I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia

L’Eucaristia, l’Immacolata e il Sommo Pontefice!

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SOLENNE NOVENA A SAN MICHELE ARCANGELO


Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.
Credo, Pater, Ave, Gloria
Preghiera a san Michele Arcangelo
Gloriosissimo Principe delle celesti milizie, Arcangelo san Michele, difendici nella battaglia e nel combattimento contro i principati e le potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebre e contro gli spiriti maligni, nelle regioni celesti. Vieni in aiuto degli uomini, da Dio creati per l’immortalità, fatti a sua immagine e somiglianza e riscattati a caro prezzo dalla tirannia del diavolo.
Combatti oggi, con l’esercito dei beati Angeli, la battaglia di Dio, come combattesti un tempo contro il condottiero della superbia, Lucifero, e i suoi angeli apostati, che non prevalsero, né si trovò più posto per essi in cielo; e il grande drago, il serpente antico, che è chiamato diavolo e Satana e seduce il mondo intero, fu precipitato sulla terra, e con lui tutti i suoi angeli.
Ecco, questo antico nemico e omicida si è eretto con veemenza e, trasfigurato in angelo di luce, con tutta la moltitudine degli spiriti maligni percorre e invade la terra al fine di cancellare il nome di Dio e del suo Cristo e di ghermire, uccidere e gettare nella perdizione eterna le anime destinate alla corona dell’eterna gloria. Questo drago malefico, negli uomini depravati nella mente e corrotti nel cuore, trasfonde come un fiume pestifero il veleno della sua nequizia: il suo spirito di menzogna, di empietà e di bestemmia, il suo alito mortifero di lussuria e di ogni vizio e iniquità.
La Chiesa, Sposa dell’Agnello immacolato, da astutissimi nemici è stata riempita di amarezza e abbeverata di fiele; essi hanno messo le loro empie mani su tutto ciò che c’è di più sacro e, là dove fu istituita la Sede del beatissimo Pietro e la Cattedra della Verità, hanno posto il trono della loro abominazione ed empietà, così che, colpito il Pastore, il gregge possa essere disperso.
O invincibile condottiero, assisti dunque il popolo di Dio contro gli irrompenti spiriti malvagi e realizza la vittoria. Te la santa Chiesa venera come custode e patrono; della tua difesa si gloria contro le empie potestà terrene e infernali; a te il Signore ha affidato le anime dei redenti destinate alla felicità del cielo. Prega dunque il Dio della pace perché schiacci Satana sotto i nostri piedi, affinché non possa più tenere schiavi gli uomini e danneggiare la Chiesa.
Presenta al cospetto dell’Altissimo le nostre preghiere, perché discendano presto su di noi le misericordie del Signore e tu possa arrestare il dragone, il serpente antico, che è il diavolo e Satana, e ricacciarlo incatenato negli abissi, così che non possa più sedurre le anime.
Perciò, affidáti alla tua protezione e alla tua tutela, per la sacra autorità della Santa Madre Chiesa (se chierico: per l’autorità del nostro sacro ministero), fiduciosi e sicuri ci accingiamo a respingere le infestazioni dell’astuzia diabolica, in nome di Gesù Cristo, nostro Signore e Dio.

V – Ecco la Croce del Signore, fuggite, potenze nemiche.
R – Ha vinto il Leone della tribù di Giuda, il discendente di Davide. V – Che la tua misericordia, o Signore, sia su di noi.
R – Perché abbiamo sperato in Te.
V – Signore, esaudisci la mia preghiera.
R – E il mio grido giunga fino a Te.
(se chierico:
V – Il Signore sia con voi;
R – E con il tuo spirito)
Preghiamo.
Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo, invochiamo il tuo Santo Nome e supplici imploriamo la tua clemenza, affinché, per intercessione dell’immacolata sempre Vergine Maria, Madre di Dio, di san Michele Arcangelo, di san Giuseppe Sposo della beata Vergine, dei santi apostoli Pietro e Paolo e di tutti i Santi, ti degni di concederci il tuo aiuto contro Satana e tutti gli altri spiriti immondi che percorrono il mondo per nuocere al genere umano e perdere le anime. Per il medesimo Cristo nostro Signore. Amen.
Ad sanctum Michaëlem Archangelum precatio
Princeps gloriosíssime cœléstis milítiæ, sancte Míchaël Archángele, defénde nos in proélio et colluctatióne, quae nobis est advérsus príncipes et potestátes, advérsus mundi rectóres tenebrárum harum, contra spirituália nequítiæ, in cœléstibus. Veni in auxílium hóminum: quos Deus creávit inexterminábiles, et ad imáginem similitúdinis suæ fecit, et a tyránnide diáboli emit prétio magno.
Præliáre hódie cum beatórum Angelórum exércitu proélia Dómini, sicut pugnásti olim contra ducem supérbiæ Lucíferum, et ángelos eius apostáticos: et non valuérunt, neque locus invéntus est eórum ámplius in cœlo. Sed proiéctus est draco ille magnus, serpens antíquus, qui vocatur diábolus et sátanas, qui sedúcit univérsum orbem; et proiéctus est in terram, et ángeli eius cum illo missi sunt.
En antíquus inimícus et homicída veheménter eréctus est. Transfigurátus in ángelum lucis, cum tota malignórum spirítuum catérva late círcuit et invádit terram, ut in ea déleat nomen Dei et Christi eius, animásque ad ætérnæ glóriæ corónam destinátas furétur, mactet ac perdat in sempitérnum intéritum. Virus nequítiæ suæ, támquam flumen immundíssimum, draco maléficus transfúndit in hómines depravátos mente et corrúptos corde; spiritum mendácii, impietátis et blasphémiæ; halitúmque mortíferum luxúriæ, vitiórum ómnium et iniquitátum.
Ecclésiam, Agni immaculáti sponsam, favérrimi hostes replevérunt amaritudínibus, inebriárunt absínthio; ad ómnia desiderabília eius ímpias misérunt manus. Ubi Sedes beatíssimi Petri et Cáthedra veritátis ad lucem géntium constitúta est, ibi thrónum posuérunt abominatiónis et impietátis suæ; ut percússo Pastóre, et gregem dispérdere váleant.
Adésto ítaque, Dux invictíssime, pópulo Dei contra irrumpéntes spirituáles nequítias, et fac victóriam. Te custódem et patrónum sancta venerátur Ecclésia; te gloriátur defensóre advérsus terréstrium et infernórum nefárias potestátes; tibi trádidit Dóminus ánimas redemptórum in supérna felicitáte locándas. Deprecáre Deum pacis, ut cónterat sátanam sub pédibus nostris, ne ultra váleat captívos tenére hómines, et Ecclésiæ nocére. Offer nostras preces in conspéctu Altíssimi, ut cito antícipent nos misericórdiæ Dómini, et apprehéndas dracónem, serpéntem antíquum, qui est diábolus et sátanas, ac ligátum mittas in abyssum, ut non sedúcat ámplius gentes.

Hinc tuo confísi præsídio ac tutéla, sacra sanctæ Mátris Ecclésiæ auctoritáte (si fuerit clericus: sacri ministérii nostri auctóritate), ad infestatiónes diabólicæ fráudis repelléndas in nómine Iesu Christi Dei et Dómini nostri fidéntes et secúri aggrédimur.
V – Ecce Crucem Dómini, fúgite, partes advérsæ. R – Vicit Leo de tribu Juda, rádix David.
V – Fiat misericórdia tua, Dómine, super nos.
R – Quemádmodum sperávimus in te.
V – Dómine, exáudi oratiónem meam. R – Et clamor meus ad te véniat.
(si fuerit clericus:
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.)
Orémus.
Deus, et Pater Dómini nostri Iesu Christi, invocámus nomen sanctum tuum, et cleméntiam tuam súpplices expóscimus: ut per intercessiónem immaculátae semper Vírginis Dei Genitrícis Maríae, beáti Michaélis Archángeli, beáti Ioseph eiúsdem beátae Vírginis Sponsi, beatórum Apostolórum Petri et Pauli et ómnium Sanctórum, advérsus sátanam, omnésque álios immúndos spíritus, qui ad nocéndum humáno géneri animásque perdéndas pervagántur in mundo, nobis auxílium praestáre dignéris. Per eúmdem Christum Dóminum nostrum. Amen.

