I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia

L’Eucaristia, l’Immacolata e il Sommo Pontefice!

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Battesimo del Signore – (Anno B)

Battesimo di Gesù

Vangelo

In quel tempo, 7 Giovanni Battista proclamava: “Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. 8 Io vi ho battezzati con acqua, ma Egli vi battezzerà in Spirito Santo”. 9 Ed ecco, in quei giorni, Gesù venne da Nazaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. 10 E, subito, uscendo dall’acqua, vide squarciarsi i Cieli e lo Spirito discendere su di Lui come una colomba. 11 E venne una voce dal Cielo: “Tu sei il Figlio mio, l’amato: in Te ho posto il mio compiacimento” (Mc 1, 7-11).

Il Battesimo del Signore

Due figure massime si incontrano: il Precursore e il Messia. Chi è stato il Battista e perchè ha voluto Gesù essere battezzato?

I – “Preparate la via del Signore”

Nel passo del Vangelo della festa del Battesimo del Signore, abbiamo il racconto del Battesimo più simbolico di tutta la Storia. È interessante conoscere preliminarmente i retroscena in cui si è svolto questo fatto così significativo.

Una voce chiama nel deserto

Tagliando l’antica terra di Israele da nord a sud, il fiume Giordano doveva la sua importanza agli eventi storici che si sono verificati lungo il suo corso, più che al fatto di essere un elemento indispensabile per il mantenimento della vita in quell’arido territorio.

Era stato teatro di molti miracoli e aveva assistito a scene grandiose, nelle quali era brillata la giustizia di Dio. Tuttavia, intorno all’anno 28 della nostra era, quello che si è verificato lì, ha superato di gran lunga tutto il passato. Giovanni, figlio del sacerdote Zaccaria, lasciò il suo isolamento nel deserto e cominciò a percorrere la regione del fiume, “predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati” (Lc 3, 3).

A corroborare la sua autorità morale, il Battista aveva una vita di penitente del deserto, straordinariamente santa e mortificata: “Era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, si cibava di locuste e miele selvatico” (Mc 1, 6). La sua reputazione era accresciuta dalla sua nascita miracolosa, che molti conoscevano.

Più ancora: tra il popolo eletto era nota la profezia della venuta di un precursore del Messia: “com’è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaia: Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri” (Lc 3, 4).

Le sue esortazioni provenivano, così, da uno che possedeva tutte le credenziali di autenticità per condurre alla conversione.

Grande commozione in Israele

Erano circa 400 anni che un profeta non faceva udire la sua voce in Israele.

Niente di più esplicabile, dunque, del trambusto causato da San Giovanni Battista. Da tutte le parti affluivano moltitudini per ascoltarlo. Vedendole davanti a sé, egli le ammoniva, e le sue parole penetravano a fondo nelle anime, portando molti al pentimento: “Egli diceva: Convertitevi, perché il regno dei Cieli è vicino” (Mt 3, 2).

Simbolo della purificazione della coscienza, necessaria per ricevere questo “Regno dei Cieli” che era “vicino”, il battesimo conferito da San Giovanni confermava la buona disposizione dei suoi ascoltatori. “Confessando i loro peccati, si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano” (Mt 3, 6), racconta San Matteo.

Israeliti di tutte le classi sociali accorrevano dal profeta della penitenza, disposti a purificare il loro cuore. Tuttavia, vi erano anche gli oppositori. Sadducei, farisei e dottori della Legge, che lo avevano visto inizialmente di buon occhio, non tardarono a nutrire nei suoi confronti una profonda antipatia. Infastiditi per la sua straordinaria influenza, irritati per le predicazioni, nelle quali condannava i vizi in cui essi incorrevano, cominciarono ad agire contro Giovanni. Misero in discussione il suo diritto a battezzare e gli prepararono delle insidie. Dimostrando grande sagacità, San Giovanni non si lasciò imbrogliare.

Inesorabile verso gli ipocriti e i superbi, il profeta si mostrava dolce con i sinceri e gli umili. “Preparatevi!”, ripeteva instancabilmente, “aprite la via del Signore!”

Gli si affiancarono discepoli, che lo assistevano nel suo ministero, e che diventarono un modello di devozione più fervente.

Infine, la sua predicazione produceva un grande movimento popolare sulla via della virtù, come mai si era visto nella storia di Israele.

Incontro con il Messia
Fiume Giordano – Terra Santa

La missione del Precursore era preparare la strada al Messia. Viveva, pertanto, nell’attesa dell’incontro con Lui.

Non aspettò molto tempo. Un giorno, notò la presenza di Gesù in mezzo ai pellegrini. Preso da una soprannaturale emozione, s’inchinò verso il nuovo venuto, rifiutandosi di darGli il battesimo: “Io ho bisogno di esser battezzato da Te e Tu vieni da me?” (Mt 3, 14). Gli rispose, però, Gesù: “Lascia fare per ora, poiché conviene che così adempiamo ogni giustizia” (Mt 3, 15). Obbediente, San Giovanni Lo immerse nel Giordano.

Non appena uscì dall’acqua, Gesù si mise a pregare. Allora il cielo si aprì e lo Spirito Santo scese su di Lui nella forma di una colomba. “E venne una voce dal Cielo: ‘Tu sei il Figlio mio, l’amato: in Te ho posto il mio compiacimento’”.

II – Ecco Colui che toglie il peccato del mondo!

Missione conclusa
San Giovanni Battista

Qualche tempo dopo aver battezzato il Messia, San Giovanni si avvia verso il martirio, lasciando la scena storica, come egli stesso aveva predetto: “Lui deve crescere; io, invece, diminuire” (Gv 3, 30). Era entrato in scena il Salvatore, era compiuta la missione del Precursore. Gli restava soltanto l’ultimo atto della sua grandiosa vita: il martirio.

Come afferma San Tommaso d’Aquino, “tutto l’insegnamento e l’opera di Giovanni erano preparatori dell’azione di Cristo, come l’opera del praticante e dell’operaio inferiore è preparare la materia perché riceva la forma introdotta poi dal principale artefice”.1 I grandi artisti hanno avuto apprendisti che dipinsero le parti meno importanti dei loro quadri, occupandosi solo degli aspetti essenziali. Anche i grandi intagliatori ebbero aiutanti che affilavano gli strumenti, pulivano l’atelier, facevano gli acquisti del legno appropriato, ecc. Questo fu il lavoro di San Giovanni che ha preparato la venuta di Nostro Signore.

Di fronte all’altissima vocazione del Battista, i Dottori della Chiesa espressero sempre grande ammirazione. San Tommaso d’Aquino,2 per esempio, colloca Giovanni tra i profeti del Nuovo Testamento. Se lo considerassimo dell’Antico – dice l’Aquinate – sarebbe più grande di Mosè. Già San Francesco di Sales3 vede Giovanni come profeta dell’Antico Testamento, l’ultima luce della Legge mosaica e – afferma senza alcuna titubanza – la più grande.

Comunque sia, la grandezza di Giovanni era tale che lo stesso Gesù dichiarò che lui era più che un profeta, aggiungendo questo elogio supremo: “tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista” (Mt 11, 11).

Perché Gesù ha voluto esser battezzato?

Il battesimo conferito da San Giovanni non era della stessa natura del Battesimo sacramentale, istituito posteriormente dal Signore Gesù. Proveniva veramente da Dio, ma non aveva il potere di conferire la grazia santificante.4 Lo stesso Battista mise in risalto la differenza: “Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco” (Lc 3, 16). L’effetto del battesimo di Giovanni consisteva in un incentivo al pentimento dei peccati, spiega San Tommaso d’Aquino.5 Ora, in Gesù non esisteva neppure l’ombra del peccato, né ci poteva essere, visto che Egli era l’Uomo-Dio. Non aveva, pertanto, materia per il pentimento e la penitenza. Come si spiega, allora, che Egli abbia voluto esser battezzato?

Assoggettarsi alla condizione umana

Varie sono le ragioni addotte dai Padri e Dottori della Chiesa. Eccone una: quando il Verbo si fece Uomo, Egli volle assoggettarsi alle leggi che regolano la vita umana. Per esempio, obbedì alle leggi che erano in vigore tra i giudei, venendo presentato nel Tempio dopo la sua nascita, sottoponendosi alla circoncisione, e compiendo i riti della Pasqua giudaica. In questo modo, volle anche ricevere il battesimo penitenziale di Giovanni. Perduto in mezzo alla moltitudine, Gesù – innocente – si sottomise ad un rito destinato al peccatore: “conviene che così adempiamo ogni giustizia”, Egli si giustificò davanti al profeta. Commentando queste parole, Sant’Agostino dice che Nostro Signore “volle fare quello che ordinò che tutti facessero”.6 E Sant’Ambrogio aggiunge: “Che cos’è la giustizia, se non cominciare a fare ciò che si vuole che gli altri facciano e incoraggiare gli altri a imitarci col nostro esempio?”.7

Purificare le acque
Aurora a Maranduba, Ubatuba (Brasile)

Tra le dieci ragioni enumerate nella Somma Teologica per il battesimo di Gesù, San Tommaso d’Aquino evidenzia l’obiettivo della purificazione delle acque, e ricorda Sant’Ambrogio, che afferma che “il Signore fu battezzato, non perché voleva purificarsi, ma per purificare le acque, in modo che purificate dalla carne di Cristo, che non ha mai conosciuto il peccato, avessero il potere di battezzare”.8 Lo stesso argomento appare nell’Opera Imperfetta, nella quale si dice che Gesù lasciò “le acque santificate per quelli che, dopo, dovevano esser battezzati”.9

Abbiamo qui un interessante problema teologico-metafisico: per quale ragione Dio ha scelto l’acqua come materia per il Battesimo? L’acqua è un elemento ricco di simbolismo. Per esempio, è un’immagine dell’esuberanza di Dio. Basti considerare che tre quarti della superficie della Terra sono costituiti da acqua. È anche simbolo di vita. È elemento essenziale per il mantenimento di tutti gli esseri viventi. Quanto più abbonda l’acqua in una regione, maggiore è la quantità di piante e animali che vi si sviluppano. Inoltre, essa è l’elemento preponderante della materia vivente, in modo tale che il corpo umano stesso è composto, nella sua maggior parte, da acqua. Possiamo considerarla anche un simbolo della bontà, dell’affetto e della magnanimità di Dio verso l’umanità. Piace all’essere umano vederla cadere, in forma di pioggia, cristallina, rinfrescante, rendendo fertile il suolo, favorendo le piantagioni, pulendo l’aria.

