I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia

L’Eucaristia, l’Immacolata e il Sommo Pontefice!

Santi martiri messicani

I 25 santi martiri commemorati oggi vissero nel contesto storico delle persecuzioni del XX secolo in Messico, guidate da élite massoniche, in conseguenza delle quali avvenne la rivolta dei cristeros (1926-1929), uniti al grido di “Viva Cristo Re!”

I 25 santi martiri commemorati oggi vissero nel contesto storico delle persecuzioni del XX secolo in Messico, in conseguenza delle quali avvenne la rivolta dei “cristeros” (1926-1929).

Va detto che questi 25 santi – 22 dei quali sacerdoti e 3 laici – sono solo alcuni dei cristiani che testimoniarono fino al dono della vita la loro fede nel Risorto durante le durissime persecuzioni messicane, guidate da élite massoniche. Diversi altri fedeli sono stati elevati agli onori degli altari. Non fa parte del gruppo celebrato oggi, per fare l’esempio più noto, il quattordicenne José Sanchez del Rio (28 marzo 1913 – 10 febbraio 1928), canonizzato da papa Francesco e il cui martirio è stato narrato nel film Cristiada. Tornando ai nostri 25, si tratta dei martiri beatificati il 22 novembre 1992 e canonizzati, in pieno Giubileo, il 21 maggio 2000 da Giovanni Paolo II.

La situazione persecutoria in Messico aveva raggiunto un primo vertice nel 1915, quando erano stati uccisi circa 160 sacerdoti. Il clima di violenze e ostilità contro i cattolici, favorito da un’abile opera di propaganda massonica, proseguì negli anni successivi. Nel 1917 venne promulgata una nuova Costituzione, che prevedeva norme liberticide sulla religione: la chiusura delle scuole cattoliche e dei seminari, lo scioglimento degli ordini religiosi, la confisca di beni ecclesiastici, l’espulsione dei preti stranieri e restrizioni nel numero dei sacerdoti messicani. Ai sacerdoti era proibito indossare la talare nonché l’utilizzo di frasi come «se Dio vuole».

Per un dato periodo queste norme rimasero comunque perlopiù sulla carta, pur in un clima che rimaneva di grande ostilità alla fede. Segno clamoroso di questa ostilità fu l’attentato del 1921, quando Luciano Perez Carpio (era il governo il suo mandante) tentò di distruggere – nascondendo una bomba in un mazzo di fiori deposto vicino all’altare – l’immagine acheropita della Madonna di Guadalupe. L’immagine della Morenita rimase intatta.

La situazione generale andò peggiorando quando al potere arrivò Plutarco Elias Calles, ateo, massone e fortemente anticattolico. Calles fece dare piena attuazione alle norme contenute nella Costituzione del 1917 e, inoltre, impose agli impiegati pubblici di scegliere tra il posto di lavoro e la fede: nella sola Guadalajara, su 400 maestri cattolici ben 389 preferirono perdere il lavoro anziché rinnegare Cristo.

In questa atmosfera si moltiplicarono gli attacchi contro i fedeliche uscivano dalle chiese o partecipavano a processioni religiose. La risposta dei cattolici messicani consistette inizialmente in forme di protesta pacifica: il boicottaggio dei prodotti statali, una petizione firmata da 2 milioni di persone e la formazione della Lega nazionale in difesa della libertà religiosa. Ma le violenze governative continuarono. Dall’1 agosto 1926 le Messe vennero bandite, cosicché fu possibile celebrarle solo di nascosto. Il 18 novembre dello stesso anno Pio XI pubblicò un’enciclica durissima, la Iniquis Afflictisque, parlando apertamente di «superbia e demenza» dei persecutori.

