I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia

L’Eucaristia, l’Immacolata e il Sommo Pontefice!

Sant’Andrea

Sant’Andrea fu il primo apostolo a condurre Pietro da Gesù. Subì il martirio in Grecia, a Patrasso, dove venne crocifisso su una croce a forma di X, oggi comunemente conosciuta come Croce di Sant’Andrea, da lui scelta perché si riteneva indegno di morire nello stesso modo del Signore

Di sant’Andrea (ca 5 a.C.-60 d.C.) si ricorda sempre che era fratello di Simon Pietro, ma non sempre si ricorda un altro particolare molto importante: fu il primo apostolo a condurre Pietro dal Signore. Poiché l’evangelista Giovanni, che con Andrea era stato discepolo del Battista, fu testimone diretto del fatto, ritenne opportuno narrarlo nel primo capitolo del Vangelo da lui scritto.

La narrazione di Giovanni integra, anche in questo caso, quella dei sinottici (che è incentrata sul momento in cui Andrea e Pietro lasciano le reti per seguire definitivamente Gesù e diventare «pescatori di uomini»), svelando un retroscena in otto versetti densissimi di significati (Gv 1, 35-42). L’autore del quarto Vangelo riferisce che un giorno il Precursore aveva attirato l’attenzione dei due discepoli su Gesù che passava, dicendo: «Ecco l’Agnello di Dio!».

Sentendo quelle parole, i due seguaci del Battista decisero di seguire il Signore «e quel giorno rimasero con lui». Dopo aver ricordato l’ora in cui avvenne il fatto che ne trasformò le vite («era circa l’ora decima», ossia le quattro del pomeriggio), l’evangelista Giovanni esplicita che uno dei due discepoli era Andrea. E, a voler rimarcare l’importanza dell’evento, aggiunge: «Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: Abbiamo trovato il Messia, che significa il Cristo, e lo condusse da Gesù». Fu a quel punto che a Simone venne prefigurata da Cristo la missione che allora non poteva comprendere e racchiusa simbolicamente nell’annuncio del nuovo nome («sarai chiamato Cefa, che vuol dire Pietro»). Quel primo incontro tra Gesù e il Principe degli apostoli, la roccia su cui sarebbe stata fondata la Chiesa, era dunque nato da un moto del cuore di Andrea.

San Giovanni Crisostomo commentò in una bella omelia questo primo slancio evangelico del fratello di Pietro. «Andrea, dopo essere stato con Gesù e aver imparato tutto ciò che Gesù gli aveva insegnato, non tenne chiuso in sé il tesoro, ma si affrettò a correre da suo fratello per comunicargli la ricchezza che aveva ricevuto. Ascolta bene cosa gli disse: Abbiamo trovato il Messia». Continua il Crisostomo: «Quella di Andrea è la parola di uno che aspettava con ansia la venuta del Messia, che ne attendeva la discesa dal Cielo, che trasalì di gioia quando lo vide arrivare e si affrettò a comunicare agli altri la grande notizia», dimostrando «quanto sinceramente fosse premuroso di porgere loro la mano nel cammino spirituale».

Andrea è citato in altri passi significativi, come nell’episodio della moltiplicazione dei pani e dei pesci (Gv 6, 8-9) e in quello dei Greci che vogliono vedere Gesù (Gv 12, 20-22). Il capitolo 13 di Marco, inoltre, riferisce che l’apostolo era insieme a Pietro, Giacomo e Giovanni quando i quattro – in disparte – interrogarono il Maestro sui segni degli ultimi tempi. Secondo la tradizione, dopo l’Ascensione di Gesù, Andrea predicò il Vangelo nell’Asia Minore e nella Scizia, un’area che nell’antichità includeva parte della Romania, dell’Ucraina e della Russia meridionale, nazioni che lo hanno come patrono. Subì il martirio in Grecia, a Patrasso, dove venne crocifisso su una croce a forma di X (iniziale di Cristo in greco), oggi comunemente conosciuta come Croce di Sant’Andrea. Lui la scelse perché – come poi il fratello Pietro, che si fece crocifiggere a testa in giù – si riteneva indegno di morire nello stesso modo del Signore.

San Francesco Antonio Fasani

La sua vocazione aveva trovato terreno fertile nella famiglia, che ogni sera si riuniva per recitare il Rosario davanti a un’immagine dell’Immacolata. Esortava alla Comunione quotidiana e instillava nei cuori l’amore per l’Eucaristia, grazie anche alla solennità con cui celebrava il sacrificio della Messa

«Chi vuol vedere come appariva san Francesco [d’Assisi] in vita, venga a vedere il Padre Maestro». Era così che gli abitanti di Lucera, suo paese natale, in Puglia, chiamavano san Francesco Antonio Fasani (1681-1742). Era entrato da adolescente tra i francescani assumendo il nome religioso dei due santi dell’Ordine a cui era più devoto, Francesco d’Assisi e Antonio di Padova. Dopo anni di approfonditi studi teologici era stato proclamato «dottore e maestro».

I suoi genitori erano di modeste condizioni. Il padre era un bracciante agricolo, che morì quando il santo era ancora un bambino. La sua vocazione trovò terreno fertile proprio nella famiglia, che ogni sera si riuniva per recitare il Rosario davanti a un’immagine dell’Immacolata. Per la proclamazione del dogma si sarebbe dovuto aspettare il 1854, ma la pietà immacolista era già diffusa e il quadro teologico sempre più chiaro. Perciò Clemente XI, nel 1708, estese a tutta la Chiesa la festa dell’Immacolata, già celebrata a Roma e in altri luoghi della cristianità.

San Francesco Antonio, da parte sua, si definiva «il peccatore dell’Immacolata» perché vedeva nell’Immacolata Concezione un segno dello splendore di Maria quale rifugio dei peccatori e guida sicura per tenerci lontani dalle tenebre. Per questo distribuiva immaginette della Vergine Immacolata e scriveva canti mariani per diffonderne il culto. Come riferì un testimone dell’epoca, «parlava della Santa Madre di Dio con un tal trasporto di devozione, una tale tenerezza e un’espressione del volto talmente affettuosa che sembrava aver avuto un colloquio faccia a faccia con Lei». Della sua cultura non dava inutile sfoggio, ma ne attingeva per farsi capire da tutti. Nelle prediche diceva ai fedeli di imitare le virtù di Maria per appartenere totalmente a Cristo. Deplorava i vizi, senza temere di attirarsi ostilità.

Poiché la salvezza delle anime era in cima ai suoi pensieri, passava diverse ore al giorno in confessionale, esortava alla Comunione quotidiana e instillava nei cuori l’amore per l’Eucaristia. Celebrava il sacrificio della Messa con solennità. Faceva visite ai detenuti e ai condannati a morte, accompagnandoli fino al patibolo per confortarne lo spirito e aiutarli a morire in grazia di Dio.

