I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia

L’Eucaristia, l’Immacolata e il Sommo Pontefice!

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Film: La vita di Santa Faustina Kowalska

Santa Faustina Kowalska

Il terzo millennio sembra essere iniziato sotto il segno dell’insicurezza, dell’incertezza, delle minacce di guerre, delle grandi disillusioni. Il progresso promesso dal grande avanzamento della tecnica, nei secoli precedenti, ha portato la comodità e la velocità nelle comunicazioni, tra gli altri vantaggi, ma non ha raggiunto la pace tanto attesa, né ha posto fine alle sofferenze dell’umanità che si sente come una nave alla deriva in cerca di direzione, che la porti ad un buon porto.

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In questa situazione di disagio e di incertezza, una voce si alza come un faro: “Di’ all’umanità sofferente che si avvicini al Mio Cuore misericordioso, e io la riempirò di pace”.1

Questa stessa voce aggiunge anche: “Mi consumino le fiamme della misericordia; desidero spargerle sopra le anime umane. Oh! che grande dolore Mi causano, quando non vogliono accettarle!”.

Queste sono alcune delle rivelazioni che, per dimostrare il suo incommensurabile amore per l’umanità che sembra averLo dimenticato, Nostro Signore ha fatto ad un’anima semplice ed umile chiamata ad essere araldo della sua Divina Misericordia:Santa Maria Faustina Kowalska.

Religiosa della Congregazione delle Suore della Madonna della Misericordia, nata all’inizio del secolo XX, ha vissuto profondamente unita a Dio, praticando, nella quotidianità, nel silenzio e nella sofferenza, le virtù eroiche che l’hanno elevata all’onore degli altari. Come ha affermato il Servo di Dio Giovanni Paolo II nel canonizzarla, è stata “un dono di Dio al nostro tempo”.2

Chiamata da Dio dall’ infanzia

Elena Kowalska venne al mondo il 25 agosto 1905, nel villaggio di Glogowiec, in Polonia, in una povera famiglia di contadini, terza di dieci figli. Già nei primi anni della sua vita, in un ambiente familiare intensamente marcato dal cattolicesimo, Elena sentì il desiderio di consegnarsi pienamente a Dio.

Lei stessa narra che, all’età di sette anni, ricevette un “definitivo richiamo di Dio per la vita religiosa”. Questa vocazione l’accompagnò nella sua giovinezza, anche quando ebbe da lavorare come domestica, per sostenere la numerosa e umile famiglia. Fu solo a 18 anni che ella chiese insistentemente autorizzazione ai genitori per entrare in un convento. Questi, nonostante gli ardenti desideri della figlia, si opposero fermamente alla richiesta.

Elena cercò, allora, di soffocare la voce della vocazione, che la perseguitava incessantemente, distraendosi con quelle che lei chiamava “vanità della vita”.

Intanto, il Signore le aveva riservato una grande missione e, malgrado tutti gli ostacoli, la volontà di Gesù avrebbe prevalso.

L’invito decisivo

Un giorno, trovandosi con una delle sue sorelle, a un ballo nella città di Lodz, Elena tentava invano di divertirsi come le altre ragazze della sua età, ma sentiva la sua anima pesante e infelice. Nel mezzo di una danza, improvvisamente vide accanto a sé Nostro Signore Gesù Cristo, coperto di piaghe e udì queste parole: “Fino a quando devo portare pazienza con te e fino a quando tu Mi deluderai?”.

Molto commossa, uscì senza farsi notare dal ballo, entrò in una chiesa vicina e cadde in ginocchio, piangendo davanti al Santissimo Sacramento, chiedendogli con fervore che desse una direzione alla sua vita e sentì questa risposta: “Và immediatamente a Varsavia e là entrerai in convento”.

Elena si alzò e partì senza indugio per la capitale. Portava con sé solo un vestito, ma possedeva il maggiore tesoro: l’intera fiducia e l’abbandono nelle mani della Provvidenza.

Inizio della vita religiosa

Dio mette alla prova chi ama. Così, a Varsavia, fu respinta in diversi monasteri. Non desistette, e infine fu accettata – il giorno 1º agosto 1925 – nella Congregazione delle Suore della Madonna della Misericordia, qui si dedicava alla riabilitazione di donne di malavita e all’educazione di giovani in situazione a rischio. Durante il suo postulantato, Elena passò attraverso dubbi tremendi riguardo la vocazione.  Alla fine, vincendo tutte le prove, ricevette l’abito di novizia, il 30 aprile del 1926, col nome di Suor Maria Faustina del Santissimo Sacramento.

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Il noviziato fu per lei l’occasione per mettere in pratica, con ogni impegno, i suoi desideri di perfezione e di unione con Dio. Consapevole della sua debolezza e della propria piccolezza, si gettò con tutto il cuore tra le braccia di Nostro Signore, seguendo le vie dell’infanzia spirituale di S. Teresa del Bambino Gesù.

Al posto di patate… rose!

Un incidente di questo periodo mostra come la giovane novizia si appoggiasse interamente in Dio, anche nelle cose apparentemente insignificanti. Designata dalla superiora a lavorare in cucina, aveva una grande difficoltà a manovrare le enormi pentole. Le era particolarmente difficile versare l’acqua delle patate, senza farne cadere fuori un sacco. Intimidita dalla sua debolezza, suor Faustina aveva cercato di schivare questa funzione, riuscendo solo a scandalizzare le altre suore.

Senza la minima paura, la novizia chiese aiuto a Gesù ed Egli rispose con una chiara voce interiore che, da quel giorno in avanti, avrebbe trovato le forze per eseguire il compito senza sforzo. Quella stessa notte, suor Faustina riuscì a versare l’acqua facilmente dalla pentola. Quale non fu la sua sorpresa quando vide, tolto il coperchio, invece di patate, rose rosse indescrivibilmente belle! E udì queste parole di Nostro Signore: “Ho trasformato il tuo lavoro così pesante in mazzi dei fiori più belli, e il loro profumo si eleva fino al Mio Trono”.

Più tardi, la Santa si sarebbe così espressa: “Tu mi fai conoscere e comprendere in cosa consiste la grandezza dell’anima, non nelle cose grandi, ma in un grande amore. L’amore ha valore e dà grandezza alle nostre azioni. Anche se esse sono banali e volgari di per se stesse, con l’amore diventano importanti e potenti davanti a Dio”. Questo amore di Dio era la luce che la guidava sempre, sia nei piccoli che nei grandi incarichi.

Missione di “apostolo” della Divina Misericordia

Il 1º maggio 1933, Suor Faustina fece i voti perpetui. La sua missione di “apostolo” della Divina Misericordia, era già diventata esplicita con le rivelazioni continue e i messaggi di Gesù: “Nell’Antico Testamento, Io inviavo i profeti al Mio popolo con minacce. Oggi ti invio a tutta l’umanità con la Mia misericordia. Non voglio punire l’umanità sofferente, ma voglio guarirla, stringendola al Mio Cuore misericordioso”.

Una fervente Suora si è dedicata, con tutto l’impegno della sua anima, a questa importante missione, pur sentendo in sé tanta incertezza e incapacità. “Segretaria del Mio più profondo mistero”, fu il titolo dato da Gesù alla sua “apostola” della Misericordia Divina.

I messaggi e le rivelazioni che lei riceveva furono annotate in un diario, scritto per espressa volontà del divino Redentore: “Il tuo compito è quello di scrivere tutto quello che io do da conoscere sulla Mia misericordia, per il vantaggio delle anime che, leggendo questi scritti, sperimenteranno conforto e avranno il coraggio di avvicinarsi a Me”.

Le pagine del Diario sono piene di ricordi delle visioni e delle intime conversazioni con Gesù e la Madonna, delle comunicazioni con gli Angeli, i santi e le anime del purgatorio, oltre addirittura a una visita all’inferno e al purgatorio. Semplice, ma allo stesso tempo di sorprendente profondità teologica, il Diario è un tesoro degli insegnamenti sulla Divina Misericordia.

Far conoscere i desideri del Salvatore

Molte delle rivelazioni trattavano specificamente l’argomento della devozione alla Misericordia Divina, data da Gesù specialmente per i giorni nei quali viviamo: “L’umanità non troverà pace fintanto che non si volgerà con fiducia alla Misericordia Divina”.

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In esse, Gesù manifesta un forte desiderio che le anime si volgano a Lui con umiltà, riconoscendo le loro colpe, affinché Egli faccia valere la Sua misericordia: “Che ogni anima glorifichi la Mia bontà. Desidero la fiducia delle Mie creature, esorta le anime a una grande fiducia nella Mia inconcepibile misericordia. Che l’anima debole, peccatrice, non abbia paura di avvicinarsi a me, perché, anche se i suoi peccati saranno più numerosi dei granelli di sabbia della Terra, anche così saranno sommersi nell’abisso della Mia misericordia”.

Affinché il mondo potesse beneficiare di tanta bontà, era necessario promuovere e diffondere questa devozione, come richiesto da Gesù stesso: “Desidero che i sacerdoti annuncino questa Mia grande misericordia verso le anime dei peccatori. Che il peccatore non abbia paura di avvicinarsi a Me. Mi bruciano le fiamme della misericordia, Io voglio versarle sulle anime”.

Questa grande missione ha causato alla Santa innumerevoli sofferenze, perché non sempre fu compresa da coloro che la circondavano. Fino a che nostro Signore le concesse nel 1933, un confessore saggio e prudente, Padre Miguel Sopocko. Lui la consigliò e aiutò nel corso degli anni, guidandola nei suoi dubbi e difficoltà.

Gesù fa dipingere un quadro

Il 22 Febbraio 1931, Santa Faustina ricevette una delle rivelazioni più sorprendenti del suo Divino Maestro. Lo vide vestito di bianco, con la mano destra sollevata in un atteggiamento di benedizione, dal Suo petto uscivano due raggi, uno bianco e uno rosso. Udì anche la Sua divina voce ordinarle di far dipingere un quadro secondo il modello che stava vedendo, con l’iscrizione: “Gesù, io confido in Te”. “Prometto – aggiunse Gesù – che l’anima che venererà quest’immagine, non perirà. Io stesso la difenderò come Mia propria gloria”.

In una rivelazione posteriore, Egli spiegò il significato dei due raggi: “Il raggio bianco significa l’Acqua, che giustifica le anime; il raggio rosso significa il Sangue, che è la vita delle anime”.

Dopo numerosi ostacoli, il quadro fu dipinto da Eugeniusz Kazimirowski. La santa si lamentò con il Maestro Divino che non era neanche lontanamente bello come la visione, ma Lui la calmò, dicendo che non importava, perché il valore dell’immagine non era nella sua bellezza artistica, ma nella grazia data da Lui.

Nostro Signore le chiese che il quadro fosse benedetto solennemente la domenica dopo Pasqua, che Egli istituì come la Festa della Misericordia: “La prima domenica dopo Pasqua deve essere la Festa della Misericordia. In questo giorno, i sacerdoti devono parlare alle anime di questa Mia grande e insondabile misericordia”.

Devozioni per chiedere la Divina Misericordia

In un’altra visione, le fu rivelata una preghiera per placare la giusta ira di Dio contro il mondo: il “rosario della misericordia”. Nostro Signore stesso le insegnò a pregarlo, nella forma seguente:

“Prima dirai il Padre Nostro, l’Ave Maria e il Credo. Poi, nei grani del Padre Nostro, dirai le seguenti parole: ‘Eterno Padre, io Ti offro il Corpo e il Sangue, l’Anima e la Divinità del Tuo dilettissimo Figlio e Nostro Signore Gesù Cristo, ad espiazione dei nostri peccati e di quelli del mondo intero’. Nei grani dell’Ave Maria reciterai le seguenti parole: ‘Per la Sua dolorosa Passione, abbi misericordia di noi e del mondo intero’.

Alla fine, reciterai tre volte queste parole: ‘Dio Santo, Dio Forte, Dio Immortale, abbi pietà di noi e del mondo intero'”. Egli istituì anche l’ “Ora della Misericordia”, alle tre del pomeriggio, affinché tutti venerassero la Sua Passione. Questo momento del giorno è l'”ora di grande misericordia per il Mondo intero”, nella quale “la misericordia ha vinto la giustizia”. Egli rivelò anche alla Santa che niente sarà negato a chi chiede in nome della Sua Passione, in quest’ora, specialmente per i poveri peccatori.