Impressione delle stimate di Padre Pio

San Giovanni Rotondo, venerdì 20 settembre 1918. La piccola chiesa dei cappuccini, appollaiata sulla collina, se ne stava immersa nel silenzio, protetta dalla montagna che, scura di boschi, sì ergeva materna alle spalle. Sul sagrato il vecchio olmo, mosso dal vento, faceva scricchiolare i suoi rami. In convento non c’era nessuno. Il padre guardiano si trovava a San Marco in Lamis per preparare la festa di San Matteo; fra Nicola il laico questuante, era in giro con le bisacce; i collegiali facevano le creazioni nel giardino. Padre Pio, in coro era solo! Occupava, immobile il posto del vicario e aveva da poco iniziato a fare ringraziamento della Santa messa. In ginocchio, estasiato contemplava il grande Crocifisso di cipresso, issato sulla balaustra. Ad un tratto si verificò uno dei più ineffabili prodigi della storia: la stigmatizzazione del primo sacerdote.

Fu lo stesso Padre Pio a raccontare l’impressioni delle stimmate di nostro Signore.  Si tratta di una lettera, rinvenuta insieme ad altre in una cassetta gelosamente custodita da Padre Agostino da San Marco in Lamis sotto il letto della sua cella, inviata da Padre Pio il 22 ottobre 1918 a Padre Benedetto Nardella, suo direttore spirituale. Quest’ultimo, avuta vaga notizia dell’evento, il 19 ottobre dello stesso anno, al suo diletto discepolo aveva scritto: “Figliuol mio, dimmi tutto e chiaramente, e non per accenni… Voglio sapere per filo e per segno tutto e per santa obbedienza”

Padre Pio, obbedendo, tra l’altro rispose: “Cosa dirvi a riguardo di ciò che mi dimandate del come sia avvenuta la mia crocifissione? Mio Dio, che confusione e che umiliazione io provo nel dover manifestare ciò che tu hai operato in questa tua meschina creatura. Era la mattina del 20 dello scorso mese in coro, dopo la celebrazione della Santa messa, allorché venni sorpreso dal riposo, simile a un dolce sonno. Tutti i sensi interni ed esterni, nonché le stesse facoltà dell’anima si ritrovarono in una quiete indescrivibile. In tutto questo vi fu totale silenzio intorno a me e dentro di m;, vi subentrò subito una gran  pace ed abbandono alla completa privazione del tutto e una posa nella stessa rovina. Tutto questo avvenne in un baleno. E mentre tutto questo si andava operando, mi vidi dinanzi un misterioso personaggio, simile a quello visto la sera del 5 agosto, che differenziava in questo solamente che aveva le mani ed i piedi ed il costato che grondava sangue. La sua vista mi atterrisce; ciò che sentivo in quell’istante in me non saprei dirvelo. Mi sentivo morire e sarei morto se il Signore non fosse intervenuto a sostenere il cuore, il quale me lo sentivo sobbalzare dal petto. La vita del personaggio si ritira Ed io mi avvidi che mani, piedi e costato erano traforati e grondavano sangue”.

Il 20 settembre 1918 perciò, avvenne, la crocifissione di Padre Pio che, oltre ad essere inchiodato alla Croce di Gesù, iniziò a partecipare in maniera specialissima la missione redentrice di Cristo. E per manifestare ciò che Dio aveva operato il lui “meschina creatura”, Padre Pio prova “confusione” e “umiliazione”, due sentimenti che derivano dalla consapevolezza di aver ricevuto, nonostante l’indegnità, lo straordinario dono dei sigilli d’amore di nostro Signore. La reazione psicologica sarà meglio precisata da Padre Pio nella stessa lettera allorché scriveva: “immaginate lo strazio che esperimentai allora e che vado e esperimentando continuamente quasi tutti i giorni. La ferita del cuore gitta assiduamente sangue specie dal giovedì a sera fino a sabato.

Padre mio, io muoio di dolore per lo strazio e per la confusione sul susseguente che io provo nell’intimo dell’anima. Temo di morire dissanguato, se il Signore non ascolta i gemiti del mio povero cuore e col ritirare da me questa operazione. Mi farà questa grazia a Gesù che è tanto buono? Toglierà almeno da me questa confusione che io esperimento per questi segni esterni? Innalzerò forte la mia voce a lui e non desisterò dal scongiurarlo, affinché per sua misericordia ritiri da me non lo strazio, non il dolore perché lo veggo impossibile, ma questi segni esterni che mi sono in una confusione e di una umiliazione indescrivibile e insostenibile. La narrazione inizia con il riferimento della datazione, del luogo e del preciso momento in cui l’operazione avvenne.

Il 20 settembre 1918, di mattina in coro, dopo la celebrazione della Santa Messa. Sono passati 6 giorni dall’ “Esaltazione della Croce” e tre giorni dell’anniversario della stimmatizzazione di San Francesco. Padre Pio sta facendo il ringraziamento per il sacrificio eucaristico appena “vissuto” quando viene “sorpreso da riposo, simile ad un dolce sonno”. E’ il riposo dell’anima durante il quale “tutti i sensi interni ed esterni e le facoltà” si ritrovano in una quiete indescrivibile. Intorno c’è pace, silenzio! Il padre medita davanti al Crocifisso di legno la passione di Gesù.

Subentra in lui un’estasi d’amore rivelata attraverso un linguaggio poco comprensibile perché certe esperienze mistiche non si possono facilmente raccontare. Il tempo scorre in fretta, come in un baleno. Nell’estasi Padre Pio vede “un misterioso personaggio”. Non ne rivela l’identità. Forse è a lui ignota. Dice solo che è simile a quello visto la sera del 5 agosto quando, mentre confessava i ragazzi, fu “riempito di uno estremo terrore alla vista di un personaggio celeste”, che presentandosi dinanti all’occhio della sua intelligenza, scagliò con violenza nella sua anima una specie di arnese, simile ad una lunghissima lamina di ferro con una punta ben affilata da cui usciva fuoco.

La vista del “misterioso personaggio”, “che aveva le mani ed i piedi ed il costato che grondava di sangue”, lo atterrisce. Si sente morire e sarebbe morto se il Signore non fosse intervenuto a sostenere il cuore. Poi il personaggio si ritira ed il padre si accorge che mani, piedi e costato sono traforati e grondano sangue.  Chi è quel “celeste”, “misterioso personaggio”? Diverse le possibili ipotesi.

L’autografo di Padre Pio non offre indicazioni al riguardo. Ci sono però altre fonti. Padre Agostino da San Marco in Lamis, che di sicuro avrà più volte ascoltato la descrizione dell’evento dalla viva voce di Padre Pio, nell’anno 1919 in proposito scrive nel suo Diario: “era il 6 agosto0 1918 gli apparve Gesù sotto la figura di un personaggio celeste, armato di lancia con cui gli trapassò il cuore. Egli fisicamente sentì il cuore, squarciarsi e fece sangue che si riversò per il corpo, uscendo parte per bocca, parte da sotto. Il venerdì dopo la festa delle Stimmate di San Francesco, 20 settembre, dopo la messa egli era in coro per il ringraziamento. Meditava la passione di Gesù, quando gli apparve quello stesso personaggio ma crocifisso. Egli si sentì come tramortito ed era fuori di se. Dal Crocifisso partirono cinque raggi, dalle mani, dai piedi, dal costato che ferirono le sue mani, i sui piedi, il suo costato. La visione durò pochi minuti e ritornato in sé egli si trovò realmente piagato: le piaghe facevano sangue, specie quella della parte del cuore: ebbe appena la forza di trascinarsi nella stanza per pulire le vesti tutte intrise di sangue”.

