I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia

L’Eucaristia, l’Immacolata e il Sommo Pontefice!

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I Domenica di Avvento – (Anno A)

Portico del Giudizio Finale

Vangelo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 37 “Come fu ai giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’Uomo. 38 Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e marito, fino a quando Noè entrò nell’arca. 39 Ed essi non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e inghiottì tutti, così sarà anche alla venuta del Figlio dell’Uomo. 40 Allora due uomini saranno nel campo: uno sarà preso e l’altro lasciato. 41 Due donne macineranno alla mola: una sarà presa e l’altra lasciata. 42 Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. 43 Questo considerate: se il padrone di casa sapesse in quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. 44 Perciò anche voi state pronti, perché nell’ora che non immaginate, il Figlio dell’Uomo verrà” (Mt 24, 37-44).

La vigilanza: una virtù dimenticata?

Mons. João Scognamiglio Clá Dias,EP

Iniziando l’Anno Liturgico, il Divino Maestro ci esorta ad avere sempre presente il fine ultimo per il quale siamo stati creati e ad essere preparati per l’incontro con il Supremo Giudice. A tal fine è indispensabile la pratica di una virtù molte volte dimenticata o disprezzata: la vigilanza.

I – Fondamentale virtù della vigilanza

Nel contemplare la natura, sia in campo aperto o dentro una foresta, catturano la nostra attenzione certi aspetti dai quali possiamo trarre una lezione per la nostra vita spirituale. Vediamo, per esempio, il volo di un uccello che porta nel becco uno stecchetto per costruire il nido dove deporre le uova e perpetuare la sua specie. Quello è costruito con la precisione di un falegname – soltanto con l’istinto e non per aver intelligenza –, una vera opera d’arte. Immaginiamo, allora, che quest’uccello riceva un’anima, non come il principium vitæ che vegetali e animali hanno, ma un’anima immortale come quella dell’uomo, che sussiste anche quando è separata dal corpo dalla morte. In tal caso, sarebbe opportuno che l’uccello considerasse più prezioso il nido che egli sta costruendo o l’esistenza eterna della sua nuova anima? La seconda possibilità è evidente. Senza smettere di fare il nido, egli dovrebbe concentrare la principale preoccupazione sul suo destino sempiterno.

Ora, Dio ha dotato l’uomo di quest’anima immortale. La morte raggiunge soltanto la parte animale della natura umana, il corpo, il quale resusciterà ancora. Di conseguenza, l’uomo ha l’obbligo di dare più importanza all’anima che al corpo, facendo tutto in previsione dell’eternità, senza, però, trascurare quello che è transitorio, senza smettere di lavorare, di mettere in ordine la casa, di educare i figli, nel caso segua la via matrimoniale, o di compiere altri obblighi se ha abbracciato la via religiosa. Nonostante ciò, molte volte accade una tragedia: l’uomo si volge esageratamente verso le cose concrete e si dimentica di quello che avverrà dopo la sua morte e nel Giudizio Universale. 

Con l’Avvento inizia un nuovo Anno Liturgico. Le quattro settimane di questo periodo simbolizzano i millenni in cui l’umanità ha aspettato la nascita del Salvatore. Sono giorni di penitenza e di attesa che la Chiesa propone come preparazione per la venuta del Bambino Gesù, nella Solennità del Natale, come pure nella fine dei tempi. 

Per questo, la Liturgia della 1a Domenica di Avvento ha all’inizio la seguente richiesta, nella Preghiera Colletta: “Suscita in noi la volontà di andare incontro con le buone opere al tuo Cristo che viene, perché egli ci chiami accanto a sé nella gloria a possedere il Regno dei Cieli”.1 È nel desiderio ardente del Cielo e fissando i nostri occhi alla fine del mondo e all’eternità che avremo la forza per praticare la virtù e realizzare buone opere. 

In tempo di guerra, se una sentinella dorme sul posto, la corte marziale la sottoporrà a pene severe per aver abbandonato il suo obbligo; tutti noi siamo sentinelle in una guerra molto più grave della difesa della patria terrena. San Pietro dice che il demonio gira intorno a noi come un leone, volendo divorarci (cfr. I Pt 5, 8). Siamo costantemente accerchiati da pericoli e, se vogliamo salvare la nostra anima, è necessario rimanere sempre in stato di allerta, essere vigili.

Vigilanza: ecco il segno distintivo del Vangelo che apre l’Anno Liturgico.

II – La grande sorpresa della nostra vita

In che luogo, in che momento e in che circostanze si situa l’episodio narrato da San Matteo e scelto per questa domenica? Nostro Signore si trovava in cima al Monte degli Ulivi, dal quale si poteva intravvedere il Tempio di Gerusalemme.2 All’imbrunire, l’imponente edificio era l’ultimo a esser illuminato dalla luce del Sole, di modo che, quando la città era ormai nella penombra, esso ancora rifulgeva per i riflessi dorati degli ultimi raggi dell’Astro Re che scompariva all’orizzonte. Monte di grande simbolismo, perché sarebbe stato anche lì che Gesù avrebbe fatto l’ultima preghiera della sua vita terrena e avrebbe detto a San Pietro, San Giacomo e San Giovanni – gli Apostoli che avevano assistito alla sua Trasfigurazione nel Monte Tabor –, quando li trovò che dormivano: “Sic non potuistis una hora vigilare mecum? Vigilate et orate, ut non intretis in tentationem – Così non siete stati capaci di vegliare un’ora sola con me? Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione” (Mt 26, 40-41). Con queste parole il Salvatore del mondo esorta più alla vigilanza che alla preghiera, per mostrarci che la prima è la più importante tra le due, poiché a nulla vale pregare senza vigilare.

Monte degli Ulivi

È stato, dunque, in questo luogo così evocativo che in un’atmosfera quasi di saluto, pochi giorni prima della Passione, il Divino Redentore ha fatto uno dei suoi ultimi ammonimenti, raccomandando specialmente la virtù della vigilanza agli Apostoli e, tramite loro, a tutta la Chiesa, per tutti i secoli.

La venuta del Figlio dell’Uomo 

37 “Come fu ai giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’Uomo. 38 Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e marito, fino a quando Noè entrò nell’arca. 39a Ed essi non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e inghiottì tutti…” 

L’arca di Noè

Questo paragone tra il diluvio universale e la “venuta del Figlio dell’Uomo” è messo da diversi autori in relazione con la distruzione di Gerusalemme, avvenuta circa quarant’anni dopo la Crocifissione. 

Leggendo, nel libro della Genesi, la descrizione dei lavori di Noè per costruire l’Arca e introdurre in essa “di ogni specie di tutti gli animali, […] un maschio e una femmina” (6, 19), richiama l’attenzione, l’indifferenza con cui gli uomini di quel tempo considerarono gli sforzi di questo grande uomo di Dio. A ben dire, “essi non si sono accorti di nulla” di quanto stava per accadere.