Era padre per tutti e ancor più per i malati. Assisteva i poveri o direttamente con i suoi pochi mezzi (un giorno rimase solo con il saio, per aver donato i propri vestiti a un mendicante seminudo) o passando per le case a chiedere l’elemosina. Accolse la malattia che lo portò alla morte con le parole che avevano segnato tutta la sua esistenza: «Volontà di Dio, Paradiso mio».

I Domenica di Avvento – Anno C.

Il Giudizio Universale

Vangelo

25 “Vi saranno segni nel Sole, nella Luna e nelle stelle, e sulla Terra angoscia dipopoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, 26 mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla Terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte. 27 Allora vedranno il Figlio dell’Uomo venire su una nube con potenza e gloria grande. 28 Quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina. 34 State bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso improvviso; 35 come un laccio esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la Terra. 36 Vegliate e pregate in ogni momento, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che deve accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’Uomo” (Lc 21, 25-28.34-36).

Le tre venute del Signore

A Natale il Messia scende sulla Terra sotto il velo dell’umiltà. Alla fine dei tempi, verrà in tutto il suo splendore e la sua gloria, come supremo Giudice. Tra queste due venute, secondo San Bernardo di Chiaravalle, c’è una “terza venuta” di Gesù, che si verifica in ogni momento della nostra vita.

I – Le due venute di Cristo

La noncuranza con cui il bambino vive e gioca gli viene in larga misura dalla fiducia nel sostegno, per lui infallibile, del padre o della madre. Questa salutare sicurezza è indubbiamente uno dei motivi della gioia contagiosa e serena dei bambini.

Rapporto simile a quello tra genitori e figli nell’ordine naturale, vi è anche tra l’uomo e Dio nell’ordine spirituale. È ciò che esprime poeticamente la Sacra Scrittura quando dice: “Io sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è l’anima mia” (Sal 130, 2).

Dio è molto più di un padre terreno

Dio, come incomparabile Padre, ci ama veramente e incondizionatamente ed è contento ogni volta che chiediamo il suo aiuto, non importa in che situazioni. Tuttavia, a differenza del bambino, che non dimentica mai i suoigenitori, abbiamo la tendenza a condurre la nostra vita quotidiana senza considerare quanto dipendiamo dalla Divina Provvidenza, che non manca mai di vegliare su di noi. Questa propensione all’autosufficienza sarebbe maggiore se le nostre debolezze, limiti e disgrazie non ci ricordassero frequentemente quanto abbiamo bisogno dell’aiuto divino.
Fuga in Egitto

Ora, Dio è per noi molto più di un padre terreno, perché da Lui dipendiamo in modo assoluto, essenziale ed esclusivo. In primo luogo, Egli ci ha creati: dobbiamo a Lui la nostra esistenza. Inoltre, Egli ci conserva, ci alimenta nell’essere, cosa che nessun padreumano può fare per suo figlio. Se Dio, per così dire, smettesse di pensare a noi un momento, smetteremmo di esistere, torneremmo al nulla. In relazione a Lui, la nostra dipendenza è totale.

Inoltre – mistero d’amore! – Dio Si è incarnato per la nostra Redenzione. Il prezzo pagato per questa Redenzione è stata la morte in Croce, spargendo tutto il suo Sangue per noi. Di più, veramente, Egli non avrebbe potuto fareper l’umanità.

È in questa prospettiva della bontà di Dio che ci ama come Padre e ci redime, che dobbiamo entrare nel periodo d’Avvento che inizia oggi, ed è anche in questa chiave che commemoriamo, nella Liturgia di questa domenica, le due venute di Nostro Signore.

Una venuta nell’umiltà e l’altra nella gloria

Nella prima, che si è già realizzata, Gesù Bambino si è presentato povero, umile, senza alcuna manifestazione di grandezza: “Al Suo primo avvento nell’umiltà della nostra natura umana Egli portò a compimento la promessa antica, e ci aprì la via dell’eterna salvezza”.1 In una forma del tutto diversa si verificherà la seconda, alla fine dei tempi, quando Nostro Signore verrà a giudicare i vivi e i morti: “Verrà di nuovo nello splendore della gloria, e ci chiamerà a possedere il regno promesso che ora osiamo sperare vigilanti nell’attesa”.2

Mostra il grande Bossuet come, nell’assumere la natura umana, Dio ha voluto farlo nelle condizioni più modeste, umiliandoSi fino all’inconcepibile: “Egli cadde per così dire dal seno di suo Padre, in quello di una donna mortale, da qui in una stalla, e scese via via, per gradi successivi di abbassamento, fino all’infamia della Croce, fino al buio della tomba. Riconosco che non era possibile cadere più in basso”.3

Ora, così umile come è stata la nascita di Gesù, altrettanto gloriosa sarà la sua seconda venuta, rispetto alla quale San Gregorio Magno dice: “Colui a cui non vollero prestare ascolto, quando Si presentò umile, essi Lo vedranno scendere in grande potenza e maestà, e sperimenteranno il suo potere, tanto più rigoroso quanto meno piegheranno ora la cervice del cuore davanti alla pazienza di Lui”.4

Il netto contrasto tra queste due situazioni conduce Don Dehaut ad esclamare: “Che differenza tra questa seconda venuta di Gesù e la prima! Nella prima, Egli Si è presentato agli uomini nella debolezza dell’infanzia, nella povertà e nell’indigenza, scappando, con la fuga, dagli emissari di un tiranno sanguinario. Nella seconda, scenderà circondato da gloria e maestà, come Re dell’Universo”.5

Le quattro settimane d’Avvento

Il Tempo d’Avvento si compone di quattro settimane, che rappresentano i secoli e i millenni che l’umanità ha aspettato per la venuta del Redentore. Durante questo periodo, tutto nella Liturgia si riveste di austerità – si omette il Gloria, i paramenti sono viola e i fiori non adornano più l’interno delle chiese – per ricordare “la nostra condizione di pellegrini, tuttora ancorati alla speranza”,6 come afferma il famoso liturgista Manuel Garrido.

Il motivo per cui il Vangelo di questa prima Domenica è dedicato alla seconda venuta di Nostro Signore è così spiegato da Mons. Maurice Landrieux, Vescovo di Digione: “La Chiesa ci parla della fine del mondo, cioè, dei Novissimi, per ricordarci il senso della vita, staccarci dal peccato eincoraggiarci a praticare il bene. Dio ci ha creati per la vita eterna. Noi non abbiamo stabile dimora in questa Terra: qui siamo di passaggio, sulla via che porta al Cielo”.7

Ecco perché, già all’inizio della Celebrazione Eucaristica, la Chiesa fa questa preghiera: “O Dio, nostro Padre, suscita in noi la volontà di andare incontro con le buone opere al tuo Cristo che viene, perché Egli ci chiami accanto a Sé nella gloria a possedere il regno dei cieli”.8

Così, in questa apertura dell’Anno Liturgico, abbiamo due preparazioni: una per celebrare degnamente la nascita di Gesù a Betlemme, l’altra per la grandiosa cerimonia di chiusura della Storia umana, che è il Giudizio Finale. Infatti “la memoria dell’ultima venuta di Nostro Signore, ispirandoci una salutare paura che ci allontana dal peccato e ci conduce verso il bene, prepara anche noi a celebrare santamente la prima venuta”.9 Nella seconda e terza settimana sono considerati aspetti del Precursore, e nell’ultima la Liturgia si occupa di una preparazione più diretta per la nascita del Redentore, considerando tutta l’attesa e le preghiere della Madonna, dei patriarchi, dei profeti, come fattori che hanno accelerato la venuta del Messia sulla Terra.