Considerata sotto un altro punto di vista, essa ha una potenza smisurata di distruzione. Nonostante tutta la tecnica moderna, e un presuntuoso progresso che si è creduto capace un giorno di riuscire a dominare gli elementi della natura, gli uomini si stupiscono e si terrorizzano per la forza distruttiva delle acque. E anche in questo essa è per noi un simbolo, quello del potere onnipotente di Dio.

Per la sua capacità di lavare, essa ricorda la pulizia spirituale. In diverse occasioni la Sacra Scrittura si riferisce così, come nel seguente passo: “Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati; io vi purificherò da tutte le vostre sozzure e da tutti i vostri idoli” (Ez 36, 25). In questo passaggio, il profeta Ezechiele predice il battesimo di San Giovanni e, più in particolare, il Battesimo sacramentale, istituito da Gesù. Allo stesso modo, ad esso si riferisce Zaccaria, quando questi dice: “In quel giorno vi sarà per la casa di Davide e per gli abitanti di Gerusalemme una sorgente zampillante per lavare il peccato e l’impurità” (13, 1).

Niente di più conveniente, pertanto, del fatto che l’acqua sia la materia del Battesimo. E niente di più adeguato che Dio Incarnato abbia voluto purificarla col contatto del suo sacratissimo Corpo.

Incentivo al Battesimo
Fonte battesimale – Chiesa di Santa Cecilia, San Paolo

Un altro motivo, dei più importanti, perché il Signore decidesse di assoggettarSi al rituale del Giordano era stimolare negli uomini il desiderio del Battesimo sacramentale.10 Il ricevere il Battesimo è necessario per la salvezza, come dimostrano le parole di Gesù a Nicodemo: “Se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio” (Gv 3, 5). Dal tono categorico dell’affermazione, si apprezza l’importanza di questo Sacramento. Il battesimo di Giovanni portava al pentimento dei peccati, ma non aveva il potere di perdonarli. Il Battesimo sacramentale, istituito da Gesù Cristo, ha effetti infinitamente maggiori.

Adamo ha trasmesso a tutti i suoi discendenti, il peccato originale. Il Sacramento del Battesimo pulisce l’anima dalla macchia di questa colpa, conferisce la grazia santificante, eleva l’uomo alla condizione di figlio di Dio e gli apre le porte del Cielo. Esso è la chiave di tutti gli altri Sacramenti, indispensabili all’uomo per compiere con fedeltà la Legge di Dio. Tale è la grandezza e l’efficacia del Sacramento del Battesimo.

Esortazione che permane fino alla fine del mondo

“Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo” (Gv 1, 29), ha dichiarato San Giovanni Battista a due dei suoi discepoli, indicando il Signore Gesù che passava. San Giovanni Evangelista e suo fratello, San Giacomo, che fino allora avevano seguito fedelmente il Battista, compresero che Gesù era Colui al quale dovevano dedicare le loro vite. E lasciando il loro antico maestro, cercarono subito il Signore, chiedendoGli il permesso di accompagnarLo e vivere con Lui (cfr. Gv 1, 37-38).

Per i secoli dei secoli, queste parole del grande “profeta della penitenza” risuoneranno nel mondo, invitando tutti gli uomini a posare anche loro gli occhi sul Divino Salvatore, a incantarsi per la sua figura e – come cattolici fedeli – a seguire i suoi comandamenti, fino al momento in cui saranno chiamati a restare definitivamente con Lui, nella vita Eterna.

1) SAN TOMMASO D’AQUINO. Somma Teologica. III, q.38, a.3.

2) Cfr. Idem, II-II, q.174, a.4, ad 3.

3) Cfr. SAN FRANCESCO DI SALES. Sermon pour le jour de Saint Pierre. In: Œuvres Complètes. Sermons. Paris: Louis Vivès, 1858, t.V, p.106.

4) Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO, op. cit., III, q.38, a.3.

5) Cfr. Idem, ad 1.

6) SANT’AGOSTINO. In Epiphania Domini, VI. Sermo CXXXVI, n.1: ML 39, 2013.

7) SANT’AMBROGIO. Tratado sobre el Evangelio de San Lucas. L.II, n.90. In: Obras. Madrid: BAC, 1966, v.I, p.141.

8) Idem, n.83, p.135.

9) AUTORE INCERTO. Opus imperfectum in Matthæum. Omelia IV, c.3, n.13: MG 56, 657.

10) Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO, op. cit., III, q.39, a.2, ad 1.

Emozionante storia di 3 alberi

I Magi e la stella, l’astronomia dà conferme

Una serie di congiunzioni planetarie accadute tra il 3 e il 2 a.C. riguardarono Giove e la stella fissa Regolo. Per uno scherzo dell’astronomia proprio attorno al 25-30 dicembre del 2 a.C., il re dei pianeti invertì il proprio moto rispetto alle stelle fisse più vicine, in pratica “fermandosi” in cielo. E i Magi non dovevano essere ignari né della profezia delle settanta settimane di Daniele, né del messianismo ebraico.

La ricerca della data del Natale trova nell’astronomia uno strumento molto prezioso. La scienza permette oggi di individuare le eclissi di luna citate da Giuseppe Flavio e ha aiutato, con i mezzi di allora, i vari studiosi che lavorarono sui calendari. Il massimo della curiosità riguarda la “stella” seguita dai Magi.

Il vocabolo greco usato nel Vangelo è astron e indica in generale una stella o un fenomeno celeste. Studiosi d’ogni epoca hanno formulato ipotesi sulla natura dell’evento. La cosiddetta “congiunzione planetaria” è quella che ha riscosso i maggiori consensi. Tecnicamente si parla di congiunzione tra astri già a una distanza apparente di nove gradi sulla volta celeste. Le congiunzioni accadono per il movimento apparente visibile nella volta celeste, effetto del corso dei pianeti rispetto alle stelle fisse.

L’impareggiabile Vittorio Messori ha riportato nel suo celeberrimo Ipotesi su Gesù che una congiunzione si verificò tra i pianeti Giove e Saturno nel 7 a.C.: i due pianeti erano visibili dopo il tramonto e il loro allineamento molto spettacolare per la forte illuminazione del cielo. La data del 7-6 a.C. non esaurisce le possibilità di riconoscere in questo fenomeno l’evento osservato dagli astronomi.

Una serie di congiunzioni planetarie accadute tra il 3 e il 2 a.C. riguardarono Giove e la stella fissa Regolo (il piccolo re), configurando ad occhi attenti una tripla “incoronazione” del re dei pianeti alla luminosa stella regale della costellazione del Leone, in abbinamento con gli avvicinamenti tra Giove e Venere. Giove è un astro estremamente visibile: per uno scherzo dell’astronomia proprio attorno al 25-30 dicembre del 2 a.C. invertì il proprio moto rispetto alle stelle fisse più vicine, in pratica “fermandosi” in cielo.

Per un astronomo le osservazioni del 3-2 a.C. furono tra le più appariscenti degli ultimi tremila anni. Più volte i pianeti e la stella regale (Regolo) apparvero “uniti”. Giove alterna un moto verso est nella costellazione del Leone per poi “fermarsi” e procedere in direzione opposta (l’apparenza è dovuta alla Terra, che muovendosi più velocemente di Giove attorno al Sole crea un “effetto sorpasso”). Il movimento retroverso di Giove riporta il pianeta presso Regolo il 17 febbraio del 2 a.C., per poi proseguire verso ovest, fermarsi e riprendere verso est, ritrovando Regolo l’8 maggio (date espresse nel calendario giuliano). Il 17 giugno Venere e Giove, guardando a ovest dalla Persia, sono tecnicamente “congiunti” alla straordinaria distanza di 1/50 di grado e sembrano fusi in un’appariscente formazione luminosa. È una situazione molto particolare e senza precedenti. Avvicinandosi a Giove, Venere ricorda agli osservatori quello che avevano già visto meno di un anno prima.

Giove fu visibile come “stella del mattino” il 12 agosto del 3 a.C. nella costellazione del Cancro, ma dieci mesi dopo è “stella della sera” nella costellazione del Leone, che per le credenze di allora inaugurava l’anno: come se il primo segnale suggerisse la chiusura di un’era e il secondo che stava aprendosene un’altra, mentre la stella (Giove) in quel succedersi di incontri astrali incoronava Regolo, il piccolo re. Dal 23 settembre del 2 a.C. Giove entrò nella costellazione della Vergine. Per gli eruditi astrologi babilonesi, istruiti alle credenze zoroastriane e non ignari delle profezie ebraiche (dopo la deportazione di Nabucodonosor), furono segnali decisivi. Richiamavano al concepimento di una nascente regalità e i Magi non dovevano essere ignari né della profezia delle settanta settimane di Daniele (il periodo più o meno tornava), né del messianismo ebraico, incluso il passo di Numeri 24,17 con la profezia di Balaam.

La via percorsa dai Magi seguendo la stella è quella classica, che risale l’Eufrate per aver acqua e poi scende ad Antiochia o a Damasco, in un tragitto già comune ad Abramo e Giacobbe e più recentemente a Esdra (cap.7). La distanza reale è ben superiore a quella in linea d’aria, il che significa sorbirsi a dorso di cammello dai 1200 ai 1400 chilometri di carovana. Esdra (come si può leggere nel libro omonimo) impiegò quattro mesi, in un trasferimento di massa.

Il viaggio di un manipolo di uomini ben organizzati e spinti dall’urgenza impiegò un tempo inferiore. Quando i Magi giunsero a Gerusalemme, Erode volle conoscere i dettagli di tutta la faccenda e loro glieli spiegarono. L’indagine fu attenta: prima per sapere con esattezza di che cosa si trattasse, poi invitando i Magi ad informarsi accuratamente e a riferire. Nulla è lasciato al caso: deve proprio avere l’aria di trattarsi di un qualcosa di sensato, seppur non banale, ma meritevole di approfondimento.

Giove ha tutte le carte in regola per essere la “stella”, nelle sue combinazioni con Venere e Regolo. È un pianeta “esterno” che ha un periodo sinodico di 398,88 giorni, per 365 dei quali è visibile, finendo poi in ombra, invisibile dalla Terra per circa un mese. Giove procede nel cielo da est a ovest per 278 giorni, mentre per altri 121 inverte il senso apparente di marcia in un moto cosiddetto retrogrado rispetto allo sfondo di stelle fisse, eseguendo una sorta di traiettoria “a nodi”.