“Non vivere per te, ma per le anime”

Nonostante tutti i doni straordinari che aveva ricevuto – incluse le stigmate occulte, profezie, discernimento degli spiriti, sponsali mistici -, Santa Faustina aveva ben presente che la santità consiste nel compiere la volontà di Dio, sebbene ciò la portasse a offrirsi come vittima. Per cui scrisse: “So che il grano di frumento, per diventare alimento, deve essere schiacciato e triturato nella mola; così anch’io, per esser utile alla Chiesa e alle anime, devo esser distrutta, sebbene esteriormente nessuno capisca il mio sacrificio”.

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Soffrendo il deterioramento fisico, causato dalla tubercolosi e dal peso della grande responsabilità della sua missione, Suor Faustina poté realizzare l’olocausto tanto desiderato. La sua malattia non fu capita immediatamente dalla comunità, per questo motivo, alcune suore la accusavano di essere capricciosa e pigra. Anche le rivelazioni e i doni straordinari la fecero oggetto di sospetti.

Ma il suo inalterabile buon umore e la sua bontà verso tutti, senza eccezione, soprattutto con una suora che la trattava particolarmente male, furono talmente eroici che portarono una delle religiose a esclamare: “Suor Faustina o è buffona o santa, perché realmente una persona normale non avrebbe tollerato che qualcuno la trattasse sempre tanto provocatoriamente!”.

La sua carità si estendeva anche alle numerose giovani della casa, alle quali dispensava una paziente e inesauribile dedizione. Viveva profondamente il senso di queste parole di Nostro Signore: “Figlia Mia, non vivere per te, ma per le anime”.

Grazie che eccedono le nostre richieste

Dopo vari ricoveri in ospedale, per il trattamento della sua dolorosa infermità, Suor Faustina ritornò al convento, dove consegnò la sua eroica anima a Dio, il 5 ottobre 1938, a soli 33 anni di età.

Canonizzata dal Servo di Dio Giovanni Paolo II, il 30 aprile 2000 – la prima domenica dopo Pasqua -, Santa Faustina illumina il nostro secolo con la sua missione e vita. La devozione e la conoscenza della Divina Misericordia, così come la testimonianza della sua insigne virtù, si spargono oggi nel mondo intero, invitandoci all’abbandono senza timore nelle mani di Colui che sempre accoglie con bontà e mai delude.

Infatti, come Lui stesso disse a Santa Faustina: “Mi causano piacere le anime che ricorrono alla Mia misericordia. A queste anime concedo grazie che eccedono le richieste. Non posso castigare, proprio il maggior dei peccatori, se lui ricorre alla Mia compassione, ma lo giustifico nella Mia insondabile e inscrutabile misericordia”.

1 Salvo indicazione contrarie, tutte le citazioni tra virgolette sono state tratte da KOWALSKA, Maria Faustina.
Diario. Edizione Brasiliana. Congregazione dei Padri Mariani: Curitiba, 1995.
2 Rito di Canonizzazione di Maria Faustina Kowalska, Omelia del Papa Giovanni Paolo II nella Concelebrazione Eucaristica, 30/4/2000. n º 8.

Rivista Araldi del Vangelo, Ottobre/2009, n. 78, p. 34 – 37)

Francesco d’Assisi – Film

San Francesco d’Assisi Patrono d’Italia

Assisi, 1182 – Assisi, la sera del 3 ottobre 1226

  Da una vita giovanile spensierata e mondana, dopo aver usato misericordia ai lebbrosi (Testamento), si convertì al Vangelo e lo visse con estrema coerenza, in povertà e letizia, seguendo il Cristo umile, povero e casto, secondo lo spirito delle beatitudini. Insieme ai primi fratelli che lo seguirono, attratti dalla forza del suo esempio, predicò per tutte le contrade l’amore del Signore, contribuendo al rinnovamento della Chiesa. Innamorato del Cristo, incentrò nella contemplazione del Presepe e del Calvario la sua esperienza spirituale. Portò nel suo corpo i segni della Passione. Il lui come nei più grandi mistici si reintegrò l’armonia con il cosmo, di cui si fece interprete nel cantico delle creature. Fu ispiratore e padre delle famiglie religiose maschili e femminili che da lui prendono il nome. Pio XII lo proclamò patrono d’Italia il 18 giugno 1939. (Mess. Rom.)

  Nel suo ‘Testamento’ scritto poco prima di morire, Francesco annotò: “Nessuno mi insegnava quel che io dovevo fare; ma lo stesso Altissimo mi rivelò che dovevo vivere secondo il Santo Vangelo”. Per questo è considerato il più grande santo della fine del Medioevo; egli fu una figura sbocciata completamente dalla grazia e dalla sua interiorità, non spiegabile per niente con l’ambiente spirituale da cui proveniva. Ma proprio a lui toccò in un modo provvidenziale, di dare la risposta agli interrogativi più profondi del suo tempo. Avendo messo in chiara luce con la sua vita i principi universali del Vangelo, con una semplicità e amabilità stupefacenti, senza imporre mai nulla a nessuno, ebbe un influsso straordinario, che dura tuttora, non solo nel mondo cristiano ma anche al di fuori di esso.

Origini e gioventù

  Francesco, l’apostolo della povertà, in effetti era figlio di ricchi, nacque ad Assisi nei primi del 1182 da Pietro di Bernardone, agiato mercante di panni e dalla nobile Giovanna detta “la Pica”, di origine provenzale. In omaggio alla nascita di Gesù, la religiosissima madonna Pica, volle partorire il bambino in una stalla improvvisata al pianterreno della casa paterna, in seguito detta “la stalletta” o “Oratorio di s. Francesco piccolino”, ubicata presso la piazza principale della città umbra.

  La madre in assenza del marito Pietro, impegnato in un viaggio di affari in Provenza, lo battezzò con il nome di Giovanni, in onore del Battista; ma ritornato il padre, questi volle aggiungergli il nome di Francesco che prevarrà poi sul primo. Questo nome era l’equivalente medioevale di ‘francese’ e fu posto in omaggio alla Francia, meta dei suoi frequenti viaggi e occasioni di mercato; disse s. Bonaventura suo biografo: “per destinarlo a continuare il suo commercio di panni franceschi”; ma forse anche in omaggio alla moglie francese, ciò spiega la familiarità con questa lingua da parte di Francesco, che l’aveva imparata dalla madre.

  Crebbe tra gli agi della sua famiglia, che come tutti i ricchi assisiani godeva dei tanti privilegi imperiali, concessi loro dal governatore della città, il duca di Spoleto Corrado di Lützen. Come istruzione aveva appreso le nozioni essenziali presso la scuola parrocchiale di San Giorgio e le sue cognizioni letterarie erano limitate; ad ogni modo conosceva il provenzale ed era abile nel mercanteggiare le stoffe dietro gli insegnamenti del padre, che vedeva in lui un valido collaboratore e l’erede dell’attività di famiglia.

Non alto di statura, magrolino, i capelli e la barbetta scura, Francesco era estroso ed elegante, primeggiava fra i giovani, amava le allegre brigate, spendendo con una certa prodigalità il denaro paterno, tanto da essere acclamato “rex iuvenum” (re dei conviti) che lo poneva alla direzione delle feste.

Combattente e sua conversione

  Con la morte dell’imperatore di Germania Enrico IV (1165-1197) e l’elezione a papa del card. Lotario di Segni, che prese il nome di Innocenzo III (1198-1216), gli scenari politici cambiarono; il nuovo papa sostenitore del potere universale della Chiesa, prese sotto la sua sovranità il ducato di Spoleto compresa Assisi, togliendolo al duca Corrado di Lützen.

  Ciò portò ad una rivolta del popolo contro i nobili della città, asserviti all’imperatore e sfruttatori dei loro concittadini, essi furono cacciati dalla rocca di Assisi e si rifugiarono a Perugia; poi con l’aiuto dei perugini mossero guerra ad Assisi (1202-1203). Francesco, con lo spirito dell’avventura che l’aveva sempre infiammato, si buttò nella lotta fra le due città così vicine e così nemiche.

  Dopo la disfatta subita dagli assisiani a Ponte San Giovanni, egli fu fatto prigioniero dai perugini a fine 1203 e restò in carcere per un lungo terribile anno; dopo che i suoi familiari ebbero pagato un consistente riscatto, Francesco ritornò in famiglia con la salute ormai compromessa. La madre lo curò amorevolmente durante la lunga malattia; ma una volta guarito egli non era più quello di prima, la sofferenza aveva scavato nel suo animo un’indelebile solco, non sentiva più nessuna attrattiva per la vita spensierata e i suoi antichi amici non potevano più stimolarlo.

  Come ogni animo nobile del suo tempo, pensò di arruolarsi nella cavalleria del conte Gualtiero di Brenne, che in Puglia combatteva per il papa; ma giunto a Spoleto cadde in preda ad uno strano malessere e la notte ebbe un sogno rivelatore con una voce misteriosa che lo invitava a “servire il padrone invece che il servo” e quindi di ritornare ad Assisi. Colpito dalla rivelazione, tornò alla sua città, accolto con preoccupazione dal padre e con una certa disapprovazione di buona parte dei concittadini.

  Lasciò definitivamente le allegre brigate per dedicarsi ad una vita d’intensa meditazione e pietà, avvertendo nel suo cuore il desiderio di servire il gran Re, ma non sapendo come; andò anche in pellegrinaggio a San Pietro in Roma con la speranza di trovare chiarezza. Ritornato deluso ad Assisi, continuò nelle opere di carità verso i poveri ed i lebbrosi, ma fu solo nell’autunno 1205 che Dio gli parlò; era assorto in preghiera nella chiesetta campestre di San Damiano e mentre fissava un crocifisso bizantino, udì per tre volte questo invito: “Francesco va’ e ripara la mia chiesa, che come vedi, cade tutta in rovina”.

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  Pieno di stupore, Francesco interpretò il comando come riferendosi alla cadente chiesetta di San Damiano, pertanto si mise a ripararla con il lavoro delle sue mani, utilizzando anche il denaro paterno. A questo punto il padre, considerandolo ormai irrecuperabile, anzi pericoloso per sé e per gli altri, lo denunziò al tribunale del vescovo come dilapidatore dei beni di famiglia; notissima è la scena in cui Francesco denudatosi dai vestiti, li restituì al padre mentre il vescovo di Assisi Guido II, lo copriva con il mantello, a significare la sua protezione.
Il giovane fu affidato ai benedettini con la speranza che potesse trovare nel monastero la soddisfazione alle sue esigenze spirituali; i rapporti con i monaci furono buoni, ma non era quella la sua strada e ben presto riprese la sua vita di “araldo di Gesù re”, indossò i panni del penitente e prese a girare per le strade di Assisi e dei paesi vicini, pregando, servendo i più poveri, consolando i lebbrosi e ricostruendo oltre San Damiano, le chiesette diroccate di San Pietro alla Spira e della Porziuncola.

La vocazione alla povertà e l’inizio della sua missione

  Nell’aprile del 1208, durante la celebrazione della Messa alla Porziuncola, ascoltando dal celebrante la lettura del Vangelo sulla missione degli Apostoli, Francesco comprese che le parole di Gesù riportate da Matteo (10, 9-10) si riferivano a lui: “Non procuratevi oro, né argento, né moneta di rame nelle vostre cinture, né bisaccia da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché l’operaio ha diritto al suo nutrimento. E in qualunque città o villaggio entriate, fatevi indicare se ci sia qualche persona degna, e lì rimanete fino alla vostra partenza”.

  Era la risposta alle sue preghiere e domande che da tempo attendeva; comprese allora che le parole del Crocifisso a San Damiano non si riferivano alla ricostruzione del piccolo tempio, ma al rinnovamento della Chiesa nei suoi membri; depose allora i panni del penitente e prese la veste “minoritica”, cingendosi i fianchi con una rude corda e coprendosi il capo con il cappuccio in uso presso i contadini del tempo e camminando a piedi scalzi.

  Iniziò così la vita e missione apostolica, sposando “madonna Povertà” tanto da essere poi definito “il Poverello di Assisi”, predicando con l’esempio e la parola il Vangelo come i primi apostoli. Francesco apparve in un momento particolarmente difficile per la vita della Chiesa, travagliata da continue crisi provocate dal sorgere di movimenti di riforma ereticali e lotte di natura politica, in cui il papato era allora uno dei massimi protagonisti.

