I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia

L’Eucaristia, l’Immacolata e il Sommo Pontefice!

San Zaccaria

San Zaccaria, da non confondere con l’omonimo padre di Giovanni Battista, è il penultimo dei profeti dell’Antico Testamento e, dopo Isaia, il più citato nel Nuovo, perché tra i suoi oracoli e visioni ci sono diversi brani messanici, come l’annuncio del Germoglio che «ricostruirà il tempio del Signore» e «riceverà la gloria»

Non va confuso con l’omonimo padre di Giovanni Battista. San Zaccaria è il penultimo dei profeti dell’Antico Testamento e, dopo Isaia, il più citato nel Nuovo. La sua missione profetica, così come quella del contemporaneo Aggeo, accanto al quale venne probabilmente sepolto, iniziò nel 520 a.C., cioè «nell’anno secondo di Dario» (Zc 1, 1), il celebre re di Persia.

Il suo ministero si svolse quindi dopo la fine dell’esilio babilonese (597-538 a.C.), negli anni della ricostruzione del tempio, che occupa un posto di rilievo nelle sue esortazioni al popolo e ancor di più in quelle di Aggeo. Il tempio è il centro di irradiazione della salvezza, che si estenderà oltre i confini di Israele a «popoli numerosi e nazioni potenti» che cercheranno e supplicheranno il Signore, mentre severi ammonimenti sono rivolti a coloro che Lo combattono.

Tra le visioni e gli oracoli di Zaccaria ci sono diversi brani messianici, come l’annuncio del Germoglio (una prefigurazione di Gesù Cristo, di stirpe davidica secondo la carne) che «ricostruirà il tempio del Signore» (nello specifico il suo Corpo risorto, come spiegherà il discepolo prediletto in Gv 2, 18-22) e «riceverà la gloria». La salvezza che si compirà grazie al Messia è poi esaltata nel famoso passaggio richiamato nei Vangeli e riguardante l’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme, preludio della sua santa Passione: «Esulta grandemente, figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina» (Zc 9, 9). Qui raggiungono il vertice le promesse per i fedeli che lo amano («come gemme di un diadema brilleranno sulla sua terra») e viene preannunciata la grazia che sarà donata a chi si nutrirà dell’Eucaristia: «Il grano darà forza ai giovani e il vino nuovo alle fanciulle».

Seguono lo sdegno divino verso i falsi pastori e anche verso quelle pecore che «mi detestavano», nonostante Lui le avesse guidate con misericordia. C’è pure il riferimento alle trenta monete d’argento con cui «i mercanti di pecore» valutarono la parola di Dio (Zc 11, 12-13), lo stesso prezzo del tradimento di Giuda. Gli ultimi capitoli sono ricchi di profezie su Israele culminanti in un annuncio di conversione a Cristo («guarderanno a me, colui che hanno trafitto. Ne faranno il lutto come si fa il lutto per un figlio unico, lo piangeranno come si piange il primogenito») e di immagini apocalittiche, aventi a tema il giorno del Giudizio (quando «il monte degli Ulivi si fenderà in due») e l’instaurazione del regno dei Cieli: «Verrà allora il Signore, mio Dio, e con lui tutti i suoi santi».

SANTA TERESA DI CALCUTTA E LA SANTISSIMA EUCARISTIA


Madre Teresa di nel 1989 a New York (USA) disse: “Dovunque vado nel mondo intero, la cosa che mi rende più triste è guardare la gente ricevere la Comunione sulla mano”.

Scrive il Cardinale Sarah a tal riguardo:
Santa Madre Teresa di Calcutta, religiosa eccezionale che nessuno oserebbe trattare da tradizionalista, fondamentalista o estremista, la cui fede, santità e dono totale di sé a Dio e ai poveri sono da tutti noti, aveva un rispetto ed un culto assoluto verso il Corpo divino di Gesù Cristo. Certamente, ella toccava quotidianamente la “carne” di Cristo nei corpi deteriorati e sofferenti dei più poveri dei poveri. Eppure, riempita di stupore e di rispettosa venerazione, Madre Teresa si asteneva di toccare il Corpo transustanziato del Cristo; piuttosto ella lo adorava e lo contemplava silenziosamente, rimaneva per lungo tempo in ginocchio e prostrata davanti a Gesù Eucaristia. Inoltre, ella riceveva la Santa Comunione nella sua bocca, come un piccolo bambino che si lasciava umilmente nutrire dal suo Dio.
La Santa si rattristava ed era in pena allorché vedeva i cristiani ricevere la Santa Comunione nelle loro mani. In più ella affermò che, secondo quanto era di sua conoscenza, tutte le sue sorelle ricevevano la Comunione soltanto sulla lingua. Non è questa l’esortazione che Dio stesso rivolge a noi: «Sono io il Signore tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto; apri la tua bocca, la voglio riempire»? (Ps 81,11).

XXIII Domenica del tempo ordinario – Anno B.

Gesù che guarisce il sordo

Vangelo

In quel tempo, 31 Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidone, venne verso il Mare di Galilea in pieno territorio della Decapoli. 32 Gli portarono un sordomuto e Lo pregarono di imporgli la mano. 33 Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; 34 guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: “Effatà” cioè: “Apriti!” 35 E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. 36 E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più Egli lo proibiva, più essi lo proclamavano 37 e, pieni di stupore, dicevano: “Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!” (Mc 7, 31-37).

I sordi sentono, i muti parlano

Un fatto apparentemente comune tra i numerosi miracoli operati dal Signore in Israele, ma con considerevole didattica, ci insegna la necessità e i mezzi per guarire dalla nostra sordità e mutismo spirituali.

I – Presupposti per una migliore comprensione del testo

I testi sacri, in particolare i Vangeli, sono ricchissimi di contenuto e molto più si prestano alla meditazione e ad approfondimenti che a una lettura affrettata. I versetti di San Marco scelti per questa 23ª Domenica del TempoOrdinario sembrano costituire la semplice narrazione di un altro dei numerosi miracoli di Gesù. Tuttavia, le lezioni in essi contenute sono tali da condurre alla santità chiunque si applichi a comprenderle, amarle e viverle con perfezione.

La narrazione di San Marco

L’episodio narrato nel Vangelo si svolge in terre pagane, poiché la furia dei farisei, oltre alla cattiveria persecutoria di Erode, assassino di Giovanni Battista, aveva portato Gesù a porSi al di fuori della giurisdizione di questi e lontano dalla portata di quelli. Nostro Signore aveva abbandonato i confini di Tiro e Si dirigeva al Mare della Galilea, attraverso Sidonia. Così, evitò di creare un centro determinato per le sue predicazioni e arrivò persino a diradarle. Ma la fama dei suoi miracoli Gli rendeva impossibile passare inosservato, poiché il suo Cuore, tutto fatto di misericordia, non resisteva a qualunque malato Gli si presentasse, attirando a ogni passo la folla che sgomitava per assistere alle guarigioni da Lui operate e sentire le sue parole di vita eterna. Il fatto in questione è narrato esclusivamente da San Marco, e si armonizza in maniera sapienziale con tutto il resto delle parole utilizzate lungo la Liturgia di questa domenica.

