I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia

L’Eucaristia, l’Immacolata e il Sommo Pontefice!

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Il Monte Tabor e la Basilica della Trasfigurazione

La trasfigurazione del Signore e la nostra santificazione

Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro; il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Pietro prese allora la parola e disse a Gesù: “Signore, è bello per noi restare qui; se vuoi, farò qui tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia”. Egli stava ancora parlando quando una nuvola luminosa li avvolse con la sua ombra. Ed ecco una voce che diceva: “Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo”.All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò e, toccatili, disse:”Alzatevi e non temete”. Sollevando gli occhi non videro più nessuno, se non Gesù solo. E mentre discendevano dal monte, Gesù ordinò loro: “Non parlate a nessuno di questa visione, finché il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti” (Mt 17,1-9)..

Monsenhor Joao Cla Dias_EP.jpgMons. João Scognamiglio Clá Dias, EP

UnVero Uomo

Uno dei principali misteri della nostra Fede è l’incarnazione del Verbo.In effetti, chi potrebbe escogitare la possibilità che una delle Persone della Santissima Trinità unisca la sua natura divina aquella umana, e – senza smettere di essere il vero Dio – diventare anche un vero Uomo? Mai, grazie al semplice ragionamento, alcun uomo- nemmeno qualche Angelo – potrebbe concepire tale conubbio tra Creatore e creatura. Affinché potessimo conoscere questo bello e attraente mistero, era necessario che Dio stesso ce lo rivelasse.

Il Redentore fu radicale nell’assumere la condizione umana, dentro la fragile contingenza della stessa (fatta eccezione per il peccato e per qualsiasi difetto). Per esempio, scelse le più modeste circostanze per nascere: la totale povertà, una grotta, in pieno inverno, avendo come culla soltanto una mangiatoia.

Sono innumerevoli gli episodi del Vangelo in cui traspare la natura umana di Gesù: il dover fuggire in Egitto, portato da Maria e Giuseppe, per essere risparmiato dalla spada di Erode; il lavorare come unumile falegname, fino ai 30 anni di età, evitando così di richiamare su di sé l’attenziimg_1.jpgone della gente; il fare penitenza durante 40 giorni nel deserto, sopportando gli sconforti di un terribile digiuno; il versare il sangue nel Giardino degli Ulivi, inmezzo alla paura e all’angoscia dinanzi alla Passione; l’esternare debolezza fisica durante la sua flagellazione e mentre portava la croce sul Calvario. Infine, la sua morte, come quella di qualsiasi essere umano, e nel peggiore dei supplizi

Comedice San Paolo: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furonoin Cristo Gesù, il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana”. (Fl 2, 5-7).

Senza un’assistenza speciale della grazia, sarebbe inevitabile per chiunque ascoltasse il racconto di questi fatti, concludere que Gesù non era che una semplice creatura umana.

UnVero Dio

Per questo motivo, l’Unigenito Figlio di Dio, per sostenere la nostra fede, rese chiara la sua origine eterna e increata in molti altri fatti e circostanze: l’annunciazione alla Santissima Vergine per mezzo di un Arcangelo; l’avviso a San Giuseppe, in sogno, della concezione verginale di Maria; l’apparizione di una folla di angeli ai pastori vicino alla grotta di Betlemme, per annunciare loro la nascita di Gesù; la commozione all’interno dei Santi Re Magi, per la provvidenzialità di quel Bambino. Soprattutto, fu categorica la sua glorificazione, compiuta dal Padre e dallo Spirito Santo, nel momento del battesimo nel Giordano:

“Ora, mentre tutto il popolo si faceva battezzare, anche Gesù fu battezzato; e, mentre pregava, si aprì il cielo, e lo Spirito Santo scese su di lui in forma corporea, come una colomba; e venne una voce dal cielo: ‘Tu sei il mio diletto Figlio; in te mi sono compiaciuto'”. (Lc 3, 21-22).

Lo stesso Salvatore, nell’affermare “In verità, in verità vi dico: chi crede in me ha vita eterna.” (Giov 6, 47), non faceva riferimento alla sua natura umana, bensì alla sua divinità.

La moltiplicazione dei miracoli, il cui auge fu la risurrezione di Lazzaro, rese evidente a tutti il pieno potere di Gesù sulla natura:

“Gesù salì sulla barca e i suoi discepoli lo seguirono. Ed ecco si sollevò in mare una così gran burrasca, che la barca era coperta dalle onde; ma Gesù dormiva. E i suoi discepoli, avvicinatisi, lo svegliarono dicendo: «Signore, salvaci, siamo perduti!» Ed egli disse loro: «Perché avete paura, o gente di poca fede?» Allora, alzatosi, sgridò i venti e il mare, e si fece gran bonaccia. E quegli uominisi meravigliarono e dicevano: «Che uomo è mai questo che anche iventi e il mare gli ubbidiscono?»” (Mt 8, 23-27).

Questa stessa domanda pervaderebbe la mente di tutti coloro che, durante quei gioiosi tre anni in cui lo stesso Dio camminò per le strade della Palestina, poterono avvicinarsi a Lui. Sarebbe stato Elia cheera tornato, o uno degli altri profeti? O sarebbe sorto un nuovo profeta? La risposta apparve nelle anime più virtuose, o più predisposte ad amare la verità, e, si può dire, fiorì per intero nella confessione di Pietro: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (Mt 16, 16), o nel Calvario, quando in mezzo al terremoto, ai fulmini e ai tuoni consecutivi alla morte di Gesù, uscirono dalle labbra del centurione le parole entusiaste:”Veramente, quest’uomo era Figlio di Dio!” (Mc 15, 39).

Nonostante queste – e tante altre – manifestazioni siano più che sufficientiper portare gli uomini all’atto di fede nella divinità di Nostro Signore, sorsero eresiarchi pronti a negarla, già all’inizio del cristianesimo. Anzi, una delle ragioni per cui San Giovanni, ilimg_2.jpgdiscepolo amato, scrisse il suo Vangelo, tra gli anni 80 e 100 della nostra era, fu quella di riaffermare che Gesù era il vero Dio. E percercare di sottolineare questa verità, l’insieme dei Vangeli Gli concedono per più di cinquanta volte il titolo di Figlio di Dio.

È necessario tenere presente queste considerazioni, per meglio analizzare e comprendere la Trasfigurazione del Signore.

Convenienzadella Trasfigurazione

Gesù sarebbe potuto scendere sulla Terra accompagnato da legioni diangeli, e avrebbe potuto manifestare in tutto il suo splendore la sua infinita grandezza divina. Ci rivelò la sua natura increata inmaniera progressiva e, poco a poco si rese più categorico.

Dinanzi ad un popolo bramoso di ricchezze e grandezze materiali, era conveniente usare molta cautela nel farsi conoscere come Dio: “Allora ordinò ai suoi discepoli di non dire a nessuno che egli era il Cristo” (Mt 16,20). Egli ripete questo divieto diverse volte nel Vangelo, imponendola persino ai demoni stessi: “E gli spiriti immondi, quando lo vedevano, si gettavano davanti a lui e gridavano:«Tu sei il Figlio di Dio!» Ed egli ordinava loro con insistenza dinon rivelare la sua identità”. (Mc 3, 11-12). In questo stesso senso, dopo la Trasfigurazione sul Monte Tabor, Egli disse ai tre apostoli: “Non parlate a nessuno di questa visione, finché il Figlio dell’uomo sia risuscitato dai morti”. (Mt 17,9). Gesù temeva, nel caso in cui la notizia si spargesse, la nascita di un movimento semplicemente esteriore e materialista da parte di chi aspettava ardentemente un Messia temporale, restauratore del poteredi Israele sulle altre nazioni.

Inquesto contesto, come inquadrare la Trasfigurazione?

Un insegnamento soltanto dottrinario non è capace di per sé, diportare l’uomo a trasformare la propria vita. Un antico adagio illustra questa verità in maniera perfetta: “Le parole commuovono, gli esempi trascinano”. Soprattutto quando l’esempioè integro e splendente nella verità e nel bene, esso ha una forza tale che agisce sulle tendenze dell’anima, invitando ad un certo cammino – e a volte imponendolo

Inoltre,vi è un altro fattore indispensabile a incantare qualsiasi cuore e a mantenerlo saldo nella riforma iniziata: la chiarezza del fine. Sequesto non è chiaro, l’animo si affievolirà quando compariranno iprimi accenni delle difficoltà e dei drammi, così comuni a tutti i cambiamenti della vita.

Nel trattare la Trasfigurazione di Gesù, San Tommaso d’Aquino parla di questa necessità molto caratteristica della creatura umana: “Ora, perché uno possa continuare diritto per la sua strada, è necessario che in qualche modo ne conosca il fine in anticipo: sull’esempio dell’arciere il quale non può lanciar bene la freccia se non guarda prima l’oggetto da colpire.(…) Ciò è particolarmente necessario quando la via è difficile ed ardua, il cammino faticoso, ma il fine attraente”. (3, q.45, a.1, c).

Ora, per rendere effettiva la Redenzione con la morte nella Croce, e per formare la Chiesa, Nostro Signore Gesù Cristo avrebbe sottomesso gli apostoli a prove durissime. Era veramente opportuno, pertanto, che facesse conoscere attraverso l’esperienza diretta, per lo meno a tre di essi, i fulgori della sua gloria. In questo modo, si sarebbero sentiti non soltanto irrobustiti per affrontare i traumi della sua Passione, così come avrebbero aiutato più facilmente i loro fratelli a consolidare la Santa Chiesa, e avrebbero rafforzato i fedeli attraverso i secoli.

