Pio IV conosceva le virtù di suo nipote, che sono
alla radice degli onori apparentemente eccessivi
che non tardò a conferirgli
Sopra, Papa Pio IV –
Basilica di Santa Maria Maggiore, Trento; nella
pagina precedente, San Carlo Borromeo –
Chiesa di Sant’Ignazio di Loyola, Roma

Era il mese di dicembre. Per la gioia di tutta la Chiesa, l’anno 1563 si concludeva con una conquista storica: a Trento era giunto a buon fine il XIX Concilio Ecumenico. Roma viveva gli effetti di questa vittoria, assistendo a un costante intrecciarsi di autorità del mondo della Teologia che, prima di tornare nei loro luoghi d’origine, venivano a chiedere la benedizione papale. Pio IV, visibilmente soddisfatto, riceveva a braccia aperte i figli il cui operato avrebbe segnato con onore gli annali del suo pontificato.

   In una dipendenza dei palazzi pontifici, due ecclesiastici di alto rango dialogavano tra loro. Il Beato Bartolomeo dei Martiri, Arcivescovo di Braga, era stato ricevuto giorni prima da Pio IV, che gli aveva raccomandato di cercare il Cardinale Carlo Borromeo per studiare l’applicazione delle norme tridentine nella diocesi primate del Portogallo.

   In risposta al suggerimento del Santo Padre, si occupavano dei temi conciliari quando, con sorpresa del prelato portoghese, Carlo Borromeo chiese licenza e cominciò a esporgli una questione di coscienza: “Consideri Vostra Eccellenza la mia situazione, poiché lei sa com’è la vita di corte, soprattutto in questa città di Roma. Sono circondato da innumerevoli pericoli: sono giovane, senza esperienza, senza virtù; ho solo amore per essa e il desiderio di acquisirla. Non è mio dovere sfuggire alle tentazioni che un giorno potranno vincermi? […] Ultimamente, Dio mi ha concesso una nuova attrazione per la penitenza; mi ha dato la grazia di preferire a tutto il suo timore e la mia propria salvezza. Sto pensando dunque all’ipotesi di rompere tutti questi legami e di ritirarmi in un monastero, come se in questo mondo esistessimo soltanto Dio e me”.1

   Mons. Bartolomeo ascoltò con attenzione la confidenza del Cardinale e rispose: “Posso solo plaudere a un desiderio così pio, perché conosco per esperienza i vantaggi e la sicurezza della vita nel chiostro. Tuttavia, la questione non sta nel modo più sicuro, ma nel modo designato da Dio. […] Vostra Eminenza non può, senza danneggiare gli interessi della Chiesa, abbandonare l’importante e arduo incarico al quale il Sommo Pontefice piacque elevarlo. […] Non abbandoni il posto al quale è stato chiamato, ma porti a buon termine quello che ha così bene iniziato”.2

   Persuaso che in questo consiglio si rivelava la volontà di Dio, il porporato lo seguì con sottomissione. E questa era, senza dubbio, la parola ispirata al fine di non privare il movimento della Controriforma dell’operato di uno dei suoi esponenti, nei giorni decisivi per il futuro della Chiesa.

Controriforma: un’impresa di fedeltà 

   Violente procelle si abbatterono sulla Chiesa nel corso del XVI secolo. Il meraviglioso edificio della Cristianità presentava ora crepe profonde, causate dalla debolezza dei suoi figli, e diventò bersaglio di attacchi il cui obiettivo era demolirlo.

   Il popolo fedele, fino ad allora unito in un unico gregge sotto l’egida di un solo pastore, udì attonito il grido di insubordinazione proferito da Lutero contro la Cattedra della Verità, in conseguenza del quale intere nazioni finirono per allontanarsi dall’ovile della Santa Sede. Non si trattava più di affrontare nemici esterni, ma cristiani impegnati a dividere la tunica inconsutile del Cattolicesimo.