Le letture proprie di questa giornata

Nell’universo, troviamo riflessi di Dio sparsi perfino nelle più insignificanticreature, ma in Gesù ci imbattiamo con la divinità nella sua sostanza. Tuttoin Lui ha una molteplicità di significati portata all’infinito, che ci invita sempre a salire per analizzare le sue parole, gli atteggiamenti e persino i gesti, attraverso punti di vista più elevati. Non sono state scelte a caso queste letture e il Salmo Responsoriale.

Nella prima lettura (Is 35, 4-7a), Isaia incita alla fortezza e alla fiducia totale in Dio, enumerando alcuni dei miracoli che sarebbero stati operati come prove irrefutabili della determinazione di Dio a salvarci. In questi quattro versetti traspare l’impegno del profeta a farci comprendere gli aspetti soprannaturali dei miracoli del Signore.

Gesù guarisce gli infermi per dar prova della sua divinità, e anche per alleviarli dai dolori, per compassione di quelli che soffrono. Inoltre, ci insegna quanto le malattie e il suo potere di guarirle siano riflessi di una realtà molto superiore: quella delle relazioni degli uomini con Dio e viceversa. “Il Signore ridona la vista ai ciechi, il Signore rialza chi è caduto, il Signore ama i giusti” (Sal 145, 8), si canta  nel Salmo Responsoriale.

La seconda lettura (Gc 2, 1-5) prepara il nostro spirito a un’esatta impostazione rispetto all’insieme degli insegnamenti contenuti nel testo liturgico di quest’oggi: “la vostra fede nel Signore nostro Gesù Cristo, Signore della gloria, sia immune da favoritismi personali” (Gc 2, 1). Ossia, lanostra condotta durante la vita terrena deve esser regolata in funzione della gloria eterna; siamo qui di passaggio e abbiamo bisogno di abituarci ai concetti della nostra vera Patria, il Cielo. Per quanto l’importanza socialee umana di questi o di quelli ci obblighino, per educazione, a usare un’equilibrata deferenza, il nostro vero amore e considerazione del prossimo saranno perfetti solo se praticati in funzione della virtù esistente negli altri. È fondamentale essere “ricchi nella fede ed eredi del Regno, promesso a quelli che Lo amano” (Gc 2, 5).

Gesù guarisce vari malati

II – La guarigione del sordomuto

È dall’alto di questo punto di vista della fede che dobbiamo analizzare e assimilare le verità e le lezioni contenute in questo Vangelo.

“Gli portarono…”: l’apostolato laico

In quel tempo, 31 Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidone, venne verso il Mare di Galilea in pieno territorio della Decapoli. 32a Gli portarono un sordomuto…

Se questo sordomuto non fosse stato condotto da altri presso Gesù, probabilmente non avrebbe recuperato la parola e l’udito. È commovente incontrare nel Vangelo – e con frequenza – menzione alla sollecitudine del popolo giudeo verso i bisognosi, a volte incapaci di muoversi con le loro proprie forze. Arrivavano a introdurli dal tetto all’interno della casa dove Si trovava il Messia (cfr. Lc 5, 17-20); o gettavano ai suoi divini piedi una grande quantità di zoppi, ciechi, muti, storpi, ecc. (cfr. Mt 15, 30); o, in casi estremi, li conducevano in barelle e li collocavano nelle piazze affinché potessero toccare le sue vesti, perché in questo modo sarebbero guariti (cfr. Mc 6, 55-56). Se non ci fosse stato questo apostolato collaterale, Gesù non avrebbe operato quei miracoli…

Il Signore vuole l’apostolato esercitato dalla Gerarchia e così è stata costituita la sua Chiesa. Eppure, non solo approva ma anche desidera che i movimenti laici agiscano in collaborazione con l’autorità ecclesiastica. Nonerano gli Apostoli e nemmeno i discepoli gli strumenti utilizzati per portare i bisognosi al Maestro. In questo episodio traspare il vero ruolo dei movimenti laicali, che Giovanni Paolo II tanto ha fatto per strutturare, proteggere e promuovere, e di cui è giunto ad affermare che erano “la risposta, suscitata dallo Spirito Santo, a questa drammatica sfida di fine millennio”.1

Piazza San Pietro

I laici non devono mai dimenticarsi dell’essenza, della forza e dell’obiettivo del loro apostolato: condurre tutti ad approssimarsi a Cristo, per toccarLo o per lo meno vederLo. Egli è Colui che dà la crescita, di modo che “né chi pianta né chi irriga vale qualcosa, ma solo Dio, che fa crescere” (I Cor 3, 7). Sarà sterile ogni apostolato che non porti gli altri ad avere un contatto con Gesù, poiché è solamente da Lui che procede la virtù risanatrice e salvifica.Per questa ragione, il lavoro apostolico sarà efficace se saranno condotti alla vita sacramentale quanti la Provvidenza colloca sulla nostra strada. Questo altissimo compito può essere esercitato attraverso la preghiera, la parola, l’esempio e l’azione diretta.

E il miglior mezzo a tale fine è fare tutto attraverso la Madonna, come ci insegnano la Chiesa e tanti Santi, in particolare, San Luigi Maria Grignion de Montfort.

Un sordomuto

32b …e Lo pregarono di imporgli la mano.

Si capisce, dalla continuazione della narrazione, che si trattava di un’infermità contratta, e non congenita, poiché, quando la lingua gli si sciolse, cominciò a parlare “correttamente”; pertanto, aveva imparato a conversare dall’infanzia. Anche se è raro, questo trauma dell’impedimento della normale locuzione a volte si stabilisce in questi o quelli, costituendo un tormento per le loro vittime. In questo caso del Vangelo, inoltre, il poveruomo era sordo e, secondo molti esegeti, questi due problemi hanno avuto una sola origine e sono sorti in concomitanza dopo un’infezione o una qualsiasi altra malattia.

Le Scritture Sacre possiedono, oltre al senso letterale, numerosi altri significati spirituali. Succede anche per questo miracolo narrato da San Marco. Come fatto concreto, esso rappresenta un ulteriore elemento per fortificare i fondamenti della nostra fede in Nostro Signore. Ma, da un punto di vista simbolico, come interpretano i Santi Padri, la sordità rappresenta l’indurimento dell’anima che non sente ormai più la voce dellagrazia, la chiamata di Cristo; mentre la mutezza rappresenta la dimenticanza o il rilassamento nel lodare Dio. Non di rado, il Salvatore stesso è arrivato a lamentarSi degli Ebrei che, avendo un udito normale, non sentivano.