II – Gesù annuncia la sua seconda venuta

25 “Vi saranno segni nel Sole, nella Luna e nelle stelle, e sulla Terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, 26 mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla Terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte”.

San Giovanni Crisostomo fa un’interessante considerazione su questi versetti, dicendo che Nostro Signore indica qui una serie di segnali preannunciatori della fine del mondo, mentre in altri passi afferma che questa avverrà in un momento inaspettato (cfr. Mt 24, 42; I Ts 5, 2; II Pt 3, 10; Ap 16, 15).

Per spiegare quest’apparente contraddizione, il Crisostomo solleva l’ipotesi che negli ultimi tempi ci saranno guerre e persecuzioni, ma a un certo punto tutto entrerà in un’apparente tranquillità, nel disordine del peccato. I buoni saranno ridotti ad assistere impotenti a ogni sorta di nefandezze ma quando sembrerà evidente a tutti il trionfo generale e definitivo del male, dando l’impressione che Dio non esista, il Giudice Supremo Si presenterà in modo imprevisto a giudicare i vivi e i morti.10

Sant’Agostino, da parte sua, commenta che i fenomeni della natura descritti in questi versetti “devono essere intesi come riferiti alla Chiesa, perché questa è il sole, la luna e le stelle; essa è stata chiamata bella come la Luna, eletta come il Sole, e non brillerà in quest’epoca, a causa della furiosa persecuzione”.11

27 “Allora vedranno il Figlio dell’Uomo venire su una nube con potenza e gloria grande”.
Redenzione dei giusti

Consideriamo la bella relazione che fa Don Julien Thiriet fra questo versetto e la prima venuta del Signore: “Essi vedranno il Figlio dell’Uomo venire con grande potenza e maestà. Ossia, con una forza invincibile, a confondere e punire i suoi nemici,ma anche con una gloria splendente, una maestà divina, per ricompensare e coronare i suoi eletti. Così, dopo essere apparso sotto una forma povera ed umile nella sua prima venuta – ‘spogliò Se stesso assumendo la condizione di servo’ (Fil 2, 7) – apparirà nell’ultima venuta come un potente Re e sovrano Signore del Cielo e della Terra. Tutti gli uomini vedranno sul suo Corpo le gloriose cicatrici delle sue ferite e i peccatori, come disse il profeta Zaccaria, riconosceranno Colui che hanno trafitto”.12

Il fatto che Cristo venga su una nube è legato dallo stesso autore al giorno della sua Ascensione: “Le nubi che Gli sono servite come un carro trionfaleper ascendere al Cielo”, secondo Origene, “Gli serviranno da trono quando Egli scenderà per giudicare la Terra”.13

Più circostanziato è il commento di Sant’Agostino, che considera due possibili interpretazioni di questo particolare:

“Si può intendere questo in due modi. Egli potrà venire alla Chiesa come su una nuvola, come non cessa mai di venire oggi, secondo quanto dice la Scrittura: ‘D’ora innanzi vedrete il Figlio dell’Uomo sederSi alla destra di Dio, e venire sulle nubi del cielo’ (Mt 26, 64). Ma allora verrà con grande potenza e maestà, perché renderà più manifesti nei santi il suo potere e maestà divina, poiché ha aumentato in loro la forza per non soccombere nella persecuzione. Si può anche intendere che venga nel suo Corpo, che è seduto alla destra del Padre, nel quale è morto, è risorto ed è asceso al Cielo, come è scritto negli Atti degli Apostoli: ‘Ciò detto, Si sollevò dalla terra davanti ai loro occhi e una nuvola Lo nascose ai loro occhi’. E lì gli Angeli dissero: ‘Tornerà allo stesso modo in cui l’avete visto salire in Cielo’ (At 1, 9.11). Abbiamo, quindi, ragione di credere che verrà, non solo nel suo Corpo, ma anche su una nuvola, verrà come Se ne è andato, e andandoSene una nuvola Lo nascose. E’ difficile giudicare quale dei due sensi sia il migliore”.14

28 “Quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina”.

Le parole di Gesù in questo versetto invitano ad elevare lo spirito e ad avere fiducia perché, con l’annunciato castigo verrà, per coloro che sono rimasti fedeli, l’ora della liberazione. Per cui San Gregorio Magno afferma: “Quando le piaghe affliggeranno il mondo, sollevate la vostra testa, ossia, rallegrate i vostri cuori, perché mentre finisce il mondo, di cui in realtà non siete amici, si avvicina la vostra redenzione, che tanto avete cercato”.15

Ad aumentare la nostra speranza e sollevare i nostri cuori al Cielo in quel momento, ci invita anche Don Thiriet: “Se il giorno del Giudizio Finale deve essere terribile per i reprobi, sarà invece di consolazione per gli eletti,che entreranno in corpo e anima nella piena gloria, tanto desiderata. Pertanto, quando queste cose cominceranno ad accadere, mentre i peccatori appassiranno di terrore e saranno presi da disperazione, voi, miei amici e servitori, alzate la testa e guardate, rafforzate la vostra fede e la vostra speranza, rimuovete dalla Terra il vostro spirito e il vostro cuore ed elevateli al Cielo; rallegratevi, perché è prossima la vostra liberazione. Questa liberazione o redenzione sarà per gli eletti la fine in assoluto di tuttii mali, la perfetta soddisfazione dell’anima e del corpo, la gioia incomparabile della beatitudine eterna”.16

E Don Maurice Landrieux esclama: “Giorno di terrore e disperazione per i malvagi, i peccatori: dies iræ, dies illa! ma di indicibile speranza per i giustidi Dio, per i piccoli e gli umili sconosciuti, disdegnati, rifiutati, disprezzati, sfruttati, maltrattati, oppressi in tutti i modi su questa Terra”.17

Tuttavia, se alla fine dei tempi i castighi di Dio contro gli empi significano la liberazione dei buoni, al punto che Sant’Agostino afferma che la venuta del Figlio dell’Uomo incute paura solo ai miscredenti”,18 potremmo a ragione trarre da ciò una conclusione per la nostra epoca: per quanto, al giorno d’oggi, le afflizioni e preoccupazioni opprimano i buoni, costoro non devono ugualmente temere, poiché Dio non abbandona mai chi in Lui confida.

È quanto afferma San Cipriano: “Chi si aspetta la ricompensa divina deve riconoscere che in noi non ci potrà essere alcun timore di fronte alle tempeste del mondo, nessuna esitazione, poiché il Signore ha predetto ed ha insegnato che questo sarebbe avvenuto, esortando, istruendo, preparando e rafforzando i fedeli della sua Chiesa, al fine di sopportare gli eventi futuri”.19

III – Preparazione dei cuori

34 “State bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso improvviso; 35 come un laccio esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la Terra”.