Fulgore nel Tabor, per sopportare le afflizioni del Calvario

Nello stesso argomento sopracitato, San Tommaso d’Aquino continua a chiarire, con la sua abituale genialità e sapiente chiarezza:

“Il Signore, dopo aver predetto ai suoi discepoli la sua passione, li invitò a seguirlo.(…) Ora, Cristo, per mezzo della sua passione, arrivò alla gloria, non solo dell’anima, che già possedeva fin dal principio del suo concepimento, ma anche del corpo (…)A codesta gloria egli conduce anche coloro che seguono le orme della sua passione, come si esprimono gli Atti degli Apostoli: “Attraverso molte tribolazioni ci è necessario entrare nel regno dei cieli”. Perciò era opportuno mostrare ai suoi discepoli la gloria del suosplendore img_3.jpg(cio è trasfigurarsi), al quale configurerà i suoi, secondo le parole di S. Paolo: “Trasformerà il corpo della nostra umiliazione, rendendolo simile al corpo della sua gloria”.Ecco perché S. Beda poteva affermare: “Cristo ha pietosamente provveduto a che (i suoi discepoli) dopo aver gustato per breve tempo la contemplazione della gioia eterna, fossero più forti nel sopportare le avversità”. (3, q. 45, a. 1, c).

Già molto prima di San Tommaso, il Papa Leone Magno aveva commentato:”Affinché gli apostoli concepissero con tutta la loro anima questa propizia fortezza, affinchè non tremassero dinnanzi all’asprezza della croce, non si vergognassero di Cristo e non ritenessero degradante il patire… manifestò loro lo splendore della sua gloria, perché, benché credessero alla maestà di Dio,ignoravano il potere del corpo sotto il quale si nascondeva ladivinità… Poiché, ancora rivestiti dalla carne mortale, non potevano vedere e comprendere in alcun modo l’ineffabile e inaccessibile divinità, visione riservata nella vita eterna ai puridi cuore” (Sermone 51).

Più avanti, nello stesso sermone, San Leone Magno afferma: “Ogni membro [del Corpo Mistico di Cristo] può desiderare la partecipazione alla gloria che, in anticipo, splendette in testa. Ciò che era già stato previsto dal Signore, quando parlava della maestà della sua venuta: Allora i giusti risplenderanno come il sole nel regno del Padre loro. (Mt 13, 43).”

LaTrasfigurazione del Signore fu una grazia mistica eccezionale concessa ai tre apostoli scelti, in cima al Tabor. Il suo ricordo rimase come una fonte di solida fiducia, che consentì loro di sopportare le più grandi sofferenze, perché nell’assistere alla trasfigurazione ebbero un barlume della luce piena e splendente dell’eternità.

“Percrucem, ad lucem”

Dio desidera concederci eternamente la sua propria felicità, rendendoci partecipi della sua natura, nello splendore della gloria. È fondamentale per noi pensare, con costanza, alla gloria eterna come ad un immenso premio offertoci. Non vi è niente di meglio di questa meditazione per affrontare le difficoltà e le croci del quotidiano.

Molte sono le offerte di una felicità passeggera che troviamo oggigiorno, che presentano formule “magiche”… al di fuori dall’unicocammino, che è Gesù Cristo e la sua Chiesa. Tutto ciò non è chepura illusione. Siamo stati creati per il Cielo! Ecco ciò che cianima, risoluzione e allegria. “Per crucem, ad lucem”-“Attraverso la croce, arriveremo alla luce”.

Qui troviamo un’osservazione importante da farsi: vi sono molti che ci mostrano la croce del Signore, e ciò è ottimo e degno di lode! Tuttavia, ciò non basta. L’obiettivo della nostra esistenza non èil dolore, né il sacrificio. Non possiamo dimenticarci della luce,nostro vero destino. La croce non è il capolinea del nostro processo umano: è soltanto il cammino.

Grazie mistiche

La Trasfigurazione di Gesù ha rafforzato le virtù della fede e della carità negli Apostoli. Mentre la fede ci fa credere alla divinità di Cristo e alle sue promesse, la carità ci conduce ad una profonda unione con Dio. Sono due virtù estremamente interdipendenti. Senza la fede nella splendente vita eterna che ci attende, la carità tende a sparire.

Ma,se la fede e la carità degli apostoli guadagnarono tanto con laTrasfigurazione del Signore, non vi sarà qualcosa, su questa stessa linea, che potrà aiutare la vita spirituale di ciascuno di noi?

La risposta è totalmente positiva. Dio sparge grazie mistiche su tutti coloro che percorrono le vie della salvezza, in intensità maggiore ominore, a seconda del caso. Ma nessuno è escluso dal riceverle. Chi ce lo afferma è il famoso teologo domenicano, P. Réginald Garrigou-Lagrange:

“Per questi autori, la vita mistica non è una cosa straordinaria, come losono le visioni e le rivelazioni, ma bensì qualcosa di eminente nella via normale della santità. Essi considerano che ciò ècomune, per le anime chiamate a sacrificarsi nella vita attiva, come San Vincenzo de’ Paoli. Non dubitano in nessun modo che i Santi di vita attiva abbiano avuto normalmente la contemplazione infusa abbastanza di frequente dei misteri dell’Incarnazione redentora,della Messa, nel Corpo Mistico di Gesù Cristo, del prezzo della vitaimg_4.jpg eterna, sebbene questi Santi siano diversi da quelli puramente contemplativi, nel senso che su di loro questa contemplazione infusaè più immediatamente diretta all’azione.” 1

È chiaro che tali grazie mistiche non esentano nessuno dal realizzare gli sforzi pratici alla pratica delle virtù, così come ci riferisce un altro brano dello stesso autore:

“Secondo quanto abbiamo detto, si vede che l’ ascetica è ordinata alla mistica”.

“Aggiungiamo,infine, che per tutti gli autori cattolici, la mistica che non presuppone un’ascesi seria è una falsa mistica: fu quella dei quietisti” 2

Un”Tabor” nei nostri cuori

Non vi sono dubbi poi, che Dio concede dei “Tabor”, ossia, delle grazie mistiche a ciascuno di noi.

Chi non avrà sentito, qualche volta, un’allegria interna, un palpito alcuore, un’emozione calma ma profonda, nell’assistere ad una bellacerimonia? Nell’apprezzare il canto gregoriano, per esempio? Oppurenel contemplare un’immagine qualsiasi? Chissà, nel vedere una bellavetrata bagnata dalla luce, all’interno di una chiesa silenziosa, chelascia fuori i rumori del mondo? Sono mille occasioni in cui lagrazia sensibile ci visita, e ci concede contemplazioni interiori,degustazioni previe della felicità perfetta che ci attende nelCielo.

Due Dottori della Chiesa, Santa Teresa di Gesù e San Giovanni dellaCroce, maestri della vita spirituale, dicono che la Provvidenza èsolita concedere ai principianti grazie mistiche che dopo proverannonuovamente soltanto alla fine delle loro vite. Tale procedere divinomira a rafforzare queste anime affinché attraversino i periodi diaridità. È un modo comune di agire di Dio: ci da consolazioni – ilTabor – perché così, quando arriverà l’ora del Getsemani, abbiamoforza, sapendo che la fine sarà più piena di allegria e disperanza.

Sonograzie che ci animano ad affrontate i sacrifici di questa vita. Sitratta di esperienze mistiche che ci mostrano chiaramente quanto Gesùci ama e vuole la nostra eterna gloria.

Così,nel trascorrere della nostra esistenza terrena, assaggeremo un po’delle delizie eterne, e le tende tanto desiderate da San Pietro sulmonte della trasfigurazione, Gesù le alzerà nel “Tabor”dei nostri cuori. Per questo Egli chiede da noi soltanto unacondizione: che non Gli poniamo ostacoli.

La storia della Madonna della Neve

Il miracolo della Neve a Roma. Era il 5 agosto del 358 d.C

“E cammino e cammino, ma nun saccio a ddo’ vaco/ je so’ sempe ‘mbriaco, e nun bevo maje vino/ Aggio fatto ‘nu voto ‘a Maronna d’a neve/ si me passa ‘sta freve, oro e perle Le do”. Una vecchia canzone napoletana fa cantare questi versi a un uomo innamorato che non trova pace, dopo essersi lasciato con la propria fidanzata. Scritto nel 1934, da Libero Bovio, il motivo ci parla di un voto fatto alla “Maronna d’a neve”. Anche se nata a Napoli, la canzone, fa riferimento a uno dei titoli tipicamente “romani” della Vergine Maria, la “Madonna della Neve”, che la Chiesa celebra oggi, 5 agosto. E non sbagliamo, certo, nel definire il titulus “tipicamente” romano. Perché? 

Tutto inizia con la dedicazione della basilica di “Santa Maria ad Nives” sul colle Esquilino di Roma, ritenuta il più antico santuario mariano dell’Occidente. Tale chiesa fu poi abbattuta da papa Sisto III (432-440). La nuova chiesa – l’attuale basilica di Santa Maria Maggiore – nacque in ricordo del Concilio di Efeso (431), in cui venne solennemente decretata la Maternità Divina di Maria. Proprio per questo, papa Sisto III volle edificare a Roma una basilica più grande, utilizzando anche il materiale di recupero della precedente chiesa. “Santa Maria Maggiore”, sarà una delle basiliche romane più importanti. Ormai è divenuta famosa sugli schermi televisivi, vista la predilezione di papa Francesco per l’immagine di “Maria, salus popoli romani” conservata all’interno della basilica stessa. E’ noto a tutti, il suo amore, il suo affidamento filiale a tale icona, prima di ogni viaggio apostolico. 

Ma ritorniamo alla storia, alla tradizione, che vede protagonista un evento straordinario.

Il miracolo della Neve a Roma. Era il 5 agosto del 358 d.C

Il miracolo della nevicata a Roma è narrato da vari autori cristiani, anche se non vi sono attestazioni storiche. 