Il sordo di Dio

Sentire la voce di Dio è assumere l’atteggiamento di Samuele, “Parla, Signore, perché il tuo servo Ti ascolta!” (I Sam 3, 9), o quello di San Paolo sulla via di Damasco (cfr. At 9, 6), o quello di tanti altri. In senso opposto, il peccatore, a causa del frastuono delle sue passioni, finisce per diventare sordo agli appelli di Dio, giungendo perfino a dimenticarsi dei messaggi soprannaturali ricevuti in passato. La sordità simbolizza tutta l’insensibilità dell’anima nel suo rapporto con il Creatore.

Numerosi sono i mezzi con cui Dio cerca di entrare in contatto con noi. Prima di tutto con l’ordine della creazione visibile (cfr. Rm 1, 20); successivamente attraverso i fatti palpabili e tangibili prodotti dalla provvidenza naturale e soprannaturale, sui quali il Libro della Sapienza ci insegna meravigliosamente (cfr. Sap 10–11). Dio parla agli uomini attraversoil Magistero infallibile della Santa Chiesa, come anche per tocchi sensibili della grazia o con la voce della coscienza. La Sapienza, come dichiara la Scrittura, “nel farsi conoscere previene coloro che la desiderano. Chi si alza di buon mattino per cercarla non si affaticherà, la troverà seduta alla sua porta” (Sap 6, 13-14). Ossia, Dio sta in ogni istante chiamandoci a partecipare alla sua gloria e felicità eterne.

“Le mie pecore ascoltano la mia voce” – ha detto Gesù – “e Io le conosco edesse Mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano” (Gv 10, 27-28). Ecco il segno inconfondibile per sapere chi è di Dio e chi non lo è: “Chi è da Dio ascolta le parole di Dio” (Gv 8, 47), ha detto anche Nostro Signore, dopo aver affermato che erano i farisei, figli del demonio (cfr. Gv 8, 44).

È più sensibile a Dio chi Lo ama intensamente, proprio come troviamo sempre in San Giovanni: “Se uno Mi ama, osserverà la mia parola” (Gv 14, 23).

Purtroppo, la sordità spirituale è molto più generalizzata oggigiorno che inaltre epoche storiche. Anche tra gli stessi battezzati. Un infinito numero di anime ha le orecchie indurite alla Parola di Dio, sia per mancanza di formazione, sia per la penuria di preghiera. Quanti sono gli atei pratici chenon pregano mai! Tuttavia, per ricevere una comunicazione proveniente dall’eternità, basta porsi in stato di contemplazione. Chi non procede così, difficilmente discernerà, nel frastuono e nelle afflizioni del mondo moderno, la voce della grazia. Ed è necessario non dimenticarci del consiglio della Scrittura: “Oggi, se udite la sua voce, non indurite i vostri cuori” (Eb 3, 7-8).

Il mutismo spirituale

Esser muto nell’ordine dello spirito, secondo i Padri della Chiesa, consiste nel silenzio di chi avrebbe l’obbligo di glorificare Dio. Terribile è questo male – e quasi sempre conseguenza del precedente –, poiché, anche se nonfossimo stati elevati all’ordine soprannaturale, per il semplice fatto di essere creature di Dio, avremmo il dovere di riportare a Lui ogni onore e gloria, proprio come ci dice Davide: “I cieli narrano la gloria di Dio, l’opera delle sue mani annuncia il firmamento” (Sal 18, 2).

Tuttavia, noi, in quanto battezzati, siamo figli di Dio e non mere creature, per questo ci compete l’incarico di dare pubblica testimonianza della grandezza della nostra Religione e di Cristo Gesù, in particolare, poiché Egli ha il diritto di vedere il suo splendore manifestato tutti i giorni. È questo uno dei mezzi fondamentali per attrarre coloro che ancora non Lo conoscono e infervorare quelli che già hanno abbracciato le sue vie.

Questo obbligo è così grave, che se dovessimo scegliere tra morire o rinnegare Cristo, sarebbe indispensabile optare per il martirio. Perché siamo così coraggiosi per difendere i nostri interessi personali e così codardi in relazione a quelli di Dio? “Dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuocuore” (Mt 6, 21). Questa è la principale ragione del mutismo di spirito, ossia, la mancanza dell’amore a Dio. “Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro” (Mt 6, 24). Se il nostro amore a Gesù, per mezzo di Maria, sarà pienissimo al punto da sostituire il nostro egoismo, non saremo mai muti per glorificarLo.

“Lo prese in disparte, lontano dalla folla”: il raccoglimento

33a Lo prese in disparte, lontano dalla folla…

Certe infermità, soprattutto le più gravi, esigono un trattamento ospedaliero. In maniera analoga succede col processo di guarigione dei portatori di alcuni vizi spirituali, ossia, è necessario allontanarli dalla moltitudine, toglierli dal trambusto e dall’agitazione. Il raffreddamento della nostra vita di preghiera e l’abbandono della pratica della Religione danno libero sfogo alle nostre passioni disordinate, le cattive abitudini invadono la nostra intelligenza e la nostra volontà, la Legge di Dio finisce per diventare sempre più pesante, infine, finiamo per essere sordi a Dio e muti per la sua gloria. Sarà utile,  forse persino indispensabile in queste circostanze, prendere le distanze, raccogliersi in un certo modo, per consegnarsi nelle mani di Gesù ed essere da Lui miracolati.

Gesù che guarisce il sordo

Il ruolo dei simboli e delle cerimonie

33b …gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; 34 guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: “Effatà” cioè: “Apriti!” 35 E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente.

Ci insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica: “Nella vita umana, segni e simboli occupano un posto importante. In quanto essere corporale e spirituale insieme, l’uomo esprime e percepisce le realtà spirituali attraverso segni e simboli materiali. In quanto essere sociale, l’uomo ha bisogno di segni e di simboli per comunicare con gli altri, per mezzo del linguaggio, di gesti, di azioni. La stessa cosa avviene nella sua relazione conDio”.2

Gesù ha posto le sue divine dita nelle orecchie del sordo per rafforzare la fede dell’infermo e render chiaro quanto Egli fosse l’Autore della guarigione, come se gli dicesse: “In questi tuoi due organi uditivi si trova il tuo male. Io ti guarirò!”.

Usa la sua saliva divina per toccare la lingua del muto, facendolo partecipare alla sua stessa salute e ordinamento fisico. E con l’imperio del Creatore, pronuncia la parola efficace: “Apriti!”.

Procedendo così, Nostro Signore ci dimostra quanto ama i simboli, poiché avrebbe potuto realizzare questo miracolo con una semplice determinazione della sua volontà, senza nessun segno esteriore. Qui comprendiamo bene la solidità e penetrazione dell’insegnamento accompagnato dalle cerimonie e quanto non sia saggio semplificarle e ancora meno eliminarle.