“State bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita”. In questa seconda parte del brano scelto dalla Chiesa per questa domenica, il Divino Maestro fa riferimento a quelleanime che, pur non negando formalmente la Fede, già non si elevano più, non vibrano, né sono toccate dalle dottrine più belle, cerimonie o eventi, essendo incapaci di riconoscere in questi la voce o la presenza del Salvatore.

“Come un laccio”, cadrà il giorno terribile del Giudizio Finale sugli abitanti della Terra; pertanto, per non essere presi alla sprovvista, dobbiamo esserevigili per impedire che i nostri cuori diventino insensibili per i vizi e per la preoccupazione per i beni effimeri di questo mondo.
Giudizio Universale

Gola, ubriachezza e preoccupazioni della vita

Gesù menziona, in primo luogo, la gola. Peccato che, ai nostri giorni, può essere considerato anche nel senso inverso, cioè come la preoccupazione eccessiva per il controllo del peso, a scapito della propria salute. L’equilibrio consiste nel mangiare ciò che è necessario per mantenersi e poter affrontare le difficoltà della vita.

Vi è anche una gola degli occhi: la curiosità eccessiva. Delle orecchie: il desiderio smodato di parlare, di voler essere aggiornati di tutte le novità. Per non estendere troppo l’elenco dei vizi correlati alla gola, ne citiamo solo un altro, dei più pericolosi: il desiderio di attirare l’attenzione su se stessi.

Quanto all’ebbrezza, Origene nota come sia profondo il degrado a cui conduce, incidendo simultaneamente sia sul corpo che sull’anima. “In altri casi può succedere che lo spirito si rafforzi quando il corpo si indebolisce, come dice l’Apostolo (cfr. II Cor 12, 10) e quando ‘l’uomo esteriore si indebolisce, l’interno si rinnova’ (II Cor 4, 16). Nella malattia dell’ubriachezza si deteriorano allo stesso tempo il corpo e l’anima; lo spirito si corrompe come la carne. Si indeboliscono i piedi e le mani, si ottunde la lingua, le tenebre gettano un velo sugli occhi, e l’oblio coinvolge la mente, di modo che l’uomo non conosce né sente”.20

Ai nostri giorni quel vizio potrebbe ben essere preso come un simbolo dell’inebriamento verso le cose materiali come l’automobile, il computer, ilcellulare, internet e altri dispositivi che sono utili e necessari ma che, utilizzati senza il controllo della virtù della temperanza, contribuiscono a rendere il cuore insensibile alle realtà soprannaturali.

Una metafora eloquente dello stesso Origene viene molto a proposito per mettere in evidenza quanto abbiamo bisogno di prendere in considerazione l’avvertimento fatto dal Divino Maestro nel Vangelo di questa domenica: “Immaginate che un medico esperto e saggio dia prescrizioni simili a questa, raccomandando, per esempio: ‘Attenzione a non prendere in eccesso succo di questa tal erba, perché questo può causare morte improvvisa’. Non ho alcun dubbio che, per preservare la propria salute, tutti obbedirebbero a questo avviso. Ora, Colui che è medico delle anime e dei corpi, il Signore, ci comanda di astenerci dell’erba dell’ubriachezza e della crapula, come pure degli affari mondani edei succhi mortali che devono essere evitati”.21

Così, non solo chi si lascia condurre dai vizi degradanti come la golosità e l’ubriachezza, ma anche chi si prende eccessive preoccupazioni per i beni terreni, finisce per rimanere col cuore insensibile, pesante, incapace di elevarsi fino a Dio. È ancora una volta Origene che fa dei commenti chiarificatori: “L’ultimo avvertimento di Gesù, al momento, riguarda la cura che dobbiamo avere con quelle cose della vita che – pur non essendo considerate come peccati gravi, ma come attività apparentemente indifferenti – comunque obnubilano la nostra coscienza riguardo al suo ritorno imminente e all’arrivo improvviso della fine del mondo”.22

A questo riguardo, ci raccomanda San Basilio: “La curiosità e le cure di questa vita, sebbene non sembrino pregiudiziali, devono essere evitate quando non contribuiscono al servizio di Dio”.23 E il dotto Tito ci avverte: “Fate attenzione a non oscurare le luci della vostra intelligenza, perché le preoccupazioni di questa vita, la crapula e l’ubriachezza mettono in fuga la pazienza, fanno vacillare la fede e provocano il naufragio”.24

Aggiunge Mons. Landrieux: “Fate attenzione a non lasciare che il vostro cuore si aggrappi alla Terra per i piaceri rozzi dei sensi, per il godimento smodato dei beni di questo mondo, o per una cura eccessiva riguardo alla vostra situazione, che potrebbe esporvi ad essere sorpresi da una morte improvvisa: et superveniat in vos repentina dies illa. Al contrario, vegliate epregate, siate cauti, fate ricorso ai mezzi soprannaturali per ottenere che lamano di Dio vi sostenga in queste difficoltà, in modo da poter rimanere in piedi nel giorno del Giudizio: stare ante Filium Hominis”.25

Vigilanza e preghiera

36 “Vegliate e pregate in ogni momento, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che deve accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’Uomo”.

Bene osservano i professori di Salamanca il fatto che San Luca non ha accompagnato il suo racconto con parabole, come fanno gli altri sinottici. Egli porta solo una esortazione generale. “In compenso, esprime bene il senso di questa vigilanza costante nella purezza di vita e di preghiera”.26

Essere attenti significa essere sempre preparati per l’incontro con Nostro Signore Gesù Cristo e la Madonna, mantenendo ben aperti, non solo gli occhi del corpo ma, soprattutto, quelli dell’anima, in quanto sono questi che potranno indicare la prossimità del Signore. Per questo abbiamo bisogno di vivere costantemente in stato di preghiera, anche quando stiamo adempiendo ai nostri obblighi abituali. Solo così potremo essere preparati per i grandi avvenimenti annunciati da Gesù e per presentarci “in piedi davanti al Figlio dell’Uomo”, cioè, integri, onesti e virtuosi, permanendo nello stato di grazia.

Nella vita terrena, molto più importante che conservare la salute, il denaro o qualsiasi altro bene, è mantenersi nella grazia di Dio cercando di non offenderLo mai, ma se si ha la sfortuna di cadere in peccato, cercare immediatamente di riconciliarsi con Lui, mediante il Sacramento della Confessione. A questo ci esorta San Gregorio Magno: “Emendatevi, mutate i vostri costumi, vincete le tentazioni e castigate con lacrime i peccati commessi, perché un giorno vedrete l’arrivo del Giudice eterno con tanta maggior sicurezza quanto più avrete prevenuto con la paura la sua severità”.27

IV – La “terza venuta”
Scultura del cimitero della Consolazione, San Paolo

La Liturgia della 1ª Domenica d’Avvento è interamente penetrata dalla prospettiva di celebrare la prima venuta di Nostro Signore, con la sua nascita nella Grotta di Betlemme e dalla preparazione della seconda, che avverrà alla fine del mondo per giudicare tutta l’umanità.