Nell’agosto del 3 a.C.  Venere transitò dapprima su Giove e quindi su Regolo. Fino all’agosto dell’1 a.C. Giove incontrò più volte in modo ravvicinatissimo Venere. La congiunzione più eclatante si ebbe nel giugno del 2 a.C. (data associabile alla nascita di Giovanni il Battista) quando Giove e Venere sembrarono fondersi in cielo (con un telescopio sarebbe parso una specie di “otto” luminoso). Il moto retrogrado di Giove nel 3 a.C. fu nella costellazione del Leone dalla fine di novembre alla fine di marzo, mentre nel 2 a.C. nella costellazione della Vergine dalla fine di dicembre alla fine di aprile.  Giove, esterno rispetto alla Terra nel suo orbitare attorno al Sole in quel frangente configurò una sorta di danza attorno a Regolo.

Quando i Magi giunsero a Betlemme osservarono Giove “fermarsi” (fine dicembre del 2 a.C.) ovvero cambiare il senso di marcia nel cielo. Possiamo comprendere il loro entusiasmo. La rivelazione di Dio, un Dio che fa le cose nella grazia che concede, apriva alla loro ricerca un orizzonte nuovo: quello della fede.

Epifania del Signore – Solennità.

Adorazione dei Re Magi

Vangelo

1 Gesù nacque a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode. Alcuni Magi giunsero da oriente a Gerusalemme 2 e domandavano: “Dov’è il re dei Giudei che è nato?  Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo”. 3 All’udire queste parole, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. 4 Riuniti tutti i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo, s’informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Messia. 5 Gli risposero: “A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: 6 ‘E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero il più piccolo capoluogo di Giuda: da te uscirà infatti un capo che pascerà il mio popolo, Israele’”. 7 Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire con esattezza da loro il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme esortandoli: 8 “Andate e informatevi accuratamente del bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo”. 9 Udite le parole del re, essi partirono. Ed ecco la stella, che avevano visto nel suo sorgere, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. 10 Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia. 11 Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. 12 Avvertiti poi in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese (Mt 2, 1-12).

Davanti al Re, i buoni re e il cattivo

Nell’intraprendere il lungo viaggio, i Magi non erano stati assolutamente mossi da ragioni profane o mondane. E, davanti a un tiranno di cattiva fama come Erode, è commovente la fiducia ed il coraggio che li animava, sicuramente suscitati dalla significativa presenza dello Spirito Santo.

I – Natale ed Epifania

La Solennità dell’Epifania – denominata dai greci ancheTeofania, ossia manifestazione di Dio – era celebrata in Oriente già prima del secolo IV ed è, pertanto, insieme alla Resurrezione di Nostro Signore, una delle più antiche commemorazioni cristiane.

Non dobbiamo dimenticare che l’Incarnazione del Verbo è divenuta effettiva subito dopo l’Annunciazione dell’Angelo e, comunque, appena Maria, Elisabetta, Giuseppe e, probabilmente, Zaccaria sono venuti a conoscenza del grande mistero operato dallo Spirito Santo. Il resto dell’umanità non si è reso conto di quello che stava accadendo nel periodo di gestazione del Figlio di Dio. Infatti, la Rivelazione fatta dai profeti era avvolta da un certo mistero che solo dopo la testimonianza degli Apostoli è divenuto evidente.
Nascita di Gesù

La Liturgia del Tempo d’Avvento

Nelle quattro settimane d’Avvento, la Liturgia ci ricorda le profezie sui principali fatti legati alle manifestazioni graduali e successive del Salvatore e della Buona Novella portata sulla Terra. Nel testo di Isaia si sottolinea: “Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele” (Is 7, 14). È chiaro che il Messia sarebbe appartenuto alla nobile stirpe di Davide: “Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici. Su di lui si poserà lo Spirito del Signore, Spirito di sapienza e di intelligenza, Spirito di consiglio e di fortezza, Spirito di conoscenza e di timore del Signore” (Is 11, 1-2).

La Liturgia prosegue in un crescendo al punto tale che si percepisce la venuta del Salvatore delle nazioni, per questo si prega che la terra Lo produca: “Rorate cæli desuper et nubes pluant iustum, aperiatur terra et germinet salvatorem et iustitia oriatur simul!– Stillate, cieli, dall’alto e le nubi facciano piovere la giustizia; si apra la terra e produca la salvezza e germogli insieme la giustizia!” (Is 45, 8).

Infine, nasce il Redentore, nelle vesti di un semplice neonato. Coloro però che furono investiti del dono dello Spirito Santo, colsero in quell’adorabile bambino gli splendori dei raggi della sua folgorante divinità. Non si trattava di un essere puramente umano; a quella creatura si univa la stessa divinità nell’ipostasi della Seconda Persona della Santissima Trinità. In altre parole, in quella creatura vi era la presenza dell’Uomo-Dio.

Epifania: pubblico riconoscimento della divinità del Bambino Gesù

Potrebbe dirsi che, in occasione del Natale, Dio Si manifesta come Uomo e che nell’Epifania questo stesso Uomo si rivela anche come Dio. Infatti, in queste due feste, Dio ha voluto che il grande mistero dell’Incarnazione fosse rivelato in tutto il suo splendore, tanto ai Giudei quanto ai gentili, dato il suo carattere universale. Nell’Occidente, fin dall’inizio, si celebrava il Natale il 25 dicembre e, in Oriente, l’Epifania il 6 gennaio. È stata la Chiesa di Antiochia, all’epoca di San Giovanni Crisostomo, che cominciò a considerare le due date. Soltanto a partire dal secolo V in Occidente si iniziò a celebrare la seconda festività.

Nell’attuale celebrazione, la Liturgia commemora l’Adorazione dei Re Magi al Bambino Gesù. D’altra parte, rimangono ancora alcune vestigia dell’antica tradizione orientale che includeva nell’Epifania, oltre all’Adorazione dei Re, il miracolo delle Nozze di Cana ed il Battesimo del Signore nel Giordano. Oggi, nella nostra Liturgia, le Nozze di Cana non sono più contemplate ed il Battesimo del Signore è ricordato la domenica che cade tra il 2 ed il 8 gennaio.

In sintesi, possiamo affermare che l’Epifania, ossia, la manifestazione del Verbo Incarnato, non può essere considerata autonomamente rispetto all’adorazione che Gli hanno prestato i Re dell’Oriente. In quanto insieme rappresentano un riconoscimento pubblico del Bambino Gesù sia nella sua natura divina che umana.

La virtù di religione

L’adorazione, come insegna il Dottor Angelico, “si orienta alla riverenza di colui che è adorato”. Si tratta di una virtù speciale, chiamata di religione, alla quale “è proprio prestare riverenza a Dio”.1

Per intenderci meglio, basti dire che la religione ha il suo fondamento in colui che è Dio e ciò che siamo noi; in quello che Egli ci ha dato e in quello che Gli dobbiamo restituire. Dio è l’Essere per essenza, la Perfezione, il Bene, la Verità e la Bellezza, inoltre è assoluto e infinito; e noi, al contrario, siamo creature contingenti: da Lui riceviamo tutto e, nella nostra esistenza, necessitiamo del suo sostegno in ogni istante.

 Diceva bene il padre Antonio Royo Marín, OP, che se, per assurdo, Dio arrivasse a sonnecchiare, tutte le creature ritornerebbero al nulla; al che il Prof. Plinio Corrêa de Oliveira ha aggiunto: “E, nella sua onnipotenza, Egli ricreerebbe tutto nuovamente, subito al risveglio”.

Pertanto, l’esistenza di ogni creatura è dono di Dio, come i beni presenti in tutto l’ordine dell’universo. Non c’è nulla che non riceviamo da Dio, siamo eterni debitori del Creatore. Sotto questo punto di vista, persino la più eccelsa di tutte le creature, Maria Santissima è debitrice nei suoi riguardi e, riconoscendo questo suo stato di insolvenza dinanzi a sua cugina santa Elisabetta, proclama: “L’anima mia magnifica il Signore […] perché ha guardato l’umiltà della sua serva” (Lc 1, 46.48).

La virtù di religione è l’essenza dell’adorazione che si concentra nel riconoscimento di queste due realtà: chi è Dio, quali i suoi diritti e benefici; chi siamo noi, la nostra indigenza, il nostro nulla. Per questo, la religione è la principale delle virtù morali – ci spiega San Tommaso d’Aquino – perché “è più vicina a Dio delle altre […], in quanto le sue azioni direttamente e immediatamente si ordinano avendo come fine l’onore divino. Di conseguenza, la religione è superiore alle altre virtù morali”.

Un invito ad essere grati al Signore

Ora, ciò che muoveva profondamente l’anima dei Re Magi era il desiderio di prestare culto a Dio e di adorare Colui che era appena nato. Il significato del loro peregrinare sino a Betlemme, mossi soltanto dallo Spirito Santo, si riassume nel richiamo universale di tutte le nazioni alla salvezza ed alla partecipazione ai beni della Redenzione.

Sebbene i Profeti avessero fatto previsioni sull’universalità di questa vocazione, i Giudei la consideravano piuttosto come privilegio esclusivo del popolo eletto. È curioso notare come il Signore nella sua vita pubblica, sebbene abbia lodato la fede del centurione romano – “In verità vi dico, presso nessuno in Israele ho trovato una fede così grande” (Mt 8, 10) –, affermi di non essere stato inviato dal Padre se non per occuparsi delle “pecore perdute della casa di Israele” (Mt 15, 24). Egli, con tali parole, non ha voluto indicare espressamente il mondo pagano, poiché tale compito sarebbe stato successivamente riservato agli Apostoli, specialmente a San Paolo. Ma, in realtà, già decenni prima, la presenza dei Santi Re presso la culla del Salvatore ha svelato il grande desiderio del Signore di redimere i pagani, come è proclamato attraverso le parole della Preghiera Colletta: “O Dio, che in questo giorno, con la guida della stella, hai rivelato alle genti il tuo unico Figlio…”;3 e più chiaramente nel Prefazio: “Oggi in Cristo luce del mondo tu hai rivelato ai popoli il mistero della salvezza, e in lui apparso nella nostra carne mortale ci hai rinnovati con la gloria dell’immortalità divina”.4

Se i Re Magi sono stati chiamati da Dio per mezzo della stella, anche noi, a nostra volta, siamo chiamati da Lui attraverso la Chiesa ed i suoi atti di culto, la Liturgia, la predicazione, il rispetto della dottrina e del governo ecclesiastico. Dunque, l’Epifania è la festa che ci invita a rendere grazie al Signore, come pure ad implorarGli la grazia di essere guidati sempre e dovunque attraverso la sua luce celeste, come pure ad accogliere con fede e a vivere con amore tutti i doni che la Santa Chiesa ci offre.5

II – Betlemme, i Magi ed Erode
La carovana dei Re Magi

1 Gesù nacque a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode.  Alcuni Magi giunsero da oriente a Gerusalemme…

Come dice San Paolo: “Nessuno dei dominatori di questo mondo ha potuto conoscerla [la misteriosa sapienza di Dio], se l’avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria” (I Cor 2, 8). Non faceva parte dei disegni di Dio che la nascita di Gesù Bambino venisse manifestata a tutta l’umanità, poiché ciò, probabilmente, avrebbe impedito che trovasse compimento la Redenzione. D’altra parte, se la sua venuta al mondo fosse stata accompagnata da segni folgoranti e grandiosi, sarebbero stati annullati i meriti della fede.