   Presto altri personaggi come Calvino e Zwingli seguirono l’impetuoso monaco di Wittenberg nella predicazione di dottrine eretiche, a prima vista discrepanti tra loro. Tutte, però, miravano a raggiungere lo stesso obiettivo: “Gli innovatori religiosi concordavano solo sulla completa oppressione ed estirpazione del culto cattolico”.3

   Ora, in questo periodo cruciale nella Storia della Chiesa, sorse una miriade di eroi della Fede, caratterizzata da rinnovato amore per ciò che gli spiriti frivoli dell’epoca avevano disprezzato: il decoro della Sacra Liturgia, la frequente e corretta ricezione e distribuzione dei Sacramenti , la buona formazione dottrinale del clero e dei fedeli. Ma questi eroi, tra i quali non possiamo non menzionare Sant’Ignazio di Loyola, si distinsero particolarmente per un amore al papato portato alle estreme conseguenze, anche al prezzo del martirio.

Nascita accompagnata da segnali del cielo 

   San Carlo Borromeo occupò un posto di rilievo in questa fase, le cui mosse decisive sono in qualche modo condensate nella sua breve esistenza di quarantasei anni. Sulle spalle di questo giusto uomo, Dio sembra aver depositato gran parte delle preoccupazioni della Chiesa, e nel contempo colmato di benedizioni tutte le opere promosse dal suo zelo pastorale.

   Un bellissimo episodio riguarda la sua nascita, avvenuta la notte del 2 ottobre 1538. Situato nella città lombarda di Arona, sulle rive del bel Lago Maggiore, il castello della famiglia Borromeo fu improvvisamente illuminato da un bagliore proveniente dal firmamento, che rimase sul sito per varie ore. Diversi testimoni assistettero al fatto, come risulta nella bolla di canonizzazione del Santo: “Nella notte della nascita del bambino, il Signore manifestò lo splendore della sua futura santità con una luce intensa e straordinaria, che molte persone videro risplendere sopra le stanze della madre”.4

   Battezzato pochi giorni dopo nella stessa cappella del castello, il piccolo Carlo si distinse fin dagli anni della sua infanzia per una radicata propensione religiosa. A poco a poco cominciò a dar segni di possedere le virtù del suo nobile lignaggio, combinando in una personalità affabile i tratti di uno spirito retto, coerente, dotato di una stupefacente attitudine per il lavoro e per il governo.

   Giunto il tempo degli studi superiori, Carlo Borromeo partì alla volta di Pavia, dove studiò Diritto Ecclesiastico e Civile. Alla vigilia del conseguimento della laurea, una notizia giunse a trasformare la sua vita: eletto alla Cattedra di Pietro nel Conclave del 1559, suo zio materno Giovanni Angelo de’ Medici lo chiamava come consigliere nella direzione della Chiesa, nominandolo Cardinale-Diacono, prima ancora che fosse ordinato sacerdote.

“Angelo custode” di Pio IV e Arcivescovo di Milano

   Pio IV conosceva le virtù di suo nipote, che sono radici degli onori e nomine apparentemente eccessivi che non tardò a conferirgli. Nonostante Carlo Borromeo avesse accumulato cariche prestigiose, va riconosciuto che questo alla fin fine fu un raro esempio di nepotismo riuscito, poiché “fin dal primo giorno fu l’antitesi del tipo di cardinali-nipoti del Rinascimento, nella maggior parte dei casi degli autentici sfaccendati”.5 Si sa che la sua presenza dispiacque ad alcuni membri dell’entourage del Papa, perché “la severa forma di vita e i sentimenti interamente ecclesiali di Carlo non erano affatto conformi al gusto di queste persone”.6

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   Dopo un breve periodo di adattamento, il Cardinale Borromeo si lanciò sul front delle questioni vaticane, essendo nominato Segretario di Stato agli inizi del 1560. Nell’esercizio di questo incarico brillò talmente la sua virtù che, “con il tempo, le critiche sull’ascetismo di Carlo si placarono, perché il suo esempio aveva impressionato persino i diplomatici mondani”.7

   È difficile precisare quanto la sua presenza presso il Papa sia stata preziosa per la Chiesa, poiché oltre che un aiuto utile e sagace per ogni opera buona, era un uomo sacrificato che assumeva gli incarichi più ardui, le questioni più intricate, i problemi da cui gli altri si esimevano, sempre al di fuori di qualsiasi interesse personale, come un “angelo custode” in carne e ossa.

   Le descrizioni riguardanti la sua persona coincidono quanto ai tratti principali: “Un ragazzo magro, con un lungo naso aquilino, dal profilo non particolarmente bello, ma che causava un’impressione di serena fermezza , di efficienza, di lucido coraggio”.8 Fedele interprete dei desideri pontifici, bastava una decisione di Pio IV perché lui si mettesse in campo, disposto a compierla in maniera esimia.

