I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia

L’Eucaristia, l’Immacolata e il Sommo Pontefice!

Categoria: Araldi del Vangelo (Page 2 of 85)

Le 7 parole di Gesù in croce, per imparare a morire con Lui

Le frasi pronunciate da Nostro Signore sulla croce sono il Suo testamento d’amore per gli uomini di ogni tempo. Ce lo ricorda il nuovo libro di Angelo Comastri “Le ultime parole di Gesù”, in cui il cardinale medita sul significato di ciascuna di esse, intrecciando le parole di Cristo con la vita di testimoni contemporanei, da san Massimiliano Kolbe a Madre Teresa di Calcutta, fino al chirurgo e premio Nobel, Alexis Carrel.

Le “sette parole” che Gesù pronunciò sulla croce costituiscono il testamento spirituale d’amore del Cristo morente. Lo rileva monsignor Angelo Comastri, vicario generale di Sua Santità per la Città del Vaticano e arciprete della Basilica di San Pietro, nel suo recente volume Le ultime parole di Gesù (San Paolo 2019, pp. 176), in cui la meditazione sulle parole di Nostro Signore è accostata sapientemente ai gesti concreti di coloro che, con la loro testimonianza di vita, hanno incarnato il lascito di tale manifesto d’amore.

“Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno” (Lc23, 34)

La prima espressione del Crocifisso è una parola di perdono per i suoi crocifissori. Rivela che, come sottolinea Comastri, “l’onnipotenza di Dio è onnipotenza di amore. Sulla Croce di Gesù è stata definitivamente inchiodata ogni immagine di Dio che vorrebbe caratterizzarlo come onnipotenza di forza irresistibile e di potere che schiaccia e punisce”. Questo amore che perdona e non serba odio nei confronti dei carnefici è stato testimoniato mirabilmente da san Massimiliano Maria Kolbe, allorquando decise di offrire la propria vita in cambio di quella di un padre di famiglia condannato a morte dai nazisti come ritorsione per la fuga di un prigioniero. Il santo, “con un atto di amore, ha reso presente l’Amore di Dio in un inferno di odio”.


“In verità Io ti dico: oggi sarai con me nel paradiso” (Lc 23, 43)

Queste stesse parole sono state fatte proprie da Maria Gorettiquando, colpita per ben 14 volte da un giovane con un punteruolo che voleva attentare alla sua verginità, fu trasportata sanguinante in ospedale. «Il parroco, indicando il Crocifisso, ha l’ispirazione di chiedere a Maria: “Marietta, vuoi perdonare Alessandro come Gesù perdonò i suoi crocifissori?”. La bambina resta in silenzio per qualche secondo e poi risponde: “Sì, lo perdono di cuore. E lo voglio con me in Paradiso”», racconta Comastri. Così, mentre era in carcere, una notte Alessandro sognò Maria Goretti che raccoglieva per lui dei gigli e gli si avvicinava. Il giovane si svegliò di soprassalto e, rasserenato, pensò in cuor suo: «Ormai mi salvo anch’io – dico tra me – perché sono certo che Marietta prega per me. È venuta a trovarmi e a darmi il suo perdono. Da quel giorno non sento più l’orrore di prima per la mia vita». Ciò accadde verso la fine del 1906. Alessandro fu poi accolto dai Padri Cappuccini e, con sua profonda gioia, ricevette anche il perdono da parte della madre di Maria.


“Donna, ecco tuo figlio!”. “Ecco tua madre!” (Gv 19, 26-27)

«Voleva dirle: “Mamma, non pensare a me! Io sto vivendo il gesto del più grande amore: e questo mio amore è l’unica ancora di salvezza per l’umanità! Mamma, insegnalo a Giovanni! Fagli da mamma! E, dopo Giovanni, fai da mamma a tutti gli uomini che appariranno nello scenario della storia”». In relazione alla maternità di Maria, padre Comastri ricorda come la potente intercessione della Vergine a Lourdes abbia liberato dall’ateismo il chirurgo Alexis Carrel (premio Nobel per la medicina), in seguito a un miracolo accaduto a una sua paziente e di cui è stato spettatore. Allo stesso modo la premura materna di Maria ha impedito il suicidio di Giuseppe Battista Tomassi, che aveva deciso di spararsi. Intervenendo prontamente nello stesso luogo santo, la Madonna guarì le ferite del cuore di Giuseppe e così, “da una rivoltella diventata inutile; da una disperazione diventata speranza; dallo spettacolo dell’amore vissuto, nel quale un giovane disperato incontrò Dio; dalla gratitudine di un ragazzo guarito nel cuore dalla Madonna”, è affiorata l’idea dell’Unitalsi, la nota associazione che prosegue ancora oggi nella sua missione al servizio dei disabili e dei malati.


“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mc 15, 34)

«Queste parole sono l’inizio del Salmo 21, un salmo che gli scribi e i farisei conoscevano alla perfezione. Si tratta di una impressionante cronaca della Passione di Gesù: è una fotografia scattata prima dell’evento, una fotografia che Dio solo poteva scattare. L’Amore infinito ha attraversato la nostra cattiveria in tutta la sua ampiezza e l’ha vinta: l’ha sconfitta con l’ampiezza dell’Amore. L’abbiamo capito? Gesù continua a gettare sprazzi di luce nel buio di ogni tempo», spiega il cardinale. Jacques Fesch è un giovane del secolo scorso, un omicida che riuscì ad affrontare serenamente persino la ghigliottina. Dopo aver condotto una vita da dissoluto, fece penitenza in carcere, sposò la sua compagna con rito religioso, scrisse parole commoventi alla sua bambina e morì ricevendo i sacramenti nella grazia di Dio, fiducioso nella misericordia del Padre.


“Ho sete” (Gv 19, 28)

«La sete di Gesù è sete di amore e il suo grido attraversa i secoli e interroga anche ciascuno di noi», commenta il teologo Comastri. A tal proposito Madre Teresa di Calcutta, la cui vita è stata una risposta a tale grido di Cristo, si rivolgeva così al Signore: «Gesù, ti disseto! Dovunque andrò, seminerò amore! E te lo porgerò per dissetare la tua insaziabile sete di amore».


“Tutto è compiuto” (Gv 19, 30)

«Che cosa è compiuto? È compiuto lo svelamento del vero volto di Dio! Sulla Croce è caduto il velo di tante caricature di Dio costruite dagli uomini ed è apparso il vero e affascinante volto di Dio: Dio è Amore e la sua onnipotenza è esclusivamente Onnipotenza di Amore». Kirk Kilgour è stato un atleta, nonché assistente allenatore di pallavolo della Nazionale italiana. Nel 1976 rimase paralizzato a tutti e quattro gli arti, a seguito di una lussazione alla vertebra cervicale con lesione al midollo spinale che lo costrinse sulla sedia a rotelle. Eppure sperimentò la potenza dell’amore di Cristo. In una sua preghiera ebbe infatti il coraggio e la grazia di scrivere: «Domandai a Dio che mi desse la salute per realizzare grandi imprese: Egli mi ha dato il dolore per comprenderla meglio».


“Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23, 46)

L’ultima espressione sulle labbra del Crocifisso testimonia che «la morte non è un salto nel buio né, tantomeno, è un salto nell’abisso del niente: la morte è un abbraccio con Dio! Come sono belle le ultime parole di Gesù e come sono rassicuranti per noi! Il viaggio della nostra vita va verso un incontro: e noi dobbiamo prepararci a quell’incontro per essere pronti e capaci di rispondere all’abbraccio di Dio». Come rispondere a tale amore? Sicuramente «attraverso l’amore scelto e vissuto negli anni dell’attesa!». È stato così, ad esempio, per Giovanni XXIII, il “Papa buono”, che «alle ore undici, dopo aver ricevuto il Santo viatico, si rivolge agli astanti che sono ancora in ginocchio e pronuncia parole di fede grandissima: “Questo letto è un altare, l’altare vuole una vittima: eccomi pronto! Offro la mia vita per la Chiesa, la continuazione del Concilio, la pace del mondo, l’unione dei cristiani. Il segreto del mio sacerdozio sta nel Crocifisso. Quelle braccia allargate dicono che Egli è morto per tutti, per tutti, nessuno è respinto dal suo amore e dal suo perdono”». D’altra parte, sottolinea infine padre Comastri, «con Gesù, e soltanto con Gesù, è possibile morire sorridendo, cantando e sentendo vicina la gioiosa melodia del Paradiso. Preghiamo perché la nostra morte sia così»

Maria alla Passione di Gesù (dagli scritti della Beata Caterina Emmerich)

Durante tutto il tempo in cui i principi dei sacerdoti e gli anziani del popolo, insieme alla folla da loro attizzata, urlavano davanti al Pretorio di Pilato, esigendo la liberazione di Barabba e la crocifissione di Gesù, dove Si trovava sua Madre Santissima?

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Madonna dei Dolori – Chiesa di Santa
Brigida di Kildare, Montreal (Canada)

A questa domanda, gli Evangelisti non danno risposta, e le anime devote di Maria, meditando sulla Passione del Divino Redentore, sentono la necessità di riempire questo vuoto. La Beata Anna Caterina Emmerich – religiosa agostiniana tedesca, morta nel 1824 e beatificata da San Giovanni Paolo II nell’ottobre 2004 – soddisfa questo legittimo desiderio con le sue famose visioni sulla Passione di Nostro Signor Gesù Cristo.

Da queste abbiamo estratto, con i necessari adattamenti, il racconto che segue.1

Ancor prima che la Passione si compisse

Narra la Beata che, mentre si svolgevano i successivi episodi del processo, la Madre di Gesù, con Maria Maddalena e l’Apostolo Giovanni, rimanevano in un angolo della piazza, osservando e ascoltando, immersi in un profondo dolore. E quando Gesù fu condotto al Pretorio di Pilato, la Santissima Vergine, insieme a Giovanni e Maddalena, uscirono per percorrere tutti i luoghi in cui Lui era stato a partire dalla sua prigione.

Tornarono, così, alla casa di Caifa, a quella di Anna, al giardino del Getsemani e all’Orto degli Ulivi. In tutti i luoghi in cui Nostro Signore era caduto o era stato sottoposto a una qualche sofferenza speciale, si fermavano in silenzio, piangevano e soffrivano per Lui. Ancora una volta, la Vergine delle vergini si prostrò e baciò la terra nel luogo dove era caduto suo Figlio. Maddalena contorceva le mani, Giovanni piangeva e cercava di offrire loro un po’ di consolazione. Dopo le conduceva in un altro luogo.

Cominciò in questo modo la devozione della Via Crucis e degli onori prestati ai misteri della Passione di Gesù, ancor prima che questa si compisse. Fu nel più santo fiore dell’umanità, nella Madre virginale del Figlio dell’Uomo, che cominciò la meditazione della Chiesa sui dolori del Redentore Divino.

Oh, che compassione! Con che violenza la spada affilata e perforante trafisse il suo Cuore! Lei, il cui beato corpo Lo aveva accolto, i cui beati seni Lo avevano allattato, che Lo aveva concepito e custodito per nove mesi sotto il suo Cuore pieno di grazia, che Lo aveva portato e Lo aveva sentito vivere in Sé prima che gli uomini ricevessero da Lui la benedizione, la dottrina e la salvezza, Ella condivideva tutte le sofferenze di Gesù, incluso il suo ardente desiderio di riscattare gli uomini con i suoi patimenti e la sua Morte in Croce.

Fu così che la Vergine pura e senza macchia inaugurò per la Chiesa la devozione del Cammino della Croce, per raccogliere in tutti i luoghi di questo benedetto tragitto, come se fossero pietre preziose, gli inesauribili meriti di Gesù Cristo e offrirli a Dio Padre a beneficio di tutti i fedeli.