La nascita, segno che precede la seconda e piena manifestazione

Per questi ed altri motivi, spiega San Tommaso d’Aquino: “È inerente all’ordine della sapienza divina che i doni di Dio e i segreti della sua sapienza non giungano nella stessa forma a tutti, ma che arrivino immediatamente ad alcuni e, per mezzo di questi, si estendano ad altri. Così, per quanto concerne il mistero della Resurrezione, il libro degli Atti dice: ‘Dio ha resuscitato Cristo il terzo giorno e Gli ha concesso di manifestare la sua presenza, non al popolo in generale, ma ai testimoni designati anticipatamente da Dio’. Lo stesso si dovrebbe osservare in relazione alla sua nascita: che Cristo non Si fosse manifestato a tutti, ma ad alcuni, tramite i quali sarebbe potuto arrivare agli altri”.6

 Varie sono anche le ragioni per le quali la Provvidenza Divina ha scelto prima i Giudei, e solo dopo i gentili, per manifestare la nascita di Gesù. È ovvio che Dio, avendo uno speciale apprezzamento per il principio di gerarchia, avrebbe dovuto iniziare la sua grande opera dal popolo Eletto. Infatti, osserva il Dottor Angelico:

“La manifestazione della nascita di Cristo è stata un’anticipazione della manifestazione piena che sarebbe dovuta venire. E come nella seconda manifestazione la grazia di Cristo fu annunciata da Cristo e dai suoi Apostoli, prima ai Giudei, e dopo ai pagani, così pure, i primi ad approssimarsi a Cristo sono stati i pastori, che erano le primizie dei Giudei e stavano vicino; dopo sono venuti i Magi, da lontano, come ‘primizie dei pagani’, secondo l’espressione di Agostino”.7

Considerazioni e profezie

Quanto al riferimento alla città di Betlemme di Giuda in questo versetto, dobbiamo considerare l’affermazione fatta dallo stesso Salvatore decenni più tardi: “Io sono il pane vivo che è disceso dal Cielo” (Gv 6, 41). Per questo i commentatori fanno un’approssimazione tra il significato del nome Betlemme, ossia, “casa del pane” e l’istituzione del Sacramento dell’Eucaristia, “Pane degli Angeli”. In realtà, allora, esisteva un’altra Betlemme, a nord, nella terra di Zabulon, per questo l’Evangelista specifica: la tribù di Giuda.

Il re Erode pur non appartenendo alla stirpe giudaica, poiché idumeo, salì al trono sostenuto soprattutto dai romani; i Giudei, invece, lo osteggiavano apertamente perché era uno straniero. Nonostante ciò, adottò un’abile politica facendo restaurare con cura il Tempio di Gerusalemme, nel tentativo di fare dimenticare ai Giudei le sue vere origini. La sua fama si diffuse in tutto l’Impero soprattutto a causa della sua vita dissoluta e della crudeltà posta in essere nell’esercizio del suo potere.

A riguardo, Teodoro di Mopsuestia fa questa riflessione: “Il patriarca Giacobbe aveva già distinto con esattezza questo momento dicendo: ‘Non sarà tolto lo scettro da Giuda né il bastone del comando tra i suoi piedi, finché verrà colui al quale esso appartiene e a cui è dovuta l’obbedienza dei popoli’ (Gen 49, 10). Matteo mette in evidenza che tutto si sta realizzando secondo le profezie. Infatti, da un lato, il profeta aveva detto che il Messia sarebbe nato a Betlemme (cfr. Mi 5, 1); dall’altro, che questo sarebbe accaduto al tempo di Erode. Per prima cosa regnarono su costoro quelli che erano discendenti di Davide, della tribù di Giuda, fratello di Levi, fino ai fatti di Babilonia. Dopo, i sommi sacerdoti ebbero anche il comando del popolo. Questi erano della Tribù di Levi, ma discendenti anche da Giuda, perché la Tribù di Levi, e soprattutto i sommi sacerdoti, si erano mescolati con la tribù regale, ossia quella di Giuda. Dopo questi fatti, essendo venuti a lite i fratelli Aristobulo e Arcano e avendo combattuto accanitamente per il potere, alla fine il regno venne in potere di Erode che non era di stirpe giudaica. Era infatti figlio dell’idumeo Antipatro. Durante il suo regno comparve Cristo Signore, quando avevano avuto fine i re e i capi di stirpe giudaica”.8

Matteo offre, inoltre, maggiori dettagli riguardo ai Magi; di qui la molteplicità di ipotesi e la non poca divergenza tra gli autori su questo particolare. In primis, possiamo affermare che il nome Magi non deve essere considerato con le connotazioni proprie dei nostri tempi. In quel periodo, con tale termine, si indicavano quelle persone distinte, dotate di una certa autorità e di solide conoscenze scientifiche, specializzate, soprattutto, nello studio dell’ astronomia. Ciò premesso, la tradizione li considera come dei re e li annovera nel numero di tre, tenuto conto che vennero battezzati più tardi da San Tommaso Apostolo e, tempo dopo, martirizzati. Le reliquie dei Re Magi sono state venerate recentemente dall’attuale Pontefice, Benedetto XVI, il quale, in occasione della XX Giornata Mondiale della Gioventù, il 18 agosto 2005, ha visitato la cattedrale di Colonia ove esse sono attualmente custodite.

Riguardo al paese d’origine dei Magi si sa ben poco – Caldea, Arabia o Persia –, sono semplici ipotesi; come anche incerto è il momento del loro arrivo a Gerusalemme o a Betlemme, che sembra sia avvenuto dopo la Presentazione di Gesù Bambino al Tempio.

Ciò che, invece, è certo e riconosciuto da tutti è che, rivestendola Redenzione un carattere universale, bisognava che Essa fosse preannunciata a tutti.9

III – I Re davanti a Erode
Re Magi davanti a Erode

2 … e domandavano: “Dov’è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo”.

Risulta chiaro, da questo versetto, il vero e profondo motivo del lungo viaggio da loro intrapreso: nulla che fosse dettato dalla mera curiosità, da ragioni profane o mondane. Essi, nel chiedere dove fosse il Re dei Giudei, dimostrano, in realtà, di possedere una grande fede e non poco coraggio, in quanto una domanda simile avrebbe potuto provocare l’ira di Erode qualora l’avesse interpretata come un affronto alla sua persona o, ancor peggio, come un vero e proprio ripudio del suo titolo e del suo potere, conquistati da lui con tanti sforzi.

La stella che guidava i Magi

Riguardo alla stella, commenta il Revmo. Padre Manuel de Tuya, OP: “I Magi sostengono che, per venire ad adorare il Re dei Giudei appena nato, hanno visto ‘la sua stella in Oriente’. In modo molto accentuato, si parla precisamente della stella del Re dei Giudei. Nel mondo dell’astrologia, gli uomini si considerano governati dagli astri. Ma anche nell’Antichità era diffusa la credenza che la nascita degli uomini di grande importanza era preceduta da un segno del cielo. Questo si rifletteva anche negli scritti cuneiformi. Sorsero varie teorie riguardo a questa ‘stella vista dai Magi’”.10

Anche il Dottor Angelico non ha trascurato di commentare tale passo. Infatti, dopo aver parlato delle ragioni per le quali Dio ha rivelato ai Giudei la sua nascita tramite gli Angeli e ai gentili attraverso i segni, cita Sant’Agostino: “Gli Angeli abitano nei cieli che sono adornati dalle stelle”.11 E a partire da qui, passa a considerare la stella, mostrando come essa “non era una delle stelle del cielo”, ma un astro interamente sui generis.12

Gerusalemme rimase turbata

3 All’udire queste parole, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme.

È di facile comprensione questo timore di Erode, data la sua irrefrenabile ambizione, invidia e crudeltà. La sua sposa e i suoi tre figli poterono sperimentare la violenza del suo pessimo e impetuoso temperamento, poiché furono uccisi a causa della sua eccessiva determinazione tirannica, suscitata soprattutto dalla crescente paura che lo detronizzassero.

Per un uomo di una immoralità tale e con simili ambizioni, l’annuncio della venuta miracolosa di un nuovo re non poteva non essere causa di turbamento; tanto più che “si era diffuso allora in tutte le parti dell’Impero Romano, in Oriente più che in qualsiasi altra parte, un certo presentimento – a volte vago, a volte più preciso – che una nuova era si sarebbe aperta per l’umanità”.13  Ma qual era la causa del turbamento degli abitanti di Gerusalemme? Era stata loro annunciata la nascita di un Re giudeo: non doveva essere questa una promettente notizia? E non avrebbero dovuto loro seguire i Magi per confermare gioiosamente i fatti? In realtà, non è da stupirsi se il popolo, a quei tempi, si fosse adattato e fosse divenuto, in un certo qual modo, compiacente nei confronti del criminoso tiranno. Infatti, potrebbe darsi che a causare tale turbamento abbia contribuito piuttosto il timore di rappresaglie e vendette o, ancora, l’amor proprio ferito, l’orgoglio calpestato, il disprezzo per la venuta di un Re così umile e semplice, anziché il potente ed atteso Messia annunciato loro direttamente e non per mezzo di gente straniera.

A questo proposito, San Giovanni Crisostomo commenta: “poiché continuavano nella stessa disposizione dei loro antenati – i quali, malgrado tutti i benefici ricevuti, si erano allontanati da Dio – e godevano di una piena libertà, si ricordavano delle carni dell’Egitto”.14

Iniquità fraudolenta di Erode

4 Riuniti tutti i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo, s’informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Messia.

