima dichiarato. In secondo luogo, con le apparizioni di Lourdes la Vergine rafforzava la dottrina dell’infallibilità pontificia che sarebbe stata proclamata dodici anni dopo, nel 1870, dal Concilio Vaticano I nella Pastor Aeternus. L’infallibilità pontificia sarebbe diventata il maggior riconoscimento di potere dato a un uomo sulla terra, purché ispirato dallo Spirito Santo. Infatti, poter dichiarare cosa sia la verità in materia di fede e di costumi è qualcosa di grandioso. Ed ecco che il Papato, allora, attraverso l’intervento della Madonna, ha ricevuto un appoggio celeste in momenti di tremende prove. In questo modo, la Vergine, Madre della Chiesa, ha esaltato la Sposa Mistica di Cristo sottolineando l’autenticità dei poteri lasciati da Cristo al suo Vicario.

La prospettiva storica è senz’altro bella. Forse qualcuno potrebbe dire che tutto ormai sia già accaduto, cioè che Lourdes sia un fatto del passato senza un chiaro legame con il presente e con il futuro soprattutto dal punto di vista profetico, dal momento che tanti ammalati continuano ad andare lì solo per cercare la guarigione o il sollievo. Lei pensa che ci sia ancora un’attualità profetica di Lourdes?

Devo dire che la grazia di Lourdes, anche nel suo aspetto profetico, non passerà mai e resterà sempre attuale e sottilmente legata alla storia di Fatima. Il Prof. Plinio considerava le apparizioni di Massabielle profondamente vincolate a quelle di Fatima, perché entrambe fanno presentire il futuro Regno di Cristo per mezzo di Maria sull’umanità. Secondo il professore, a Fatima l’amore materno di Maria verso gli uomini si manifesta nel messaggio di avvertimento e di denuncia dell’allarmante processo di decadenza morale in cui il mondo affondava. A Lourdes, invece, Lei ha voluto prodigarsi in un’effusione di grazie e di consolazioni spirituali capaci di produrre conversioni del tutto inaspettate, accompagnate tante volte da stupendi miracoli.

È qui che troviamo l’attualità dell’aspetto profetico di Lourdes: arrivata al punto odierno, l’umanità si può risollevare solo con la forza di ausili soprannaturali straordinari. Ecco il nesso tra Cova de Iria e Massabielle: perché si compia la profezia di Fatima e vediamo il trionfo del Cuore Immacolato di Maria c’è bisogno di un intervento divino sconvolgente, simile a quello che si verificò per la conversione di Saulo. Lourdes fu e continua ad essere tuttora un segno chiaro su questa scia. Allo stesso modo in cui le acque vivificanti della fonte aperta da Santa Bernardette scorrono senza mai prosciugarsi, le grazie che scendono dalle mani immacolate di Maria, Madre di Misericordia, non finiranno mai. Così, l’angoletto sperduto tra i Pirenei sarà sempre un centro d’irradiazione di benefici spirituali insigni provenienti dalla Madre di Dio. Questo fatto fa pensare, per esempio, a quanto sarebbe opportuno e glorioso per un Papa dichiarare il dogma della Mediazione Universale di Maria nell’ordine della grazia al di sotto di Gesù.

Oggi ricorre l’anniversario della morte di Santa Bernardette. Tanti fedeli andranno a Nevers per venerare il suo corpo incorrotto, conservato in modo ammirabile. La sua figura di veggente santa avrebbe qualche relazione con il carattere profetico di Lourdes?

Sì. La parabola del figliol prodigo mostra in modo emotivo l’azione divina nel perdonare il peccatore. Il figlio di un uomo dignitoso sperpera i suoi beni in malo modo, e al momento di essere perdonato dal padre, prima viene ricoperto d’affetto e poi viene rivestito di nuova dignità. Il figliol prodigo fu nobilitato al momento del perdono.

Con Bernardette, benché fosse una ragazzina innocente, capitò qualcosa di simile quando si ritrovò davanti alla Madonna. Il suo solito modo modesto e quasi rozzo di comportarsi, veniva trasfigurato dal vedere e dal parlare con la Madonna. Un funzionario pubblico di Lourdes, scettico in materia religiosa, si convertì osservando la venerazione, la prestanza e la raffinatezza con cui Bernardette si rivolgeva alla sua invisibile interlocutrice. I sentimenti di umiltà e di contentezza della veggente verso la Santissima Vergine Maria erano ornati da un comportamento davanti al quale la corte di Versailles con tutta la sua etichetta non sarebbe sembrata che un’ombra paragonata a quella ragazza semplice che nel vedere Maria diventava spontaneamente la più sublime delle principesse.

Nel commentare questo fatto, il Prof. Plinio segnalava un misterioso fenomeno, una specie di filtrazione dei predicati della Regina degli Angeli nella persona a cui Lei si degnava di rivolgersi in dialogo. In tal modo, la semplice contemplazione degli effetti della grazia di Maria in Santa Bernardette furono sufficienti per convertire un incredulo!

Dobbiamo pensare, poi, alle lacune naturali di Bernardette che lei stessa umilmente aveva molto presenti e delle quali ringraziava il Signore con candido gradimento. Si vede anche qui un segno preannunciativo delle opere di grazia che la Madonna sta per compiere in vista del suo annunciato trionfo. Gli umili, coloro che non si fidano di se stessi ma che rimettono tutta la loro speranza nell’ausilio dall’alto, saranno trasformati, nobilitati ed elevati allo stesso modo in cui Bernardette, la modesta contadina, fu innalzata da Maria.

Concludo dicendo che in Santa Bernardette si trovano insieme la consapevolezza dei propri difetti e la coscienza riconoscente dell’opera di Dio che esalta coloro che si inchinano sotto la sua mano potente. La sua umiltà era un abisso talmente grande da sopportare tutte le malattie e le sofferenze con grande rassegnazione, malgrado il suo carattere infuocato e la sua forte personalità. Ecco la grande trasformazione di un’anima prediletta dalla Vergine Immacolata che alla fine riesce a trovare la quiete e il distacco dalle cose del mondo nella perfetta indifferenza verso le creature, per compiere in sé la volontà di Dio anche se in mezzo a prove e a difficoltà.

La vita ascetica che tenne in convento, facendo tutto quello che facevano le altre ma meglio di loro e senza volersi segnalare come virtuosa, ha il suo fondamento nelle consolazioni ricevute nella grotta, come Lei stessa ha ricordato tante volte. Per fare un esempio, nei primi anni di vita religiosa a Nevers molte volte fu trovata in lacrime. Alcune suore pensarono subito che la sua pena fosse causata dalla separazione dai familiari. Invece no. Lei stessa confessò di sentire la mancanza della grotta benedetta. E diceva alle consorelle: “Se tu sapessi quello che ho visto di bello là! Se tu sapessi come la Santa Vergine è buona!”. La fedeltà alle certezze acquisite durante le consolazioni fece sì che lei fosse fedele a Maria durante le dure prove e i periodi di aridità che non furono pochi, come le aveva preannunciato l’Immacolata Vergine: “Non ti prometto di farti felice in questo mondo, ma nell’altro!”

Anime come quella di santa Bernardette sono quelle che si lasceranno elevare dalla grazia che Gesù vuole concedere ai devoti del Cuore Immacolato di Maria, saranno quelle in cui Cristo vincerà e regnerà per mezzo di sua Madre, saranno colonne vive nel Tempio del Signore!

L’11 FEBBRAIO SI FESTEGGIA LA MADONNA DI LOURDES

L’11 febbraio 1858 la Madonna apparve per la prima volta a Bernardette Subirous nella grotta di Massabielle, tra i Pirenei francesi. Da allora, questo luogo è divenuto meta incessante di pellegrinaggi da ogni parte del mondo. Sono circa una settantina i miracoli di guarigione giudicati inspiegabili e riconosciuti dalla Chiesa che l’11 febbraio, per volontà di San Giovanni Paolo II, celebra la Giornata mondiale del malato

Ogni anno Lourdes è meta incessante di circa 5 milioni di ammalati che invocano protezione e conforto. La grotta in mezzo ai Pirenei francesi evoca le apparizioni mariane più famose della storia, riconosciute ufficialmente dalla Chiesa. Avvennero nel 1858 ed ebbero come protagonista una ragazza di quattordici anni, Bernadette Soubirous. 
La Vergine le apparve per ben diciotto volte in una grotta, lungo il fiume Gave. Le parlò nel dialetto locale, le indicò il punto in cui scavare con le mani per trovare quella che si rivelerà una sorgente d’ acqua, al contatto con la quale sarebbero scaturiti molti miracoli. Tutto ebbe inizio giovedì, 11 febbraio 1858, quando Bernadette si recò a raccogliere legna secca nel greto del fiume Gave, insieme ad una sorella e ad una loro amica. Un rumore che proveniva dal cespuglio che si trovava nella grotta attirò la ragazzina alla quale apparve la Vergine presentandosi come Immacolata concezione e confermando quindi  il dogma del concepimento immacolato di Maria promulgato da papa Pio IX l’ 8 dicembre 1854, quattro anni prima. 