Lo stesso si può constatare venendo a conoscenza degli antecedenti della caduta di Gerusalemme nel racconto fatto da Flavio Giuseppe,3 nella sua classica opera Guerra dei giudei.

L’arrivo inatteso della morte e del giudizio personale

39b “…così sarà anche alla venuta del Figlio dell’Uomo. 40 Allora due uomini saranno nel campo: uno sarà preso e l’altro lasciato. 41 Due donne macineranno alla mola: una sarà presa e l’altra lasciata”.

San Tommaso d’Aquino4 raccoglie i commenti di vari Padri – tra i quali San Girolamo e San Giovanni Crisostomo –, che vedono in queste parole di Gesù una chiara allusione alla fine del mondo e al Giudizio Finale. Tuttavia, è anche vero che bisogna interpretarle come un ammonimento riguardo alla nostra fine personale, per non esser colti di sorpresa, comel’umanità nel diluvio.

Les Très Riches Heures du Duc de Berry

Vi sono persone amanti della stabilità e della sicurezza che si affliggono e hanno un vero panico per gli imprevisti. Sono quelli cui piace calcolare tutto, non solo per il giorno dopo, ma anche per la settimana e il mese seguente. In certi casi addirittura fissano i viaggi nell’agenda con tre anni di anticipo, pianificando e delineando i minimi dettagli. Ci sarà un viaggio, però, rispetto al quale abbiamo la tendenza a non preoccuparci di fare alcun programma. Infatti, per intraprenderlo non abbiamo bisogno di verificare la validità del passaporto, né di preparare le valigie o procurarci qualche materiale, poiché esso è sui generis e avviene di sorpresa: la morte. La nostra propensione naturale è credere che siamo su questa Terra sicuri e per sempre, di conseguenza, ignorare che qui viviamo in stato di prova, per essere analizzati da Dio e ricevere il premio o il castigo secondo le nostre opere, concetti questi che ci sono anch’essi estranei.

Perché Dio agisce così con l’uomo?

Uno potrebbe chiedere se da parte di Dio non sarebbe più affettuoso e più buono se, già alla nascita il bambino avesse sul braccio un tatuaggio divino impresso dall’Angelo Custode con la data della sua morte. In questo modo, i genitori e parenti saprebbero quanti anni resterebbero da vivere al bambino. E lui, raggiungendo l’uso della ragione, chiederebbe alla madre il significato di quel marchio, ottenendo sicuramente questa risposta: “Figlio mio, esso indica quanto tu durerai”… 

Tale notizia non ci aiuterebbe a prepararci meglio all’ora della morte? No! Considerata la miseria umana, frutto del peccato originale, se uno sapesse l’istante esatto della sua morte, crederebbe di avere tempo per godersela e si sprofonderebbe in una vita pessima, completamente trascurata e negligente. L’ultimo giorno, all’ultimo momento, cercherebbe un sacerdote che gli amministrasse i Sacramenti, esponendosi al grave rischio di non riceverli… E subito dopo, dopo il dramma della morte, verrebbe la sorpresa del giudizio personale e della sentenza inappellabile di Dio! 

Sarà “lasciato” – cioè, castigato – colui che, dimenticando il suo destino eterno, indirizza tutti i suoi atti come se Dio non esistesse. Al contrario, sarà “portato” in Cielo chi ha la nozione chiara che la vita è passeggera e il suo scopo non si realizza su questa Terra, ma nell’eternità. Stando così le cose, Dio, che in tutto agisce in maniera perfettissima, non ci avvisa dell’ora della morte per spingerci a praticare con maggior merito ed efficacia la virtù della vigilanza.

La necessità di essere attenti 

42 “Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà”.

Nell’utilizzare Signore con la S maiuscola, la traduzione liturgica sottolinea che non si tratta di un signore qualunque, ma del Signore che verrà all’improvviso a coglierci, come pare esser l’intenzione di San Matteo in questo passo. In tal modo Gesù ha voluto incutere in noi la virtù della vigilanza di fronte alla prospettiva di una sorpresa sgradevole – sia essa la morte o anche una disgrazia o sofferenza – che proprio per questo ha creato una parabola, avvalendoSi di un fatto della vita quotidiana dell’epoca e di tutti i tempi.

La morte arriva come un ladro

43 “Questo considerate: se il padrone di casa sapesse in quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. 44 Perciò anche voi state pronti, perché nell’ora che non immaginate, il Figlio dell’Uomo verrà”.

In quel tempo, in Palestina, le case non erano dotate della stessa solidità di oggi; in genere erano fatte di paglia e fango, pertanto, molto vulnerabili. Per intendere meglio, basta ricordare l’episodio, narrato nei Vangeli, del paralitico che, non trovando un passaggio per la porta per giungere fino a Nostro Signore, è stato calato dal tetto, aperto con molta facilità (cfr. Mt 9, 2; Mc 2, 3-4; Lc 5, 17-19). Era necessaria, dunque, una grande vigilanza del padrone di casa, visto che i furti erano molto frequenti.5 E ricevendo la notizia che alle tre del mattino un ladro avrebbe tentato di penetrare nella sua residenza, a quell’ora, senza dubbio, egli sarebbe stato sveglio prendendo gli opportuni provvedimenti per impedire il furto. 

Invece, qual è il ladro che annuncia il suo arrivo? Avviene esattamente l’opposto. Per fare il colpo, egli aspetta un momento di completa inavvertenza, com’è quello del sonno. Attraverso questa parabola, Nostro Signore, la cui parola è assoluta, vuole mostrarci il carattere improvviso della morte. Essa può raggiungerci a qualsiasi età e in qualunque occasione, poiché per morire esiste solo una condizione: esser vivo. 

Quanta gente c’è, invece, che s’illude considerando che questa vita sia eterna! Quanti ce ne sono, di mentalità relativista, che pensano: “Adesso io pecco, e poi mi confesso”… È una vera pazzia, poiché Dio può dire: “Basta!”. E la morte può sorprenderci nell’istante esatto in cui Lo stiamo offendendo. Per questa ragione dobbiamo esser sempre preparati all’ora del supremo incontro con il Signore. Tale vigilanza consiste, innanzitutto, nell’evitare il peccato, riguardo al quale oggi si parla pochissimo ma che, purtroppo, con tanta frequenza si commette.