La perfezione risveglia l’ammirazione

36 E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più Egli lo proibiva, più essi lo proclamavano 37 e, pieni di stupore, dicevano: “Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!”

Egli fece mantenere il silenzio riguardo la meraviglia da Lui operata, poiché Si spostava in maniera discreta, non desiderando richiamare l’attenzione di nessuno. Invece, si verificò esattamente il contrario. Gesù diventò oggetto di ammirazione per il fatto di manifestare la perfezione in tutto quello che faceva. Ecco una grande lezione per i giorni di oggi. Qui è la formula infallibile per gli uomini che delirano in cerca di ammirazione: fare bene tutte le cose.

III – Applicazione

I grandi predicatori di un tempo, commentando questo passo del Vangelo, con frequenza stabilivano una connessione tra le infermità fisiche e spirituali, invitando i fedeli alla conversione, in modo veemente. Al mondo odierno ben si potrebbe applicare una metafora: “Sordi per ascoltare la verità e muti per glorificare Dio”. Una grande maggioranza di persone ha, attualmente, le orecchie aperte e sensibili a quasi tutto ciò che non sia di Dio: immoralità, blasfemie, ateismo, scandali, ecc.; e molte volte chiusi o induriti agli avvisi, esempi e consigli diretti alla santità. E cosa pensare dell’uso della lingua in questo inizio di millennio? Molto spesso consiste nel proferire peccati, iniquità, bestemmie, diffamazioni, calunnie, bugie, ecc., quando in realtà riceviamo da Dio il dono della parola per proclamarela sua grandezza, onore e gloria!

L’umanità si trova a essere più sorda e più muta di tutti gli storpi di parola e udito esistenti ai tempi della vita pubblica di Nostro Signore. Quanto necessaria è l’intercessione di Maria per ottenere da Gesù il ritorno dell’udito e dell’espressività degli aurei tempi della Storia, nei quali gli uomini cantavano la gloria di Dio non solo con le parole, gesti e atteggiamenti, ma anche attraverso le melodie e tutte le arti!
Madonna della Misericordia

1) GIOVANNI PAOLO II. Discorso ai partecipanti al Congresso

Mondiale dei Movimenti Ecclesiali, del 27/5/1998.

2) CCE 1146.

Santa Teresa di Calcutta

«Di sangue sono albanese. Ho la cittadinanza indiana. Sono una monaca cattolica. Per vocazione appartengo al mondo intero. Nel cuore sono totalmente di Gesù». La migliore presentazione di santa Teresa di Calcutta (1910-1997), per tutti Madre Teresa, non poteva che darla lei stessa. Passava almeno tre ore al giorno in preghiera e adorazione del Santissimo Sacramento, sorgente di tutta la sua carità

«Di sangue sono albanese. Ho la cittadinanza indiana. Sono una monaca cattolica. Per vocazione appartengo al mondo intero. Nel cuore sono totalmente di Gesù». La migliore presentazione di santa Teresa di Calcutta (1910-1997), per tutti Madre Teresa, non poteva che darla lei stessa, la piccola suora che dilatò il suo cuore fino ad abbracciare ogni uomo come suo prossimo. Quando le veniva chiesto quale fosse il segreto di tanta carità, ricordava sempre di guardare e attingere alla sorgente: Dio. Spiegava il concetto con una celebre similitudine. «Quando si legge una lettera, non si pensa alla matita con cui essa è stata scritta. Si pensa a colui che ha scritto la lettera. È esattamente questo ciò che io sono nelle mani di Dio: una piccola matita. È Dio, Lui in persona, che scrive a modo suo una lettera d’amore al mondo, servendosi della mia opera».

Al secolo Agnese Gonxha Bojaxhiu, era nata a Skopje (oggi capitale della Macedonia) da genitori albanesi, che amavano il Rosario e aiutavano i bisognosi. «Quando penso a mia mamma e a mio papà, mi viene sempre in mente quando alla sera eravamo tutti insieme a pregare […]. Vi posso dare un solo consiglio: che al più presto torniate a pregare insieme, perché la famiglia che non prega insieme non può vivere insieme», ricorderà lei. Rimase orfana del padre a soli otto anni e da maggiorenne decise di entrare tra le Suore di Loreto. Qualche mese più tardi fu mandata in India, dove assunse il nome religioso di Teresa in onore di santa Teresa del Bambin Gesù.

Dopo aver professato i primi voti, insegnò per circa 17 anni in un collegio di Calcutta (1931-1948), divenendone pure la direttrice, ma verso la fine di quel periodo un fatto cambiò la sua vita. La sera del 10 settembre 1946, mentre viaggiava in treno, sentì una chiamata nella chiamata: «Quella notte aprii gli occhi sulla sofferenza e capii a fondo l’essenza della mia vocazione […]. Sentivo che il Signore mi chiedeva di rinunciare alla vita tranquilla all’interno della mia congregazione religiosa per uscire nelle strade a servire i poveri. Era un ordine. Non era un suggerimento, un invito o una proposta». Decise così di lasciare il convento e nel 1948, ottenuto il benestare della Santa Sede, iniziò con cinque rupie la sua vita solitaria al servizio dei «più poveri tra i poveri». Due anni più tardi, seguita da 12 ragazze, fondò le Missionarie della Carità. Il loro numero crebbe così rapidamente che già nel 1953 dovettero spostarsi in una nuova sede, messa a disposizione dall’Arcidiocesi di Calcutta.

Bambini e anziani disabili, barboni, lebbrosi, malati mentali, orfani, prigionieri, prostitute, ragazze madri, tossicodipendenti, uomini e donne di ogni religione: tutti gli esclusi e che si sentivano non amati dalla società iniziarono a trovare conforto fisico e spirituale nella congregazione di Madre Teresa, da lei dedicata «al Cuore Immacolato di Maria, causa della nostra gioia e Regina del mondo, perché è nata su sua richiesta e grazie alla sua continua intercessione si è sviluppata e continua a crescere». Attraverso Maria, la santa voleva portare Cristo ai poveri e i poveri a Cristo. Un moribondo – che lei aveva amato, curato e ripulito dai vermi – le disse un giorno: «Ho vissuto come un animale per la strada, ma sto per morire come un angelo». Insegnava a orientare le proprie azioni di carità a partire dalle persone della nostra famiglia, «quelli che vivono vicino a me» e che sono «poveri», ma «non per mancanza di pane» bensì perché non cercano Dio.

Parlò della necessità di mettere Cristo al centro della nostra vitapure nel memorabile discorso del 1979 alla cerimonia di consegna del Nobel per la pace, quando usò tra l’altro parole nette sul dramma dei bambini uccisi attraverso l’aborto: «Sento che oggi il più grande distruttore di pace è l’aborto, perché è una guerra diretta, un’uccisione diretta – un omicidio diretto da parte della stessa madre. […] Perché se una madre può uccidere il suo proprio figlio, non c’è più niente che impedisce a me di uccidere te e a te di uccidere me». Non mancò di ricordare l’immoralità della contraccezione e la liceità dei metodi naturali, sempre avendo bene a mente la bellezza dei disegni divini sull’uomo.