Per questo l’ 11 febbraio la Chiesa celebra la memoria della Madonna di Lourdes alla quale San Giovanni Paolo II volle associare la Giornata Mondiale del Malato. Le apparizioni di Lourdes vennero ufficialmente riconosciute dal vescovo di Tarbes il 18 febbraio del 1862. Ben presto fu eretta una grande chiesa così come la Vergine aveva richiesto. Lourdes divenne subito il più celebre dei luoghi mariani. Un ufficio speciale (le Bureau médical) fu incaricato di vagliare scientificamente le guarigioni che iniziarono a verificarsi immediatamente. Di miracoli finora ne sono stati riconosciuti una settantina, ma di fatto sono molti di più. Ancora più numerose sono le conversioni.

Il racconto delle prime apparizioni

Quella mattina dell’11 febbraio 1858 era un giovedì grasso e a Lourdes faceva tanto freddo. In casa Soubirous non c’ era più legna da ardere. Bernadette, che allora aveva 14 anni, era andata con la sorella Toinette e una compagna a cercar dei rami secchi nei dintorni del paese. Verso mezzogiorno le tre bambine giunsero vicino alla rupe di Massabielle, che formava, lungo il fiume Gave, una piccola grotta. Qui c’ era “la tute aux cochons”, il riparo per i maiali, un angolo sotto la roccia dove l’ acqua depositava sempre legna e detriti. Per poterli andare a raccogliere, bisognava però attraversare un canale d’ acqua, che veniva da un mulino e si gettava nel fiume. Toinette e l’ amica calzavano gli zoccoli, senza calze. Se li tolsero, per entrare nell’acqua fredda. Bernadette invece, essendo molto delicata e soffrendo d’asma, portava le calze. Pregò l’ amica di prenderla sulle spalle, ma quella si rifiutò, scendendo con Toinette verso il fiume. Rimasta sola, Bernadette pensò di togliersi anche lei gli zoccoli e le calze, ma mentre si accingeva a far questo udì un gran rumore: alzò gli occhi e vide che la quercia abbarbicata al masso di pietra si agitava violentemente, per quanto non ci fosse nell’ aria neanche un alito di vento. Poi la grotta fu piena di una nube d’ oro, e una splendida Signora apparve sulla roccia.

La Signora aveva l’ aspetto di una giovane di sedici o diciassette anni. Vestita di bianco, con una fascia azzurra che scendeva lungo l’ abito, portava sulla testa un velo bianco che lasciava intravedere appena i capelli ricadendo all’ indietro fino all’ altezza della fascia. Dal braccio le pendeva un grande rosario dai grani bianchi, legati da una catenella d’ oro, mentre sui piedi nudi brillavano due rose, anch’ esse di un oro lucente. Istintivamente, Bernadette s’inginocchiò, tirando fuori la coroncina del Rosario. La Signora la lasciò fare, unendosi alla sua preghiera con lo scorrere silenzioso fra le sue dita dei grani del Rosario. Alla fine di ogni posta, recitava ad alta voce insieme a Bernadette il Gloria Patri. Quando la piccola veggente ebbe terminato il Rosario, la bella Signora scomparve all’ improvviso, ritirandosi nella nicchia, così come era venuta. Tre giorni dopo, il 14 Febbraio, Bernadette – che ha subito raccontato alla sorella e all’ amica quanto le è accaduto, riferendo della cosa anche in casa – si sente chiamata interiormente verso la grotta di Massabielle, munita questa volta di una bottiglietta di acqua benedetta che getta prontamente sulla S. Vergine durante la nuova apparizione, perché, così le è stato detto, su queste cose non si sa mai e potrebbe anche essere il diavolo a farle un tiro mancino… La Vergine sorride al gesto di Bernadette e non dice nulla. Il 18 febbraio, finalmente, la Signora parla. “Non vi prometto di farvi felice in questo mondo – le dice – , ma nell’ altro. Volete farmi la cortesia di venire qui per quindici giorni?”. La Signora, quindi, confida a Bernadette tre segreti che la giovane deve tenere per sé e non rivelare mai a nessuno.

10 febbraio: Santa Scolastica

La storia di Santa Scolastica ha un stretto legame con quello che, per i disegni della Provvidenza è nato per la vita, il grande San Benedetto, suo fratello gemello e padre del monachesimo occidentale, a chi ha amato di tutto il suo cuore.

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Quando Nostro Signore è venuto nel mondo, ci ha portato un nuovo comandamento: “Come Io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (Gv 13,34). Questo amore portato alle ultime conseguenze ci ha propiziato la Redenzione. E un rapporto umano regolato e ben condotto deve seguire l´esempio del Divino Maestro. Il vero amore del prossimo è quello che si nutre di altri per l´amore a Dio e che ha il Creatore come il centro, mirando alla santità di quei che amiamo. Già Santo Agostino ha insegnato che ci sono solo due amori: o si ama a sé stesso fino all´oblio di Dio, o si ama a Dio fino alla dimenticanza di sé stesso.

Così era Santa Scolastica, un´anima innocente e piena d´amore a Dio, dal quale poco si sa, ma lei quando si è aperta alla sua grazia ha acquisito eccezionale forza d´animo ed è riuscita a raggiungere l´onore dell´ altare. La sua storia ha un legame stretto a quello che per i disegni della Provvidenza è nato insieme a lei, il grande San Benedetto, suo fratello gemello e padre del monachesimo occidentale, che amava con tutto il cuore.

Benedetto e Scolastica sono nati a Norcia, in Umbria, regione d´Italia situata ai piedi degli Appenini, nell´anno 480. Insieme al fratello, ha avuto una buonissima educazione. Insieme ai genitori, cattolici e timorati di Dio, sono stati una delle famiglie più illustri di quelle montagne. Scolastica era un modello di fanciulla cristiana, molto pia, virtuosa, coltivava la preghiera e era nemica dello spirito mondano e delle vanità.

Camminava sempre all´unisono con suo fratello Benedetto, uniti già prima della nascita e gemelli anche nell´anima. Con la morte dei genitori, Scolastica ha vissuto più raccolta a casa sua. Quando viene a sapere che il fratello aveva lasciato il deserto di Subiaco e aveva fondato il famoso monastero di Monte Cassino, Scolastica ha deciso di professare anche lei la perfezione evangelica, distribuendo tutti i suoi beni ai poveri e partendo insieme a una cameriera all´incontro del fratello.

Quando lo ha trovato, gli ha spiegato le sue intenzioni di passare il resto della vita in solitudine come lui, e gli ha pregato perché fosse il suo padre spirituale, le prescrivendo le regole che dovrebbe seguire per il miglioramento della sua anima. San Benedetto, conoscendo già la vocazione della sorella ha accettato la sua richiesta e ha mandato costruire a Scolastica e alla sua cameriera una cella non molto lontana dal monastero, dando a lei praticamente le stesse regole che ai suoi monaci.

La fama di questa nuova santa eremita cresceva e, poco a poco si sono unite a lei altre giovane che si sentivano chiamate alla vita monastica e che dovevano obbedire a Santa Scolastica e a San Benedetto, dando origine così a un nuovo Ordine Femminile, che più tardi è diventata conosciuta come L´Ordine delle Benedittine, che ha avuto circa 14 mila conventi sparsi in tutto l´Occidente.

Ogni anno, qualche giorno prima della Quaresima, Benedetto e Scolastica restavano a metà del percorso per i due conventi, in una piccola casa che esisteva lì per questo fine. Loro trascorrevano la giornata tra colloqui spirituali e poi tornavano a incontrarsi solo l´anno successivo. Uno dei capitoli del libro “Dialoghi”, di San Gregorio Magno ha aiutato a salvare dell´oblio il nome di questa importante santa, che ha un posto d´onore tra le vergine consacrate. Il grande Papa narra con semplicità l´ultimo incontro tra San Benedetto e Santa Scolastica, nei quali l´innocenza e l´amore hanno vinto la propria ragione.

Era il primo giovedì della Quaresima dell´anno 547. San Benedetto era andato a vedere sua sorella alla piccola casa come d´abitudine. Hanno passato tutta la giornata insieme. Al tramonto, San Benedetto si è alzato, deciso a tornare al suo monastero, e poi tornerebbe a vedere la sorella solo nel prossimo anno. Sentendo però che la sua morte arriverebbe presto, Santa Scolastica ha chiesto al fratello che passasse la notte lì e che non interrompesse il così benedetto incontro tra di loro. E il fratello le a risposto:

“Cosa dice ? Lei non sa che non posso passare la notte fuori la clausura?”

Scolastica niente ha detto. Ha soltanto abbassato la testa e, nell´innocenza del suo cuore, ha chiesto a Dio che le concedesse la grazia di essere un po´di più insieme al fratello e padre spirituale, a chi tanto amava. Quindi, nello stesso momento il cielo si è offuscato. Lampi e tuoni riempivano il cielo di luci e frastuoni. La pioggia ha cominciato a cadere intensamente e era impossibile salire sul Monte Cassino in quelle condizioni. Scolastica ha appena chiesto a suo fratello:

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“E allora, non deve uscire ?”

San Benedetto essendo accorto di quello che era successo le ha domandato:

“Cosa ha fatto, sorella mia? Dio la perdoni per questo…”

“Io Le ho fatto una richiesta e Lei non ha voluto accoglierla. Ho pregato a Dio e Lui mi ha sentito”, ha risposto la candida vergine.