Tra il ’26 e il ’27 si formò un esercito di comuni fedeli – composto da contadini, operai, studenti, ecc. – che chiedevano il ripristino della libertà di culto. Le loro bandiere recavano la scritta Viva Cristo Re(¡Viva Cristo Rey!) e l’immagine della Vergine di Guadalupe. I cristeros, come appunto vennero chiamati, recitavano il Rosario ogni giorno e quando trovavano un sacerdote disponibile partecipavano alla Santa Messa. Facevano questo giuramento: «Giuro solennemente per Cristo e per la Santissima Vergine di Guadalupe, Regina del Messico, per la salvezza della mia anima: 1) di mantenere l’assoluto segreto su tutto quello che può compromettere la santa causa che abbraccio; 2) di difendere con le armi in mano la completa libertà religiosa del Messico. Se osserverò questo giuramento, che Dio mi premi; se mancherò, che Dio mi punisca». L’esercito dei governativi cercò più volte di schiacciare i cristeros, ma non vi riuscì. Alla fine, si arrivò a un accordo nel 1929, riconoscendo, sebbene ancora in modo parziale, alcuni dei diritti della Chiesa.

Nel frattempo, si era compiuto il martirio di molte anime predilette. Tra queste, il capofila nel Martirologio dei 25 santi celebrati oggi, padre Cristóbal Magallanes (1869-1927). Il quale all’inizio delle persecuzioni, dopo la chiusura imposta nel 1916 del seminario di Guadalajara, aveva fondato un seminario nella propria parrocchia per proteggere e formare i futuri sacerdoti. Allo scoppio della sollevazione cristera prese le distanze dall’uso delle armi come risposta alle persecuzioni, scrivendo un articolo in cui chiedeva che le “armi” da usare fossero quelle della parola. I soldati governativi lo catturarono il 21 maggio 1927 e il generale Francisco Goñi lo trovò colpevole per il semplice fatto di essere sacerdote. Venne fucilato quattro giorni più tardi, insieme a padre Agustin Caloca, molto più giovane di lui. Poco prima della fucilazione, Caloca era stato confortato così da padre Magallanes: «Stai tranquillo, figliolo, solo un momento e poi il Cielo». E a coloro che stavano per sparargli aveva detto: «Io muoio innocente e chiedo a Dio che il mio sangue serva per l’unione dei miei fratelli messicani».

Questi i nomi dei 25 martiri: Cristóbal Magallanes Jara, Roman Adame Rosales, Rodrigo Aguilar Aleman, Julio Alvarez Mendoza, Luis Batis Sainz, Agustin Caloca Cortes, Mateo Correa Magallanes, Atilano Cruz Alvarado, Miguel De La Mora, Pedro Esqueda Ramirez, Margarito Flores Garcia, Jose Isabel Flores Varela, David Galvan Bermudez, Pedro de Jesus Maldonado Lucero, Jesus Mendez Montoya, Justino Orona Madrigal, Sabas Reyes Salazar, Jose Maria Robles Hurtado, Toribio Romo Gonzalez, Jenaro Sanchez Delgadillo, David Uribe Velasco, Tranquilino Ubiarco Robles (sacerdoti); David Roldan Lara, Salvador Lara Puente, Manuel Morales (laici).

San Bernardino da Siena

Il patrono dei pubblicitari, grande propagatore della devozione al Santissimo Nome di Gesù («Dio è salvezza») e capace di operare innumerevoli conversioni, spiegava che la sua intenzione era «rinnovare e chiarificare il nome di Gesù, come fu nella primitiva Chiesa»

«Il nome di Gesù è la luce dei predicatori, perché illumini di splendore l’annunzio e l’ascolto delle sue parole. Donde credi si sia diffusa in tutto il mondo una luce di fede così grande, repentina e ardente, se non perché fu predicato Gesù?». Così diceva in uno dei suoi celebri discorsi Bernardino da Siena (8 settembre 1380 – 20 maggio 1444), il santo francescano e infaticabile predicatore che propagò la devozione al Santissimo Nome di Gesù, dandogli rilevanza liturgica. Bernardino, sulle orme dei primi cristiani («…perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra», scriveva per esempio san Paolo ai Filippesi), riteneva tale devozione necessaria per ravvivare la fede: «Questa è mia intenzione, di rinnovare e chiarificare il nome di Gesù, come fu nella primitiva Chiesa».

