Uomo dal carattere forte ed esplosivo, San Girolamo è paragonato nella Liturgia delle Ore a un sole e a un leone. Quali sono i tratti della sua vita che portarono la Chiesa a stabilire un così poetico parallelismo? 

Isabel Cristina Lins Brandão Veas, EP 

Era un piacevole bel pomeriggio d’autunno, sul finire del IV secolo. In un monastero situato nei dintorni di Betlemme, nella lontana Palestina, si udiva appena echeggiare la voce grave e compassata di un monaco, proveniente dalla sala dove la comunità intera, in silenzioso raccoglimento, ascoltava la lettura spirituale.

All’improvviso, arrivò un enorme leone zoppicante. Non appena lo videro, i monaci si misero in fuga, in un tremendo parapiglia. Soltanto uno rimase seduto, impassibile: il superiore della casa. Alzatosi, chiamò la fiera con un cenno di mano. Questa si avvicinò come un docile agnellino e gli mostrò una zampa ferita. Dopo averla esaminata, il religioso predispose che i frati la curassero e dessero del cibo al felino, il quale si comportò con esemplare mansuetudine e cominciò a vivere con loro. Oltre a proteggerli e prestar loro numerosi servizi, diventò un fedele compagno del suo benefattore, il rettore del convento, celebre asceta, saggio e scrittore. E chi andava a fargli visita nella sua cella lo trovava il più delle volte con la penna in mano, curvo su una pergamena, avendo al suo fianco il maestoso re degli animali…

Sarà vera questa storiella raccontata dai più antichi biografi di San Girolamo? Secondo alcuni autori, sì; per altri, invece, si tratta di pura leggenda. Nonostante la controversia, tutti concordano che nulla potrebbe trasmettere ai posteri una nozione così puntuale rispetto a San Girolamo quanto immaginarlo convivere con un leone. Sì, infatti questo grande Padre della Chiesa fu un uomo dal carattere forte ed esplosivo, ardente di zelo per la gloria di Dio e instancabile difensore della Fede che, poiché proclamava la verità con gagliardia, meritò di esser paragonato dalla Chiesa a un leone.

Giovane studente a Roma 

L’Impero Romano d’Occidente si trovava ormai al tramonto quando Girolamo giunse a Roma per la prima volta, intorno all’anno 360. Era allora un giovinetto di 12 anni di età, intelligente, deciso e volonteroso, con un futuro promettente davanti a sé. Figlio di una famiglia cristiana e benestante, egli aveva concluso la scuola elementare nella sua patria – la piccola Stridone, città della Dalmazia – e veniva a studiare in una delle famose scuole di grammatica e retorica della capitale dell’Impero.

Due caratteristiche del nuovo alunno risvegliarono presto l’attenzione dei maestri: il singolare talento letterario e il vivo entusiasmo per i classici latini, che a quell’epoca costituivano la base dell’apprendimento delle lettere. Girolamo si deliziava con la lettura di questi autori – dei quali, Cicerone era il suo preferito – non risparmiò denaro né sforzi per farsi una biblioteca personale, copiando di proprio pugno varie opere. Inoltre, dotato di un’eccellente memoria, memorizzava i testi con facilità e, col suo animo bellicoso, non esitava a declamarli davanti alla classe, sfidando le burla dei colleghi e le critiche dei professori.

Sempre attratto dalla polemica, divenne un assiduo frequentatore del foro, dove poteva integrare le lezioni apprese in classe, osservando da vicino la nobile arte oratoria. Tuttavia, se questa lo incantava, non lo illuse mai. Bambino sagace, comprendeva quanto quelle discussioni – che molte volte terminavano in offese personali – erano in genere mosse dalla vanità, mirando alla fortuna e all’applauso degli altri. E lui aspirava a cose più alte.

Sebbene fosse ancora catecumeno – poiché a quel tempo normalmente si posticipava il Battesimo a dopo l’adolescenza –, aveva aderito con tale determinazione ai principi religiosi trasmessi dai genitori, che neppure l’ambiente di decadenza dell’Urbe riuscì a scuotere le sue convinzioni. Così, nei giorni festivi era solito visitare le catacombe in compagnia di alcuni amici virtuosi, per venerare insieme i sepolcri dei martiri. Forse quelle gallerie sacre avranno risvegliato in lui l’incanto per la fortezza dei figli della Chiesa, i quali, affrontando i cesari, le moltitudini e le fiere, avevano abbracciato la morte con gioia, per amore del Regno dei Cieli. Anche lui voleva essere ammesso in questa Istituzione Sacra, generatrice di Santi ed eroi.