Nel IV secolo, sotto il pontificato di papa Liberio (352-366), un nobile e ricco patrizio romano di nome Giovanni, decise assieme a sua moglie, di offrire i loro beni alla Santa Vergine, per la costruzione di una chiesa a lei dedicata. La Madonna apparve in sogno ai coniugi la notte fra il 4 e il 5 agosto. Il luogo della chiesa sarà indicato da un evento prodigioso. La mattina seguente, i nobili coniugi romani si recarono da papa Liberio a raccontare lo strano sogno. Con grande sorpresa, anche il papa era stato visitato nel sogno da Maria. Intanto, Roma, si era svegliata con un avvenimento straordinario: sul monte Esquilino – uno degli storici sette colli capitolini – un vasto terreno, era stato ricoperto, nella notte, di una neve purissima, bianca, candida. Era questo il luogo prestabilito dalla Vergine Maria. Il pontefice si recò, allora, al monte Esquilino, e aiutato dal seguito papale, tracciò il perimetro della chiesa, seguendo la superficie del terreno innevato. La chiesa fu detta ‘Liberiana’ dal nome del pontefice, ma dal popolo fu chiamata anche “ad Nives”, della Neve. 

Nel 1568, la denominazione ufficiale della festa liturgica della Madonna della Neve, fu modificata nel termine “Dedicazione di Santa Maria Maggiore” con celebrazione rimasta al 5 agosto. Il miracolo della neve in agosto non è stato più citato in quanto leggendario e non comprovato.



La tradizionale rievocazione del miracolo della neve

Ma Roma ama le sue tradizioni, le leggende, la sua Storia così ricca da secoli. E, così, anche se ormai il 5 di agosto – liturgicamente – è legato alla dedicazione della basilica di Santa Maria Maggiore, da ben 36 anni si rievoca tale prodigio grazie a uno spettacolo eccezionale. Dal cielo stellato romano, ecco, allora tutti i fedeli non aspettare altro che bianchi fiocchi di neve.  Macchinari spara neve copriranno la grandiosa cupola e il maestoso campanile della basilica romana.

Quest’anno tra l’altro sarà l’occasione per alcune dediche davvero speciali. Si celebrerà la figura di Leonardo Da Vinci, e ci sarà un omaggio alla rinascita di Notre Dame de Paris. L’evento, firmato anche quest’anno dall’architetto Cesare Esposito, vedrà il coinvolgimento di musiche, suoni, colori, luci, raggi laser, letture sceniche, canti. Il tutto troverà il proprio culmine a mezzanotte, quando candidi fiocchi di neve scenderanno sul pubblico e imbiancheranno tutta la piazza.

Il Mago del Cielo!

Il Santo Curato d’Ars, la sapienza del cuore (puro)

Modello dei sacerdoti, san Giovanni Maria Vianney non era un uomo di cultura ma aveva la fede e sapeva che “Dio contempla con amore un’anima pura, le concede tutto quello che essa chiede”. Il sacerdote, anche nell’abito, deve essere segno della presenza di Dio in mezzo a noi e consapevole, prima di tutto, della tremenda responsabilità che gli è stata affidata.

Tutti noi abbiamo avuto l’opportunità di incontrare dei sacerdoti nella nostra vita. Di alcuni abbiamo ricordi belli, di altri forse no. Ma specialmente per chi è cattolico, la vista di un sacerdote è senz’altro familiare. Modello dei sacerdoti fu il prete francese, oggi santo, Giovanni Maria Vianney (1786-1859), morto il 4 agosto. Un sacerdote umile, su cui non molti scommettevano, un sacerdote che ci insegna che è ben altra la sapienza richiesta a chi vuole seguire Dio.

Il trattato medioevale di spiritualità che va sotto il nome di Imitazione di Cristo insegna: “L’uomo, per sua natura, anela a sapere; ma che importa il sapere se non si ha il timor di Dio? Certamente un umile contadino che serva il Signore è più apprezzabile di un sapiente che, montato in superbia e dimentico di ciò che egli è veramente, vada studiando i movimenti del cielo. Colui che si conosce a fondo sente di valere ben poco in sé stesso e non cerca l’approvazione degli uomini. Dinanzi a Dio, il quale mi giudicherà per le mie azioni, che mi gioverebbe se io anche possedessi tutta la scienza del mondo, ma non avessi l’amore? Datti pace da una smania eccessiva di sapere: in essa, infatti, non troverai che sviamento grande e inganno”.

Il Curato d’Ars (il nome del villaggio a cui sarà assegnato come parroco) non era particolarmente brillante dal punto di vista della “cultura”. Ma aveva la fede e la sapienza del cuore. Quella purezza di cui il santo curato diceva: “Dio contempla con amore un’anima pura, le concede tutto quello che essa chiede. E come potrebbe resistere ad un’anima che vive soltanto per Lui, per mezzo di Lui e in Lui? Essa lo cerca e Dio si mostra a lei; Lo chiama e Dio viene; è tutt’uno con Lui. Essa incatena la sua volontà. Non si può capire il potere che un’anima pura ha sul buon Dio. Non è lei che fa la volontà di Dio, è Dio che fa la sua”.

Questa sapienza del cuore il curato la coltivava nella sua azione pastorale quotidiana, a contatto con le sofferenze di tutti.

Mi vengono in mente alcuni sacerdoti che ho conosciuto, sacerdoti che non mettevano davanti la propria cultura o conoscenza di certi argomenti, ma che si mostravano sempre come uomini di Dio, come strumenti per fare in modo che la grazia di Dio potesse raggiungere tutti i Suoi figli. Ricordo il mio vecchio parroco, quando ero adolescente, nella Basilica di Santa Maria in Trastevere. Era un sacerdote già anziano, sempre vestito con la sua tonaca sacerdotale. Monsignor Teocle Bianchi, questo era il suo nome, era sempre disponibile per tutti e in lui riconoscevamo non la sapienza del mondo, ma quella del cuore. Ricordo quando servivo Messa e lui predicava. Ricordo in particolare un giorno, quando ci parlò del Giudizio universale con quelle immagini anche terribili per un adolescente, che ancora oggi sono rimaste nella mia memoria.

Ecco, il sacerdote deve essere il tramite tra l’uomo e Dio. Non ci interessa che esso sia anche simpatico, colto, fintanto che ha la preparazione adeguata per svolgere il compito che gli è affidato. Il sacerdote deve essere un segno anche visivo, anche nel modo in cui veste e si presenta dobbiamo già poter vedere – in un segno – che Dio è presente in mezzo a noi tramite l’azione di questi uomini che Egli ha chiamato per questo altissimo ministero.

Nel modo in cui celebra la liturgia dobbiamo vedere che lui per primo capisce la tremenda responsabilità che gli è stata affidata e che la liturgia non è una pratica ministeriale. Nel modo in cui si avvicina a noi dobbiamo poter sentire la sua onestà, il suo sapere di essere un indegno peccatore come tutti, ma a cui Dio ha affidato un compito decisivo. Purtroppo, alcuni sacerdoti tendono a scadere nel moralismo, nascondendo la propria fragilità umana dietro una cortina di ipocrisia. No, il sacerdote deve prima di tutto affermare che è un peccatore come tutti noi, proprio perché non è lui il fine ma è soltanto un mezzo. Se ricorderà questo, sarà come se un pezzo di Cielo si farà presente ogni volta che potrà svolgere il ministero a lui affidato.

San Giovanni Maria Vianney

Con la sua fervente vita di preghiera e il suo appassionato amore verso Gesù Crocifisso, Giovanni Maria Vianney ha alimentato la sua quotidiana donazione senza preclusioni a Dio e alla Chiesa. Possa
il suo esempio suscitare, nell’animo di ogni presbitero, un generoso rilancio di
queste idee, nel corso dell’Anno Sacerdotale.

Il Curato d’Ars era umilissimo, ma consapevole di essere, in quanto prete, un dono immenso per la sua gente: “Un buon pastore, un pastore secondo il cuore di Dio, è il più grande tesoro che il buon Dio possa accordare ad una parrocchia e uno dei doni più preziosi della misericordia divina”.

Parlava del sacerdozio come se non riuscisse a capacitarsi della grandezza del dono e del compito affidati ad una creatura umana “Oh come il prete è grande![…]Se egli si comprendesse, morirebbe[…]San Giovanni Maria Vianney 1.jpg

Dio gli obbedisce: egli pronuncia due parole e Nostro Signore scende dal cielo alla sua voce e si rinchiude in una piccola ostia…” Spiegando ai suoi fedeli l’importanza dei sacramenti diceva: “Tolto il sacramento dell’Ordine, noi non avremmo il Signore. Chi lo ha riposto là in quel tabernacolo? Il sacerdote.

Chi ha accolto la vostra anima al primo entrare nella vita? Il sacerdote. Chi la nutre per darle la forza di compiere il suo pellegrinaggio? Il sacerdote. Chi la preparerà a comparire innanzi a Dio, lavandola per l’ultima volta nel sangue di Gesù Cristo? Il sacerdote, sempre il sacerdote. E se quest’anima viene a morire [per il peccato], chi la risusciterà, chi le renderà la calma e la pace? Ancora il sacerdote[…] Dopo Dio, il sacerdote è tutto![…] Lui stesso non si capirà bene che in cielo”.

Queste affermazioni, nate dal cuore sacerdotale del santo parroco, possono apparire eccessive. In esse, tuttavia, si rivela l’altissima considerazione in cui egli teneva il sacramento del sacerdozio. Sembrava sopraffatto da uno sconfinato senso di responsabilità: “Se comprendessimo bene che cos’è un prete sulla terra, moriremmo: non di spavento, ma di amore[…] Senza il prete la morte e la passione di Nostro Signore non servirebbero a niente.

È il prete che continua l’opera della Redenzione sulla terra[…] Che ci gioverebbe una casa piena d’oro se non ci fosse nessuno che ce ne apre la porta? Il prete possiede la chiave dei tesori celesti: è lui che apre la porta; egli è l’economo del buon Dio; l’amministratore dei suoi beni[…] Lasciate una parrocchia, per vent’anni, senza prete, vi si adoreranno le bestie[…] Il prete non è prete per sé, lo è per voi”.

Santità oggettiva del ministero e santità soggettiva del ministro

Era giunto ad Ars, un piccolo villaggio di 230 abitanti, preavvertito dal Vescovo che avrebbe trovato una situazione religiosamente precaria: “Non c’è molto amor di Dio in quella parrocchia; voi ce ne metterete”. Era, di conseguenza, pienamente consapevole che doveva andarvi ad incarnare la presenza di Cristo, testimoniandone la tenerezza salvifica: “Mio Dio, accordatemi la conversione della mia parrocchia; accetto di soffrire tutto quello che vorrete per tutto il tempo della mia vita!” Fu con questa preghiera che iniziò la sua missione.