Allora, loro hanno trascorso quella notte in santa convivenza, e poi il santo fondatore ha potuto ritornare al suo monastero così si è fatto giorno. Infatti, si è confermato il presentimento di Scolastica e lei ha consegnato la sua anima a Dio appena tre giorni dopo di quel bell´avvenimento. San Benedetto ha visto, dalla finestra della sua cella, l´anima di Scolastica salire al cielo sotto la forma di una colomba bianca, simbolo dell´innocenza che lei ha sempre avuto. Il suo corpo è stato portato al monastero e lì sepolto nel tumulo prevviamente preparato. Pochi mesi dopo anche San Benedetto ha consegnato la sua anima a Dio. Sono stati per sempre uniti nella morte quei due fratelli, che in vita si erano uniti per la vocazione.

Trattando questo avvenimento della vita dei due santi, San Gregorio ha detto che il procedimento di Santa Scolastica è stato giusto, e Dio ha voluto dimostrare la forza dell´anima di una innocente, che ha messo l´amore a Dio sopra le proprie ragioni o regole. Secondo San Giovanni, “Dio è amore” (Gv 4,7) e non c´è da meravigliarsi che Santa Scolastica sia stata più potente del suo fratello, nella forza della sua preghiera piena d´amore. “Ha potuto di più chi ha amato di più”, ci insegna San Gregorio. Dunque, in quella singolare contenda l´amore ha superato la ragione.

Chiediamo a Santa Scolastica la grazia del restauro della nostra innocenza battesimale, perché cresca l´amore di Dio nella nostra anima e perché possiamo avere la forza spirituale per dire con tutta la proprietà le parole di San Paolo: “Tutto posso in Colui che mi conforta” (Fil 4,13)

9 febbraio: Beata Anna Caterina Emmerick

Finalmente questa venerabile suora, mistica, veggente, stigmatizzata del secolo XVIII, è giunta alla fine di un lungo processo di canonizzazione, durato più di 135 anni, papa Giovanni Paolo II l’ha scritta nell’albo dei Beati il 3 ottobre 2004.

Anna Catharina Emmerick nacque l’8 settembre 1774 a Flamske bei Coestfeld (Westfalia, Germania); i suoi genitori Bernardo Emmerick e Anna Hillers, erano di umile condizione ma buoni cattolici.
Da bambina faceva la pastorella e in questo periodo avvertì la vocazione a farsi religiosa, ma incontrando l’opposizione del padre; durante la sua giovinezza Dio la colmò di grandi doni, come fenomeni di estasi e visioni.
Ma questo non le giovò, in quanto fu rifiutata da varie comunità; nel 1802 a 28 anni, grazie all’interessamento dell’amica Clara Soentgen, una giovane della borghesia, ottenne alla fine di entrare nel monastero delle Canonichesse Regolari di S. Agostino di Agnetenberg presso Dülmen.
La vita nel monastero fu per lei molto dura, perché non della stessa condizione sociale delle altre e questo le veniva fatto pesare, come pure le si rimproverava di essere stata accolta dietro insistenti pressioni.
A ciò si aggiunse che soffrì di varie infermità, per le conseguenze di un incidente patito nel 1805, fu costretta a stare quasi continuamente nella sua stanza, dal 1806 al 1812.

Quando era una contadina riusciva a tenere nascosti i fenomeni mistici che si manifestavano in lei, ma nel monastero, un ambiente più ristretto, ciò non le riusciva, pertanto alcune suore o per zelo o per ignoranza la fecero oggetto di insinuazioni maligne e sospetti di ogni genere.
Nel 1811 il convento fu soppresso dalle leggi francesi di Napoleone Bonaparte e le suore disperse; Anna Caterina Emmerick nel 1812 si mise allora al servizio di un sacerdote, emigrato a Dülmen proveniente dalla diocesi francese di Amiens, don Giovanni Martino Lambert.
Ed in casa del sacerdote verso la fine di quell’anno, i fenomeni sempre presenti prima, si moltiplicarono e negli ultimi giorni di dicembre 1812 ricevette le stigmate; per due mesi riuscì a tenerle nascoste, ma il 28 febbraio 1813 non poté lasciare più il letto, che diventò il suo strumento di espiazione per i peccati degli uomini, unendo le sue sofferenze a quelle della Passione di Gesù.

Fu sottoposta ad un’indagine sulle stigmate, sulle sofferenze della Passione e sui fenomeni mistici che si manifestavano in lei, indagine che confermò la sua assoluta innocenza e il carattere soprannaturale dei fenomeni.
Si sa che ebbe visioni riguardanti la vita di Gesù e di Maria, ma soprattutto della Passione di Cristo; ad esempio fece individuare la casa della Madonna ad Efeso e il castello di Macheronte nel quale fu decapitato san Giovanni Battista.
È diventato difficile sapere quali visioni furono effettivamente sue, perché un suo contemporaneo, il poeta e scrittore Clemente Brentano (1778-1842) le pubblicò facendo delle aggiunte e abbellimenti al suo racconto, creando così una grande confusione, che pesò fortemente sul futuro processo di beatificazione.
Anna Caterina Emmerick morì a Dülmen il 9 febbraio 1824, diventando una delle Serve di Dio più conosciute in Europa. 
Per l’appartenenza da suora all’Ordine delle Canonichesse Regolari, i monaci Canonici Regolari di sant’Agostino promossero la sua causa di beatificazione, che come già accennato subì varie battute di arresto, interventi di vescovi e dello stesso papa Leone XIII, coinvolgimenti nelle vicende politiche della Germania, ecc., finché il 4 maggio 1981 ci fu il decreto sull’introduzione della causa.

Commento al Vangelo – V Domenica del tempo ordinario

VANGELO

  In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: 13 ‘Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini. 14 Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte. 15 Nessuno accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. 16 Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli (Mt 5, 13-16).

Il sale della convivenza e la luce del buon esempio

Mons. João Scognamiglio Clá Dias,EP

Mons. João Scognamiglio Clá Dias,EP

  L’invito alla santità, fatto a tutti i cristiani da Nostro Signore, ha come corollario l’obbligo di lavorare per la salvezza dei nostri fratelli, con la parola e l’esempio di vita.

I – LA STRATEGIA EVANGELIZZATRICE DI GESÙ

  Studiando la vita pubblica di Nostro Signore Gesù Cristo, possiamo verificare l’esistenza di un piano di apostolato molto ben tracciato, logico e coerente. Dopo quasi trent’anni di vita nascosta e dopo la prima fase della sua vita pubblica, giunto il momento di cominciare le sue più importanti predicazioni, il Salvatore doveva scegliere un centro strategico a partire dal quale avrebbe annunciato agli uomini il Regno di Dio.

  Poiché rifiutarono Gesù nel modo più vile, al punto da desiderare di ucciderLo, gli abitanti della piccola città dove era nato, Nazareth, diventaro- no indegni di continuare a convivere con “il figlio di Giuseppe” (Lc 4, 22). Tuttavia, anche se l’acco- glienza fosse stata rispettosa, era improbabile che Egli rimanesse lì, a causa dell’ubicazione sfavorevole della cittadina: isolata nel fondo di una valle, in una regione di difficile accesso e poco popolata, era distante dalle zone più importanti della Galilea.

Cafarnao: la città di Cristo 

   Per questo, oltre ai motivi riferiti nel com- mento al Vangelo della 3a Domenica del Tem- po Ordinario,1 Nostro Signore volle stabilirSi vi- cino alle grandi vie di comunicazione: “Avendo intanto saputo che Giovanni era stato arrestato, Gesù si ritirò nella Galilea e, lasciata Nazareth, venne ad abitare a Cafarnao” (Mt 4, 12-13). Si- tuata a est della Galilea, nelle terre che erano appartenute alle tribù di Zabulon e Neftali, la città contava, nei tempi evangelici, tra i 15 e i 20 mila abitanti, e costituiva il nucleo commerciale della zona. Ai suoi piedi, il Lago di Gene- saret – noto anche come Mare della Galilea o anche Mar di Tiberiade –, con circa 21 km di lunghezza per 12 km di larghezza, abbondava di pesci ed era affollato, tutti i giorni, da centinaia di barche di pescatori che solcavano le sue lim- pide acque. Ai margini, si ergevano numerose altre città, come Betsaida, Tiberiade, Magdala, essendo quest’ultima, allora di 40 mila anime, la più prestigiosa.2 Cafarnao si trovava in un luogo particolarmente fecondo – la Galilea era considerata il granaio della Palestina3 –, che sarebbe servita come fonte di ispirazione alle belle parabole del Divino Maestro.

  Nessun’altra regione di Israele sembrava così appropriata per ricevere la dottrina di Nostro Signore, “poiché i galilei del lago, nonostante il rapporto con migliaia di stranieri, avevano conserva- to la semplicità dei loro padri. Vivevano tranquilli del prodotto della pesca e aspettavano il nuovo regno predicato da Giovanni Battista”.4 Per questa ragione le parole di Gesù furono più ben accolte nei prati e nelle sinagoghe della Galilea di quanto lo furono nel Tempio di Gerusalemme.