Il mondo vive affondato nel vizio: sono mode senza modestia, costumi decadenti e immorali, conversazioni indecenti, programmi televisivi licenziosi, certi manifesti e riviste… Sappiamo, dalla morale cattolica, che chi si avvicina a un’occasione prossima di peccato, coscientemente e volontariamente, già con questo ha perso la grazia di Dio, perché si sta ponendo a rischio con temerarietà. Così lo spiega padre Royo Marín: “Chi permane, con consapevolezza e senza un motivo sufficiente, in un’occasione prossima e volontaria di peccato grave, mostra molto chiaramente che non ha una volontà seria di evitare il peccato, nel quale cadrà di fatto facilmente. E questo costituisce, di per sé, una grave offesa a Dio, continua e permanente, dalla quale il peccatore non si libererà fino a che deciderà con efficacia di rompere con quell’occasione”.6

La vera vigilanza, dunque, è indispensabile per la salvezza e precede perfino la stessa preghiera, portandoci a chiudere il cuore al peccato e ad allontanarci da esso, in maniera da non fare la benché minima offesa a Dio.

La morte dei beati

Con il passare del tempo, l’uomo tende a perdere le sue forze ed energie. Basta oltrepassare la soglia dei quaranta, cinquanta o sessant’anni, e sperimentare gli acciacchi che non trovano guarigione in nessuna medicina, o sentire che la vista si sta indebolendo, perché si ricordi che è necessario prepararsi a lasciare questo mondo.

Quando leggiamo nella vita dei beati il racconto dei loro ultimi sospiri, ci sorprende la pace e la gioia che essi hanno mostrato davanti alla morte. Perché? Sono stati vigili e hanno saputo percepire che stava arrivando il giorno della loro dipartita.

Santa Teresa di Gesù

Santa Teresa d’Avila, per esempio, nel suo letto di morte, rendeva “molte grazie a Dio per esser stata una figlia della Chiesa e di morire in lei. […] È tornata a chiedere ancora il perdono dei suoi peccati, ha supplicato le sorelle che pregassero per lei e ubbidissero alla Regola. […] Alle nove di sera ha esalato l’ultimo sospiro, così soavemente che è stato difficile stabilire il momento esatto. Il volto si manteneva gloriosamente giovane e bello”.7 

San Giovanni Bosco, poco prima di morire, ha potuto “inviare l’ultimo suo messaggio ai suoi giovani: ‘Dite ai miei birichini che li aspetto tutti in Cielo. E che con la devozione a Maria Ausiliatrice e la comunione frequente, ci arriveranno tutti’. […] All’una e quarantacinque [di notte] del giorno 31 gennaio [1888], comincia l’agonia. […] Don Cagliero, in ginocchio, avvicina le labbra all’orecchio del moribondo: ‘Don Bosco, i suoi figli sono qui, ci benedica. Io le solleverò la mano’. Gli alza, infatti, la mano destra paralizzata e lo aiuta a tracciare la Croce per aria; l’ultima benedizione, accompagnata dall’ultimo ineffabile sorriso di Don Bosco”,8 che poco dopo ha consegnato la sua anima a Dio.

L’Autore di quest’articolo è stato presente alla morte, serena e tranquilla, del Prof. Plinio Corrêa de Oliveira. Ormai quasi in agonia, traspariva la grande integrità e la rettitudine della sua anima e si manifestava un costume acquisito durante la vita, grazie al quale agiva costantemente in accordo con il bene, cercando di favorire gli altri e dando buoni consigli. Egli si era fatto un tutt’uno con le virtù e con i doni dello Spirito Santo e si era identificato interamente con la Legge di Dio, perché è stato un uomo che è sempre stato pronto ad abbandonare questa vita. 

Donna Lucilia a 91 anni

E sua madre, Donna Lucilia, una signora di edificanti virtù, quando ha sentito che era giunta “l’ora della solenne dipartita da questa vita, con decisione ha levato la sua mano tenuta stretta dal medico, e con un gesto delicato ma fermo, senza manifestare sforzo o difficoltà, ha fatto un grande e lento segno della Croce. Dopo ha posato sul petto le sue mani bianchissime, una sopra l’altra, e serenamente è spirata”.9 È stato il trapasso di una persona innocente, dalla coscienza pura e retta, e con le migliori disposizioni d’anima. Lei è morta alla vigilia del giorno in cui avrebbe compiuto 92 anni, senza mai esser stata macchiata da nessuna mancanza grave, come ha dichiarato tre volte uno dei suoi confessori: “Poverina, lei non ha niente di cui accusarsi”.10

III – Dobbiamo esser preparati agli interventi di Dio nella Storia

Spiegando il Vangelo di questa Liturgia, quasi tutti i dottori, esegeti e spiritualisti puntano sulla necessità di essere vigili a ogni istante, sia nella prospettiva della morte e del giudizio personale, sia in quella della fine del mondo e del Giudizio Finale.

In armonia con questa visione presentata nei commenti di cui sopra, si può congetturare che Nostro Signore abbia voluto anche ammonire ciascuno di noi riguardo ai Suoi interventi nella Storia. A proposito della situazione del mondo, nel passato anno 1951, il Prof. Plinio Corrêa de Oliveira così scriveva: “Oggigiorno, non è forse vero, che il Vicario di Cristo è disobbedito, abbandonato, tradito? Non è forse vero che le leggi, le istituzioni, i costumi sono sempre più ostili a Gesù Cristo? Non è forse vero che si costruisce tutto un mondo, tutta una civiltà basata sulla negazione di Gesù Cristo? Non è forse vero che la Madonna ha parlato a Fatima indicando tutti questi peccati e chiedendo penitenza?”.11

Il trionfo del Cuore Sapienziale e Immacolato di Maria

È molto importante evidenziare che, riguardo al governo di Dio sugli avvenimenti umani, la vigilanza ci deve condurre ad aspettare con gioia e avidità il trionfo spettacolare del Cuore Sapienziale e Immacolato di Maria, l’arrivo di quel periodo straordinario della Storia annunciato dalla Madonna a Fatima, “quando verrà questo tempo felice e questo secolo di Maria, in cui parecchie anime elette e ottenute dall’Altissimo per mezzo di Maria, perdendosi esse stesse nell’abisso del suo interiore, diventeranno copie viventi di Maria, per amare e glorificare Gesù Cristo”.12 

Pertanto, nello stesso modo in cui prepariamo le nostre anime alla nascita del Bambino Gesù nella notte di Natale, collochiamoci anche noi, secondo il Vangelo di oggi, di fronte a un altro panorama grandioso: quello in cui Dio interverrà per concedere alla Madonna, su questa Terra, la gloria che il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo Le danno in Cielo. 

Nell’attesa di questa vittoria della Santa Chiesa, continuiamo dunque ad essere vigili! Vigilare significa non cedere mai a qualsiasi cosa il demonio ci possa proporre. Vigilare significa stare attenti, congli occhi aperti, analizzando bene da dove vengono i pericoli. Vigilare significa strappare energicamente, senza indugio, qualunque radice di peccato che ci sia in noi. Tutto quanto implica un rischio per la salvezza eterna e per la nostra santificazione deve esser eliminato, facendo ogni sforzo per perseverare nel cammino della perfezione, al fine di non ritardare il giorno magnifico in cui Maria Santissima dirà: “Il mio Cuore Immacolato ha trionfato!”.