Alla conversione della sua parrocchia il Santo Curato si dedicò con tutte le sue energie, ponendo in cima ad ogni suo pensiero la formazione cristiana del popolo a lui affidato. Cari fratelli nel Sacerdozio, chiediamo al Signore Gesù la grazia di poter apprendere anche noi il metodo pastorale di San Giovanni Maria Vianney. Ciò che per prima cosa dobbiamo imparare è la sua totale identificazione col proprio ministero.

In Gesù, Persona e Missione tendono a coincidere: tutta la sua azione salvifica era ed è espressione del suo “Io filiale” che, da tutta l’eternità, sta davanti al Padre in atteggiamento di amorosa sottomissione alla sua volontà. Con umile ma vera analogia, anche il sacerdote deve anelare a questa identificazione. Non si tratta certo di dimenticare che l’efficacia sostanziale del ministero resta indipendente dalla santità del ministro; ma non si può neppure trascurare la straordinaria fruttuosità generata dall’incontro tra la santità oggettiva del ministero e quella soggettiva del ministro.

Il Curato d’Ars iniziò subito quest’umile e paziente lavoro di armonizzazione tra la sua vita di ministro e la santità del ministero a lui affidato, decidendo di “abitare” perfino materialmente nella sua chiesa parrocchiale: “Appena arrivato egli scelse la chiesa a sua dimora… Entrava in chiesa prima dell’aurora e non ne usciva che dopo l’Angelus della sera. Là si doveva cercarlo quando si aveva bisogno di lui”, si legge nella prima biografia. […]

“Tutte le opere buone messe insieme non eguagliano il valore della Messa”

Ai suoi parrocchiani il Santo Curato insegnava soprattutto con la testimonianza della vita. Dal suo esempio i fedeli imparavano a pregare, sostando volentieri davanti al tabernacolo per una visita a Gesù Eucaristia. “Non c’è bisogno di parlar molto per ben pregare” – spiegava loro il Curato – “Si sa che Gesù è là, nel santo tabernacolo: apriamogli il nostro cuore, rallegriamoci della sua santa presenza.

È questa la migliore preghiera” Esortava così: “Venite alla comunione, fratelli miei, venite da Gesù. Venite a vivere di Lui per poter vivere con Lui”. È vero che non ne siete degni, ma ne avete bisogno!”. Tale educazione dei fedeli alla presenza eucaristica e alla comunione, acquistava un’efficacia particolarissima, quando i fedeli lo vedevano celebrare il Santo Sacrificio della Messa. Chi vi assisteva diceva che “non era possibile trovare una figura che meglio esprimesse l’adorazione…

Contemplava l’Ostia amorosamente”. Egli diceva: “Tutte le buone opere riunite non equivalgono al sacrificio della Messa, perché quelle sono opere di uomini, mentre la Santa Messa è opera di Dio”. Era convinto che dalla Messa dipendesse tutto il fervore della vita di un prete: “La causa della rilassatezza del sacerdote è che non fa attenzione alla Messa! Mio Dio, come è da compiangere un prete che celebra [la Messa]come se facesse una cosa ordinaria!” Aveva preso l’abitudine di offrire sempre, celebrando, anche il sacrificio della propria vita: “Come fa bene un prete ad offrirsi a Dio in sacrificio tutte le mattine!”.

“Circolo virtuoso” tra l’altare e il confessionale

Questa immedesimazione personale al Sacrificio della Croce lo conduceva – con un solo movimento interiore – dall’altare al confessionale. I sacerdoti non dovrebbero mai rassegnarsi a vedere deserti i loro confessionali né limitarsi a constatare la disaffezione dei fedeli nei riguardi di questo sacramento. Al tempo del Santo Curato, in Francia, la confessione non era né più facile, né più frequente che ai nostri giorni, dato che la tormenta rivoluzionaria aveva soffocato a lungo la pratica religiosa ma egli cercò in ogni modo, con la predicazione e con il consiglio persuasivo, di far riscoprire ai suoi parrocchiani il significato e la bellezza della Penitenza sacramentale, mostrandola come un’esigenza intima della Presenza eucaristica.
Seppe così dare il via a un circolo virtuoso.San Giovanni Maria Vianney 2.jpg

Con le lunghe permanenze in chiesa davanti al tabernacolo fece sì che i fedeli cominciassero ad imitarlo, recandovisi per visitare Gesù e fossero, al tempo stesso, sicuri di trovarvi il loro parroco, disponibile all’ascolto e al perdono. In seguito, fu la folla crescente dei penitenti, provenienti da tutta la Francia, a trattenerlo nel confessionale fino a 16 ore al giorno. Si diceva allora che Ars era diventata “il grande ospedale delle anime”. […]

Assimilare in sé il “nuovo stile di vita” inaugurato da Gesù

Nel mondo di oggi, come nei difficili tempi del Curato d’Ars, occorre che i presbiteri nella loro vita e azione si distinguano per una forte testimonianza evangelica. Ha giustamente osservato Paolo VI che “l’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni”. Perché non nasca un vuoto esistenziale in noi e non sia compromessa l’efficacia del nostro ministero, occorre che ci interroghiamo sempre di nuovo: “Siamo veramente pervasi dalla Parola di Dio?

È vero che essa è il nutrimento di cui viviamo, più di quanto lo siano il pane e le cose di questo mondo? La conosciamo davvero? La amiamo? Ci occupiamo interiormente di questa Parola al punto che essa realmente dia un’impronta alla nostra vita e formi il nostro pensiero?”. Come Gesù chiamò i Dodici perché stessero con Lui (cfr. Mc 3, 14) e solo dopo li mandò a predicare, così ai giorni nostri i sacerdoti sono chiamati ad assimilare quel “nuovo stile di vita” inaugurato dal Signore Gesù e fatto proprio dagli Apostoli.

I tre consigli evangelici, necessari anche per i presbiteri

Fu proprio l’adesione senza riserve a questo “nuovo stile di vita” che caratterizzò l’impegno ministeriale del Curato d’Ars. Papa Giovanni XXIII, nella Lettera enciclica Sacerdotii nostri primordia – pubblicata nel 1959, primo centenario della morte di San Giovanni Maria Vianney, ne presentava la fisionomia ascetica con particolare riferimento al tema dei “tre consigli evangelici”, giudicati necessari anche per i presbiteri: “Se, per raggiungere questa santità di vita, la pratica dei consigli evangelici non è imposta al sacerdote in virtù dello stato clericale, essa si presenta nondimeno a lui, come a tutti i discepoli del Signore, come la via regolare della santificazione cristiana”.

Il Curato d’Ars seppe vivere i “consigli evangelici” nelle modalità adatte alla sua condizione di presbitero. La sua povertà, infatti, non fu quella di un religioso o di un monaco, ma quella richiesta ad un prete: pur maneggiando molto denaro (dato che i pellegrini più facoltosi non mancavano di interessarsi alle sue opere di carità), egli sapeva che tutto era donato alla sua chiesa, ai suoi poveri, ai suoi orfanelli, alle ragazze della sua “Providence”, alle sue famiglie più disagiate.

Perciò egli “era ricco per dare agli altri ed era molto povero per se stesso”. Spiegava: “Il mio segreto è semplice: dare tutto e non conservare niente”. Quando si trovava con le mani vuote, ai poveri che si rivolgevano a lui diceva contento: “Oggi sono povero come voi, sono uno dei vostri”. Così, alla fine della vita, poté affermare con assoluta serenità: “Non ho più niente. Il buon Dio ora può chiamarmi quando vuole!” Anche la sua castità era quella richiesta a un prete per il suo ministero.

Si può dire che era la castità conveniente a chi deve toccare abitualmente l’Eucaristia e abitualmente la guarda con tutto il trasporto del cuore e con lo stesso trasporto la dona ai suoi fedeli. Dicevano di lui che “la castità brillava nel suo sguardo” e i fedeli se ne accorgevano quando egli si volgeva a guardare il tabernacolo con gli occhi di un innamorato. Anche l’obbedienza di san Giovanni Maria Vianney fu tutta incarnata nella sofferta adesione alle quotidiane esigenze del suo ministero.

È noto quanto egli fosse tormentato dal pensiero della propria inadeguatezza al ministero parrocchiale e dal desiderio di fuggire “a piangere la sua povera vita, in solitudine”. Solo l’obbedienza e la passione per le anime riuscivano a convincerlo a restare al suo posto. A se stesso e ai suoi fedeli spiegava: “Non ci sono due maniere buone di servire Dio. Ce n’è una sola: servirlo come lui vuole essere servito”. La regola d’oro per una vita obbediente gli sembrava questa: “Fare solo ciò che può essere offerto al buon Dio”.

Saper accogliere i Movimenti Ecclesiali e le nuove Comunità

Nel contesto della spiritualità alimentata dalla pratica dei consigli evangelici, mi è caro rivolgere ai sacerdoti, in quest’Anno a loro dedicato, un particolare invito a saper cogliere la nuova primavera che lo Spirito sta suscitando ai giorni nostri nella Chiesa, non per ultimo attraverso i Movimenti ecclesiali e le nuove Comunità. “Lo Spirito nei suoi doni è multiforme (…) Egli soffia dove vuole. Lo fa in modo inaspettato, in luoghi inaspettati e in forme prima non immaginate(…) ma ci dimostra anche che Egli opera in vista dell’unico Corpo e nell’unità dell’unico Corpo”.San Giovanni Maria Vianney 3.jpg

A questo proposito, vale l’indicazione del Decreto Presbyterorum ordinis: “Sapendo discernere quali spiriti abbiano origine da Dio,[i presbiteri]devono scoprire con senso di fede i carismi, sia umili che eccelsi, che sotto molteplici forme sono concessi ai laici, devono ammetterli con gioia e fomentarli con diligenza”.