  In un ambiente corrotto da ecclesiastici indegni e dalle violenze della società feudale, egli non prese alcuna posizione critica, né aspirò al ruolo di riformatore dei costumi morali della Chiesa, ma ad essa si rivolse sempre con animo di figlio devoto e obbediente. Rendendosi interprete di sentimenti diffusi nel suo tempo, prese a predicare la pace, l’uguaglianza fra gli uomini, il distacco dalle ricchezze e la dignità della povertà, l’amore per tutte le creature di Dio e al disopra di ogni cosa, la venuta del regno di Dio.

Inizio dell’Ordine dei Frati Minori

  Ben presto attirati dalla sua predicazione, si affiancarono a Francesco, quelli che sarebbero diventati suoi inseparabili compagni nella nuova vita: Bernardo di Quintavalle un ricco mercante, Pietro Cattani dottore in legge, Egidio contadino e poco dopo anche Leone, Rufino, Elia, Ginepro ed altri fino al numero di dodici, proprio come gli Apostoli, formanti una specie di ‘fraternità’ di chierici e laici, che vivevano alla luce di un semplice proposito di ispirazione evangelica.

  Il loro era un vivere alla lettera il Vangelo, senza preoccupazioni teologiche e senza ambizioni riformatrici o contestazioni morali, indicando così una nuova vita a chi voleva vivere in carità e povertà all’interno della Chiesa; per la loro obbedienza alla gerarchia ecclesiastica, il vescovo di Assisi Guido prese a proteggerli, seguendoli con interesse e permettendo loro di predicare.

  Ai primi del 1209 il gruppo si riuniva in una capanna nella località di Rivotorto, nella pianura sottostante la città di Assisi, presso la Porziuncola, iniziando così la “prima scuola” di formazione, dove durante un intero anno Francesco trasmise ai compagni il suo carisma, alternando alla preghiera, l’assistenza ai lebbrosi, la questua per sostenersi e per riparare le chiese danneggiate.

 Giacché ormai essi sconfinavano fuori dalla competenza della diocesi, e ciò poteva procurare problemi, il vescovo Guido consigliò Francesco e il suo gruppo di recarsi a Roma dal papa Innocenzo III per farsi approvare la prima breve Proto-Regola del nuovo Ordine dei Frati Minori.  Regola che fu approvata oralmente dal papa, dopo un suggestivo incontro con il gruppetto, vestito dalla rozza tunica e scalzo, colpito fra l’altro da “quel giovane piccolo dagli occhi ardenti”; nacque così ufficialmente l’Ordine dei Frati Minori, che riceveva la tonsura entrando a far parte del clero; sembra che in quest’occasione Francesco abbia ricevuto il diaconato.

Chiara e le clarisse

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  Tutta Assisi parlava delle ‘bizzarie’ del giovane Francesco, che viveva in povertà con i compagni laggiù nella pianura e che spesso saliva in città a predicare il Vangelo con il permesso del vescovo, augurando a tutti “pace e bene”; nella primavera del 1209 aveva predicato perfino nella cattedrale di S. Rufino, dove nell’attigua piazza abitava la nobile famiglia degli Affreduccio e sicuramente in quell’occasione, fra i fedeli che ascoltavano, c’era la giovanissima figlia Chiara.

  Colpita dalle sue parole, prese ad innamorarsi dei suoi ideali di povertà evangelica e cominciò a contattarlo, accompagnata dall’amica Bona di Guelfuccio e inviandogli spesso un poco di denaro. Nella notte seguente la Domenica delle Palme del 1211, abbandonò di nascosto il suo palazzo e correndo al buio attraverso i campi, giunse fino alla Porziuncola dove chiese a Francesco di dargli Dio, quel Dio che lui aveva trovato e col quale conviveva. Francesco, davanti all’altare della Vergine, le tagliò la bionda e lunga capigliatura (ancora oggi conservata) consacrandola al Signore.

  Poi l’accompagnò al monastero delle benedettine a Bastia, per sottrarla all’ira dei parenti, i quali dopo un colloquio con Chiara che mostrò loro il capo senza capelli, si convinsero a lasciarla andare. Successivamente Chiara e le compagne che l’avevano raggiunta, si spostò dopo alterne vicende, nel piccolo convento annesso alla chiesetta di San Damiano, dove nel 1215 a 22 anni Chiara fu nominata badessa; Francesco dettò alle “Povere donne recluse di S. Damiano” (il nome ‘Clarisse’ fu preso dopo la morte di s. Chiara) una prima Regola di vita, sostituita più tardi da quella della stessa santa. Chiara con le compagne, sarà l’incarnazione al femminile dell’ideale francescano, a cui si assoceranno tante successive Congregazioni di religiose.

L’ideale missionario

  Francesco non desiderò solo per sé e i suoi frati, l’evangelizzazione del mondo cristiano deviato dagli originari principi evangelici, ma anche raggiungere i non credenti, specie i saraceni, come venivano chiamati allora i musulmani. Se in quell’epoca i rapporti fra il mondo cristiano e quello musulmano erano tipicamente di lotta, Francesco volle capovolgere questa mentalità, vedendo per primo in loro dei fratelli a cui annunciare il Vangelo, non con le armi ma offrendolo con amore e se necessario subire anche il martirio.

  Mandò per questo i suoi frati prima dai Mori in Spagna, dove vennero condannati a morte e poi graziati dal Sultano e dopo in Marocco, dove il gruppo di frati composti da Berardo, Pietro, Accursio, Adiuto, Ottone, mentre predicavano, furono arrestati, imprigionati, flagellati e infine decapitati il 16 gennaio 1220. Il ritorno in Portogallo dei corpi dei protomartiri, suscitò la vocazione francescana nell’allora canonico regolare di S. Agostino, il dotto portoghese e futuro santo, Antonio da Padova.

  Francesco non si scoraggiò, nel 1219-1220 volle tentare personalmente l’impresa missionaria diretto in Marocco, ma una tempesta spinse la nave sulla costa dalmata, il secondo tentativo lo fece arrivare in Spagna, occupata dai musulmani, ma si ammalò e dovette tornare indietro, infine un terzo tentativo lo fece approdare in Palestina, dove si presentò al sultano egiziano Al-Malik al Kamil nei pressi del fiume Nilo, che lo ricevette con onore, ascoltandolo con interesse; il sultano non si convertì, ma Francesco poté dimostrare che il dialogo dell’amore poteva essere possibile fra le due grandi religioni monoteiste, dalle comuni origini in Abramo.

La seconda Regola

  Verso la metà del 1220, Francesco dovette ritornare in Italia per rimettere ordine fra i suoi frati, cresciuti ormai in numero considerevole, per cui l’originaria breve Regola era diventata insufficiente con la sua rigidità. Il Poverello non aveva inteso fondare conventi ma solo delle ‘fraternità’, piccoli gruppi di fratelli che vivessero in mezzo al mondo, mostrando che la felicità non era nel possedere le cose ma nel vivere in perfetta armonia secondo i comandamenti di Dio.

  Ma la folla di frati ormai sparsi per tutta l’Italia, poneva dei problemi di organizzazione, di formazione, di studio, di adattamento alle necessità dell’apostolato in un mondo sempre in evoluzione; quindi il vivere in povertà non poteva condizionare gli altri aspetti del vivere nel mondo. Nell’affollato “capitolo delle stuoia”, tenutosi ad Assisi nel 1221, Francesco autorizzò il dotto Antonio venuto da Lisbona, d’insegnare ai frati la sacra teologia a Bologna, specie a quelli addetti alla predicazione e alle confessioni.

  La nuova Regola fu dettata da Francesco a frate Leone, accolta con soddisfazione dal cardinale protettore dell’Ordine, Ugolino de’ Conti, futuro papa Gregorio IX e da tutti i frati; venne approvata il 29 novembre 1223 da papa Onorio III. In essa si ribadiva la povertà, il lavoro manuale, la predicazione, la missione tra gl’infedeli e l’equilibrio tra azione e contemplazione; si permetteva ai frati di avere delle Case di formazione per i novizi, si stemperò un poco il concetto di divieto della proprietà.

Il presepe vivente di Greccio 

  La notte del 24 dicembre 1223, Francesco si sentì invadere il cuore di tenerezza e di slancio volle rivivere nella selva di Greccio, vicino Rieti, l’umile nascita di Gesù Bambino con figure viventi. Nacque così la bella e suggestiva tradizione del Presepio nel mondo cristiano, che sarà ripresa dall’arte e dalla devozione popolare lungo i secoli successivi, con l’apporto dell’opera di grandi artisti, tale da costituire un filone dell’arte a sé stante, comprendenti orafi, scenografi, pittori, scultori, costumisti, architetti; il cui apice per magnificenza, realismo, suggestività, si ammira nel Presepe settecentesco napoletano.

Il suo Calvario personale

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  Ormai minato nel fisico per le malattie, per le fatiche, i continui spostamenti e digiuni, Francesco fu costretto a distaccarsi dal mondo e dal governo dell’Ordine, che aveva creato pur non avendone l’intenzione. Nell’estate del 1224 si ritirò sul Monte della Verna (Alverna) nel Casentino, insieme ad alcuni dei suoi primi compagni, per celebrare con il digiuno e intensa partecipazione alla Passione di Cristo, la “Quaresima di San Michele Arcangelo”.

  La mattina del 14 settembre, festa della Esaltazione della Santa Croce, mentre pregava su un fianco del monte, vide scendere dal cielo un serafino con sei ali di fiamma e di luce, che gli si avvicinò in volo rimanendo sospeso nell’aria. Fra le ali del serafino, Francesco vide lampeggiare la figura di un uomo con mani e piedi distesi e inchiodati ad una croce; quando la visione scomparve lasciò nel cuore di Francesco un ammirabile ardore e nella carne i segni della crocifissione; per la prima volta nella storia della santità cattolica, si era verificato il miracolo delle stimmate.

  Disceso dalla Verna, visibilmente dolorante e trasformato, volle ritornare ad Assisi; era anche prostrato da varie malattie, allo stomaco, alla milza e al fegato, con frequenti emottisi, inoltre la vista lo stava lasciando, a causa di un tracoma contratto durante il suo viaggio in Oriente.

Il lungo declino fisico, il “Cantico delle creature”, la morte

  Dopo le ultime prediche all’inizio del 1225, Francesco si rifugiò a San Damiano, nel piccolo convento annesso alla chiesetta da lui restaurata tanti anni prima e dove viveva Chiara e le sue suore. E in questo suggestivo e spirituale luogo di preghiera, egli compose il famoso “Cantico di frate Sole” o “Cantico delle Creature”, sublime poesia, ove si comprende quanto Francesco fosse penetrato nella più intima realtà della natura, contemplando sotto ogni creatura l’adorabile presenza di Dio.

  Se la fede gli aveva fatto riscoprire la fratellanza universale degli uomini, tutti figli dello stesso Padre, nel ‘Cantico’ egli coglieva il legame d’amore che lega tutte le creature, animate ed inanimate, tra loro e con l’uomo, in un abbraccio planetario di fratelli e sorelle che hanno un solo scopo, dare gloria a Dio. In questo periodo, ospite per un certo tempo nel palazzo vescovile, dettò anche il suo famoso ‘Testamento’, l’ultimo messaggio d’amore del Poverello ai suoi figli, affinché rimanessero fedeli a madonna Povertà.

  Poi per l’interessamento del cardinale Ugolino e di frate Elia, Francesco accettò di sottoporsi alle cure dei medici della corte papale a Rieti; poi ancora a Fabriano, Siena e Cortona, ma nell’estate del 1226 non solo non era migliorato, ma si fece sempre più evidente il sorgere di un’altra grave malattia, l’idropisia. Dopo un’altra sosta a Bagnara sulle montagne vicino a Nocera Umbra, perché potesse avere un po’ di refrigerio, i frati visto l’aggravarsi delle sue condizioni, decisero di trasportarlo ad Assisi e su sua richiesta all’amata Porziuncola, dove a tarda sera del 3 ottobre 1226, Francesco morì recitando il salmo 141, adagiato sulla nuda terra, aveva circa 45 anni.

  Le allodole, amanti della luce e timorose del buio, nonostante che fosse già sera, vennero a roteare sul tetto dell’infermeria, a salutare con gioia il santo, che un giorno (fra Camara e Bevagna), aveva invitato gli uccelli a cantare lodando il Signore; e in altra occasione in un campo verso Montefalco aveva tenuto loro una predica, che gli uccelli immobili ascoltarono, esplodendo poi in cinguetii e voli di gioia.