Tutto quanto ci fu e ci sarà di santo nell’umanità, tutti gli uomini che hanno sospirato dopo la Redenzione, tutti coloro che hanno celebrato con rispettosa compassione e con amore le sofferenze del nostro Salvatore, facevano con Maria il Cammino della Croce, si affliggevano, pregavano, si offrivano in olocausto nel Cuore della Madre di Gesù, la quale è una tenera Madre anche per tutti i suoi fratelli uniti dalla stessa Fede in seno alla Santa Chiesa.

Pentimento della Maddalena e sofferenze di Giovanni

Maddalena era come fuori di sé, per la violenza del dolore. Aveva un immenso e santo amore per Gesù. Quando, tuttavia, desiderava depositare la sua anima ai suoi divini piedi, come aveva versato l’olio aromatico di nardo sul suo capo, vedeva aprirsi un orrendo abisso tra lei e il suo Beneamato. Sentiva un pentimento e una gratitudine illimitati, e quando voleva elevare a Lui il suo cuore, come il profumo dell’incenso, vedeva Gesù maltrattato, condotto alla morte, a causa dei peccati da lei commessi.

Le causavano allora profondo orrore queste colpe per le quali Gesù tanto doveva soffrire. Lei si precipitava nell’abisso del pentimento, senza poterlo esaurire né riempire. Si sentiva di nuovo trascinata dal suo amore al suo Signore e Maestro, e Lo vedeva in preda ai più terribili tormenti. Così, la sua anima era crudelmente lacerata tra l’amore, il pentimento, la gratitudine, la contemplazione dell’ingratitudine del suo popolo, e tutti questi sentimenti si esprimevano nel suo modo di andare, nelle sue parole, nei suoi gesti.

 
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Madonna dei Dolori – Basilica della Mercede, Città del Guatemala

L’Apostolo Giovanni amava e soffriva. Per la prima volta, egli conduceva la Madre del suo Maestro e del suo Dio, che pure lo amava e per lui soffriva, su queste tracce del Cammino della Croce lungo il quale la Chiesa avrebbe dovuto seguirLa.

“Se possibile, si allontani questo calice”

Anche se sapeva molto bene che la morte di Gesù era l’unico mezzo per redimere l’umanità – spiega la Beata – Maria era piena di angoscia e desiderio di liberarlo dal supplizio.

Come Gesù – fatto Uomo e destinato alla crocifissione per libera volontà – soffriva come qualsiasi uomo tutte le pene e torture di un innocente condotto alla morte ed estremamente maltrattato, così anche Maria pativa tutti i dolori che possono affliggere una madre alla vista di un figlio santo e virtuoso trattato tanto ingiustamente da un popolo ingrato e crudele. Lei pregava affinché questo immenso crimine non si effettuasse. Come Gesù nell’Orto degli Ulivi, Lei diceva al Padre Celeste: “Se è possibile, si allontani questo calice”.

Se è possibile… Nei disegni di amore della Trinità Santissima era deciso: il Verbo di Dio Incarnato avrebbe dovuto bere, fino all’ultima goccia, questo calice di dolori. Non era possibile. L’Innocente per eccellenza fu condannato all’infamante supplizio della crocifissione. Baciò con amore la Croce e la portò verso il Calvario.

Lancinante incontro della Madre con il Figlio

 François Boulay
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Gesù incontra sua Madre – Cappella della Madonna
del Buon Soccorso, Montreal (Canada)

Più avanti, la Beata Anna Caterina Emmerich descrive la lancinante scena dell’incontro della Madre con il Figlio; narra come, vedendoLo coperto di piaghe, con la Croce sulle spalle, Lei cadde al suolo, priva di sensi; e come tre delle Sante Donne, aiutate dall’Apostolo Vergine, La portarono a casa da cui poco prima erano usciti.

Vedendosi separata ancora una volta dal suo beneamato Figlio, che proseguì col suo pesante fardello sulle spalle e crudelmente maltrattato, subito l’amore e l’ardente desiderio di stare vicino a Lui Le diedero una forza soprannaturale. Ella andò con le sue compagne fino alla casa di Lazzaro, vicino alla Porta Angolare, dove si trovavano le altre Sante Donne, gemendo e piangendo con Marta e Maddalena. Da là partirono, in diciassette di numero, per seguire il cammino della Passione.

Le ho viste – dice la beata –, piene di gravità e decisione, indifferenti alle ingiurie della plebe e imponendo rispetto per il loro dolore, attraversare il Foro, coperte coi loro veli, baciare la terra nel luogo dove Gesù aveva preso la Croce, poi seguire il cammino che Lui aveva percorso. Maria e altre che ricevevano più lumi dal Cielo cercavano le impronte di Gesù. Sentendo e vedendo tutto con l’aiuto di una luce interiore, la Vergine Santa le guidava in questa via dolorosa e tutti questi luoghi si imprimevano vivamente nella loro anima. Lei contava tutti i passi e indicava alle sue compagne i luoghi consacrati da qualche dolorosa circostanza.

* * *

La devozione della Via Crucis nacque, pertanto, dal fondo della natura umana e dalle intenzioni di Dio verso il suo popolo, non in virtù di un piano premeditato. Per così dire, essa fu inaugurata sotto i piedi di Gesù, il primo a percorrerla, per l’amore della più tenera delle madri.

I DOLORI MENTALI DI GESU’ NELLA SUA PASSIONE

della beata Camilla Battista da Varano

Queste sono alcune devotissime cose riguardanti i dolori interiori di Gesù Cristo benedetto, che Egli per sua pietà e grazia si degnò comunicare ad una devota religiosa del nostro Ordine di santa Chiara, la quale, volendolo Dio, li confidò a me. Ora io le riferisco qui di seguito per utilità delle anime innamorate della passione di Cristo.

Primo dolore che Cristo benedetto portò nel suo cuore per tutti i dannati

Dopo una breve introduzione, viene presentato il primo dolore del Cuore di Cristo causato da coloro che prima di morire non si pentirono dei propri peccati. In queste pagine si trova eco della dottrina del “corpo mistico” di san Paolo sulla Chiesa che, come il corpo fisico, è formata da tante membra, i cristiani, e dal Capo che è Gesù stesso. Da qui la sofferenza che questo corpo mistico e in particolare il Capo prova se gli vengono strappate le membra. Ci deve far riflettere quanto Camilla Battista afferma circa la pena del Cuore di Cristo per ogni amputazione causata dal peccato mortale, impegnandoci ad evitarlo.

Vi fu un’anima molto desiderosa di cibarsi e saziarsi dei cibi, amarissimi come il veleno, della passione dell’amoroso e dolcissimo Gesù, la quale, dopo molti anni e per meravigliosa sua grazia, fu introdotta nei dolori mentali del mare amarissimo del suo Cuore appassionato.

Lei mi disse che per molto tempo aveva pregato Dio che la facesse annegare nel mare dei suoi dolori interiori e che il dolcissimo Gesù si degnò per sua pietà e grazia introdurla in quel mare amplissimo non una sola volta, ma molte volte e in modo così straordinario tanto che era costretta a dire: “Basta, Signore mio, perché non posso sostenere tanta pena!”.

E questo credo perché so che Egli è generoso e benigno verso chi domanda queste cose con umiltà e perseveranza.

Quell’anima benedetta mi disse che, quando si trovava in preghiera, diceva a Dio con grande fervore: “O Signore, io ti prego di introdurmi in quel sacratissimo talamo dei tuoi dolori mentali. Annegami in quel mare amarissimo perché lì io desidero morire se piace a Te, dolce vita e amore mio.

Dimmi, o Gesù mia speranza: quanto fu grande il dolore di questo tuo angustiato cuore?”.

E Gesù benedetto le diceva: “Sai quanto fu grande il mio dolore? Quanto fu grande l’amore che portavo alla creatura”.

Quell’anima benedetta mi disse che già altre volte Dio l’aveva resa capace, per quanto a Lui era piaciuto, di accogliere l’amore che Egli portava alla creatura.

E sopra l’argomento dell’amore che Cristo portava alla creatura mi disse cose devote e tanto belle che, se le volessi scrivere, sarebbe una cosa lunga. Ma poiché ora intendo narrare solo i dolori mentali di Cristo benedetto che quella suora mi comunicò, tacerò il resto.

Torniamo dunque all’argomento.

Riferiva che quando Dio le diceva: “Tanto grande fu il dolore quanto grande era l’amore che portavo alla creatura”, le sembrava di venir meno a causa dell’infinita grandezza dell’amore che le veniva partecipato. Solo all’udire quella parola, bisognava che appoggiasse la testa da qualche parte per il grande affanno che le attanagliava il cuore e per la debolezza che percepiva in tutte le sue membra. E dopo che era stata alquanto così, riprendeva un po’ di forze e diceva: “O Dio mio, avendomi detto quanto fu grande il dolore, dimmi quante furono le pene che hai portato nel tuo cuore”.

Ed Egli le rispondeva dolcemente:

“Sappi, figliola, che furono innumerevoli ed infinite, perché innumerevoli ed infinite sono le anime, mie membra, che si separavano da me per il peccato mortale. Ciascuna anima infatti si separa e disgiunge tante volte da me, suo Capo, per quante volte pecca mortalmente.

Questa fu una delle pene crudeli che io portai e sentii nel mio cuore: la lacerazione delle mie membra.

Pensa quanta sofferenza sente chi è martirizzato con la corda con cui vengono strappate le membra del suo corpo. Ora immagina che martirio fu il mio per tante membra da me separate quante saranno le anime dannate e ogni membro per tante volte quante peccava mortalmente. La disgiunzione di un membro spirituale rispetto a quella fisica è molto più dolorosa perché è più preziosa l’anima rispetto al corpo.

Quanto sia più preziosa l’anima del corpo non lo puoi comprendere tu e nessuna altra persona vivente, perché solo io conosco la nobiltà e l’utilità dell’anima e la miseria del corpo, perché solo io ho creato sia l’una che l’altro. Di conseguenza né tu né altri potete essere veramente capaci di comprendere le mie crudelissime e amare pene.

E adesso parlo solo di questo, cioè delle anime dannate.

Dato che nel modo di peccare si ha un caso più grave rispetto ad altro, così nel dismembramento da me provavo maggiore o minore pena da uno rispetto a un altro. Da ciò deriva la qualità e la quantità di pena.

Poiché vedevo che la loro perversa volontà sarebbe stata eterna, così la pena loro destinata è eterna; nell’inferno uno ha maggiore o minore pena rispetto all’altro per quanto più numerosi e maggiori peccati ha commesso l’uno rispetto all’altro.

Ma la pena crudele che mi straziava era vedere che le suddette infinite mie membra, cioè tutte le anime dannate, mai, mai e mai più si sarebbero riunite a me, loro vero Capo. Al di sopra di tutte le altre pene che hanno e che potranno avere eternamente quelle povere anime sventurate, è proprio questo “mai, mai” che in eterno le tormenta e tormenterà.

Mi straziò tanto questa pena del “mai, mai”, che io avrei immediatamente scelto di patire non una volta sola ma infinite volte tutte le disgiunzioni che furono, sono e saranno, purché avessi potuto vedere non tanto tutte, ma almeno un’anima sola riunirsi ai membri vivi o eletti che vivranno in eterno dello spirito di vita che procede da me, vera vita, che do vita ad ogni essere vivente.

Considera ora quanto mi sia cara un’anima se per riunirne a me una sola avrei voluto patire infinite volte tutte le pene e moltiplicate. Ma sappi anche che la pena di questo “mai, mai” tanto affligge e accora per mia divina giustizia quelle anime, che anche loro ugualmente preferirebbero mille e infinite pene pur di sperare qualche istante di riunirsi qualche volta a me, loro vero Capo.

Come fu diversa la qualità e la quantità della pena che dettero a me nel separarsi da me, così per mia giustizia la pena è corrispondente al tipo e alla quantità di ogni peccato. E dato che sopra ogni altra cosa mi afflisse quel “mai, mai”, così la mia giustizia esige che questo “mai, mai” addolori ed affligga loro più di ogni altra pena che hanno ed avranno in eterno.