Quando aveva più o meno 20 anni di età, chiese il Battesimo. Sebbene non abbia lasciato nessuna descrizione delle circostanze in cui ricevette questo Sacramento – che, come è ritenuto, gli fu amministrato da Papa Liberio –, le affermazioni da lui fatte in scritti posteriori denotano quanto l’avvenimento segnò la sua vita, al punto da dichiarare che si sentiva “romano non solo per lignaggio, ma soprattutto per aver ottenuto presso la Cattedra di San Pietro la sua consacrazione nella milizia di Cristo”.1

Prima esperienza monastica 

Conclusi gli studi, il giovane neofita partì per la Gallia. I motivi di questo viaggio sono sconosciuti. È probabile, però, che uno di essi fosse il desiderio di iniziare una carriera prestigiosa nella città di Treviri, che, essendo residenza abituale dell’imperatore Valentiniano I, offriva numerose opportunità. Lì egli fece il primo passo del suo glorioso percorso, non occupando una carica in quell’Impero che stava per crollare, ma servendo all’immortale Chiesa Cattolica.

Alcuni decenni prima, era arrivato a Treviri Sant’Attanasio, esiliato da Costantino, e che portava una novità per l’Occidente: la forma di vita ascetica dei monaci orientali. E certamente fu nel contatto con i religiosi appena stabilitisi nella Gallia Belgica che la grazia parlò all’anima di Girolamo, aprendola alla vocazione monastica.

Fin tanto che rimase in quella città, continuò ad aggiungere libri alla sua biblioteca personale. Nel frattempo, copiò codici molto differenti da quelli che fino a quel momento erano stati oggetto del suo interesse: due opere di Sant’Ilario di Poitiers, di cui una è il Commento sui Salmi. Con la sua trascrizione, si aprivano per Girolamo le porte dell’esegesi, nella quale egli in breve avrebbe fatto rendere i suoi talenti, producendo veri gioielli per il mondo cristiano.

La sua prima esperienza di vita monastica avvenne poco dopo, ad Aquileia, dove si unì a un gruppo di asceti da lui denominato “quasi coro dei beati”,2 in tal modo erano animati dall’amore a Dio e dalla benevolenza reciproca. La Provvidenza, però, aveva altri progetti per loro. Nel desiderio di visitare la Terra Santa e conoscere l’eroismo dei solitari del deserto, abbandonò quella convivenza paradisiaca e si mise in cammino verso l’Oriente.

Dove sta il tuo tesoro… 

L’itinerario del lungo viaggio passava per la città di Antiochia, nel sud dell’attuale Turchia, la cui popolazione, composta da giudei, greci e siriani, formava una società molto ellenizzata. Lì Girolamo si fermò per qualche tempo, ospitato in casa di un amico, in condizioni che gli permisero di approfondire il suo studio della lingua greca.

Tuttavia, il suo spirito non era in pace. Voleva servire Cristo; per amore a Lui aveva rinunciato alla carriera, alla famiglia e a tutti i suoi beni… eccetto uno: “Io non riuscivo a staccarmi dalla biblioteca che con tanto lavoro avevo formato a Roma. Arrivavo a digiunare – povero me! – per non tardare a consegnarmi alla lettura di Tullio. Dopo lunghe veglie in preghiera e di lacrime uscite dal fondo del mio cuore per il profondo ricordo dei miei peccati passati, prendevo Plauto in mano. Se, tornando alla ragione, decidevo di leggere un profeta, mi annoiavo col suo stile incolto; e siccome la cecità dei miei occhi m’impediva di vedere la luce, attribuivo la colpa al sole, e non ai miei occhi”.3

Egli si trovava in una grande lotta interiore quando, un giorno, si ammalò gravemente, con febbri acute che lo obbligarono a stare a letto. Gli capitò allora un fenomeno curioso: “Mi sono sentito all’improvviso trasportato in spirito fino al tribunale del Giudizio. […] Interrogato sulla mia condizione, ho risposto che ero cristiano. Ma chi lo presiedeva replicò: ‘Menti, tu sei ciceroniano e non cristiano; là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore (Mt 6, 21)’. Allora ammutolii e, tra le frustate – infatti Egli aveva ordinato che mi frustassero –, mi tormentava di più il fuoco della coscienza, considerando questo versetto: Chi negli inferi canta le tue lodi? (Sal 6, 6)”.4

Le buone disposizioni di Girolamo gli ottennero alla fine l’indulgenza del Signore, che lo liberò. Tornato in sé, aveva sulla schiena i segni delle frustate e sentiva dolori nel corpo. “Rimprovera il saggio ed egli ti amerà” (Pr 9, 8), dice l’Autore Sacro. Non fu diversa la reazione di Girolamo: “Da quel momento, mi sono dedicato allo studio delle letture divine come prima non avevo fatto con quelle profane”.5 Dalla fedeltà a questa grazia sorsero corollari così eccellenti e abbondanti, che la Chiesa lo riconosce e venera come il Dottore Massimo nell’interpretazione delle Scritture.6