  Inoltre, per la sua condizione di città di frontiera e mercantile, e grazie alla prossimità di di- verse strade importanti – tra cui la Via Maris, che univa la Siria all’Egitto –, Cafarnao offriva molti vantaggi al Redentore. Senza uscire dalla città, poteva istruire non solo i suoi conterranei, ma anche i numerosi stranieri che transitavano per questo movimentato incrocio di strade. Lì “facevano sosta i mercanti dell’Armenia, le carovane di Damasco e di Babilonia, cariche dei prodotti dell’Oriente, le guarnigioni romane che marciavano verso la Samaria o la Giudea e le moltitudini di pellegrini che nei giorni di festa salivano alla Città Santa. Quei mercanti, soldati, pagani e pellegrini attornieranno Gesù sulle rive del lago e raccoglieranno, nel cammino, i suoi divini insegnamenti”.5

  Tutte queste caratteristiche fecero di Cafar- nao la città di Cristo, come ci è riferito dal Vangelo (cfr. Mc 2, 1; 9, 33). A partire da qui No- stro Signore cominciò a predicare l’imminenza del Regno  dei Cieli e la necessità della conversione. Egli liberava i posseduti, restituiva la salute a epilettici e paralitici, guariva ogni tipo di malattie, e, di conseguenza, la sua fama cresceva ogni giorno. Oltre ai galilei, Lo seguivano grandi moltitudini provenienti dalla Decapoli, da Gerusalemme, dalla Giudea e dalle località dell’altro lato del Giordano (cfr. Mt 4, 23-25).

Rovine della città di Cafarnao – Terra Santa

Rovine della città di Cafarnao – Terra Santa

La Magna Carta del Regno di Dio

  Nell’area abbracciata dalla predicazione di Gesù si eleva una collina verdeggiante. Egli, “vedendo le moltitudini” (Mt 5, 1) che erano giunte da ogni dove in cerca di lui, salì su questa montagna e pronunciò il suo più sublime discorso, sintesi di tutti i suoi insegnamenti.

  Come abbiamo avuto l’opportunità di consi- derare in altre occasioni, 6 era già giunto il mo- mento di esporre la sua dottrina e indicare ai discepoli la via della salvezza. Così, contraddicendo in modo frontale le massime e i costumi vigenti alla sua epoca, nelle otto Beatitudini il Divino Maestro predica “agli avari la povertà, agli orgogliosi l’umiltà, ai voluttuosi la castità, agli uomini dell’ozio e del piacere il lavoro e le lacrime della penitenza, agli invidiosi la carità, ai vendicativi la misericordia e ai perseguitati le gioie del martirio”.7

  Non senza ragione queste Beatitudini ricevettero il titolo di “Magna Carta del Regno di Dio”. Come spiega il Catechismo della Chiesa Cattolica, esse “dipingono il volto di Gesù Cri- sto e ne descrivono la carità; esse esprimono la vocazione dei fedeli associati alla gloria della sua Passione e della sua Resurrezione; illuminano le azioni e le disposizioni caratteristiche della vita cristiana; sono le promesse paradossali che, nelle tribolazioni, sorreggono la spe- ranza; annunziano le benedizioni e le ricompense già oscuramente anticipate ai discepoli; sono inaugurate nella vita della Vergine e di tutti i Santi”.8

II – LE CARATTERISTICHE DELLA MISSIONE DEI DISCEPOLI

  Il semplice enunciato delle Beatitudini pre- sagiva un rinnovamento del mondo, l’avvento di una nuova civiltà, di un’umanità libera dal paganesimo. Insomma, qualcosa che la Storia ancora non aveva conosciuto. Non dimentichiamoci che in genere vigeva la schiavitù e la legge del taglione – occhio per occhio, dente per dente –, che oggi ci causa orrore, ma che nell’Antichità ha rappresentato una mitigazione della violenza radicata nella società in cui prevaleva sempre il più forte e la vendetta spietata, era una pratica comune.

  Subito dopo averle proclamate solennemente, Gesù Si rivolgerà soprattutto agli Apostoli e discepoli, utilizzando un linguaggio molto espressivo per indicare loro le qua- lità necessarie al compimento della sua missione. E lo fa davanti a tutti, in modo da render manifesto l’obbligo di coloro che sono chia- mati in modo particolare a guidare, insegnare e santificare i fedeli.

Il sale della convivenza umana 

 “In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: 13a ‘Voi siete il sale della terra”.

  Il sale è stato sempre molto apprezzato e valorizzato dall’umanità, per essere un buon conservante degli alimenti e per esaltare il loro sa- pore. Nell’Impero Romano il pagamento ai soldati era fatto con esso o anche si destinava una quantità in denaro per il suo acquisto, ori- ginando il termine salario. L’elevato grado di salinità del Mar Morto facilitò l’uso frequente di tale condimento in Palestina, da tempi immemorabili. Nel Tempio stesso c’era un deposito nel quale si conservava il sale da impiegare nelle diverse cerimonie, visto che nell’Antico Testamento non si offriva a Dio nessun animale senza prima averlo condito col sale (cfr. Lv 2, 13; Ez 43, 24), che era usato anche nella prepara- zione dei profumi liturgici (cfr. Es 30, 35).

  Affermando: “Voi siete il sale della terra”, Nostro Signore dichiara che i suoi discepoli – ossia, tutti i battezzati – devono arricchire il mondo propiziando un nuovo sapore alla con- vivenza umana, evitando la brutalità e la corruzione dei costumi.

 La grazia: il sale della vita soprannaturale 

13b “ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini”. 

  Per ben comprendere ciò che il Salvatore ci vuole insegnare con questa immagine, pos- siamo pensare a una materia neutra, simile al- la sabbia bianca, finissima, che essendo oggetto di un influsso, diventi sale. Essa salerebbe perché trasmetterebbe una proprietà che non appartiene alla sua natura, ma che le è stata infusa. Ora, se questo sale diventasse insipido, tornerebbe a esser quello che era prima, ossia, sabbia!

  In modo analogo, col Sacramento del Battesimo, che ci conferisce la grazia santificante, siamo elevati dall’ordine naturale all’ordine soprannatu- rale, e riceviamo una specie di capacità salifera per dare un nuovo sapore all’esistenza e fare il bene agli altri. Tuttavia, il discepolo che perde la vita della grazia e rinuncia a essere “il sale della terra”, “a null’al- tro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini”.

La luce del buon esempio 

14a “Voi siete la luce del mondo”.

  Affidandoci la missione di essere “la luce del mondo”, Gesù ci invita esattamente a par- tecipare alla sua missione, la stessa che era sta- ta proclamata dal vecchio Simeone nel Tempio, quando, prendendo il Bambino Dio in braccio, profetizzò che Lui sarebbe stato “luce per illuminare le nazioni” (Lc 2, 32). Nostro Signore è venuto a portare la luce della Buona Novella e del modello di vita santa. La dottrina illumina e indica il cammino, mentre l’esempio edificante muove la volontà a percorrerlo.

  In questo mondo immerso nel caos e nelle tenebre, per l’ignoranza o per il disprezzo dei principi morali, i discepoli di Gesù devono, con l’aiuto della grazia e il buon esempio, illuminare e orientare le persone, aiutandole a ravvivare la distinzione tra il bene e il male, la verità e l’errore, il bello e il brutto, indicando il fine ultimo dell’umanità: la gloria di Dio e la salvez- za delle anime, che arrecherà il godimento del- la visione beatifica.

  Affinché tutto questo si concretizzi, la condizione è essere disinteressati e ammirare tutto quello che nell’universo è riflesso del- le perfezioni divine, in modo da cercar sempre di vedere il Creatore nelle creature. Così, le nostre riflessioni e le vie avranno una luce proveniente dalla grazia. Significativa figura di questa realtà spirituale ci è offerta dalla lampada elettrica incandescente. Il tungsteno è, di per sé, un elemento vile e di scarsa utilità. Tuttavia, percorso dalla corrente elettrica e in un’atmosfera nella quale l’aria è stata sostituita, esso illumina come nessun altro metallo. L’elettricità rappresenta la grazia divina, mentre la debolezza del tungsteno simbolizza bene il nostro nulla. La necessità di un certo vuoto per l’incandescenza del filamento evidenzia ancor più come, per riflettere la luce soprannaturale, dobbiamo riconoscere con gioia il nostro vuoto, il nostro poco merito, i nostri limiti e colpe, e non opporre nessuna resistenza all’azione di Dio. In questo modo, come filamenti di tungsteno legati alla corrente della grazia, potremo esser trasmissori della vera luce per il mondo.

Il predicatore deve esser coerente

14b “non può restare nascosta una città collocata sopra un monte”.

  Relativamente prossima al monte delle Bea- titudini si eleva la città di Safed, situata a cir- ca mille metri di altitudine.9 Si suppone, allora, che Gesù abbia fatto allusione ad essa in questo passo, utilizzando un’immagine familiare a tutti i presenti. Menzionando l’impossibilità che rimanesse nascosta una città con queste carat- teristiche, Nostro Signore richiama l’attenzione sulla visibilità di tutte le azioni dell’uomo, a fortiori se egli ha ricevuto una missione speciale da Dio: “siamo diventati spettacolo al mondo, agli angeli e agli uomini” (I Cor 4, 9). In questo senso, nulla nell’agire umano è neutro, e tutto quello che facciamo si ripercuote nell’universo a beneficio o danno per le altre creature. Di con- seguenza, abbiamo l’obbligo di irradiare il bene, con la parola e con la vita.