Pensa dunque e rifletti quanta sofferenza per tutte le anime dannate io provai dentro di me e sentii nel mio cuore fino alla morte”.

Quell’anima benedetta mi diceva che a questo punto sorgeva nella sua anima un santo desiderio, che credeva fosse per divina ispirazione, di presentargli il seguente dubbio. Allora con gran timore e riverenza per non sembrare volesse indagare sulla Trinità e tuttavia con somma semplicità, purezza e confidenza diceva: “O dolce e addolorato Gesù mio, molte volte ho inteso dire che Tu hai portato e provato in Te, o appassionato Dio, le pene di tutti i dannati. Se ti piacesse, Signore mio, vorrei sapere se è vero che Tu hai sentito quella varietà di pene dell’inferno, quali freddo, caldo, fuoco, percosse e il dilaniare le tue membra da parte degli spiriti infernali. Dimmi, o mio Signore, sentisti tu questo, o mio Gesù?

Solo per riferire quanto sto scrivendo, mi pare che mi si liquefaccia il cuore ripensando alla tua benignità nel parlare tanto dolcemente e a lungo con chi veramente ti cerca e desidera”.

Allora Gesù benedetto rispondeva graziosamente e a lei pareva che tale domanda non gli fosse dispiaciuta, ma l’avesse gradita: “Io, figliola mia, non sentii questa diversità delle pene dei dannati nel modo che tu dici, perché erano membra morte e staccate da me, loro corpo e Capo.

Ti faccio questo esempio: se tu avessi una mano oppure un piede o qualsiasi altro membro, mentre viene tagliato o separato da te tu sentiresti grande e indicibile dolore e sofferenza; ma dopo che quella mano è stata tagliata, anche se fosse buttata nel fuoco, la straziassero o la dessero in pasto ai cani o ai lupi, tu non sentiresti né sofferenza né dolore, perché è ormai un membro putrido, morto e completamente separato dal corpo. Ma sapendo che fu un tuo membro, soffriresti molto nel vederlo gettato sul fuoco, straziato da qualcuno oppure divorato da lupi e cani.

Proprio così avvenne per me riguardo alle innumerevoli mie membra o anime dannate. Finché durò lo smembramento e quindi ci fu speranza di vita io sentii impensabili ed infinite pene e anche tutti gli affanni che esse patirono durante questa vita, perché fino alla loro morte vi era speranza di potersi riunire a me, se lo avessero voluto.

Ma dopo la morte non provai più alcuna pena perché erano ormai membra morte, putride, staccate da me, tagliate e del tutto escluse dal vivere in eterno in me, vera vita.

Considerando però che erano state mie vere e proprie membra, mi causava una pena impensabile e incomprensibile il vederli nel fuoco eterno, in bocca agli spiriti infernali e in preda ad altre innumerevoli sofferenze.

Questo dunque è il dolore interiore che provai per i dannati”.

L’Istituzione dell’Eucaristia

“Io sono il pane vivo, disceso dal Cielo… e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo” (Gv 6, 41-51).

Introduzione: 

In unione con tutta la Chiesa in Brasile, abbiamo scelto il tema per il quinto mistero luminoso del Rosario: l’Istituzione dell’Eucaristia, perché dal 13 al 16 maggio 2010 si svolgerà il XVI Congresso Eucaristico, il cui tema è “Eucaristia, pane dell’unità dei discepoli e missionari – rimane con noi, Signore!”

Prefazione: 

Mangiando il frutto proibito, i nostri progenitori hanno peccato e la morte è entrata nel mondo.

Attraverso un altro alimento, il “pane disceso dal cielo”, ci è stata restaurata la vita. Nell’Eucaristia, Dio si dona all’uomo come cibo, dando molto più di quanto avevamo perso!

I – Gesù è incompreso …

Come sarebbe possibile contestare le chiare affermazioni di Gesù sulla Sua divinità e disprezzare i Suoi attributi divini? Come aver qualsiasi dubbio rispetto a Nostro Signor davanti a dimostrazioni così evidenti: la guarigione di ogni sorta di malattie, il rilascio di possessioni diaboliche, la resurrezioni e altri tanti meravigliosi miracoli, tra cui la trasformazione dell’acqua in vino, o la moltiplicazione dei pani e dei pesci, che si è verificata poco dopo l’annuncio dell’Eucaristia?

Che cosa induceva i suoi contemporanei a un tale atteggiamento?

1 – Quando nell’uomo prevale la materia

La natura umana è un composto di spirito e materia – l’anima e il corpo – in cui vi è una gerarchia nella quale la parte spirituale deve governare quella materiale, e ciò avviene attraverso la pratica della virtù, con l’aiuto della grazia. Ma quando l’uomo si lascia dominare dalle potenze inferiori, le passioni disordinate esercitano una tirannia sulla parte più nobile ed elevata, e lui diventa una vittima della dipendenza. Nel primo caso, predomina lo spirito e consideriamo di essere davanti l’uomo spirituale; nel secondo, prevale la materia: si tratta dell’uomo carnale, materialista.

2 – Psicologia dell’uomo carnale:

Fermiamoci un po’ nel secondo caso e cerchiamo di descrivere alcuni aspetti della psicologia dell’uomo carnale, per capire meglio la durezza del cuore dei contemporanei di Gesù.

I materialisti sono orientati principalmente per il godimento sensibile della vita. I loro orizzonti intellettuali comprendono poco più della realtà concreta. Si direbbe di aver perso la capacità di guardare i fatti in tre dimensioni, passando all’osservazione a un solo piano, quello dei piccoli interessi personali ed immediati, senza la profondità di ciò che è eterno. Quindi non è in grado di catturare la realtà più elevata, dell’ordine soprannaturale.

Il materialista è un miope di spirito. Diventa incapace di alzare gli occhi ai vasti orizzonti della fede che Dio ci offre misericordiosamente.

3 – Visione deformata dei contemporanei di Gesù 

E’ questo atteggiamento distorto dello spirito che portava i contemporanei di Gesù a vederLo solo come il figlio del falegname Giuseppe, e nulla di più. Non erano in grado di ammirare e venerare le sue belle virtù, attraverso le quali si rivelava la Sua divinità, perché avevano lo spirito indurito e consideravano soltanto la realtà concreta, immediata e visibile. Non potevano ammettere che Colui che avevano visto crescere e che viveva tra di loro potrebbe essere Dio e uomo: “Come, poi, dice Egli: Sono disceso dal Cielo” (Gv 6, 42).

II – L’ostacolo principale per credere nell’Eucaristia

È da questa visione materialistica che viene l’incapacità di accettare il dono più grande di Dio all’umanità: l’Eucaristia!

Infatti, le realtà visibili sono immagini delle realtà invisibili e soprannaturali, come insegna San Paolo: “Dalla creazione del mondo, le perfezioni di Dio, la sua eterna potenza e divinità, diventano visibili all’intelligenza, per le sue opere” (Rm 1, 20). Ma per avere una tale visione dell’universo è necessario essere Adamo ed Eva.

Comunque, carnale e rivolto alla realtà concreta, gli ebrei non potevano capire quando si parlava di un “Pane disceso dal Cielo”, che gli porterebbe la vita eterna. Per loro, l’unico scopo era quello di sostenere la vita materiale e alimentare dell’uomo. Il loro intelletto non poteva raggiungere questa verità trascendente: nel creare l’uomo con la necessità di nutrire se stesso, Dio aveva in vista l’istituzione dell’Eucaristia, al fine di sostenere, attraverso il “Pane disceso dal Cielo”, la loro vita soprannaturale.

III – Il peccato originale è stato commesso dall’abuso di un alimento, e la salvezza eterna ci viene attraverso un altro: l’Eucaristia!

La nutrizione, oltre allo scopo immediato di mantenere la vita dell’uomo, ha anche un importante ruolo sociale: quello di unire le persone. Ad esempio, è intorno al tavolo che la famiglia si riunisce ogni giorno e mette in comune non solo il cibo, ma anche i sentimenti, gli ideali, il modo di essere e anche i problemi di casa. E’ sulla tavola che si sviluppa la conversazione ed i genitori hanno una delle migliori occasioni di istruire i figli.

1 – Il cibo favorisce l’unione di coloro che lo condividono

Il fatto di essere seduti tutti insieme per fare il pasto, stabilisce uno speciale legame di unione tra i membri di una famiglia, di un gruppo di amici o di una comunità religiosa, che va al di là del cibo stesso. Il cibo ha qualcosa che favorisce l’unione di coloro che lo condividono. I legami familiari, sociali o religiosi sono rafforzati e la vera amicizia si consolida.

E’ anche intorno al tavolo che si tengono le celebrazioni dei piccoli ou dei grandi eventi della vita.

2 – La morte è arrivata a causa dell’abuso del cibo

Anche nel Paradiso Terrestre, dove l’uomo aveva gli istinti in perfetta ordine, si potrebbe supporre che, se non ci fosse stato il peccato e la vita si sviluppasse normalmente, sarebbe anche intorno al tavolo che si svolgerebbero i momenti migliori della vita sociale e familiare.

E come il più grande dono di Dio per l’umanità sarebbe dato in forma di cibo, è attraverso di un elemento nutriente che il Creatore ha voluto mettere alla prova i nostri primi genitori, per poi concederegli la più alta donazione: “Mangia pure liberamente del frutto d’ogni albero del giardino; ma del rutto della conoscenza del bene e del male non ne mangiare; perché nel giorno che tu ne mangerai, per certo morrai”. (Gn 2, 16-17) .

Questo è il modo caratteristico dell’atteggiamento di Dio. Chiede una piccola rinuncia per poi dare un compenso, una infinità.

3 – L’Eucaristia, la risposta di Dio al peccato originale 

Quando Adamo ne mangiò il frutto proibito, la morte è entrata nel mondo; però, attraverso il “Pane disceso dal Cielo”, ci è stata restaurata la Vita: “Chi mangia di questo pane vivrà in eterno” (Gv 6, 51).

Il primo peccato è stato commesso da un abuso di cibo, e la salvezza eterna ne viene attraverso un altro. L’Eucaristia si presenta come una risposta da Dio al peccato originale, dando ai figli di Adamo infinitamente più di quello che avevano perso: è Dio stesso che si offre come cibo per l’uomo.

Non vi è alcuna possibilità di consegna superiore all’Eucaristia: “E il Pane che darò è la mia carne per la salvezza del mondo” (Gv 6, 51b).

Mio Dio! Io credo, adoro, spero e Ti amo! Ti chiedo perdono per coloro che non ci credono, non adorano, non sperano e non Ti amano. (Preghiera dettata dall’Angelo della Pace, ai tre pastorelli di Fatima).

Rivista degli Araldi del Vangelo, n° 92, agosto 2009, p. 11-12, Mons. João S. Clá Dias

IV – L’istituzione dell’Eucaristia durante l’Ultima Cena

“Or mentre mangiavano, Gesù prese del pane, e fatta la benedizione, lo ruppe, e dandolo ai suoi discepoli, disse: Prendete, mangiate, questo è il mio corpo. Poi, preso un calice e rese grazie, lo diede loro, dicendo: “Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue, il sangue del patto, il quale è sparso per molti per la remissione dei peccati. Io vi dico che d’ora in poi non berrò più di questo frutto della vigna, fino al giorno che lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre mio”. (Mt. 26:26-29)

Che altro poteva ci poteva aver dato Gesù? È diventato cibo e bevanda perché potessimo essere in grado di partecipare alla sua vita eternamente. È sceso dal più alto dei cieli assumendo la sostanza del pane e del vino per elevarci al Dio vivente.

Il sacerdote cattolico ricevé la grande gloria di poter prestare la sua laringe e le sue mani al Divin Maestro, perché sull’altare avvenga uno dei più grandi e dei più frequenti miracoli nella storia dell’umanità: la transustanziazione. Vuol dire, la sostanza del pane e del vino cedono posto alla sostanza del Corpo, del Sangue, dell’Anima e della Divinità di Nostro Signor Gesù Cristo.