Dunque il celeste, misterioso personaggio secondo la testimonianza di padre Agostino, sarebbe stato Gesù. Una conferma potrebbe riscontrarsi uno scritto di Don Giuseppe Orlando, amico e collaboratore di padre Pio, il quale nel riportare una conversazione avuta con il Santo, afferma che questi, ad alcune sue domande rispose: “Ero nel coro a fare ringraziamento della messa e mi sentii pian piano elevarmi da una soavità sempre crescente che mi faceva godere nel pregare, anzi più pregavo e più questo godimento aumentava. Ad un tratto una grande luce colpì i miei occhi ed in mezzo a tanta luce mi apparve il Cristo piagato. Nulla mi disse –  scomparve. Ma i dubbi sull’identità del personaggio ritornano se si esaminano le relazioni di Padre Raffaele da Sant’Elia a Pianisi. 

Questi che per 40 anni era vissuto con Padre Pio ed era stato superiore, confessore, consigliere ed amico, ebbe l’incarico dall’amministratore apostolico della religiosa provincia Cappuccina di Foggia, padre Clemente da Santa Maria in Punta, di interrogare il padre sull’impressione delle stimmate. L’interrogatorio venne effettuato in più riprese, negli anni 1966-67 e padre Raffaele, di volta in volta, scrisse puntualmente la sua relazione. Alla domanda di padre Raffaele, il pomeriggio del 29 marzo 1966, per aderire alla volontà dei superiori Padre Pio rispose: “Il 20 settembre, poi sempre nel 1918, dalle ore 9 alle ore 10, mentre i collegiali stavano a fare la ricreazione nell’orto, ero solo in coro al banchino al posto del Vicario a fare ringraziamento della Santa messa, e là, in un momento di assopimento e profonda contemplazione sul Cristo Crocifisso, ebbi le stimmate alle mani e ai piedi da lance o frecce luminose che partirono da Crocifisso, trasformato in un grande personaggio, e che si venera tutt’ora nel coro della piccola chiesa vecchia”. 

A questo punto scrive –  il padre Raffaele –  il padre Pio singhiozza non è più capace di dire una sola parola, ed io sospendo tutto cercando di sollevarlo con parole tranquillizzanti. Sull’argomento il padre Raffaele torna il 14 ottobre del 1966 e il 6 febbraio del 1967 e Padre Pio dà sempre un’analoga versione dei fatti.

Il crocifisso trasformato in un grande personaggio: un personaggio celeste che, anche per noi, resta tuttora un mistero.

Così avvenne la stigmatizzazione o meglio la crocifissione di Padre Pio da Pietrelcina. Un evento avvolto dal mistero! E davanti al mistero bisogna chinare il capo. Bisogna tacere.

XXV Domenica del tempo ordinario – Anno B.

Nostro Signore accoglie un bambino

Vangelo

In quel tempo, 30 Gesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma Egli non voleva che alcuno lo sapesse. 31 Insegnava infatti ai suoi discepoli e dicevaloro: “Il Figlio dell’Uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà”. 32 Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo. 33 Giunsero a Cafarnao. Quando fu in casa, chiese loro: “Di che cosa stavate discutendo per la strada?” 34 Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. 35 SedutoSi, chiamò i Dodici e disse loro: “Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti”. 36 E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: 37 “Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie Me; e chi accoglie Me, non accoglie Me, ma Colui che Mi ha mandato” (Mc 9, 30-37).

Una società segnata dall’innocenza

Stando con i suoi discepoli in Galilea, il Divino Maestro parla loro di persecuzioni, Morte e Risurrezione, in contrapposizione all’idea di un Messia semplicemente umano, restauratore del potere temporale di Israele. Davanti a loro si apre un panorama interamente nuovo: l’umiltà, il distacco e il servizio saranno le caratteristiche di coloro che intendono esercitare l’autorità nello spirito di Gesù.

I – La società umana in Paradiso

Una società che si sviluppasse nel Paradiso Terrestre, composta da un’umanità in stato di giustizia originale, sarebbe regolata dalla grazia divina e favorita da doni preternaturali e soprannaturali concessi da Dio. Qui regnerebbero la piena armonia e la totale comprensione tra tutti gli uomini, senza invidia né rivalità. Al contrario, ognuno ammirerebbe la virtù degli altri, gioendo con loro e augurando loro la maggior santità possibile.

È accaduto, invece, che l’uomo ha peccato ed è stato scacciato dal Paradiso.Privata dei doni di cui i nostri progenitori godevano prima, l’umanità è stata assoggettata alla malattia, alla morte, allo squilibrio mentale e a tanti altri problemi.

Più grave ancora, l’anima ha perso il dono dell’integrità, con cui aveva dominato i desideri e mantenuto le passioni in perfetto ordine.1 Senza questo dono, esse sono entrate in ebollizione, obbligando l’essere umano ad una continua lotta interiore per poterle governare. L’innocenza è entrata in uno stato di belligeranza per preservarsi dal peccato.

La causa più profonda delle discordie

Conseguenze di questo disordine sono l’invidia e le rivalità, principali cause, a loro volta, delle risse e discordie. Insomma, come dice l’Apostolo San Giacomo nella seconda lettura (Gc 3, 16– 4, 3) di questa 25ª Domenica del Tempo Ordinario, “dove c’è gelosia e spirito di contesa, c’è disordine e ogni sorta di cattive azioni” (Gc 3, 16).

Infatti, è l’invidia uno dei vizi più perniciosi. Chi si lascia trasportare da essa, non conosce la felicità. L’invidioso è sempre in continuo confronto con gli altri e quando incontra chi lo supera in qualcosa, subito si chiede: “Perché lui è più di me? Perché lui ha e io no?”. Questo atteggiamento rende acida e amara la sua vita, causando ogni specie di dissapori e, talvolta, anche malessere fisico.

Da questo “perché” – derivante in ultima analisi dall’orgoglio – derivano tutti i mali. Ben chiaramente lo puntualizza San Giacomo: “Da dove vengono le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dallevostre passioni che fanno guerra nelle vostre membra?” (Gc 4, 1).

Quanta lotta ingaggia l’uomo di oggi, per esempio, per ottenere più soldi, più potere o più prestigio, ricorrendo molte volte a mezzi illegali o addirittura criminosi! In quante miserie morali egli cade, per raggiungere questo obiettivo!

Tuttavia, anche quando avrà accumulato un’immensa fortuna o raggiunto ilmassimo del potere, non sarà mai soddisfatto. Vorrà sempre di più, perché l’anima umana è insaziabile, per natura, visto che è fatta per l’infinito, per l’assoluto, per l’eterno.2 Per cui conclude San Giacomo: “Siete pieni di desideri e non riuscite a possedere; uccidete, siete invidiosi e non riuscite a ottenere; combattete e fate guerra! Non avete perché non chiedete” (Gc 4,2).

Un enorme sforzo fa l’uomo avido per ottenere qualcosa che, invece di portargli la felicità, gli farà perdere la pace dell’anima!

La santità fa recuperare l’equilibrio perduto

Per superare le passioni sregolate e recuperare l’equilibrio dell’anima perduto a causa del peccato, vi è un solo modo: abbracciare le vie della santità.

Lottando costantemente contro le proprie passioni, cercando di assoggettarle alla Legge divina, l’uomo potrà ripristinare l’innocenza originaria e, nel contempo, le reazioni della sua anima diventeranno sempre più simili a quelle che avrebbe avuto nel Paradiso. Ciò che lì gli sarebbe stato facile, ora gli costa, in questa Terra di esilio, un grande sforzo, una dura lotta interiore e molta ascesi, uniti all’indispensabile aiutodella grazia. Perché senza di questa nessun uomo è in grado di padroneggiare la tremenda ebollizione delle proprie passioni.