  In virtù di questo, Sant’Antonio da Padova afferma che è indispensabile per il predicatore vivere quello che predica: “Il linguaggio è vivo, quando parlano le opere. Cessino, per favore, le parole; parlino le opere. Siamo pieni di parole, ma vuoti di opere, e, per questo, siamo maledetti dal Signore. Egli stesso maledisse il fico in cui non trovò frutto, ma solamente foglie. Al predicatore fu data la legge, scrive San Gregorio, di realizzare quello che predica. Invano si vanta della conoscenza della legge chi distrugge con le opere la dottrina”.10

La luce deve brillare per tutti 

  15 “Nessuno accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa”.

  Poste in un luogo alto per una migliore diffusione della luce, le lucerne a olio, in quell’epo- ca, erano in genere fatte di argilla, essendo dotate di due orifizi: uno per l’olio e l’altro per lo stoppino. Il linguaggio del Divino Maestro, come sempre, è allo stesso tempo semplice e molto incalzante, e l’esempio non potrebbe esser più significativo, poiché solo un insensato nasconderebbe una lucerna accesa sotto un moggio – ciotola per misurare cereali – o sotto un letto (cfr. Mc 4, 21; Lc 8, 16), dove, oltre a essere totalmente inutile, correrebbe il rischio di provocare un incendio.

Incisione biblica del XVI secolo

Incisione biblica del XVI secolo

Non abbiamo paura di praticare la virtù 

16 “Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli”.

  Come lampade che brillano nell’oscurità, Nostro Signore vuole che i cristiani illuminino gli uomini con le loro buone azioni. Cioè, il bene deve essere proclamato senza rispetto uma- no e ai quattro venti, in un mondo che ostenta la lussuria e l’ateismo. Trovandosi in un ambiente ostile, il buono molte volte tende a ritrarsi, a intimidirsi, quasi scusandosi per non essere dei cattivi… il che è assurdo! Al contrario, la verità e il bene devono godere di piena cittadinanza, ovunque.

  Tuttavia, bisognerebbe chiedere se tale raccomandazione non sia in conflitto con i consigli di Nostro Signore, trasmessi poco più avanti dallo stesso San Matteo: “Guardatevi dal praticare le vostre buone opere davanti agli uomini per essere da loro ammirati” (6, 1), e “non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra” (6, 3).

  La risposta è semplice: Gesù non vuole che le nostre buone opere siano mosse da interes- si mondani o da un desiderio di richiamare l’attenzione, come accadeva ai farisei, i quali facevano “tutte le loro azioni per essere visti dagli uomini” (Mt 23, 5) e facevano suonare la tromba quando davano qualche elemosina. Egli richiede da noi, questo sì, una vita così edificante che gli uomini si sentano spinti a imitarla, glorificando Dio il cui volto risplende in quelli che Gli sono fedeli.

  Si aggiunge a questo che lo splendore del giusto è frutto della sua unione con Dio e dell’azione della grazia, non dipendendo, pertanto, dalla volontà di ogni persona.

  “Siamo cristiani nel mondo ciò che l’anima è nel corpo”.11 Per questo, è necessario non aver paura di proclamare dappertutto la nostra Fede, la nostra vocazione, la nostra determinazione a seguire Cristo. Significativo in questo senso è il celebre episodio della vita di San Francesco d’Assisi, che invitò fra Leone ad accompagnarlo in una predicazione. I due semplicemente camminarono per la città, immersi in soprannaturale raccogli- mento, e ritornarono al convento senza dire una parola. Alla domanda riguardo la predicazione, il Santo rispose che si era realizzata per il fatto che due uomini si erano mostrati in abito religioso per le vie, conservando la modestia dello sguardo.12 È l’apostolato del buon esempio.

  Se questo era valido per il XIII secolo, quanto più lo sarà ai nostri giorni! Per tale ragione, noi, Araldi del Vangelo, ci sentiamo motivati all’uso quotidiano del nostro caratteristico abi- to: indossandolo senza rispetto umano e manifestando in forma pubblica la nostra intera adesione alla Santa Chiesa, mettiamo in pratica il mandato di Gesù.

III – SE VOGLIAMO ESSERE SANTI, DOBBIAMO ESSERE SALE E LUCE

   Il Vangelo di oggi esprime con molta chiarezza l’obbligo di prenderci cura della nostra  vita spirituale non solo per il desiderio di salvezza personale. Senza dubbio, è necessario abbracciare la perfezione per contemplare il Creatore faccia a faccia per tutta l’eternità nel Cielo, il più prezioso dono che possiamo ottenere; e dobbiamo esser virtuosi, perché lo esige la gloria di Dio, per questo siamo stati creati e di questo renderemo conto. Tuttavia, Nostro Signore ci vuole santi anche al fine di essere sale e luce per il mondo! Come sale, dobbiamo impegnarci a fare il bene agli altri, poiché abbiamo la responsabilità di rendergli la vita piacevole, sostenendoli nella fede e nel proposito di onorare Dio. Sono creditori del nostro appoggio collaterale, come membri del Corpo Mistico di Cristo. E saremo luce nella misura in cui ci santifichiamo, poiché insegna la Scrittura: “La lucerna del corpo è l’occhio; se dunque il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo corpo sarà nella luce” (Mt 6, 22). In questo modo, la nostra diligenza, applicazione e zelo nel compimento dei Comandamenti servirà al prossimo da riferimento, da orientamento con l’esempio, facendo sì che esso si benefici delle grazie che riceviamo. Così, saremo accolti da Nostro Signore, nel giorno del Giudizio, con queste consolanti parole: “In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me!” (Mt 25, 40).

Maestà di Cristo, Luce del mondo – Chiesa di San Barnaba, Marsiglia (Francia)

Maestà di Cristo, Luce del mondo – Chiesa di San Barnaba, Marsiglia (Francia)

  Al contrario, se sono orgoglioso, egoista o vanitoso, se mi preoccupo solamente di richiamare l’attenzione su di me, significa che mi sono convertito in un sale insipido che ormai non sala più, e privo gli altri del mio appoggio; se sono pigro, significa che ho spento la luce di Dio nella mia anima e non offro più l’illuminazione di cui molte persone necessitano per vedere con chiaezza il cammino da seguire. E devo prepararmi ad ascoltare la terribile condanna di Gesù: “In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me” (Mt 25, 45).

  In ultima analisi, tanto il sale che non sala quanto la luce che non illumina sono il frutto della mancanza d’integrità. Il discepolo, per essere sale e per essere luce, deve essere un ri- flesso fedele dell’Assoluto, che è Dio, e, pertanto, non cedere mai al relativismo, vivendo nell’incoerenza di esser chiamato a rappresentare la verità e farlo in forma ambigua e vacillante. Procedendo in questa maniera, la nostra testimonianza non vale a nulla e diventiamo sale che serve solo “per esser gettato via e calpestato dagli uomini”. Chi con- vince è il discepolo integro che riflette nella sua vita la luce tratta dal Salvatore degli uomini.

  Chiediamo, dunque, all’Ausiliatrice dei Cristiani che faccia di ognuno di noi vere fiaccole che ardono nell’autentica carità e illuminano per portare la luce di Cristo fino ai confini del- la Terra.________________________________________________  1 Cfr. CLÁ DIAS, EP, João Scognamiglio. L’inizio della vita pubblica. In: Araldi del Vangelo. N.57 (Gen., 2008); p. 10-17. Commento al Vangelo della III Domenica del Tempo Ordinario, in L’inedito sui Vangeli, Volume I.  2 Cfr. FERNÁNDEZ TRUYOLS, SJ, Andrés. Vida de Nuestro Señor Jesucristo. 2.ed. Madrid: BAC, 1954, p. 162-165; RENIÉ, SM, Jules-Edouard. Manuel d’Écriture Sainte. Les Évangiles. 4.ed. Paris: Emmanuel Vitte, 1948, tomo IV, p.207-209.  3 Cfr. WILLAM, Franz Michel. A vida de Jesus no país e no povo de  Israel. Petrópolis: Vozes, 1939, p.119-122.  4 BERTHE, CSsR, Augustin. Je- sus Cristo, sua vida, sua Paixão, seu triunfo. Einsiedeln: Benziger, 1925, p.112.  5 Idem, p.112-113.  6 Cfr. CLÁ DIAS, EP, João Scognamiglio. Radicale cambiamento di modelli nel relazionamento divino e umano. In: Araldi del Vangelo. N.93 (Gen., 2011); p.10-16; Commento al Vangelo della IV Domenica del Tempo Ordinario – Anno A, e in L’inedito sui Vangeli, vol. I e VII.  7 BERTHE, op. cit., p.144.  8 CCE 1717.  9 Cfr. RENIÉ, op. cit., p.208.  10 SANT’ANTONIO DA PADO- VA. Sermoni Domenicali. Pente- coste. Sermone V, n.16. In: Fon- ti francescane III. Biografie. Ser- moni. Braga: Franciscana, 1998, vol.I, p.411.  11 CONCILIO VATICANO II. Lu- men gentium, n.38. 12 Cfr. SANT’ALFONSO MARIA DE’ LIGUORI. La dignidad y santidad sacerdotal. La Selva. Sevilla: Apostolado Mariano, 2000, p.306.