Infatti, dalla nostra intelligenza, mai ci sarebbe possibile penetrare questo mistero così sacro. Nemmeno i demoni che, pur caduti, hanno una natura angelica, e quindi superiore alla nostra, sono in grado di discernere nelle specie del pane e del vino il Dio-Uomo. Solo la fede ci fa penetrare questo sacro mistero. (3)

Quando facciamo la comunione, ci assomigliamo a Maria per solo un momento, quando possediamo il Corpo, il Sangue, l’Anima e la Divinità di Gesù nelle nostre viscere.

Applicazione: In questa meditazione siamo invitati a progredire molto nell’amore all’adorazione eucaristica, all’adorazione del Santissimo Sacramento, nell’approfondimento della pietà, nella devozione a Gesù-Ostia ecc. e a prendere di questa convivenza un enorme vantaggio per la nostra vita, perché niente consola di più che l’Eucaristia. Ad esempio, preghiamo la Madonna del Santissimo Sacramento la grazia di crescere ferventemente nella devozione eucaristica, e di non perdere mai l’occasione di comunicare con tutta la fede, la speranza e l’amore.

Cuore Eucaristico di Gesù, fonte di ogni consolazione, abbi pietà di noi!

Preghiera finale: Oh Maria, tu che sei la più grande devota del Santissimo Sacramento, ardente d’amore di Dio nel tuo cuore Immacolato, invitandoci ad essere devoti dell’Eucaristia, vi preghiamo di accettare questa meditazione in riparazione al tuo saggio Cuore Immacolato. Concedici grazie su grazie e ci aiuti a capire il tesoro che possediamo, il più bello ed il più essenzialmente superiore dei sacramenti, e ci dia un ardore straordinario per l’Eucaristia, così come ne hai avuto.

Madre mia, siamo qui perché ci renda adoratori ferventi dell’Eucaristia!

Così sia!

La Chiesa di Cristo e la “chiesa” di Barabba

La missione di Gesù fu una grande riconquista e, per questo, nei suoi famosi Esercizi Spirituali, Sant’Ignazio di Loyola presenta il Signore che chiama tutti ad arruolarsi sotto la sua bandiera.

Prima di salire al Calvario, questo Capo Supremo andò alla ricerca delle “pecore perdute della casa di Israele” (Mt 15, 24), esorcizzò il mondo che giaceva “sotto il potere del maligno” (1 Gv 5, 19) e, infine, consegnò Se stesso, per riscattarci dal dominio dell’inferno (cfr. Col 1, 13; 1 Tim 2, 6). Ma, per vincere il capo delle tenebre, Cristo vuole anche la nostra collaborazione, ed è a questo scopo che ha istituito la Chiesa, militante in questa terra d’esilio.

Fin da bambino, Nostro Signore era stato chiamato “segno di contraddizione” (Lc 2, 34). Egli venne al mondo per rendere testimonianza alla verità, e chiunque dalla verità ascolta la sua voce (cfr. Gv 18, 37), come il Redentore stesso testimoniò a Ponzio Pilato. Tuttavia, “i suoi non l’hanno accolto” (Gv 1, 11).

Durante l’infame processo, il più grande imbroglio giuridico della Storia, il pretore romano, seguendo i consigli dei sommi sacerdoti, inscenò una pseudo-redenzione di Cristo, offrendo Barabba come riscatto per Lui. Assassino e ladro, questo ribaldo era, in realtà, una specie di anticristo persino nel nome, bar abba, che significa “figlio del padre”.

Una grande moltitudine era riunita intorno alla tribuna a quell’ora. Tra coloro che gridavano per la liberazione del criminale c’erano, purtroppo, alcuni che Gesù aveva guarito dal sordomutismo. Altri, ristabiliti dalle loro paralisi, impetravano per il loro Benefattore il peggiore dei supplizi: “CrocifiggiLo!”. Non mancavano gli indifferenti, che personificavano i pusillanimi preannunciati dal Divin Maestro: “Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me, disperde” (Mt 12, 30).

Durante quella rivolta anticristiana fu fondata una specie di anti-Chiesa, nella quale il bene è rigettato e il crimine approvato, l’Innocente è condannato e l’empio canonizzato da litanie di acclamazioni: Barabba! Barabba!…

In questa parvenza di Chiesa, le regole giuridiche vengono infrante a favore della “misericordia” – “povero” Barabba… -, e l’autorità, sprovvista di qualsiasi santità, viene unta dalla “colpa più grande” (Gv 19, 11). Si invoca il Sangue di Cristo non come riparazione per le iniquità, ma come tragica maledizione: “Il suo sangue ricada sopra di noi e sopra i nostri figli!” (Mt 27, 25).

Gesù fu crocifisso tra due ladroni. Da Buon Pastore offrì la salvezza a entrambi: uno la accettò, l’altro, impenitente, la rifiutò. E per mostrare cosa accadrà quando gli uomini pretenderanno di cacciare Cristo dalla faccia della terra, ricordiamo gli eventi che si susseguirono alla morte del Salvatore: il velo del Tempio fu squarciato, le rocce si spaccarono nel mezzo, terremoti si diffusero in tutto il mondo e le tenebre lo avvolsero completamente.

Se eventi tellurici come questi fossero di nuovo permessi dalla Provvidenza, possiamo, davanti ad essi, non solamente dare testimonianza al “Figlio di Dio”(Mt 27, 54), come fece il centurione del Vangelo, ma anche smascherare la falsa chiesa che vuole crocifiggere di nuovo Cristo. Le sue porte infernali non prevarranno mai!

Fonte: Rivista Araldi del Vangelo – marzo 2021.

San Domenico Savio

L’ora di ricreazione, gli alunni escono ordinatamente in cortile dove subito si forma una sana gazzarra: centinaia di bambini saltano, giocano e corrono.

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Alcuni sacerdoti e chierici animano i divertimenti, vigilando al tempo stesso per evitare che comportamenti sconvenienti si mescolino con la sana allegria. Uno di loro, attorniato da giovani, dopo aver schivato una palla vagante per aria, esclama: “Gridate e giocate quanto vi pare, purché non pecchiate!” Si tratta di Don Bosco, considerato santo tra gli adolescenti che si disputano, il privilegio di stare al suo fianco, scambiare con lui alcune parole, baciargli la mano sacerdotale.»

Se lui ha potuto essere santo, perché non lo potrei essere anch’io?

La scena sopra descritta si svolge nel primo collegio aperto da Don Bosco, a Torino.

Lì si trovano ragazzi di umili condizioni, ai quali è offerta una formazione cristiana e umana, oltre ad una preparazione alla vita professionale. Alcuni di loro raggiungeranno alti posti nella vita sociale o ecclesiastica. Molti saranno onesti artigiani, capomastri o liberi professionisti. Pochi, elevandosi al di sopra degli altri, raggiungeranno la gloria degli altari. È il caso del giovane Domenico Savio.

Della sua breve esistenza, sappiamo che ha vissuto quasi per tre anni nell’Oratorio, dove dimostrò un profondo affetto al padre della sua anima, San Giovanni Bosco, e servì da continuo esempio e stimolo per gli altri adolescenti. Domenico si guadagnò l’amicizia di tutti i suoi compagni e costituì, con un nucleo tra i più fervorosi, la Compagnia di Maria Immacolata, che subito divenne un primo vivaio di vocazioni sacerdotali per la Congregazione Salesiana.

Nel narrare la sua vita, “il cui tenore fu notoriamente meraviglioso”, al suo primo biografo, lo stesso Don Bosco, che aveva in questo modo l’intenzione di incitare i suoi giovani lettori ad imitarlo, gli si presentò la seguente questione: “Se Domenico, con così pochi anni di età, ha potuto santificarsi, perché non lo potrei anch’io?”»Torna in alto

Desiderio ardente di ricevere Gesù Eucaristico

Deliziamoci con alcuni dati e fatti più rivelanti di questo prodigioso giovane, che seppe unire tra loro virtù armonicamente contrarie.

Il piccolo villaggio di Riva di Chieri lo vide nascere il 2 aprile 1842. I suoi genitori, Carlo Savio e Brigida, erano poveri, onesti e buoni cattolici. Fin da piccino Domenico prese molto sul serio la devozione che gli era stata insegnata tenacemente da loro. Quando aveva appena cinque anni, un viandante che era stato invitato a condividere il povero pasto della famiglia Savio si mise a tavola senza nemmeno farsi il segno della croce. Vedendo questo, Domenico si allontanò e poi spiegò il motivo: “Quest’uomo certamente non è un buon cristiano, perché non fa il segno della croce prima di mangiare. Pertanto, non conviene che noi ci sediamo al suo fianco”.

Per ragioni di lavoro, la famiglia si vide obbligata a trasferirsi a Murialdo, nei dintorni di Castelnuovo, dove il futuro santo frequentava il catechismo della parrocchia. La sua memoria privilegiata – imparò a memoria tutto il catechismo in poco tempo -, la sua perfetta comprensione della sostanza e della grandezza del Sacramento dell’Eucaristia ed il suo ardente desiderio di ricevere in comunione Gesù sacramentato, spinsero il parroco ad autorizzarlo a ricevere la Prima Comunione a sette anni, sebbene fosse abitudine a quest’epoca aspettare che i bambini giungessero agli undici anni.»Torna in alto

Propositi per tutta la vita

Non appena Domenico seppe che avrebbe partecipato al banchetto celeste, non si trattenne dalla gioia, al punto che fu visto in quei giorni pregare a lungo. Alla vigilia del tanto sospirato giorno fece alcune annotazioni che, più tardi, giunsero nelle mani di Don Bosco:

Propositi fatti da me, Domenico Savio, nell’anno 1849, all’età di sette anni:

1º. Mi confesserò con frequenza e riceverò la Comunione tutte le volte che il confessore me lo permetterà.
2º. Santificherò i giorni di precetto.
3º. I miei amici saranno Gesù e Maria.
4º. Vorrò morire piuttosto che peccare.

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Magari tutti i giovani ricevessero il Santissimo Sacramento con le stesse disposizioni di questo celestiale patrono!

Secondo Don Bosco, “la prima Comunione ben fatta stabilisce una solida base morale per tutta l’esistenza”. Così avvenne con San Domenico Savio. Durante la sua breve vita, molte volte egli rinnovò questi propositi, dando dimostrazioni evidenti di metterli in pratica con fervore ed efficacia.»Torna in alto

L’incontro con San Giovanni Bosco

Mosso dal desiderio di diventare sacerdote, Domenico andava a studiare nella scuola di un villaggio vicino, percorrendo quotidianamente venti chilometri a piedi. Durante il tragitto, per domare la curiosità, guardava soltanto verso la stretta fascia della strada di campagna, a tal punto che mai seppe descrivere le piccole contrade e i paesaggi incontrati lungo il cammino. Si imponeva questa mortificazione perché voleva proteggere i suoi occhi da qualsiasi cosa brutta, in modo da poter vedere solo Gesù e Maria in Cielo.

Il 2 ottobre 1854, avvenne l’incontro della sua vita. Non potendo continuare gli studi in seguito alla precaria situazione finanziaria della famiglia, fu raccomandato da un sacerdote amico a Don Bosco, il quale accoglieva nell’Oratorio i giovani di scarse possibilità economiche. “In questo giovane incontrerà un San Luigi Gonzaga”, scrisse nella lettera di raccomandazione.

La Storia conserva un indelebile ricordo di questo primo incontro, grazie alla penna di San Giovanni Bosco che sempre lo ricordò con tenerezza ed emozione.

“Il primo lunedì di ottobre – egli narra – ancora molto presto, vidi avvicinarsi un bambino che veniva a parlarmi, accompagnato da suo padre. Il suo viso sorridente e il suo spirito gioioso, eppure rispettoso, colpirono subito la mia attenzione.”

– Chi sei? Da dove vieni? – gli chiesi

– Sono Domenico Savio, di cui già le deve aver parlato Don Cugliero, il mio maestro. Veniamo da Mondonio.