Tali doni che spingono non pochi a una vita spirituale più elevata, possono giovare non solo per i fedeli laici ma per gli stessi ministri. Dalla comunione tra ministri ordinati e carismi, infatti, può scaturire “un valido impulso per un rinnovato impegno della Chiesa nell’annuncio e nella testimonianza del Vangelo della speranza e della carità in ogni angolo del mondo”.

“Forma comunitaria” del ministero ordinato

Vorrei inoltre aggiungere, sulla scorta dell’Esortazione apostolica Pastores dabo vobis del Papa Giovanni Paolo II, che il ministero ordinato ha una radicale ‘forma comunitaria’ e può essere assolto solo nella comunione dei presbiteri con il loro Vescovo. Occorre che questa comunione fra i sacerdoti e col proprio Vescovo, basata sul sacramento dell’Ordine e manifestata nella concelebrazione eucaristica, si traduca nelle diverse forme concrete di una fraternità sacerdotale effettiva ed affettiva. Solo così i sacerdoti sapranno vivere in pienezza il dono del celibato e saranno capaci di far fiorire comunità cristiane nelle quali si ripetano i prodigi della prima predicazione del Vangelo. […]

“Io ho vinto il mondo”

Alla Vergine Santissima affido questo Anno Sacerdotale, chiedendole di suscitare nell’animo di ogni presbitero un generoso rilancio di quegli ideali di totale donazione a Cristo ed alla Chiesa che ispirarono il pensiero e l’azione del Santo Curato d’Ars. Con la sua fervente vita di preghiera e il suo appassionato amore a Gesù crocifisso Giovanni Maria Vianney alimentò la sua quotidiana donazione senza riserve a Dio e alla Chiesa.

Possa il suo esempio suscitare nei sacerdoti quella testimonianza di unità con il Vescovo, tra loro e con i laici che è, oggi come sempre, tanto necessaria. Nonostante il male che vi è nel mondo, risuona sempre attuale la parola di Cristo ai suoi Apostoli nel Cenacolo: “Nel mondo avrete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo” (Gv 16, 33). La fede nel Maestro divino ci dà la forza per guardare con fiducia al futuro.

Cari sacerdoti, Cristo conta su di voi. Sull’esempio del Santo Curato d’Ars, lasciatevi conquistare da Lui e sarete anche voi, nel mondo di oggi, messaggeri di speranza, di riconciliazione, di pace!

XVIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)

La moltiplicazione dei pani e dei pesci

Vangelo

In quel tempo, 13 avendo udito della morte di Giovanni Battista, Gesù partì di là su una barca e si ritirò in disparte in un luogo deserto. Ma la folla, saputolo, Lo seguì a piedi dalle città. 14 Egli, sceso dalla barca, vide una grande folla e sentì compassione per loro e guarì i loro malati. 15 Sul far della sera, gli si accostarono i discepoli e gli dissero: “Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare”. 16 Ma Gesù rispose: “Non occorre che vadano; date loro voi stessi da mangiare”. 17 Gli risposero: “Non abbiamo che cinque pani e due pesci!” 18 Ed egli disse: “Portatemeli qua”. 19 E dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci e, alzati gli occhi al Cielo, pronunziò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli e i discepoli li distribuirono alla folla. 20 Tutti mangiarono e furono saziati; e portarono via dodici ceste piene di pezzi avanzati. 21 Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini (Mt 14, 13-21).

Cinque pani, due pesci, più Gesù…

Realizzando il miracolo della moltiplicazione dei pani, Gesù mirava non solo ad alimentare quella grande moltitudine, ma anche – finalità molto più elevata – a preparare le anime ad accettare l’Eucaristia.

I – La compassione dell’Uomo-Dio

Quando trattiamo degli attributi divini, solitamente utilizziamo un linguaggio col quale si “umanizza” l’idea di Dio, in modo da facilitare la nostra comprensione. Per questo, abitualmente Dio è presentato mentre manifesta la sua collera o misericordia, quando in realtà Egli non solo possiede le virtù, ma è ognuna di loro. Così, Dio non solo è buono, ma è la Bontà e, successivamente, l’essenza di tutte le virtù. In tal senso, per intendere che Dio è la Bontà, non basta una nozione teorica, è indispensabile sperimentare la sua azione nell’anima, come ci consiglia il salmista: “Gustate et videte quoniam suavis est Dominus – Gustate e vedete quanto è buono il Signore” (Sal 34, 9). Come vedremo, il Vangelo e le altre letture della 18ª Domenica del Tempo Ordinario preparano i fedeli ad aprirsi alla contemplazione di questa Bontà infinita che è Dio.

Gesù-Uomo Si compiace di pregare Dio
In quel tempo, 13a avendo udito della morte di Giovanni Battista, Gesù partì di là su una barca e si ritirò in disparte in un luogo deserto.

Dopo la morte del Precursore, Gesù Si diresse in una regione situata fuori dalla giurisdizione di Erode – che cominciava a sentirsi infastidito dal Suo operato e avrebbe potuto anche perseguitarLo (cfr. Mt 14, 1-2; Mc 6, 14-16; Lc 9, 7-9) –, non perché Lo temeva, bensì “non era ancora giunta la sua ora” (Gv 7, 30). Lo muoveva anche il desiderio di ritirarSi con i suoi discepoli per alcune ore di preghiera, terminata la prima missione di evangelizzazione che aveva loro affidato (cfr. Mc 6, 7.30-32). In relazione agli Apostoli, si spiega bene la convenienza o anche la necessità di un ritiro dopo un periodo di intensa attività. Per quanto riguarda il Divino Redentore, tuttavia, questa decisione sorprende, dal momento che Egli è Dio. Avrebbe forse pregato Sé stesso? Che avesse bisogno di dedicare parte del suo tempo alla preghiera? Sì, perché è anche Uomo. E Gesù, con la sua intelligenza, volontà e sensibilità umana, prega Sé stesso in quanto Dio; nella sua umanità, ricorre alla sua divinità. C’è in questo un mistero che supera i nostri orizzonti. Egli ci mostra, così, lo straordinario valore della preghiera per ottenere favori dal Cielo, come, per esempio, quello di offrire alle moltitudini più grazie affinché esse Lo comprendessero meglio.

Dimentico di Sé, Cristo Si preoccupava degli altri
13b Ma la folla, saputolo, Lo seguì a piedi dalle città. 14 Egli, sceso dalla barca, vide una grande folla e sentì compassione per loro e guarì i loro malati.

Prese da ammirazione per la verità, bontà e bellezza che emanavano dal Maestro, le persone Lo seguivano senza preoccupazioni comuni, motivate dal desiderio di convivere con Lui, di ascoltare i suoi insegnamenti e presenziare i suoi miracoli. Ricevevano tali ineffabili grazie di consolazione e di fervore, che non misuravano distanze né sacrifici. In questa occasione, si spostarono in fretta a piedi, lungo le rive del Mare della Galilea, mentre Gesù faceva il percorso in barca per poterSi isolare un po’.
La moltiplicazione dei pani

Non è difficile immaginare la scena: mentre Si disponeva a scendere dall’imbarcazione, pronto a entrare in raccoglimento, Nostro Signore trovava una moltitudine che lo aspettava sulla riva. Un uomo egoista, pertanto, poco desideroso di fare il bene agli altri, subito si sarebbe infastidito nel vedere il suo progettato ritiro svanire. Diversa fu la reazione del Salvatore: “sentì compassione per loro”. Rinunciò di buon grado al suo progetto e cominciò immediatamente a guarire tutti i malati e a insegnare molte cose sul Regno di Dio, fino al tramonto. Non ci fu nessuno che se ne andasse disatteso o senza ricevere un beneficio.

Ecco il premio per quelli che mantengono acceso il senso della verità, del bene e del bello e si lasciano guidare da lui. “Grande era l’adesione di quelle moltitudini, ma ciò che fa Gesù oltrepassa la ricompensa dovuta al più ardente fervore”.1 Come superiore perfetto, Egli sa prendersi cura dei subalterni e ha compassione, ossia, soffre con loro.

I discepoli si preoccupavano per se stessi
15 Sul far della sera, gli si accostarono i discepoli e gli dissero: “Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare”.

La moltiplicazione dei pani

Sempre più incantate dal Divino Maestro, quelle persone non si preoccupavano di alimentarsi, perché “il desiderio di stare al suo fianco non gli lasciava sentire la fame”.2

I discepoli, al contrario, percependo che si avvicinava la fine della giornata, temevano di far fatica a fornire cibo a così tanta gente. Ora, essi avevano già visto Gesù convertire l’acqua in vino a Cana, e operare ogni tipo di miracoli che confermavano che Lui era realmente Dio o, per lo meno, un grande profeta con un potere taumaturgico straordinario. “Tuttavia, nemmeno così poterono prevedere il miracolo della moltiplicazione dei pani, talmente imperfetti erano in questa occasione”.3

San Giovanni aggiunge nel suo Vangelo un particolare: Gesù chiede a Filippo dove comprar cibo per un così grande numero di persone, e questi risponde che erano necessari più di duecento denari di pane (cfr. Gv 6, 5-7). Era evidente che il Divino Maestro non pretendeva che andassero ad acquistare una tale quantità di pane che, del resto, essi non avrebbero trovato nei dintorni e, forse, nemmeno disponevano del denaro necessario per questo. Fin dall’eternità, tuttavia, il Verbo di Dio già sapeva quello che avrebbe fatto, e aveva soltanto l’intenzione di sperimentare la fede dei discepoli sul suo illimitato potere di realizzare prodigi.

I discepoli manifestano una fede debole
16 Ma Gesù rispose: “Non occorre che vadano; date loro voi stessi da mangiare”. 17 Gli risposero: “Non abbiamo che cinque pani e due pesci!”