8 febbraio Santa Bakhita

Molte volte le vie del Signore sono incomprensibili agli occhi umani, ma Egli sa come
guidare le anime e gli avvenimenti per realizzare il suo piano di amore e salvezza.

Suor Chiara Isabella Morazzani Arráiz , EP

Fin dai tempi più remoti, i popoli antichi, immersi nella barbarie e nel paganesimo dopo il disastro della Torre di Babele, praticavano la schiavitù. Se una nazione trionfava sull’altra nella guerra, gli sconfitti erano incarcerati e condannati all’umiliante servitù. Perfino nell’Impero Romano, così civilizzato da molti punti di vista, gli schiavi avevano lo status giuridico di “cosa” (res), sulla quale il diritto conferiva ai nobili il potere di vita e di morte.

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La Chiesa unisce l’umanità

È stata la Chiesa Cattolica che, come madre generosa, ha poco a poco reso più soave il duro giogo imposto dalla crudeltà, insegnando ovunque l’ “Amatevi l’un l’altro” (Gv 13,34), il nono comandamento di Gesù ed ha condotto le relazioni umane ad un equilibrio cristiano. Predicando l’esistenza di un’anima razionale e immortale, elevata alla partecipazione della vita divina attraverso il Battesimo, la dottrina cattolica innalza tutti alla dignità alla quale sono chiamati.

Lungi dall’abolire le diversità che derivano dalla missione e dai doni che il Creatore affida ad ogni anima in particolare, la Chiesa invita gli uomini a un rapporto di reciproco rispetto: di gioiosa sottomissione degli inferiori nei confronti dei superiori, vedendo in loro un riflesso dello stesso Dio e di affettuosa protezione di questi ultimi sui primi.

Già nel I secolo, il grande San Paolo scriveva agli Efesini una sintesi di questo stato d’animo: “Schiavi, obbedite ai vostri padroni secondo la carne con timore e tremore, con semplicità di spirito, come a Cristo, […] Anche voi, padroni, comportatevi allo stesso modo verso di loro, mettendo da parte le minacce, sapendo che per loro come per voi c’è un solo Signore nel cielo, e che non v’è preferenza di persone presso di lui.” (Ef 6, 5-9)»

Anime modello

Tuttavia, considerato l’orgoglio del cuore umano, nel corso della Storia, le ammonizioni dell’Apostolo delle genti e di tanti altri santi e predicatori, molte volte non sono state ascoltate, sia dai grandi che dai piccoli. Da qui derivano la tirannia da parte di alcuni e le ribellioni da parte di altri, causa di guerre e dissensi il cui racconto ci fa tremare di orrore.

Dio, però, ha suscitato innumerevoli uomini e donne che non solo hanno ascoltato la Sua Parola, ma hanno saputo metterla in pratica, facendosi modelli di tale portata da essere imitati dagli altri. Tutti loro, ognuno a proprio modo e secondo la propria specifica vocazione, hanno compreso a fondo la legge dell’Amore portata dal Signore e ad essa hanno conformato le loro vite.

Così è stato per la giovane schiava sudanese Giuseppina Bakhita, la cui docilità d’animo è stata tanto gradita agli occhi di Dio da portarla all’onore degli altari.»

Le vie dell’obbedienza

Dotata di un carattere docile e sottomesso, con una marcata propensione a compiere il bene agli altri, la piccola discendente della tribù dei Dagiu ha mostrato, fin dalla più tenera infanzia, di essere una prediletta di Dio.

Una volta, trovandosi con un’amica nelle vicinanze del suo villaggio, situato nella regione del Darfur, nell’ ovest del Sudan, Bakhita si imbatté in due uomini, comparsi all’improvviso da dietro un recinto. Uno di loro le chiese di andare a prendere un pacco che si era dimenticato nel bosco vicino, dicendo nel contempo alla sua compagna che poteva continuare il suo cammino e che sarebbe stata raggiunta più tardi. “Io non dubitavo di nulla, ho obbedito subito, come facevo sempre con mia madre” — ha raccontato.1

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Protetti dalla foresta e lontani da ogni possibile testimone importuno, i due estranei afferrarono la bambina portandola a forza con loro, sotto la minaccia di un pugnale. La sua ingenuità, comprensibile visti i suoi otto anni, le era costata cara.

Tuttavia, erano proprio queste le misteriose vie della Provvidenza, grazie alle quali si sarebbero realizzati i disegni di Dio nei suoi confronti. Se Bakhita fosse stata una bambina ribelle o capricciosa, non c’è dubbio che non avrebbe accettato così volentieri di fare il favore a quell’estraneo. Avrebbe accelerato il passo e, in compagnia dell’amica, avrebbe raggiunto l’abitato, dove la presenza dei suoi genitori e fratelli avrebbe impedito agli sconosciuti di farle alcun male.

La sua vita sarebbe continuata nella normalità del convivenza familiare, tra faccende domestiche e pratiche rituali del culto animista che professavano i suoi parenti. Probabilmente non avrebbe mai conosciuto la Fede Cattolica, e sarebbe rimasta nelle tenebre del paganesimo.»

Una schiavitù provvidenziale

Spinta violentemente dai suoi rapitori, Bakhita fu condotta ad una crudele e dolorosa schiavitù. Nonostante ancora lo ignorasse, stava facendo i primi passi che l’avrebbero portata, attraverso atroci sofferenze, alla vera libertà di spirito e all’incontro col grande Signore che già amava, prima di conoscerLo.

Si, fin dalla prima infanzia, Bakhita si dilettava a contemplare il sole, la luna, le stelle e le bellezza della natura, chiedendosi meravigliata: “Chi è il padrone di tutte queste cose così belle? E sentiva una grande voglia di vederlo, di conoscerlo, di rendergli omaggio”.

Insegna San Tommaso d’Aquino che “una persona può raggiungere l’effetto del Battesimo grazie alla forza dello Spirito Santo, senza Battesimo d’acqua e perfino senza Battesimo di sangue, quando il suo cuore è mosso dallo Spirito Santo a credere e amare Dio e a pentirsi dei suoi peccati”.2 È ciò che si chiama Battesimo “di desiderio” o “di penitenza”. Appoggiandoci su questa dottrina, possiamo supporre che nell’anima piena di ammirazione della schiava sudanese brillasse la luce della grazia santificante, molto prima che lei ricevesse il Battesimo sacramentale.

Per Bakhita, tuttavia, era appena cominciata la terribile serie di patimenti che si sarebbe prolungata per dieci anni. Tale fu lo choc prodotto nel suo spirito dalla violenza del sequestro da farle dimenticare perfino il proprio nome. Così, quando fu interrogata dai banditi, non fu in grado di pronunciare neanche una parola. Allora uno di loro le ha detto: “Molto bene. Ti chiameremo Bakhita”. Nella sua voce c’era un accento ironico, dato che questo nome, in arabo, significa “fortunata”.»

Patimenti durante la prigionia

Giunti in un abitato, Bakhita venne introdotta in una capanna miserevole e rinchiusa in una stanza stretta e buia, dove rimase per un mese. “Quanto ho sofferto in quel luogo, non si può dire a parole”, avrebbe scritto più tardi. Alla fine, dopo quei giorni nei quali la porta si apriva solo per lasciar passare un misero pasto, la prigioniera poté uscire, non per essere messa in libertà, ma per essere consegnata al trafficante di schiavi che l’aveva appena acquistata.

Bakhita sarebbe stata venduta per altre cinque volte consecutive, ai più svariati padroni, esposta nei mercati, incatenata ai piedi da pesanti catene e obbligata a lavorare senza tregua per soddisfare i capricci dei suoi padroni. Messa a servizio della madre e della moglie di un generale, la giovane schiava affrontò i peggiori anni della sua esistenza, come lei stessa descrive: “Le sferzate si abbattevano su di noi senza misericordia, in modo che nei tre anni che fui al loro servizio, non mi ricordo di aver passato un solo giorno senza ferite, perché non ero ancora guarita dai colpi ricevuti che altri ne ricevevo ancora, senza saperne il motivo. […] Quanti maltrattamenti ricevono gli schiavi senza alcuna ragione! […] Quante mie compagne di sventura sono morte per le percosse subite!”.

Oltre a questi e ad altri tormenti, le fecero un tatuaggio che la obbligò a rimanere immobile sulla sua stuoia per oltre un mese. Bakhita fu segnata per sempre da 144 cicatrici, oltre che da un lieve difetto nel camminare.

Una volta, interrogata sulla veridicità di tutto quanto aveva descritto, affermò di aver omesso nei suoi racconti i dettagli veramente più spaventosi, visti solo da Dio e impossibili da essere detti o scritti. La mano del Signore non la abbandonò neppure un istante. Anche nei peggiori momenti, Bakhita sentiva dentro di sé una forza misteriosa che la sorreggeva, che la spingeva a comportarsi con docilità e obbedienza, senza mai cedere alla disperazione.»

Protezione amorosa di Dio

Anni dopo, gettando uno sguardo sul suo passato, avrebbe riconosciuto l’intervento divino nelle vicende della sua vita: “Posso dire veramente che non sono morta per un miracolo del Signore, che mi destinava a cose migliori”. E a Lui manifestava la sua gratitudine: “Se io rimanessi in ginocchio la vita intera, non direi, mai, a sufficienza, tutta la mia gratitudine al buon Dio”.

