I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia

L’Eucaristia, l’Immacolata e il Sommo Pontefice!

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La Pentecoste

Solennità di Pentecoste – Messa del giorno – (Anno – A)

Vangelo

19 La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, Si fermò in mezzo a loro e disse: “Pace a voi!”. 20 Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. 21 Gesù disse loro di nuovo: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato Me, anch’Io mando voi”. 22 Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: “Ricevete lo Spirito Santo; 23 a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi” (Gv 20, 19-23).

Pace a voi!

Mons. João Scognamiglio Clá Dias,EP

Formiamo un solo corpo, e tutti ci siamo abbeverati a un solo Spirito (cfr. I Cor 12, 13). Chi è lo Spirito Santo, come sono state le circostanze e quali le principali grazie concesse a Maria e ai discepoli in occasione della Pentecoste? Ecco gli insegnamenti che la Liturgia ci mette a disposizione nella Solennità di oggi, facendoci comprendere dove si trova la vera pace.

I – La Chiesa in occasione della Pentecoste

Preghiera in una atmosfera di armonia e concordia

Come tante altre feste liturgiche, la Pentecoste ci fa ricordare uno dei grandi misteri della fondazione della Chiesa da parte di Gesù. Si trovava infatti in uno stadio ancora quasi embrionale – allegoricamente, si potrebbe paragonarla ad una bambina di tenera età – riunita intorno alla Madre di Cristo. Lì nel Cenacolo, conforme quanto ci descrivono gli Atti degli Apostoli nella prima lettura (At 2, 1-11), si verificarono fenomeni mistici di eccelsa grandezza, accompagnati da manifestazioni sensibili di ordine naturale: rumore come di un vento impetuoso, lingue di fuoco, i discepoli che si esprimevano in lingue diverse senza averle mai prima apprese. L’alto significato simbolico dell’insieme di questi avvenimenti, come di ognuno in particolare, ha costituito materia per innumerevoli e sostanziosi commenti di esegeti e teologi di grande valore, come risulta chiaro da precedenti osservazioni da noi svolte nell’articolo anteriore.1 Oggi, è opportuno mettere in rilievoaltri aspetti di non minore importanza collegati alla narrazione  fatta da San Luca, per meglio intendere il Vangelo in questione, pertanto, la stessa festività di Pentecoste.

Pentecoste

In quanto figura esponenziale, si distacca Maria Santissima, predestinata da tutta l’eternità a essere Madre di Dio. Si direbbe che avesse attinto la pienezza massima di tutte le grazie e di tutti i doni; invece, nella Pentecoste, Le sarebbe stato concesso molto di più. Come era stata eletta per l’insuperabile dono della maternità divina, ora Le spettava di diventare Madre del Corpo Mistico di Cristo e, proprio come era avvenuto nella Incarnazione del Verbo, è sceso sopra di Lei lo Spirito Santo, per mezzo di una nuova e ricchissima effusione di grazie, al fine di adornarLa con virtù e doni propri e proclamarLa “Madre della Chiesa”.

Seguono poi gli Apostoli; essi costituiscono la prima scuola di araldi del Vangelo. Rispettavano le condizioni essenziali per essere adatti all’alta missione che aveva loro destinato il Divino Maestro, come ci riferisce la Scrittura: “Tutti questi erano assidui e concordi nella preghiera, insieme con alcune donne e con Maria, la Madre di Gesù e con i fratelli di Lui” (At 1, 14). Questa perseveranza nella preghiera si è realizzata in forma continua e nel silenzio, nella solitudine e nel chiuso del Cenacolo. L’atmosfera era di massima concordia, armonia ed unione tra tutti, di vera carità fraterna. San Lucanel suo racconto ci tiene a far risaltare la presenza di Maria, certamente  per rendere evidente quanto Lei stessa si rallegrasse di essere una fedele partecipante della comunità. Un segnale evidenteè la sottomissione e l’obbedienza al Vicario di Cristo come traspare nei versetti successivi, che riferiscono sul primo atto di governo e giurisdizione di San Pietro (cfr. At 1, 15-22).


In sintesi, la vera efficacia dell’apostolato è evidenziata lì, sotto il manto della Santissima Vergine, nell’unione effettiva di tutti con la pietra sopra la quale Cristo ha edificato la sua Chiesa.

L’efficacia dell’azione si trova nella contemplazione

Questo grande avvenimento è stato preceduto non solo dai dieci giorni di preghiera continua, ma anche da molti altri momenti di raccoglimento. Il trauma avuto in occasione della drammatica Passione del Salvatore esigeva ore e ore di isolamento e riflessione. Oltre a ciò, il timore di nuove persecuzioni e tradimenti imponeva a tutti loro prudenza, a parte l’abbandono delle attività comuni dell’apostolato anteriore.

Curiosamente, in generale, Cristo risorto sceglieva occasioni come questa – di riflessione e compenetrazione da parte di tutti – per apparire loro, come lo Spirito Santo, per infondere in loro i suoi doni. Questa è una importante lezione che la Liturgia di oggi ci offre: la vera efficacia dell’azione si trova nella contemplazione. Lo stesso Apostolo per eccellenza, che è giunto ad esclamare: “Væ enim mihi est, si non evangelizavero! – Guai a me se non predicassi il Vangelo” (I Cor 9, 16), trascorse un lungo periodo di preghiera nel deserto al fine di prepararsi per la predicazione.

San Bernardo di Chiaravalle

Chi assume il compito di analizzare passo passo le attività di un uomo zelante e apostolico può giungere a sbagliarsi se le giudica semplice frutto della sua personalità intraprendente, o del suo carattere dinamico, o addirittura della sua costituzione psicofisica. Sono numerosi gli uomini operanti e proficui che tirano fuori dal proprio essere l’inimmaginabile. Dove si trovano, di fatti, le energie impiegate da questi leoni della Fede e dell’efficienza? Più ancora ci potremmo chiedere: come riescono loro, in mezzo alla valanga di attività, a conservare un cuore mite e soave nel trattare gli altri?


Ricordiamoci del consiglio dato da San Bernardo di Chiaravalle al Papa dell’epoca, Eugenio III: “Temo, ti confesso, che in mezzo alle tue occupazioni, che sono tante, per non poter sperare che finiscano, si indurisca la tua anima, e pian piano perda la sensibilità di un dolore così giustificato e salutare. Astieniti di esse per qualche tempo affinché non ti dominino né ti trascinino verso dove non desideri arrivare. Vuoi sapere verso dove? All’indurimento del cuore. […] Fino a questo estremo ti possono trascinare queste occupazioni maledette se, come hai iniziato, continuano ad assorbirti per intero, senza riservare niente per te”.2

Si tratta di un Dottore della Chiesa che consiglia il Dolce Cristo sulla Terra di quei tempi, nell’esercizio della più alta funzione: il governo di questa istituzione divina. Bene, secondo il suo parere, tanto elevate occupazioni, senza l’ausilio della vita interiore, sono maledette. Questa sempre è stata la postura d’animo dei Padri della Chiesa, spiritualisti e Santi. Per esempio, San Tommaso d’Aquino afferma: “Per comunicarsi alla perfezione con gli altri sirichiede più perfezione ancora che per essere semplicemente perfetto,perché […] ogni causa è superiore all’effetto”.3


Fatte queste considerazioni emergenti da una prima lettura ci sentiamo più preparati a contemplare le bellezze del Vangelo della presente Liturgia.