“Scoprii in quel giovane un’anima conforme allo spirito del Signore e rimasi molto meravigliato nel verificare l’opera realizzata dalla grazia divina in una così tenera età.

” Dopo un colloquio un po’ prolungato, egli mi disse testualmente queste parole:

– Allora, mi porterà con sé a Torino, a studiare?

– Vedremo! Mi sembra che abbiamo una buona stoffa.

– E a che cosa può servire questa stoffa?

– Per fare un buon vestito e presentarlo al Signore.

– Dunque d’accordo, io sono il tessuto e lei sarà il sarto. Mi porti con sé e farà un bel vestito per il Signore.

– Che cosa pensi di fare quando terminerai i tuoi studi di latino?

– Se Dio mi concederà una grazia così grande, desidero ardentemente abbracciare la vita ecclesiastica.

Del tutto convinto della qualità della “stoffa” che aveva davanti a sé, Don Bosco decise di portarla alla “sartoria”, cioè, all’Oratorio di Valdocco, a Torino.»Torna in alto

Le chiedo di farmi santo!

Qui Savio subito si distinse per la sua buona condotta e per la serietà con cui svolgeva tutti i compiti. La salute del suo corpo, però, non corrispondeva agli impeti della sua anima zelante. In breve, un preoccupante esaurimento delle forze fisiche lo obbligò ad allontanarsi dalla scuola, anche se, continuava a studiare nell’internato dell’Oratorio.

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Un giorno una predica di Don Bosco lo riempì d’entusiasmo. “È volontà di Dio – diceva il sacerdote – che tutti noi diventiamo santi. È molto facile riuscirci e c’è in Cielo un premio già pronto per chi arriva ad essere santo.”

Questa frase fu come una scintilla che provocò nella sua giovane anima un incendio di amor di Dio. La sua meta ormai era completamente chiara: raggiungere la santità.

Un giorno, Don Bosco promise di venire incontro, entro le sue possibilità, a qualunque richiesta che gli venisse fatta dai giovani dell’Oratorio. Piovvero richieste di caramelle e cose del genere. Diversamente da tutti, ecco quella di Domenico, scritta su un piccolo foglio di carta: “Le chiedo di salvare la mia anima e di farmi santo”.

Nella vita di Savio, la lotta per la conquista della santità si presenta ben marcata dal carisma salesiano, secondo gli insegnamenti di Don Bosco: in primo luogo, doveva essere un santo gioioso; oltre a questo, applicare la massima “salvando gli altri, salvi te stesso”, doveva in fine fare apostolato con i suoi compagni.

Così dopo aver conquistato le simpatie di un ragazzino che era appena stato ammesso all’Oratorio, Domenico gli spiegò: “Sappi che, in questa casa, facciamo in modo che la santità consista nel restare sempre molto allegri. Ci sforziamo solo di evitare il peccato – perché esso è un grande nemico che ci ruba la grazia di Dio e la pace del cuore – e di compiere bene i nostri doveri”.»Torna in alto

Fonda una associazione “segreta”

È con l’obiettivo di “salvare gli altri” che egli fondò, un poco più tardi, la già menzionata Compagnia di Maria Immacolata. “A me piacerebbe fare qualcosa in onore di Maria, ma che fosse subito, perché temo che mi manchi il tempo” era solito dire.

Questa Compagnia era un’associazione “segreta” diretta da Don Bosco, e ad essa partecipavano alcuni fra i migliori alunni dell’Oratorio, desiderosi di fare apostolato con i loro compagni. Uno di loro si chiamava Michele Rua, il beato che succedette a Don Bosco nella direzione della Congregazione Salesiana.

Gli “statuti” della Compagnia si riassumevano in quattro punti: i suoi membri si impegnavano ad obbedire alle regole della casa, dare buon esempio ai compagni, occupare bene il tempo ed essere vigili per individuare e neutralizzare l’azione dei cattivi elementi che influenzavano negativamente gli altri.

Come esempio di attuazione di questi ragazzi modello in seno ai loro compagni, possiamo apprezzare questo fatto, che vide come protagonista lo stesso Domenico e che fu narrato da Don Bosco.

Un giovane che non apparteneva all’Oratorio portò con sé, un giorno, per faciloneria, una rivista con immagini indecenti e irreligiose. Una folla di bambini si mise intorno a lui per contemplare quelle “meraviglie”. Domenico accorse anche lui, pensando che fosse lì mostrata un’immagine di devozione.

Quando, invece capì di che si trattava, prese la pubblicazione e la fece a pezzi. I suoi compagni, sorpresi, si guardavano l’un l’altro, senza sapere che cosa fare.

Allora Domenico disse loro:

– Il Signore ci ha dato gli occhi per contemplare la bellezza delle cose che Egli ha creato e voi ve ne servite per guardare simili porcherie? Vi siete dimenticati di quello che tante volte c’è stato detto durante le prediche?

– Stavamo guardando solo per ridere… – rispose uno di loro.

– Sì, sì, per ridere. Vi state preparando per andare all’inferno, ridendo… Ma continuerete a ridere se avrete la disgrazia di cadervi dentro?

Di fronte a queste parole, tutti fecero silenzio e nessuno osò più arrischiare una qualche nuova osservazione.»Torna in alto

Preannunci che la sua vita era alla fine

Purtroppo, la vita di Domenico, così promettente per il futuro se lui fosse giunto ad essere sacerdote, sarebbe stata breve. Nei suoi lunghi tempi di preghiera, la grazia divina lo preparava alla gloria eterna.

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Durante le ricreazioni, certe volte, usciva, all’improvviso, dalla cerchia di amici e si metteva a passeggiare da solo, tutto assorto. Quando qualcuno gli chiedeva spiegazioni gli rispondeva: “Mi assaltano le distrazioni di sempre e mi sembra che il Paradiso si apra sopra la mia testa, per questo mi devo allontanare dai miei compagni per non dire cose che essi potrebbero ridicolizzare”.

In una occasione, sempre durante la ricreazione, cadde come svenuto, sostenuto da un amico. Nel ritornare in sé, affermò: “In Cielo, gli innocenti stanno più vicini al nostro Divino Salvatore e per sempre Gli canteranno in modo tutto speciale inni di gloria”.

Prevedendo la sua imminente fine, scrisse ad un grande amico suo, l’esemplare giovane Massaglia: “Mi dici che non sai se tornerai all’Oratorio a trovarci.

Anche la mia carcassa mi sembra piuttosto deteriorata e tutto mi porta a credere che mi sto avvicinando a lunghi passi alla fine dei miei studi e della mia vita”.»Torna in alto

“Ah, che belle cose vedo!”

Massaglia lo precedette nell’entrata in Paradiso, ma Domenico non tardò a seguirlo. All’inizio del 1857, la sua malattia si aggravò notevolmente. Una tosse persistente dava adito al serio timore di contagio, tanto più che imperversava il colera nella zona di Torino. Così, Don Bosco gli consigliò di fare ritorno alla casa paterna. Con il cuore a pezzi e dopo aver fatto, insieme ai suoi compagni, l’esercizio di preparazione alla morte, chiese a Don Bosco: “Preghi affinché io possa avere una buona morte! Arrivederci alla prossima visita, che sarà in Paradiso”.

Partì, dunque, per la casa dei suoi genitori, a Mondonio, dove arrivò il primo marzo del 1857. Lì sopportò con ammirevole rassegnazione, e persino con gioia, i grandi patimenti con cui la Divina Provvidenza ha voluto arricchire la sua anima negli ultimi giorni di vita. La lunga agonia la trascorse in un ambiente di dolcezza e pace ammirevoli che culminarono nell’istante supremo, quando esclamò, sorridendo e con una espressione paradisiaca: “Ah, che belle cose vedo!” Detto questo, esalò l’ultimo respiro con le mani incrociate sul petto, senza fare il minimo movimento.

Così varcò le soglie dell’eternità il primo santo salesiano, il giorno 9 marzo 1857. la notizia della sua morte rattristò Don Bosco che, con questa, aveva perso una perla preziosa…

La perse davvero?

Dal Paradiso, Domenico avrebbe attratto, per le vie innumerevoli dell’innocenza, altri giovani! Allo stesso Don Bosco, egli sarebbe apparso, più tardi, in sogno, mostrandogli la bellezza del Cielo, dove lui si trovava.

Le epidemie e l’opera dei santi, quella fede da recuperare

Mentre il Coronavirus porta alla sospensione di molte Messe pubbliche, quali esempi ci vengono da uomini di Chiesa del passato? Da san Gregorio Magno alla peste milanese del 1576-77 (quando san Carlo moltiplicò processioni e Messe all’aperto), fino al colera che seminò morte nella Torino di san Giovanni Bosco: i santi hanno affrontato e placato le epidemie accrescendo le preghiere e confidando nell’aiuto di Dio.

Una delle misure fin qui prese per limitare la diffusione del Coronavirus è la sospensione, in diverse diocesi del Nord Italia, delle Messe “con concorso di popolo”. Se è vero, com’è vero, che questo fatto deve diventare l’occasione di combattere freddezze, distrazioni e accrescere la riverenza per il dono infinito del Santissimo Sacramento, è altrettanto vero che la facilità con cui sono state sospese le Messe pubbliche lascia storditi. Tanto più perché, al netto di alcune buone eccezioni, diversi comunicati vescovili hanno lasciato a desiderare anche sul piano del richiamo alla preghiera e alla necessità di affidarsi alla divina Provvidenza. Un problema di fede, dunque.

Poiché le epidemie non sono certo una novità nella storia, ci si può chiedere: quali esempi ci vengono da santi e uomini di Chiesa del passato? Ne ricordiamo alcuni.

Biennio 589-590. L’Italia era interessata da gravi disastri naturali nonché dalle violenze dei Longobardi, eventi che non pochi fedeli interpretavano come castighi divini per il dilagare dei peccati. A Roma il Tevere era esondato, causando danni ingenti, e si era diffusa una micidiale epidemia di peste che aveva avuto tra le sue vittime anche papa Pelagio II, morto il 7 febbraio 590. A succedergli sul soglio pontificio era stato chiamato colui che sarebbe passato alla storia come san Gregorio Magno, il quale cercò pure di resistere all’elezione, desiderando rimanere in monastero. Sta di fatto che il 29 agosto di quell’anno, prima ancora di iniziare il ministero petrino, il futuro Gregorio I tenne un’omelia in cui esortò i fedeli alla penitenza.

Sempre il santo, chiedendo l’aiuto di Dio, organizzò per tre giorni consecutivi solenni processioni verso la basilica di Santa Maria Maggiore. Ordinò la recita della «litania settiforme», così chiamata perché Gregorio fece dividere il popolo in sette cori (clero, monaci e abati, monache e badesse, bambini, uomini adulti, vedove, donne sposate). Ottanta persone, nel giro di un’ora, morirono durante la preghiera, ma Gregorio invitò i fedeli a continuare la loro supplica. Alla fine, mentre attraversava l’odierno Ponte Sant’Angelo, il santo vide l’Arcangelo Michele, in cima all’allora Mole Adriana, nell’atto di rimettere la spada nel fodero, segno dell’imminente fine della peste.

A san Michele Arcangelo è legato anche il ricordo della peste bubbonica del 1656 che nel solo Regno di Napoli causò, secondo le fonti, dai 240 mila ai 400 mila morti. Quando l’epidemia arrivò nella zona del Gargano, l’arcivescovo di Manfredonia, Giovanni Alfonso Puccinelli, iniziò a chiedere fervidamente l’intercessione dell’Arcangelo. Il quale gli apparve dicendo che chi avesse adoperato con devozione pietre del suo santuario sul Gargano sarebbe stato liberato dalla pestilenza. Puccinelli fece allora dividere in schegge alcune pietre del famoso santuario: vi scolpì una Croce e le iniziali di san Michele, raccomandando agli abitanti di esporre il segno presso le porte di case e palazzi. Il territorio di Manfredonia rimase immune dal morbo e l’evento, scrive la Treccani, «ebbe vasta eco anche a livello internazionale». A memoria dei fatti il vescovo fece erigere un obelisco in onore di san Michele, tuttora presente a Monte Sant’Angelo, con una scritta in latino: «Al Principe degli Arcangeli, vincitore della peste, patrono e tutelare, monumento di eterna gratitudine».