  La mattina del 4 ottobre, il suo corpo fu traslato con una solenne processione dalla Porziuncola alla chiesa parrocchiale di S. Giorgio ad Assisi, dove era stato battezzato e dove aveva cominciato nel 1208 la predicazione. Lungo il percorso il corteo si fermò a San Damiano, dove la cassa fu aperta, affinché santa Chiara e le sue “povere donne” potessero baciargli le stimmate.

  Nella chiesa di San Giorgio rimase tumulato fino al 1230, quando venne portato nella Basilica inferiore, costruita da frate Elia, diventato Ministro Generale dell’Ordine. Intanto il 16 luglio 1228, papa Gregorio IX a meno di due anni dalla morte, proclamò santo il Poverello d’Assisi, alla presenza della madre madonna Pica, del fratello Angelo e altri parenti, del vescovo Guido di Assisi, di numerosi cardinali e vescovi e di una folla di popolo mai vista, fissandone la festa al 4 ottobre.

Il culto, Patronati

  Gli episodi della sua vita e dei suoi primi seguaci, furono raccolti e narrati nei “Fioretti di San Francesco”, opera di anonimo trecentesco, che contribuì nel tempo alla larga diffusione del suo culto, unitamente alla prima e seconda ‘Vita’, scritte dal suo discepolo Tommaso da Celano (1190-1260), su richiesta di papa Gregorio IX. Alcuni episodi sono entrati nell’iconografia del santo e riprodotti dall’arte, come la predica agli uccelli, il roseto in cui si rotolò per sfuggire alla tentazione, il lupo che ammansì a Gubbio, il ricevimento delle Stimmate, ecc.

  È patrono dell’Umbria e di molte città, fra le quali San Francisco negli USA che da lui prese il nome; innumerevoli sono le chiese, le parrocchie, i conventi, i luoghi pubblici che portano il suo nome; come pure tanti altri santi e beati, venuti dopo di lui, che ebbero al battesimo o adottarono nella vita religiosa il suo nome. Il grande santo di Assisi, che lo storico e scrittore, don Enrico Pepe definisce “Patrimonio dell’umanità”, fu riconosciuto da papa Pio XII, come il “più italiano dei santi e più santo degli italiani” e il 18 giugno 1939, lo proclamò Patrono principale d’Italia.

Il cammino dei suoi ‘Frati Minori’

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  La Regola composta da s. Francesco su istanza del cardinale Ugolino de’ Conti, futuro papa Gregorio IX e approvata solennemente da Onorio III nel 1223, era formata da 12 capitoli, essa prescriveva una rigida e assoluta povertà, il lavoro per procurasi il cibo e l’elemosina come mezzo sussidiario di sostentamento. Capo dell’Ordine, che si propagò rapidamente al punto che, vivente ancora il fondatore, annoverava già 13 Province, fu un Ministro Generale. Le costituzioni furono redatte da San Bonaventura da Bagnoregio.
Mentre ancora l’organizzazione del nuovo Movimento religioso si stava consolidando, scoppiarono i primi contrasti. I membri dell’Ordine si divisero in due fazioni: la prima intendeva adottare forme meno severe di vita comunitaria e prescindere dall’obbligo assoluto della povertà, al fine di rendere meno difficile lo sviluppo dell’Ordine stesso; la seconda al contrario, si proponeva di uniformarsi alla lettera e allo spirito delle norme lasciate dal fondatore.

  I numerosi tentativi per placare i dissensi non ebbero effetto, anzi questi si acuirono di più quando Gregorio IX con la bolla “Quo elongati” (1230), concesse ai frati, che presero in seguito il nome di ‘Conventuali’, la possibilità di ricevere beni e di amministrarli per le loro esigenze. Nel campo opposto, correnti definite ereticali, come quelle degli spirituali e dei fraticelli, rappresentarono l’ala estrema del francescanesimo e agitarono un programma di rinnovamento religioso misto ad un’auspicabile rinascita politico-sociale, che sarebbe dovuto sfociare nell’avvento del regno dello Spirito, ma si attirarono scomuniche e persecuzioni dalle autorità ecclesiastiche e feudali.

  La divisione in due Movimenti, Osservanti e Conventuali, fu sanzionata nel 1517 da papa Leone X; nel 1525 papa Clemente VII approvò il nuovo ramo dei frati Cappuccini, guidato dal frate Minore Osservante Matteo da Bascio della Marca d’Ancona, dediti ad una più austera disciplina, povertà assoluta e vita eremitica; altre famiglie francescane riformate sorsero nei secoli (Alcantarini, Riformati, Amadeiti) in seno o a fianco degli Osservanti, ma tutti obbedivano al Ministro Generale dell’Osservanza.

  L’Ordine francescano comprende anche il ramo femminile, le Clarisse e il Terz’Ordine dei laici o Terziari francescani, fondati dallo stesso s. Francesco nel 1221, per raccogliere i numerosi seguaci già sposati e di ogni ordine sociale. L’Ordine, ai cui membri dei diversi rami, Leone XIII nel 1897, ingiunse di prendere il nome comune di Frati Minori, è tra i più importanti della Chiesa. Oltre alle pratiche religiose e ascetiche, essi furono e sono dediti alla predicazione, ad un apostolato di tipo sociale in luoghi di cura, e soprattutto all’opera missionaria.

Cantico delle Creature

Altissimo, onnipotente, bon Signore Tue so’ le laude, la gloria et l’honore et onne benedictione. A te solo, Altissimo, se konfanno Et nullo homo ene digno te mentovare. Laudato si’, mi’ Signore, cum tucte le tue creature, specialmente messer lo frate sole lo quale è iorno et allumini noi per lui, et ellu è bellu e radiante, cum grande splendore: de te, Altissimo, porta significatione. Laudato si’, mi’ Signore, per sora luna e le stelle: in celu l’ài formate clarite et pretiose et belle. Laudato si’, mi’ Signore, per frate vento et per aere et nubilo et sereno et onne tempo, per lo quale alle tue creature dai sostentamento. Laudato si’, mi’ Signore, per sora acqua, la quale è molto utile et humile et pretiosa et casta. Laudato si’, mi’ Signore, per frate focu per lo quale enallumini la nocte ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte. Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra madre terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti fiori et herba. Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore, et sostengo’ infirmitate et tribolatione. Beati quelli ke le sosterranno in pace ka da te, Altissimo, sirano incoronati. Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra morte corporale da la quale nullo homo vivente po’ skappare. Guai a quelli ke morranno ne le peccata mortali; beati quelli ke trovarà ne le sue sanctissime volutati, ka la morte secunda nol farrà male. Laudate et benedicete mi’ Signore, et rengratiate et serviteli cum grande humilitate. 

(S. Francesco d’Assisi)

Francesco e il Sultano, la vera storia di quell’incontro

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Lo so, si rischia di essere ripetitivi nel ricordare ancora l’incontro che avvenne fra il sultano Malik al-Kamil e il santo di Assisi nel 1219. Mi sento però costretto dal fatto che puntualmente, su siti e giornali di matrice cattolica in questi tempi di emergenza islamica, ricompaia l’immagine dolciastra di un Francesco tutto sorrisi e scuse e quella di un sultano lungimirante e accomodante. Niente di più falso!

Nella vita di san Francesco d’Assisi narrata da san Bonaventura, il Serafico insieme al suo compagno, Pietro di Cattanio, si recò in Terrasanta “tra gli infedeli, a portare con l’effusione del suo sangue, la fede nella Trinità”. Secondo il Doctor Seraphicus la spinta che muove Francesco a recarsi nei luoghi in cui imperversava “una guerra implacabile” tra Cristiani e Saraceni, era la conquista della “sospirata palma del martirio” e la conversione degli infedeli. Anche Dante scrive così di Francesco nella Divina Commedia: “Per la sete del martiro nella presenza del Soldan superba predicò Cristo e l’altri che ‘l seguiro” (Paradiso XI, 100-102). Ed è sempre da san Bonaventura che apprendiamo quanto violento fu l’incontro con le guardie del sultano. “Ma ecco che alcune guardie saracene, subito s’avventano su di lui come dei lupi e li arrestano; li malmenano con ferocia e disprezzo; li coprono d’ingiurie; li battono con sferze; li legano con dure catene. Dopo mille tormenti, sfiniti, per disposizione di Dio, vengono tratti alla presenza del sultano, come Francesco desiderava”. Sulla durezza dell’accoglienza di Francesco presso il sultano scrive anche un biografo recente, il danese Giovanni Joergensen: “i due frati (frate Illuminato, ndr) furono trattati duramente, ma Francesco, a forza di gridare continuamente: «Soldano, Soldano!», poté finalmente ottenere d’esser condotto alla presenza del comandante dei credenti”.

Sempre dal Bonaventura apprendiamo la grande fede che muove Francesco nel partecipare alla Quinta Crociata, rispondendo alla domanda del Sultano sul motivo della sua presenza in Egitto: “Non da uomo, ma da Dio siamo stati mandati, per mostrare a te e al tuo popolo la via della salute e annunziarvi il Vangelo”. A queste parole, è opinione assai comune tra i biografi di San Francesco, il Sultano rimase particolarmente colpito tanto che invitò il santo di Assisi a rimanere con lui. Ma Francesco rispose così: “Si, volentieri rimarrò con te, se tu e il tuo popolo vi convertirete a Cristo”. Francesco, secondo Bonaventura (che riprende molti elementi da Tommaso da Celano, primo biografo del santo), intima il Sultano alla prova del fuoco. Se il Serafico fosse sopravvissuto alle fiamme lui e il suo popolo si sarebbero convertiti a Cristo. Il Sultano, per paura di una rivolta popolare, rifiutò l’estrema prova, ma non poté che rimanere sbalordito dall’enorme fede del piccolo frate.

Va detto che San Francesco mai si oppose di fatto alla Crociata, definendola “la santa impresa”, in quanto con essa si sarebbe giustamente restituito alla cristianità i luoghi sacri della Redenzione sottratti con la forza dagli islamici. Dell’incontro con il Sultano c’è però un documento che viene per lo più ignorato, se non censurato, dalle ricostruzioni più ecumeniche e pacifiste del santo. Parliamo della testimonianza scritta di frate Illuminato (colui che era fisicamente presente all’incontro fra Francesco e il Sultano) e che riporta ciò che, con molta probabilità, fu realmente detto in quello storico colloquio. Il Sultano sfida Francesco, addirittura, rifacendosi al Vangelo: “Il vostro Dio ha insegnato nei suoi Vangeli che non si deve rendere male per male […] Quanto più dunque i cristiani non devono invadere la nostra terra?“. Ma Francesco (che ancora non era andato a scuola di ecumenismo!) così replicò: “Non sembra che abbiate letto per intero il Vangelo di Cristo nostro Signore. Altrove dice infatti: ‘Se un tuo occhio ti scandalizza, cavalo e gettalo lontano da te’ […], con il che ci volle insegnare che dobbiamo sradicare completamente […] un uomo per quanto caro o vicino — anche se ci fosse caro come un occhio della testa — che cerchi di toglierci dalla fede e dall’amore del nostro Dio. Per questo i cristiani giustamente attaccano voi e la terra che avete occupato, perché bestemmiate il nome di Cristo e allontanate dal suo culto quelli che potete. Se però voleste conoscere il creatore e redentore, confessarlo e adorarlo, vi amerebbero come loro stessi“. Parole chiare, di un Santo che aveva abbracciato con amore la Croce di Cristo fino al martirio e che aveva chiara quale fosse la vera priorità di un cristiano, parole che oggi, forse, suonerebbero come scandalose in qualsiasi consesso cattolico

XXVII Domenica del Tempo Ordinario – (Anno A)

La parabola dei vignaioli omicidi

Vangelo

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: 33 “Ascoltate un’altra parabola: C’era un padrone che piantò una vigna e la circondò con una siepe, vi scavò un frantoio, vi costruì una torre, poi l’affidò a dei vignaioli e se ne andò. 34 Quando fu il tempo dei frutti, mandò i suoi servi da quei vignaioli a ritirare il raccolto. 35 Ma quei vignaioli presero i servi e uno lo bastonarono, l’altro lo uccisero, l’altro lo lapidarono. 36 Di nuovo mandò altri servi più numerosi dei primi, ma quelli si comportarono nello stesso modo. 37 Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: ‘Avranno rispetto di mio figlio!’ 38 Ma quei vignaioli, visto il figlio, dissero tra sé: ‘Costui è l’erede; venite, uccidiamolo, e avremo noi l’eredità’. 39 E, presolo, lo cacciarono fuori della vigna e l’uccisero. 40 Quando dunque verrà il padrone della vigna che farà a quei vignaioli?” 41 Gli rispondono: “Farà morire miseramente quei malvagi e darà la vigna ad altri vignaioli che gli consegneranno i frutti a suo tempo”. 42 E Gesù disse loro: “Non avete mai letto nelle Scritture: ‘La pietra che i costruttori hanno scartata è diventata testata d’angolo; dal Signore è stato fatto questo ed è mirabile agli occhi nostri?’ 43 Perciò Io vi dico: vi sarà tolto il Regno di Dio e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare” (Mt 21, 33-43).