L’inesauribile suora con il sari bianco a strisce azzurre passava almeno tre ore al giorno in preghiera e adorazione del Santissimo Sacramento, che erano il motore di tutta la sua carità. Contemplativa e operosa. Perciò una volta, incontrando l’allora giovane padre Angelo Comastri, gli chiese quante ore pregasse al giorno. Di fronte alla sorpresa del futuro cardinale, che si aspettava un’esortazione ad amare più i poveri, Madre Teresa gli spiegò con i suoi occhi penetranti: «Figlio mio, senza Dio siamo troppo poveri per poter aiutare i poveri! Ricordati: io sono soltanto una povera donna che prega».

La Vita e la Storia di Santa Rosa da Viterbo

Rosa nasce a Viterbo nell’anno 1233, il contesto storico entro cui la giovane Santa opera vede l’Imperatore Federico II impegnato ad ottenere il controllo di Viterbo a discapito dello Stato della Chiesa.
In quel periodo le strade della città si prestano da scenario a cruenti combattimenti tra fazioni rivali (guelfi e ghibellini), con assedi, eserciti e trattati di pace non rispettati.
I genitori di Rosa, Caterina e Giovanni, hanno modeste origini ed educano la bambina nell’amore e nel rispetto di Dio, seguendo gli insegnamenti di San Francesco d’Assisi.
La casa dove vive la giovane con i propri genitori è situata vicino al Monastero delle Clarisse (tutt’ora esistente) dove Rosa cerca di entrare,ma provenendo da una famiglia povera,questo le viene negato, decide allora di operare tra le vie di Viterbo come terziaria, conducendo una vita di penitenza e di carità verso i poveri ed i malati.

Franci Cele
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VOYAGER SPECIALE SANTA ROSA VITERBO

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Rosa professa apertamente la pace girando per le vie della città di Viterbo, con il Crocifisso e con altri segni di pietà. Questo suo modo di predicare, in un tempo in cui imperversano aspre lotte fra opposte fazioni politiche, divide gli animi dei cittadini,così l’Imperatore decide di bandirla con tutta la sua famiglia.
Rosa durante l’esilio vive prima a Soriano nel Cimino e poi a Vitorchiano e rientra a Viterbo solo dopo la morte di Federico II (1250).
Rosa nasce con una rarissima e grave malformazione fisica caratterizzata dalla assoluta mancanza dello sterno, sostituito dalla natura da un piastrone fibroso, malattia oggi denominata “agenesia totale dello sterno” che di solito porta il soggetto ad una morte precoce entro i primi tre anni di vita, in quanto lo scheletro non riesce a sostenere il corpo. La giovane Rosa, invece,muore nel 1251 all’età di 18 anni.
Viene sepolta nella nuda terra del cimitero della sua parrocchia di Santa Maria in Poggio detta oggi Crocetta. Da quel giorno sono stati molti e continui i miracoli ottenuti dai fedeli che si sono recati sulla sua tomba per pregare.
Guarigioni da cecità, da cadute, da malattie gravi. Nel 1252, dopo circa 18 mesi dalla Sua morte, visto il notevole afflusso di gente sulla sua povera tomba ed il clamore sempre più crescente per i prodigi ed i miracoli ottenuti dai fedeli, le Autorità Cittadine ed il Clero chiedono al Papa Innocenzo IV di promuovere il processo di canonizzazione di Rosa.
Il Pontefice acconsente ed ordina la riesumazione del corpo disponendone la preventiva e canonica ispezione, secondo gli usi del tempo.
Il Corpo della Santa appare miracolosamente incorrotto e perfino le rose con le quali era stata inghirlandata alla sua morte, apparvero ancora fresche e profumate.
Viene allora deciso di darle più onorata sepoltura all’interno della chiesa di Santa Maria in Poggio dove vi rimane per sei anni.
Nel 1254 il Papa, Alessandro IV, non sentendosi più sicuro a Roma, teatro di tumulti tra le varie famiglie in lotta per il predominio sul territorio, decide di trasferire la Sede Papale a Viterbo (Viterbo verrà in seguito denominata Città dei Papi), cosa che realizza nel 1257.
Dopo qualche tempo dalla sua venuta sogna Rosa per ben tre volte. In queste apparizioni la giovane  dice al Papa di far trasferire il proprio Corpo nel vicino Monastero delle Clarisse, dove in vita aveva inutilmente chiesto di potere entrare.
Il 4 settembre del 1258, dopo la terza apparizione, il Papa, resosi conto che la figura che sognava e che gli parlava era veramente Rosa e considerando l’evento straordinario, accompagnato dai cardinali in una solenne processione, trasferisce il corpo incorrotto di Rosa nella vicina Chiesa delle Clarisse, affidandone a loro la custodia ed il culto.
Il corpo della giovane viene chiuso in una preziosa urna con un’anta apribile in modo tale che i fedeli possano baciare la sua mano. Nel 1357 a causa di una candela caduta, scoppia un incendio all’interno della cappella dove è custodita la giovane.
L’urna viene completamente consumata dalle fiamme, come pure le vesti di Rosa e tutti i documenti e gli ornamenti che sono lì conservati, ma il suo Corpo rimane assolutamente indenne, solo annerito.
Dopo più di 750 anni dalla Sua morte, recandosi nel bellissimo Santuario dedicato a Santa Rosa, è possibile vederla, perché il suo prezioso Corpo, custodito con amorevole cura dalle suore del Monastero è tutt’ora incorrotto.
Sono ben conservati il Sacro Cuore, gli organi interni, le masse muscolari e lo scheletro con ossa tutte in connessione anatomica. I viterbesi, suoi devoti concittadini, onorano ogni anno, fin dal lontano 1258 la loro amata Rosa, con dei festeggiamenti che uniscono popolo e autorità in una unica voce e in un unico sentimento di fede.
Nel pomeriggio del 2 settembre viene svolta una solenne processione, il corteo storico di Viterbo in onore di Santa Rosa,con circa 300 figuranti in bellissimi costumi d’epoca tipici delle cariche civili ed ecclesiastiche più importanti della vita del Comune, accompagna il Sacro Cuore della Santa per le vie della Città di Viterbo.
La sera del 3 Settembre (dalle ore 21,00) viene effettuato,in onore della Santa” il trasporto della “Macchina di Santa Rosa” una torre di circa 30 metri pesante 50 quintali che viene portata a spalla da circa cento uomini denominati “facchini di Santa Rosa” in un percorso di un chilometro e duecento metri, lungo alcune vie del centro storico di Viterbo.
Per maggiori informazioni circa il trasporto della Macchina di Santa Rosa e sul corteo storico e sulle manifestazioni e gli eventi correlati consultate le apposite sezioni nel menù Santa Rosa.
Evviva Santa Rosa da Viterbo la Santa Patrona della Città.