Impossibile non accennare poi alla cosiddetta «Peste di San Carlo», in cui la carità dell’arcivescovo di Milano raggiunse vette altissime. Era scoppiata nel 1576, quando il santo si trovava fuori Milano. Mentre la città veniva abbandonata dal governatore spagnolo e da altri maggiorenti, san Carlo si precipitò a rientrarvi, mettendo a disposizione tutti i suoi beni per gli ammalati e i bisognosi. Lui stesso andava nelle case e nel lazzaretto a portare conforto. Alla raccomandazione di osservare le necessarie norme igieniche, san Carlo univa la consapevolezza che solo Dio potesse liberare la città.

Così, chiamò sacerdoti dai paesi vicini, raccomandò di non far mancare al popolo il conforto dei sacramenti,  promosse un gran numero di preghiere e Messe all’aperto. A tale scopo, il santo fece erigere in mezzo alle strade una ventina di croci – qualcuna ancora esistente (molte, comprese quelle volute poi dall’arcivescovo e cugino Federico Borromeo, vennero demolite per ordine dell’imperatore Giuseppe II) – presso le quali veniva celebrata l’Eucaristia. Gli abitanti, magari in quarantena, potevano parteciparvi anche affacciandosi dai balconi. Notissimo è infine l’episodio della processione che san Carlo guidò, a piedi nudi, portando una croce lignea in cui era stata posta la reliquia del Santo Chiodo, per impetrare la fine della peste. Quando, nel 1577, dopo altre prove di fede e di carità, la peste terminò, i milanesi attribuirono alla santità di Carlo la fine dell’epidemia.

In questi giorni, nel tentativo di giustificare la già accennata facilità alla sospensione delle Messe pubbliche, è stata richiamata anche l’esperienza del venerabile Angelo Ramazzotti, vescovo di Pavia durante l’epidemia di colera del 1854. Eppure si tratta di una situazione piuttosto diversa dall’attuale, sia per la mortalità del colera a quei tempi sia per le misure adottate. Come già il suo predecessore in diocesi (Luigi Tosi), il venerabile vietò sì processioni e Rosari pubblici e, in determinate circostanze, di amministrare l’Eucaristia ai colerosi: ma quest’ultima misura fu presa principalmente – visti i frequenti conati di vomito legati alla malattia – per riverenza verso il Santissimo Sacramento. Inoltre, né Tosi né Ramazzotti sospesero le Messe pubbliche. Anzi. Il venerabile suggerì pure di moltiplicarle «onde non ci sia così il pericolo di un soverchio affollamento». Alla prudenza, insomma, si accompagnava la certezza che nulla c’è di più potente e salvifico della Santa Messa.

Quella stessa epidemia di colera colpì seriamente, nel 1854, anche Torino. Accanto alle precauzioni sanitarie, san Giovanni Bosco si preoccupò innanzitutto dell’anima dei fanciulli dell’oratorio e assicurò che se si fossero messi «in grazia di Dio», senza commettere «nessun peccato mortale», nessuno di loro avrebbe contratto il morbo. Inoltre, il santo chiese loro la disponibilità a offrirsi come volontari nell’assistenza ai malati. In 44 si fecero avanti. Tra essi il giovanissimo san Domenico Savio. Nessuno dei 44 fu contagiato.

È questa fede nella Provvidenza che andrebbe recuperata.

Santa Francesca Romana

Invocata contro le pestilenze e per la liberazione delle anime del Purgatorio, madre e sposa devota, ornata di grazie straordinarie, amatissima dal popolo per la sua commovente carità, insegnava: «Abbiate sempre come intento della vostra attività unicamente la gloria di Dio»

La santa ricordata come madre e sposa devota, ornata di grazie straordinarie, invocata per la liberazione delle anime del Purgatorio, amatissima dal popolo per la sua commovente carità, non voleva il matrimonio, ma proprio il matrimonio divenne la sua via per la santità. Come? Accettando i santi e imperscrutabili disegni di Dio.

Santa Francesca Romana (1384-1440) era nata in una nobile famiglia nei pressi di Piazza Navona e visse per tutta la vita a Roma, allora segnata dallo Scisma d’Occidente (conclusosi solo nel 1417), che lacerò la Chiesa per quarant’anni e minò l’autorità del Papa. Allora la città era esposta a frequenti saccheggi e la miseria dilagava. Francesca, che accompagnava la madre nelle visite alle chiese, crebbe con una grande fede e sviluppò presto la vocazione alla vita monastica, a cui dovette rinunciare perché il padre la promise in sposa, ancora dodicenne, al nobile Lorenzo de’ Ponziani.

La decisione paterna sconvolse la fanciulla, che pianse davanti al suo primo direttore spirituale perché non poteva realizzare il desiderio di divenire sposa di Cristo. Il sacerdote ascoltò e poi le disse: «Piangi perché vuoi fare la volontà di Dio o perché vuoi che Lui faccia la tua?». Francesca si sposò, ma i primi tempi nel palazzo dei Ponziani furono per lei una durissima prova e per la sofferenza cadde nell’anoressia, fino a rasentare la morte. Il 16 luglio 1398 le apparve in sogno sant’Alessio: «Tu devi vivere. Il Signore vuole che tu viva per glorificare il Suo nome». Al risveglio Francesca pregò, ringraziò il santo e disse: «La volontà di Dio è la mia». Abbracciò la sua croce, e la Provvidenza la sostenne ancora facendole scoprire l’amicizia preziosissima della cognata Vannozza, con la quale condivideva il proposito di fare la Volontà divina.

Lei e Vannozza iniziarono a pregare e andare a Messa insieme, dedicando il loro tempo libero alla visita ad ammalati e carcerati. La vita coniugale che Francesca aveva accettato, per obbedienza, si tramutò nella prima sorgente della sua gioia ed elevazione spirituale. La fortezza e la pietà si accrebbero lutto dopo lutto. A 16 anni diventò madre del primo dei suoi sei figli, tre dei quali accompagnati in cielo da neonati. Nel 1401, alla morte della moglie, il suocero Andreozzo le affidò le chiavi delle dispense e dei granai, che in pochi mesi si svuotarono perché la santa moltiplicò gli aiuti ai poveri. Il suocero, che pure non mancava di carità (aveva già fondato l’Ospedale del Santissimo Salvatore), rimase di stucco al vedere quanto fatto con i suoi beni dalla nuora, ma alla fine le lasciò le chiavi, constatando un prodigio che divenne noto in tutto il rione di Trastevere: i granai e le botti del vino si erano riempiti miracolosamente.

Il marito, un uomo gentile che fu ferito in battaglia nel 1409 e rimase semiparalizzato, le diede il permesso di vendere i suoi vestiti e gioielli. Francesca prese ad andare in giro per Roma con un abito di stoffa ruvida, chiedendo l’elemosina per i poveri, noncurante delle ironie di diversi nobili, che la chiamavano «la poverella de’ Trastevere». Durante l’epidemia di peste che colpì la città, aprì il palazzo agli ammalati: la peste le portò via due figli ancora fanciulli, Evangelista e Agnese, ma lei non smise di affidarsi totalmente a Dio. Alla fine dell’epidemia le apparve in sogno il suo Evangelista, in compagnia di un angelo che da allora in poi vide sempre accanto a sé. Era il suo angelo custode, come confidò al proprio confessore Giovanni Mariotto, al quale rivelò le sue visioni del Purgatorio (da cui liberò molte anime con la preghiera) e dell’Inferno, le lotte con Satana (che la odiava particolarmente), oltre alle frequenti estasi donatele da Dio.

Il 15 agosto 1425, con nove donne attratte dal suo esempio e tutte provenienti da ricche famiglie romane, costituì le Oblate olivetane di Maria (oggi “Oblate di Santa Francesca Romana”), a cui nel luglio 1433 Eugenio IV concesse il privilegio di condurre vita regolare. Proprio il 25 marzo di quell’anno le nove avevano iniziato a vivere sotto lo stesso tetto a Tor de’ Specchi, dove tre anni più tardi, alla morte del marito che assistette amorevolmente fino all’ultimo, furono raggiunte da Francesca. La santa tornò alla Casa del Padre il 9 marzo 1440 e per tre giorni tutto il popolo di Roma, di cui è compatrona con san Pietro e san Paolo, rese omaggio alle sue spoglie. Insegnava: «Abbiate sempre come intento della vostra attività unicamente la gloria di Dio».

Giovanni di Dio, il santo che assunse la sofferenza su di sé

La Chiesa celebra oggi san Giovanni di Dio, che ebbe una vita avventurosa e pure dei disturbi mentali prima di farsi carico delle sofferenze altrui e fondare i Fatebenefratelli. Il suo esempio, come quello di altri santi, aiuta a comprendere che il dolore unito a quello di Cristo fa diventare l’anima come l’oro provato nel crogiuolo.

Quando si soffre si vedono le cose in una prospettiva molto diversa, più profonda e quindi più essenziale. La sofferenza non è solamente di tipo fisico, c’è anche la sofferenza mentale che purtroppo non è meno dolorosa. Riflettendo su questo il pensiero corre a san Giovanni di Dio (1495-1550), un santo che la Chiesa celebra oggi, 8 marzo.

Juan Ciudad, il nome del nostro Giovanni, era portoghese. Ebbe una vita avventurosa, anche toccata da quelli che sembravano disturbi mentali, che lo portarono a un ricovero ospedaliero che lo fece riflettere sull’altrui sofferenza, su come questa veniva considerata e trattata da coloro che erano chiamati a guarire i corpi. Ma i corpi non sono nulla senza l’anima e se questa non viene presa nella giusta considerazione anche il corpo ne risente, non guarisce o si rifiuta di guarire. Ecco che Giovanni pensò di dare valore alla sua vita occupandosi della sofferenza, di come lenire le malattie e prendersi cura dell’uomo come soggetto integrale e non solo in un’ottica materialista. Fondò degli ospedali che erano ben organizzati per far sentire i malati accolti, amati, compresi.

Il nostro Giovanni di Dio si convertì pienamente a questa sua nuova missione ascoltando una predica di san Giovanni d’Avila(1500-1569), un santo che diceva: “Il solo onore per la Chiesa è di seguire interiormente ed esteriormente il Cristo disprezzando le ricchezze, il lusso, l’orgoglio e tutti gli altri difetti che farebbero gridare le pietre stesse”. Ecco, questo disprezzo fu messo in atto dal nostro Giovanni, che pur non avendo nozioni di medicina si dedicò anima e corpo alla costruzione di ospedali riunendo intorno a sé dei seguaci, i Frati ospedalieri, da tutti conosciuti come i “Fatebenefratelli”, dalla frase che Giovanni pronunciava quando chiedeva l’elemosina. San Giovanni d’Avila affermava anche quanto segue: “Bisogna scavare nel fango del nostro nulla per raggiungere la terraferma: Dio. Poiché il Signore sulla croce ci ha donato tutto, dobbiamo amarlo fino alla follia e seguirlo sulla croce”. Ecco, questo scavo che lo aveva portato sull’orlo della follia, fu fatto da Giovanni di Dio e in fondo, dopo aver tanto scavato, trovò che la follia (“scandalo e stoltezza” è in fondo un concetto paolino che si riferisce a come il mondo vede i cristiani) era nell’amare la croce; e la croce è sofferenza.