La grave responsabilità di chi si prende cura della vigna del Signore

Come in altri tempi verso il popolo eletto, Dio ci tratta come una vigna scelta affinché più facilmente otteniamo la beatitudine eterna. Che frutti daremo al suo Padrone?

I – La vigna, simbolo di realtà soprannaturali

Ai giorni nostri, poiché viviamo in una civiltà eccessivamente industrializzata, non tutti abbiamo familiarità con il processo di produzione del vino, ed è possibile che per molti l’immagine della vigna non abbia un particolare significato. Oggi compriamo questa bevanda già imbottigliata, forse senza conoscere i vari dettagli del lungo processo iniziato con l’uva. È un compito che esige sforzo, dedizione e conoscenza dei segreti della coltivazione di ogni tipo di vite, del miglior modo di prendersene cura e dell’epoca giusta per la vendemmia, secondo la qualità del vino che si desidera ottenere. È necessario portare le uve in un torchio, spremerle – il metodo tradizionale consiste nel pestarle –, lasciar riposare il mosto fino alla fermentazione e decantarlo per essere poi, eventualmente, depositato in barili, in certi casi per anni e, infine, esser imbottigliato. Si tratta di un’arte che si acquisisce solo dopo una lunga esperienza, accumulata nel corso di generazioni in cui la tradizione familiare va perfezionando le tecniche: è il métier dei viticoltori. Così, essi finiscono per creare un’enorme considerazione per i loro vigneti.

Ora, Dio ideò e creò l’uva, spingendo l’uomo a coltivarla, affinché rappresentasse la realtà – quanto più elevata! – della sua relazione con il popolo eletto, come vedremo nelle letture della 27ª Domenica del Tempo Ordinario.

Israele, vigna scelta del Signore
Profeta Isaia

La coltivazione della vite si era estesa ampiamente nella Terra Promessa e in altre regioni del mondo antico, fin da epoche remote. Anche se l’orto della casa era molto piccolo, non mancava il posto per una vite; e anche se i suoi grappoli producevano un solo orcio di vino, questo bastava per fare la gioia della famiglia, soprattutto perché era stato preparato dai suoi stessi membri. Tuttavia, per avere una vigna considerevole, era necessario avere una buona terra, vigilarla e difenderla contro ladri e animali. Con quest’obiettivo si aveva l’abitudine di edificare in essa un posto di guardia, oltre che di circondarla con un recinto – come ancora si fa in diversi luoghi – costruito con le pietre tolte dal terreno, in modo da costituire una piccola muraglia.

“La vigna del Signore è la casa d’Israele” (Is 5, 7a), dice il ritornello del Salmo Responsoriale, che continua in modo eloquente: “Hai sradicato una vite dall’Egitto, hai scacciato le genti e l’hai trapiantata. Ha esteso i suoi tralci fino al mare, arrivavano al fiume i suoi germogli” (Sal 79). È quello che di fatto accadde, poiché Egli trasse gli israeliti dalla schiavitù ed espulse i popoli che abitavano Canaan per istallare lì la sua vigna, consegnando loro quella terra dal Mar Mediterraneo fino ai suoi lontani confini. Israele, separato da tutte le nazioni al fine di essere il popolo prediletto, colmato di privilegi e di doni, più tardi sarebbe stato chiamato a convertire gli altri. Dio firmò con esso un’alleanza e promise di proteggerlo, se avesse osservato la Legge, praticato il culto e non si fosse consegnato all’idolatria. Infine, come ricorda la prima lettura (Is 5, 1-7), tratta dal Libro del Profeta Isaia, era una vigna accuratamente scelta e accudita dal Signore.

A causa dei suoi frutti cattivi, Dio abbandona la vigna

Tuttavia, tramite le labbra del profeta, Egli lamenta che la vite non abbia dato i frutti desiderati: “Egli aspettò che producesse uva, ma essa fece uva selvatica” (Is 5, 2). Questa non serve per produrre vino e neppure come alimento, poiché è acerba. Quando è consumata, lascia il palato aspro, i denti allappati e la lingua con un’acidità e un sapore aspro da far perdere il gusto. Isaia compone questo poema in mezzo alle feste d’inizio autunno, periodo della vendemmia, nell’esatto contesto storico in cui l’Assiria minacciava di invadere Israele, che in poco tempo sarebbe stato deportato in altre regioni.1 È allora che Dio recupera dagli ebrei tutti i benefici di cui erano stati oggetto, dicendo: “Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna che Io non abbia fatto? […] Ebbene, la vigna del Signore degli eserciti è la casa di Israele; gli abitanti di Giuda la sua piantagione preferita. Egli si aspettava giustizia ed ecco spargimento di sangue, attendeva rettitudine ed ecco grida di oppressi” (Is 5, 4.7).

Quando abbiamo un essere caro sul quale versiamo fiumi di benevolenza, anche se lo facciamo con disinteresse, senza mirare alla reciprocità, l’istinto di socievolezza chiede in un certo modo una restituzione. E, di conseguenza, non c’è nulla di più duro che essere ricompensati con il male. È una delle prove più terribili e dolorose che esistano!

Dio ha amato i suoi eletti in un modo straordinario e voleva veder fiorire la santità tra loro, invece Gli hanno dato soltanto gli amari frutti del peccato. E così come i grani di sale si dissolvono a mano a mano che sono aggiunti in un recipiente d’acqua, fino a un punto esatto di saturazione in cui si cristallizza nel fondo, o come un padre ha pazienza col figlio deviato fino al punto che questi oltrepassa i limiti e provoca la sua collera, anche Dio decide, a un certo momento, di castigare il popolo ribelle.

A questa punizione allude il Salmo Responsoriale: “Perché hai aperto brecce nella sua cinta e ne fa vendemmia ogni passante? La devasta il cinghiale del bosco e vi pascolano le bestie della campagna” (Sal 80, 13-14). Era quello che accadeva agli ebrei nel corso dei secoli: quando l’ingratitudine raggiungeva un culmine, Dio lasciava cadere il recinto e gli animali invadevano e devastavano la vigna, ossia, Israele era dominato dai pagani che lo circondavano, e disgrazie innumerevoli gli erano inflitte affinché sentisse che con le sue sole forze non era nulla, e si sviluppava solo grazie a un dono divino. E, conclude il salmista, chiedendo aiuto: “Dio degli eserciti, ritorna! Guarda dal cielo e vedi e visita questa vigna, proteggi quello che la tua destra ha piantato, il Figlio dell’Uomo che per te hai reso forte. Da te mai più ci allontaneremo, facci rivivere e noi invocheremo il tuo nome. Signore, Dio degli eserciti, fa’ che ritorniamo, fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi” (Sal 80, 1516.19-20).

Entrambi i testi dell’Antico Testamento sono complemento al Vangelo, il quale è molto più profondo e ricco di significato.

II – La Vigna, il suo Padrone e i vignaioli omicidi

Il passo presentato in questa 27ª Domenica del Tempo Ordinario fa parte della predicazione di Nostro Signore negli ultimi giorni della sua vita mortale, il martedì della Settimana Santa. Dopo l’entrata trionfale a Gerusalemme, la Domenica delle Palme, la lotta contro quelli che tramavano il deicidio diventò più acuta, a cominciare dall’espulsione dei venditori del Tempio, proseguendo con una serie di affronti pubblici, nei quali risplendette la divinità di Cristo. San Matteo si distingue dagli altri evangelisti per la precisione con cui registra tutta la contesa, che culminerà nel capitolo 23.

Il Divino Maestro parla ai capi di Israele

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: 33a “Ascoltate un’altra parabola: C’era un padrone che piantò una vigna e la circondò con una siepe, vi scavò un frantoio, vi costruì una torre,…”
La parabola dei vignaioli omicidi

In questa parabola Gesù Si rivolge alle alte autorità di Israele: i sommi sacerdoti e anziani del popolo, crema della società di quel tempo e responsabili per guidarlo. Tutti erano uomini di lettere, profondi conoscitori della Scrittura e, senza dubbio, quando il Maestro inizia la narrazione, essi avevano presente la profezia e il Salmo che contempliamo oggi, e molti altri testi sacri, nei quali Israele è comparato a una vigna (cfr. Ger 2, 21; Ez 15, 1-6; 19, 10-14; Os 10, 1; Ct 2, 15; ecc.).

Secondo la descrizione di Nostro Signore – in armonia con i suddetti passi dell’Antico Testamento –, possiamo immaginare il protagonista di questa parabola come un uomo di grande capacità di lavoro e molte ricchezze, che spese cure estreme per coltivare la sua vigna con la più grande perfezione. La pose “sopra un fertile colle” (Is 5, 1) illuminata dal Sole, dove c’è ventilazione e l’acqua scorre, lasciando la terra drenata, cosa che favorisce la produzione dell’uva. Questo significa che Dio diede al popolo eletto una natura privilegiata e condizioni propizie per ricevere ciò che c’è di più prezioso: la vita soprannaturale. Pulì convenientemente il terreno e lo recintò (cfr. Is 5, 2a), ossia, rimosse dall’anima degli israeliti certe miserie che pregiudicavano lo sviluppo della grazia e li protesse per impedire che altri facessero loro qualche male. Piantò ancora “viti scelte” (Is 5, 2b), volle riempirli di doni straordinari, avendo in vista che nel seno di questa nazione era in via di preparazione l’ascendenza di Colui che sarebbe stato suo Figlio Unigenito Incarnato e di sua Madre, Maria Santissima. Come dice San Giovanni Crisostomo, “Egli nulla omise per quel che riguarda la sollecitudine per loro”.2

I fittavoli della vigna: nuovo e principale aspetto della parabola

33b “…poi l’affidò a dei vignaioli e se ne andò”.

In quel tempo, in Palestina, non era raro l’affitto di terreni da piantagione. I fittavoli dividevano il guadagno con il padrone, pagando quello che a lui corrispondeva conforme al contratto. Non dimentichiamoci che lo sforzo per preparare la vigna era stato del secondo, il quale aveva comprato la terra e montato tutta l’infrastruttura necessaria per trarne profitto.

Il presente versetto ci offre la peculiarità di questa parabola, considerando gli altri testi dell’Antico Testamento che trattano della vigna, poiché non si concentra nella relazione di questa con il proprietario, ma tra lui e gli agricoltori messi a contratto. La vigna è Israele, il padrone è Dio. Egli incarica alcuni di coltivarla, e parte per lontano, “per lasciare i vignaioli lavorare secondo il loro libero arbitrio”.3 Ecco la realtà pungente e chiara: Dio non sembra abitare insieme ai suoi prescelti né convive con loro in forma visibile, ma pone alla loro testa uomini notevoli chiamati a governarli, autorità religiose incaricate di guidarli sulla via della salvezza. E “come il colono, anche quando compie il suo dovere, non piacerà al suo padrone se non gli consegnerà la rendita della vigna, così anche il sacerdote non piace tanto al Signore per la sua santità, quanto perché insegna al popolo di Dio la pratica della virtù”.4 In questo modo, dal contesto della parabola, il Divino Maestro evidenzia la classe alla quale era destinata.