   Tre anni dopo essere stato nominato Segretario di Stato, nel settembre 1563, San Carlo Borromeo fu ordinato sacerdote e, nel mese di dicembre, elevato alla dignità episcopale. Prima di allora, tuttavia, era stato nominato amministratore dell’Arcivescovado di Milano, già a quell’epoca la più grande giurisdizione ecclesiastica della penisola italiana.

   Il governo di questa arcidiocesi gli conferiva il grave obbligo di lavorare per la santificazione di un grande gregge, afflitto da ogni sorta di esigenze spirituali e materiali, a cui il Santo diede la precedenza su varie altre imprese di vasta portata. Tutto indica che questa inclinazione fosse in realtà un’ispirazione della grazia, poiché Dio sembra avesse depositato nel suo cuore le sue stesse preoccupazioni per la salvezza di quel gregge.

Le decisioni di Trento acquistano vita a Milano

   Nello stesso anno del 1563, la decisione pontificia di concludere il Concilio di Trento, iniziato diciotto anni prima sotto gli auspici di Paolo III, produsse uno scossone dentro e fuori la sfera ecclesiale. Le sessioni di questa grande assemblea diventarono uno strumento efficace per svelare e combattere gli errori del protestantesimo, attraverso una rinnovata e arricchita affermazione della dottrina cattolica.

   Tuttavia, circostanze diverse fecero sì che il Concilio si protraesse per molti anni, e i suoi decreti e conclusioni non potessero entrare efficacemente in vigore prima del suo termine. Pio IV percepiva chiaramente la gravità del problema e diede inizio alla sua ultima fase, confidando nell’infallibile assistenza dello Spirito Santo.

   Importante fu il ruolo esercitato da San Carlo Borromeo in questo contesto. Egli non andò a Trento, né operò come padre conciliare, sebbene l’elaborazione del monumentale Catechismo Romano sia stata sotto la sua direzione. Ciò nonostante, ebbe l’incarico di agire nelle alte sfere per rendere possibile la realizzazione delle ultime sedute e creare le condizioni affinché fossero pienamente rispettati in tutta la Chiesa i decreti dell’assemblea magna. Per raggiungere questo obiettivo, il suo impegno personale avrebbe avuto una grande influenza.

   Con la morte di Pio IV nel dicembre 1565 e l’elezione del domenicano Antonio Michele Ghislieri – nientemeno che San Pio V – nel mese di gennaio dell’anno seguente, il governo della Chiesa si trovava in ottime mani. Allora il Cardinale rese pubblica la decisione di trasferirsi nella sua arcidiocesi e in essa implementare la riforma tridentina. Un “nuovo Ambrogio” alla guida della arcidiocesi milanese.

   L’Arcidiocesi di Milano si distingueva già nel XVI secolo per un’antichissima e notevole tradizione: sarebbe stata fondata dall’Apostolo Barnaba, la cui santità ispirò molti dei suoi successori. Tra i trentacinque pastori di questa chiesa locale che furono canonizzati, spicca Sant’Ambrogio, il Dottore della Chiesa che dà il nome al rito proprio dell’arcidiocesi.

   Tuttavia, in occasione dell’insediamento del Cardinale Borromeo erano già passati ottant’anni senza che ci fosse un prelato residente nel suo territorio. Questa assenza aveva prodotto nei fedeli la sensazione di essere orfani, mitigata in qualche misura dall’assistenza dei successivi vicari episcopali.

   Il 23 settembre 1565 i milanesi, finalmente, si sentirono consolati per l’arrivo di un “nuovo Ambrogio” alla cattedra del loro Duomo. La popolazione accorse in massa nelle strade a ricevere il porporato che entrava in città montato su un cavallo bianco, moltiplicando intorno alla sua figura gli applausi di giubilo. Il Santo ricambiò l’accoglienza affermando, nel suo primo sermone nella cattedrale, che provava una vera gioia per il fatto di poter servire personalmente i suoi diocesani, preferendo mille volte la loro compagnia a qualsiasi magnificenza che la Città Eterna potesse offrirgli.