II – Il Vangelo della Solennità di Pentecoste

19 La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre
erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per
timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: “Pace a voi!”.

La prova attraverso cui erano passati gli Apostoli eccedeva le forze della fragile natura umana e, nonostante la testimonianza entusiastica di Maria Maddalena, non era facile per loro credere nella Resurrezione; forse il loro abbattimento era il risultato di non giudicarsi degni di ricevere una apparizione del Signore, come pondera San Giovanni Crisostomo,4 a causa dell’orribile abbandono nel quale avevano lasciato il Maestro nella sua agonia.

Nella sua bontà infinita, Gesù non ha lasciato trascorrere molto tempo per manifestarsi anche a loro. Ha scelto una eccellente occasione per farlo: all’imbrunire e quando le porte erano chiuse, per rendere ancora più manifesta la grandezza del miracolo della sua Resurrezione.

Il sopraggiungere della notte è il momento nel quale l’apprensione cresce nell’intimo di tutti i timorosi. D’altro canto, penetrare in un recinto con porte e finestre chiuse, soltanto in corpo glorioso si potrebbe realizzare un così grande prodigio.

Non si sa con esattezza quale fosse il luogo dove si trovavano riuniti. L’ipotesi più probabile ricade sul Cenacolo.

Un altro particolare interessante è la posizione scelta da Cristo per rivolgere loro la parola. Egli avrebbe potuto aver preferito salutarli subito all’entrata, invece ha camminato fra loro ed è andatoa collocarsi bene al centro. Questo deve sempre essere il posto  di Gesù in tutte le nostre attività, preoccupazioni e necessità. Il lasciarLo di lato, oltre ad essere una mancanza di rispetto e considerazione, è condannare al fallimento qualsiasi iniziativa, per quanto buona sia.

Anche il suo saluto richiama la nostra attenzione in modo speciale: “Pace a voi”.

A prima vista saremmo portati a giudicare comprensibile che Egli desiderasse calmarli dal turbamento che li assillava dall’arresto nell’Orto degli Ulivi. Ed infatti, avrebbe potuto ben essere una delle sue intenzioni, ma il significato più profondo non risiede in questa interpretazione. Per meglio comprenderlo, chiediamoci che cosa è la pace.

“Pace è la tranquillità dell’ordine”,5 dice Sant’Agostino, ossia, un ordine permanentemente tranquillo. E San Tommaso6 dimostra che la pace è effetto proprio e specifico della carità, poiché tutto quello che è in unione con Dio vive nel perfetto ordine, armonizzando tutte le sue potenzialità, sensi e facoltà alla propria causa efficiente e finale. Questa unione fa nascere nell’anima che la possiede una profonda tranquillità interiore e neppure i nemici esterni la perturbano, perché niente le interessa se non Dio: “Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?” (Rm 8, 31).

Ora, sappiamo dalla teologia che lo Spirito Santo è la Terza Persona della Santissima Trinità e procede dal Padre e dal Figlio per la via dell’Amore. In Lui sta la radice, o semente, dalla quale nasce il frutto della carità. Nell’amare Dio ed il prossimo, la gioia e la consolazione penetrano nel nostro intimo. Da questo amore e godimento, procede la pace.7

Gesù, augurando loro la pace, offriva loro uno dei principali frutti di questo Amore infinito che è lo Spirito Santo.

Nostro Signore appare agli Apostoli

20 Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.

Da questa atteggiamento del Signore possiamo ben giudicare quanto la paura fosse penetrata nell’anima di tutti, nonostante udissero la voce del Divino Maestro che augurava loro la pace.

Per questo è diventato indispensabile mostrare loro quelle mani che tanto avevano guarito ciechi, sordi, lebbrosi ed innumerevoli altre infermità, mani che probabilmente, a suo tempo, avevano essi stessi baciato. Sì, quelle mani che, da poco, erano state trafitte da terribili chiodi. Era necessario convincerli che si trattava del Redentore, vedendo il suo fianco perforato dalla lancia di Longino.

In quel momento hanno sentito la gioia pervadere le loro anime, poiché avevano constatato che non c’era davanti a loro un fantasma, ma proprio Gesù in Corpo, Sangue, Anima e Divinità. Si compiva così la sua promessa: “vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia” (Gv 16, 22- 23).

Traspare in questa attitudine il suo profondo intuito apologetico, nel far loro vedere le sue sante piaghe, al contrario di come aveva proceduto con Santa Maria Maddalena, oppure con gli stessi discepoli di Emmaus.

Un’altra nota di bontà consiste nel fatto che Egli ha velato lo splendore del suo Corpo glorioso, in caso contrario la natura umana degli Apostoli non avrebbe sopportato il fulgore della maestà dell’Uomo-Dio resuscitato.

21 Gesù disse loro di nuovo: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato Me, anch’Io mando voi”.

Ancora una volta Gesù augura loro la pace, e lascia così intravvedere quanto importante sia la tranquillità dell’ordine. Come obiettivo immediato, Gesù mirava ad offrire loro l’indispensabile serenità di spirito di fronte alle discordie e alle mortali persecuzioni che i giudei gli avrebbero mosso contro. Dall’altro lato, Gesù si rivolge ai secoli futuri, pertanto, alla stessa Era nella quale viviamo. Anche a noi Egli ripete lo stesso augurio di pace formulato agli Apostoli in quel momento, specialmente alla nostra civiltà che ha le sue radici in Cristo – Re, Profeta e Sacerdote – il cui ingresso in questo mondo fu accompagnato dal bel cantico degli Angeli: “Pace in Terra” (Lc 2, 14). Non è stato diverso il dono da Lui offerto prima di morire sulla Croce, all’atto di accomiatarsi: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace” (Gv 14, 27). Nel frattempo, l’umanità oggi si suicida in guerre, terrorismi e rivoluzioni. E quale la causa? Non vogliamo accettare la pace di Cristo.

Proprio come la carità, la pace comincia nella propria casa. Prima di tutto, è necessario costruirla dentro noi stessi, dando alla ragione illuminata dalla Fede il governo delle nostre passioni. Senza questa disciplina, entriamo nel disordine. Ora, sta diventando sempre più raro incontrare un essere umano nel quale questo equilibrio è cercato sulla base dello sforzo e della grazia. Lo spontaneismo domina dispoticamente in tutti gli angoli. Viviamo gli assiomi della Sorbona del 1968: “È proibito proibire” – “L’immaginazione ha preso il potere” – “Non rivendicare nulla, non chiedere nulla, ma prendere, invadere”. Essi sembravano essere per l’umanità una pietra filosofale di felicità, successo e piacere… Che disillusione!