Pessimo, ma scaltro, Erode dissimula il suo satanico piano di uccidere il Messia e cerca di sapere quali sono i disegni di Dio per cercare, in qualche modo, di impedirne la realizzazione. Con un atteggiamento di ipocrita devozione, convoca il Sinedrio. La sua domanda dimostra quanto tutti fossero consapevoli della possibilità che quel neonato potesse essere proprio il Cristo. Di qui anche la malvagità del Sinedrio e dello stesso popolo.

5 Gli risposero: “A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: 6 ‘E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero il più piccolo capoluogo di Giuda: da te uscirà infatti un capo che pascerà il mio popolo, Israele’”.

I dottori della Legge non temono di dire a Erode che, secondo Michea, il Cristo sarebbe dovuto nascere nella città di Betlemme di Giuda. Nel contempo, tacciono dalla profezia la frase seguente che, in modo inequivocabile, avrebbe svelato l’origine divina di Cristo: Et egressus eius a temporibus antiquis, a diebus æternitatis – “Le sue origini risalgono all’antichità, ai giorni dell’eternità” (Mi 5, 1). Forse per malizia, debolezza di carattere o per orgoglio, non possedevano una fede sufficiente per credere in questa rivelazione. Proprio per questo motivo San Giovanni Crisostomo ritiene anche loro colpevoli della morte dei Santi Innocenti. Infatti, Erode non si sarebbe adirato se avesse saputo che non si trattava di un re terreno ma di un re venuto dal cielo per la realizzazione di un regno spirituale.

7a Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire con esattezza da loro il tempo in cui era apparsa la stella…

Suscita la nostra attenzione l’impiego dell’avverbio segretamente. Secondo un famoso storico di quei tempi, Flavio Giuseppe, era molto comune che Erode si vestisse come uno qualsiasi e si infiltrasse fra la gente comune per sondare in modo diretto quello che la stessa pensava del suo regno.15 Era il suo abile modo di procedere. Una volta accertata la città in cui sarebbe nato il Messia, suo nemico, nel tentativo di stabilire la sua età, associò la data della nascita del Bambino al giorno della comparsa della stella.

7b …e li inviò a Betlemme esortandoli: 8 “Andate e informatevi accuratamente del bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo”.

Con ipocrisia, Erode si fa devoto e soave per ingannare la semplicità, il candore e l’innocenza dei Magi. Alcuni autori, per tale ragione, denominano questo “pio” atteggiamento come “iniquità fraudolenta”.

IV – Da Gerusalemme a Betlemme

9 Udite le parole del re, essi partirono. Ed ecco la stella, che avevano visto nel suo sorgere, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. 10 Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia.

Dio sempre ricompensa coloro che sono fedeli alla sua grazia. È commovente la fiducia compenetrata di coraggio di questi Re Magi, davanti ad un tiranno di così cattiva fama. Non ci sono dubbi che fossero sostenuti dalla viva presenza dello Spirito Santo.

Riappare la Stella

11 Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra.

Adorazione dei Re Magi

Emoziona questa descrizione di Matteo: “trovarono il Bambino con Maria, sua madre”. Parole profetiche, ispirate dallo Spirito Santo, perché risultasse chiaro nei secoli a venire che non è possibile incontrare Gesù senza Maria, e meno ancora, Maria senza Gesù. La Storia conferma – e molto di più lo farà – quanto la devozione alla Madre conduca all’adorazione del Figlio, e viceversa.

 Richiama la nostra attenzione il riferimento di Matteo al luogo dove si trovava il Bambino: una casa, non una grotta. “Alcuni autori antichi – tra loro San Giustino – hanno pensato che ‘casa’ fosse un eufemismo, al posto di ‘grotta’. San Girolamo, in compenso, menziona varie volte la Grotta e non parla mai del ricordo né della presenza dei Magi in essa. Non sarebbe affatto improbabile che la parola ‘casa’ abbia in Matteo il suo senso reale. Situata questa scena alla distanza di un anno e mezzo dalla nascita di Cristo, non è da credere che la Sacra Famiglia sia rimasta alloggiata in quella Grotta di circostanza; sembra naturale che essa abbia abitato in una modesta casa. Inoltre, il versetto 22 suggerisce che si sarebbe stabilita a Betlemme”.16

Questa adorazione prestata dai Magi conferma ancora una volta la realtà dell’azione dello Spirito Santo nelle loro anime, proprio come afferma San Tommaso d’Aquino:

“I Magi sono ‘le primizie dei pagani’ nel credere a Cristo. In loro apparvero, in una specie di presagio, la fede e la devozione dei pagani venuti a Cristo da luoghi remoti. Per questo, essendo la fede e la devozione dei pagani esenti da errore, su ispirazione dello Spirito Santo, si deve anche credere che i Magi, ispirati dallo Spirito Santo, si comportarono saggiamente nel prestare omaggio a Cristo”.17

Quanto ai doni, essi compiono, con questo gesto, la profezia di Isaia: “Uno stuolo di cammelli ti invaderà, dromedari di Madian e di Efa, tutti verranno da Saba, portando oro e incenso e proclamando le glorie del Signore. Tutti i greggi di Kedàr si raduneranno da te, i montoni dei Nabatei saranno a tuo servizio, saliranno come offerta gradita sul mio altare; renderò splendido il tempio della mia gloria” (Is 60, 67).

“Nel riconoscerLo come re, offrirono le primizie eccellenti e preziose del tempio: l’oro che custodivano; per intendere che Lui era di natura divina e celeste, offrirono incenso profumato, forma di preghiera vera, offerta come soave odore dello Spirito Santo; e a riconoscimento che la sua natura umana avrebbe ricevuto sepolturatemporale, offrirono mirra”.18

Fecero ritorno per un’altra strada

 12 Avvertiti poi in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.

Dio non smette mai di proteggere coloro che Lo servono con amore e fedeltà. Se i Magi fossero ritornati da Erode, essi, probabilmente, sarebbero stati uccisi ancor prima dei neonati che Erode fece crudelmente uccidere.

 Dio fa ritornare tutti noi alla nostra Patria “per un’altra strada”, come insegna San Gregorio Magno. Purtroppo, abbiamo lasciato il Paradiso Terrestre per il peccato di orgoglio dei nostri progenitori ma, ancora maggiormente, da Lui ci siamo allontanati per l’attaccamento alle cose di questo mondo e a causa dei nostri stessi peccati. Dio, da buon Padre, ci offre il Paradiso Eterno ma, per entrarvi, bisogna intraprendere la strada opposta a quella dell’orgoglio e della materialità, ossia, è necessario percorrere quella del disinteresse, dell’obbedienza, della rinuncia alle nostre passioni. Egli ci offre un cammino facile e sicuro: Ad Jesum per Mariam! – A Gesù, per Maria!
Nascita di Gesù

1)SANTOMMASODAQUINO. Somma Teologica.II-II, q.84, a.1.

2) Idem, q.81, a.6.

3)EPIFANIADELSIGNORE. Preghiera Colletta. In:MESSALEROMANO.
 Riformato a norma dei decreti del Concilio Ecumenico Vaticano II e promulgato dal Papa 
Paolo VI. Città del Vaticano:L.E. Vaticana,1983, p.53.

4)RITODELLAMESSA. Preghiera Eucaristica: Prefazio dell’Epifania del Signore.
In:MESSALEROMANO, op. cit., p.319.

5) Cfr.EPIFANIADELSIGNORE. Preghiera dopo la comunione. 
In:MESSALEROMANO, op. cit., p.53.

6)SANTOMMASODAQUINO, op. cit.,III, q.36, a.2.

7) Idem, a.3, ad 1

8)TEODORODIMOPSUESTIA. In Evangelium Matthæi commentarii fragmenta, n.6,
 apud SIMONETTI, Manlio;ODEN, Thomas C.(Ed.). La Biblia comentada por los Padres
 de la Iglesia. Evangelio según San Mateo. Madrid: Ciudad Nueva,2004, v.I, p.62.

9) Cfr.SANTOMMASODAQUINO, op. cit.,III, q.36, a.3.

10)TUYA,OP, Manuel de. Biblia Comentada. Evangelios. Madrid:BAC,1964, v.V, p.35.

11)SANTAGOSTINO, apud SANTOMMASODAQUINO, op. cit.,III, q.36, a.5.

12) Vedere riquadro allegato: “Non è stata una delle stelle del cielo”.

13)FILLION, Louis-Claude. Vida de Nuestro Señor Jesucristo. Infancia y Bautismo. 
Madrid: Rialp,2000, v.I, p.7-8.

14)SANJUANCRISOSTOMO. Homilía VI, n.4. In: Obras. Homilías sobre el Evangelio 
de San Mateo(1-45).2.ed Madrid:BAC,2007, v.I, p.113.

15) Cfr.FLAVIOGIUSEPPE. Antichità giudaiche.L.XV, c.10, n.4.

16)TUYA, op. cit., p.39.

17)SANTOMMASODAQUINO, op. cit.,III, q.36, a.8.

18)AUTOREINCERTO. Opus imperfectum in Matthæum. Homilía II, c.2. n.11:MG56,642. Comentario_

Sant’Angela da Foligno

Il primo insegnamento che ci lascia questa grande mistica, patrona delle vedove e delle persone afflitte da tentazioni sessuali, è l’importanza di una confessione ben fatta, fonte di rigenerazione per ogni cristiano e che per lei segnò l’inizio della conversione

Il primo insegnamento che ci lascia questa grande mistica, vissuta in Umbria un paio di decenni dopo san Francesco d’Assisi, è l’importanza di una confessione ben fatta, fonte di rigenerazione per ogni cristiano e che per lei segnò l’inizio della conversione. Sant’Angela da Foligno (1248-1309) era cresciuta in una famiglia benestante e dopo il matrimonio in gioventù aveva trascorso una vita «selvaggia, adultera e sacrilega», come si legge nel Memoriale scritto dal suo confessore. Una vita mondana tra agi e piaceri vari, che l’avevano condotta a «conoscere il peccato» fino a quando un giorno decise di andare a confessarsi ma «la vergogna le impedì di fare una confessione completa e per questo rimase nel tormento».

Tutto passò dopo una fervida preghiera a san Francesco, che le apparve in sogno, e la confessione completa che ne seguì, intorno al 1285, quando era già in età adulta. Iniziò allora a vivere in penitenza, coltivando il distacco dalle cose, dagli affetti e dall’amor proprio, mentre si attirava le critiche di alcuni familiari. Quando, nel giro di poco tempo, le morirono la madre, il marito e i figli, Angela decise di entrare nel Terzo Ordine francescano per abbandonarsi totalmente a Cristo, meditando sulla sua Passione e passando ore davanti al Crocifisso, come negli stessi anni aveva preso a fare un’altra mistica, santa Margherita da Cortona, con un percorso esistenziale molto simile.