Pertanto, il Regno di Dio prospererà in questa Terra nella misura in cui ci saranno tra gli uomini anime sante, fari di virtù e di innocenza ad illuminare il cammino dell’umanità. Sarà il Regno dell’innocenza, ad immagine dell’Innocente per eccellenza, il Nostro Signore Gesù Cristo. Avremo, quindi, la realizzazione più prossima possibile della civiltà paradisiaca. È questa una delle importanti lezioni da trarre dal ricco Vangelo di questa domenica.

II – Due mentalità allo scontro

In quel tempo, 30 Gesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma Egli non voleva che alcuno lo sapesse.

Dopo esser sceso dal Monte Tabor ed aver esorcizzato un bambino posseduto, davanti ad una numerosa moltitudine, Gesù è andato in Galilea.

Ha voluto fare il viaggio discretamente, solo con i più vicini, perché lungo la strada insegnava ai suoi discepoli. L’Evangelista lascia qui trasparire la divina pedagogia di Gesù. Egli istruiva i discepoli durante il tragitto, per mezzo della convivenza. Non insegnava loro né la filosofia dei Greci, né la dottrina dei maestri di Israele. Aperti i segreti del suo Cuore Divino, facevaloro sapere quanto aveva udito dal Padre (cfr. Gv 15, 15).

Gesù prepara gli Apostoli alle prove

Del sublime episodio avvenuto sul Tabor – al quale assistettero soltanto Pietro, Giacomo e Giovanni –, nulla era trapelato. Tuttavia, gli altri Apostoli, vedendo quei tre così raggianti e pieni di luce, molto probabilmente percepivano che qualcosa di grandioso doveva essere accaduto. Senza dubbio, essi erano curiosi, forse afflitti, di conoscere ciò che era accaduto.

Forse pensavano, in base ai loro criteri mondani, che il Maestro avesse rivelato un audace piano per la conquista del potere, quindi, fosse necessario mantenere la massima riservatezza. L’idea di restaurazione, di un regno temporale che desse agli Israeliti un dominio sugli altri popoli era così radicata negli Ebrei di quel tempo – quindi anche nei seguaci di Gesù –, che dopo la Resurrezione c’era ancora chi Gli chiedeva: “Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?” (At 1, 6).

Lentamente, con pazienza, Nostro Signore andava rettificando questa visualizzazione mondana e materialista dei suoi discepoli. Il fatto stesso di spostarSi con loro senza che nessuno lo sapesse, corrispondeva a tale obiettivo. Gesù voleva stare da solo con gli Apostoli per formarli e prepararli alle difficili prove future.

31 Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: “Il Figlio dell’Uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà”.

Nostro Signore con gli Apostoli – Chiesa di San Patrizio, Roxbury (Stati Uniti)

Annunciando la sua Passione e Morte, Gesù poneva davanti ai Dodici l’amarezza della prova e della persecuzione.

Ora, “niente ripugnava di più ai Giudei dell’idea di un Messia sofferente e vittima”,3 afferma Didon. Essi attendevano la gloria, il trionfo di Israele, una pace e prosperità per secoli o addirittura millenni… In altre parole, aspiravano ad un’eternità di piacere terreno.

Gli Apostoli, senza dubbio, si rendevano conto che Gesù stava creando un’istituzione per dare continuità alla sua opera. Percepivano anche che Lui li andava formando per far esercitare, in un determinato momento, a ciascuno un ruolo importante. Continuavano, tuttavia, ad avere l’idea sbagliata di un regno terreno e la loro preoccupazione era esattamente sapere chi avrebbe occupato incarichi di rilievo in questa nuova organizzazione.

Così lo sottolinea Didon nel commentare le rivalità che nascevano tra di loro: “Pietro era stato nominato in qualità di capo; Giacomo e Giovanni sembravano godere di una certa predilezione. Ora, queste chiare preferenze risvegliavano, negli altri, una certa invidia e gelosia. […] Da qui le dispute aspre, le rivalità, le offese, le ferite d’amor proprio”.4

In questo clima di ambizione e di delirio di comando dei suoi discepoli, Nostro Signore li stava pazientemente preparando a non soccombere alla terribile prova che si stava avvicinando.

32 Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo.Gesù coronato di spine

Non era la prima volta che il Messia annunciava la sua Passionee Resurrezione agli Apostoli. Questi, tuttavia, erano così distanti da tali pensieri, che nemmeno Pietro, Giacomo e Giovanni, testimoni privilegiati della Trasfigurazione, capirono ciò che Egli intendeva dire. Scendendo dal Monte Tabor, il Signore li aveva già messi in guardia di non dire nulla “se non dopo che il Figlio dell’Uomo fosse risorto dai morti” (Mc 9, 9). Tuttavia, ignoravano il significato di quelle parole, infatti discutevano tra loro su quello che doveva voler dire “risorgere dai morti” (Mc 9, 10). Sottolinea bene San Giovanni Crisostomo: “Anche dopo il rimprovero fatto a Pietro; anche dopo che Mosé ed Elia ne ebbero parlato [la Morte di Cristo], definendola ‘gloria’, malgrado avessero udito la voce del Padre uscita da dentro la nuvola e nonostante i tanti miracoli e la Resurrezione immediata – infatti Lui disse loro che non sarebbe stato per molto tempo morto, ma sarebbe resuscitato il terzo giorno – nonostante tutto questo, non poterono sopportare il nuovo annuncio della Passione e si rattristarono profondamente. Tristezza che derivava dall’ignoranza della forza delle parole del Signore”.5

Da parte sua, padre Lagrange così analizza questo passo: “I discepoli continuano ancora a non capire. Ciò che meno conveniva al Messia era la Passione; ciò che si comprendeva della dottrina di Gesù era ancora la necessità della sofferenza. Quando il Maestro parlò di questo la prima volta, Pietro protestò, ma fu fortemente ripreso (cfr. Mc 8, 33); la seconda volta, i discepoli cambiarono argomento (cfr. Mc 9, 11); ora essi non osano neppure chiedere”.6

La loro mentalità si scontrava con Nostro Signore

Ora, se i discepoli non capivano ciò che Lui diceva loro, qual è la ragione diaver paura di chiedere? Gesù li aveva sempre trattati con una gentilezza ineffabile e l’occasione non avrebbe potuto essere stata più propizia, trovandosi essi soli con il Maestro. Era così facile, soprattutto in quel momento di intimità, chiedergli chiarimenti!

Per questo vi era una profonda ragione psicologica. La prospettiva della Morte del loro Maestro andava contro tutti i piani di proiezione sociale, di soluzione politica ed economica che essi desideravano. Significava la distruzione del castello di illusioni che gli Israeliti avevano costruito riguardo al Messia: quella di un uomo capacissimo, pieno di doni per liberare dal dominio romano il popolo eletto e proiettarlo al di sopra degli altri popoli.

Gli Apostoli percepivano che la loro mentalità si scontrava con quella di Nostro Signore, una volta che Lui insegnava una dottrina che essi, in cuor loro, non volevano ascoltare. La risposta di Gesù poteva rendere fin troppo chiara questa dissonanza, mettendoli nell’obbligo di cambiare mentalità, cosa che essi non volevano assolutamente.

Ben osserva padre Tuya a questo proposito: “Essi sanno che le predizioni del Maestro si compiono. Hanno un presentimento in relazione a quel programma oscuro – per Gesù e per loro – ed evitano di insistere su questo”.7

L’uomo, secondo quanto ci insegna la filosofia tomista, non pratica mai il male in quanto male; cerca sempre di giustificarlo, dandogli un’apparenza di bene.8 Nello spirito dei discepoli, due idee contraddittorie entravano in conflitto: quella dell’autentico Messia, che parlava loro di persecuzioni, Morte e Resurrezione e quella di un Messia semplicemente umano, restauratore del potere temporale di Israele. Essi allora razionalizzavano per giustificare l’idea sbagliata nella quale credevano ancora.

La paura di rompere le fondamenta di questa mentalità politica e terrena faceva aver loro paura di chiedere.