La pace deve essere la condizione normale e corrente per il buon rapporto sociale, soprattutto nella cellula mater della società, la famiglia. Ecco uno dei grandi mali dei nostri giorni: l’autoritàpaterna si è autodistrutta, l’assoggettamento amoroso alla madre  è svanito e l’obbedienza dei figli è stata corrosa dal capriccio, dalla mancanza di rispetto e dalla ribellione. Queste infermità morali, trasposte nell’ambito della vita sociale, sfociano in lotta civile, di classe e persino in lotta tra i popoli.

L’umanità soffre queste e molte altre conseguenze del peccato di aver ripudiato la pace di Cristo ed abbracciato la pace del mondo, ossia, il consumismo, l’egualitarismo, il laicismo, l’adorazione della macchina, ecc.

Sentenzia la Scrittura: “Non v’è pace per gli empi, dice il mio Dio” (Is 57, 21). “Essi curano la ferita del mio popolo, ma solo alla leggera, dicendo: ‘Bene, bene!’ Ma bene non va” (Ger 6, 14). I millenni sono trascorsi e ci troviamo nuovamente nella stessa prospettiva di altri tempi, con una aggravante: corruptio optimi pessima – la corruzione del migliore ha come risultato il peggiore. Sì, il rifiuto della pace vera portata dal Verbo Incarnato è molto peggio dell’empietà antica, e ha conseguenze ancora più drastiche.

L’ordine fondamentale dell’edificio della pace deriva essenzialmente dal Vangelo e dal Decalogo, ossia, dall’amore a Dio sopra ogni cosa e al prossimo per amore di Lui.8 Da lì fiorisce la pace interiore dell’uomo e l’armonia con tutti gli altri, amati da lui con vera carità. Questo è il miglior rimedio per tutti i mali attuali, dalla “epidemia” delle depressioni – infermità paradigmatica del nostro secolo – fino al terrorismo. È indispensabile che ci riconosciamo in Dio nostro Legislatore e Signore, poiché, se nel corso della vita non esiste né la morale individuale né quella familiare, ci sarà ancor meno il vero equilibrio sociale e internazionale. Il caos dei nostri giorni ce lo dimostra anche troppo.

Essendo la pace frutto dello Spirito Santo, al di fuori dello stato di grazia, e della pratica della carità, non ci è dato trovarla. Per questo, chi diventa indurito nel peccato non può godere della pace: “Gli empi sono come un mare agitato che non può calmarsi e le cui acque portan su melma e fango. Non v’è pace per gli empi, dice il mio Dio” (Is 57, 20-21).

Lo stesso Isaia ci proclama la prodigalità e la grandezza della bontà di Dio verso i giusti: “Poiché così dice il Signore: “Ecco Io farò scorrere verso di essa (Gerusalemme), come un fiume, la prosperità; come un torrente in piena la ricchezza dei popoli” (Is 66, 12). 

Questa è la ragione più specifica del fatto che Gesù abbia augurato una seconda volta la pace ai suoi discepoli. Egli è l’autore della grazia, pertanto, l’autore della pace: “Cristo è la nostra pace” (Ef 2, 14). “La grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo” (Gv 1, 17).

Dopo questo secondo augurio di pace, Gesù invia i suoi discepoli all’azione, dimostrando chiaramente quanto è necessario non lasciarsi mai prendere dall’affanno delle preoccupazioni, perdendo la serenità. Uno degli elementi essenziali per il buon successo dell’apostolato è la pace dell’anima di chi lo fa.

Un altro importante aspetto da considerare in questo versetto è l’affermazione del principio della mediazione tanto gradita a Dio. Gesù si presenta qui come il Mediatore Supremo presso il Padre e, allo stesso tempo, costituisce gli Apostoli come mediatori tra il popolo e Lui. Qui possiamo misurare quanto siano ingannevoli le massime egualitarie quando cercano di distruggere il senso della gerarchia:

22 Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: “Ricevete lo Spirito Santo”.

La discesa dello Spirito Santo su Maria e sugli Apostoli si è svolta dopo l’ascesa di Gesù al Cielo e forse da qui viene il fatto che alcuni negano la realtà del grande mistero operato da Lui in questa occasione, narrata nel versetto in analisi. Questo errore, più esplicito all’inizio del VI secolo, è stato solennemente condannato dalla Chiesa nel V Concilio Ecumenico di Costantinopoli, nel 553: “Se qualcuno difende l’empio Teodoro di Mopsuestia, che ha detto […] che dopo la Resurrezione, quando il Signore ha alitato sui discepoli e ha detto loro: ‘Ricevete lo Spirito Santo’ (Gv 20, 22), non diede loro lo Spirito Santo, ma glielo diede solo figurativamente […], sia anatema”.9

Lo Spirito Santo non procede solamente dal Padre, ma anche dal Figlio. Egli è l’Amore tra ambedue. E come definire l’amore? È molto più facile sentirlo che definirlo. Due amici che sivogliono molto bene, nell’incontrarsi dopo un lungo periodo di separazione,  si stringono forte in un abbraccio, pieni di gioia. Che cosa significa questo gesto tanto spontaneo ed effusivo, se non la manifestazione di un amore reciproco? I due quasi desiderano, in questo momento, una fusione dei loro esseri. Quando le madri vedono i loro figli partire, il loro intimo si lacera, sentono le loro viscere strapparsi. Coloro che si amano desiderano restare uniti e guardarsi. E quanto più forte è l’amore, maggiore sarà l’inclinazione ad unirsi.

Pentecoste

Ora, quando I due esseri che si amano sono infiniti ed eterni, questo impulso di unione certo mai potrà mantenersi dentro gli stretti limiti di una mera tendenza emozionale, come molte voltesuccede tra noi uomini. Tra il Padre ed il Figlio, questo Amore è talmente vigoroso che fa procedere una Terza Persona, lo Spirito Santo.

I nostri amori, in non rare circostanze, sono volubili. Dio, del tutto al contrario, poiché contempla Se stesso, Vero, Buono e Bello, eternamente e in maniera irresistibile, Si ama dall’eternità e per l’eternità e da questo amore fa procedere una Terza Persona infinita, santa ed eterna, il Divino Spirito Santo. L’amore è eminentemente diffusivo, per questo tende a comunicarsi, a consegnarsi.

Curiosa è la differenza di forma impiegata dall’una e dall’altra Persona per comunicare con gli uomini.

Il Figlio è venuto a questo mondo assumendo la nostra natura con umiltà ed in modo dimesso. Al contrario, lo Spirito Santo, senza assumere un’altra natura, marca la sua presenza con strepitosi simboli di maestà. La faccia della Terra sarà rinnovata da Lui, di qui la manifestazione dello splendore, forza e rapidità dei fenomeni fisici che hanno accompagnato la sua infusione di grazia in coloro che si trovavano riuniti nel Cenacolo, perché essi avrebbero dovuto essere apostoli e testimoni. Era necessario che fossero illuminati, protetti, e sapessero insegnare.