L’esperienza culminante della sua crescita spirituale avvenne verso il 1291 durante un pellegrinaggio ad Assisi, quando Angela ebbe prima un lungo dialogo con lo Spirito Santo e poi in chiesa – mentre pregava «ben sveglia» – una manifestazione indescrivibile della Trinità («ho visto una cosa piena, una maestà immensa, che non so dire, ma mi sembrava che era ogni bene»), che nell’istante in cui finì le fece urlare: «Amore non conosciuto, perché?». Il suo Memoriale – visionato da dotti dell’epoca come il cardinale Giacomo Colonna, che lo approvò – raffigura in trenta passi il cammino dell’anima verso l’intima unione con Dio, possibile attraverso il superamento delle tentazioni, la rinuncia, la meditazione dei misteri di Cristo, l’amore per l’Eucaristia e l’accettazione della croce. In questo innalzamento l’iniziativa principale è sempre di Dio, purché trovi l’anima disposta ad accoglierlo e abbracciare la Sua Volontà.

L’umiltà, i sacramenti e la preghiera furono perciò il nutrimento spirituale che Angela, venerata per secoli come «Maestra dei teologi», beatificata nel 1693 e canonizzata il 9 ottobre 2013 per equipollenza (possibile per decreto promulgato dal pontefice quando ricorrono le condizioni di antichità del culto, costante e generale attestazione delle virtù e ininterrotta fama di prodigi), cercò di trasmettere al cenacolo di «filioli» che si riunirono attorno a lei, attratti dalla sua testimonianza di vita alla sequela di Cristo «che si è fatto e si fa ancora via in questo mondo; via… veracissima e diritta e breve».

Madre di Dio e Madre nostra

Nostro Signore Gesù Cristo, prima di lasciare questo mondo, ha posto alla nostra portata un aiuto soprannaturale che sarebbe stato una fonte inesauribile di grazia per tutti gli uomini: Maria.

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Madre del Buon Consiglio – Genazzano (Roma)

Dall’alto della Croce in cui Si trovava, Egli guardò la Madonna e Le disse: “Donna, ecco tuo figlio!” (Gv 19, 26); e, in seguito, Si volse verso San Giovanni: “Figlio, ecco tua madre!” (Gv 19, 27). Fece in questo modo la consegna della sua santissima Madre a tutti coloro che sarebbero diventati suoi fratelli attraverso il sacramento del Battesimo.

A partire da quel momento, la Santissima Vergine Si elevò come un’aurora nella nostra esistenza poiché, “nella notte delle più grandi difficoltà e delle più spesse tenebre, Ella sorge e da subito comincia a vincere le difficoltà che affrontiamo”.1

Maternità spirituale promulgata da Cristo

La Maternità Divina della Madonna è la ragione di tutti i suoi privilegi e il fondamento di tutto l’edificio delle dottrine mariologiche.

Essendo Dio onnipotente, avrebbe potuto creare Nostro Signore Gesù Cristo con un semplice atto di volontà, o farLo sorgere da una figura di argilla, come Adamo, o anche plasmarLo servendoSi dei nobili materiali esistenti in Paradiso. Tuttavia, proprio come attraverso una donna – Eva – il demonio trascinò gli uomini alla rovina, così anche il Padre Eterno volle salvarli per mezzo di un’altra Donna: Maria.

E dato che il Figlio Si è incarnato per salvarci, la Madonna può essere chiamata, senza dubbio, Madre del Redentore. Infatti, a causa del “fiat” pronunciato da Lei, Dio ha assunto la nostra natura, e attraverso di Lei il genere umano ha dato il suo placet alla Redenzione. “Dall’Annunciazione si sperava il consenso della Vergine a nome di tutta la natura umana”,2 insegna il Dottor Angelico.

Maria è, pertanto, nostra Madre perché così Gesù ha stabilito, ma anche perché, senza il Suo aiuto e la Sua accettazione, non saremmo mai nati per il Cielo e per la vita della grazia. Come afferma Don Gabriel Roschini, OSM,3 la Madonna ci ha concepiti come figli a Nazareth, e ci ha dato alla luce nel Calvario.

E lo stesso celebre mariologo aggiunge: “Tutti gli uomini, membri mistici di Cristo, sono stati insieme a Lui, nostro Capo, misticamente concepiti da Maria e da Lei sono nati. Questo è il fondamento supremo della maternità spirituale di Maria, promulgata da Cristo”.4

Luce di fede che ha sostenuto la Chiesa

Quale l’importanza di Maria nella vita della Chiesa, prezioso e inequivocabile frutto del Sangue di Cristo? Lei ha un ruolo preponderante e insostituibile, che ha cominciato a manifestarsi subito dopo la Morte di Nostro Signore Gesù Cristo.

Nei tre giorni che precedettero la Resurrezione, nulla mancò agli Apostoli per credere che sarebbe avvenuta. Gesù stesso l’aveva prevista, Santa Maria Maddalena annunciò loro che il Corpo del Divino Maestro non era più nel sepolcro, e i discepoli di Emmaus raccontarono loro dell’incontro con Nostro Signore, che essi riconobbero quando spezzò il pane.

Nonostante ciò, San Giovanni racconta nel suo Vangelo che la domenica della Resurrezione, gli Apostoli erano riuniti nella stessa casa, con le porte chiuse, “per timore dei Giudei” (Gv 20, 19). Perché avevano paura, visto che essi stessi erano stati testimoni di innumerevoli miracoli operati da Nostro Signore? Subito al nascere della Chiesa cattolica, i più importanti seguaci di Cristo dubitarono… Mancava loro la virtù della fede.

In quel momento, la Madonna esercitò nella Chiesa nascente un ruolo decisivo alla perpetuazione dell’opera fondata dal suo Divino Figlio, poiché in lei non diminuì mai la folgorante fiamma della fede. Ella sostenne la Chiesa in quei giorni in cui le tenebre sembravano coprire il cuore dei membri del Collegio Apostolico. Per loro, sembrava tutto finito, ma lo sguardo fiducioso di Maria li fortificava.

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Anche dopo Pentecoste, tutti ricorrevano a Lei quando
era necessario prendere una decisioneDiscesa dello Spirito Santo – Cattedrale di Valencia (Spagna)

Anche dopo Pentecoste, tutti ricorrevano a Lei quando era necessario prendere una decisione. E quando la notte delle più terribili persecuzioni cominciò ad affliggere la Chiesa, la Vergine fu la stella che incoraggiò le anime a non soccombere.

A Lei deve rivolgersi il nostro sguardo

“O altezza incomprensibile! O larghezza ineffabile! O grandezza incommensurabile! O abisso insondabile!”5 È ciò che esclama chi pensa a Maria Santissima.

Non c’è stato in tutta la Storia nessun santo che non L’abbia lodata; non c’è Angelo in Cielo che non l’abbia proclamata beata, non esiste angolo nel mondo in cui non Le sia reso culto.Così affermano anche San Bernardo, San Luigi Maria Grignion de Montfort, e con loro tutta la Chiesa, “De Maria nunquam satis!” Per quanto sia presente nelle nostre vite e nelle nostre preghiere, non ci sazieremo mai di Lei.

Nel Figlio e con il Figlio, la Santissima Vergine è Signora di tutta la creazione. In questo modo, il culto a Maria è diventato la chiave della nostra salvezza, conditio sine qua non affinché gli esuli figli di Eva superino le tribolazioni di questo mondo e arrivino sani e salvi al porto desiderato.

Siamo, dunque, Suoi figli amorosi e apostoli infiammati di zelo per la propagazione della devozione mariana, sapendo, come San Bernardo di Chiaravalle, proclamare agli uomini: “O tu, chiunque tu sia, che ti senti lontano dalla terraferma, trascinato dalle onde di questo mondo, in mezzo a burrasche e tempeste, se non vuoi soccombere, non distogliere gli occhi dalla luce di questa stella […], invoca Maria!”6

A Lei, che possiede lo scettro di Dio nelle sue mani e governa la Storia, deve volgersi il nostro sguardo di supplica. È Lei la Regina di tutti i cuori, anche di quelli più induriti; è Lei la Madre di bontà, che abbatte le nostre miserie e dà loro apparenza di bellezza davanti a Dio; è Lei la Luce della Chiesa, “bella come la luna, fulgida come il sole, terribile come schiere a vessilli spiegati” (Ct 6,10), contro cui le tenebre non prevarranno mai! (Rivista Araldi del Vangelo, Gennaio/2019, n. 188, p. 30-31) 

1 CORRÊA DE OLIVEIRA, Plinio. Conferenza, 8/9/1963, apud CLÁ DIAS, EP, João Scognamiglio. Pequeno Ofício da Imaculada Conceição comentado. 2.ed. São Paulo: ACNSF, 2010, vol.I, p.349. 2 SAN TOMMASO D’AQUINO. Somma Teologica. III, q.30, a.1. 3 Cfr. ROSCHINI, OSM, Gabriel. Instruções Marianas. São Paulo: Paulinas, 1960, p.79. 4 Idem, p.74. 5, p.20. 6 SÃO BERNARDO DE CLARAVAL. En alabanza de la Virgen Madre. Homilia II, n.17. In: Obras Completas. 2.ed. Madrid: BAC, 1994, vol.II, p.637-638. 

1 gennaio: Maria Santa Madre di Dio

Virgen de la Humildad – Fra Angélico

Il carattere materno di Maria risplende con tanto fulgore verginale che dinanzi a lei, è
come se tutte le vergini non lo fossero. Soltanto Ella è immacolata, la Vergine
tra le vergini, l’unica che profuma e rende perfetta la castità di tutte.

Oggi, otto giorni dopo la Natività, primo giorno dell’anno nuovo, il calendario dei santi si apre con la festa di Maria Santissima, nel mistero della sua maternità divina. Scelta appropriata, perché di fatto Ella è “la Vergine madre, Figlia di suo Figlio, umile e la più sublime di ogni creatura, oggetto fissato da un eterno disegno di amore”. Ella ha il diritto di chiamarlo “Figlio” ed Egli, Dio onnipotente, la chiama in modo veritiero Madre!