La risposta del Signore è tassativa: quelle migliaia di uomini “non occorre che vadano” a comprare viveri. Visto che i mezzi materiali si mostravano del tutto insufficienti, era giunto il momento che Dio agisse, poiché Egli “sceglie, per intervenire, il momento delle situazioni disperanti”.4 Il Redentore voleva anche facilitare ai discepoli la pratica della virtù dell’umiltà, poiché constatando che la quantità di gente non costituiva una difficoltà per il Signore, avrebbero dovuto dichiarare la propria incapacità di risolvere l’impasse e mettersi a disposizione del Divino Taumaturgo, per servirLo nel miracolo che Egli, essendo la Bontà in essenza, avrebbe dovuto operare a favore di quella moltitudine.

La risposta permette di supporre la reazione dei discepoli di fronte alle parole di Gesù: “Quest’uomo chiede cose impossibili..

Come facciamo a sfamare tutta questa gente con cinque pani e due pesci? Che abbia nozione di quante persone ci sono qui?”. La loro obiezione dimostra quanto erano lungi dal vivere secondo la convinzione che tutto è di Dio, tutto è in Lui e da Lui è diretto, ossia, nulla accade senza il suo permesso.

Merita qui fare una considerazione a questo riguardo. Esiste un taglio che divide drasticamente gli uomini in due categorie ben definite: quelli che hanno fede e quelli che non ce l’hanno; quelli che si orientano secondo l’ottica soprannaturale della fede e quelli che regolano la loro esistenza in funzione del concreto, del materiale, del palpabile e sensibile. Questi costituiscono una grande fetta dell’umanità, forse prevalentemente maggiore di quella degli uomini di fede, i quali, a loro volta, sanno trovare la mano di Dio in tutto, anche nel dolore, ma soprattutto quando Lui risolve le situazioni in modo meraviglioso.

La moltiplicazione dei pani e dei pesci
18 Ed egli disse: “Portatemeli qua”. 19 E dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci e, alzati gli occhi al Cielo, pronunziò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli e i discepoli li distribuirono alla folla.

Contrariamente a quanto volevano gli Apostoli, Nostro Signore non manda via le moltitudini, ma assume la responsabilità di alimentarle; non abbandona quelle migliaia di uomini, donne e bambini che si erano messi sotto la sua protezione con tanta fiducia ed entusiasmo. La cura nel distribuire tutti ordinatamente sull’erba, che era abbondante in quanto era primavera, facilitava il calcolo del numero dei presenti e si accordava con l’abitudine orientale di consumare i pasti in gruppo.
La moltiplicazione dei pani

Gesù prende i pani e i pesci, eleva gli occhi al Cielo – Egli che è il Padrone del Cielo, della Terra e dell’Universo intero –, benedice gli alimenti e li consegna ai discepoli perché siano distribuiti a tutti i presenti. Maldonado commenta – secondo San Giovanni Crisostomo e Leonzio – che Gesù fa portare i pani per dimostrare che “chi dà da mangiare a tutto l’orbe terrestre è il Signore, e Lui non dipende dall’ora né da tempo alcuno, poiché in qualsiasi occasione e congiuntura può fare di qualunque cosa quanti pani vuole”.5

Padre Manuel de Tuya6 propone un’interessante questione: i pani si moltiplicarono nelle mani di Cristo o in quelle degli Apostoli, mentre questi li distribuivano? E risponde che non si sa con sicurezza, data la concisione del racconto evangelico. San Giovanni Crisostomo, da parte sua, osserva che consegnandoli ai discepoli affinché essi facessero la distribuzione e verificassero personalmente la grandezza del miracolo, il Divino Maestro con questo “non voleva solo onorarli. Voleva anche che, realizzandosi il miracolo, essi gli dessero fede e non lo relegassero poi nel dimenticatoio, poiché le loro stesse mani avrebbero dovuto attestarlo. […] Insomma, prende i pani dalle loro mani affinché ci siano molti testimoni del fatto e rimangano molti ricordi del miracolo”.7

La sovrabbondanza di un miracolo
20 Tutti mangiarono e furono saziati; e portarono via dodici ceste piene di pezzi avanzati. 21 Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.

Conclusa la miracolosa refezione, avanzò ancora un’abbondante quantità di pani che furono raccolti, secondo gli usi del tempo, e ognuno degli Apostoli dovette trasportare un cesto al ritorno. Curioso contrasto con l’inizio della distribuzione, quando avevano poco peso in mano. Per questo non si può considerare di poco conto l’impressione dei discepoli e della moltitudine di fronte alla grandezza del prodigio.

Secondo una credenza diffusa negli ambienti giudaici, il Messia avrebbe fatto cadere dal cielo manna, più di quello che aveva fatto Mosè nel deserto,8 e con ciò ci sarebbe stata sovrabbondanza di viveri nella terra di Israele.9 Dopo aver visto Nostro Signore guarire numerosi malati, aver mangiato un pane di incomparabile sapore, frutto di un altro grande miracolo, si comprende che quegli uomini non volessero più lasciare la compagnia di chi operava così tante meraviglie, poiché ritenevano trattarsi del tanto atteso Messia. “Questi è davvero il profeta che deve venire nel mondo” (Gv 6, 14), affermavano, constatando come Lui risolvesse tutti i problemi.

Fa fronte alle necessità e sana le miserie
La moltiplicazione dei pani

Il Vangelo ci presenta il Signore Gesù come Colui che fa fronte a tutte le nostre necessità e ci fortifica nelle debolezze. Ora, tra queste, più che le insufficienze fisiche, ci sono soprattutto, le inclinazioni verso il male, le passioni disordinate che non riusciamo a dominare senza l’ausilio permanente della grazia. Queste miserie, però, ci aiutano a riconoscere la nostra totale dipendenza dalla vera linfa che proviene da Lui.

Di questo ci dà un chiaro insegnamento la prima lettura (Is 55, 1-3), del Libro del Profeta Isaia: “O voi tutti assetati venite all’acqua, chi non ha denaro venga ugualmente; comprate e mangiate senza denaro e, senza spesa, vino e latte” (55, 1). Come avviene tante volte nelle Scritture, qui è utilizzato un linguaggio simbolico. La sete alla quale si riferisce il profeta è principalmente spirituale. Infatti, abbiamo nella nostra anima un desiderio insaziabile di felicità, perché siamo creati per l’infinito. Come ha scritto Sant’Agostino,10 siamo stati fatti per Dio e il nostro cuore non sarà tranquillo finché non riposerà in Lui. Quando vedremo Dio faccia a faccia, tutto il resto diventerà niente per noi, perché verificheremo quanto solo Lui soddisfi interamente la sete delle acque limpide della grazia.

Una bella prefigurazione dell’Eucaristia

Con soli cinque pani e due pesci Nostro Signore alimentò una moltitudine di cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini. In un’epoca in cui le famiglie erano generalmente numerose, è possibile supporre che la quantità di gente fosse maggiore. Forse il doppio, il triplo o anche più. Si misura l’importanza di questo miracolo col fatto che è l’unico riferito dai quattro Evangelisti. Esso ebbe anche una grande ripercussione, perché nella regione si trovavano carovane provenienti dalle più svariate località in cammino verso Gerusalemme, per la festa della Pasqua che si approssimava.

Realizzandolo, Gesù aveva lo scopo non solo di alimentare i corpi ma, soprattutto, preparare le anime ad accettare l’Eucaristia. Moltiplicando pani e pesci, manifestò il suo potere sulla materia. Camminando sulle acque, poche ore dopo, rese chiaro il dominio sul suo stesso Corpo (cfr. Mt 14, 22-27). In questo modo, il Divino Maestro predisponeva gli Apostoli a credere, più tardi, all’Eucaristia, poiché chi è capace di operare tali prodigi può perfettamente istituire un Sacramento nel quale la sostanza del pane fa posto a quella del suo sacro Corpo. Questo miracolo è, dunque, una splendida prefigurazione dell’Eucaristia. Abbiamo oggi il Santissimo Sacramento a nostra disposizione nelle Messe quotidianamente celebrate nel mondo intero: è la moltiplicazione dei Pani Consacrati, il Pane della Vita, fino alla fine dei secoli.

Significato mistico del miracolo

Dio poteva creare l’uomo con una natura differente, atto ad alimentarsi, per esempio, solo con aria o con acqua, ma ha preferito crearlo con la necessità della nutrizione, perché era nei suoi disegni divini dargli, a suo tempo, il supremo alimento spirituale: il Sacramento dell’Eucaristia. Di conseguenza, è opportuno dire che Lui, ideando il frumento e l’uva come due creature vegetali possibili, da sempre, non mirò soltanto a offrire all’uomo i mezzi per elaborare un buon spumante o preparare un magnifico pane. Nella mente del Creatore c’era in primo luogo l’Eucaristia, il Corpo, Sangue, Anima e Divinità di suo Figlio, sotto le specie del pane e del vino che, in un estremo di bontà inimmaginabile, avrebbe offerto agli uomini in alimento.

Spiega Sant’Alberto Magno11 che unendosi due sostanze, in maniera che una si muti nell’altra, la superiore assimila l’inferiore, essendo questa più debole e imperfetta. Ora, il Santissimo Sacramento è un alimento così infinitamente e sostanzialmente superiore a tutto l’ordine della creazione, che Egli assume chi lo riceve, perfezionando e santificando l’anima. Possiamo illustrare questo effetto con un suggestivo esempio: addizionando a una botte piena di alcol una goccia di essenza di un raffinato profumo, tutto l’alcol si trasforma in profumo. Riferendosi a questo tema, conclude San Tommaso12 che questo è quanto accade nell’Eucaristia. Quando si tratta dell’alimento comune, il suo organismo estrae le sostanze adeguate per il suo sostentamento e le assimila. Nell’Eucaristia, al contrario, è Cristo che assume e divinizza la persona che Lo riceve. Per questo Egli ha affermato in modo categorico: “In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’Uomo e non bevete il suo Sangue, non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia Carne e beve il mio Sangue ha la vita eterna e Io lo risusciterò nell’ultimo giorno” (Gv 6, 53-54).

In questo senso, che incommensurabile dono è quello di disporre quotidianamente dell’Eucaristia! Ci fu un tempo in cui le persone si comunicavano una volta all’anno, e la Prima Comunione era fatta solamente in età adulta. Nei giorni attuali, a partire dall’uso della ragione è permesso ricevere Gesù-Ostia e, in accordo con le norme canoniche vigenti, si ammette la frequenza al Sacro Banchetto anche due volte al giorno.