Nel Vangelo di Giovanni, questa donazione dello Spirito Santo ha in vista la facoltà di perdonare i peccati:

23 “A chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi”.

Che grande dono concesso ai mortali per mezzo dei sacerdoti: il perdono dei peccati! Dall’altro lato, che immensa responsabilità quella di un Ministro di Dio! Di lui dice San Giovanni Crisostomo: “Se il sacerdote ha condotto bene la sua vita, ma non ha curato con diligenza quella degli altri, sarà condannato con i reprobi”.10

“A chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi” (Gv 20, 23). Che grande dono concesso ai mortali per mezzo dei sacerdoti!

III – Conclusione

Quanto si parla di pace, al giorno d’oggi, e quanto si vive al suo estremo opposto! L’intimo dei cuori si ritrova penetrato di tedio, apprensione, scoraggiamento e frustrazione, quando non di orgoglio, sensualità e mancanza di pudore. L’istituzione della famiglia sta diventando un pezzo di antiquariato. L’ansia di ottenere, non importa con che mezzo, senza tenere in conto il diritto altrui, va caratterizzando tutte le nazioni degli ultimi tempi. In sintesi, non c’è pace individuale, né familiare, né all’interno delle nazioni.

Ecco perché i nostri occhi devono rivolgersi alla regina della Pace al fine di chiedere la sua possente intercessione affinché il suo Divino Figlio ci invii una nuova Pentecoste e sia, così, rinnovata la faccia della Terra, come migliore soluzione per il grande caos contemporaneo.

1) CLÁ DIAS, EP, João Scognamiglio. “E rinnoverete la faccia della 
Terra…”. In: Araldi del Vangelo. San Paolo. N.5 (Maggio, 2002); 
p.5-10; Commento alla Lettura degli Atti degli Apostoli della 
Solennità di Pentecoste, in questo medesimo 
Volume I della collezione.

2) SAN BERNARDO. Tratado sobre la consideración. L.I, c.II, n.3. 
In: Obras Completas. 2.ed. Madrid: BAC, 1994, v.II, p.57; 59.

3) SAN TOMMASO D’AQUINO. Liber de perfectione spiritualis vitæ,
c.XVII.

4) Cfr. SAN GIOVANNI CRISOSTOMO, apud SAN TOMMASO D’AQUINO. Catena
Aurea. In Ioannem, c.XX, v.19-25.

5) SANT’AGOSTINO. De Civitate Dei. L.XIX, c.13, n.1. In: Obras. 
Madrid: BAC, 1958, v.XVI-XVII, p.1398.

6) Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO. Somma Teologica. II-II, q.29, a.3.

7) Cfr. Idem, I-II, q.70, a.3.

8) Cfr. Idem, II-II, q.29, a.3.

9) Dz 434.

10) SAN GIOVANNI CRISOSTOMO, apud SAN TOMMASO D’AQUINO, Catena
Aurea, op. cit.

La vera storia di Santa Rita

Santa Rita da Cascia

Meditava di continuo sulla Passione di Gesù. Il Venerdì Santo del 1432, dopo aver chiesto a lungo di partecipare alle sofferenze di Nostro Signore, le si conficcò in fronte una spina della corona di Gesù. Delle ricognizioni mediche, effettuate sul corpo della santa nel 1972 e 1997, hanno confermato la presenza di una lesione ossea aperta sulla parte sinistra della fronte

Per i fedeli è la «Santa degli impossibili», nonché un esempio mirabile in tutte le vocazioni da lei incarnate nella sua vita: moglie, madre, vedova, sposa di Cristo. Per questo santa Rita da Cascia è una delle figure più care alla pietà cristiana. I pellegrinaggi per venerarne il corpo, che porta i segni della sua partecipazione alla Passione di Gesù, sono spesso accompagnati da grazie e autentiche guarigioni spirituali, testimoniate dagli innumerevoli ex voto.

Al secolo Margherita Lotti, nacque verso il 1381 a Roccaporena, una frazione di Cascia a oltre 700 metri di altitudine, da genitori benestanti e molto religiosi. Secondo la tradizione fu un angelo ad annunciare la sua nascita alla madre, dopo che lei e il marito avevano chiesto per 12 anni la grazia di avere dei figli.

Rita crebbe con un grande amore per Gesù e Maria. Maturò la vocazione alla vita monastica, ma intorno ai 13 anni, in obbedienza ai genitori, accettò di sposare Paolo di Ferdinando di Mancino. La santa riuscì a convertire il marito – descritto dalle agiografie come un uomo iracondo – con la dolcezza del suo carattere e la costante preghiera. Dal matrimonio le nacquero due figli, Giangiacomo e Paolo Maria, che da adolescenti rimasero orfani del padre: l’uomo venne ucciso in piena notte mentre tornava a casa, vittima forse degli antichi rancori covati da un ex compagno d’armi. Rita invocò il perdono sull’assassino del marito, e ne nascose la camicia insanguinata per evitare che nei figli potessero sorgere desideri di vendetta. Pregò Dio di toglierli dal mondo anziché consentire che le loro anime si perdessero: «Io te li dono. Fa’ di loro secondo la tua Volontà». I due figli si ammalarono e morirono un anno più tardi.

Ormai sola, l’ancora giovane donna bussò alla porta delle agostiniane del monastero di Santa Maria Maddalena, ma per tre volte non fu accettata, forse per le tensioni ancora vive nel borgo dopo l’omicidio. In ogni caso Rita riuscì alla fine a spegnere i propositi vendicatori della famiglia del marito e nel 1407 fu finalmente accolta in convento. La sua più completa e antica agiografia a noi pervenuta fu scritta nel 1610 da padre Agostino Cavallucci, che si basò sulla tradizione orale del monastero di Santa Maria Maddalena e di tutta Cascia.

Padre Cavallucci riferisce che l’ingresso tra le agostiniane avvenne per un fatto prodigioso. Mentre era raccolta in preghiera sul cosiddetto “Scoglio” di Roccaporena, i suoi tre protettori – sant’Agostino, san Giovanni Battista e Nicola da Tolentino (venerati nel villaggio in una chiesa a lei molto cara) – la trasportarono in volo all’interno del convento, la cui porta d’ingresso era ben chiusa. Quando le monache, sbalordite, la videro in orazione nel coro si convinsero che l’evento era frutto della Provvidenza. E accolsero Rita come consorella.

Rita visse in monastero per quarant’anni, uscendovi solo per assistere poveri e infermi, specialmente ammalati di peste, da cui non fu mai contagiata. Sviluppò una straordinaria pietà verso la Passione di Gesù, su cui si fermava di continuo a meditare. Il Venerdì Santo del 1432, dopo aver chiesto a lungo di partecipare alle sofferenze di Nostro Signore, le si conficcò in fronte una spina della corona di Gesù.

Era ormai molto malata e si nutriva quasi unicamente di Eucaristia quando avvenne il miracolo per cui è chiamata “La rosa di Roccaporena”. Un giorno, chiese a una familiare di portarle una rosa e due fichi dal suo orto (interpretati come il segno della salvezza eterna del marito e dei due figli). E la parente – contro ogni sua aspettativa, essendo pieno inverno – li poté effettivamente raccogliere e donare alla santa.