Cuore Immacolato di Maria

Estratto dalla collezione “L’inedito sui Vangeli”da Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP.

Missione Mariana degli Araldi del Vangelo a Caivano (Na)

DAI «DISCORSI» DI SAN BERNARDO”IL DONO DELL’AVVENTO”

Dai «Discorsi» di san Bernardo, abate
(Disc. 4 sull’Avvento, 1. 3-4; PL 183, 47-49)
Il dono dell’Avvento
    Fratelli, celebrate come si conviene, con grande fervore di spirito, l’Avvento del Signore, con viva 
gioia per il dono che vi viene fatto e con profonda riconoscenza per l’amore che vi viene dimostrato.
    Non meditate però solo sulla prima venuta del Signore, quando egli entrò nel mondo per cercare e salvare ciò che era perduto, ma anche sulla seconda, quando ritornerà per unirci a sé per sempre.
    Fate oggetto di contemplazione la doppia visita del Cristo, riflettendo su quanto ci ha donato nella prima e su quanto ci ha promesso per la seconda.
    «È giunto infatti il momento», fratelli, «in cui ha inizio il giudizio a partire dalla casa di Dio» (1 Pt 4, 17). Ma quale sarà la sorte di coloro che rifiutano attualmente questo giudizio? Chi infatti si sottrae al giudizio presente in cui il principe di questo mondo viene cacciato fuori, aspetti, o, piuttosto, tema il Giudice futuro dal quale sarà cacciato fuori insieme al suo principe. Se invece noi ci sottomettiamo già ora al doveroso giudizio, siamo sicuri, e «aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso» (Fil 3, 20b-21a). «Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro» (Mt 13, 43).
    «Il Salvatore trasfigurerà» con la sua venuta «il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso» solo se già prima troverà rinnovato e conformato nell’umiltà al suo il nostro cuore. Per questo dice: «Imparate da me che sono mite ed umile di cuore» (Mt 11, 29). Considera in queste parole la doppia specie di umiltà, quella di conoscenza e quella di volontà. Quest’ultima qui viene chiamata umiltà di cuore. Con la prima conosciamo il nostro niente, come deduciamo dall’esperienza di noi stessi e della nostra debolezza. Con la seconda rifiutiamo la gloria fatua del mondo. Noi impariamo l’umiltà del cuore da colui che «spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo» (Fil 2, 7), da colui che, quando fu richiesto per essere fatto re, fuggì; invece quando fu ricercato per essere coperto di oltraggi e condannato all’ignominia e al supplizio della croce, si offrì di propria spontanea volontà.

Plinio Corrêa de Oliveira: L’amara soddisfazione di aver previsto tutto

Fino a pochi anni fa, se qualcuno avesse parlato di tribalismo indigeno come soluzione alla crisi del mondo moderno, sarebbe stato deriso e considerato un pazzo. E se qualcuno avesse indicato la tribalizzazione della Chiesa come sbocco naturale del Concilio Vaticano II, forse nemmeno l’ecumenico più ardito avrebbe potuto salvarlo dalla gogna generale. Eppure, proprio l’orizzonte tribale indigeno viene oggi proposto, nel cuore della Cristianità, da un Sinodo dei vescovi voluto dallo stesso Romano Pontefice. Si parla di creare una “Chiesa dal volto amazzonico”, che impari il “buon vivere” dai popoli delle foreste. Secondo l’Instrumentum laboris del Sinodo, “Si conferma così un cammino che è cominciato con il Concilio Vaticano II per tutta la Chiesa”.

In realtà, l’orizzonte tribale indigeno è stato sempre presente nelle utopie rivoluzionarie: dal bon sauvage di Rousseau, a Friedrich Engels, che proponeva la tribù come forma di “socialismo superiore”, fino alle moderne correnti dette strutturaliste. Più recentemente, la soluzione tribale indigena viene presentata da certe correnti ecologiste come panacea per i mali della società industriale. Per non parlare poi degli studi che mostrano come il “villaggio globale” creato dalla rete abbia non poche somiglianze con i modi di essere delle tribù.

Eppure, prima d’oggi, della prospettiva tribale si parlava veramente poco o niente, come se fosse roba di un’altra galassia. C’era chi la negava come fattibile, chi come esagerazione di alcuni fanatici. Oggi, tale atteggiamento negazionista non è più credibile di fronte a un Sinodo che la propone come piano pastorale per il prossimo futuro.

Molti, perfino attenti osservatori della vita della Chiesa, sono stati colti di sorpresa. Non certo i discepoli di Plinio Corrêa de Oliveira (1908-1995).

Attento analista del processo storico rivoluzionario, dagli anni Quaranta il noto pensatore brasiliano già allertava che il mondo moderno stava camminando verso il tribalismo. Nel 1943, criticando certe tendenze nazionaliste che cercavano di rivalutare gli elementi indigeni del Brasile a scapito della tradizione cattolica, egli scrisse: “Non si voglia strappar via dal Brasile il battesimo cattolico, perché il Brasile che dobbiamo amare non è quello selvaggio e pagano, nato dalla carne e dal sangue, bensì quello generato dalla civiltà cristiana grazie alla vera Fede, nato dall’acqua e dallo Spirito Santo”.

In un articolo del 1944, commentando il carnevale, egli ammoniva: “Le persone di oggi (…) si dimostrano insofferenti alla civiltà. (…) Si distruggono le ultime cerimonie, si dissolvono gli ultimi pudori, si sciolgono le ultime dignità. (…) Fra trent’anni, è probabile che lo sfogare [questa insofferenza] consisterà nell’indossare appena un tanga, (…) nel ballare scalzi nella foresta. Nel vivere in capanne, anche se di lusso. (…) Qualcuno dirà: esagerazione! Trent’anni fa, alcuni catoni avevano predetto gli eccessi di oggi. E anche lì alcuni idioti avevano parlato di “esagerazione”. Io dico: l’esagerazione non stava nei profeti, bensì nei fatti, che hanno superato ogni profezia”.

In un altro pezzo, del 1960, dal titolo “Civiltà e barbarie”, Plinio Corrêa de Oliveira avvertiva che alcune tendenze dell’epoca, come il tipo umano del “play boy” e la musica rock-and-roll avrebbero condotto alla barbarie: “Una società nella quale si suonasse esclusivamente il rock-and-roll (…) andrebbe verso la barbarie. Il ‘playboyismo’ non è se non barbarie, anche se nella selva di asfalto”.