33 Giunsero a Cafarnao. Quando fu in casa, chiese loro: “Di che cosa stavate discutendo per la strada?” 34 Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande.

Cristo sapeva perfettamente di quale argomento gli Apostoli avevano parlato lungo il percorso. Alla domanda scomoda, però, essi rimasero in silenzio, imbarazzati di dire a Lui che il tema della loro conversazione era stato un’egoistica disputa di primazia personale.

Il loro silenzio era già un parziale riconoscimento della mancanza commessa, di cui essi avevano una certa coscienza, come afferma il Cardinale Gomá: “la loro condotta è in flagrante opposizione col sentire delMaestro, e sono confusi davanti a Lui”.9

Nello stesso senso si pronunciano alcuni commentatori della Compagnia diGesù: “Il silenzio dei discepoli davanti alla domanda del Maestro è molto psicologico. Si sentono, senza dubbio, coscienti che le loro aspirazioni non avrebbero incontrato l’approvazione”.10
Rovine di Cafarnao – Terra Santa

Un nuovo concetto di autorità

35 SedutoSi, chiamò i Dodici e disse loro: “Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti”.

Cristo conosceva bene quelli che aveva scelto perché, come dice padre Lagrange, Egli “non Si stupisce per la preoccupazione dei discepoli, né contesta il principio della gerarchia, ma insinua lo spirito nuovo del quale deve essere animato, chi ha l’incarico della direzione. C’è certamente qui laprevisione di un diverso ordine delle cose”.11

Nelle sue parole, Gesù non condanna il desiderio di ottenere il primato, mapone una condizione: per essere il primo, è necessario essere “l’ultimo di tutti e il servitore di tutti”. Questa dichiarazione apriva una prospettiva completamente nuova agli Apostoli, che condividevano il concetto di autorità comune e corrente in quell’epoca: chi è più forte, più capace, più intelligente, più ricco o più astuto, costui comanda e gli altri obbediscono.

Da questo punto di vista, Nostro Signore dichiara qual è la regola di governo che dovrà prevalere nell’Era Cristiana: “Il nuovo Regno che voglio instaurare non sarà come i regni della terra. Quello che deve animare i miei discepoli non è lo spirito di ambizione, la ricerca di grandezza. Piuttosto, la prima condizione, il presupposto fondamentale, per aspirare al primo posto nel Regno messianico è l’umiltà, il disprezzo degli onori, l’indifferenza di chi si dimentica di se stesso per dedicarsi al servizio dei fratelli”.12

L’umiltà, il disprezzo degli onori, il disinteresse per se stessi e la dedizione ai fratelli: sono queste le caratteristiche di chi deve comandare in accordo con lo spirito di Gesù. È il primato della virtù e dell’innocenza nella società. Niente è più contrario all’ira, alla gelosia e alle rivalità che tanto tormentano l’uomo dopo il peccato originale!

A questo proposito, padre Maldonado trascrive un espressivo commento del Vescovo e martire San Cipriano: “Con la sua risposta, Gesù ha tagliato ogni emulazione ed ha estirpato ogni occasione e pretesto della feroce invidia. Non è lecito al discepolo di Cristo avere tali rivalità e invidie, né può esistere tra di noi alcuna battaglia per emergere, perché abbiamo imparato che il cammino per la primazia è l’umiltà”.13

Va rilevato, infine, che Gesù Si sedette prima di fare questa dichiarazione solenne, “come giudice nel suo tribunale e per insegnare agli Apostoli, dalla sua cattedra, qualcosa di serio e importante che meritava di essere detto, non in piedi e come di passaggio, ma seduto e di proposito, con la piena avvertenza e considerazione”.14

III – Governare in funzione dell’innocenza

36 E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro…

Commentano ampiamente gli esegeti questo episodio, in cui Gesù chiama vicino a Sé un bambino, mettendolo in relazione con la narrazione di San Luca, che alla fine del suo racconto riproduce queste parole del Salvatore: “chi infatti è il più piccolo fra tutti voi, questi è grande” (Lc 9, 48).

I bambini sono esenti da invidia e vanagloria

Si evidenzia, in generale, come il Divino Maestro Si serva di questo eloquente ricorso pedagogico per far vedere ai discepoli, accecati dal desiderio di supremazia, la necessità di essere semplici e umili. Perché, come dice San Giovanni Crisostomo, “pose lì in mezzo un bambino molto piccolo, libero com’è da tutte le passioni. Un bambino così è esente da orgoglio, da ambizione di gloria, da invidia, da testardaggine e da tutte le passioni simili”.15

A sua volta, Beda il Venerabile mette in risalto quanto Dio tenga in alta considerazione la virtù dell’umiltà, poiché: “consiglia a coloro che voglionoessere i più grandi a ricevere, in onore di Lui, i poveri di Cristo, o che sianocome i bambini, al fine di conservare la semplicità senza arroganza, la carità senza invidia e la dedizione senza ira. Il fatto di abbracciare il bambino significa che gli umili sono degni del suo abbraccio e del suo amore”.16

Gesù mostra anche in questo episodio, come il vero discepolo non debba essere preoccupato se sarà o meno maltrattato, dimenticato, messo da parte. Deve presentare se stesso, senza nessuna pretesa, né orgoglio ma, alcontrario, ammirando le qualità degli altri. Chi agisce così sarà il primo a ricevere la misericordia di Dio. Colui che si tiene per ultimo e si considera il più piccolo sarà chi riceve di più dalla Divina Provvidenza.

Si può congetturare la profonda perplessità dei Dodici in quella circostanza: loro volevano occupare una posizione di spicco, Gesù mostra loro la necessità di cercare l’ultimo posto. Aspiravano ad un regno messianico glorioso, Gesù gli parla della sua Passione e Morte sulla Croce… Lo scontro di mentalità diventa sempre più evidente. Ma tutto viene detto con dolcezza, senza acrimonia, al momento opportuno, in modo che le divine parole del Maestro penetrino beneficamente negli spiriti. Egli manifesta qui, ancora una volta, la splendida e delicata arte di correggere, che servirà da modello a tutti coloro che saranno responsabili della direzione delle anime.

Gesù esterna il suo amore per chi non ha mai peccato

37 “Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie Me; e chi accoglie Me, non accoglie Me, ma Colui che Mi ha mandato”.

Capitello – Chiostro della Cattedrale di Monreale

Sebbene gli evangelisti siano molto sintetici nel raccontare questo passaggio, possiamo ben immaginare quanto Nostro Signore Si sia trattenuto con questo bambino, facendo bellissime osservazioni sull’infanzia. Possiamo supporre inoltre con quanto ardore abbia elogiato la loro umiltà e distacco, mettendo in risalto le virtù proprie di coloro che non hanno mai peccato.

Traspare così, in questo ultimo versetto del Vangelo qui commentato, tutto l’amore di Gesù per l’innocenza, rappresentata dal bambino da Lui abbracciato. Questo bambino – il futuro martire Sant’Ignazio di Antiochia, secondo un’antica tradizione – simboleggia la persona che si consegna a Dio, senza riserve né razionalizzazioni, con retta intenzione.

Cristo è modello di innocente, come Uomo, e l’Innocenza in essenza, come Dio. Egli chiama vicino a Sé quel bambino, perché, come insegna San Leone Magno, “ama l’infanzia, maestra di umiltà, regola di innocenza, modello di dolcezza. Cristo ama l’infanzia, sulla quale orienta il modo di agire degli adulti e alla quale vuole ricondotta l’età senile. Egli porta a seguire il proprio esempio (cfr. I Cor 14, 20) coloro che poi eleva al Regno eterno”.17

A proposito di questo versetto, San Beda dice: “Aggiunge ‘nel mio nome’ affinché i discepoli, guidati dalla ragione, acquistino, nel nome di Cristo, lavirtù che il bambino pratica guidato dalla natura. Tuttavia, perché non si credesse che Egli Si riferisse solo a quel bambino, quando insegnava che Egli era onorato nei bambini, […] aggiunge: ‘E chi accoglie Me, non riceve Me, ma Colui che Mi ha mandato’, ecc., volendo essere considerato di grado pari a quello di suo Padre”.18

“Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie Me”. Gesù in questo modo Si mostra uguale al Padre, indicando, allo stesso tempo, che chi riceve l’innocente, lo custodisce e lo protegge, abbraccia in realtà lo stesso Dio.