Per intenderci: Dio non ama vedere le persone soffrire. Che Dio sarebbe questo? Un Dio che si diverte nel vedere i suoi figli penare? No, Dio non ama la sofferenza in se stessa, ma ama particolarmente coloro che soffrono – e accettano questa sofferenza – proprio perché così sono misteriosamente uniti alla Passione del Figlio. Nessuno ama la fatica, ma senza fatica non si ottengono cose belle nella nostra vita. Ecco, la sofferenza è come la fatica, non la si ama per se stessa ma per quello che può portare nella nostra esistenza. Solo grandi anime arrivano quasi a desiderare la sofferenza, perché in grado completamente di sublimarla, come santa Teresa di Lisieux che diceva: “Desideravo soffrire e sono esaudita. Ho sofferto molto, da parecchi giorni. Una mattina, durante il ringraziamento, ho provato come le angosce della morte, e con ciò nessuna consolazione! Accetto tutto per amore del buon Dio, perfino i pensieri stravaganti che mi vengono alla mente e mi danno noia”.

La stessa Teresa dà una spiegazione al valore che dobbiamo dare alla sofferenza: “Se Dio ci regalasse l’intero universo con tutti i suoi tesori, tutto ciò non sarebbe paragonabile alla più lieve sofferenza. Che grazia quando al mattino non ci sentiamo un briciolo di coraggio, un briciolo di forza per praticare la virtù! Allora è il momento di mettere la scure alla radice dell’albero (Mt 3,10). Invece di perdere il tempo a racimolare qualche povera pagliuzza, affondiamo le mani nei diamanti!”. Ecco, essa ha valore perché ci unisce a quella Passione da cui è venuta la nostra salvezza. E, parliamoci chiaro, una religione che sia credibile, non può che tenere in gran conto e offrire una prospettiva sulla sofferenza, proprio perché essa è così gran parte della vita di tutti noi, nessuno escluso. Nessuno sfugge alla sofferenza.

Lo scrittore Curzio Malaparte affermava: “La morte non mi fa paura: non la odio, non mi disgusta, non è, in fondo, cosa che mi riguarda. Ma la sofferenza la odio, e più quella degli altri, uomini o animali, che non la mia. Sono disposto a tutto, a qualunque vigliaccheria, a qualunque eroismo, pur di non far soffrire un essere umano, pur di aiutare un uomo a non soffrire, a morire senza dolore“. Ecco, seppure nello scopo di Malaparte ci sia un’intenzione nobile, quella di alleviare la sofferenza, c’è anche un errore di prospettiva perché non capisce che la sofferenza è spesso una preparazione alla morte e per alcuni anche una espiazione prima del Giudizio. La capacità di offrire la sofferenza è una grande cosa, è saper dire a se stessi e agli altri che anche nei momenti in cui sembra che stiamo per perderci, siamo in grado di non lasciare la mano di Dio.

Certo, perdersi quando si soffre è una possibilità concreta. Quando si soffre non si sente a volte la presenza di Dio. Il cardinale Carlo Caffarra osservava: «C’è un salmo che, vi confesso, ogni volta che lo recito mi commuove sempre profondamente perché a un certo punto il salmista compositore del salmo dice: “Ed essi mi dicono: dov’è il tuo Dio?”. La domanda che faceva versare lacrime al salmista può esserci oggi rivolta dallo scettico: “Ma dov’è il vostro Dio?” (“Ma cos’è la verità?”, dice Pilato), oppure dal disperato: “Dimmi dov’è davvero il tuo Dio”. Cioè come dire: “Intanto anche tu non sai dov’è”. Dov’è, qual è il luogo della Sua presenza, luogo entrando nel quale e dimorando nel quale l’uomo possa celebrare la festa della sua beatitudine. […] Dice sant’Agostino proprio commentando questo salmo: “Quando gli uomini celebrano le loro feste, sono soliti collocare alcuni strumenti musicali dinnanzi alle loro case, oppure ingaggiare suonatori, insomma suonare qualche musica. Chi passa, udendola, che cosa dice? Chiede di che cosa si tratta. Risponderanno che si tratta di una festa. Diranno che è una festa per un compleanno, oppure che si tratta di una festa di nozze, affinché quei canti non sembrino fuori luogo. Nella casa del Signore la festa è eterna, non vi si celebra una festa che passa, perché il volto di Dio dona una letizia che non viene mai meno. E questo giorno di festa non ha né inizio né fine. Da quella eterna e perpetua festa risuona nel cuore dell’uomo un non so che di dolce e di canoro, il suono di quella festa accarezza le orecchie di chi cammina là dove si compiono i miracoli di Dio nella redenzione dei fedeli, nella Chiesa”» (La famiglia e le sfide di oggi, 1991).

Ecco, da questa riflessione del cardinale Caffarra possiamo capire come compito di chi è vicino a chi soffre è proprio quello di far risuonare quella “letizia che non viene mai meno”. Dare una speranza non solo per la guarigione del corpo, ma soprattutto per un pieno risanamento, una guarigione di tutto l’uomo che permetta di affermare sempre come la nostra dimensione spirituale ha una preminenza su quella materiale.

L’umile veggente di Lourdes, santa Bernadette Soubirous, dava questa spiegazione: “Perché bisogna soffrire? Perché quaggiù l’Amore puro non esiste senza sofferenza”. La sofferenza ci purifica, ma anche ci dà il senso della nostra fragilità, che spesso preserva dagli eccessi che ci condurrebbero sicuramente in una vita di maggiore dissolutezza e peccato. È essere provati come l’oro nel crogiuolo. Per cercare di dare un senso alla sofferenza, cerchiamo di imparare ad affidarci.

III Domenica di Quaresima – Anno B.

Vangelo

13 Si avvicinava intanto la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. 14 Trovò nel Tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. 15 Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del Tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, 16 e ai venditori di colombe disse: “Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!” 17 I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: “Lo zelo per la tua casa mi divorerà”. 18 Allora i giudei presero la parola e gli dissero: “Quale segno ci mostri per fare queste cose?” 19 Rispose loro Gesù: “Distruggete questo Tempio e in tre giorni lo farò risorgere”. 20 Gli dissero allora i giudei: “Questo Tempio è stato costruito in quarantasei anni e Tu in tre giorni lo farai risorgere?” 21 Ma Egli parlava del Tempio del suo Corpo. 22 Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù. 23 Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che Egli compiva, credettero nel suo nome. 24 Ma Lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti 25 e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo (Gv 2, 13-25).

Amore e castigo si escludono?

La scena, che il Vangelo della 3ª Domenica di Quaresima ci svela, sembra stridere drammaticamente rispetto agli altri modi di comportarsi del Signore. Che pensare riguardo a ciò?

I – Un quadro desolante nel Tempio di Dio

13 Si avvicinava intanto la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme.

L’episodio narrato da questo Vangelo si verificò all’inizio della vita pubblica del Signore, poco dopo il suo primo miracolo a Cana di Galilea. Secondo la Legge, gli israeliti di tutte le nazioni erano obbligati a dirigersi al Tempio in occasione della Pasqua, evento che portava ad una grande concentrazione di persone nella Città Santa. Vi si diresse anche il Divino Maestro, sempre attento a dare l’esempio di perfetta obbedienza alla Legge, sebbene ad essa non fosse sottomesso.

Deplorevole situazione del Tempio

14 Trovò nel Tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete.

Giunto al Tempio, si trovò di fronte ad un quadro desolante. L’atteggiamento che assumerà in questa circostanza Gli darà l’opportunità di lasciare, per tutti i secoli, una mirabile lezione della virtù della giustizia, permettendoci di contemplare un aspetto raramente evidenziato – ma quanto grandioso e adorabile! – della sua divina personalità.

Non costituì una sorpresa per Gesù lo stato di disordine e profanazione che vigeva nella casa di suo Padre. Da molto tempo vi si praticavano abusi, e non era per mancanza di una legislazione chiara. In verità, esistevano proibizioni formali sull’uso indebito dell’edificio sacro. Per esempio, non si poteva attraversare il Tempio per accorciare il percorso, usandolo come semplice scorciatoia. Le peggiori trasgressioni, tuttavia, erano il risultato dello spirito di lucro. Ricordiamo le “giustificazioni” per la situazione. Secondo le decisioni mosaiche (cfr. Lv 5, 7; 15, 14.29; 17, 3-4; ecc.), in occasione della Pasqua, oltre ai sacrifici votivi, i poveri avrebbero dovuto offrire una colomba e i ricchi, un bue o una pecora. Inoltre, ogni giudeo che aveva più di 20 anni doveva pagare annualmente mezzo siclo (cfr. Ne 10, 33-35; Mt 17, 23-24), nella moneta in uso nel Tempio (cfr. Es 30, 13). Ora, la grande maggioranza dei pellegrini arrivava da molto lontano, e diventava per loro molto scomodo trasportare in viaggio le offerte; per questo preferivano comprarle a Gerusalemme. Approfittando non poco di questo commercio, i sacerdoti lo consentivano, sulla base di ragioni di ordine pratico.

Occupando il cortile del Tempio, quelle svariate greggi mescolavano la cacofonia dei loro muggiti e belati alle discussioni, vocio e schiamazzi dei commercianti e clienti. Ecco, in sintesi, la triste scena che apparve a Gesù entrando nella casa di Dio, convertita, così, in un vero mercato orientale.

L’incontro di Nostro Signore con i mercanti del Tempio

Divina sferza

15a Allora fece una frusta di cordicelle…

L’Uomo-Dio – Colui la cui voce i mari e i venti avrebbero obbedito (cfr. Mt 8, 27); grazie alla quale la lebbra, la cecità, la sordità, la paralisi sarebbero sparite (cfr. Mt 11, 5); Colui che con il grido: “Lazzaro, vieni fuori!” (Gv 11, 43), avrebbe resuscitato un morto di quattro giorni; Colui che è venuto a portarci la vita (cfr. Gv 6, 47) – Si mette a fare una frusta di cordicelle.

Un semplice atto della sua volontà onnipotente sarebbe stato sufficiente per annientare tutte quelle creature: uomini, animali e denaro. Perché Egli ha voluto impugnare una frusta?

Troviamo una bella spiegazione da parte del grande Dionigi Areopagita: “Non è possibile che il Raggio divino ci illumini se non è spiritualmente racchiuso nella varietà dei sacri veli e la provvidenza paterna di Dio non l’ha adattato alla nostra forma naturale e propria”.1 Siccome siamo composti di corpo e anima, non ci bastano le astrazioni del ragionamento. I nostri sensi corporali chiedono figure palpabili, che ci aiutino a comprendere la verità in modo profondo. Abbiamo bisogno delle ali dei simboli per volare fino a Dio.

Una sferza uscita dalle mani di Gesù!

Nella sua vita pubblica – appena iniziata –, quante volte Egli non dirà ai peccatori pentiti: Va’ i tuoi peccati sono perdonati! (cfr. Mt 9, 2; Mc 2, 5; Lc 5, 20; 7, 48). La sua misericordia costituirà un enorme scandalo per i farisei. Ma ora, quelle divine mani assetate di benedire, guarire, perdonare e salvare hanno tessuto un flagello… per castigare i violatori della Legge.

Che straordinaria reliquia questa frusta! Se fosse stata conservata dai primi cristiani, certamente sarebbe stata oggetto di culto in una cattedrale fino ai giorni nostri.

Mosso da uno zelo ardente

15b …e scacciò tutti fuori del Tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, 16 e ai venditori di colombe disse: “Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!”
Nostro Signore scaccia i mercanti dal Tempio

Nella vastità del Tempio e tra il brusio di quella moltitudine, la violenza impiegata dal Divino Maestro deve essere stata senza precedenti. Che cause di profanazione erano state oggetto della sua collera? In primo luogo, i fautori consapevoli: i venditori, i cambisti e gli stessi compratori, come affermano due evangelisti (cfr. Mt 21, 12; Mc 11, 15). E perfino pecore, buoi, colombe, denaro e mense furono bersaglio della divina indignazione.