Morì il 22 maggio 1447. Il suo corpo non fu mai sepolto, in ragione del grande culto che le fu tributato subito dopo la sua nascita al Cielo. La salma fu deposta in una prima bara detta «cassa umile». Poi, nel 1457, fu spostata all’interno di un altro sarcofago, la «cassa solenne», decorata con immagini della santa e recante un epitaffio, nel quale si legge: «Quindici anni la spina patisti». Nello stesso anno il notaio Domenico Angeli iniziò a registrare nel Codex miraculorum tutti i miracoli attribuiti all’intercessione di Rita (nel 1457 se ne contavano già 11). Delle ricognizioni mediche, effettuate sul corpo della santa nel 1972 e 1997, hanno confermato la presenza di una lesione ossea aperta sulla parte sinistra della fronte.

Santi martiri messicani

I 25 santi martiri commemorati oggi vissero nel contesto storico delle persecuzioni del XX secolo in Messico, guidate da élite massoniche, in conseguenza delle quali avvenne la rivolta dei cristeros (1926-1929), uniti al grido di “Viva Cristo Re!”

I 25 santi martiri commemorati oggi vissero nel contesto storico delle persecuzioni del XX secolo in Messico, in conseguenza delle quali avvenne la rivolta dei “cristeros” (1926-1929).

Va detto che questi 25 santi – 22 dei quali sacerdoti e 3 laici – sono solo alcuni dei cristiani che testimoniarono fino al dono della vita la loro fede nel Risorto durante le durissime persecuzioni messicane, guidate da élite massoniche. Diversi altri fedeli sono stati elevati agli onori degli altari. Non fa parte del gruppo celebrato oggi, per fare l’esempio più noto, il quattordicenne José Sanchez del Rio (28 marzo 1913 – 10 febbraio 1928), canonizzato da papa Francesco e il cui martirio è stato narrato nel film Cristiada. Tornando ai nostri 25, si tratta dei martiri beatificati il 22 novembre 1992 e canonizzati, in pieno Giubileo, il 21 maggio 2000 da Giovanni Paolo II.

La situazione persecutoria in Messico aveva raggiunto un primo vertice nel 1915, quando erano stati uccisi circa 160 sacerdoti. Il clima di violenze e ostilità contro i cattolici, favorito da un’abile opera di propaganda massonica, proseguì negli anni successivi. Nel 1917 venne promulgata una nuova Costituzione, che prevedeva norme liberticide sulla religione: la chiusura delle scuole cattoliche e dei seminari, lo scioglimento degli ordini religiosi, la confisca di beni ecclesiastici, l’espulsione dei preti stranieri e restrizioni nel numero dei sacerdoti messicani. Ai sacerdoti era proibito indossare la talare nonché l’utilizzo di frasi come «se Dio vuole».

Per un dato periodo queste norme rimasero comunque perlopiù sulla carta, pur in un clima che rimaneva di grande ostilità alla fede. Segno clamoroso di questa ostilità fu l’attentato del 1921, quando Luciano Perez Carpio (era il governo il suo mandante) tentò di distruggere – nascondendo una bomba in un mazzo di fiori deposto vicino all’altare – l’immagine acheropita della Madonna di Guadalupe. L’immagine della Morenita rimase intatta.

La situazione generale andò peggiorando quando al potere arrivò Plutarco Elias Calles, ateo, massone e fortemente anticattolico. Calles fece dare piena attuazione alle norme contenute nella Costituzione del 1917 e, inoltre, impose agli impiegati pubblici di scegliere tra il posto di lavoro e la fede: nella sola Guadalajara, su 400 maestri cattolici ben 389 preferirono perdere il lavoro anziché rinnegare Cristo.

In questa atmosfera si moltiplicarono gli attacchi contro i fedeliche uscivano dalle chiese o partecipavano a processioni religiose. La risposta dei cattolici messicani consistette inizialmente in forme di protesta pacifica: il boicottaggio dei prodotti statali, una petizione firmata da 2 milioni di persone e la formazione della Lega nazionale in difesa della libertà religiosa. Ma le violenze governative continuarono. Dall’1 agosto 1926 le Messe vennero bandite, cosicché fu possibile celebrarle solo di nascosto. Il 18 novembre dello stesso anno Pio XI pubblicò un’enciclica durissima, la Iniquis Afflictisque, parlando apertamente di «superbia e demenza» dei persecutori.

Tra il ’26 e il ’27 si formò un esercito di comuni fedeli – composto da contadini, operai, studenti, ecc. – che chiedevano il ripristino della libertà di culto. Le loro bandiere recavano la scritta Viva Cristo Re(¡Viva Cristo Rey!) e l’immagine della Vergine di Guadalupe. I cristeros, come appunto vennero chiamati, recitavano il Rosario ogni giorno e quando trovavano un sacerdote disponibile partecipavano alla Santa Messa. Facevano questo giuramento: «Giuro solennemente per Cristo e per la Santissima Vergine di Guadalupe, Regina del Messico, per la salvezza della mia anima: 1) di mantenere l’assoluto segreto su tutto quello che può compromettere la santa causa che abbraccio; 2) di difendere con le armi in mano la completa libertà religiosa del Messico. Se osserverò questo giuramento, che Dio mi premi; se mancherò, che Dio mi punisca». L’esercito dei governativi cercò più volte di schiacciare i cristeros, ma non vi riuscì. Alla fine, si arrivò a un accordo nel 1929, riconoscendo, sebbene ancora in modo parziale, alcuni dei diritti della Chiesa.

Nel frattempo, si era compiuto il martirio di molte anime predilette. Tra queste, il capofila nel Martirologio dei 25 santi celebrati oggi, padre Cristóbal Magallanes (1869-1927). Il quale all’inizio delle persecuzioni, dopo la chiusura imposta nel 1916 del seminario di Guadalajara, aveva fondato un seminario nella propria parrocchia per proteggere e formare i futuri sacerdoti. Allo scoppio della sollevazione cristera prese le distanze dall’uso delle armi come risposta alle persecuzioni, scrivendo un articolo in cui chiedeva che le “armi” da usare fossero quelle della parola. I soldati governativi lo catturarono il 21 maggio 1927 e il generale Francisco Goñi lo trovò colpevole per il semplice fatto di essere sacerdote. Venne fucilato quattro giorni più tardi, insieme a padre Agustin Caloca, molto più giovane di lui. Poco prima della fucilazione, Caloca era stato confortato così da padre Magallanes: «Stai tranquillo, figliolo, solo un momento e poi il Cielo». E a coloro che stavano per sparargli aveva detto: «Io muoio innocente e chiedo a Dio che il mio sangue serva per l’unione dei miei fratelli messicani».