Nato a Massa Marittima in una famiglia nobile, era presto rimasto orfano della madre (a 3 anni) e del padre (a 6 anni). Nel 1400 si trovava già a Siena quando, dopo essersi offerto per assistere gli appestati della città, contrasse egli stesso la peste. Ne guarì. In questo periodo maturò in lui il desiderio di consacrarsi a Dio. A 22 anni compiuti, iniziò il suo noviziato tra i francescani, aderendo alla riforma detta «dell’Osservanza», mirante a restaurare lo spirito originario trasmesso da san Francesco. Approfondì lo studio delle Sacre Scritture, dei Padri della Chiesa e della teologia medievale, specie francescana, imparando a predicare e a farsi capire da tutti, grazie all’uso di un linguaggio vivace, ricco di immagini e di citazioni bibliche. Per un certo tempo una malattia alle corde vocali mise a forte rischio il prosieguo della sua predicazione, ma un giorno la voce gli ritornò improvvisamente, più forte e limpida di prima.

Nel 1417, iniziò a peregrinare di città in città, attraversando l’Italia centrale e settentrionale. Folle enormi accorrevano alle sue prediche, in cui affrontava temi di fede e di morale, compresa la ferma condanna dell’usura e dell’avarizia. San Bernardino è pure ricordato nella storia del pensiero economico perché scrisse un libro intitolato Sui contratti e l’usura, in cui offre una giustificazione della proprietà privata e si sofferma sulle figure dell’imprenditore e del mercante, l’onestà del lavoro, eccetera. Subì un primo processo per eresia intorno al 1427, intentatogli da usurai e ambienti affini. Non solo fu completamente assolto dalle accuse, bensì papa Martino V rimase così colpito dalla sua persona che gli chiese di predicare a Roma, cosa che il santo fece per 80 giorni consecutivi.

Famosissimo è anche il ciclo predicatorio di 45 giorni che tenne a Siena, dal 15 agosto 1427, in Piazza del Campo. Bernardino era solito scrivere le sue prediche in latino, parlando poi in volgare. I discorsi senesi sono arrivati fino a noi con il titolo di Prediche volgarigrazie all’opera preziosissima di un umile cimatore di panni che trascrisse parola per parola – servendosi di tavolette cerate – gli insegnamenti del santo. Non si contano le conversioni che riuscì a operare, testimoniate innanzitutto dalle file di persone che andavano a confessarsi e a ricevere l’Eucaristia dopo averlo ascoltato.

Bernardino spiegava che nel nome di Gesù, che significa «Dio salva» o «Dio è salvezza», è racchiuso ogni aspetto della vita terrena di Nostro Signore. «Che credi che sia il Vangelo? È il nome di Jesu…», diceva infatti il santo. Lui stesso, che per questo verrà in seguito scelto come patrono dei pubblicitari, ne disegnò il simbolo, tracciando il cristogramma IHS all’interno di un sole dorato e su sfondo azzurro. Il sole ha 12 raggi serpeggianti, lo stesso numero degli apostoli e delle tribù d’Israele. Il significato dei raggi era espresso in una litania: I. Rifugio dei penitenti; II. Vessillo dei combattenti; III. Medicina degli infermi; IV. Sollievo dei sofferenti; V. Onore dei credenti; VI. Splendore degli evangelizzanti; VII. Mercede degli operanti; VIII. Soccorso dei deboli; IX. Sospiro dei meditanti; X. Aiuto dei supplicanti; XI. Debolezza dei contemplanti; XII. Gloria dei trionfanti.

Per l’uso del simbolismo solare subì nuove accuse di eresia. Ma pure queste accuse caddero, grazie anche al sostegno di san Giovanni da Capestrano e alla presenza di quei simboli già nell’Antico Testamento. «La mia giustizia sorgerà come un sole e i suoi raggi porteranno la guarigione», dice infatti il profeta Malachia.

L’altro fatto straordinario fu la capacità di Bernardino di far entrare questa devozione nel cuore del popolo. Al termine delle prediche, faceva baciare ai fedeli le tavolette di legno su cui erano scritte le tre lettere del nome di Gesù (appunto IHS o JHS). Il simbolo da lui disegnato (spesso integrato da una croce – richiesta da Martino V – sormontante la lettera H) si diffuse ovunque, dalle chiese alle facciate dei palazzi.

21 maggio – Solennità di Sant’Eugenio di Mazenod (1782-1861)

Il Fondatore entrò in cielo il 21 maggio 1861. Com’è andata l’entrata?