Santa Rosalia

«La Santuzza» aveva circa 15 anni quando un nobile, attratto dalla sua bellezza, l’aveva chiesta in sposa. Il giorno prima delle nozze, mentre si specchiava, vide riflessa l’immagine di Gesù sofferente. Capì che doveva lasciare tutto e si ritirò a vivere prima in un monastero e poi da eremita, consacrandosi interamente a Dio

Sul Monte Pellegrino, il promontorio simbolo di Palermo, si trova un santuario ricavato all’interno di una grotta naturale trasudante acqua. È lì che santa Rosalia (c. 1130-1170), per i palermitani «la Santuzza», visse l’ultima fase della sua vita terrena. La tradizione riferisce che Rosalia era nata in una famiglia dell’alta nobiltà, e cioè dal conte Sinibaldo de’ Sinibaldi e da Maria Guiscardi, la quale aveva stretti legami di parentela con la dinastia normanna degli Altavilla. La fanciulla venne cresciuta nella fede cristiana ed educata tra la villa paterna e la corte di Ruggero II. Era molto bella e intorno ai 15 anni un nobile di nome Baldovino la chiese in sposa. Il giorno prima delle nozze, mentre si specchiava, vide riflessa l’immagine di Gesù sofferente, come sarà rivelato alla serva di Dio Maria Roccaforte (1597-1648), una mistica benedettina di Bivona (provincia di Agrigento), che era devotissima di Rosalia e per conoscerne la vita aveva offerto preghiere e digiuni alla Madonna.

La giovane comprese chiaramente la volontà di Dio su di lei. Si ripresentò al Palazzo Reale con le trecce tagliate, declinò l’offerta di matrimonio, rese nota la sua vocazione e lasciò tutto, ritirandosi nel vicino monastero basiliano del Santissimo Salvatore. Le continue visite dei genitori e dell’ex promesso sposo, che cercavano di dissuaderla, la convinsero che era giunto il tempo di lasciare Palermo. Consegnò alle monache una lettera in greco e una croce di legno e trovò rifugio nei possedimenti paterni a Santo Stefano Quisquina, distante un’ottantina di chilometri dal capoluogo siciliano, presso una grotta che aveva visitato in tenera età. Visse in quell’antro per sette anni, dedicandosi alla penitenza e alla contemplazione di Dio. Ma dopo essere stata scoperta da alcuni abitanti del luogo cambiò rifugio e per altri cinque anni dimorò in una caverna sul Monte delle Rose, nel territorio di Bivona.

Trascorsi in tutto 12 anni, l’ancora giovane Rosalia fece ritorno nella sua Palermo stabilendosi fino al giorno della sua nascita al Cielo, un 4 settembre (intorno al 1170), nella già citata grotta sul Monte Pellegrino, dove si trovava una piccola chiesa in stile bizantino retta da monaci benedettini. Il suo culto iniziò presto ed è attestato da almeno il 1196, in un Codice appartenuto presumibilmente a Costanza d’Altavilla, nonché in un’antica tavola lignea e in un altare del XIII secolo. Palermo le dedicò pure due cappelle, ma nel tempo la sua venerazione andò affievolendosi, fino a uno straordinario ritorno di fiamma nel 1624. Fu allora che la Provvidenza volle rischiarare le virtù di quella sua umilissima figlia, che aveva scelto di vivere nel nascondimento per consacrarsi interamente a Dio.

In quell’anno, mentre Palermo veniva afflitta dalla peste, un’ammalata di nome Girolama Gatto fu guarita per intercessione della santa e, dopo aver ricevuto in visione precise indicazioni da Rosalia, riferì ai frati francescani il punto esatto dove si trovavano le sue reliquie, ritrovate poi il 15 luglio. Una quarantina di giorni dopo due muratori palermitani in trasferta a Santo Stefano Quisquina trovarono in una grotta un’iscrizione in latino, che recitava: «Io Rosalia, figlia di Sinibaldo della Quisquina e [del Monte] delle Rose, per amore del mio Signore Gesù Cristo ho deciso di abitare in questo antro». Il 13 febbraio 1625 Rosalia apparve al saponaro Vincenzo Bonelli, che aveva perso la giovanissima moglie per la peste ed era salito sul Monte Pellegrino con l’intento di suicidarsi.

La santa lo esortò a pentirsi e gli chiese di informare il cardinale e arcivescovo Giannettino Doria che le ossa ritrovate l’anno prima erano veramente le sue. Aggiunse che dovevano essere portate in processione perché la Beata Vergine le aveva promesso che l’epidemia si sarebbe fermata al passaggio delle reliquie, durante il canto del Te Deum. Come prova della verità delle sue parole, garantendogli la salvezza dell’anima, Rosalia disse a Bonelli che lui stesso avrebbe contratto all’improvviso la peste e ne sarebbe morto dopo aver riferito tutto al cardinale Doria, che – in ragione della serie di eventi – gli avrebbe creduto. E così fu. La processione solenne si svolse il 9 giugno 1625 e da allora la peste iniziò a regredire rapidamente, fino a scomparire del tutto. La nobile eremita venne eletta patrona di Palermo, divenendo in breve una delle tre sante siciliane più popolari, accanto alle due grandi martiri dell’antichità, sant’Agata e santa Lucia.

San Gregorio Magno

Nei 14 anni del suo pontificato operò una profonda riforma morale della Chiesa. Promosse quella forma di canto liturgico che da lui prenderà il nome di «gregoriano». Tra i primi quattro Dottori della Chiesa, raccomandava di accostarsi alle Sacre Scritture non con la voglia di dominarle, bensì come nutrimento dello spirito, unendo lo studio alla preghiera.

Mentre l’Italia attraversava uno dei periodi più bui della sua storia, tra carestie e sostanziale anarchia, rifulse la figura di san Gregorio I (540-604), detto Magno. Nei 14 anni del suo pontificato operò una profonda riforma morale della Chiesa e svolse un decisivo ruolo di pacificatore nella fase più drammatica dell’invasione dei Longobardi.

Il suo corpo gracile custodiva un’anima da vero figlio della luce, con un’immensa fede nella Provvidenza. «Era un uomo immerso in Dio: il desiderio di Dio era sempre vivo nel fondo della sua anima e proprio per questo egli era sempre molto vicino al prossimo, ai bisogni della gente del suo tempo. In un tempo disastroso, anzi disperato, seppe creare pace e dare speranza. Quest’uomo di Dio ci mostra dove sono le vere sorgenti della pace, da dove viene la vera speranza e diventa così una guida anche per noi oggi», disse Benedetto XVI in una catechesi dedicata al santo.