Riassunto della storica infedeltà dei dirigenti del popolo

34 “Quando fu il tempo dei frutti, mandò i suoi servi da quei vignaioli a ritirare il raccolto. 35 Ma quei vignaioli presero i servi e uno lo bastonarono, l’altro lo uccisero, l’altro lo lapidarono. 36 Di nuovo mandò altri servi più numerosi dei primi, ma quelli si comportarono nello stesso modo”.
La parabola dei vignaioli omicidi…

I servi, mandati dal signore della vigna a ricevere i frutti, simbolizzano i profeti inviati da Dio lungo tutta la storia di Israele per riscuotere i profitti da coloro che avrebbero dovuto reggere la nazione, secondo le sue disposizioni. Nonostante ciò, questi emissari furono perseguitati e uccisi – come lo stesso Gesù denunciò (cfr. Mt 23, 30-31.37; Lc 11, 47-51) –, perché la loro predicazione contrariava le cattive inclinazioni regnanti e, soprattutto, gli interessi dei dirigenti della società. La loro presenza diventava un ingombro che era necessario eliminare. San Girolamo riassume questo riprovevole atteggiamento: “Ci percossero come successe a Geremia (Ger 37, 15), ci uccisero come fecero con Isaia (Eb 11, 37), ci lapidarono come lapidarono Nabot (I Re 21, 15) e Zaccaria, che ammazzarono tra il Tempio e l’altare (II Cr 24, 21)”.5 È la furia del peccatore contro coloro che vengono a ricordargli che la proprietà del popolo eletto appartiene a Dio; furia contro coloro che rappresentano la Legge e il diritto; furia contro quelli che esigono il compimento della volontà del Signore. “Perché questo terreno non è nostro?”, si lamentano. È, in fondo, una mancanza di conformità con l’autorità di Dio.

Gesù profetizza il deicidio

37 “Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: ‘Avranno rispetto di mio figlio!’ 38 Ma quei vignaioli, visto il figlio, dissero tra sé: ‘Costui è l’erede; venite, uccidiamolo, e avremo noi l’eredità’. 39 E, presolo, lo cacciarono fuori della vigna e l’uccisero”.

Infine, in un atto estremo di amore, Dio non manda un altro profeta, ma il suo amato Figlio per invitare gli israeliti a essere fedeli all’Alleanza. Tuttavia, essi Lo uccidono. La parabola in questo passo non potrebbe essere più esplicita: trovandoSi prossimo alla Passione, non a caso il Divino Maestro ha voluto lasciar ben chiara la verità e fare una profezia su Se stesso. Era l’occasione di manifestare che il Signore aveva dato al suo popolo ogni sorta di doni, regalie e protezione, lo aveva protetto in innumerevoli modi. Però, a un determinato momento, vedendo che non si prendeva cura della vigna e utilizzava tutti i benefici per il proprio interesse, e anche contro di Lui, affida a suo Figlio la missione di convertirlo. Tuttavia, il delirio di prender possesso dell’eredità del padrone, la bramosia dei beni altrui, il desiderio di appropriazione e l’odio verso la superiorità portano i vignaioli – i capi della nazione – ad attentare contro la vita di Nostro Signore.

40 “Quando dunque verrà il padrone della vigna che farà a quei vignaioli?” 41 Gli rispondono: “Farà morire miseramente quei malvagi e darà la vigna ad altri vignaioli che gli consegneranno i frutti a suo tempo”.

I presenti, abituati al costume orientale di considerare l’interpretazione delle parabole come segno d’intelligenza e cultura, erano preoccupati di decifrare con sicurezza le parole del Divino Maestro, che, intuivano, li riguardava. Per questo, senza pensarci molto, diedero una rapida soluzione. Non compresero che “il Signore chiede loro non perché ignori quello che risponderanno, ma perché si condannino con la loro stessa risposta”.6 Il verdetto dei sommi sacerdoti e degli anziani del popolo era in verità un’accusa, come mettono in luce le successive parole di Nostro Signore. Come commenta San Giovanni Crisostomo, “essi pronunciarono una sentenza contro se stessi […]. E, giustamente, se [Gesù] propose loro una parabola, fu perché voleva che essi pronunciassero la loro sentenza. È quanto accadde a Davide, quando egli stesso sentenziò nella parabola del profeta Natan”.7

Il Padre esalterà il Figlio assassinato

42 E Gesù disse loro: “Non avete mai letto nelle Scritture: ‘La pietra che i costruttori hanno scartata è diventata testata d’angolo; dal Signore è stato fatto questo ed è mirabile agli occhi nostri?’ 43 Perciò Io vi dico: vi sarà tolto il Regno di Dio e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare”.
Pietra angolare

Nella costruzione delle case del tempo c’erano pietre poste negli angoli per fissare e mantenere le altre, conferendo stabilità all’edificio. A questo fine erano usate quelle di maggiori dimensioni, poiché avevano la funzione di sostenere la costruzione e, per le loro caratteristiche peculiari, a volte non erano adeguate nelle precedenti tappe dell’opera. Questo capitava, soprattutto, nel caso delle pietre che concludevano le cupole. Usando questa immagine come simbolo di Se stesso, il Redentore mostra che il Figlio, che essi rifiutarono e avrebbero ammazzato, Dio Lo pone nel piano più alto. E, applicando la parabola direttamente ai suoi interlocutori, li ammonisce che, non avendo dato i frutti dovuti, saranno disprezzati, messi da parte e privati dei loro privilegi, che saranno trasferiti ad altri popoli.

La parabola è bellissima e talmente chiara – al contrario di altre, a prima vista misteriose per il pubblico – che neppure gli Apostoli o coloro cui era rivolta chiesero a Gesù la sua spiegazione. Tali destinatari, inoltre, temevano che Lui manifestasse in maniera ancor più categorica la grave accusa che pesava sopra di loro.

Dio castiga gli individui e i popoli

La conclusione di Gesù mette in evidenza come il Signore non solo castighi su un piano individuale quelli che, voltandoGli le spalle, abbracciano le vie della perdizione, ma chiamerà a giudizio anche le nazioni. Così, la parabola contiene una lezione per il nostro tempo, poiché sembra chiaro che Egli può punire l’umanità. Oggi verifichiamo che il relativismo, il materialismo, l’egoismo, la mancanza di virtù e di amore a Dio si sono impossessati del mondo, il quale è pervaso da uno spirito opposto al Suo ed è diventato come la vigna scelta che non ha dato l’uva desiderata. È possibile che questa vite riceva la ricompensa descritta nella prima lettura e nel Vangelo.

Giudizio Universale

Per tale motivo conviene ascoltare, nella seconda lettura (Fil 4, 6-9), l’esortazione di San Paolo ai Filippesi: “In conclusione, fratelli, quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode, questo sia oggetto dei vostri pensieri” (4, 8). È la purezza d’animo che manca a questo mondo, dove si commettono peccati che trionfano sulla castità, sono adottate mode sempre più impudiche, si assiste alla dissoluzione familiare e alla scomparsa della verginità. Tutto questo attira l’indignazione di Dio e, se non ci sarà un impulso di conversione che sostenga il braccio della collera divina, ignoriamo quello che accadrà alla nostra generazione. Visto che Lui non tollera il peccato, quando interverrà? Non lo sappiamo, ma dobbiamo convincerci personalmente dell’importanza di praticare la virtù, sia in famiglia o nella vita consacrata, con spirito di preghiera, fede e pietà, chiedendo al Signore di avere compassione di noi e di concedere grazie specialissime affinché ci sia un cambiamento nella direzione degli avvenimenti. Solo così “la pace di Dio” (Fil 4, 7) sarà con noi e non la sua ira.

III – Anche noi siamo vigna del Signore

I commenti su questo Vangelo rimarrebbero incompleti se limitassimo la loro applicazione a quelli che pianificarono la morte di Cristo, o anche all’umanità nel suo insieme. Nella parabola dei vignaioli omicidi dobbiamo trovare una lezione per ognuno di noi, poiché le parole di Nostro Signore echeggiano per gli uomini di tutte le epoche storiche. Infatti, la vigna di cui parla la Liturgia può esser considerata l’anima di ogni cattolico, che Dio ama con predilezione, al punto da rivolgergli la domanda: “Cosa avrei potuto fare Io in più per la mia vigna che non ho fatto?”.

Le doti che riceviamo, a partire dall’essere, l’intelligenza, la volontà, la sensibilità, la vocazione specifica, tutto ci è consegnato dal Signore della vigna. Tra questi favori, nessuno è degno di maggior apprezzamento della vita divina, come insegna San Rabano Mauro: “In senso morale, a ognuno si consegna la sua vigna affinché la coltivi, essendogli amministrato il sacramento del Battesimo, affinché lavori per mezzo di lui. Gli è inviato un servo, un altro e un terzo, quando la Legge, il Salmo e la profezia parlano, e in virtù dei cui insegnamenti si deve agire bene. Ma l’inviato è ucciso e gettato fuori, si disprezza la sua predicazione o, cosa peggiore, si bestemmia contro di lui. Uccide l’erede che porta in sé chiunque oltraggia il Figlio di Dio e offende lo Spirito della sua grazia. Una volta perduto il cattivo coltivatore, la vigna è consegnata a un altro, come accade col dono della grazia, che il superbo disprezza e l’umile raccoglie”.8

Dio veglia sempre su di noi e, nel corso degli anni, ci tratta con molto più affetto, vigilanza e amore che qualsiasi vignaiolo per quanto concerne la sua piantagione. Egli prepara via via le circostanze, esaudendo, ponendo difese affinché gli ostacoli non ci facciano cadere. In cambio, che cosa si aspetta da noi? Che siamo una vite che dia il frutto eccellente delle opere di perfezione, da cui esca poi il buon vino della santità. Per questo verrà a riscuotere i frutti. Spetta a noi lavorare per produrli, coscienti che quanto possediamo ha origine in Lui. Persino la forza per praticare la virtù ci è infusa da Dio, come un dono che ci permette di acquisire meriti in vista della nostra eterna salvezza.

Un opportuno esame di coscienza

Come mi prendo cura, allora, di questa vigna che sono io? Me ne occupo con tutta la perfezione e restituisco a Dio quello che Gli appartiene? Sto costantemente con l’attenzione rivolta alle realtà soprannaturali, col desiderio di beneficiare il prossimo, convinto del fatto che sono stato chiamato a dar gloria a Dio e riparare il Sapienziale e Immacolato Cuore di Maria dei numerosi peccati che oggi si commettono? Sono attento all’arrivo dei servi del Padrone della vigna? Una parola detta dal pulpito, un consiglio di uno che cerca la mia santificazione, un ammonimento della coscienza… Più ancora, le suppliche della Madonna e la protezione del mio Angelo Custode. Cosa faccio io a questi servi? Li lapido, li percuoto e li uccido, soffocando la loro voce? Infatti, se non voglio in alcun modo consegnare a Dio ciò che è Suo e uso i suoi doni per il mio piacere personale o, peggio, per offenderLo, sto, in fondo, percuotendo, lapidando, uccidendo i servi, e anche il Figlio del Divino Padrone. È indispensabile che mi premunisca, perché il Regno dei Cieli che ho ricevuto il giorno del mio Battesimo potrà essermi tolto e dato ad altri.

Quanta materia per un esame di coscienza! Come mi trovo ora? Di fronte a queste parole, qual è la mia reazione? Sto schivando, devio l’attenzione o mi pongo di fronte all’obbligo di render conto della vigna che sono io? Se la coscienza mi accusa, devo ricordarmi dell’insegnamento di San Paolo, nella seconda lettura: “Non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti; e la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù” (Fil 4, 6-7). Grazie alla materna intercessione di Maria Santissima tutto ha una soluzione, purché io riconosca che ho proceduto male e ho bisogno di cambiar vita. Chiediamo alla Madonna, allora, misericordia e le forze per emendarci e aderire con entusiasmo alla volontà del Padrone della vigna.

Madonna con il Bambino Gesù

1) Cfr. GALLEGO, Epifanio. El movimiento profético. Isaías. In: GONZÁLEZ, Ángel et al. Comentarios a la Biblia Litúrgica. Antiguo Testamento. 4.ed. Madrid-Barcelona-Estella: Paulinas; PPC; Regina; Verbo Divino, 1990, p.615-616.

2) SAN GIOVANNI CRISOSTOMO. Omelia LXVIII, n.1. In: Obras. Homilías sobre el Evangelio de San Mateo (46-90). 2.ed. Madrid: BAC, 2007, v.II, p.387.

3) SAN GIROLAMO. Commento a Matteo. L.III (16,13-22,40), c.21, n.51. In: Obras Completas. Comentario a Mateo y otros escritos. Madrid: BAC, 2002, v.II, p.299.