Alla morte, Mons. di Mazenod dichiarava agli Oblati che lo circondavano: “La mia unica sofferenza è quella di abbandonare uomini come voi, che amo con un cuore che voi non potete comprendere. Dio mi ha dato un cuore di immensa capacità e mi ha permesso di amare i miei figli con questo cuore… Avrete qualcuno che mi sostituisca, che vi stimi secondo il vostro merito, ma non troverete mai qualcuno che vi ami come me… ” (A Padre Antoine Mouchette: cf. Notizie ncrologiques, VII, 91).

Il successore del Fondatore, P. José Fabre scriveva nella sua circolare del 29 aprile 1862: “Il nostro caro Padre, alla presenza di Dio, sarà per noi quello che è sempre stato nei suoi giorni qui sulla terra. Noi che riceviamo dalle sue labbra agonizzanti la sua toccante promessa, possiamo dirvi questo: lui starà intercedendo per i suoi figli… ”

Nell’omelia della liturgia della beatificazione di Eugenio de Mazenod, Paolo VI lo definì come “un appassionato di Gesù Cristo e un servitore incondizionato della Chiesa”. Approvando le Costituzioni e le Regole del 1982, la Congregazione per i religiosi fece voti ” affinché gli Oblati di Maria Immacolata, stimolati dalla parola e dall’esempio del Beato Eugenio de Mazenod, suo Fondatore, vivano sempre più generosamente nte la sua totale consacrazione a Dio e la missione specifica che è stata affidata loro dalla Chiesa. ” (Decreto nel libro delle Costituzioni e delle regole, p. 10)

La celebrazione liturgica di questo giorno comprende un proprio della messa e dell’ufficio che si prende dal comune dei pastori o dei santi religiosi. Se 114 La preghiera oblata suggerisce tre opzioni per la seconda lettura dell’Ufficio delle Letture: la Pastorale di Mons. di Mazenod per la quaresima del 1860, l’omelia di Papa Paolo VI nella beatificazione nel 1975 e l’omelie di Papa Giovanni Paolo II durante la sua canonizzazione nel 1995.

Si suggeriscono tre opzioni per la seconda lettura dell’Ufficio delle Letture: la lettera pastorale di Quaresima di Eugenio de Mazenod del 1860, l’omelia di Papa Paolo VI nella Beatificazione del 1975 e l’omelie di Papa Giovanni Paolo II nella Canonizzazione di 1995

Foto: Tomba del Fondatore nella Cattedrale di Marsiglia, Francia. In essa c’è l’iscrizione: “Praticate tra voi la carità, la carità, e all’esterno la carità per la salute degli uomini. “Praticate tra voi la carità, la carità, e fuori lo zelo per la salvezza delle anime.

Foto:
Forse l’ultima fotografia di Sant’Eugenio prima di morire, scattata nel 1860.
Tomba del Fondatore nella Cattedrale di Marsiglia, Francia. In essa c’è l’iscrizione: “Praticate tra voi la carità, la carità, e all’esterno la carità per la salute degli uomini. “Praticate tra voi la carità, la carità, e fuori lo zelo per la salvezza delle anime.

San Felice da Cantalice e San Filippo Neri: gli scherzi che conducono a Dio 

a cura di Giuliano Zoroddu
Nella festa di san Felice da Cantalice (1515 circa – Roma, 18 maggio 1587), frate questuante dell’Ordine Cappuccino, canonizzato da Clemente XI nel 1712, ci piace ricordare la sua amicizia con san Filippo Neri. Un’amicizia imperniata sulla carità divina, ma fatta anche di pii scherzi.