Secondo S. Bernardo di Chiaravalle tuttavia, sono tre le venute di Nostro Signore: la prima, quando Lui è venuto con lasua Incarnazione, la seconda è quotidiana, quando Lui viene da ognuno di noi, con la sua grazia e la terza, quando verrà a giudicare il mondo. In un altro passo, il Dottor Mellifluo precisa che la seconda venuta di Cristo è nascosta, e “soltanto gli eletti Lo vedono in se stessi, e con Lui salvano le loro anime.” Egli sta continuamente venendo a noi per essere “il nostro riposo e la nostra consolazione”.28

Così, in ogni momento siamo chiamati ad avere un incontro con Gesù soprattutto nell’Eucaristia ma anche, per esempio, meditando questo Vangelo della 1ª Domenica d’Avvento, o ascoltando una parola ispirata di qualche ministro di Dio. Per questo, la nostra vita dovrebbe, in realtà, ruotare attorno a un Natale permanente, che cominci al risveglio, la mattina, e non termini neppure dormendo di notte, perché per tutto dipendiamo dalla grazia di Dio e dobbiamo essere continuamente in attesa dell’aiuto che ci viene da Lui.

Rimaniamo vigili e approfittiamo di questi preziosi inviti della grazia, in modo da essere in condizioni di ricevere, non con paura e disperazione, ma con gioia, il giusto Giudice, che scenderà dal Cielo in maestà e dirà a coloro che si sono affidati alla sua misericordia e hanno compiuto i suoi Comandamenti: “Venite, benedetti del Padre Mio, prendete possesso del Regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo” (Mt 25, 34). Chiunque abbia sempre presente questo fine, avrà coraggio raddoppiato per praticare la virtù e comparire senza timore all’incontro definitivo con il Signore Gesù.

Prepariamoci, dunque, perché Egli verrà quando meno ce lo aspettiamo!

1) RITO DELLA MESSA. Preghiera Eucaristica: Prefazio dell’Avvento,

I. In: MESSALE ROMANO. Riformato a norma dei decreti del Concilio

Ecumenico Vaticano II e promulgato dal Papa Paolo VI. Città del

Vaticano: L. E. Vaticana, 1983, p.312.

2) Idem, ibidem.

3) BOSSUET, Jacques-Bénigne. Exorde d’un autre sermon pour le

Ier Dimanche de l’Avent. Sur les humiliations de Jésus-Christ.

In: Œuvres choisies. Versailles: Lebel, 1822, v.V, p.156.

4) SAN GREGORIO MAGNO. Homiliæ in evangelia. L.i, hom.1, n.2.

In: Obras. Madrid: BAC, 1958, p.538.

5) DEHAUT. L’Évangile expliqué, défendu, médité. Paris:

Lethielleux, 1868, v.IV, p.405.

6) ABAD IBÁÑEZ, José A.; GARRIDO BONAÑO, OSB, Manuel. Iniciación a

la Liturgia de la Iglesia. Madrid: Pelícano, 1988, p.726.

7) LANDRIEUX, Maurice. Courtes gloses sur les Évangiles du dimanche.

Paris: Beauchesne, 1918, t.I, p.2-3.

8) PRIMA DOMENICA DI AVVENTO. Preghiera Colletta. In MESSALE ROMANO,

op. cit., p.5.

9) THIRIET, Julien. Explication des Évangiles du dimanche.

Hong-Kong: Société des Missions Étrangères, 1920, t.I, p.2.

10) Cfr. SAN GIOVANNI CRISOSTOMO. Homilía LXXVII, n.2. In: Obras.

Homilías sobre el Evangelio de San Mateo (46-90). Madrid: BAC, 2007,

v.II, p.534-537.

11) SANT’AGOSTINO, apud SAN TOMMASO D’AQUINO. Catena Aurea.

In Lucam, c.XXI, v.25-27.

12) THIRIET, op. cit., p.5.

13) Idem, ibidem.

14) SANT’AGOSTINO. Epistola CXCIX, c.11, n.41-42. In: Obras. 2.ed.

Madrid: BAC, 1972, v.XIb, p.155-156.

15) SAN GREGORIO MAGNO, apud SAN TOMMASO D’AQUINO, op. cit., v.2833.

16) THIRIET, op. cit., p.6.

17) LANDRIEUX, op. cit., p.7-8.

18) Cfr. SANT’AGOSTINO, Epistola CXCIX, op. cit., n.36-37, p.152.

19) SAN CIPRIANO. De mortalitate, n.2, In: Obras. Tratados.

Cartas. Madrid: BAC, 1964, p.254.

20) ORIGENE. Homilías sobre el Levítico, 7, 1-2, apud ODEN,

Thomas C.; JUST, Arthur A. La Biblia comentada por los Padres de

la Iglesia. Evangelio según San Lucas. Madrid: Ciudad Nueva, 2000,

v.III, p.434-435.

21) Idem, ibidem.

22) Idem, p.432.

23) SAN BASILIO, apud SAN TOMMASO D’AQUINO, op. cit., v.34-36.

24) TITO BOSTRENSE, apud SAN TOMMASO D’AQUINO, op. cit., v.34-36.

25) LANDRIEUX, op. cit., p.8-9.

26) TUYA, OP, Manuel de. Biblia Comentada. Evangelios. Madrid:

BAC, 1964, v.V., p.904.

27) SAN GREGORIO MAGNO. Homiliæ in Evangelia. L.I, hom.1, n.6. In:

Obras, op. cit., p.541.

28) SAN BERNARDO. Sermones de Tiempo. En el Adviento del Señor.

Sermón V. In: Obras Completas. Madrid: BAC, 1953, v.I, p.177.

San Giacomo della Marca

La vocazione religiosa di san Giacomo della Marca (1393-1476) sorse grazie alla meditazione sulla Redenzione e sulla bellezza del creato. Promosse i Monti di Pietà e contribuì a diffondere la devozione al Santissimo Nome di Gesù, sulle orme del confratello san Bernardino

San Giacomo della Marca (1393-1476) spese la sua vita al servizio della Chiesa, divenendone nel XV secolo una delle figure di spicco assieme agli amici Bernardino da Siena e Giovanni da Capestrano. Insieme a loro, contribuì allo sviluppo dell’Osservanza francescana (in contrasto con i “conventuali”, favorevoli a una regola più morbida) e a mantenere viva la fede attraverso la predicazione.

Prima di entrare tra i frati osservanti, si era laureato in diritto a Perugia. Per qualche anno esercitò come giudice e notaio in Toscana. La meditazione sulla Redenzione e sulla bellezza del creato fece sorgere la sua vocazione religiosa.