San Carlo Borromeo intraprese una gigantesca opera pastorale, volta a
trasformare completamente le strutture vigenti
San Carlo Borromeo
conduce il chiodo della Croce in processione e presiede un sinodo
diocesano, di Giovanni Battista della Rovere – Cattedrale di Milano

   Iniziò, allora, un promettente processo di rivitalizzazione della fede milanese o, forse, di irradiazione della fede del Vescovo nei fedeli. San Carlo Borromeo intraprese una gigantesca opera pastorale, allo scopo di trasformare completamente le strutture caduche o inappropriate vigenti. Convocò vari concili provinciali e sinodi diocesani, mise in pratica un piano destinato alla formazione del clero e si dedicò personalmente al bene delle anime. Con questo, l’arcidiocesi assunse via via una nuova fisionomia.

   Nonostante l’attività incessante svolta con questi obiettivi, il cardinale amava ripetere che le anime sono conquistate in ginocchio. In linea con questo principio, riconosceva che la vita interiore ben condotta è una condizione indispensabile per il successo di ogni opera evangelizzatrice: si confessava ogni giorno e faceva così tanti digiuni, veglie e penitenze, che Papa San Pio V “lo ammonì che non voleva che morisse a causa di tanta austerità”.9

Modello per l’Episcopato

   Nel giro di alcuni anni era percepibile come la grazia avesse ormai trasformato la diocesi a lui affidata, come osservò il Cardinale Gabriele Paleotti, che era venuto in città su invito del Santo: “O Milano, non so che dire di te, poiché quando considero i tuoi santi lavori e la tua devozione, penso di contemplare un’altra Gerusalemme, grazie alle fatiche e al sudore del tuo buon pastore”.10

   Tra le tante sfaccettature della santità di San Carlo Borromeo che hanno suscitato la devozione dei fedeli dalla sua dipartita per il cielo il 3 novembre 1584, quella che lo definisce meglio è di essere stato un Vescovo emblematico, un modello per tutti coloro che portano la sacra mitra nella Santa Chiesa di Dio.

   Infatti, l’organizzazione di una diocesi come quella che oggi concepiamo, con la sua struttura legislativa, amministrativa e pastorale, è frutto della riforma della chiesa ambrosiana, “che si sarebbe dimostrata non solo efficace ma anche estremamente esemplare”.11 In essa i pastori di rito latino poterono rispecchiarsi per organizzare le loro diocesi secondo lo spirito post-conciliare.

   Degno successore degli Apostoli, San Carlo Borromeo fa un elogio ai Dodici che può ben essere applicato a se stesso: “Nello stesso tempo in cui, con la luce della disciplina evangelica, illuminarono la faccia della terra avvolta nell’oscurità dell’errore, essi ci hanno anche lasciato l’esempio di come ripristinare l’ordine nel mondo”.12 (Rivista Araldi del Vangelo, Novembre 2017, n. 174, p. 32-35)

1 GIUSSANO, John Peter. The

Life of Saint Charles Borromeo.

London-New York:

Burns & Oates, 1884, vol.I,

p.42-43.

2 Idem, p.44.

3 PASTOR, Ludovico. Historia

de los Papas. En la época

de la Reforma y Restauración

Católica. Barcelona: Gustavo

Gili, 1960, vol.XV, p.28.

4 PAOLO V. Bolla del 1/11/1610,

apud PONS PONS, Guillermo.

San Carlos Borromeo.

Rasgos biográficos. Valencia:

Edicep, 2007, p.14.

5 REPETTO BETES, José

Luis. San Carlos Borromeo.

Obispo y Cardenal. In:

MARTÍNEZ PUCHE, OP,

José Antonio (Dir.). Nuevo

Año Cristiano. 3.ed. Madrid:

Edibesa, 2002, vol.XI, p.72.

6 PASTOR, op. cit., p.124.

7 Idem, p.136.

8 DANIEL-ROPS, Henri. A

Igreja da Renascença e da

Reforma. II – A reforma

católica. São Paulo: Quadrante,

1999, vol.V, p.123.

9 REPETTO BETES, op. cit.,

p.76.

10 GIUSSANO, John Peter. The

Life of Saint Charles Borromeo.

London-New York:

Burns & Oates, 1884, vol.

II, p.374.

11 REPETTO BETES, op. cit.,

p.78.

12 MANNING, Henry Edward.

Preface. In: GIUSSANO,

op. cit., vol.I, p.XVIII.

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