Il suo pensiero in merito è stato poi chiaramente espresso nell’aggiunta al suo capolavoro «Rivoluzione e Contro-Rivoluzione», scritto nel 1976. Scrutando il post comunismo, egli affermava: “Non è impossibile prevedere come sarà la [prossima tappa del processo rivoluzionario]. (…) È impossibile non chiedersi se la società tribale sognata dalle attuali correnti strutturaliste non dia una risposta a questa domanda. Lo strutturalismo vede nella vita tribale una sintesi illusoria tra l’apice della libertà individuale e del collettivismo accettato, in cui quest’ultimo finisce per divorare la libertà. In tale collettivismo, i diversi ‘io’ o le persone singole, con il loro pensiero, la loro volontà e i loro modi di essere, caratteristici e contrastanti, si fondono e si dissolvono – secondo loro – nella personalità collettiva della tribù che genera un modo di pensare, un modo di volere e un modo di essere massivamente comuni”.

Nel 1977, Plinio Corrêa de Oliveira scrisse un libro tutto dedicato alla denuncia delle correnti indigeniste all’interno della Chiesa: «Tribalismo indigeno, ideale comunista-missionario per il Brasile del secolo XXI». Capitolo dopo capitolo, il leader brasiliano mostra l’abbandono dell’ideale missionario da parte di queste correnti. Non si tratta più di evangelizzare gli indios, bensì di imparare da loro giacché costoro avrebbero conservato una sorta di innocenza primordiale, in comunione con la natura, che la società occidentale avrebbe ormai perso. La tribù è presentata come l’ideale, sia dal punto di vista religioso che sociale. Sotto questa luce, afferma Plinio Corrêa de Oliveira, i popoli amazzonici sarebbero i veri evangelizzatori del mondo.

Sfogliando questo libro del 1977 si ha quasi l’impressione di leggere brani dell’Instrumentum laboris del Sinodo Panamazzonico in programma per il prossimo ottobre. Era tutto previsto… Si capiscono, quindi, le parole del cardinale peruviano Pedro Barreto, vicepresidente della REPAM (Rete Ecclesiale Panamazzonica): “Con questo Sinodo, giunge a maturazione un lungo cammino di 30-40 anni fatto dalla Chiesa latinoamericana”.

Giunge a maturazione anche la previsione, a ben dire profetica, di Plinio Corrêa de Oliveira.

La storia dell’Ave Maria!

Prepariamo i nostri cuori per il Signore che viene!

La ricorrenza del tempo liturgico dell’Avvento ci apre alla prospettiva della venuta al mondo di Gesù Cristo nostro Signore…

La ricorrenza del tempo liturgico dell’Avvento ci apre alla prospettiva della venuta al mondo di Gesù Cristo nostro Signore. I cuori dei fedeli sono quindi sollecitati a riflettere su quel periodo di attesa in cui l’umanità, rappresentata dal Popolo di Dio, anelava e bramava la venuta del Salvatore promesso. Da tanti millenni, infatti, l’umanità era appesantita dalla prevaricazione dei nostri primi padri, con le sue dannose conseguenze, e dalla penosa lontananza di Dio. 

Fu lunga e tenebrosa la traversata del deserto del peccato, prefigurata da quell’altra traversata condotta da Mosè dalla schiavitù dell’Egitto verso la terra promessa. In quel travagliato periodo, il cammino fu rischiarato ogni tanto dalle voci profetiche che rammentavano le ragioni di speranza nel Signore nonostante la ricorrente infedeltà di un popolo peraltro scelto da un Dio fedele. I profeti ricordavano che soltanto dalla fedeltà del Signore alla sua Alleanza e dalla sua misericordia l’umanità avrebbe potuto risorgere dalla sua caduta.

Man mano che si avvicinava la pienezza dei tempi, l’infedeltà del popolo cresceva, le voci profetiche tacevano, ma paradossalmente, la fede e la speranza di un piccolo gregge si sviluppavano, venendo a trovare nel Cuore Immacolato di una Vergine, eletta fra tutte le altre, la piena espressione dell’amore e della speranza tanto anelati. Finisce dunque il tempo dell’attesa, è il Natale!

Ma l’Avvento ha ancora una dimensione complessiva su cui meditare: raffigura l’intera Storia della Salvezza, asse e centro della Storia dell’Umanità. Infatti, sin dal principio della creazione terrena segnata dal peccato e dalla promessa, si inaugura un tempo di attesa; dal Natale del Signore che è venuto per salvare e per offrire la vita per la salvezza di tutti, ha inizio un nuovo Avvento, una nuova attesa, quella della sua seconda venuta nella gloria come Giudice, quando dunque il Signore srotolerà la Storia, come gli antichi facevano con le pergamene, e la sua giustizia fisserà tutto nell’eternità. Sarà il secondo ed eterno Natale.

Alla luce di questa complessiva e approfondita prospettiva, siamo invitati a seguire il consiglio del Signore e a cercare di discernere negli avvenimenti presenti il segno dei tempi, ossia i segni della Giustizia di Dio, oltreché della sua Misericordia, nei riguardi del mondo moderno.

A tutti auguriamo un santo e benedetto Avvento.

Che cos’è l’Avvento

1. Le venute del Signore

Due mila anni fa, a Betlemme, un piccolo villaggio d’Israele, accompagnato dall’amore dei suoi genitori, Maria e Giuseppe, entrava nella nostra storia Gesù, il Figlio di Dio. Lo stesso Dio è venuto a vivere la nostra vita. Già da molti secoli, nel popolo d’Israele, animato dalla parola dei profeti, si viveva l’attesa della venuta di qualcuno capace di dare al cammino dell’umanità un indirizzo nuovo, qualcuno nel quale Dio si manifestasse e attraverso il quale si sarebbero aperte le porte di una vita nuova, diversa, guidata dall’amore di Dio e non dal dolore e dal male che così profondamente segnano la condizione umana. Uno che era conosciuto con il nome di Messia.

E lì, a Betlemme, nasceva quel bambino, Gesù. Non sembrava avere delle caratteristiche divine: nasceva povero, da una famiglia sconosciuta, lontano dalla sua casa perché così esigevano in quel momento le leggi dell’imperatore romano… Noi cristiani, però, guidati dalla testimonianza di quanti seguirono quel bambino quando, ormai adulto, percorreva le strade di Palestina annunciando la Buona Novella, crediamo che, veramente, è lui l’inviato di Dio che apre a tutti il cammino della salvezza, il Figlio di Dio che ci colma di vita.

Durante il tempo d’Avvento prepariamo la celebrazione della venuta in mezzo a noi di Gesù, il Messia di Dio. Non come se non lo conoscessimo, come se fingessimo che ancora non è nato: sappiamo che è nato duemila anni fa, che ha vissuto la nostra stessa vita, che ha amato fino alla morte di croce, che è risorto. Preparare la festa della sua nascita diventa un’occasione per rivivere, con grande intensità, un atteggiamento di fede e di attesa della salvezza che lui viene a portarci. Ed è un’occasione per preparare la nostra vita così che lui possa continuare a venire in noi, a rinnovare il nostro cuore e a trasformarci in uomini nuovi, disposti a fare il bene come lui.