Dall’insegnamento e dal carisma di san Bernardino trasse la devozione per il Santissimo Nome di Gesù (che contribuì a diffondere). La predicazione del maestro influì anche sulle sue tecniche vocali e gestuali, la struttura del sermone, l’uso di esempi e di alcuni contenuti morali. Giacomo predicò perlopiù in volgare, trattando temi come la superstizione, il lusso, il gioco, la bestemmia e l’usura. Per aiutare le persone in difficoltà finanziarie e liberarle dagli usurai, promosse i Monti di Pietà, che concedevano prestiti di piccola entità in cambio di un pegno quale garanzia per la restituzione. Il santo offriva a Dio continue penitenze e si nutriva in modo frugale. Scrisse libri, favorì la costruzione di chiese, conventi e altre opere pubbliche come pozzi e cisterne. Usò la sua competenza giuridica per stendere gli statuti di varie città e proporre la creazione della figura istituzionale del paciere.

Per l’erudizione e lo zelo nella cura delle anime divenne uomo di fiducia di diversi pontefici. Tra i numerosi incarichi che gli vennero affidati ci fu anche quello di inquisitore. Contrastò i movimenti ereticali del tempo come i fraticelli (che assoldarono sicari per attentare alla sua vita e a quella di san Giovanni da Capestrano), i bogomili e gli hussiti. Percorse buona parte dell’Italia centrale e settentrionale e predicò in altre regioni europee come la Boemia, la Bosnia e l’Ungheria. In più occasioni gli fu assegnato il compito di predicare la crociata per difendere l’Europa. I Turchi, nel 1456, assediarono Belgrado, ma furono costretti alla fuga dalle forze riunite sotto la guida del condottiero ungherese Giovanni Hunyadi e di Giovanni da Capestrano.

L’ultima fase della sua vita fu segnata dalla malattia, che unì al sacrificio di Cristo. Eppure, trovò il tempo per fondare una biblioteca nel convento di Santa Maria delle Grazie, a Monteprandone. Qui raccolse quasi duecento codici (alcuni dei quali copiati di persona), comprendenti testi biblici, esegetici, patristici. Nel suo calvario ricevette per sei volte il sacramento dell’estrema unzione. Morì dicendo: «Gesù, Maria… benedetta la Passione di Gesù».

Un regalo venuto dal Cielo!

Beata Vergine della Medaglia miracolosa

Il 27 novembre 1830 la Madonna apparve a santa Caterina Labouré chiedendole di coniare una medaglia sul modello della visione avuta: «Tutte le persone che la porteranno riceveranno grandi grazie, specialmente portandola al collo. Le grazie saranno abbondanti per le persone che la porteranno con fiducia». Fu poi il popolo a chiamare quella medaglia «miracolosa»

Il 27 novembre 1830 la Beata Vergine apparve a Caterina Labouré (1806-1876), novizia delle Figlie della Carità nel convento parigino in Rue du Bac, che in profondo silenzio stava meditando in cappella. Erano le cinque e mezza del pomeriggio. La santa, all’altezza del quadro di san Giuseppe, vide la Madonna con un abito bianco come l’aurora, un manto azzurro e un lungo velo candido, ritta in piedi su un mezzo globo avvolto dalle spire di un serpente.

La Madre Celeste stringeva teneramente nelle mani un altro globo più piccolo, dorato, e con il volto splendente lo presentava a Nostro Signore. «Questo globicino simboleggia il mondo intero e ogni anima in particolare!», sentì dirsi Caterina, che a un tratto vide le dita di Maria ricoprirsi di anelli, ornati di pietre preziose irradianti fasci di luce verso il basso. «I raggi sono il simbolo delle grazie che spargo su coloro che me le domandano», disse la Madonna, che spiegò il perché altre pietre preziose non emanassero luce: «Sono le grazie che ci si dimentica di implorare».

Caterina vide poi formarsi intorno alla Vergine un quadro ovale, su cui si leggeva un’orazione scritta a lettere d’oro: «O Maria, concepita senza peccato, pregate per noi che ricorriamo a Voi». Osservò il quadro voltarsi e distinse la lettera M intersecata dalla I (di Iesus) e sormontata da una croce. In basso le apparvero i Sacri Cuori di Gesù e Maria, il primo circondato di spine, il secondo trafitto da una spada (cfr. Lc 2, 35). Alla visione si accompagnò la richiesta celeste: «Fate coniare una medaglia su questo modello. Tutte le persone che la porteranno riceveranno grandi grazie, specialmente portandola al collo. Le grazie saranno abbondanti per le persone che la porteranno con fiducia».

Dopo aver vinto la resistenza iniziale del proprio confessore, il messaggio consegnato a Caterina giunse infine all’arcivescovo di Parigi, Giacinto Luigi di Quélen, che diede il benestare al conio della medaglia. Monsignor Quélen chiese solo di avere quella prudenza che la Chiesa raccomanda per ogni rivelazione privata: «Non si formulino giudizi prematuri sulla natura della visione, né si rivelino le circostanze. Si diffonda questa medaglia, semplicemente. E si giudicherà l’albero dai suoi frutti».

I primi 1.500 esemplari della medaglia furono pronti nell’estate del 1832, quando Parigi si trovava in piena epidemia di colera. I frutti non tardarono a manifestarsi. Fu il popolo a chiamarla presto «miracolosa» (l’uso dell’appellativo è documentato fin dal febbraio 1834), proprio in ragione delle innumerevoli grazie, consistenti sia in guarigioni fisiche (su tutte si ricorda quella di Carolina Nenain, una bimba di 8 anni guarita inspiegabilmente dal colera dopo aver indossato la medaglia) e ancor più spirituali (la più nota è la conversione improvvisa, avvenuta a Roma nel 1842, dell’allora ateo e derisore del cristianesimo Alphonse Ratisbonne). Nel 1835 circolavano già oltre un milione di medaglie, che alla morte di santa Caterina avrebbero raggiunto il miliardo di copie. Si verificò una rinascita straordinaria delle vincenziane Figlie della Carità, che in poco più di un ventennio attrassero un tale numero di vocazioni da dover triplicare le case. Poi, alla luce di questi fatti, Leone XIII istituì la festa della Beata Vergine della Medaglia Miracolosa, preceduta da una novena.

Tutto ciò aveva avuto origine in una Francia che nel 1830 – ancora scossa dai moti rivoluzionari – era il simbolo di un’Europa che andava scristianizzandosi. Quel 27 novembre e gli eventi che seguirono fecero riscoprire, con particolare forza, l’importanza della protezione materna di Maria. La medaglia ricorda che la missione della Madre è legata, per volontà divina, a quella del Figlio, il Redentore, e sorregge la nostra invisibile ma quotidiana lotta contro gli inganni di Satana, smanioso di condurre alla dannazione eterna il maggior numero possibile di anime. «La medaglia è una miniatura – scrisse Jean Guitton. […] In uno spazio molto piccolo, in modo minuscolo, con un minimo di simboli, essa riassume in tutto la mariologia». E questa, come ha osservato Vittorio Messori, «è unita strettamente alla cristologia».