In questa prospettiva, Maldonado ricorda che San Marco “adduce questa ragione al posto della conclusione posta da San Matteo: ‘In verità vi dico che se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entreretenel Regno dei Cieli’. Si prova implicitamente questa conclusione con ciò che qui dice San Marco: che nessuno entrerà nel Regno di Dio se non sarà simile a Dio. ‘Nulla di macchiato potrà entrare in quella città’, come scrive San Giovanni nell’Apocalisse 21, 27. Non potete essere simili a Dio se non Loricevete; e non Lo potete ricevere se non ricevete Me, che sono stato inviato dal Padre. E non Mi potete ricevere, se non ricevete in mio nome i bambini e non vi rendete simili a loro. Così, ‘se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel Regno dei Cieli’”.19

Una nuova forma di governare e relazionarsi

In accordo con lo spirito del Vangelo, poco prima dichiarato dal Divino Maestro, chi vuole avere autorità deve esser disposto a servire. Gesù ha appena insegnato agli Apostoli questa verità, scontrandosi interamente con la mentalità pagana che dominava i loro spiriti, secondo la quale si devono dominare gli altri sulla base della forza.

In una società marcata dall’innocenza, l’autorità deve governare il suddito come chi governa un bambino. Egli non ha deliri di comando; è senza pretese, flessibile e umile; è sempre a disposizione degli altri. Essendo tenero e fragile, chiede di esser condotto con affetto e amore. Per questo, ilgovernante deve mettersi al servizio dei suoi subordinati, creando un regime che cerchi più di attrarre che di imporre, in modo da risvegliare in loro l’entusiasmo per la pratica del bene.

IV – Il bene più prezioso che l’uomo può ricevere

Preservare l’innocenza battesimale – o recuperarla, se avesse avuto la disgrazia di perderla – deve essere la meta di ogni cristiano. Perché chi la possiede conserva nell’anima Nostro Signore Gesù Cristo, il Padre e lo Spirito Santo.

L’innocenza è il bene più prezioso che un uomo può ricevere. L’unione con chi non ha mai peccato, la stessa Santissima Trinità, gli concede un’autorità che né il potere, né il denaro, né le manovre diplomatiche sono in grado di fornire.
Santa Maria Maddalena

Nella sua primitiva innocenza, l’uomo era inerrante perché, come insegna San Tommaso: “la rettitudine del primo stato non era compatibile con nessun inganno dell’intelletto”.20 Allo stesso modo, l’uomo che mantiene la sua innocenza battesimale sarà infallibile nella misura in cui si lascerà guidare dalla grazia, dalle virtù infuse e dai doni dello Spirito Santo. Così afferma padre Garrigou-Lagrange: “Nell’ordine della grazia, la fede infusa ci fa aderire alla Parola divina e a ciò che essa esprime. […] Mentre i sapienti dissertano a lungo e sollevano ogni tipo di ipotesi, Dio fa la sua opera in coloro che hanno il cuore puro”.21

Dobbiamo quindi compiere ogni sforzo per mantenere la nostra anima senza peccato, anche se sarà necessario per questo, sacrificare la propria vita. E se, per disgrazia, abbiamo perso l’innocenza battesimale, dobbiamo impegnarci al massimo per recuperarla, come ha fatto Santa Maria Maddalena, con un ardente amore per il Divino Redentore. E tanto ha amato che è diventata simile all’Amato, al punto di essere venerata come laprima delle vergini nella Litania dei Santi.

1) Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO. Compendium Theologiæ. L.I, c.192.

2) Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO. Somma Teologica. I-II, q.3, a.8.

3) DIDON, OP, Henri-Louis. Jésus Christ. Paris: Plon, Nourrit et Cie, 1891, p.483.

4) Idem, p.484.

5) SAN GIOVANNI CRISOSTOMO. Homilía LVIII, n.1. In: Obras. Homilías sobre el Evangelio de San Mateo (46-90). 2.ed. Madrid: BAC, 2007, v.II, p.216-217.

6) LAGRANGE, OP, Marie-Joseph. Évangile selon Saint Marc. 5.ed. Paris: Lecoffre; J. Gabalda, 1929, p.244.

7) TUYA, OP, Manuel de. Biblia Comentada. Evangelios. Madrid: BAC, 1964, v.V, p.695.

8) Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO. Somma Teologica. I-II, q.27, a.1, ad 1.

9) GOMÁ Y TOMÁS, Isidro. El Evangelio explicado. Año tercero de la vida pública de Jesús. Barcelona: Rafael Casulleras, 1930, v.III, p.83.

10) LEAL, SJ, Juan; DEL PÁRAMO, SJ, Severiano; ALONSO, SJ, José. La Sagrada Escritura. Evangelios. Madrid: BAC, 1961, v.I, p.450.

11) LAGRANGE, op. cit., p.244-245.

12) DEHAUT. L’Évangile expliqué, défendu, médité. 2.ed. Paris: Lethielleux, 1867, v.III, p.290.

13) MALDONADO, SJ, Juan de. Comentarios a los Cuatro Evangelios. Evangelios de San Marcos y San Lucas. Madrid: BAC, 1951, v.II, p.151.

14) Idem, ibidem.

15) SAN GIOVANNI CRISOSTOMO, op. cit., n.3, p.223.

16) SAN BEDA. In Marci Evangelium Expositio. L.III, c.9: ML 92, 224.

17) SAN LEONE MAGNO. In Epiphaniæ Solemnitate. Sermo VII, hom.18 [XXXVII], n.3. In: Sermons. 2.ed. Paris: Du Cerf, 1964, v.I, p.281.

18) SAN BEDA, op. cit., 224-225.

19) MALDONADO, op. cit., p.152-153.

20) SAN TOMMASO D’AQUINO. Somma Teologica. I, q.94, a.4.

21) GARRIGOU-LAGRANGE, OP, Réginald. Le sens commun. La philosophie de l’être et les formules dogmatiques. 4.ed. Paris: Desclée de Brouwer, 1936, p.412; 417.

San Gennaro

Della venerazione di san Gennaro (c. 272-305), vescovo di Benevento di cui furono traslate le spoglie a Napoli, c’è traccia in diverse fonti antiche, in primis il Martirologio Geronimiano. Il suo martirio avvenne all’inizio del IV secolo, durante le persecuzioni di Diocleziano

«San Genna’, jesce e facci ‘a grazia!» [«San Gennaro, esci e facci la grazia»]. L’invocazione che i fedeli ripetono da secoli a Napoli, la città dove furono traslate le spoglie di san Gennaro (c. 272-305), è legata al noto fenomeno della liquefazione del sangue del glorioso martire. Il sangue si trova contenuto in due antichissime ampolle, nelle quali secondo la tradizione venne raccolto da una donna di nome Eusebia. La Chiesa ha fin qui evitato per prudenza di dichiarare miracoloso l’evento, ma analisi spettroscopiche sulle ampolle hanno rilevato la presenza di emoglobina. Inoltre, per le conoscenze attuali, il fenomeno della liquefazione con il successivo ritorno allo stato solido rimane inspiegato.

Gennaro fu vescovo di Benevento. Della sua venerazione c’è traccia in diverse fonti antiche, in primis il Martirologio Geronimiano. Il suo martirio avvenne all’inizio del IV secolo, durante le persecuzioni di Diocleziano. All’epoca il diacono Sossio, amico di Gennaro, era stato arrestato perché cristiano. Il santo, accompagnato da Festo e Desiderio, andò a fargli visita in carcere, chiedendone la liberazione e professando la sua fede. Ma il giudice fece arrestare anche loro, condannandoli a essere sbranati dalle bestie nell’anfiteatro di Pozzuoli. Condanna che fu poi mutata nella decapitazione (avvenuta il 19 settembre) perché le fiere si erano ammansite dopo essere state benedette da Gennaro.