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Voi avete, o Maria, l’autorità di Madre verso Dio e perciò
otterrete anche il perdono per i più abietti peccatori. 
Il Signore vi riconosce in tutto come sua vera Madre
e non può tralasciare ogni vostro desiderio.
(Sant’Alfonso Maria de Liguori, Le Glorie di Maria)

Fu la prima festa mariana sorta nella Chiesa Occidentale. Sostituì il costume pagano delle strenne (strenae) e cominciò ad essere celebrata a Roma nel IV secolo. Sin dal 1931 era festeggiata l’11 ottobre, ma con l’ultima revisione del calendario religioso passò alla data odierna, stessa data in cui anteriormente si commemorava la circoncisione di Gesù, avvenuta otto giorni dopo la sua nascita.

In un certo senso, tutto l’anno liturgico segue i passi di questa maternità, a partire dalla solennità dell’Annunciazione, il 25 marzo, nove mesi prima della Natività. Maria concepì per opera dello Spirito Santo. Come tutte le madri, portò nel proprio grembo colui che Ella soltanto sapeva trattarsi del Figlio Unigenito di Dio, nato nella notte di Betlemme.

Ella assunse per sé la missione affidatale da Dio. Conoscendo le profezie, sapeva che avrebbe percorso il proprio calvario, poiché sarebbe stata madre di colui che sarebbe stato sacrificato in nome della salvezza dell’Umanità. Dio si fece carne per mezzo di Maria. Ella è il punto di unione tra il cielo e la Terra. Contribuì al raggiungimento della pienezza dei tempi. Senza Maria il Vangelo sarebbe soltanto ideologia, soltanto “razionalismo spiritualista” come registrano certi autori.

Lo stesso Gesù, attraverso l’apostolo San Luca (6,43) ci chiarisce: “Non c’è infatti albero buono che faccia frutto cattivo, né vi è albero cattivo che faccia frutto buono”. Per cui, dal frutto si conosce l’albero. Quando Santa Elisabetta ricevette la visita di Maria, già coperta dallo Spirito Santo, esclamò: “Benedetta sei tu fra le donne, e benedetto è il frutto del tuo seno!” (Lc 1, 42). Il frutto del grembo di Maria è il Figlio di Dio Altissimo, Gesù Cristo, nostro Dio e Signore. Chi accetta Gesù, frutto di Maria, accetta l’albero che è Maria. Maria è di Gesù e Gesù è di Maria. O si accetano Gesù e Maria oppure si rifiutano entrambi.

Nell’assumere questa verità come dogma, la Chiesa riverisce, nel primo giorno dell’anno, la Madre di Gesù. Che la contemplazione di questo mistero eserciti su di noi la fiducia inattaccabile nella Misericordia di Dio, affinché ci porti verso la retta via con la certezza del suo aiuto; affinché abbandoniamo l’attaccamento alle vanità mondane e assimiliamo la vita di Gesù Cristo che ci conduce alla Vita Eterna. Così, con questi obiettivi affidiamo il nuovo anno alla protezione di Maria Santissima, che quando divenne Madre di Dio si fece anche nostra Madre, si incaricò di formare in noi l’immagine del suo Divino Figlio, a patto che da parte nostra non opponiamo ostacoli alla sua azione materna.

La commemorazione di Maria, in questo giorno, si aggiunge alla Giornata Universale della Pace. Nessun altro potrebbe incarnare gli ideali di pace, amore e solidarietà se non lei, che fu il terreno in cui Dio fecondò il suo amore per i figli e dal cui grembo nacque colui che personificò l’unione tra gli uomini e l’amore per gli altri: Nostro Signore Gesù Cristo. Celebrare Maria vuol dire celebrare il Nostro Salvatore. Giornata della Pace, giorno di nostra Madre, Maria Santissima. Nei tempi di sofferenze in cui viviamo, una giornata di riflessione e di speranza!

La predestinazione di Maria alla maternità divina

La predestinazione con cui la Santissima Vergine fu eletta è speciale, unica tra tutte, non soltanto nel grado ma anche nel suo genere. Se Maria è, in verità, la prima creatura predestinata con la più perfetta immagine di suo Figlio, è inoltre, e ad altro titolo, l’unica predestinata in qualità di sua Madre.

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Contempliamo quest’oggi Maria, madre sempre 
vergine del Figlio unigenito del Padre; impariamo
da Lei ad accogliere il Bambino che per
noi è nato a Betlemme…
Brano dell’Omelia di Benedetto XVI nella Solennità
della Madre di Dio, 1º gennaio 2008
“Nostra Signora del Bell’Amore” – Casa Madre degli 
Araldi del Vangelo, San Paolo

Per dimostrare l’affermazione secondo cui fin dall’eternità Dio predestinò la Santissima Vergine Maria ad essere la Madre del Verbo incarnato, l’insigne domenicano Fra Royo Marín rievoca la pura voce dell’infallibilità pontificia:

“Nella Bolla Ineffabilis Deus, con la quale Pio IX definì il dogma dell’Immacolata Concezione, si leggono chiaramente queste parole: “Fin dall’inizio e prima dei secoli scelse e dispose che al Figlio suo Unigenito fosse assicurata una Madre dalla quale Egli, fatto carne, sarebbe nato nella felice pienezza dei tempi. E tale Madre circondò di tanto amore, preferendola a tutte le creature, da compiacersi in Lei sola con un atto di esclusiva benevolenza”.

Nulla accade né può accadere nel tempo che non sia stato previsto o predestinato da Dio fin dall’eternità. Quindi, se la Vergine Maria è di fatto la Madre del Verbo incarnato, è certo che fu predestinata a ciò fin dall’eternità. È una verità così limpida ed evidente che non necessita di alcuna dimostrazione.

La maternità divina di Maria

Tutti i titoli e tutte le grandiosità di Maria dipendono dal colossale fatto della sua maternità divina. Maria è immacolata, piena di grazia, Corredentrice dell’umanità, Regina dei Cieli e della Terra e Mediatrice universale di tutte le grazie, ecc., perché è la Madre di Dio. La maternità divina La colloca in una altezza tale, così al di sopra di tutte le creature, che San Tommaso d’Aquino, così sobrio e discreto nelle sue considerazioni, non esita in qualificare la sua dignità come in un certo senso infinita. E il suo grande commentatore, il Cardinale Caietano, dice che Maria, grazie alla sua maternità divina, raggiunge i limiti della divinità. Tra tutte le creature, Maria è senza alcun dubbio, quella che ha maggior affinità con Dio.

Così, nelle parole di un altro emintente mariologo “il dogma più importante della Vergine Maria è la sua maternità divina”. È il primo fondamento su cui si eleva l’edificio della grandezza mariana. Questo è un fatto che eccede in maniera tale la forza conoscitiva dell’uomo che deve essere elencato tra i più gandi misteri della nostra fede.

Che una donna umile, discendente di Adamo come noi, diventi Madre di Dio, è un mistero così sublime di elevazione dell’uomo e di condiscendenza divina, che lascia attonita qualsiasi intelligenza, angelica o umana, nei secoli e nell’eternità.

Maria, vera Madre di Dio

Affinché una donna possa dirsi veramente madre, è necessario che dia alla propria prole, attraverso la generazione, uma natura simile (ovvero della stessa sostanza) alla propria.

Supposta questa ovvia nozione di maternità, non è così difficile comprendere in che modo la Vergine Santissima possa essere chiamata la vera Madre di Cristo, uma volta che ha dato a Cristo, attraverso la generazione, una natura simile alla propria natura umana.

La difficoltà nasce però quando cerchiamo di comprendere in che modo la Vergine Santissima può essere chiamata la vera Madre di Dio, giacchè non si osserva bene, in um primo momento, in che modo Dio possa essere generato. Nonostante ciò, se osserviamo attentamente, le due sentenze Madre di Cristo e Madre di Dio si equivalgono, poiché significano la stessa realtà e sono per questo, perfetti sinonimi. Nostra Signora, in effetti, non è chiamata Madre di Dio nel senso di avere generato la Divinità (ossia la natura divina del Verbo) bensì nel senso che ha generato, secondo l´umanità, la persona divina del verbo.

Il soggetto della generazione e della discendenza filiale non è la natura, ma bensì la persona. Adesso, la divina persona del Verbo si è unita alla natura umana, attraverso la Vergine Santissima, sin dal primo istante della concezione; così la natura umana di Cristo non è stata mai terminata, neppure per um istante, dalla personalità umana, ma ha sempre sussistito, sin dal primo momento della propria esistenza, nella persona divina del Verbo. Questo, e nient’altro, è Il vero concetto della maternità divina, così come è stata definita dal Concilio di Efeso nel 431.

Quindi, “Maria ha concepito realmente e ha dato alla luce nella carne la persona divina di Cristo (unica persona che vi è in Lui) e di conseguenza è, e deve essere chiamata com assoluta proprietà Madre di Dio.

Non importa che Maria non abbia concepito la natura divina come tale (neppure le altre madri concepiscono l’anima dei propri figli), poichè questa natura divina sussiste nel Verbo eternamente, e è di conseguenza anteriore all’esistenza di Maria. Ella però ha concepito una persona – così come tutte le altre madri – e siccome questa persona, che era Gesù, non era umana ma bensì divina, ne deduciamo logicamente che Maria ha concepito secondo la carne la persona divina di Cristo, ed è quindi realmente e veramente Madre di Dio.

La testimonianza della Scrittura

La Sacra Scrittura ci dice esplicitamente che la Vergine Santissima è la vera Madre di Gesù (Mt, II, 1; Lc. II, 37-48; Jo. II, 1; At. I, 14). In effetti, Gesù ci si presenta come concepito dalla Vergine (Lc. I, 31) e nato dalla Vergine (Lc. II, 7-12). Ma Gesù è vero Dio, come risulta dalla propria testimonianza esplicita, attraverso la fede apostolica della Chiesa, attraverso la testimonianza di San Giovanni, ecc. Perchè si possa negare la sua divinità, non vi è altro cammino se non quello di strappare tutte le pagine del Nuovo Testamento.

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Nessuno ha mai avuto tra le braccia un tesoro di così
uguale valore: infinito…! Tuttavia, chi più di Nostra
Signora desiderò maggiormente attrarre altri per 
condividere il Suo tesoro?
Mons. João Scognamiglio Clá Dias, Mater
Boni Consilii, p. 5)

Adesso, se Maria è la vera Madre di Gesù e Gesù è vero Dio, ne segue necessariamente che Maria è la vera Madre di Dio.

San Paolo ci insegna chiaramente che “quando giunse la pienezza del tempo, Dio mandò suo Figlio, nato da donna”. Attraverso queste parole si manifesta chiaramente che Colui che fu generato ab aeterno dal Padre è lo stesso che fu, successivamente, creato nel tempo dalla Madre; ma Colui che fu generato ab aeterno dal Padre è Dio, il Verbo. Pertanto, anche ciò che è stato generato nel tempo dalla Madre è Dio, il Verbo.