Aveva il Beato servo di Cristo una singolare dimestichezza e cordiale amicizia con San Filippo Neri allora vivente, famoso per la santità e i doni di Dio. E San Filippo con scambievole affetto amava teneramente il Beato Felice da lui conosciuto per uno dei maggiori Santi, come soleva dire, e a Dio più cari, che avesse in quel tempo il Mondo Cattolico. Questi due grandi Lumi, ed esemplari di giustizia si comunicavano insieme i divini favori, s’accendevano insieme con celestiali ragionamenti nell’amore di Dio, ed emulando l’uno le pratiche virtuose dell’altro, poteva Roma riconoscerli figurati, seguendo l’interpretazione di S. Gregorio Papa, in quei misteriosi volatili veduti in ispirito dal Profeta Ezechiele, i quali urtandosi colle penne delle ali l’un l’altro, insieme si stimolavano al volo: poiché osservando Felice le perfezioni di Filippo, e questi la bontà di Felice, s’eccitavano vicendevolmente a sollevarsi ognuno, senza fare mai pausa, all’altezza di santità più sublime. Nel visitarsi, o incontrarsi per la Città facevano a gara d’essere ognuno il primo ad inchinarsi al’altro, ed ambedue genuflessi non s’alzava Felice, se non lo benediceva Filippo, né partiva Filippo, se non era benedetto da Felice. Talora ſe ne stavano qualche tempo strettamente insieme abbracciati senza pronunziare parola, e distaccati, si separavano, senza neppure dirsi addio; supplendo il loro cuore quelle parti, alle quali dagl’interni colloqui, e purissimi affetti era necessitata mancare la facoltà della voce. Fortunatissima Roma, favorita dal Cielo di rimirarsi nel seno in un tempo medesimo queste due grandi Anime, all’aspetto, ed’esempio delle quali giubilava ogni giusto, e si confondevano gl’iniqui, s’animavano quelli a stabilirsi via più che mai nella loro innocenza, e questi si risolvevano di sbrigarsi speditamente da lacci infernali, e rimetterſi nella libertà de’figliuoli di Dio. Ah di quanti fece allora acquisto il Paradiso, che privi di queste Immagini vive di santità avrebbero forse dato in podestà di perdizione!

Or volendo un giorno San Filippo sperimentare, o pur meglio, spiegare sugli occhi di Roma l’umiltà sopraffina e  la perfetta mortificazione d’ogni umana alterigia, di cui era dotato il Beato Felice, incontratolo per caso, che raccoglieva l’elemosina nella contrada di Banchi vicino alla Zecca Vecchia: “Ladroncello – gli disse – questa mattina sì che io voglio vedere se siete mortificato!”; e qui toltosi il suo Cappello glielo mise in testa con dirgli: “Andatevene adesso così per tutto Banchi,Pellegrino, con fare il vostro esercizio di mendicare”. E Felice, accettato senza ripugnanza il cappello, colla sua fronte al solito onestamente gioconda seguitò per quelle contrade le sue faccende. La gente intanto al vederlo con quella stravaganza per Roma, formavano di ciò mille diversi giudizi. alcuni dicevano: “Fra’ Felice deve patir male di testa, ché la porta coperta”; altri: “Questo povero vecchio fa penitenze sì strane, che lo fanno dare in deliri”; altri: “Fra’ Felice rimbambisce, se tira innanzi così diverrà la favola di Roma, il giuoco de ragazzini”. Insomma gli oziosi lo motteggiavano ed i sagaci, piangendo per tenerezza devota, lo riverivano umiliato, e seriamente insanito per Cristo. E l’ uomo di Dio, invariabile non meno di cuore, che d’aspetto, con occhi bassi e taciturno, seguitava il suo ufficio, quando pervenuto alla piazza di S. Lorenzo in Damaso, gli si presentò San Filippo, il quale intanto s’era ancor egli mortificato coll’andare qualche tempo a capo scoperto, e, levatogli quasi con sdegno il cappello di testa: “Bell’ esempio – gli disse – che avete dato questa mattina alla Città di Roma! Vituperio del vostro Ordine! Voglio andare io stesso dai vostri Superiori perché vi carichino, per tale sproposito, d’una memorabile penitenza!”. E Felice tutto contento umilmente rispose: “Io veramente per le mie colpe la merito e l’accetterò e farò volentieri per l’amore di Dio”. 

Il P. Pietro Giacomo Bacci, Prete della Congregazione dell’Oratorio, nella Vita di S. Filippo Neri stampata in Roma nell’Anno 1622, riferisce nel capitolo decimo del secondo libro, che nell’episodio narrato, prima che il Neri imponesse la mortificazione a Felice col fargli portare per la Città il suo cappello, aveva Felice fatto prova della mortificazione di Filippo col dargli a bere in pubblica strada la sua fiasca; e che fermatasi a tale spettacolo molta gente, dicevano insieme: “Ecco un Santo che dà da bere ad un altro Santo”; celebrati per ciò ambedue per uomini di grande spirito d’umiltà, e dispregio di se medesimi. 