Una prova della protezione amorosa di Dio, fin dall’infanzia, è data dallo stato di castità e dalla preservazione dell’anima che conservò, pur sottoposta a innumerevoli torture. “Io sono stata sempre in mezzo al fango, ma non mi sono sporcata. […] La Madonna mi ha protetto, anche se non La conoscevo. […] In varie occasioni mi sono sentita protetta da un essere superiore”.»

Il trasferimento in Italia

Nel 1882, il generale che l’aveva comprata dovette far ritorno in Turchia, suo paese natale, perciò mise in vendita i suoi numerosi schiavi. Bakhita, facendo giustizia al suo nome, risvegliò subito la simpatia del console italiano Calisto Legnani, dal quale fu acquistata. “Questa volta sono stata veramente fortunata, perché il nuovo padrone era molto buono e ha cominciato a volermi tanto bene”.

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Sebbene non risulti che il console avesse in qualche modo agito per iniziare alla Fede la giovane schiava, gli anni in cui questa visse a casa sua, furono il periodo dell’aurora dell’incontro con la Chiesa. Da cattolico che era, Legnani trattò Bakhita con bontà. Non esistevano castighi, botte, e nemmeno rimproveri, così lei poté godere della dolcezza domestica delle relazioni tra coloro che cercano di compiere i comandamenti della carità cristiana.

Di fronte all’avanzata di una rivoluzione nazionalista nel Sudan, Calisto Legnani dovette far ritorno in Italia. Su richiesta di Bakhita, la portò con sé. Appena giunti a Genova, il console cedette la giovane sudanese ai signori Michieli, amici suoi, che abitavano a Mirano, nel Veneto, avendo come compito speciale la cura della figlia, la piccola Mimina.»

L’incontro col suo vero Padrone e Signore

Un giorno, Bakhita ricevette da un amabile signore, che si era interessato a lei, un bel crocifisso d’argento: “Mi spiegò che Gesù Cristo, Figlio di Dio, era morto per noi. Io non sapevo chi fosse […]. Ricordo che di nascosto lo guardavo e sentivo una cosa in me che non so spiegare”. Poco a poco, la grazia lavorava l’anima sensibile della ex-schiava africana, aprendola alle realtà soprannaturali che non conosceva.

Nella sua Enciclica Spe Salvi, il Santo Padre Benedetto XVI così descrive il miracolo che si operò nell’intimo di Bakhita: “Dopo ‘padroni’ così terribili di cui fino a quel momento era stata proprietà, Bakhita venne a conoscere un ‘padrone’ totalmente diverso – nel dialetto veneziano, che ora aveva imparato, chiamava ‘paron’ il Dio vivente, il Dio di Gesù Cristo. Fino ad allora aveva conosciuto solo padroni che la disprezzavano e la maltrattavano o, nel caso migliore, la consideravano una schiava utile. Ora, però, sentiva dire che esiste un ‘paron’ al di sopra di tutti i padroni, il Signore di tutti i signori, e che questo Signore è buono, la bontà in persona. Veniva a sapere che questo Signore conosceva anche lei, aveva creato anche lei – anzi, che Egli la amava. Anche lei era amata, e proprio dal ‘Paron’ supremo, davanti al quale tutti gli altri padroni sono essi stessi soltanto miseri servi. Lei era conosciuta e amata ed era attesa. Anzi, questo Padrone aveva affrontato in prima persona il destino di essere picchiato e ora la aspettava « alla destra di Dio Padre»”.3»

Un’inattesa decisione piena di coraggio

Altre sofferenze attendevano Bakhita, sebbene di ordine molto diverso da quelle sopportate in precedenza: Dio le avrebbe chiesto una prova della sua dedizione, della sua rinuncia a tutto, per amore di Lui, offerta con libera e spontanea volontà.

Quando, ormai istruita nella Religione Cattolica dalle Suore Canossiane di Venezia, si preparava a ricevere il Battesimo, la sua padrona volle portarla di nuovo in Sudan, dove la famiglia Michieli aveva deciso di stabilirsi definitivamente. Malgrado il carattere docile e sottomesso, abituata a considerarsi proprietà dei suoi padroni, rivelò in quell’occasione, un coraggio ancora sconosciuto anche da quelli che la conoscevano meglio. Temendo di mettere a rischio la sua perseveranza, si rifiutò di seguire la sua signora.

Le promesse di una vita facile, la prospettiva di rivedere la sua patria, il profondo attaccamento a Mimina e la gratitudine ai suoi padroni, niente di tutto questo poté mutare la sua decisione di consegnarsi a Gesù per sempre. Bakhita si era mostrata sempre docile ai suoi superiori. Ora manifestava in un’altra forma questa virtù, obbedendo più a Dio che agli uomini (cfr. At 4, 19). “Era il Signore che mi infondeva tanta fermezza, perché voleva farmi tutta sua”.»

La consegna definitiva a Dio

Uscita vittoriosa da questa battaglia, Bakhita fu battezzata, cresimata e ricevette l’Eucaristia dalle mani del Patriarca di Venezia, il 9 febbraio 1890. Le furono posti i nomi di Giuseppina Margherita Fortunata. “Ho ricevuto il santo Battesimo con una gioia che solo gli angeli potrebbero descrivere”, avrebbe narrato più tardi.

Poco dopo, volendo suggellare la sua consegna a Dio in modo irreversibile, sollecitò il proprio ingresso nell’Istituto delle Figlie della Carità, fondato da Santa Maddalena di Canossa, a cui doveva il suo ingresso nella Chiesa. Nella festa dell’Immacolata Concezione, nel 1896, dopo aver compiuto il suo noviziato con esemplare fervore, Giuseppina pronunciò i voti nella Casa-Madre dell’Istituto, a Verona.

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A partire da questo momento la sua vita fu un costante atto d’amore a Dio, un darsi agli altri, senza restrizioni, né riserve. Ora incaricata di funzioni umili, come la cucina o la portineria, ora inviata in missione in tutta Italia, la santa sudanese accettava con vera gioia tutto quanto le ordinavano, conquistando la simpatia di chi aveva intorno, senza stancarsi mai di dire: “Siate buoni, amate il Signore, pregate per coloro che non Lo conoscono”.

Sullo spirito missionario di Bakhita, Benedetto XVI commenta così nella sua enciclica: “La liberazione che aveva ricevuto mediante l’incontro con il Dio di Gesù Cristo, sentiva di doverla estendere, doveva essere donata anche ad altri, al maggior numero possibile di persone. La speranza, che era nata per lei e l’aveva ‘redenta’, non poteva tenerla per sé; questa speranza doveva raggiungere molti, raggiungere tutti”.4»

Sottomissione fino alla fine

Alla fine, dopo più di 50 anni di fruttuosa vita religiosa, durante i quali le sue virtù si purificarono nel fuoco della carità, Bakhita sentì la morte approssimarsi. Colpita da numerose bronchiti e polmoniti che le minarono la salute, sopportò tutto con forza d’animo. Nelle sue ultime parole, proferite poco prima della sua morte, lasciò trasparire il piacere che le riempiva l’anima: “Quando una persona ama tanto un’altra, desidera ardentemente andare vicino a lei: perché, allora, tanta paura della morte? La morte ci conduce a Dio”.

L’8 febbraio 1947, Suor Giuseppina ricevette gli estremi Sacramenti, seguendo con attenzione e devozione tutte le preghiere. Quel giorno era un sabato, quando lo seppe, il suo volto sembrò illuminarsi ed esclamò con gioia: “Come sono contenta! Madonna, Madonna!”. Furono queste le sue ultime parole prima di consegnare serenamente l’anima e trovarsi faccia a faccia col “Paron” che fin da piccina desiderava conoscere.

Il suo corpo, traslato presso la chiesa, fu oggetto di venerazione di numerosi fedeli, che per tre giorni affluirono, desiderosi di contemplare per l’ultima volta la cara Madre Moretta, come era affettuosamente conosciuta, che li aveva trattati sempre con tanta bontà. Miracolosamente, le sue membra si mantennero flessibili durante questo periodo, tanto da poterle muovere le braccia e posare la sua mano sopra il capo dei bambini.

Con questo mezzo, Santa Giuseppina Bakhita rivelava il grande segreto della santità che veniva riflessa nel suo stesso corpo. La via per la quale Dio l’aveva chiamata era stata quella della sottomissione eroica alla volontà divina e lei lasciava un modello da seguire. L’umiltà, la mansuetudine e l’obbedienza traspaiono nelle sue parole, con una disposizione veramente sublime della sua anima: “Se incontrassi quei negrieri che mi hanno rapita, e anche quelli che mi hanno torturata, mi inginocchierei a baciare le loro mani, perché se questo non fosse accaduto, io ora non sarei cristiana e religiosa”.

1 Salvo indicazione contraria, tutte le citazioni tra virgolette appartengono a DAGNINO, Suor Maria Luisa, Bakhita racconta la sua storia. Trad.
Cecilia Maringolo Canossiana, Roma: Città Nuova, 1989, pag. 38.
2 Cfr. Summa Teologica, III, q. 66, a. 11.
3 Benedetto XVI, Lettera Enciclica Spe Salvi, 30/11/2007, n.3.
4 Benedetto XVI, Lettera Enciclica Spe Salvi, 30/11/2007, n.3.