III – L’illimitato Amore di Dio ci riempie di fiducia

La Liturgia della 18ª Domenica del Tempo Ordinario deve stimolarci a una fiducia straordinaria nella Provvidenza, poiché, una volta uniti a Gesù, possiamo dire con San Paolo, nella seconda lettura di questa giornata: “Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di Colui che ci ha amati! Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né Angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, Nostro Signore” (Rm 8, 35.37-39). L’Apostolo, che già era passato per tutte queste difficoltà, conservava la forza d’animo, lo zelo apostolico e il fuoco per desiderare di conquistare il mondo perché sentiva l’amore di Dio incidere su di lui. Se consideriamo che il Padre ha promosso l’Incarnazione del suo Unigenito, uguale a Lui, nella nostra miserabile natura, per soffrire indicibilmente e ottenerci la salvezza, avremo un’idea della grandezza di questo amore.
Santa Maria Maravillas di Gesù

Insegna San Tommaso d’Aquino13 che l’amore di Dio è così efficace che infonde la bontà nella creatura da Lui amata. Così, quando troviamo uno molto buono, stiamo sicuri: Dio lo ama in modo speciale. Dobbiamo chiedere la grazia di sentire questa predilezione divina per noi, proprio come l’hanno sperimentata le moltitudini nel deserto quando furono guarite dalle loro infermità e alimentate con il pane più delizioso che si sia conosciuto. Egli vuol darci tutto ma, molte volte, siamo noi che lo impediamo. Dice va Santa Maravillas di Gesù: “Se tu Lo lasci…”.14 Se noi ci lasciassimo santificare da Dio…

La santità delle generazioni attuali e future dovrà risplendere in uomini che, riconoscendo le proprie insufficienze e debolezze, saranno fedeli anche se fragili e non opporranno ostacoli all’amore che Dio prodiga a ciascuno, poiché avranno assaporato la sovrabbondanza della generosità divina e per questo, anche nelle più grandi difficoltà, confideranno incondizionatamente nell’inesauribile Bontà Assoluta, che è Dio!

1) SAN GIOVANNI CRISOSTOMO. Omelia XLIX, n.1. In: Obras. Homilías

sobre el Evangelio de San Mateo (46-90). 2.ed. Madrid: BAC, 2007,

v.II, p.53.

2) Idem, p.54.

3) Idem, ibidem.

4) SAINT LAURENT, Thomas de. El libro de la Confianza. 2.ed. Bogotá: Corporación SOS Familia, 2000, p.25.

5) MALDONADO, SJ, Juan de. Comentarios a los Cuatro Evangelios. Evangelio de San Mateo. Madrid: BAC, 1956, v.I, p.532.

6) Cfr. TUYA, OP, Manuel de. Biblia Comentada. Evangelios. Madrid: BAC, 1964, v.V, p.340.

7) SAN GIOVANNI CRISOSTOMO, op. cit., n.2, p.58.

8) Cfr. TUYA, op. cit., p.341.

9) Cfr. BONSIRVEN, SJ, Joseph. Le judaïsme palestinien au temps de Jésus-Christ. Paris: Beauchesne, 1950, p.193-194.

10) Cfr. SANT’AGOSTINO. Confessionum. L.I, c.1, n.1. In: Obras. 7.ed. Madrid: BAC, 1979, v.II, p.73.

11) Cfr. SANT’ALBERTO MAGNO. Super Sent. L.IV, d.IX, A, a.2, ad quest. ad 1.

12) Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO. Super Sent. L.IV, d.12, q.2, a.1, qc.1.

13) Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO. Somma Teologica. I, q.20, a.2.

14) GRANERO, Jesús María. Madre Maravillas de Jesús. Biografía espiritual. Madrid: Fareso, 1979, p.139.

La Visita al Santissimo Sacramento di Sant’Alfonso Maria de Liguori

VISITA AL SANTISSIMO SACRAMENTO
Signor mio Gesù Cristo, che per l’amore che portate agli uomini ve ne state notte e giorno in questo Sacramento tutto pieno di pietà e d’amore, aspettando, chiamando ed accogliendo tutti coloro che vengono a visitarvi; io vi credo presente nel Sacramento dell’altare; vi adoro dall’abisso del mio niente, e vi ringrazio di quante grazie mi avete fatte, specialmente di avermi donato voi stesso in questo Sacramento, d’avermi data per avvocata la vostra santissima Madre Maria e d’avermi chiamato a visitarvi in questa chiesa. Io saluto oggi il vostro amantissimo cuore, ed intendo salutarlo per tre fini: prima in ringraziamento di questo gran dono. Secondo per compensarvi tutte le ingiurie che avete ricevute da tutti i vostri nemici in questo Sacramento. Terzo intendo con questa visita adorarvi in tutt’i luoghi della terra, dove voi sacramentato ve ne state meno riverito e più abbandonato. Gesù mio, io v’amo con tutto il cuore. Mi pento d’avere per lo passato tante volte disgustata la vostra bontà infinita. Propongo colla grazia vostra di più non offendervi per l’avvenire; ed al presente miserabile qual sono io mi consacro tutto a voi, vi dono e rinunzio tutta la mia volontà, gli affetti, i desideri e tutte le cose mie. Da oggi avanti fate voi di me e delle mie cose tutto quello che vi piace. Solo vi cerco e voglio il vostro santo amore, la perseveranza finale e l’adempimento perfetto della vostra volontà. Vi raccomando le anime del purgatorio, specialmente le più divote del SS. Sacramento e di Maria santissima. Vi raccomando ancora tutti i poveri peccatori. Unisco infine, Salvatore mio caro, tutti gli affetti miei cogli affetti del vostro amorosissimo Cuore e così uniti gli offerisco al vostro Eterno Padre e lo prego in nome vostro che per vostro amore gli accetti e gli esaudisca.

1 agosto: Sant’Alfonso Maria de’ Liguori

Il 1° agosto si celebra la festa di Sant’Alfonso Maria de’Liguori, Vescovo, Confessore e Dottore della Chiesa. Fondatore della Congregazione del Santissimo Redentore, è il Sto Afonso de Ligorio.jpgtrattatista per eccellenza della morale cattolica, noto per la sua profonda devozione allaMadonna, e in lode alla Santa Madre scrisse una delle sue opere più belle: le Glorie di Maria. Da lui abbiamo solo una sintesi biografica, scritta da Don Guéranger:

Liguori è nato da genitori nobili di Napoli, il 27 settembre 1696. La sua giovinezza fu pia, era studioso e caritatevole. A 17 anni era dottore di Diritto civile e canonico. E cominciò poco dopo una brillante carriera di avvocato. Ma né il successo né il desiderio di suo padre, che lo voleva sposato, gli hanno impedito di lasciare il mondo. Davanti all’altare della Madonna, fece il voto di diventare sacerdote. Ordinato sacerdote nel 1726, si dedicò alla predicazione. Nel 1729, un’epidemia gli permise di dedicarsi ai pazienti, a Napoli. Poco dopo si ritirò con i compagni, a Santa Maria dei Monti, e con loro si preparò per l’evangelizzazione dei campi.

Nel 1732, fondò la Congregazione del Santissimo Redentore, che dovrebbe causargli molte difficoltà e persecuzioni. Comunque, i postulanti arrivarono e l’istituto è cresciuto molto rapidamente. Nel 1762 fu nominato Vescovo di Sant’Agata dei Goti, vicino a Napoli. Subito dopo intraprese una visita alla sua diocesi, predicando in tutte le parrocchie e riformando il clero. Ha continuato a dirigere il suo Istituto e anche quello delle suore, che aveva fondato per fornire il supporto, attraverso la sua preghiera contemplativa, ai suoi figli missionari.

Nel 1765, si è dimesso dal ministero episcopale ed è tornato a vivere tra i loro figli. Presto una scissione avvenne presso l’Istituto di Redentoristi e Sant’Alfonso si trovò espulso dalla propria famiglia religiosa. La provazione era troppo grande, ma lui non si perse d’animo e anche predisse che l’unità si ristabilirebbe dopo la sua morte. Alle sue malattie si sono aggiunte le sofferenze morali che causarono lunghi periodi di scrupoli e varie tentazioni. Tuttavia, il suo amore di Dio non fece altro che crescere.

Infine, il 1° agosto 1787, rese l’anima al Signore, al momento in cui le campane suonavano l’Angelus. Gregorio XVI lo iscrisse nel catalogo dei Santi nel 1839, e Pio IX lo dicchiarò Dottore della Chiesa.

In mezzo a una situazione imminente, il tunnel buio

Da quanto sopra descritto, diventa chiaro che la carriera terrena di Sant’Alfonso ebbe un certo momento paragonabile ad un tunnel buio, dove fu obbligato a passare. Non si tratta solo di una provazione o sofferenza, ma di una sorta di delusione con la quale tutto ciò che considerava come il significato della sua vita, sembrava crollare. Divenne privo di qualsiasi dono, vantaggio o bene che non fosse la pura grazia di Dio, che agiva probabilmente in maniera insensibile dentro la sua anima.

Era un avvocato brillante, dotato di insolita intelligenza, nato da nobile famiglia, che aveva abbandonato una situazione umana di buon auspicio e che poteva favorire la sua carriera e le ambizioni, per dedicarsi solo al sacerdozio. In una fase successiva, fonda una congregazione religiosa. Questo Istituto fiorisce, e il suo fondatore diventa un uomo ben considerato dalla Santa Sede. Scrive ottimi libri, diffusi in tutta Europa, ed è acclamato come un maestro di grande peso nella vita intellettuale cattolica del suo tempo. Poco dopo si è elevato all’episcopato.