[…] Con questi innocentissimi scherzi faceva l’uno esperienza dell’umiltà dell’altro; e tutti e due, in tale virtù eminenti, confondevano la sfacciataggine della superbia che allora in Roma più che in altre parti del Criſtianesimo arditamente regnava.

(Fra’ Angelo Maria de Rossi, Vita di S. Felice da Cantalice Religioso Capuccino della Provincia Romana, Roma, 1712, pp. 62-65.Versione adattata ad un linguaggio più comprensibile)

La meta finale della rivoluzione

“La meta finale della Rivoluzione è l’insediamento del regno del Demonio sulla terra, ossia di un anti-ordine religioso e temporale nel quale gli uomini adorano il Demonio come loro Dio. Ma non si tratta di un Demonio travesito da angelo di luce, ma invece del Demonio che si presenta in tutto il suo orrore” (Plinio Correa de Oliveria).
“La secolarizzazione si trasforma nel satanismo. Questo è importante. Il Diavolo torna. E’ la grande parodia. Dopo la secolarizzazione, l’individualismo, il materialismo, torna la spiritualità all’inverso. (Aleksandr Dugin).
“La quinta Rivoluzione potrebbe essere chiamata mistica, perchè essa è già puro misticismo. E’ l’entrata in scena del Demonio e, da parte sua, l’imperiosa sollecitazione ad adorarlo, in mezzo alle tentazioni e al fragore”. (Plinio Correa de Oliveira).
“Alla fine del processo della modernità – satanismo temperato coerente- il Diavolo appare di nuovo, solo e senza Dio. Il Diavolo (l’Anticristo) si rivela”. (Aleksandr Dugin).

I tre gradi dell’Amore

San Bernardino da Siena

Il patrono dei pubblicitari, grande propagatore della devozione al Santissimo Nome di Gesù («Dio è salvezza») e capace di operare innumerevoli conversioni, spiegava che la sua intenzione era «rinnovare e chiarificare il nome di Gesù, come fu nella primitiva Chiesa»

«Il nome di Gesù è la luce dei predicatori, perché illumini di splendore l’annunzio e l’ascolto delle sue parole. Donde credi si sia diffusa in tutto il mondo una luce di fede così grande, repentina e ardente, se non perché fu predicato Gesù?». Così diceva in uno dei suoi celebri discorsi Bernardino da Siena (8 settembre 1380 – 20 maggio 1444), il santo francescano e infaticabile predicatore che propagò la devozione al Santissimo Nome di Gesù, dandogli rilevanza liturgica. Bernardino, sulle orme dei primi cristiani («…perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra», scriveva per esempio san Paolo ai Filippesi), riteneva tale devozione necessaria per ravvivare la fede: «Questa è mia intenzione, di rinnovare e chiarificare il nome di Gesù, come fu nella primitiva Chiesa».

Nato a Massa Marittima in una famiglia nobile, era presto rimasto orfano della madre (a 3 anni) e del padre (a 6 anni). Nel 1400 si trovava già a Siena quando, dopo essersi offerto per assistere gli appestati della città, contrasse egli stesso la peste. Ne guarì. In questo periodo maturò in lui il desiderio di consacrarsi a Dio. A 22 anni compiuti, iniziò il suo noviziato tra i francescani, aderendo alla riforma detta «dell’Osservanza», mirante a restaurare lo spirito originario trasmesso da san Francesco. Approfondì lo studio delle Sacre Scritture, dei Padri della Chiesa e della teologia medievale, specie francescana, imparando a predicare e a farsi capire da tutti, grazie all’uso di un linguaggio vivace, ricco di immagini e di citazioni bibliche. Per un certo tempo una malattia alle corde vocali mise a forte rischio il prosieguo della sua predicazione, ma un giorno la voce gli ritornò improvvisamente, più forte e limpida di prima.

Nel 1417, iniziò a peregrinare di città in città, attraversando l’Italia centrale e settentrionale. Folle enormi accorrevano alle sue prediche, in cui affrontava temi di fede e di morale, compresa la ferma condanna dell’usura e dell’avarizia. San Bernardino è pure ricordato nella storia del pensiero economico perché scrisse un libro intitolato Sui contratti e l’usura, in cui offre una giustificazione della proprietà privata e si sofferma sulle figure dell’imprenditore e del mercante, l’onestà del lavoro, eccetera. Subì un primo processo per eresia intorno al 1427, intentatogli da usurai e ambienti affini. Non solo fu completamente assolto dalle accuse, bensì papa Martino V rimase così colpito dalla sua persona che gli chiese di predicare a Roma, cosa che il santo fece per 80 giorni consecutivi.