Commentando la scena, Origene2 vede nel gesto di Gesù una dimostrazione del suo potere, e dice che si è trattato di un vero miracolo, più grande persino di quello operato nelle Nozze di Cana, poiché l’impeto di un unico uomo è stato sufficiente per sbaragliarne migliaia. Basterebbe contemplare questo eroismo, per concludere che Gesù non era il semplice figlio di un falegname – aggiunge l’autore stesso. L’azione di Gesù con la sferza in pugno si inseriva tra altri atteggiamenti motivati dal suo zelo ardente per la santità della casa di Dio. Da un passo di San Marco, possiamo vedere la preoccupazione del Signore per conservare, persino nei minimi particolari, la sacralità di quel luogo santo: “Non permetteva che si portassero cose attraverso il Tempio” (Mc 11, 16). Questo versetto è una dimostrazione lampante che la drammatica espulsione dei mercanti non è stata un comportamento intempestivo. A rafforzare questa idea, l’Evangelista aggiunge: “[Gesù] insegnava loro dicendo: ‘Non sta forse scritto: La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le genti? Voi invece ne avete fatto una spelonca di ladri!’” (Mc 11, 17).

II – L’amore al rimprovero

Non sarebbe bastato il puro e semplice insegnamento per infondere nelle menti la maniera degna di comportarsi nel Tempio? A maggior ragione se prendiamo in considerazione che il Maestro era lo stesso Dio? Perché applicare una correzione così forte? Sono domande che facilmente sorgono a causa dell’illanguidimento, nella società attuale, della nozione di un premio e di un castigo per la nostra condotta morale. Come deplorevole conseguenza di ciò, sta svanendo la comprensione dei benefici della correzione. Sì, deplorevole, come si può dedurre da questa affermazione del Libro dei Proverbi: “Egli morirà per mancanza di disciplina, si perderà per la sua grande stoltezza” (5, 23).

Chi ama, corregge e castiga

Quanto si predica oggigiorno contro la disciplina, al punto che si deforma il vero concetto di libertà! Una concezione errata, basata sulle idee di Rousseau3 – che ogni uomo è buono, per questo deve esser lasciato alla sua natura – è penetrata in molti ambienti, inculcando una massima che potrebbe essere espressa così: “Ogni uomo è buono, è la correzione che lo rende cattivo”.

Tuttavia, l’insegnamento della Scrittura non lascia margine al dubbio. Gli autori sacri discordano da questo punto di vista così comune ai nostri giorni, come per esempio, in questo passo: “La stoltezza è legata al cuore del fanciullo, ma il bastone della correzione l’allontana da lui” (Pr 22, 15). E più avanti: “Non risparmiare al fanciullo la correzione, perché se lo percuoti col bastone, non morirà; anzi, se lo percuoti con il bastone, lo salverai dal regno dei morti” (Pr 23, 13-14). E ancora: “Chi risparmia il bastone odia suo figlio, chi lo ama è pronto a correggerlo” (Pr 13, 24). Forse queste parole sono dure per le orecchie di oggi, tuttavia sono state ispirate dallo Spirito Santo stesso e devono esser ricevute con amore.

Ma, e la bontà?

La bontà dell’Uomo-Dio è infinita, pertanto, inesauribile. Ma Gesù non è esclusivamente la Bontà. Egli è anche la Giustizia. Benché siano estremi opposti, castigo e bontà costituiscono contrari armonici. Per questo motivo, in un’educazione saggia e virtuosa, così come non possono mai mancare la bontà, l’affetto e la misericordia, non può essere nemmeno disprezzata la disciplina: “La verga e la correzione danno sapienza, ma il giovane lasciato a se stesso disonora sua madre” (Pr 29, 15). In questa questione così delicata, si nota una perfetta continuità tra l’insegnamento morale dell’Antico e quello del Nuovo Testamento.

L’implacabile atteggiamento di Gesù nel Tempio ha gettato per terra non solo i tavoli dei cambisti, ma anche qualsiasi obiezione contro il perfetto connubio tra giustizia e misericordia. Quello stesso Gesù di dolce memoria, come canta la Liturgia, ci insegna in questa 3ª Domenica di Quaresima la necessità della disciplina, attraverso l’illustrazione viva di uno dei suoi principi enunciati nel Discorso della Montagna: “Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati” (Mt 5, 6). E nell’Apocalisse ci rende evidente l’alleanza indissolubile tra amore e rimprovero: “Io, tutti quelli che amo, li rimprovero e li educo” (3, 19).

Benefici effetti della correzione
Conversione di San Paolo

L’Apostolo – egli stesso oggetto di un rimprovero e castigo del Signore – dopo esser stato “buttato giù da cavallo” e aver udito una voce dal timbro nel contempo minaccioso e buono, che lo interrogava sulla sua ingiusta persecuzione, non tardò ad esclamare: “Che devo fare, Signore?” (At 22, 10). Si convertì nell’atto stesso. Fu lui che anni più tardi avrebbe scritto agli ebrei queste belle parole: “e avete già dimenticato l’esortazione a voi rivolta come a figli: Figlio mio, non disprezzare la correzione del Signore, e non ti perdere d’animo quando sei ripreso da Lui; perché il Signore corregge colui che Egli ama e sferza chiunque riconosce come figlio. È per la vostra correzione che voi soffrite! Dio vi tratta come figli; e qual è il figlio che non è corretto dal padre? Se siete senza correzione, mentre tutti ne hanno avuto la loro parte, siete bastardi, non figli! Del resto, noi abbiamo avuto come correttori i nostri padri secondo la carne e li abbiamo rispettati; non ci sottometteremo perciò molto di più al Padre degli spiriti, per avere la vita? Costoro infatti ci correggevano per pochi giorni, come sembrava loro; Dio invece lo fa per il nostro bene, allo scopo di renderci partecipi della sua santità. Certo, ogni correzione, sul momento, non sembra causa di gioia, ma di tristezza; dopo però arreca un frutto di pace e di giustizia a quelli che per suo mezzo sono stati addestrati. Perciò rinfrancate le mani cadenti e le ginocchia infiacchite e raddrizzate le vie storte per i vostri passi, perché il piede zoppicante non abbia a storpiarsi, ma piuttosto a guarire” (Eb 12, 5-13).

Diventa così evidente quanto il castigo ci aiuti a crescere nel timor di Dio, che è il principio della sapienza (cfr. Sal 111, 10), ci fa benedetti da Dio (cfr. Sal 113 B, 13), rende ascoltate le nostre preghiere e assicura la nostra salvezza (cfr. Sal 144, 19).

I cattivi detestano di esser corretti

17 I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: “Lo zelo per la tua casa mi divorerà”. 18 Allora i giudei presero la parola e gli dissero: “Quale segno ci mostri per fare queste cose?”

Questo è uno degli effetti del castigo sui buoni: produce un’ammirazione amorosa e fa sbocciare la stima per la sapienza. Ma fissiamo ora la nostra attenzione sul comportamento dei cattivi. Da questa reazione, si percepisce quanto i principi dei sacerdoti e gli scribi si sentissero colpiti nel castigo inflitto da Gesù. In nessun momento vanno a discutere la liceità in sé della presenza dei mercanti nel Tempio, poiché conoscevano perfettamente i precetti e in che misura li trasgredivano. Neppure accusano Gesù di aver usurpato i loro poteri. Utilizzando uno stratagemma, Gli chiedono un miracolo come segno della sua autorità. Non li motivava lo zelo per la casa di Dio. Se così fosse stato, avrebbero elogiato Gesù per la nobile ed efficace azione contro i profanatori.

L’uomo cattivo non accetta la correzione, perché non ama la Legge di Dio. Al contrario dell’uomo saggio, che ama chi lo rimprovera (cfr. Pr 9, 8), essi detestavano la correzione, perché non cercavano la saggezza; sentivano orrore per il castigo, perché non volevano emendarsi delle loro colpe.

La forza di presenza dell’Uomo-Dio

19 Rispose loro Gesù: “Distruggete questo Tempio e in tre giorni lo farò risorgere”. 20 Gli dissero allora i giudei: “Questo Tempio è stato costruito in quarantasei anni e Tu in tre giorni lo farai risorgere?” 21 Ma Egli parlava del Tempio del suo Corpo. 22 Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.

Gesù non mette in dubbio il diritto che i sacerdoti esigano una prova della sua autorità. Per il fatto di essere la Sapienza Eterna, accettò la sfida, facendo loro una proposta enigmatica. Essi, interpretandola letteralmente, come se Gesù Si stesse riferendo all’edificio materiale, risposero ironicamente: “Questo Tempio è stato costruito in quarantasei anni e Tu in tre giorni lo farai risorgere?”. Ma l’Evangelista aggiunge: Gesù Si riferiva al “Tempio del suo Corpo”, santuario vivente della divinità, che Egli avrebbe fatto risorgere tre giorni dopo la Crocifissione sul Calvario. Gesù era solito esprimerSi in modo velato, quando Si trovava davanti ad un pubblico ostile.

I responsabili del Tempio non Lo accusarono di blasfemia, e neppure Gli inflissero una sanzione. Tale era la forza della presenza del Figlio dell’Uomo che, nonostante fosse impossibile un’interpretazione letterale delle sue parole – ricostruire in tre giorni un edificio la cui costruzione si fece attendere quarantasei anni! – smisero di interrogarLo sul suo potere, decidendo di aspettare il corso degli eventi.

Come reagì Gerusalemme di fronte a Gesù

23 Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che Egli compiva, credettero nel suo nome. 24 Ma Lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti 25 e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo.

Gli ultimi passi del Vangelo di oggi ci mettono in allerta contro un difetto molto pericoloso. Nostro Signore, in quanto Seconda Persona della Santissima Trinità, discerne nell’intimo le sue creature fin da tutta l’eternità. Egli sa valutare tanto la devozione disinteressata di un’anima nobile quanto il furore che si appropria di coloro che si consegnano alle inclinazioni del peccato originale.

Il Divino Maestro, penetrando in quei cuori, notava che volevano soltanto servirsi di Lui. Sì, non è sufficiente farci impressionare dai miracoli e, per questo, credere nel nome di Gesù. Il nostro Redentore desidera da noi un amore fatto di reciprocità. “La fede senza le opere è morta” (Gc 2, 26), dice San Giacomo. Davanti all’Uomo-Dio è necessario lasciarsi rapire da incanto e venerazione, consegnare la propria anima senza ostacoli né riserve, e regolare la propria vita con i suoi insegnamenti.

III – Con Maria, adoriamo Gesù nella sua totalità

Terminando queste considerazioni, colleghiamo le due lezioni tratte dal Vangelo della 3ª Domenica della Quaresima, narrato da San Giovanni. In questa seconda parte, egli ci esorta a liberare i nostri cuori dal pragmatismo, dall’egoismo di volerci servire di Gesù, delle grazie e della Religione solo per il nostro profitto personale, credendo al suo nome, ma non cambiando vita e costumi. È corretto che conserviamo la nostra maniera di vivere e i nostri costumi, purché non siano illeciti. Indispensabile è, però, avere l’anima elevata e sottomessa alla morale e Religione insegnate da Nostro Signore, adorandoLo in tutti gli aspetti delle sue virtù, entusiasmata dalla sua misericordia e anche dalla sua giustizia, come Gesù ha mostrato nell’episodio dei mercanti del Tempio. Egli vuol esser adorato da noi e adorato nella sua totalità.

Eleggiamo Maria – modello insuperabile di quest’amore per Gesù nella sua integrità – come nostra maestra e guida dell’illimitata dedizione che dobbiamo avere per Lui, adorandoLo nell’armonia delle sue virtù apparentemente contraddittorie.
Madonna col Bambino Gesù

1) DIONIGI AREOPAGITA. La Jerarquía Celeste. C.I, n.2 [121 B].

In: Obras Completas. 2.ed. Madrid: BAC, 1995, p.120.

2) Cfr. ORIGENE. Commentaria in Evangelium Ioannis. T.X, n.16:

MG 14, 186.

3) Tra le diverse opere di questo filosofo francese si veda,

per esempio: ROUSSEAU, Jean-Jacques. Émile ou De l’éducation.

In: Œuvres Complètes. Paris: Dalibon, 1824, t.I.

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