Questi i nomi dei 25 martiri: Cristóbal Magallanes Jara, Roman Adame Rosales, Rodrigo Aguilar Aleman, Julio Alvarez Mendoza, Luis Batis Sainz, Agustin Caloca Cortes, Mateo Correa Magallanes, Atilano Cruz Alvarado, Miguel De La Mora, Pedro Esqueda Ramirez, Margarito Flores Garcia, Jose Isabel Flores Varela, David Galvan Bermudez, Pedro de Jesus Maldonado Lucero, Jesus Mendez Montoya, Justino Orona Madrigal, Sabas Reyes Salazar, Jose Maria Robles Hurtado, Toribio Romo Gonzalez, Jenaro Sanchez Delgadillo, David Uribe Velasco, Tranquilino Ubiarco Robles (sacerdoti); David Roldan Lara, Salvador Lara Puente, Manuel Morales (laici).

San Bernardino da Siena

Il patrono dei pubblicitari, grande propagatore della devozione al Santissimo Nome di Gesù («Dio è salvezza») e capace di operare innumerevoli conversioni, spiegava che la sua intenzione era «rinnovare e chiarificare il nome di Gesù, come fu nella primitiva Chiesa»

«Il nome di Gesù è la luce dei predicatori, perché illumini di splendore l’annunzio e l’ascolto delle sue parole. Donde credi si sia diffusa in tutto il mondo una luce di fede così grande, repentina e ardente, se non perché fu predicato Gesù?». Così diceva in uno dei suoi celebri discorsi Bernardino da Siena (8 settembre 1380 – 20 maggio 1444), il santo francescano e infaticabile predicatore che propagò la devozione al Santissimo Nome di Gesù, dandogli rilevanza liturgica. Bernardino, sulle orme dei primi cristiani («…perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra», scriveva per esempio san Paolo ai Filippesi), riteneva tale devozione necessaria per ravvivare la fede: «Questa è mia intenzione, di rinnovare e chiarificare il nome di Gesù, come fu nella primitiva Chiesa».

Nato a Massa Marittima in una famiglia nobile, era presto rimasto orfano della madre (a 3 anni) e del padre (a 6 anni). Nel 1400 si trovava già a Siena quando, dopo essersi offerto per assistere gli appestati della città, contrasse egli stesso la peste. Ne guarì. In questo periodo maturò in lui il desiderio di consacrarsi a Dio. A 22 anni compiuti, iniziò il suo noviziato tra i francescani, aderendo alla riforma detta «dell’Osservanza», mirante a restaurare lo spirito originario trasmesso da san Francesco. Approfondì lo studio delle Sacre Scritture, dei Padri della Chiesa e della teologia medievale, specie francescana, imparando a predicare e a farsi capire da tutti, grazie all’uso di un linguaggio vivace, ricco di immagini e di citazioni bibliche. Per un certo tempo una malattia alle corde vocali mise a forte rischio il prosieguo della sua predicazione, ma un giorno la voce gli ritornò improvvisamente, più forte e limpida di prima.

Nel 1417, iniziò a peregrinare di città in città, attraversando l’Italia centrale e settentrionale. Folle enormi accorrevano alle sue prediche, in cui affrontava temi di fede e di morale, compresa la ferma condanna dell’usura e dell’avarizia. San Bernardino è pure ricordato nella storia del pensiero economico perché scrisse un libro intitolato Sui contratti e l’usura, in cui offre una giustificazione della proprietà privata e si sofferma sulle figure dell’imprenditore e del mercante, l’onestà del lavoro, eccetera. Subì un primo processo per eresia intorno al 1427, intentatogli da usurai e ambienti affini. Non solo fu completamente assolto dalle accuse, bensì papa Martino V rimase così colpito dalla sua persona che gli chiese di predicare a Roma, cosa che il santo fece per 80 giorni consecutivi.

Famosissimo è anche il ciclo predicatorio di 45 giorni che tenne a Siena, dal 15 agosto 1427, in Piazza del Campo. Bernardino era solito scrivere le sue prediche in latino, parlando poi in volgare. I discorsi senesi sono arrivati fino a noi con il titolo di Prediche volgarigrazie all’opera preziosissima di un umile cimatore di panni che trascrisse parola per parola – servendosi di tavolette cerate – gli insegnamenti del santo. Non si contano le conversioni che riuscì a operare, testimoniate innanzitutto dalle file di persone che andavano a confessarsi e a ricevere l’Eucaristia dopo averlo ascoltato.

Bernardino spiegava che nel nome di Gesù, che significa «Dio salva» o «Dio è salvezza», è racchiuso ogni aspetto della vita terrena di Nostro Signore. «Che credi che sia il Vangelo? È il nome di Jesu…», diceva infatti il santo. Lui stesso, che per questo verrà in seguito scelto come patrono dei pubblicitari, ne disegnò il simbolo, tracciando il cristogramma IHS all’interno di un sole dorato e su sfondo azzurro. Il sole ha 12 raggi serpeggianti, lo stesso numero degli apostoli e delle tribù d’Israele. Il significato dei raggi era espresso in una litania: I. Rifugio dei penitenti; II. Vessillo dei combattenti; III. Medicina degli infermi; IV. Sollievo dei sofferenti; V. Onore dei credenti; VI. Splendore degli evangelizzanti; VII. Mercede degli operanti; VIII. Soccorso dei deboli; IX. Sospiro dei meditanti; X. Aiuto dei supplicanti; XI. Debolezza dei contemplanti; XII. Gloria dei trionfanti.

Per l’uso del simbolismo solare subì nuove accuse di eresia. Ma pure queste accuse caddero, grazie anche al sostegno di san Giovanni da Capestrano e alla presenza di quei simboli già nell’Antico Testamento. «La mia giustizia sorgerà come un sole e i suoi raggi porteranno la guarigione», dice infatti il profeta Malachia.

L’altro fatto straordinario fu la capacità di Bernardino di far entrare questa devozione nel cuore del popolo. Al termine delle prediche, faceva baciare ai fedeli le tavolette di legno su cui erano scritte le tre lettere del nome di Gesù (appunto IHS o JHS). Il simbolo da lui disegnato (spesso integrato da una croce – richiesta da Martino V – sormontante la lettera H) si diffuse ovunque, dalle chiese alle facciate dei palazzi.

San Celestino V

Prima dell’incredibile successione di fatti che portò alla sua elezione a pontefice, quando aveva già 85 anni, san Celestino V (c. 1209-1296), al secolo Pietro Angelerio, detto Pietro da Morrone, aveva consacrato la sua esistenza a Dio vivendo per buona parte del tempo da eremita

Prima dell’incredibile successione di fatti che portò alla sua elezione a pontefice, quando aveva già 85 anni, san Celestino V (c. 1209-1296), al secolo Pietro Angelerio, detto Pietro da Morrone, aveva consacrato la sua esistenza a Dio vivendo per buona parte del tempo da eremita.

Penultimo dei 12 figli di due contadini, Pietro mostrò fin dalla giovinezza l’attrazione per la vita ascetica. Dopo l’esperienza in un’abbazia benedettina, si orientò per la contemplazione di Dio nella solitudine: passò da un eremo all’altro e, intorno ai trent’anni, si ritirò in una caverna sul Monte Morrone (da cui il nome datogli dai contemporanei). Interruppe il suo eremitaggio solo per la preparazione al sacerdozio, che svolse a Roma. Dopo l’ordinazione sacerdotale riprese la sua vita contemplativa sui monti.