4) AUTORE INCERTO. Opus imperfectum in Matthæum. Omelia XL, c.21: MG 56, 854

5) SAN GIROLAMO, op. cit., p.299.

6) Idem, p.301.

7) SAN GIOVANNI CRISOSTOMO, op. cit., n.2, p.390-391.

8) SAN RABANO MAURO. Commentariorum in Matthæum. L.VI, c.21: ML 107, 1053

Supplica ardente ai Santi Angeli

Questa preghiera potente e straordinaria è molto conosciuta soprattutto dai membri dell’Opera dei Santi Angeli.
L’autrice è madre Gabriele Bitterlich, fondatrice di questo movimento, semplice madre di famiglia di Innsbruck, strumento scelto da Dio per approfondire la conoscenza e la devozione dei Santi Angeli e quindi collaborare con loro alla santificazione delle anime, in particolare dei Sacerdoti.

 “O DIO UNO E TRINO, ONNIPOTENTE ED ETERNO,prima di supplicare i santi Angeli e di chiedere il loro aiuto, noi, Tuoi servi, ci prostriamo ai Tuoi piedi e Ti adoriamo, Padre e Figlio e Spirito Santo. Sii Tu lodato e glorificato in eterno e tutti gli Angeli e uomini che hai creato Ti adorino, Ti amino e Ti servano, o DIO Santo, Forte ed Immortale.

Anche Tu, Maria, Regina di tutti gli Angeli, / accogli benigna la nostra implorazione ai Tuoi servi / ed inoltrala al Trono dell’Altissimo. / Tu che puoi tutto con la potenza della Tua supplica / e sei Mediatrice di tutte le grazie, / fa che troviamo grazia, salvezza ed aiuto. Amen.

Voi santi Angeli, potenti e gloriosi. Ci siete stati dati da DIO, per nostra protezione e nostro aiuto.Vi supplichiamo nel Nome di DIO, Uno e Trino:                                 
venite presto in nostro aiuto.
Vi supplichiamo nel Nome del Preziosissimo Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo:
venite presto in nostro aiuto.
Vi supplichiamo nel Nome Onnipotente di Gesù:                               
venite presto in nostro aiuto.
Vi supplichiamo per le Piaghe di Nostro Signore Gesù Cristo:            
venite presto in nostro aiuto.
Vi supplichiamo per tutti i martirii di Nostro Signore Gesù Cristo:
venite presto in nostro aiuto.
Vi supplichiamo per la santa Parola di DIO:                                        
venite presto in nostro aiuto.
Vi supplichiamo per il Cuore di Nostro Signore Gesù Cristo:       
venite presto in nostro aiuto.
Vi supplichiamo nel Nome dell’Amore di DIO per noi miseri:      
venite presto in nostro aiuto.
Vi supplichiamo nel nome della fedeltà di DIO verso noi miseri:  
venite presto in nostro aiuto.
Vi supplichiamo nel nome della Misericordia di DIO verso noi miseri 
venite presto in nostro aiuto.
Vi supplichiamo nel Nome di Maria, Madre di DIO e Madre nostra:   
venite presto in nostro aiuto.
Vi supplichiamo nel Nome di Maria, Regina del cielo e della terra: 
venite presto in nostro aiuto.
Vi supplichiamo nel Nome di Maria, vostra Regina e Signora:        
venite presto in nostro aiuto.
Vi supplichiamo per la vostra propria beatitudine:                          
venite presto in nostro aiuto.
Vi supplichiamo per la vostra propria fedeltà:                                       
venite presto in nostro aiuto.
Vi supplichiamo per il vostro impegno nella lotta per il Regno di DIO: 
venite presto in nostro aiuto.

Vi supplichiamo:      copriteci con il vostro scudo.Vi supplichiamo:      difendeteci con la vostra spada.Vi supplichiamo:      illuminateci con la vostra luce.Vi supplichiamo:      salvateci sotto il manto protettore di Maria.Vi supplichiamo:      nascondeteci nel Cuore di Maria.Vi supplichiamo:      poneteci nelle mani di Maria.Vi supplichiamo:      mostrateci la via alla porta della vita: il Cuore aperto di Nostro Signore.Vi supplichiamo:     conduceteci con sicurezza alla Casa del Padre.Voi tutti, nove Cori degli Spiriti beati:    venite presto in nostro aiuto.Voi, che siete stati dati da DIO come nostri particolari accompagnatori:venite presto in nostro aiuto.

AFFRETTATEVI, AIUTATECI, VI SUPPLICHIAMO.
Il Preziosissimo Sangue del Nostro Signore e Re fu sparso per noi poveri: 
affrettatevi ad aiutarci, ve ne supplichiamo.
Il Cuore del Nostro Signore e Re batte d’amore per noi poveri:
affrettatevi ad aiutarci, ve ne supplichiamo.
Il Cuore Immacolato di Maria Santissima, vostra Regina, batte d’amore per noi poveri:
affrettatevi ad aiutarci, ve ne supplichiamo.
SAN MICHELE ARCANGELO,
Tu, Principe delle Milizie celesti, Vincitore del dragone infernale, hai ricevuto da DIO la forza e il potere di annientare con l’umiltà la superbia delle potenze delle tenebre!
Ti supplichiamo, / aiutaci ad avere una vera umiltà di cuore, / un’incrollabile fedeltà per compiere sempre il volere di DIO / e la fortezza nella sofferenza e nel bisogno! / Aiutaci a superare il giudizio del Tribunale di DIO.
SAN GABRIELE ARCANGELO,Tu, Angelo dell’Incarnazione, fedele Messaggero di DIO, apri le nostre orecchie ad ascoltare i dolci richiami e gli inviti del Cuore amante di Nostro Signore.Sii sempre davanti ai nostri, / ti supplichiamo, / affinché comprendiamo bene la parola di DIO, / la seguiamo, le ubbidiamo / e portiamo a termine ciò che DIO vuole da noi! / Aiutaci ad essere vigilanti e pronti, / affinché il Signore al Suo arrivo ci trovi desti.

SAN RAFFAELE ARCANGELO,
Tu Freccia d’amore e Medicina dell’Amore di DIO,ti supplichiamo, / ferisci il nostro cuore con l’ardente amore di DIO /  e fa che questa ferita non si chiuda mai, / affinché anche nella vita d’ogni giorno / possiamo rimanere sempre sulla via dell’amore, / e superare tutto con l’amore.

AIUTATECI VOI, SANTI E GLORIOSI FRATELLI, SERVI CON NOI DAVANTI A DIO.
Difendeteci da noi stessi, / dalla nostra propria viltà e tiepidezza, / dal nostro egoismo, / dalla nostra brama di possedere, / dall’invidia, dalla sfiducia, dall’avidità / e dal desiderio di essere ammirati. Liberateci dalle catene del peccato e dall’attaccamento alle cose terrene.Toglieteci dagli occhi la benda che noi stessi ci siamo messi / per non vedere la miseria che ci circonda / e per poter così contemplare e compatire noi stessi.
Mettete nel nostro cuore il proposito di cercare DIO con desiderio struggente, con pentimento e con amore.
Guardate il Preziosissimo Sangue del Nostro Signore / sparso per noi miseri.
Guardate le lacrime che la vostra Regina pianse a causa di noi miseri.
Guardate in noi l’immagine di DIO / che Egli stesso ha impresso nella nostra anima / e che ora è rovinata dai nostri peccati.
Aiutateci a riconoscere ed adorare DIO, ad amarLo e servirLo.
Aiutateci nella lotta contro le potenze delle tenebre / che ci circondano e ci tormentano furtivamente! / Aiutateci affinché nessuno di noi vada perduto / e così un giorno saremo uniti giubilando nell’eterna beatitudine. / Amen.

SAN MICHELE,assistici con tutti gli Angeli, aiutaci e prega per noi.
SAN RAFFAELE,assistici con tutti gli Angeli, aiutaci e prega per noi.
SAN GABRIELE,assistici con tutti gli Angeli, aiutaci e prega per noi.
“Le vostre anime non possono ancora comprendere quanto immensamente Maria ci ama  e fa tutto per noi, per condurci al Signore. Ma se vi tenete stretti alla mano della più buona delle  madri, nel dolore e nella gioia, Lei stessa vi aprirà lo scrigno dei misteri del Suo amore. Vi porterà avanti quando pensate di non farcela più. Lei non vi lascia mai”.Madre Gabriele Bitterlich

PADRE PIO E IL SUO ANGELO CUSTODE, UN LEGAME INDISSOLUBILE

Padre Pio aveva un legame molto stretto con il suo Angelo Custode, lo considerava il suo protettore e messaggero d’amore – Padre Pio era convinto che tutti potessero vedere l’Angelo Custode.


Padre Pio e il suo Angelo Custode

Si racconta che Padre Pio quando era molto giovane, ha cominciato ad avere delle visioni del suo Angelo Custode, di Gesù e della Vergine Maria. Padre Pio era convinto che tutti potessero avere le sue stesse visioni.

Padre Pio ha combattuto diverse volte il maligno con l’aiuto del Angelo custode. Padre Pio racconta che alcune volte il diavolo rendeva illeggibili le lettere che arrivavano dal suo “padre spirituale”. Per risolvere il problema chiese aiuto al suo angelo che gli suggerì di benedire con acqua santa le lettere prima di aprirle.

Sempre Padre Pio racconta che una volta mentre veniva picchiato e tentato dal diavolo chiese l’intervento del suo Angelo chiamandolo ad alta voce, ma l’Angelo non andò in suo soccorso.

Tempo dopo, quando l’Angelo gli apparse per consolarlo, Padre Pio gli chiese perché non lo avesse aiutato in quell’occasione. L’Angelo gli rispose dicendo che Gesù aveva permesso quell’assalto del diavolo per renderlo simile a Lui, per fargli vivere l’esperienza del deserto, del giardino del Getsemani e della croce.

Padre Pio grazie all’aiuto del suo Angelo Custode era in grado di comprendere tutte le lingue del mondo perché il suo angelo le traduceva per lui –  “Se la missione del vostro Angelo Custode è importante, quella del mio è certamente più ampia, perché deve essere anche guida nella traduzione di altre lingue” così scrisse Padre Pio in una sua lettera.

Padre Pio ha sempre apprezzato la funzione degli Angeli come “messaggeri” per questo raccomandava la loro devozione. Ai suoi figli spirituali diceva:  “Se hai bisogno di me, mandami il tuo Angelo Custode”.

Il frate Alessio Parente racconta che un giorno si avvicinò a Padre Pio per portargli della corrispondenza, ma Padre Pio non gli diede retta. Il frate insisteva nel richiedere attenzione e Padre Pio voltandosi gli disse: “Non hai visto tutti questi angeli qui intorno a me? Vengono a portarmi i messaggi dei miei figli spirituali. Devo dare loro delle risposte urgenti.”

Santi Angeli Custodi

Parlando dell’aiuto degli angeli, il Catechismo afferma una verità che conforta: «Dal suo inizio fino all’ora della morte la vita umana è circondata dalla loro protezione e dalla loro intercessione». L’uomo conserva comunque il suo libero arbitrio e, dunque, può accogliere o respingere l’ispirazione del proprio angelo custode

Parlando dell’aiuto degli angeli, il Catechismo afferma una verità che conforta: «Dal suo inizio fino all’ora della morte la vita umana è circondata dalla loro protezione e dalla loro intercessione» (CCC 336). Come già spiegavano san Girolamo e Tommaso d’Aquino, per volontà della Divina Provvidenza abbiamo tutti un particolare angelo custode, che opera invisibilmente illuminando l’uomo verso il retto agire e la conquista della vita eterna. Ma poiché l’uomo conserva il libero arbitrio può respingere l’ispirazione degli angeli e compiere atti malvagi che lo possono portare a dannarsi per l’eternità: ciò, appunto, «non va imputato alla negligenza degli angeli, ma alla malizia degli uomini», scrive san Tommaso nella Somma Teologica.

Sempre nella stessa opera, il Doctor Angelicus spiega: «Finché vive in questo mondo, l’uomo si trova come su una strada che deve condurlo alla patria. Lungo la strada, molti pericoli incombono su di lui, sia dall’interno che dall’esterno, come dice il Salmista: Sulla strada per cui cammino, hanno nascosto dei lacci a mio danno. Quindi, come si dà una scorta alle persone che devono transitare per strade malsicure, così si dà un angelo custode all’uomo, finché dura il suo stato di viatore [lo stato di prova, da pellegrino sulla terra, ndr]. Quando invece sarà giunto al termine della strada, allora l’uomo non avrà più un angelo custode; ma avrà in cielo un angelo co-regnante, o nell’inferno un demonio tormentatore».