Inno dell’ora delle Lodi(Edizione brasiliana del Libro delle Ore)Traduttore ed esegeta della Bibbia,
sei stato un sole che la Scrittura illumina;
le nostre voci, Girolamo, ascolta:
noi ti lodiamo la vita e la dottrina.
Relegando gli autori profani,
il mistero divino hai abbracciato,
quale leone, che abbatte gli eretici,
i messaggi della fede hai preservato.
Hai studiato la parola divina
nei luoghi della stessa Scrittura,
e, bevendo nelle fonti il Cristo,
hai dato a tutti del miele la dolcezza.
Aspirando al silenzio e alla povertà,
nel presepio hai trovato un rifugio;
hai dato il velo a vedove e vergini,
Paola ed Eustochio hai portato con te.
Dal grande dottore istruiti,
proclamiamo, fedeli, Dio trino;
e risuonano per tutti i tempi
i messaggi del libro divino.

Prezioso frutto della lotta alle tentazioni 

Con “pochi libri e molte idee elevate”, 7 il monaco itinerante partì da Antiochia per la regione desertica di Calcide in Siria, vicino all’odierna Aleppo. Cercava la solitudine, ma non riuscì a goderne per molto tempo, poiché in quel deserto c’erano numerosi eremiti, e alcuni di loro divennero suoi compagni.

In questo periodo, egli subì dure tentazioni. Con l’aiuto della grazia, le combatté energicamente, unendo alla preghiera e alla penitenza un mezzo efficace per allontanare i suggerimenti del demonio: si dedicò a imparare la lingua ebraica, con l’aiuto di un frate di origine israelita. “Quanto lavoro ho consumato in questo compito” – ricordava ormai anziano – “quante difficoltà ho affrontato, quante volte, senza speranza, ho desistito per poi ricominciare”.8

Oltre a rendergli meriti in Cielo, questi ardui momenti di studio furono, in realtà, le fondamenta della colossale missione che anni più tardi egli avrebbe portato a termine, traducendo la Bibbia dall’ebraico e dal greco al latino. E per questo aggiungeva: “Ringrazio ora il Signore, poiché colgo i dolci frutti di una così amara semina”.9

La Provvidenza volle concedergli ancora due importanti prerogative: il sacerdozio, che ricevette ad Antiochia, non appena fece ritorno dal deserto e gli insegnamenti di San Gregorio Nazianzeno, di cui fu discepolo per tre anni, a Costantinopoli. Sotto l’impulso di questo insigne maestro, San Girolamo tradusse dal greco al latino la Cronaca di Eusebio di Cesarea e le Omelie di Origene.

Patrono dei traduttori 

Un’esigenza della Santa Chiesa lo fece ritornare a Roma nel 382, convocato da Papa San Damaso per partecipare al Concilio Generale che si sarebbe lì realizzato quell’anno. Nonostante ciò, quando l’evento terminò, il Santo Padre lo trattenne al suo fianco, prendendolo come segretario e consigliere. L’amore e l’obbedienza al Vicario di Cristo erano al di sopra di tutte le aspirazioni del saggio asceta: solo tre anni dopo, a seguito della morte del Santo Pontefice, egli sarebbe tornato in Oriente.

Più che di soluzioni a problemi ecclesiastici, in questo soggiorno a Roma si occupò di lavori relativi alle Scritture, di cui il grande propugnatore era il Papa stesso. Questi lo consultò su diversi passi biblici, e le risposte tanto lo soddisfecero – non solo per la chiarezza e profondità, ma anche per il bello stile –, che presto gli ordinò la revisione del testo latino dei Vangeli, le cui versioni erano, oltre che inesatte, molto poco letterarie.

San Girolamo iniziò così la sua gigantesca opera di traduzione della Bibbia, in primo luogo a partire dal testo greco e, anni più tardi, utilizzando gli originali ebraici, dove sarebbe risultata la famosa Vulgata. Per questa magistrale impresa, e per le sagge regole di traduzione che lasciò consegnate nei suoi scritti, egli oggi è considerato, a giusto titolo, il patrono dei traduttori.