Rivista Araldi del Vangelo, Febbraio/2009, n. 70, p. 34 – 38

Santi martiri di Nagasaki

Posticipando di un giorno la loro memoria liturgica per non sovrapporla a quella di sant’Agata, la Chiesa ricorda oggi il martirio avvenuto il 5 febbraio 1597 su una collina presso Nagasaki, dove 26 cristiani furono crocifissi, glorificando Cristo fino all’ultimo respiro terreno

Posticipando di un giorno la loro memoria liturgica per non sovrapporla a quella di sant’Agata, la Chiesa ricorda oggi il martirio avvenuto il 5 febbraio 1597 su una collina presso Nagasaki, dove 26 cristiani furono crocifissi, glorificando Cristo fino all’ultimo respiro terreno.

Non era passato nemmeno mezzo secolo dall’inverno del 1551, da quando cioè san Francesco Saverio aveva lasciato il Giappone dopo aver convertito oltre mille abitanti in due anni di instancabile missione. Altri religiosi seguirono presto le orme del grande gesuita spagnolo e furono liberi di predicare. La comunità cattolica crebbe rapidamente: nel 1587 contava già oltre 200.000 battezzati, ma in quell’anno il daimyo Toyotomi Hideyoshi, il più influente presso l’imperatore, emise il primo editto contro i cristiani, ordinando di bandire i missionari dalle sue terre. Tuttavia, la misura rimase pressoché inattuata e l’opera di apostolato continuò. Il mutato atteggiamento di Hideyoshi era dovuto a più cause: il rifiuto dei gesuiti di fornire una nave per l’invasione della Corea, la saldezza delle vergini cristiane, il sospetto che l’obiettivo dei missionari, impegnati a diffondere il Vangelo e in varie altre opere di carità, fosse quello di preparare la conquista straniera.

Alla fine, nel novembre del 1596, Hideyoshi si risolse a mettere in atto la persecuzione e ordinò ai governatori da lui dipendenti di arrestare tutti i religiosi cristiani. Molti trovarono rifugio nelle campagne, ma 26 furono catturati. Si trattava di 6 francescani d’origine spagnola o portoghese, 3 gesuiti e 17 terziari francescani giapponesi. Tra loro c’era Paolo Miki, capofila del gruppo nel Martirologio, nato da una nobile famiglia nipponica e divenuto un carismatico predicatore gesuita, capace di convertire molti connazionali. I prigionieri furono prima portati in una piazza, dove subirono il taglio di un pezzo dell’orecchio sinistro. Fu solo l’inizio di un lunghissimo calvario. Per intimorire tutti i giapponesi cristiani e scoraggiare altre conversioni, Hideyoshi fece marciare i 26 da Kyoto a Nagasaki, la città dove era presente la maggiore comunità cattolica e dove i condannati arrivarono dopo 30 giorni e circa 600 chilometri di fatiche.

Contrariamente alle aspettative del tiranno, quei giorni furono un trionfo di fede. Del gruppo, che marciava intonando il Te Deum, facevano parte anche tre fanciulli di 12, 13 e 14 anni, cioè Luigi Ibaraki, Antonio Daynan e Tommaso Kozaki, i quali commossero tanti cuori induriti e si rifiutarono di rinnegare Cristo. I 26 ottennero di potersi confessare prima dell’esecuzione, preannunciata al popolo perché valesse da esempio. Quattromila cristiani si riversarono sulla collina poco fuori Nagasaki dove erano state preparate le croci e, al passaggio dei prigionieri, si prostrarono per chiedere preghiere. Quando i futuri martiri videro le croci che riportavano scritti i loro nomi, si inginocchiarono e le baciarono. I carnefici li legarono con corde e anelli di ferro, poi li innalzarono contemporaneamente sulle croci, sotto le quali stavano dei samurai armati con affilate lance di bambù. L’ordine di esecuzione fu ritardato per accrescere il terrore del supplizio.

In quel frangente si levò improvvisa la voce di uno dei crocifissi, che iniziò a intonare il Benedictus. Poi il tredicenne Antonio cantò il «Lodate, fanciulli, il Signore», seguito da Luigi e Tommaso. Un francescano cominciò la recita delle litanie a Gesù e Maria, ripetute dalla folla, mentre l’ufficiale responsabile dell’esecuzione iniziava a preoccuparsi per quanto avrebbe dovuto riferire a Hideyoshi riguardo a quell’impressionante testimonianza cristiana. Paolo Miki pregò per il perdono dei carnefici, esortò tutti alla conversione e li invitò a guardare i volti dei crocifissi, che non mostravano timore della morte, in ragione della fede in Cristo risorto. Infine arrivò l’ordine. Il francescano Filippo di Gesù fu il primo trafitto con due colpi di lancia. L’ultimo fu padre Pietro Battista, che poco prima aveva amministrato il Battesimo a una pagana muta, la quale riacquistò la parola grazie al contatto con la croce.

I fedeli si precipitarono a raccogliere con dei panni il sangue dei martiri, ma fu loro impedito di dar sepoltura ai 26, i cui corpi rimasero per settimane sulle croci con molte sentinelle di guardia. Tra gli svariati prodigi che si verificarono sull’altura (dalle apparizioni ai globi di fuoco discesi sulle spoglie dei santi, fino agli uccelli rapaci che non osarono avvicinarsi ai loro corpi), numerosi testimoni videro muoversi, 62 giorni dopo la morte, padre Pietro Battista, dalle cui ferite, come già avvenuto al terzo giorno, sgorgò una gran quantità di sangue. I protomartiri giapponesi furono beatificati da Urbano VIII nel 1627 e canonizzati da Pio IX nel 1862.

Questi i loro nomi: Paolo Miki, Giacomo Kisai, Giovanni Soan di Goto (Compagnia di Gesù), Francesco Branco, Francesco di San Michele, Gonsalvo Garcia, Martino dell’Ascensione, Pietro Battista Blásquez, Filippo di Gesù (Ordine dei frati minori), Antonio Daynan, Bonaventura di Miyako, Cosma Takeya, Francesco Kichi, Francesco di Nagasaki, Gabriele de Duisco, Gioacchino Sakakibara, Giovanni Kisaka, Leone Karasumaru, Luigi Ibaraki, Mattia di Miyako, Michele Kozaki, Paolo Ibaraki, Paolo Suzuki, Pietro Sukejiroo, Tommaso Kozaki, Tommaso Xico (terziari francescani).

San Paolo Miki e compagni (audio-storia)

San Biagio: i miracoli più noti

Sono davvero numerosi i miracoli aventi San Biagio per protagonista. Ecco i più noti

Tanti i miracoli riguardanti San Biagio. Si narra che mentre egli veniva condotto alla città per presentarsi al cospetto dell’imperatore, si sparse rapidamente la voce del passaggio del Vescovo-prigioniero in quelle zone, tanto che molti accorrevano per salutarlo, essere guariti, consolati e per ognuno di loro, il Santo aveva una parola, un sorriso, una carezza confortevoli. A implorare il suo aiuto ci fu anche una donna che, piangendo, teneva tra le braccia il figlio morente, chiedendo a San Biagio di guarirlo. Al ragazzo gli era rimasta conficcata una spina di pesce in gola e, dopo inutili tentativi di soccorso, stava morendo. Il Vescovo pose le sue mani sopra il corpo esanime del giovane che, rapidamente, tornò in vita. Tossendo, il ragazzo sputò la spina e fu sanato. Biagio disse che tutti coloro che lo avessero invocato nelle tribolazioni della malattia, avrebbero ricevuto il suo aiuto.

Un altro miracolo ha per protagonista una povera vecchia che si era allevata un maialino col quale sperava di vincere la fame ma un lupo glielo prese, portandoselo nel bosco. La donna accorse sulla via dove passava Biagio prigioniero, chiedendoli come avrebbe fatto a sfamare i suoi figli. Ma Il futuro Santo le disse di non temere e che avrebbe riavuto il suo porcello. Così accadde. Di lì a poco, il lupo, mansueto, riportò alla donna il suo animale. La signora che per sua grazia aveva riavuto il suo porcello, quando seppe che Biagio era imprigionato, uccise l’animale, portando in prigione il capo e le zampe dl maialino oltre ad una candela fatta di sego. Il Santo, accettando il dono, le disse di offire ogni anno, in una chiesa edfiicata in suo onore, un pane e una candela. Osservando questo voto, sarebbe stata bene in salute.

Nella Basilica di San Biagio a Maratea, a destra della regia cappella dedicata al Santo, si trova una palla di ferro, inesplosa, sparata dai cannoni francesi durante la Resistenza di Maratea nell’assedio del dicembre 1806. Su di essa sono visibili le impronte che, secondo la tradizione, sono quelle delle dita della mano destra di San Biagio. Si narra anche che nel 1542, la città di Salemi, in provincia di Trapani, e le campagne circostanti, vennero invase dalle cavallette che distrussero tutti i raccolti, procurando fame e carestia. I salemitani pregarono San Biagio, protettore di messi e cereali e il Santo li liberò dal flagello.

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