Famosissimo è anche il ciclo predicatorio di 45 giorni che tenne a Siena, dal 15 agosto 1427, in Piazza del Campo. Bernardino era solito scrivere le sue prediche in latino, parlando poi in volgare. I discorsi senesi sono arrivati fino a noi con il titolo di Prediche volgarigrazie all’opera preziosissima di un umile cimatore di panni che trascrisse parola per parola – servendosi di tavolette cerate – gli insegnamenti del santo. Non si contano le conversioni che riuscì a operare, testimoniate innanzitutto dalle file di persone che andavano a confessarsi e a ricevere l’Eucaristia dopo averlo ascoltato.

Bernardino spiegava che nel nome di Gesù, che significa «Dio salva» o «Dio è salvezza», è racchiuso ogni aspetto della vita terrena di Nostro Signore. «Che credi che sia il Vangelo? È il nome di Jesu…», diceva infatti il santo. Lui stesso, che per questo verrà in seguito scelto come patrono dei pubblicitari, ne disegnò il simbolo, tracciando il cristogramma IHS all’interno di un sole dorato e su sfondo azzurro. Il sole ha 12 raggi serpeggianti, lo stesso numero degli apostoli e delle tribù d’Israele. Il significato dei raggi era espresso in una litania: I. Rifugio dei penitenti; II. Vessillo dei combattenti; III. Medicina degli infermi; IV. Sollievo dei sofferenti; V. Onore dei credenti; VI. Splendore degli evangelizzanti; VII. Mercede degli operanti; VIII. Soccorso dei deboli; IX. Sospiro dei meditanti; X. Aiuto dei supplicanti; XI. Debolezza dei contemplanti; XII. Gloria dei trionfanti.

Per l’uso del simbolismo solare subì nuove accuse di eresia. Ma pure queste accuse caddero, grazie anche al sostegno di san Giovanni da Capestrano e alla presenza di quei simboli già nell’Antico Testamento. «La mia giustizia sorgerà come un sole e i suoi raggi porteranno la guarigione», dice infatti il profeta Malachia.

L’altro fatto straordinario fu la capacità di Bernardino di far entrare questa devozione nel cuore del popolo. Al termine delle prediche, faceva baciare ai fedeli le tavolette di legno su cui erano scritte le tre lettere del nome di Gesù (appunto IHS o JHS). Il simbolo da lui disegnato (spesso integrato da una croce – richiesta da Martino V – sormontante la lettera H) si diffuse ovunque, dalle chiese alle facciate dei palazzi.

Plinio Corrêa de Oliveira: “Volgiamo i nostri occhi a Lei”

« Sì, volgiamo i nostri occhi alla Madonna di Fatima chiedendole al più presto i grandi perdoni e le grandi vittorie che comporterà l’instaurazione del suo regno. Anche se, a questo fine, la Chiesa e il genere umano devono passare attraverso i castighi apocalittici ».

Gli Araldi del Vangelo a Fatima

San Celestino V

Prima dell’incredibile successione di fatti che portò alla sua elezione a pontefice, quando aveva già 85 anni, san Celestino V (c. 1209-1296), al secolo Pietro Angelerio, detto Pietro da Morrone, aveva consacrato la sua esistenza a Dio vivendo per buona parte del tempo da eremita

Prima dell’incredibile successione di fatti che portò alla sua elezione a pontefice, quando aveva già 85 anni, san Celestino V (c. 1209-1296), al secolo Pietro Angelerio, detto Pietro da Morrone, aveva consacrato la sua esistenza a Dio vivendo per buona parte del tempo da eremita.

Penultimo dei 12 figli di due contadini, Pietro mostrò fin dalla giovinezza l’attrazione per la vita ascetica. Dopo l’esperienza in un’abbazia benedettina, si orientò per la contemplazione di Dio nella solitudine: passò da un eremo all’altro e, intorno ai trent’anni, si ritirò in una caverna sul Monte Morrone (da cui il nome datogli dai contemporanei). Interruppe il suo eremitaggio solo per la preparazione al sacerdozio, che svolse a Roma. Dopo l’ordinazione sacerdotale riprese la sua vita contemplativa sui monti.