Ancora più chiara ed esplicita nel proprio vigore di sintesi, è l’espressione di Santa Elisabetta. Rispondendo al saluto che Maria le fece, Santa Elisabetta, ispirata dallo Spirito Santo, disse piena di ammirazione: “Come mai mi è dato che la madre del mio Signore venga da me?” (Lc I, 43).

L’esspressione mio Signore è evidentemente sinonimo di Dio, poichè subito dopo Elisabetta aggiunge: “Si compieranno in Te tutte le cose che ti sono state dette dal Signore”, ossia, da parte di Dio. Elisabetta quindi, ispirata dallo Spirito Santo, ha proclamato esplicitamente che Maria è la vera Madre di Dio.

La voce della tradizione

Tutta la tradizione cristiana, a partire dal tempo degli apostoli, è una proclamazione continua di questa verità mariologica fondamentale. Nei primi due secoli, i Padri insegnarono che Maria ha concepito e ha dato alla luce Dio. Nel terzo secolo ha avuto inizio l’uso del termine che si tornò classico: Theotokos, ossia Madre di Dio.

Nel IV secolo, anche prima del Concilio di Efeso, l’espressione Madre di Dio era diventata così comune tra i cristiani, che innervosiva l’imperatore Giuliano, l’Apostata, il quale si lamentava che i cristiani non si stancavano mai di chiamare Maria la Madre di Dio. Giovanni d’Antiochia consigliava all’amico Nestorio che non insistisse tanto nel negare questo titolo, per evitare il tumulto del popolo. Lo stesso Alessandro di Ierapoli, chiamato anch’esso Nestorio, riconosceva che l’espressione Madre di Dio era in uso tra i cristiani da molto tempo.

La stessa esultanza che i fedeli dimostravano, quando la maternità divina fu definita solennemente un dogma della fede, comprova fino all’evidenza quanto questa verità fosse così radicata nell’anima di quegli antichi cristiani. Per questo, secondo Padre Terrien, le definizioni dei concili non hanno introdotto um nuovo dogma, ma furono, ancor prima che sanzione ufficiale della fede della Chiesa, motivati dalle sacrileghe negazioni degli innovatori.”

Maria Madre di Dio

Oggi primo giorno dell’anno poniamo, offriamo e consacriamo tutto il 2021 sotto la protezione e custodia di MARIA MADRE DI DIO:

“Se vuoi guardare Maria, Madre verginale di Dio e il Cristo da Lei generato, Re universale, Figlio unico dell’unico Dio, purifica mente carne e opere. Possa tu purificare con le tue preghiere il popolo di Dio”
(Preghiera incisa nella Chiesa della Vergine sul Monte Nebo).

Padre Carlos Werner: Ecco cosa ci aspetta nel 2021

Te Deum: L’Inno di ringraziamento

Un’aria di trionfo e di gioia aleggiava sopra la città di Orléans, in quella bella giornata del maggio 1429. La bandiera di Santa Giovanna d’Arco, seminata dai fior di giglio e avendo le figure di Gesù e di Maria, svolazzava al vento, tra gride di giubilo del popolo. Suonavano le campane, mentre il ponte sul fiume Loira penetrava l’intrepida vergine che aveva sollevato una Francia demoralizzata e divisa. Sotto le testate della Cattedrale di Sainte-Croix, migliaia di voci cantavano un inno di vittoria e di ringraziamento: il Te Deum.l_inno_di_ringraziamento_1.jpg

Dal Medioevo ai giorni d’oggi 

Nel corso dei secoli, in occasioni di particolare significato – una vittoria eccezionale o qualche altro grande dono ricevuto della Provvidenza – il popolo cristiano utilizzò il Te Deum per esprimere la sua gratitudine al Cielo. La Storia registra diversi di questi momenti.

Il 20 gennaio 1554, per esempio, quando la città di Lisbona, si rallegrò alla nascita dell’erede al trono portoghese, Don Sebastiano, il desiderato, la Chiesa si è unita al giubilo generale, promuovendo il solenne Te Deum accompagnato dal suono delle campane. Nel 12 settembre 1683, dopo la famosa battaglia di Vienna, il re polacco Giovanni Sobieski venne vittorioso alla città e cantò con popolo il Te Deum, ringraziando l’intervento della Madre di Dio, che li rendeva il suo invincibile aiuto.

Oggi, le comunità cristiane di tutto il mondo si riuniscono per cantare solennemente quest’inno ogni 31 dicembre, in occasione dei Primi Vespri della Solennità di Maria Santissima. A proposito di questa bella consuetudine, Papa Benedetto XVI ha detto: Dio “si è fatto come noi, per farci come lui: figli nel Figlio, dunque uomini liberi dalla legge del peccato. Non sarebbe questo il mottivo fondamentale per innalzare a Dio il nostro rendimento di grazie? Un ringraziamento che non può non essere ancor di più motivato alla fine di un anno, considerando i numerosi vantaggi e la sua costante assistenza che abbiamo potuto sperimentare nei dodici mesi trascorsi”.(1)

Inno di lode e di supplica

Il Cantico di bellezza incantevole, sia dalla meravigliosa evocazione della Chiesa trionfante e militante, come dalla proclamazione effusiva degli attributi e dei benefici divini, il Te Deum dispone di tre parti bem caratteristiche.

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Sant’Ambrogio – Dijon Museum
of Fine Arts  Francia

In un primo momento, si sottolinea la glorificazione della Santissima Trinità da parte di tutti gli esseri razionali: gli Angeli ed i Santi si prostrano in adorazione davanti a questo bel Mistero. Il secondo è un’esaltazione di Gesù Cristo, il Verbo incarnato, il Redentore, che tornerà alla fine dei tempi come Giudice Supremo, per giudicare i vivi ed i morti. Infine, il terzo contiene un accorato appello: “Aiutateci ad esseri contati, Signore, Ti supplichiamo, in mezzo a tuoi santi nella tua gloria eterna”.

Qui finisce propriamente l’inno. Quello che si segue è un’appendice composta da versi estratti da vari salmi, poi aggiunti al testo originale.

“Fratello gemello” del Gloria

Numerose analogie riguardano quest’inno a un altro, il Gloria in excelsis Deo, al punto da essere chiamati “gemelli”. E la Liturgia stessa, per così dire, lo associa, in quanto entrambi sono di solito pregati nella domenica, nelle solennità e nelle feste: la Gloria nella Messa e il Te Deum nella Liturgia delle Ore (Ufficio delle Letture).

Nel Medioevo – dato il carattere di umile supplica dei versetti aggiunti al testo originale – era comune avvalersi del Te Deum anche per chiedere l’allontanamento di qualche calamità, mentre il Gloria in excelsis era cantato solo nei momenti più gioiosi.

Dialogo tra Sant’Ambrogio e Sant’Agostino

C’è chi attribuisce la paternità del Te Deum a Sant’Ilario, vescovo di Poitiers; a Nicesio, vescovo di Treviri; a Niceta di Remesiana, tra altri ancora. Altri dicono ancora che non c’è autore giusto, ma sì un compilatore, che avrebbe riunito estratti di varie opere.

Tuttavia, una pia tradizione ne attribuisce la sua paternità a due eminenti Padri della Chiesa: Sant’Ambrogio e Sant’Agostino.

Intorno all’anno 384, essendo Sant’Ambrogio vescovo di Milano, Agostino – allora con 30 – andò a questa città per insegnare retorica. Il virtuoso Vescovo lo accolse paternamente. “Mi conduceva a lui senza che io lo sapessi, perché fosse da lui consapevolmente condotto a Te” – scrisse più tardi, colpito dalla gentilezza con cui Ambrogio lo tratava. (3)

Agostino ascoltava con attenzione il contenuto dei sermoni del grande predicatore, ma ciò che più lo affascinava erano la persona e le virtù dell’uomo di Dio. E dopo qualche tempo, come egli stesso dichiarò, “non era possibile per me separare i due: mentre si apriva il cuore alle parole eloquenti, entreva anche a poco a poco, la verità che egli predicava”. (4)

Infine, in tal modo le parole del santo Vescovo riempirono la sua anima, che decise di abbandonare il manicheismo e diventare cattolico. Grazie alle lacrime e alle preghiere assidue di sua madre, Santa Monica, agli insegnamenti e all’esempio di Sant’Ambrogio, finalmente arrivò il giorno in cui il futuro Dottore della Grazia non sarebbe più una semplice creatura, e diventerebbe figlio di Dio: fu battezzato da Sant’Ambrogio la notte del Sabato Santo dell’anno 386, insieme a suo figlio Adeodato e a suo amico Alipio.

Secondo la tradizione, durante quella celebrazione liturgica, Ambrogio, in un impeto di fervore, forse anticipando quanta gloria darebbe alla Chiesa quell’anima eletta, ad alta voce proclamò:

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Sant’Agostino – Dijon Museum
of Fine Arts  Francia

– Te Deum Laudamus: te Dominum confitemur (A Te, o Dio, lodiamo; a Te, Signore, cantiamo).

E Agostino anche ardente di entusiasmo, aggiunse:

– Te æternum Patrem omnis terra veneratur (A Te, Padre Eterno, ama tutta la terra).

E così, alternandosi in un dialogo santo e ispirato, i due hanno composto il Te Deum. L’antico Breviario Romano gli diede il titolo di Inno di Sant’Ambrogio e Sant’Agostino. Poi, la versione promulgata da San Pio X lo denomina Inno ambrosiano.

Grandi compositori ad esso si dedicarono

Come si spiega, nel corso dei secoli, grandi compositori, attratti dalla forza e dalla grandezza di questo antico inno, impiegarono il suo talento nella musica del testo latino.

Tra questi troviamo Verdi, Berlioz, Dvorák, Haydn, Mozart e Henry Purcell. Handel ne compose tre versioni, e il “Preludio al Te Deum” di Charpentier è ormai apprezzato in tutto il mondo.

Tuttavia, il brano più noto è senza dubbio il canto gregoriano, in cui il Te Deum miglior si rivela come l’inno di ringraziamento della Chiesa.

Essere intonato da qualche grande coro, accompagnato dal suono dell’organo, sotto la cupola del Duomo, e cantata dai fedeli in cappelle senza pretese, esprime anche la gratitudine, la lode e la supplica a Dio eterno: Fiat misericordia tua, Domine, super nos, quemadmodum speravimus in te – Che scenda sopra di noi, ò Signore, la tua grazia, perché in Te abbiamo messo la nostra fiducia.

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