L’Avvento è molto più che preparare una venuta verificatasi secoli fa; è preparare anche una venuta continua, di tutti i giorni. Perché Gesù viene ancora adesso, oggi in ogni momento. Viene attraverso l’Eucaristia, i sacramenti, la comunità cristiana. Viene nel cuore di ogni credente attraverso la preghiera, la lettura della sua Parola, tutte le occasioni nelle quali vogliamo accostarci a lui. E viene attraverso i nostri cari, i conoscenti, gli emarginati, i malati, ecc., gli avvenimenti della nostra vita, tutto quello che facciamo e viviamo, soprattutto attraverso i poveri, nei quali riflette il suo volto con particolare intensità.

Nel tempo d’Avvento celebriamo anche un’altra venuta di Gesù, quella definitiva, alla fine di tutto, quando porterà l’umanità nella pienezza della vita nel suo Regno. Noi, in questo mondo, stiamo camminando verso questa venuta definitiva e ci prepariamo per essere pronti per questo momento. E Gesù ci annuncia che il nostro viaggio umano, a volte così pieno di oscurità e sofferenza, è chiamato, come dice il testo dell’Apocalisse, a trasformarsi in cielo nuovo e in terra nuova, dove Dio lo godremo per sempre, sarà il Dio-con-noi; e non ci saranno più né lacrime né sofferenze né dolore, e l’amore di Dio sarà tutto in tutti. Noi, in questo mondo, mentre siamo in attesa di questa venuta definitiva, dobbiamo vivere un atteggiamento di vigilanza, apprendendo, giorno dopo giorno, ad amare Dio e gli altri come Gesù, per poter giungere, un giorno, a vivere per sempre con lui.2. L’organizzazione del tempo d’Avvento

Tra i tempi liturgici che celebriamo lungo l’anno, l’Avvento è quello che ha iniziato ad esistere per ultimo.

I cristiani, all’inizio, cominciarono a riunirsi tutte le domeniche per celebrare e condividere la fede in Gesù morto e risorto attraverso l’Eucaristia. Poi, abbastanza presto, iniziarono a celebrare una volta all’anno l’anniversario della morte e risurrezione con la festa della Pasqua.

Organizzarono, successivamente, la Settimana Santa e, ancora più tardi, un tempo per celebrare con maggior ampiezza, la vita nuova di Cristo risorto –il tempo pasquale- e un tempo di preparazione –la Quaresima-.

Solo verso il secolo IV si cominciò, in Oriente, a commemorare, con una festa –il 6 gennaio-, l’apparizione del Figlio di Dio come luce per gli uomini. Finalmente, in un calendario dell’anno 354 appare indicata per la prima volta il 25 dicembre –che coincideva con la festa romana del “giorno del Sole” (la festa dei giorni che iniziano ad allungarsi)-, una festuche commemorava la nascita di Gesù.

Fu a partire da qui che nacque l’Avvento. Per il desiderio di preparare la celebrazione della nascita di Gesù si iniziò ad organizzare un tempo che aveva una durata diversa e un diverso contenuto a seconda dei luoghi. Questo tempo di preparazione ebbe una evoluzione che lo portò all’Avvento così come lo vediamo oggi.

Nella nostra liturgia, il tempo d’Avvento inizia quattro domeniche prima del Natale; questo fa sì che non abbia sempre la stessa lunghezza. Infatti,dal momento che il 25 dicembre non si celebra in un giorno fisso della settimana, se questo per esempio cade di domenica, allora l’Avvento inizia il 27 di novembre ed ha quattro settimane giuste; se invece cade di lunedì, allora la quarta domenica precedente è il 3 di dicembre, e l’Avvento ha solo tre settimane e un giorno. Il tempo d’Avvento può così iniziare tra queste due date, il 27 di novembre e il 3 di dicembre. L’Avvento ha, così, sempre quattro domeniche, che sono quelle che segnano, per la maggior parte dei cristiani, i contenuti principali del tempo. Ogni domenica d’Avvento si centra su un aspetto concreto:

Prima domenica: l’attenzione si pone soprattutto sull’ultima venuta di Cristo, alla fine dei tempi, e sul richiamo a rimanere vigilanti.

Seconda e terza domenica: il principale protagonista è il precursore Giovanni Battista, che annuncia la venuta del Signore nella nostra vita e ci invita a preparargli la strada.

Quarta domenica: i nostri occhi si fissano già appieno nelle feste di Natale che si avvicinano e contempliamo Maria, la Madre di Dio che porta al mondo il figlio suo, come anche Giuseppe, suo sposo. Tutto questo, fattoci vivere soprattutto attraverso il vangelo, è accompagnato da alcune prime letture dell’Antico Testamento particolarmente significative: in esse, infatti, ascoltiamo gli annunci di Isaia e degli altri profeti che ci trasmettono la senso dell’attesa del Messia, l’attesa gioiosa della salvezza che Dio promette, e ci invitano a confidare in lui e a invocarlo che venga a salvarci.

Oltre alle domeniche, per chi vuole vivere intensamente questo tempo, sono molto importanti anche i giorni feriali. Le letture dell’Eucaristia dei giorni durante la settimana, così come gli altri testi delle orazioni, fanno penetrare dentro di noi la grande ricchezza spirituale di questo tempo. E sarà proprio nei giorni feriali che si coglierà in modo particolare la divisione in due parti dell’Avvento:

fino al 16 dicembre le letture ci invitano a prepararci alla venuta del Signore nella nostra vita nell’attesa e nella conversione, guidati in modo particolare dal profeta Isaia e dal precursore Giovanni Battista.

Dopo invece, dal 17 al 24, tutto ci porta a concentrare il nostro sguardo sulla preparazione della nascita del Figlio di Dio; alcuni chiamano questi giorni “la settimana santa” che prepara al Natale.

Con il tempo d’Avvento iniziamo quello che viene chiamato “anno liturgico”.

Ogni anno ripercorriamo e riviviamo i momenti centrali della storia della nostra salvezza, per colmarci della grazia che Dio vuole donarci attraverso Gesù e per imparare sempre di più a vivere gli atteggiamenti fondamentali dell’essere cristiano.L’avvento, l’attesa della venuta del Signore, è il primo passo di questa storia annualmente rivissuta.

Il miracolo della Manna di Sant’Andrea

Quando gli Israeliti nel deserto, uscendo un mattino fuori le tende, videro il suolo ricoperto di una cosa minuta e granulosa, minuta com’è la brina nella terra, esclamarono meravigliati: Man hu? Che cos’è? Per assonanza, quella sostanza granulosa fu chiamata manna. Per lo stesso motivo, probabilmente, fu chiamata manna anche l’effluvio misterioso di una sostanza liquida che da sempre è avvenuto presso la Tomba venerata dell’Apostolo Andrea.