La fama della sua santità attrasse diversi discepoli. Perciò il buon Pietro decise di fondare una congregazione, i cui membri vennero originariamente chiamati “fratelli di Santo Spirito” (dal nome di uno degli eremi da lui fondati) e in seguito alla canonizzazione del loro fondatore furono detti “celestini”. Urbano IV diede la prima approvazione della nuova comunità nel 1263, riconoscendola come un ramo dell’Ordine benedettino. Nell’inverno di dieci anni più tardi, in vista del secondo concilio di Lione (che si proponeva tra l’altro di limitare la proliferazione di nuovi istituti religiosi), Pietro si recò a piedi nella città francese per parlare con Gregorio X. Il papa non solo confermò la congregazione ma chiese al santo di celebrare la Messa davanti agli altri Padri conciliari perché «nessuno ne era più degno».

La sua congregazione si espanse fino a contare circa 600 membri, tra monaci e oblati, suddivisi in decine di monasteri. Pietro, che arrivò a fare quattro quaresime all’anno, guidò i suoi discepoli finché poté. Intorno al 1280, ormai avanti con l’età, affidò il timone a un confratello e ritornò a vivere da eremita tra la Majella e il Morrone. Pareva che la sua vita terrena dovesse concludersi su quei monti, e invece doveva ancora verificarsi qualcosa di impensabile. Il 4 aprile 1292 morì Niccolò IV e nello stesso mese si riunì il conclave, allora composto da soli 12 cardinali, per l’elezione del nuovo papa. Prima le divisioni tra i porporati, poi un’epidemia di peste, nella quale trovò la morte uno di loro, prolungarono il conclave a dismisura: trascorsi due anni, la sede pontificia era ancora vacante. In quel frangente arrivarono pure le pressioni di Carlo II d’Angiò, che aveva bisogno dell’avallo papale per un accordo con il re aragonese.

Lo stesso Pietro scrisse al decano del collegio cardinalizio, profetizzando gravi castighi divini se non avessero in breve eletto il papa. I cardinali, infine, si accordarono sul suo nome. Inviarono dei messaggeri sul Morrone per ottenere il “sì” di Pietro, che, come riportò uno di loro, vestiva «una rozza tonaca» e apparve come «un uomo vecchio, attonito ed esitante per così grande novità». Con visibile sofferenza, dopo essersi sentito dire che avrebbe commesso peccato mortale in caso di rifiuto, l’eremita comunicò di accettare la carica. Il 29 agosto 1294 ricevette la tiara papale e assunse il nome di Celestino V. Il suo pontificato, subito influenzato dalle ingerenze di Carlo II d’Angiò e da alcuni uomini di curia disinteressati ai beni eterni, durò solo tre mesi e mezzo.

A parte la concessione della “Perdonanza”, un’indulgenza precorritrice del Giubileo, Celestino, catapultato a 85 anni in una situazione molto più grande di lui, prese delle decisioni infelici. Ma si rese conto del disordine che regnava nella Chiesa: «Dio mio, mentre regno sulle anime, ecco che perdo la mia», disse sconfortato. Domandò se per il diritto canonico fosse possibile la rinuncia al ministero petrino per ragioni legittime: gli fu risposto di sì, e il 13 dicembre 1294 lesse la sua rinuncia. Per questo molta critica ha individuato in lui il personaggio tratteggiato da Dante («colui che fece per viltade il gran rifiuto»), ma è evidente che Celestino agì in spirito di vera umiltà e amore per la Chiesa. Visse gli ultimi mesi rinchiuso in un castello, perché il suo successore Bonifacio VIII temeva che i propri rivali potessero contestare l’abdicazione di Celestino e servirsi di lui per uno scisma. Tornò alla casa del Padre intonando i Salmi. La sua causa per la canonizzazione fu avviata dallo stesso Bonifacio VIII. E si concluse – dopo l’ascolto di centinaia di testimoni – sotto Clemente V, che nel 1313 lo proclamò santo.

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