San Giuseppe da Copertino

Che il dono della scienza infusa esista lo si può accertare leggendo del patrono degli studenti, san Giuseppe da Copertino (1603-1663), che pure si definiva fratel Asino. Ancor più che per la scienza infusa, divenne noto per le levitazioni, che di suo avrebbe voluto nascondere, ma non gli fu possibile…

Che il dono della scienza infusa esista lo si può accertare leggendo di san Giuseppe da Copertino (1603-1663), che pure si definiva fratel Asino. Non era falsa modestia, perché “asino” era cresciuto per davvero. Da bambino abbandonò presto la scuola per una malattia che lo costrinse a letto per cinque anni, da cui guarì dopo essere stato unto con l’olio in un vicino santuario. Devotissimo alla Madonna, maturò il proposito della vita religiosa, ma due conventi lo respinsero per l’inettitudine. Alla fine, più per compassione che per altro, lo accolsero i frati francescani conventuali.

La buona volontà non gli mancava, ma imparava a fatica. All’esame per il diaconato, il vescovo aprì a caso la Bibbia sul passo «Benedetto il grembo che ti ha portato» (cfr. Lc 11, 27). Era l’unico che Giuseppe conosceva bene. La Provvidenza lo aiutò anche per l’esame di ammissione al sacerdozio e capì di dover tutto a Dio. L’umiltà e la preghiera costante gli attrassero così tanti doni soprannaturali che i teologi iniziarono a chiedergli pareri.

Ancor più che per la scienza infusa, divenne noto per le levitazioni, che di suo avrebbe voluto nascondere. Ma bastava la lettura di un salmo o la vista di un’immagine sacra per farlo sospendere in aria di qualche palmo e perfino volare. Le folle lo seguivano e la sua notorietà diventò tale che l’Inquisizione volle approfondire per comprendere se vi fosse abuso di credulità popolare: dopo un’estasi davanti ai loro occhi, i giudici capirono che non c’era trucco.

Fu trasferito da un convento all’altro (visse anche ad Assisi), ma gli fu impossibile vivere nel nascondimento per i ripetuti fenomeni soprannaturali, specie durante la Messa, vero fulcro delle sue giornate. Diceva: «Quando nello schioppo la polvere da sparo si accende, manda fuori quel boato e fragore. Così il cuore estatico acceso dell’amore di Dio!».

Le stimmate di san Francesco

Si celebra oggi nella chiesa e nel mondo francescano la festa dell’impressione delle stimmate di san Francesco. Il santo, sul monte de La Verna ebbe il coraggio di chiedere proprio questo nelle sue notti di preghiera, di solitudine e di rapimento: provare un po’ dell’amore e del dolore che Gesù Cristo sentì nei momenti della sua Pasqua di Morte e Risurrezione.

Fu esaudito e, intorno alla Festa dell’esaltazione della Croce (17 Settembre), il suo corpo fu segnato delle stesse piaghe del Crocifisso più, nelle sue mani e nei suoi piedi si formarono come delle escrescenze a forma di chiodi. Mai la storia aveva narrato un fatto simile. Circa venti anni prima (1205/6) aveva cominciato a seguire il Vangelo del Signore ascoltando la Parola del Crocifisso di S. Damiano. Quelle parole e quell’immagine gli si erano stampate nel cuore. Adesso si manifestavano nella sua carne, nel suo stesso corpo.

Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me.

Difatti io porto le stigmate di Gesù nel mio corpo

(Gal 2,20; 6,17)

Facciamo oggi, 17 settembre, memoria delle stimmate di san Francesco. Il Poverello d’Assisi è nella storia della chiesa il primo cristiano ad essere segnato dalle impronte della passione del Signore nel suo corpo. Gli resteranno impresse fino alla morte, avvenuta la sera del 3 ottobre 1226 a Santa Maria degli Angeli. E così, egli che aveva voluto in tutto farsi simile a Cristo per la sua radicale scelta di vita evangelica, ne diventò anche fisicamente il riflesso vivente, il ritratto visibile, l’alter Christus.

stimmate di san francesco Giotto

Ma come avvenne questo fatto misterioso?

San Francesco, due anni prima di morire, si trova alla Verna, un monte selvaggio – un «crudo sasso» come lo descrive Dante Alighieri – che s’innalza verso il cielo nella valle del Casentino.
Qui è giunto per vivere in solitudine quaranta giorni di digiuno e preghiera in preparazione alla festa dell’Arcangelo Michele di cui è devoto. Il santo d’Assisi è particolarmente legato a questo luogo, ottenuto in dono dal conte Orlando signore di Chiusi. La leggenda che vuole le enormi fenditure e le caverne che lo caratterizzano generate al seguito del terremoto che seguì alla morte di Gesù in croce sul Golgota, affascina e attrae oltremodo Francesco. Qui gli è più facile meditare la Passione del Signore e partecipare intimamente ad essa. Qui può innalzare un’intensa preghiera che bene esprime tale stato d’animo:“O Signore mio Gesù Cristo, due grazie ti priego che tu mi faccia, innanzi che io muoia: la prima, che in vita mia io senta nell’anima e nel corpo mio, quanto è possibile, quel dolore che tu, dolce Gesù, sostenesti nella ora della tua acerbissima passione, la seconda si è ch’ io senta nel cuore mio, quanto è possibile, quello eccessivo amoredel quale tu, Figliuolo di Dio, eri acceso a sostenere volentieri tanta passione per noi peccatori” (dai Fioretti).Questa invocazione non rimane inascoltata. È fatto degno, infatti, dopo una notte di preghiera, di ricevere misteriosamente sul proprio corpo i segni visibili della Passione di Cristo: le mani, i piedi e il costato trafitti. Il prodigio avviene in maniera così mirabile che i pastori e gli abitanti dei dintorni riferirono ai frati di aver visto per circa un’ora il monte della Verna avvolto di un vivo fulgore, tanto da temere un incendio.Ecco come san Bonaventura, suo biografo, riporta l’episodio:«Un mattino, all’appressarsi della festa dell’Esaltazione della santa Croce, mentre pregava sul fianco del monte, vide la figura come di un serafino, con sei ali tanto luminose quanto infocate, discendere dalla sublimità dei cieli: esso, con rapidissimo volo, tenendosi librato nell’aria, giunse vicino all’uomo di Dio, e allora apparve tra le sue ali l’effige di un uomo crocifisso, che aveva mani e piedi stesi e confitti sulla croce. Due ali si alzavano sopra il suo capo, due si stendevano a volare e due velavano tutto il corpo. A quella vista si stupì fortemente, mentre gioia e tristezza gli inondavano il cuore. Provava letizia per l’atteggiamento gentile, con il quale si vedeva guardato da Cristo, sotto la figura del serafino. Ma il vederlo confitto in croce gli trapassava l’anima con la spada dolorosa della compassione. Fissava, pieno di stupore, quella visione così misteriosa, conscio che l’infermità della passione non poteva assolutamente coesistere con la natura spirituale e immortale del serafino. Ma da qui comprese, finalmente, per divina rivelazione, lo scopo per cui la divina provvidenza aveva mostrato al suo sguardo quella visione, cioè quello di fargli conoscere anticipatamente che lui, l’amico di Cristo, stava per essere trasformato tutto nel ritratto visibile di Cristo Gesù crocifisso, non mediante il martirio della carne, ma mediante l’incendio dello spirito» (Leg. Maj., I, 13, 3).