Guida, maestro e vero padre 

Come gigli nati nel fango, c’erano in quella decadente Roma, contaminata dal paganesimo, anime nobili di sangue e ideali. Erano dame dell’alta aristocrazia, vergini e vedove, che, congregate da Santa Marcella, desideravano raggiungere la perfezione cristiana. Soccorrevano poveri e infermi, e difendevano schiavi; ma anche le attirava la vita ascetica: digiunavano, si dedicavano a pratiche pietose, si riunivano per recitare i Salmi e studiare la Bibbia. In San Girolamo esse trovarono un mentore, una guida, un maestro e un vero padre. Egli le orientava sui sentieri dell’ascetismo, le istruiva nella scienza delle Scritture, e giunse a costituire un progetto monastico per queste anime di élite, in una proprietà di Santa Marcella, che finì per non realizzare.

In tale miriade di sante spiccano Santa Paola e sua figlia Santa Eustochio, che lo seguirono nel suo viaggio definitivo in Oriente, insieme ai monaci, suoi compagni. Dopo un pellegrinaggio in Terra Santa e una breve permanenza in Egitto, la comitiva si stabilì a Betlemme, dove, quasi quattro secoli prima, era nato il Salvatore. Sopra la rustica Grotta che allora Gli era servita da riparo, si ergeva ora l’imponente Basilica della Natività, costruita dall’Imperatore Costantino.

Presso il Presepio del Signore 

In questo così agognato raccoglimento, il Santo Dottore trascorse gli ultimi 34 anni della sua vita, senza smettere di lavorare: alle mortificazioni e ai lunghi periodi di preghiera seguivano ore di intensa attività, in cui scriveva o dettava i suoi commenti esegetici e lettere – avendo tra i suoi corrispondenti il celebre Vescovo di Ippona, Sant’Agostino –, e componeva opere di carattere biografico e sulla Storia della Chiesa. Fu sempre lì che egli elaborò vibranti trattati apologetici, nei quali “contestò energicamente e vivacemente gli eretici che rifiutarono la Tradizione e la Fede della Chiesa”.10

Dove egli trasse la forza per essere fedele a una missione così alta? Analizzando il suo lungo tragitto, possiamo notare un fattore innegabile della sua santità: un amore appassionato alla Madre di Dio, così presente nell’insieme della sua opera che “si potrebbe parlare con una certa libertà di ‘mariologia girolaminiana’”. 11 Uno degli scritti più famosi in cui manifesta il suo grande amore per la Madonna è il trattato in difesa della verginità di Maria, contro Elvidio, detrattore di questo privilegio. Le parole con cui lo conclude – nel suo stile inflessibile di sempre – denotano una sincera pietà mariana: “Siccome penso che tu, sconfitto dalla verità, comincerai a diffamare la mia vita e a lanciarmi maledizioni […], ti avverto, preventivamente, che queste tue invettive, lanciate con la stessa bocca con cui hai calunniato Maria, saranno per me motivo di gloria”.12

A Betlemme, dove brillò la luce della salvezza del mondo nelle mani di Maria Santissima, terminò i suoi giorni. Avendo lui forgiato la sua indole ferrea nel crogiolo della polemica e dell’ascetismo monastico, e nella soavità della devozione alla Madonna, si trasformò nel “sole che la Scrittura illumina”, nel leone che, “abbattendo gli eretici”, preservò i “messaggi della Fede”.13

1 PENNA, Angelo. San Jerónimo. Barcelona: Luis Miracle, 1952, p.19. 
2 SAN GIROLAMO. Eusebii Chronicorum. L.II, ad ann. 379: ML 27, 507. 
3 SAN GIROLAMO. Ad Eustochium, Paulæ filiam. De custodia virginitatis. Epistola XXII, n.30: ML 22, 416. 
4 Idem, ibidem. 
5 Idem, 417. 
6 Cfr. BENEDETTO XV. Spiritus Paraclitus, n.1. 
7 MORENO, Francisco. São Jerônimo. A espiritualidade do deserto. São Paulo: Loyola, 1992, p.31. 
8 SAN GIROLAMO. Ad Rusticum monachum. Epistola CXXV, n.12: ML 22, 1079. 
9 Idem, ibidem. 
10 BENEDETTO XVI. Udienza generale, del 7/11/2007. 
11 PENNA, op. cit., p.424. 
12 SAN GIROLAMO. Adversus Helvidium. De perpetua virginitate Beatæ Mariæ, n.22. In: Obras Completas. Tratados apologéticos. Madrid: BAC, 2009, vol. VIII, p.115. 
13 MEMORIA DI SAN GIROLAMO. Inno di Laudi e Vespri. In: COMMISSIONE EPISCOPALE DI TESTI LITURGICI. Liturgia delle Ore. Petrópolis: Ave Maria; Paulinas; Paulus; Vozes, 1999, vol.IV, p.1330.

(Rivista Araldi del Vangelo, Settembre/2014, n. 136, p. 19 – 23)

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