Gregorio di Tours dà questa testimonianza: L’Apostolo Andrea, nel giorno della sua festa, compie un grande prodigio, cioè la manna, che si presenta sotto forma di polverina o di olio profumato, che trabocca dal suo sepolcro. Per esso è indicato il raccolto dell’anno seguente. Sarà esiguo se l’effluvio è esiguo, copioso se l’effluvio sarà copioso. Si dice che in alcuni anni l’olio è tanto abbondante da arrivare a metà basilica.

Ciò avviene a Patrasso, nell’Acaia, dove il beato Apostolo, crocifisso per amore del Redentore, diede gloriosamente termine alla sua vita. Quando avviene l’effluvio, il profumo è tale che sembra siano state sparse attorno molte sostanze odorose. Tutto ciò accade non senza utilità per il popolo, perché gli ammalati, attraverso unzioni o bevendo, ne ricevono beneficio.

Cripta: La Tomba di Sant'Andrea Apostolo

Cripta: Tomba di S. Andrea Apostolo

Le reliquie dell’Apostolo furono traslate da Patrasso a Costantinopoli nel 357 ed anche qui avvenne regolarmente il prodigioso evento. Da questa e da tante altre testimonianze, appare evidente che il fatto della Manna non è da circoscriversi nella realtà religiosa di Amalfi: è legato alle Reliquie del Santo perché avveniva ed avviene dove esse sono custodite e la sua manifestazione ha avuto ampia risonanza nella Chiesa: a Roma, nell’indice delle Reliquie della Basilica Vaticana, redatta dall’Alfarano, nel 18° reliquiario, in una delle quindici ampolle di cristallo, c’è l’indicazione Manna S. Andreae ap.

Ad Amalfi il prodigio è stato scoperto solo dopo circa un secolo dalla traslazione delle Reliquie da Costantinopoli.

Il 29 novembre 1304 la cripta della cattedrale era gremita di fedeli, che partecipavano alla Messa solenne della vigilia dell’Apostolo. Mentre si svolgeva il rito sacro, un anziano pellegrino (la leggenda narra che avesse una fluente barba e che fosse il Santo sotto mentite spoglie…) in se ne stava prostrato presso una delle due fenestellae confessionis in atteggiamento devoto. Ad un tratto si levò di scatto e ad un chierico che gli era accanto, tale Pierantonio Suraldi, domandò: Ma che è mai ciò che avviene qui dentro? Avete mai osservato? Il Suraldi sul momento non potè dar retta all’osservazione, ma al termine della celebrazione, quando ormai il pellegrino si era allontanato, volle osservare e scoprì nella cavità un vassoio d’argento a forma di coppa, che nessuno vi aveva posto, la cui superficie appariva cosparsa di bollicine liquide e gommose.

reliquie Andrea Amalfi

Si gridò al miracolo e il Suraldi cominciò a plasmare le membra inferme dei presenti, soprattutto gli occhi. Si narra di un uomo di Tramonti, cieco da sette anni, che riacquistò la vista e di una donna di Aversa, il cui figlioletto guarì dal “mal caduco”, dall’epilessia.

Dal 1304 la Manna è scaturita dal Sepolcro dell’Apostolo tranne che in un periodo di tempo che va dall’episcopato di Ferdinando Giovanni Annio o D’Anna (1530-1541) al febbraio 1586 quando, il giorno delle ceneri, una pia donna, che si chiamava Maximilia, dopo essere rimasta a lungo presso il Sepolcro in preghiera, costatò di nuovo la presenza della Manna ed avvertì l’Arcivescovo Giulio Rossini che accorse festante insieme al clero ed al popolo.

Quando la Manna c’è, si canta il Te Deum, si ringrazia Dio; se manca, si canta il Parce Domine.

La Manna è raccolta nelle principali ricorrenze liturgiche secondo il calendario della Chiesa amalfitana e cioè il 28 gennaio, quando si fa memoria del ritrovamento della Reliquia del Capo; il 26 giugno, vigilia della celebrazione del Patrocinio; il primo novembre, inizio del mese consacrato all’Apostolo; il 21 novembre, inizio del Novenario; il 29 novembre, vigilia della solennità annuale secondo il calendario della Chiesa universale; il 7 dicembre, inizio della pia pratica della Coronella. Del prodigio, esiste una cronistoria, iniziata nel 1908 per disposizione dell’arcivescovo Antonio Maria Bonito in cui vengono minuziosamente riportate le cronache del prodigio, avvenuto anche in altre date per particolari ricorrenze.

(fonte: Andrea Colavolpe, Amalfi ed il suo Apostolo, Salerno 2001)

30 novembre: Sant’Andrea

Andrea, fratello di Simon  Pietro è il Protocletos, infatti a lui  spetta il titolo di ‘Primo chiamato, e in oriente tale aspetto viene grandemente valorizzato in ambito ecclesiologico, punto imprescindibile di una corretta lettura ecumenica. Risulta significativo e commovente il fatto che, nel Vangelo di Giovanni , sia perfino annotata l’ora («le quattro del pomeriggio») del suo primo incontro e primo appuntamento con Gesù. Fu poi Andrea a comunicare al fratello Pietro la scoperta del Messia e a condurlo in fretta da Lui. 
La sua presenza è sottolineata in modo particolare nell’episodio della moltiplicazione dei pani. Sappiamo inoltre che, proprio ad Andrea, si rivolsero dei greci che volevano conoscere Gesù, ed egli li condusse al Divino Maestro. Tra gli apostoli è il primo che incontriamo nei Vangeli: il pescatore Andrea, nato a Betsaida di Galilea, fratello di Simon Pietro. 

La sua figura delineata nel Vangelo di Giovanni
Il Vangelo di Giovanni (cap. 1) ce lo mostra con un amico mentre segue la predicazione del Battista; il quale, vedendo passare Gesù da lui battezzato il giorno prima, esclama: “Ecco l’agnello di Dio!” Parole che immediatamente spingono Andrea e il suo amico verso Gesù: lo raggiungono, gli parlano e Andrea corre poi a informare il fratello: “Abbiamo trovato il Messia!”. Poco dopo, ecco pure Simone davanti a Gesù; il quale “fissando lo sguardo su di lui, disse: “Tu sei Simone, figlio di Giovanni: ti chiamerai Cefa””. Questa è la presentazione. 
Poi viene la chiamata. I due fratelli sono tornati al loro lavoro di pescatori sul “mare di Galilea”: ma lasciano tutto di colpo quando arriva Gesù e dice: “Seguitemi, vi farò pescatori di uomini” (Matteo 4,18-20). Nel corso dei secoli attorno alla figura di Sant’Andrea sono nate molte leggende e tradizioni poco conosciute ma ricche di significato. Della  sua vita, recependo i dati desumibili dai Vangeli, si può collocare il luogo di nascita a Betsaida, figlio di Giona e fratello di Simone, Andrea viveva di pesca a Cafarnao, sul lago di Tiberiade, il suo mestiere tuttavia non gli impedì di seguire la predicazione del Battista. 
La storia della sua vocazione ci è tramandata da San Giovanni nel suo Vangelo, quando il Battista indicò Gesù che passava come l’Agnello di Dio, Andrea e Giovanni seguirono Gesù e quell’incontro fu decisivo tanto che Andrea dopo che con tanta gioia ebbe annunziato al fratello Simon Pietro, l’incontro con Gesù, lasciò le reti mettendosi completamente al suo servizio. Gli episodi evangelici che fanno esplicita menzione di Andrea non sono molti, tuttavia il suo nome appare sempre nel primo gruppo nell’elenco dei nomi degli apostoli; l’ultima apparizione nella Sacra Scrittura, si trova negli Atti degli Apostoli, dove è menzionato tra gli apostoli nel cenacolo dopo l’Ascensione.