San Roberto Bellarmino

Dottore della Chiesa, fu uno degli uomini più eruditi del suo tempo, strenuo difensore dell’ortodossia cattolica dopo le divisioni causate dalla Riforma protestante. Malgrado le leggende nere su di lui, era mosso dalla carità tanto nell’aiuto ai poveri – ai quali donò tutto – quanto nelle dispute dottrinali. Tra i suoi alunni ebbe il giovane san Luigi Gonzaga

Autore di opere ascetiche, pastorali e teologiche che gli sono valse il titolo di Dottore della Chiesa, san Roberto Bellarmino (1542-1621) fu uno degli uomini più eruditi del suo tempo, strenuo difensore dell’ortodossia cattolica dopo le divisioni causate dalla Riforma protestante. Mosso dalla carità tanto nell’aiuto ai poveri – ai quali donò tutto – quanto nelle dispute dottrinali, gli fu affidata la cattedra di controversie (cioè di apologetica) al Collegio Romano. Qui ebbe tra i suoi alunni il giovane Luigi Gonzaga (1568-1591), che assistette sul letto di morte e dal quale trasse ispirazione per scrivere L’arte del ben morire.

Le sue lezioni confluirono in un’opera, Le controversie, la cui risonanza in Europa fu tale che i protestanti istituirono cattedre apposite nel tentativo di rispondere alle solide argomentazioni del gesuita. Fu coinvolto nell’istruzione del processo a Giordano Bruno, che cercò di salvare convincendolo ad abiurare le tesi eretiche. Ebbe un ruolo anche nel primo chiarimento di Galileo Galilei col Sant’Uffizio, dove lo scienziato si recò spontaneamente alla fine del 1615 e qualche mese dopo dovette ammettere che l’eliocentrismo di Copernico (il cui trattato è dedicato a papa Paolo III, che lo incoraggiò a pubblicarlo) aveva ancora lo status di un’ipotesi non dimostrata secondo il metodo scientifico.

Scrisse la Dottrina cristiana breve (strutturata in 94 domande e risposte) e la Dichiarazione più copiosa della dottrina cristiana. Queste due opere, meglio note come «Piccolo e Grande Catechismo», ebbero una grandissima diffusione e furono in uso fino al XIX secolo, formando intere generazioni di fedeli. Bellarmino le aveva scritte per ordine di Clemente VIII, che lo aveva richiamato a Roma come suo teologo di fiducia. Profondamente umile, lo stesso Papa disse di lui: «La Chiesa di Dio non ha un soggetto di pari valore nell’ambito della scienza».

Il giorno dove è cominciata la sconfitta del demonio…

Santi Cornelio e Cipriano

La Chiesa ricorda nello stesso giorno i santi martiri Cornelio (c. 180-253) e Cipriano (210-258), le cui vite si intrecciarono in un periodo critico per la cristianità. All’epoca delle persecuzioni di Decio, che portarono al martirio di papa Fabiano e di altri cristiani, era infatti sorta la questione dei lapsi, ossia di coloro che in vario modo avevano rinnegato Cristo

La Chiesa ricorda nello stesso giorno i santi martiri Cornelio (c. 180-253) e Cipriano (210-258), le cui vite si intrecciarono in un periodo critico per la cristianità. All’epoca delle persecuzioni di Decio, che portarono al martirio di papa Fabiano (†250) e di altri cristiani, era infatti sorta la questione dei lapsi (letteralmente «scivolati», dal latino lapsus), ossia di coloro che in vario modo avevano rinnegato Cristo. Tra questi rientravano anche i cosiddetti libellatici, che avevano acquistato sottobanco un falso libellus, cioè un documento che attestava il loro omaggio agli dei pagani. Si verificarono vari prodigi divini a sottolineare la gravità dell’apostasia. Mentre alcuni lapsi non si pentirono, molti altri chiesero il perdono. E si formarono fondamentalmente due correnti, una favorevole all’indulgenza e l’altra contraria.

Cipriano, un convertito che era divenuto vescovo di Cartagine, era per riammettere alla comunione, dopo una giusta penitenza, coloro che si erano pentiti. E propose di definire la questione in concili da tenersi alla fine delle persecuzioni. Intanto, dopo oltre un anno di vacanza della sede pontificia, Cornelio fu eletto al soglio petrino. Ma venne avversato da Novaziano, che si autoproclamò papa e in opposizione al legittimo successore di Pietro sosteneva che la Chiesa non potesse perdonare il peccato di idolatria.

Cornelio, sostenuto da Cipriano e Dionisio di Alessandria (entrambi Padri della Chiesa), convocò un sinodo per scomunicare Novaziano e accettò la proposta sui lapsi del concilio di Cartagine. Il papa fu in seguito arrestato dal nuovo imperatore Treboniano Gallo e morì nel 253. Cipriano riferisce che Cornelio subì il martirio, che gli toccò a sua volta cinque anni più tardi sotto le persecuzioni di Valeriano. Dopo l’ultimo rifiuto di sacrificare agli dei pagani, Cipriano fu martirizzato e i suoi confratelli usarono dei panni per raccoglierne il sangue.

Beata Vergine Maria Addolorata

Furono i serviti a diffondere il culto dei «Sette dolori della Vergine», un numero che si basa su altrettanti episodi narrati nei Vangeli. Oggi la celebrazione ha il nome di “Beata Vergine Maria Addolorata”, che meglio esprime la sua totale partecipazione all’opera salvifica del Figlio, «servendo al mistero della Redenzione in dipendenza da Lui e con Lui» (Lumen Gentium, 56)

Riassunta mirabilmente nello Stabat Mater del beato Jacopone da Todi, la devozione all’Addolorata ebbe un particolare impulso nel Basso Medioevo anche grazie alla costituzione nel 1233 dell’ordine dei Servi di Maria. Nel 1667 i serviti ottennero l’approvazione ufficiale del culto dei «Sette dolori della Vergine», un numero che si basa su altrettanti episodi narrati nei Vangeli: la profezia di Simeone («e anche a te una spada trafiggerà l’anima»), la fuga in Egitto, i tre giorni di angoscia che precedono il ritrovamento di Gesù tra i dottori nel tempio, l’incontro sulla via del Calvario, i patimenti ai piedi della croce, la deposizione e la sepoltura del Figlio.

Ma tutta la vita di Maria è stata segnata dal dolore, dalla cui libera accettazione è sgorgato il suo infinito amore. Già sant’Ildefonso da Toledo (607-667) spiegava che le sofferenze della Vergine furono maggiori di quelle dell’insieme di tutti i martiri. E san Bonaventura († 1274), Dottore della Chiesa, scriveva che «non vi è dolore simile al dolore di Lei eccettuato quello del Figlio, cui è simile il dolore della Madre». Dopo varie tappe, fu san Pio X a fissare la data della festa al 15 settembre (significativamente dopo l’Esaltazione della Santa Croce). Un altro cambiamento è occorso con la riforma liturgica del 1969. Nel nuovo calendario, seppur ridotta a semplice memoria, la celebrazione ha il nome di “Beata Vergine Maria Addolorata”, che meglio esprime la sua partecipazione all’opera salvifica del Figlio, «servendo al mistero della Redenzione in dipendenza da Lui e con Lui» (Lumen Gentium, 56).

In questa luce di speciale cooperazione alla Redenzione – al servizio totale dell’unico Redentore, Nostro Signore Gesù Cristo – si spiega il titolo di Corredentrice, usato da pontefici quali san Pio X, Pio XI e san Giovanni Paolo II, da una serva di Dio come la mistica Luisa Piccarreta e da una schiera formidabile di altri santi come per esempio Gabriele dell’Addolorata, Veronica Giuliani, Padre Pio, Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein), Massimiliano Maria Kolbe, Francesca Saverio Cabrini, Leopoldo Mandic e Madre Teresa di Calcutta. Diceva quest’ultima: «La definizione papale di Maria Corredentrice, Mediatrice di tutte le grazie e Avvocata, porterà grandi grazie alla Chiesa».

Quel titolo è oggetto di approfondimento teologico in vista di un possibile quinto dogma mariano.

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