Nativo di Roma, apparteneva alla nobile gens Anicia (la stessa di san Benedetto, del quale scrisse una celebre Vita) ed era figlio di Gordiano e santa Silvia. Sulle orme del padre si avviò alla carriera amministrativa e intorno ai 32 anni divenne prefetto dell’Urbe, maturando quel senso per l’ordine e la disciplina che poi trasmetterà ai vescovi. Fu in questo periodo che sentì fortissima la chiamata di Nostro Signore. Lasciò ogni carica civile ritirandosi a vita monastica nella sua casa sul Celio, che trasformò in un monastero benedettino, intitolato a sant’Andrea. Gli anni da monaco furono spiritualmente ricchissimi e da lui vissuti nella contemplazione e nel digiuno, nell’approfondimento delle Sacre Scritture e dei Padri della Chiesa. Nel 579 venne inviato da papa Pelagio II come apocrisario presso la corte di Costantinopoli, dove rimase sei anni per cercare aiuti contro la minaccia longobarda.

Nell’inverno d’inizio 590 un’epidemia di peste ebbe tra le sue vittime pure il pontefice, morto il 7 febbraio. Gregorio, intanto tornato all’amato raccoglimento monastico, fu chiamato al soglio di Pietro dalle vive insistenze del clero, del popolo e del senato di Roma. La sua consacrazione avvenne il 3 settembre (giorno della sua ricorrenza liturgica). Affrontò subito con grande lucidità la questione longobarda nonostante l’inerzia e gli ostacoli posti dai Bizantini, con base a Ravenna. Dando fondo ai suoi beni convinse re Agilulfo a sollevare Roma dall’assedio. Con santa perseveranza – grazie anche ai buoni rapporti instaurati con la regina Teodolinda – riuscì a favorire l’armistizio tra Longobardi e Bizantini, pacificando la penisola e avviando la conversione dei primi al cattolicesimo.

Nel frattempo aveva curato gli acquedotti, attuato una riforma agraria e distribuito grano ai bisognosi, specialmente in Sicilia, dove i suoi possedimenti si tramutarono in diversi monasteri. L’indispensabile attenzione verso i problemi politici, in quell’epoca di vuoto, non lo distolse dunque dalle preminenti cure per la Chiesa, desideroso com’era di condurre a Cristo quante più anime possibili. Sotto il suo pontificato i Visigoti di Spagna si convertirono dall’arianesimo. Inoltre, nel 597, fu Gregorio a inviare una quarantina di monaci benedettini, guidati da colui che diverrà noto come sant’Agostino di Canterbury, per rievangelizzare l’Inghilterra. Si avvalse dei benedettini anche per la riforma della Curia, affidando loro molti incarichi al posto di ecclesiastici indegni. Umile e deciso al tempo stesso, contestò il titolo di «patriarca ecumenico» assunto superbamente dal patriarca di Costantinopoli (Giovanni IV) e, rimanendo inascoltato, introdusse il nuovo titolo papale di «servo dei servi di Dio».

Promosse quella forma di canto liturgico che da lui prenderà il nome di «gregoriano». Insegnava che il ministerium attivo nasce dalla contemplazione, senza la quale non è nemmeno possibile immaginare la cura delle anime. Chiamava questa cura «l’arte delle arti» e spiegava che il pastore può adempiere il suo altissimo compito solo se riconosce la propria miseria e si affida totalmente a Dio. Con questo stesso atteggiamento di ascolto della divina volontà scrisse le Omelie sui Vangeli, i Dialoghi, la Regola pastorale e la sua opera principale, Moralia in Iob, cioè un’esegesi del Libro di Giobbe che nel Medioevo è stata considerata «una specie di Summa della morale cristiana» (Benedetto XVI).

Di lui ci rimane pure un epistolario fatto di 848 lettere, una fonte preziosa per comprendere la sua epoca nonché miniera di consigli e insegnamenti. «Che cosa è la Sacra Scrittura se non una lettera di Dio onnipotente alla sua creatura?», scrisse per esempio a un uomo pieno di talenti, ma che si perdeva nelle cose mondane: «Il Signore degli uomini e degli angeli ti ha mandato sue lettere che riguardano la tua vita […]; impara a scoprire il cuore di Dio nelle parole di Dio, perché tu possa attendere con maggiore slancio alle cose eterne». Tra i primi quattro Dottori della Chiesa (con Agostino, Ambrogio e Girolamo), raccomandava di accostarsi alle Sacre Scritture non con la voglia di dominarle (per orgoglio e una mera sete di conoscenza che rischia di sfociare nell’eresia), bensì come nutrimento dello spirito, unendo lo studio alla preghiera.

Sant’Elpidio abate

Il suo nome deriva dal greco Elpidios (da elpis, «speranza») e può essere tradotto come «pieno di speranza». Secondo la Storia Lausiaca, era originario della Cappadocia. Le sue reliquie si trovavano fin dal primo millennio nelle Marche e sono ancora oggi custodite in un sarcofago romano di marmo pario, risalente al IV secolo

Il suo culto è diffuso principalmente nelle Marche, dove due comuni portano il suo nome (Sant’Elpidio a Mare e Porto Sant’Elpidio), che deriva dal greco Elpidios (da elpis, «speranza») e può essere tradotto come «pieno di speranza». Le notizie sulla vita di sant’Elpidio (IV secolo) non sono molte. Di lui parla un discepolo di san Giovanni Crisostomo, cioè il monaco e vescovo Palladio di Galazia (c. 363-420), che nella sua Storia Lausiaca riferisce che Elpidio era originario della Cappadocia e aveva vissuto per 25 anni da anacoreta nelle grotte nei pressi di Gerico, rifugi naturali per diversi altri uomini desiderosi di dedicarsi alla contemplazione di Dio.

Lo stesso Palladio scrive di aver vissuto in quelle grotte accanto al santo, che mostrava una tale autodisciplina nel suo ascetismo «da mettere tutti gli altri nell’ombra». Prendeva cibo solo il sabato e la domenica, e di notte si alzava per vegliare e cantare i Salmi. Una di queste notti, in compagnia di Palladio e degli altri anacoreti, venne punto da uno scorpione proprio mentre salmodiava, ma non si curò del dolore, calpestò l’animale rimanendo in posizione eretta e proseguì nel suo canto a Dio.

In sua compagnia raggiunsero la perfezione Ennesio e il fratello Eustasio, nonché un discepolo di nome Sisinnio. Secondo la Storia Lausiaca, sant’Elpidio morì proprio in una delle grotte presso Gerico. Alcuni ritengono che possa aver lasciato a un certo punto la Terrasanta, giungendo in Italia e contribuendo all’evangelizzazione del Piceno. Ad ogni modo, le sue reliquie si trovavano fin dal primo millennio nelle Marche e sono ancora oggi custodite in un sarcofago romano di marmo pario, risalente al IV secolo, all’interno della chiesa a lui dedicata nel comune di Sant’Elpidio a Mare.