Proprio Tommaso d’Aquino è stato tra i santi che hanno avuto un contatto costante con l’angelo custode: altri casi ben noti sono quelli di Francesco d’Assisi, Francesca Romana, Gemma Galgani e Pio da Pietrelcina. La festività attuale è stata definitivamente fissata nel XVII secolo, grazie prima a Paolo V e poi a Clemente X. Per l’importanza che il ministero degli angeli custodi riveste nel nostro cammino verso la salvezza, la Chiesa esorta a recitare l’Angelo di Dio. Tra i più grati al Creatore per il dono di un angelo custode per ciascuno di noi c’era san Giovanni Bosco, che diceva: «Quando siete tentati, invocate il vostro angelo. Lui vuole aiutare voi più di quanto voi vogliate essere aiutati!».

Benedetto XVI: Santa Teresina!

DALL’UDIENZA GENERALE DI PAPA BENEDETTO XVI DEL 6 APRILE 2011

Cari fratelli e sorelle,

oggi vorrei parlarvi di santa Teresa di Lisieux, Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo, che visse in questo mondo solo 24 anni, alla fine del XIX secolo, conducendo una vita molto semplice e nascosta, ma che, dopo la morte e la pubblicazione dei suoi scritti, è diventata una delle sante più conosciute e amate. La “piccola Teresa” non ha mai smesso di aiutare le anime più semplici, i piccoli, i poveri e i sofferenti che la pregano, ma ha anche illuminato tutta la Chiesa con la sua profonda dottrina spirituale, a tal punto che il Venerabile Papa Giovanni Paolo IInel 1997, ha voluto darle il titolo di Dottore della Chiesa, in aggiunta a quello di Patrona delle Missioni, già attribuitole da Pio XI nel 1927. Il mio amato Predecessore la definì “esperta della scientia amoris” (Novo Millennio ineunte27). Questa scienza, che vede risplendere nell’amore tutta la verità della fede, Teresa la esprime principalmente nel racconto della sua vita, pubblicato un anno dopo la sua morte sotto il titolo di Storia di un’anima. E’ un libro che ebbe subito un enorme successo, fu tradotto in molte lingue e diffuso in tutto il mondo. Vorrei invitarvi a riscoprire questo piccolo-grande tesoro, questo luminoso commento del Vangelo pienamente vissuto! La Storia di un’anima, infatti, è una meravigliosa storia d’Amore, raccontata con una tale autenticità, semplicità e freschezza che il lettore non può non rimanerne affascinato! Ma qual è questo Amore che ha riempito tutta la vita di Teresa, dall’infanzia fino alla morte? Cari amici, questo Amore ha un Volto, ha un Nome, è Gesù! La Santa parla continuamente di Gesù. Vogliamo ripercorrere, allora, le grandi tappe della sua vita, per entrare nel cuore della sua dottrina. 

Teresa nasce il 2 gennaio 1873 ad Alençon, una città della Normandia, in Francia. E’ l’ultima figlia di Luigi e Zelia Martin, sposi e genitori esemplari, beatificati insieme il 19 ottobre 2008. Ebbero nove figli; di essi quattro morirono in tenera età. Rimasero le cinque figlie, che diventarono tutte religiose. Teresa, a 4 anni, rimase profondamente ferita dalla morte della madre (Ms A, 13r). Il padre con le figlie si trasferì allora nella città di Lisieux, dove si svolgerà tutta la vita della Santa.  Più tardi Teresa, colpita da una grave malattia nervosa, guarì per una grazia divina, che lei stessa definisce il “sorriso della Madonna” (ibid., 29v-30v). Ricevette poi la Prima Comunione, intensamente vissuta (ibid., 35r), e mise Gesù Eucaristia al centro della sua esistenza. 

La “Grazia di Natale” del 1886 segna la grande svolta, da lei chiamata la sua “completa conversione” (ibid., 44v-45r). Guarisce, infatti, totalmente dalla sua ipersensibilità infantile e inizia una “corsa da gigante”. All’età di 14 anni, Teresa si avvicina sempre più, con grande fede, a Gesù Crocifisso, e si prende a cuore il caso, apparentemente disperato, di un criminale condannato a morte e impenitente (ibid., 45v-46v). “Volli ad ogni costo impedirgli di cadere nell’inferno”, scrive la Santa, con la certezza che la sua preghiera lo avrebbe messo a contatto con il Sangue redentore di Gesù. E’ la sua prima e fondamentale esperienza di maternità spirituale: “Tanta fiducia avevo nella Misericordia Infinita di Gesù”, scrive. Con Maria Santissima, la giovane Teresa ama, crede e spera con “un cuore di madre” (cfr PR 6/10r).

Nel novembre del 1887, Teresa si reca in pellegrinaggio a Roma insieme al padre e alla sorella Celina (ibid., 55v-67r). Per lei, il momento culminante è l’Udienza del Papa Leone XIII, al quale domanda il permesso di entrare, appena quindicenne, nel Carmelo di Lisieux. Un anno dopo, il suo desiderio si realizza: si fa Carmelitana, “per salvare le anime e pregare per i sacerdoti” (ibid., 69v). Contemporaneamente, inizia anche la dolorosa ed umiliante malattia mentale di suo padre. E’ una grande sofferenza che conduce Teresa alla contemplazione del Volto di Gesù nella sua Passione (ibid., 71rv). Così, il suo nome da Religiosa – suor Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo – esprime il programma di tutta la sua vita, nella comunione ai Misteri centrali dell’Incarnazione e della Redenzione. La sua professione religiosa, nella festa della Natività di Maria, l’8 settembre 1890, è per lei un vero matrimonio spirituale nella “piccolezza” evangelica, caratterizzata dal simbolo del fiore: “Che bella festa la Natività di Maria per diventare la sposa di Gesù! – scrive – Era la piccola Vergine Santa di un giorno che presentava il suo piccolo fiore al piccolo Gesù” (ibid., 77r). Per Teresa essere religiosa significa essere sposa di Gesù e madre delle anime (cfr Ms B, 2v). Lo stesso giorno, la Santa scrive una preghiera che indica tutto l’orientamento della sua vita: chiede a Gesù il dono del suo Amore infinito, di essere la più piccola, e sopratutto chiede la salvezza di tutti gli uomini: “Che nessuna anima sia dannata oggi” (Pr 2). Di grande importanza è la sua Offerta all’Amore Misericordioso, fatta nella festa della Santissima Trinità del 1895 (Ms A, 83v-84r; Pr 6): un’offerta che Teresa condivide subito con le sue consorelle, essendo già vice maestra delle novizie.

Dieci anni dopo la “Grazia di Natale”, nel 1896, viene la “Grazia di Pasqua”, che apre l’ultimo periodo della vita di Teresa, con l’inizio della sua passione in unione profonda alla Passione di Gesù; si tratta della passione del corpo, con la malattia che la condurrà alla morte attraverso grandi sofferenze, ma soprattutto si tratta della passione dell’anima, con una dolorosissima prova della fede (Ms C, 4v-7v). Con Maria accanto alla Croce di Gesù, Teresa vive allora la fede più eroica, come luce nelle tenebre che le invadono l’anima. La Carmelitana ha coscienza di vivere questa grande prova per la salvezza di tutti gli atei del mondo moderno, chiamati da lei “fratelli”. Vive allora ancora più intensamente l’amore fraterno (8r-33v): verso le sorelle della sua comunità, verso i suoi due fratelli spirituali missionari, verso i sacerdoti e tutti gli uomini, specialmente i più lontani. Diventa veramente una “sorella universale”! La sua carità amabile e sorridente è l’espressione della gioia profonda di cui ci rivela il segreto: “Gesù, la mia gioia è amare Te” (P 45/7). In questo contesto di sofferenza, vivendo il più grande amore nelle più piccole cose della vita quotidiana, la Santa porta a compimento la sua vocazione di essere l’Amore nel cuore della Chiesa (cfr Ms B, 3v). 

Teresa muore la sera del 30 settembre 1897, pronunciando le semplici parole “Mio Dio, vi amo!”, guardando il Crocifisso che stringeva nelle sue mani. Queste ultime parole della Santa sono la chiave di tutta la sua dottrina, della sua interpretazione del Vangelo. L’atto d’amore, espresso nel suo ultimo soffio, era come il continuo respiro della sua anima, come il battito del suo cuore. Le semplici parole “Gesù Ti amo” sono al centro di tutti i suoi scritti. L’atto d’amore a Gesù la immerge nella Santissima Trinità. Ella scrive: “Ah tu lo sai, Divin Gesù Ti amo, / Lo Spirito d’Amore m’infiamma col suo fuoco, / E’ amando Te che io attiro il Padre” (P 17/2).

Cari amici, anche noi con santa Teresa di Gesù Bambino dovremmo poter ripetere ogni giorno al Signore che vogliamo vivere di amore a Lui e agli altri, imparare alla scuola dei santi ad amare in modo autentico e totale. Teresa è uno dei “piccoli” del Vangelo che si lasciano condurre da Dio nelle profondità del suo Mistero. Una guida per tutti, soprattutto per coloro che, nel Popolo di Dio, svolgono il ministero di teologi. Con l’umiltà e la carità, la fede e la speranza, Teresa entra continuamente nel cuore della Sacra Scrittura che racchiude il Mistero di Cristo. E tale lettura della Bibbia, nutrita dalla scienza dell’amore, non si oppone alla scienza accademica. La scienza dei santi, infatti, di cui lei stessa parla nell’ultima pagina della Storia di un’anima, è la scienza più alta“Tutti i santi l’hanno capito e in modo più particolare forse quelli che riempirono l’universo con l’irradiazione della dottrina evangelica. Non è forse dall’orazione che i Santi Paolo, Agostino, Giovanni della Croce, Tommaso d’Aquino, Francesco, Domenico e tanti altri illustri Amici di Dio hanno attinto questa scienza divina che affascina i geni più grandi?” (Ms C, 36r). Inseparabile dal Vangelo, l’Eucaristia è per Teresa il Sacramento dell’Amore Divino che si abbassa all’estremo per innalzarci fino a Lui. Nella sua ultima Lettera, su un’immagine che rappresenta Gesù Bambino nell’Ostia consacrata, la Santa scrive queste semplici parole: “Non posso temere un Dio che per me si è fatto così piccolo! (…) Io Lo amo! Infatti, Egli non è che Amore e Misericordia!” (LT 266).

Nel Vangelo, Teresa scopre soprattutto la Misericordia di Gesù, al punto da affermare: “A me Egli ha dato la sua Misericordia infinita, attraverso essa contemplo e adoro le altre perfezioni divine! (…) Allora tutte mi paiono raggianti d’amore, la Giustizia stessa (e forse ancor più di qualsiasi altra) mi sembra rivestita d’amore” (Ms A, 84r). Così si esprime anche nelle ultime righe della Storia di un’anima: “Appena do un’occhiata al Santo Vangelo, subito respiro i profumi della vita di Gesù e so da che parte correre… Non è al primo posto, ma all’ultimo che mi slancio… Sì lo sento, anche se avessi sulla coscienza tutti i peccati che si possono commettere, andrei, con il cuore spezzato dal pentimento, a gettarmi tra le braccia di Gesù, perché so quanto ami il figliol prodigo che ritorna a Lui” (Ms C, 36v-37r). “Fiducia e Amore” sono dunque il punto finale del racconto della sua vita, due parole che come fari hanno illuminato tutto il suo cammino di santità, per poter guidare gli altri sulla stessa sua “piccola via di fiducia e di amore”, dell’infanzia spirituale (cf Ms C, 2v-3r; LT 226). Fiducia come quella del bambino che si abbandona nelle mani di Dio, inseparabile dall’impegno forte, radicale del vero amore, che è dono totale di sé, per sempre, come dice la Santa contemplando Maria: “Amare è dare tutto, e dare se stesso” (Perché ti amo, o Maria, P 54/22). Così Teresa indica a tutti noi che la vita cristiana consiste nel vivere pienamente la grazia del Battesimo nel dono totale di sé all’Amore del Padre, per vivere come Cristo, nel fuoco dello Spirito Santo, il Suo stesso amore per tutti gli altri. Grazie.

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