Non a caso, da Rue du Bac, iniziò un eccezionale ciclo di apparizioni mariane, segno della sovrabbondanza di grazie che ha coinciso con l’intensificarsi della battaglia escatologica. Sulla spinta dell’invocazione («concepita senza peccato») impressa sulla medaglia si rinvigorì il culto verso l’Immacolata Concezione. E con Pio IX, nel 1854, si arrivò alla solenne proclamazione del dogma, accolto con gioia dalla Chiesa universale quale verità «intimamente radicata nel cuore dei fedeli» fin dai tempi più antichi e testimonianza che «ogni tributo di onore reso alla Madre ridonda sul Figlio» (Ineffabilis Deus). Ciò che le visioni del 1830 avevano ridestato trovò poi una conferma a Lourdes, nel 1858, quando la Beata Vergine si rivelò all’umile Bernadette con le parole: «Io sono l’Immacolata Concezione». E suor Caterina, appena sentì il racconto delle nuove apparizioni della Madonna, disse sicura: «È la stessa».

I simboli della medaglia miracolosa!

San Leonardo da Porto Maurizio

Il primo merito che gli va ascritto è la propagazione della Via Crucis in tutta la Chiesa. Ne eresse ben 572. Attirò folle enormi con i suoi sermoni sulla Passione di Gesù. «È il più grande missionario del nostro secolo», diceva di lui sant’Alfonso Maria de’ Liguori

Il primo merito che va ascritto a san Leonardo da Porto Maurizio (1676-1751), un frate francescano della cosiddetta «Riformella», è la propagazione della Via Crucis in tutta la Chiesa. Fu lui, nel 1731, a ottenere da Clemente XII il breve Exponi nobis che autorizzava l’allestimento in tutte le chiese della Via Crucis, fino allora un privilegio delle sole chiese francescane. Solo il santo ne eresse ben 572 nelle varie città in cui andò in missione. Attirava folle enormi con i suoi sermoni sulla Passione di Gesù, che arrivavano fino a far lacrimare e singhiozzare i presenti.

San Leonardo introdusse inoltre le meditazioni per ognuna delle 14 stazioni, insegnando che la Via Crucis «è lo stesso che contemplare con tenerezza di cuore tutti quegli strazi e dolori che dalla casa di Pilato sino al Calvario soffrì sotto il peso della Croce l’amatissimo Gesù, il nostro bene». Fu sempre lui a spingere Benedetto XIV verso l’istituzione della Via Crucis al Colosseo, che venne consacrato a Dio e ai tantissimi cristiani che vi avevano patito il martirio. La prima si svolse nel 1750, in pieno Anno Santo. E il fatto religioso contribuì a evitare che il grande anfiteatro romano, a lungo utilizzato come cava di travertino, venisse smantellato.

Al secolo Paolo Girolamo Casanovail santo era rimasto orfano della madre ad appena due anni. Ricevette l’educazione religiosa dal padre. Lasciò la natìa Liguria poco più che bambino. Studiò teologia al convento romano di San Bonaventura al Palatino e a 25 anni venne ordinato sacerdote. Avrebbe voluto partire missionario per evangelizzare la Cina, ma il cardinale Colloredo gli disse: «La tua Cina sarà l’Italia». Fu così che l’Italia la girò in lungo e in largo, specie le regioni centro-settentrionali. Richiamò il popolo alla preghiera, alla penitenza e all’adorazione del Santissimo Sacramento. «È il più grande missionario del nostro secolo», disse di lui sant’Alfonso Maria de’ Liguori. Molto noto è un episodio avvenuto in Corsica, allora tormentata da insurrezioni separatiste; dopo una predica sulla Passione, gli uomini scaricarono in aria i fucili e si abbracciarono gridando a gran voce: «Viva frate Leonardo, viva la pace!».

Combatté il giansenismo e la sua errata concezione di Dioche faceva dubitare dell’amore divino. Raccomandava di porre sopra la porta delle case l’immagine di Gesù, nonché i Santissimi Nomi di Gesù e Maria. Verso la Madonna aveva una devozione filiale. Propagò la promessa delle Tre Ave Maria (che la Vergine aveva fatto a santa Matilde). Fu un convinto assertore dell’Immacolata Concezione. Consigliò di indire una consultazione con i vescovi, che chiamò «concilio per iscritto e senza spese», annunciando nella sua Lettera Profetica che l’Immacolata Concezione sarebbe stata proclamata dogmaticamente. Il suo scritto venne esposto nella cappella del convento di San Bonaventura al Palatino, dove il santo morì.

Un secolo più tardi divenne papa un devotissimo dell’allora beato Leonardo, Pio IX (sarà proprio lui a canonizzarlo), che conosceva bene quella cappella, dove si ritirava spesso a pregare. Poco dopo essere salito al Soglio petrino, Pio IX volle leggere e avere copia della Lettera Profetica, le cui parole gli rimasero impresse. Il 2 febbraio 1849, sollecitato anche dalle suppliche di molti fedeli, il pontefice pubblicò l’enciclica con cui chiedeva a tutti i vescovi del mondo di manifestare quale fosse il loro pensiero e la pietà del popolo cristiano verso l’Immacolata Concezione. Si sa com’è andata a finire: l’8 dicembre 1854 il dogma venne solennemente proclamato.

Santa Caterina d’Alessandria

Tra le martiri più rappresentate fin dall’Alto Medioevo, santa Caterina d’Alessandria (c. 287-305) fu ricolma «d’acutezza d’ingegno e di sapienza non meno che di fortezza d’animo», come ricorda il Martirologio Romano. Sua era una delle voci celesti che parlarono a santa Giovanna d’Arco

È tra le martiri più rappresentate fin dall’Alto Medioevo e onorata con la dedicazione di moltissime chiese. Santa Caterina d’Alessandria (c. 287-305) visse in uno dei centri culturali e religiosi più importanti dell’antichità e fu «ricolma di acuto ingegno, sapienza e forza d’animo», come ricorda il Martirologio Romano.

La più antica fonte scritta che si conosce sul suo martirio risale al VI secolo, cui hanno fatto seguito altri testi agiografici come la Legenda Aurea del beato Jacopo da Varagine. La tradizione riferisce che Caterina era una giovane di grande bellezza e intelligenza, dottissima in filosofia e religione. Ancora adolescente, ebbe il dono del matrimonio mistico con Gesù.

Le circostanze del suo martirio sono legate a una visita ad Alessandria d’Egitto dell’imperatore Massimino Daia, nominato cesare per l’Oriente nel 305 durante la tetrarchia (non si può escludere l’ipotesi di Jacopo da Varagine, che fa riferimento invece a Massenzio, il quale governò l’Africa dal 306). Massimino ordinò a ogni suddito di offrire sacrifici agli dei pagani. Caterina si presentò al palazzo dell’imperatore e lo invitò a riconoscere Cristo come Redentore, rifiutandosi di sacrificare a false divinità. Per controbattere all’eloquenza della giovane e dimostrarle che Dio non poteva finire crocifisso («scandalo per i Giudei, follia per i pagani», scrive infatti san Paolo), Massimino convocò dei filosofi e retori. Ma questi finirono per essere convertiti da Caterina, suscitando l’ira dell’imperatore, che li fece bruciare vivi. Al tempo stesso, invaghitosi di lei, le chiese più volte di sposarlo offrendosi di ripudiare la moglie.