La fama della sua santità attrasse diversi discepoli. Perciò il buon Pietro decise di fondare una congregazione, i cui membri vennero originariamente chiamati “fratelli di Santo Spirito” (dal nome di uno degli eremi da lui fondati) e in seguito alla canonizzazione del loro fondatore furono detti “celestini”. Urbano IV diede la prima approvazione della nuova comunità nel 1263, riconoscendola come un ramo dell’Ordine benedettino. Nell’inverno di dieci anni più tardi, in vista del secondo concilio di Lione (che si proponeva tra l’altro di limitare la proliferazione di nuovi istituti religiosi), Pietro si recò a piedi nella città francese per parlare con Gregorio X. Il papa non solo confermò la congregazione ma chiese al santo di celebrare la Messa davanti agli altri Padri conciliari perché «nessuno ne era più degno».

La sua congregazione si espanse fino a contare circa 600 membri, tra monaci e oblati, suddivisi in decine di monasteri. Pietro, che arrivò a fare quattro quaresime all’anno, guidò i suoi discepoli finché poté. Intorno al 1280, ormai avanti con l’età, affidò il timone a un confratello e ritornò a vivere da eremita tra la Majella e il Morrone. Pareva che la sua vita terrena dovesse concludersi su quei monti, e invece doveva ancora verificarsi qualcosa di impensabile. Il 4 aprile 1292 morì Niccolò IV e nello stesso mese si riunì il conclave, allora composto da soli 12 cardinali, per l’elezione del nuovo papa. Prima le divisioni tra i porporati, poi un’epidemia di peste, nella quale trovò la morte uno di loro, prolungarono il conclave a dismisura: trascorsi due anni, la sede pontificia era ancora vacante. In quel frangente arrivarono pure le pressioni di Carlo II d’Angiò, che aveva bisogno dell’avallo papale per un accordo con il re aragonese.

Lo stesso Pietro scrisse al decano del collegio cardinalizio, profetizzando gravi castighi divini se non avessero in breve eletto il papa. I cardinali, infine, si accordarono sul suo nome. Inviarono dei messaggeri sul Morrone per ottenere il “sì” di Pietro, che, come riportò uno di loro, vestiva «una rozza tonaca» e apparve come «un uomo vecchio, attonito ed esitante per così grande novità». Con visibile sofferenza, dopo essersi sentito dire che avrebbe commesso peccato mortale in caso di rifiuto, l’eremita comunicò di accettare la carica. Il 29 agosto 1294 ricevette la tiara papale e assunse il nome di Celestino V. Il suo pontificato, subito influenzato dalle ingerenze di Carlo II d’Angiò e da alcuni uomini di curia disinteressati ai beni eterni, durò solo tre mesi e mezzo.

A parte la concessione della “Perdonanza”, un’indulgenza precorritrice del Giubileo, Celestino, catapultato a 85 anni in una situazione molto più grande di lui, prese delle decisioni infelici. Ma si rese conto del disordine che regnava nella Chiesa: «Dio mio, mentre regno sulle anime, ecco che perdo la mia», disse sconfortato. Domandò se per il diritto canonico fosse possibile la rinuncia al ministero petrino per ragioni legittime: gli fu risposto di sì, e il 13 dicembre 1294 lesse la sua rinuncia. Per questo molta critica ha individuato in lui il personaggio tratteggiato da Dante («colui che fece per viltade il gran rifiuto»), ma è evidente che Celestino agì in spirito di vera umiltà e amore per la Chiesa. Visse gli ultimi mesi rinchiuso in un castello, perché il suo successore Bonifacio VIII temeva che i propri rivali potessero contestare l’abdicazione di Celestino e servirsi di lui per uno scisma. Tornò alla casa del Padre intonando i Salmi. La sua causa per la canonizzazione fu avviata dallo stesso Bonifacio VIII. E si concluse – dopo l’ascolto di centinaia di testimoni – sotto Clemente V, che nel 1313 lo proclamò santo.

Novena a Maria Ausiliatrice

suggerita da san Giovanni Bosco

Recitare per nove giorni consecutivi:
3 Pater, Ave, Gloria al Santissimo Sacramento con la giaculatoria:
Sia lodato e ringraziato ogni momento il Santissimo e Divinissimo Sacramento.
3 Salve, Regina con la giaculatoria: Maria, aiuto dei cristiani, prega per noi.
PREGHIERA A MARIA composta da san Giovanni Bosco
O Maria, Vergine potente,
Tu, grande e illustre presidio della Chiesa;
Tu, aiuto meraviglioso dei Cristiani;
Tu, terribile come esercito schierato a battaglia;
Tu sola hai distrutto ogni eresia in tutto il mondo;
Tu, nelle angustie, nelle lotte, nelle strettezze, difendici dal nemico e nell’ora della morte accogli l’anima nostra in Paradiso! Amen.

Indulgenza di 3 anni recitata ogni volta
Indulgenza plenaria alle solite condizioni, purché recitata ogni giorno per un mese intero.

Don Bosco, quando era richiesto di qualche grazia, soleva rispondere: «Se volete ottenere grazie dalla Santa Vergine, fate una novena» (MB IX, 289). Tale novena, secondo il Santo, doveva essere fatta possibilmente «in chiesa, con viva fede» ed era sempre un atto di fervente omaggio alla Santissima Eucaristia.
Le disposizioni d’animo perché la novena sia efficace sono per don Bosco le seguenti:
1° di non avere alcuna speranza nel potere degli uomini: fede in Dio;
2° la domanda si appoggi totalmente a Gesù Sacramentato, fonte di grazia, di bontà e di benedizione;
si appoggi sopra la potenza di Maria, che in questo tempo Dio vuole glorificare sopra la terra;
3° in ogni caso si metta la condizione del fiat voluntas tua, se è bene per l’anima di colui per cui si prega.

CONDIZIONI RICHIESTE

  1. Accostarsi ai sacramenti della Riconciliazione e dell’Eucaristia.
  2. Dare un’offerta o il proprio lavoro personale per sostenere le opere di apostolato, preferibilmente a favore della gioventù;
  3. Ravvivare la fede in Gesù Eucaristia e la devozione a Maria Ausiliatrice.

San Pasquale Baylón

Patrono di opere e congressi eucaristici, è stato chiamato il “Serafino dell’Eucaristia” per la devozione angelica con cui si accostava e parlava della presenza reale di Cristo nell’Ostia consacrata

Il mistico spagnolo san Pasquale Baylón (1540-1592) è stato chiamato il “Serafino dell’Eucaristia” per la devozione angelica con cui si accostava e parlava della presenza reale di Cristo nell’Ostia consacrata. Per questo, nel 1897, Leone XIII lo ha proclamato patrono delle opere e dei congressi eucaristici.