Attività apostolica dopo l’Ascensione

Sul prosieguo della sua vita non si hanno certezze ma solo alcune testimonianze letterarie dell’epoca patristica in cui emerge come Sant’Andrea svolse il suo apostolato nella Scizia, una regione tra il Danubio e il Don, nel Ponto, nella Cappadocia, nella Galazia e nella Bitinia, quindi passato in Acaia, l’attuale Grecia, sarebbe stato eletto vescovo di Patrasso e ivi avrebbe subito il martirio il 30 Novembre, legato secondo la tradizione ad una croce decussata, cioè una croce a braccia uguali come una X ,che da lui prese il nome di croce di Sant’Andrea, legato appunto e non inchiodato per soffrire una più lunga agonia. 

Il martirio a Patrasso
Il Martirologio Romano ci riferisce  inoltre come  Sant’Andrea venne arrestato a Patrasso, fu prima rinchiuso in prigione, quindi gravissimamente flagellato, e da ultimo appeso in croce, sulla quale sopravvisse due giorni, istruendo il popolo e, avendo pregato il Signore di non permettere che egli fosse deposto dalla croce, fu circondato da un grande splendore celeste e quindi cessato tale splendore, rese lo spirito. Giunto infatti  a Patrasso, città dell’Acaia, fece abbracciare a molti la verità del Vangelo e non esitò a riprendere coraggiosamente il proconsole Egea, che resisteva alla predicazione evangelica, rimproverandogli di voler essere il giudice degli uomini, mentre i demoni lo ingannavano fino a fargli misconoscere il Cristo Dio, Giudice di tutti gli uomini. Egea adirato gli disse di smettere di esaltare il Cristo che, nonostante i buoni propositi dei sui atti non riuscì ad evitare la crocifissione dei Giudei. 
Andrea non curante delle parole di Egea continuava a predicare che Gesù Cristo si era Lui stesso offerto alla Croce, per la salvezza del genere umano, Egea lo interrompe con un discorso empio e lo avverte di pensare alla sua salvezza, invitandolo a riconoscere gli dei offrendo loro dei sacrifici. Andrea gli disse: “Per me, c’è un Dio onnipotente, solo e vero Dio, al quale sacrifico tutti i giorni, non già le carni dei tori né il sangue dei capri, ma l’Agnello senza macchia immolato sull’altare; e tutto il popolo partecipa alla sua carne e l’Agnello che è sacrificato rimane integro e pieno di vita”.  Egea, fuori di sé dalla collera, lo fece gettare in prigione. Il popolo ne avrebbe facilmente tratto fuori il suo Apostolo se quest’ultimo non avesse calmato la folla, scongiurandola di non impedirgli di giungere alla corona del martirio.  
Poco dopo, condotto davanti al tribunale, Andrea continuava ad esaltare il mistero della Croce e rimproverava ancora al Proconsole la sua empietà, Egea esasperato ordinò che lo si mettesse in croce, per fargli imitare la morte di Cristo. Fu allora che, giunto sul luogo del martirio e vedendo la croce, Andrea esclamò da lontano: “O buona Croce che hai tratto la tua gloria dalle membra del Signore, Croce lungamente bramata, ardentemente amata, cercata senza posa e finalmente preparata ai miei ardenti desideri, toglimi di mezzo agli uomini e restituiscimi al mio Signore affinché per te mi riceva Colui che per te mi ha riscattato”. Fu dunque infisso alla croce, sulla quale rimase vivo per tre giorni, senza cessar di predicare la fede di Gesù Cristo e passò così a Colui del quale si era augurato di imitare la morte. Andrea morì il 30 Novembre del 64 D.C.

Culto e devozione
Il suo corpo venne trasferito a Costantinopoli dall’imperatore Costanzo desideroso di avere nella città imperiale le reliquie dell’apostolo per vantare su Roma un titolo di onore, la liturgia bizantina infatti attribuì all’apostolo l’appellativo di “Protocleto” cioè chiamato per primo, e facendo leva su una leggenda lo indicò come primo vescovo di Bisanzio. Nel sec.XIII le reliquie di Sant’Andrea furono trasferite ad Amalfi mentre la testa fu portata a Roma in San Pietro dove rimase sino a quando Paolo VI la riconsegnò al patriarca ortodosso di Atene, come gesto di buona volontà sulla strada dell’ecumenismo. 
Il culto di Sant’Andrea, forte in ambito bizantino, si diffuse da subito anche in ambiente latino a cui si accompagnarono molte narrazioni leggendarie fra cui le gesta narrate nella passio di Andrea del secolo IV. Numerosissime furono le chiese sorte in suo onore e specialmente presso i Francesi vi fu nel Medioevo una fervidissima devozione per Sant’Andrea,  invocato nelle battaglie, tanto che il grido di guerra di Goffredo di Buglione, durante la prima Crociata era: “ Sant’Andrea di Patrasso !”, la casa di Borgogna si mise sotto la protezione del Santo e molte decorazioni militari e cavalleresche  furono formate dalla Croce di Sant’Andrea. Il pescatore di Galilea che facendosi sopravanzare dal fratello era rimasto nell’ombra, ora appariva sugli stendardi e nelle insegne come un condottiero, forse proprio perché era stato il primo a seguire animosamente Gesù. 
Una curiosità, Sant’Andrea è considerato il patrono dei macellai, dei cordai, dei pescatori e dei pescivendoli, nonché della Scozia, della Grecia e della Russia. Un’altra curiosissima leggenda narra come le ragazze in cerca di marito debbano dopo aver mangiato metà mela, riporre l’altra metà sotto il cuscino e rivolgendo una preghiera a Sant’Andrea, in sogno quest’ultimo comunicherà loro un segreto tale da permetter loro di sposarsi.

Madonna della Salute, prega per noi!

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