Indubbiamente una situazione eminente, con tutti gli aspetti di una vocazione di successo: come prete si fece religioso, come religioso, fondatore e superiore generale; inoltre, con l’onore dell’episcopato, si rese conto che il buon odore della sua dottrina profumava l’intera Europa. Si direbbe, quindi, che i desideri con cui era ordinato sono stati realizzati, e la sua vita aveva raggiunto l’obiettivo desiderato dalla Provvidenza. A quell’altezza, poteva morire e dire a Dio, per parafrasare San Paolo: “Ho combattuto la buona battaglia, dammi ora il premio della tua gloria!”

Ma nel momento in cui tutto sembrava raggiunto, una catastrofe. Vescovo rassegnato, medico e moralista, superiore generale della comunità religiosa da lui fondata, Sant’Alfonso viene espulso a causa di intrighi, equivoci e disinformazioni. Immaginiamo cheAfonso de Ligorio.jpgcosarappresenta a un fondatore, essere licenziato dal proprio istituto dalla Santa Sede, vedendosi da un momento all’altro, senza risorse e mezzi di sussistenza!

Destino delle anime amate dalla Provvidenza

Aggiungete a ciò un’altra situazione di prova: cominciano a tormentarlo le malattie, che l’accompagnarono fino alla fine della vita. Tra di loro, la febbre reumatica che lo paralizzò per qualche tempo e nocque la posizione del collo, impedendogli di rimanere inposizione verticale. Passò a vivere con la testa china, e questo viene dimostrato in alcune foto che fece. Oltre alle malattie, fu colpito da tentazioni molto forti, anche contro lapurezza e la fede. Tutto ciò si accumulava in un uomo già distrutto.

Tuttavia, questo era esattamente il premio massimo per coronare la sua esistenza. Era la crocifissione, dopo un lungo apostolato ed un’instancabile azione per il bene degli altri.

Così agisce, la maggior parte delle volte la Provvidenza, per quanto riguarda le anime amate da Lei. Sono alcune situazioni in cui tutti i mali vengono insieme e c’è una sorta di crepuscolo generale. Poi, l’anima purificata, lavata dalla sofferenza, torna a godere della grazia del Signore. Allora essa respira, si sente un altra, trasformata.

Naturalmente, questo è stato l’ultimo atto di santificazione, lo sforzo finale che il Signore ha chiesto a Sant’Alfonso de’Liguori.

Combattimenti contro il giansenismo

Si deve dire che gran parte della persecuzione subita da Sant’Alfonso furono motivate dal giansenismo che infuriava nel suo tempo, e a cui si oppose con intenso zelo e vigore.

La corrente giansenista, secondo un pretesto di severità, infondeva precetti morali così sbagliati, che le persone si scoraggiavano dalla salvezza, dato che dopo tutto non riuscivano a soddisfare la morale dei farisei, come venivano presentate.

Il punto più sconcertante difeso dal giansenismo riguardava la dottrina della predestinazione. In base a questa, l’uomo doveva compiere quella morale tremendamente rigorosa, avendo su di lui uno sguardo incline all’irritazione e alla vendetta di un Dio, la cui santità consisteva solo di essere in attesa del peccato per infliggere la punizione.

D’altra parte, però, i giansenisti affermavano che il Cielo e l’inferno non erano dati agli uomini secondo le loro opere buone o cattive, perché Dio predestinava agli uomini quello che voleva. In modo che la persona poteva passare tutta la vita a peccare e anche così andare in paradiso, o invece, praticare le buone azioni e cadere nell’inferno, secondo il desiderio divino.

Bene, così è facile capire come gli uomini persero completamente l’incoraggiamento a praticare la virtù e anche il motivo per non cadere nel vizio. Perché, in ultima analisi, se finisco condannato, nonostante abbia realizzato tantissimi atti di virtù, insomma non sono libero di fare o non fare qualcosa, perché è Dio che decide, non io. Quindi, perché mi sforzo di vivere una vita santa?

In fondo, era una predicazione di immoralità. Per questo motivo, secondo molti scorci storici, i giansenisti avevano le loro falsità nascoste. Ad esempio, digiunavano spesso, ma erano grandi cuochi. E una delle frittate più gustose e conosciute in quel tempo era la chiamata La Janseniste, con cui banchettavano nascosti durante i loro “digiuni”.

Non bastassero tali errori, attaccavano ancora le devozioni più elevate e lodevoli come, per esempio, la devozione al Sacro Cuore di Gesù. Si racconta il caso di un certo Vescovo di Pistoia, Scipione de’Ricci, che aveva fatto dipingere nella sua residenza un’immagine che rappresentava una devota gettando al fuoco la stampa del Sacro Cuore di Gesù, come se fosse oggetto scaramantico, mentre lui, Ricci, teneva in mano la croce ed il calice con l’Eucaristia, simboli di autentica pietà (come veniva capita).

Questo rifiuto si spiega con il fatto che la devozione al Sacro Cuore di Gesù rappresenti, in qualche modo, l’anti-giansenismo. Si infonde la bontà, la misericordia, la pazienza del Salvatore, e dimostra il fatto che l’uomo, attraverso le buone opere può gradire a Dio e raggiungere la salvezza. Esprime, inoltre, che il nostro Dio è giusto e pieno di amore, e non un tiranno arbitrario, un esattore spietato rispetto all’umanità.

È comprensibile, quindi, che di fronte a questa corrente giansenista Sant’Alfonso Maria de’Liguori abbia preso un atteggiamento energico nelle sue opere morali. E che abbia sofferto, perciò, tutti i tipi di attacchi e persecuzioni dei suoi avversari, raggiungendo l’apice di contrattempi e disgrazie sopra menzionati.

Lezione di vita per i cattolici

Riteniamo che l’esistenza di Sant’Alfonso, laboriosa, piena di prove, ma coronata dal trionfo della virtù, una lezione di fiducia e di perseveranza per tutti noi. Nei momenti più Santo Afonso de Ligorio.jpgdifficili di tentazioni, dolori e disturbi, le brutali persecuzioni, quando i suoi più vicini gli provocarono crudeli delusioni, anche così mai si scoraggiò, mai si disincantò del suo desiderio di raggiungere la santità, crescendo in pietà e devozione, man mano aumentavano le sofferenze.

È interessante ricordare un piccolo episodio della fine della sua vita, quando non riusciva a muoversi da solo, essendo guidato in una sedia a rotelle da un fratello laico redentorista. Allora, passeggiavano in convento, per i giardini ed i cortili, mentre facevano le loro preghiere. Più di una volta è successo a Sant’Alfonso di chiedere al suo compagno:

– Fratello, abbiamo già pregato questo Mistero del Rosario?

Il buon discepolo, anche di età un po’ avanzata, non si ricordava con certezza, e rispondeva:

– Signor Vescovo, non mi ricordo molto bene, ma credo di sì. In ogni caso, abbiamo già pregato tante volte il Rosario, che la Madonna non farà conto se per caso non abbiamo contemplato tale o tale altro Mistero …

E Sant’Alfonso rispondeva: – O mio caro fratello, questo no! Se passo un giorno senza recitare il Rosario completo, potrei perdere la mia anima!

Questa è la costanza, il coraggio, lo spirito perseverante di un Santo su cui si abbattero tutte le tempeste. Però, quello che successe a lui, può accadere nella vita di ognuno di noi. Quante volte abbiamo passato attraverso prove e difficoltà simili a quelli che affliggevano Sant’Alfonso?! E, non di rado, portando con sé l’impressione di un crollo, di qualcosa che era caduta a terra, di un sentiero impervio.

Tuttavia, dopo un periodo di difficoltà breve o lungo, ci appare più luce, più protezione, più vittorie, altre gioie. E così, con un susseguirsi di gallerie e di strade larghe, la Madonna ci porta a realizzare i disegni da Lei e del suo Divin Figlio per noi.

Imitiamo, dunque, Sant’Alfonso nella sua perseveranza, nella sua umile e profonda fiducia, comprendendo che nella nostra vita spirituale ci troveremo strade buie, senza che ci terrorizziamo da esse. Al di là di questa oscurità, la Provvidenza definisce un percorso ancora più luminoso e più bello di quello precedente.

Questi sono alcuni pensieri che vi proponiamo della vita straordinaria ed esaltante di Sant’Alfonso de‘Liguori. (Santi commentati da Mons. João Clá Dias, EP)

Fra’ Modestino, figlio spirituale di Padre Pio, sarà Beato!

Bellissima notizia per i devoti di Padre Pio e del suo figlio spirituale, Fra’ Modestino, per cui è stata avviata la causa di beatificazione.

Il documento dell’Arcivescovo di Manfredonia – Vieste – San Giovanni Rotondo, padre Franco Moscone, ne da notizia. Fra’ Modestino da Pietrelcina, già Servo di Dio, morì in “fama di santità”, ecco perché, a breve, potrebbe essere dichiarato Beato e poi Santo.

Fra’ Modestino da Pietrelcina si chiamava, in realtà, Damiano Fucci. E’ stato un religioso, ovviamente dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini. Nacque a Pietrelcina, come Padre Pio, il 19 Aprile del 1917; morì a San Giovanni Rotondo, il 14 Agosto del 2011.

Fra’ Modestino e Padre Pio

La sua figura è indissolubilmente legata a quella di Padre Pio, che ha accompagnato per tutta la vita. Era suo Confratello e discepolo; testimone fedele, aveva raccontato tanti miracoli, come anche gli ultimi istanti della vita del Santo.

Ora, il documento dell’Arcivescovo Franco Moscone, firmato soltanto due giorni fa, e controfirmato dal cancelliere arcivescovile, don Matteo Tavano, lo avviano alla santificazione, come accadde per il suo maestro. Ne è stata data ufficialmente notizia «al Clero, ai Religiosi», per cui sarà affisso «alle porte delle Chiese e degli oratori pubblici, per la durata di due mesi».

Il passo successivo sarà quello di nominare i membri del Tribunale ecclesiastico e della Commissione storica, per l’indagine che la Chiesa richiede di compiere, in questi casi, e raccogliere la documentazione necessaria. Il documento, infatti, invita tutti coloro che fossero a conoscenza di fatti riguardanti la vita di Fra’ Modestino di sostenere la causa.

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