Caterina rifiutò la proposta dell’imperatore, confermando la sua consacrazione a Cristo. Fu prima messa in prigione, poi torturata con la ruota dentata (suo ricorrente attributo iconografico) e infine decapitata. Tra i molti prodigi riferiti dalle agiografie, avvenne che le sue spoglie furono trasportate dagli angeli nella penisola del Sinai, sull’altura oggi nota come Monte Caterina. Alle sue pendici Giustiniano I (482-565) fondò il famoso monastero che fu in seguito dedicato alla santa, in ragione del fatto che intorno al IX secolo alcuni monaci ne avevano ritrovato il corpo.

Oltre alle molteplici attestazioni dell’antichità del culto, va ricordato che la vergine e martire egiziana era carissima a sante come la mistica spagnola Caterina Tomás (1531-1574), Angela Merici (1474-1540) e Giovanna d’Arco (1412-1431). Quest’ultima affermò di aver avuto – dai 13 anni in poi – locuzioni e visioni di santa Margherita d’Antiochia, san Michele Arcangelo e appunto santa Caterina d’Alessandria, che consigliò la futura patrona di Francia anche durante il suo processo.

Un’altra grande mistica devota di Caterina d’Alessandria è santa Matilde di Hackeborn (c. 1240-1298), che ebbe un’apparizione dell’antica martire nel giorno della sua festa: le apparve «tutta avviluppata in un manto coperto di ruote d’oro…», si legge nel Libro della Grazia speciale, basato sulle rivelazioni di Matilde. La religiosa tedesca intrattenne con Caterina un dialogo sul significato di un canto in suo onore, sulle sue nozze mistiche con Gesù e sull’Eucaristia. Caterina, tra l’altro, rispose così a una domanda di Matilde: «[…] La mia bellezza è quello splendore e quella dignità che Cristo diffonde sopra i suoi fedeli, ornandoli della ricca porpora del suo Sangue. Orbene, sappi che questo splendore si rinnova e si accresce ad ogni Santa Comunione; chi si comunica una volta raddoppia questo splendore; ma chi si comunica cento e mille volte, altrettanto aumenta questa bellezza dell’anima sua».

Santi martiri del Vietnam

Di questo gruppo di santi, martirizzati tra il 1745 e il 1862, fanno parte 8 vescovi, 50 sacerdoti e 59 laici, tra cui una madre e molti padri di famiglia. Novantasei di loro erano vietnamiti, 11 domenicani spagnoli e 10 francesi della Società per le Missioni estere di Parigi

Il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani, diceva Tertulliano. E certamente i 117 martiri del Vietnam che la Chiesa celebra oggi ci ricordano come la fede cristiana si sia ravvivata e trasmessa nei secoli grazie all’esempio di tanti testimoni luminosi, che sono arrivati fino al sacrificio della vita nella sequela a Cristo crocifisso. Di questo gruppo di santi, martirizzati tra il 1745 e il 1862, fanno parte 8 vescovi, 50 sacerdoti e 59 laici, tra cui una madre e molti padri di famiglia. Novantasei di loro erano vietnamiti, 11 domenicani spagnoli e 10 francesi della Società per le Missioni estere di Parigi. Nella maggioranza dei casi furono uccisi per decapitazione (75), mentre gli altri vennero strangolati, arsi vivi, smembrati o morirono in prigione a causa delle torture.

Per questi 117 martiri la Chiesa è riuscita ad accertare le circostanze del martirio, ma i loro nomi rappresentano solo una parte della moltitudine di persone trucidate in Vietnam per la fede in Cristo: dal 1645 al 1886 ci furono infatti ben 53 editti contro il cristianesimo e vennero uccisi tra i 130 e i 300 mila cristiani. Durante l’impero di Minh Mang (regnante dal 1820 al 1841) veniva condannato a morte anche chi nascondeva i fedeli. Ma probabilmente le persecuzioni più feroci si ebbero sotto Tu Duc (dal 1847 al 1883), che fece abbattere chiese, separare le famiglie cristiane, rastrellare i villaggi sospettati di nascondere sacerdoti, dare una ricompensa in denaro a chi collaborava alla cattura dei missionari. I catechisti stranieri e i sacerdoti vietnamiti venivano sgozzati. Ai catechisti locali veniva impressa con un ferro rovente sulla guancia sinistra la scritta Ta Dao, cioè «religione perversa». I semplici fedeli potevano salvarsi calpestando la croce davanti al giudice, ma moltissimi rifiutarono di farlo.

L’annuncio del Vangelo in Vietnam era iniziato nel XVI secolo e aveva ottenuto i primi visibili risultati in quello successivo, quando la predicazione dei gesuiti e in particolare di Alexandre de Rhodes, poi espulso dal Paese, aveva convertito migliaia di persone. Da allora le persecuzioni si sono susseguite, alternate a momenti di tregua, e ai giorni nostri proseguono sotto la Repubblica Socialista.

Capofila del gruppo di martiri ricordati oggi è il sacerdote vietnamita Andrea Dung Lac. Nacque da genitori pagani poverissimi e fu cresciuto da un catechista cattolico, che fece sorgere in lui la vocazione sacerdotale. Ordinato prete nel 1823, fu missionario in diverse località del Vietnam e venne più volte imprigionato dalle autorità locali. I fedeli pagarono anche dei riscatti per liberarlo, ma negli anni il santo crebbe talmente in grazia da desiderare ardentemente il martirio. «Chi muore per la fede, sale in Cielo. Al contrario, noi che ci nascondiamo continuamente, spendiamo del denaro per sottrarci ai persecutori! Sarebbe molto meglio lasciarci arrestare e morire», disse Andrea, consapevole che quella era la croce per la sua gloria eterna. Subì il martirio per decapitazione, ad Hanoi, il 21 dicembre del 1839.

I 117 martiri sono stati canonizzati nel 1988 da Giovanni Paolo II, che due anni più tardi li ha proclamati patroni del Vietnam. Il nulla osta alla canonizzazione era arrivato nel 1986 con il decreto De signis, che sancì l’ininterrotta fama di segni e miracoli attribuiti alla loro intercessione. Come disse il santo pontefice polacco nell’omelia per la canonizzazione, «di fronte alle disposizioni coattive delle autorità riguardo alla pratica della fede, essi affermarono la propria libertà di credo, sostenendo con umile coraggio che la religione cristiana era l’unica cosa che non potevano abbandonare, poiché non potevano disobbedire al supremo sovrano: il Signore. Inoltre proclamarono con forza la loro volontà di essere leali nei confronti delle autorità del Paese, senza contravvenire a tutto ciò che fosse giusto e onesto».

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