Storia e leggenda della Madonna di Montevergine

Mamma Schiavona, Lei che tutto può e tutto perdona, apre e chiude le feste delle sette Madonne con due eventi: il 2 febbraio e il 12 settembre

Il 12 settembre è il giorno di Santa Maria e ad Ospedaletto d’Alpinolo proseguono con grande entusiasmo i festeggiamenti per la ricorrenza religiosa del Santissimo Nome della madre di Gesù.

La grande manifestazione che ogni anno anima il borgo irpino per celebrare Lei che tutto può e tutto perdona è una festa anticchissima che affonda le sue ragioni in una serie di credenze popolari e religiose. In questi giorni il Santuario di Mamma Schiavona è gremito di fedeli, ma la tradizione di salire verso questo luogo di culto ha origini risalenti addirittura al Medioevo. La “juta” infatti è proprio l’ “andata” verso il santuario, che avveniva con qualsiasi mezzo, a piedi o sui carri. 

La leggenda che si confonde con la realtà in uno dei culti più seguiti in sud Italia ruota attorno a quel misterioso quadro inserito nel complesso monastico, attorno al quale sono stati raccontati una miriade di vicende su cui  la stessa critica storica e artistica è profondamente divisa.

Il maestro Roberto De Simone nella sua raccolta “Rituali e canti della tradizione in Campania” celebra la Madonna nera con queste parole:

“Esse sono tutte belle, tranne una che è brutta e perciò fugge su di un alto monte, Montevergine”. Perchè secondo la tradizione, le Madonne sorelle erano 6 bianche ed una nera, la Madonna di Montevergine, che per il colore della sua pelle era considerata la più “brutta” delle “7 sorelle” . Da qui l’appellativo “Schiavona”, cioè straniera. Così la Madonna, offesa, si rifugiò sul monte Partenio, giustificando la sua “fuga” così:

“…si jo song brutta allora loro hanna venì fino è cà ‘n gopp a truvà! (se io sono brutta, allora loro dovranno venire fino a quassù per farmi visita!)”.

La storia poi si ribalta, la Mamma Schiavona diventa la più bella delle sorelle, tanto da essere festeggiata due volte, a febbraio e a settembre. E’ lei ad aprire e chiudere le feste delle sette Madonne con due eventi, il primo che si è svolto lo scorso 2 febbraio, e il secondo, di chiusura, oggi, 12 settembre.
Ma perché la Madonna nera sia riconosciuta come coLei che tutto può e tutto perdona è spiegato in una storia che si fa risalire al 1256, quando due giovani omosessuali furono scoperti a baciarsi e ad amarsi. Uno scandalo per l’intera comunità dell’epoca che reagì denudando e cacciando dal paese i due innamorati che furono legati ad un albero sul Monte Partenio, in modo che morissero di fame o fossero sbranati dai lupi. La Vergine, commossa dalla loro vicenda e dal loro amore, li liberò dalle catene e permise alla giovane coppia di vivere apertamente il loro sentimento di fronte ad un’intera comunità che, attestato il Miracolo, non poté far altro che che accettare l’accaduto. Da allora la Madonna “nera”, stupenda, è celebrata per il suo manto protettivo sugli ultimi, sui deboli, sui poveri, sugli emarginati. Come spiegano i più affezionati a questo rito arcaico e antichissimo, Mamma Schiavona è la madre dal cuore grandissimo che perdona tutto ai suoi devoti che scalano la montagna fino a raggiungere il suo santuario. Anche se per verità di cronaca l’Abbazia di Montevergine deve la sua origine non già ad un’apparizione della Madonna, o a qualcosa di simile, ma a quello spirito ascetico mariano di San Guglielmo e dei suoi discepoli, che, non senza ispirazione divina, vollero costruire a Montevergine un faro di devozione alla Madonna, consacrandole su quel monte una chiesa e dedicandole il primitivo cenobio. 

Sant’Egidio abate

È invocato per molteplici necessità, tra cui una buona confessione. Il suo nome venne incluso tra i 14 «Santi ausiliatori» e del gruppo è l’unico a non essere martire

È invocato per molteplici necessità, tra cui una buona confessione. Sant’Egidio (c. 640 – c. 720) fu un eremita e abate. Secondo la Vita sancti Aegidii (databile al X secolo) era nato ad Atene e si era trasferito in Francia, dove ci si riferisce a lui soprattutto con il nome di saint Gilles. Si stabilì nella parte meridionale del Paese transalpino, passando le sue giornate nella preghiera e nella contemplazione di Dio in rifugi non lontani dai corsi del Rodano e del Gardon.

La tradizione agiografica, che andò arricchendosi dopo la sua prima Vita, narra che il santo aveva come sua unica compagnia una cerva che gli dava nutrimento con il suo latte. Un giorno il re dei Visigoti, Wamba (†688), andò a caccia nella foresta dove viveva Egidio e scoccò una freccia in direzione della cerva che stava per rifugiarsi nella grotta abitata dal santo. Il dardo finì per colpire proprio Egidio, che rimase ferito a una gamba. Appena il re si accorse del fatto, si scusò profondamente con il buon eremita e gli offrì quella terra per costruirvi un monastero.

Egidio declinò una prima volta l’offerta anche perché desiderava vivere in solitudine. Ma con il tempo la sua fama di santità attrasse una moltitudine di persone a fargli visita e alla fine, intorno al 674, Wamba fece edificare un monastero. Il santo ne divenne il primo abate. Attorno all’edificio religioso sorse una cittadina, oggi conosciuta come Saint-Gilles-du-Gard, dove si può ammirare la splendida chiesa abbaziale a lui dedicata, sorta sulla cripta con la sua tomba in stile merovingio. Nel Basso Medioevo il sepolcro di Egidio divenne meta di grandi pellegrinaggi perché vi sostavano sia i fedeli diretti a Roma sia quelli che percorrevano le vie del Cammino di Santiago.

La tradizione riferisce pure che durante il suo periodo da abate venne supplicato da Carlo Martello (c. 688-741) affinché pregasse per ottenergli il perdono di un peccato che per la vergogna non aveva mai voluto confessare a nessuno. Il santo pregò intensamente per lui e, mentre celebrava Messa, vide un angelo nell’atto di porre sull’altare una pergamena dov’era stata scritta la grave colpa di Carlo Martello, che andò cancellandosi di pari passo allo svolgersi della celebrazione eucaristica. Morì verosimilmente l’1 settembre del 720 o 721 e il suo culto si diffuse presto in molte regioni d’Europa, come attestano i tanti borghi, chiese e monasteri a lui intitolati. Il suo nome venne incluso tra i 14 «Santi ausiliatori» e del gruppo è l’unico a non essere martire.

Patrono di: allattamento, buona confessione, disabili, donne sterili, epilettici, eremiti, lebbrosi, madri, malati di cancro e Aids, mendicanti, invocato contro le malattie nervose e il panico

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