Gli ‘indizi’ della sua santità e del suo carisma sono già rintracciabili nei momenti cruciali della sua vita terrena, dal giorno di nascita a quello di morte. Pasquale nacque a Torrehermosa il 16 maggio 1540, giorno di Pentecoste, in spagnolo Pascua de Pentecostés, da cui il suo nome. Dai sette ai vent’anni lavorò come pastore in un villaggio vicino, presso un signore benestante di nome Martίn Garcίa, che si affezionò a tal punto all’umile ragazzo da proporgli l’adozione per farlo diventare suo erede: Pasquale declinò la proposta poiché desiderava farsi frate.

Proseguì a lavorare come pastore a Monforte del Cid. Qui, qualche anno prima, era stata ritrovata una statuetta in alabastro della Madonna ed era sorto un convento di francescani alcantarini, dedicato a Nostra Signora di Loreto (titolo poi evolutosi in Orito). Fu in quei luoghi che Pasquale, mentre pascolava le pecore, vide apparire Gesù nel Santissimo Sacramento, e alcuni anni dopo la sua morte venne costruita una piccola cappella (la Ermita de la Aparición, ancora oggi meta di pellegrinaggi) per ricordare il miracolo eucaristico. Il 2 febbraio 1564 il giovane cominciò il suo noviziato tra gli alcantarini, nati dalla riforma del francescano san Pietro d’Alcantara. Professò i voti come frate converso e non volle mai ascendere al sacerdozio, perché non se ne riteneva degno. Nei vari conventi in cui visse si dedicò ai lavori più modesti, operando per anni alla portineria.

Dio lo adornò del dono della scienza infusa. Pasquale aveva imparato a leggere e scrivere da fanciullo, ma non era particolarmente colto: eppure, il suo consiglio venne richiesto da importanti personaggi del tempo ed era insuperabile quando parlava o scriveva di Eucaristia. Il Santissimo Sacramento fu il cuore di tutta la sua vita, in un’epoca in cui la retta dottrina sulla transustanziazione del pane e del vino nel Corpo e Sangue di Cristo era minacciata dal dilagare del protestantesimo. Nel 1576 fu incaricato di consegnare una lettera urgente al Padre generale degli alcantarini, che si trovava a Parigi. Il viaggio era ricco di insidie perché diverse province francesi erano controllate dai calvinisti, dai quali Pasquale ricevette insulti e percosse. A Orleans rischiò addirittura la vita perché gli eretici, non riuscendo a replicare alle ispirate argomentazioni del santo sull’Eucaristia, lo bersagliarono con una serie di pietre.

Al ritorno dalla missione trascrisse la sua scienza eucaristica in un opuscolo, ricordando inoltre la volontà divina sul primato del papa quale successore di Pietro, anch’essa negata dai protestanti. Dopo una vita di preghiera e penitenza, illuminata dall’amore per Dio, morì il 17 maggio 1592, il giorno dopo il suo 52° compleanno: anche stavolta, come alla nascita, era il giorno di Pentecoste.

La tradizione riferisce che durante la Messa di Requiem, all’atto della consacrazione, i suoi occhi si aprirono per adorare il Santissimo Sacramento. In conseguenza della dominazione spagnola il culto del santo si diffuse capillarmente nel Regno di Napoli. E il nome Pasquale, già presente nel primo millennio cristiano (anche nella variante Pascasio), divenne via via popolarissimo.

Solennità dell’Ascensione del Signore – Anno B.

Ascensione di Gesù

Vangelo

In quel tempo, Gesù apparve agli Undici 15 e disse loro: “Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo ad ogni creatura. 16 Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. 17 Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, 18 prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno, imporranno le mani ai malati e questi guariranno”. 19 Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in Cielo e sedette alla destra di Dio. 20 Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la parola con i segni che la accompagnavano (Mc 16, 15-20).

Saliremo al Cielo in virtù dell’Ascensione!

L’Ascensione di Gesù ci dà la certezza che avremo lo stesso destino se seguiremo il mandato che Egli ci ha dato in questo giorno.

I – La missione di trasmettere il non trasmissibile…

Papa San Pio X, pur fra innumerevoli occupazioni inerenti alla sua condizione di Pastore Universale della Santa Chiesa, aveva preso l’impegno di dare lezioni di catechismo, tutte le settimane, a bambini delle parrocchie di Roma che si preparavano alla Prima Comunione, alle quali partecipavano anche numerosissimi fedeli.1 E affermava qualcosa d’impressionante: per fare un’ora di lezione di catechismo sono necessarie due ore di studio. In modo analogo, un buon predicatore, incaricato di dirigere esercizi spirituali per il periodo di cinque giorni, ha bisogno di dedicarne almeno quindici per organizzarli, selezionare argomenti adeguati e adattarsi alla psicologia del pubblico, al fine di ottenere i frutti desiderati. Identico processo compete a professori, conferenzieri e a tutti coloro che hanno la missione di insegnare, dato che il principio generale è invariabile: sempre quando ci tocca formare altri, dobbiamo apprendere molto più di quello che trasmetteremo e impregnarci del suo contenuto.

È quello che è successo agli Apostoli: Dio li ha scelti affinché fossero testimoni e diffusori del Vangelo nel mondo intero, e per questo era indispensabile che diventassero profondi conoscitori di tutto quanto erano stati chiamati a comunicare. Tuttavia, quello che hanno scritto o detto era una percentuale infima in comparazione con quello che hanno visto e vissuto.

Il fuoco dell’Apostolo: frutto dell’esperienza mistica
La conversione di San Paolo

Esempio convincente di ciò è la figura di San Paolo. Da dove ha attinto tutto quanto dichiara nelle sue dense lettere? In primo luogo, ha ricevuto una grazia di conversione – quella che produce gli effetti per cui è stata creata (cfr. At 9, 1-19; 22, 4-16; 26, 10-18; Gal 1, 13-17). Egli andava a catturare cristiani nella regione di Damasco quando, ancora in cammino, Nostro Signore lo fece “cadere da cavallo” e gli chiese: “‘Saulo, Saulo, perché Mi perseguiti?’. Rispose: ‘Chi sei, o Signore?’. Ed Egli: ‘Io sono Gesù, che tu perseguiti. Ma tu alzati ed entra nella città e ti sarà detto ciò che devi fare’” (At 9, 4-6). In quel momento gli fu concesso il dono della fede, per credere alla voce che lo interpellava; in caso contrario, si sarebbe alzato arrogantemente, sfidando Dio.

A partire da quel momento, il Divino Maestro ha lavorato a fondo la sua anima e ha cominciato a prepararlo a essere il propagatore per eccellenza del Vangelo. Il ritiro fatto da lui nel deserto dell’Arabia (cfr. Gal 1, 17-18) ha avuto un ruolo enorme in questa trasformazione, poiché nel corso di questo periodo, secondo rivelazioni personali, ha goduto della compagnia dell’ Uomo-Dio in Corpo glorioso.

E forse più clamorosa è stata l’estasi in cui San Paolo, rapito al terzo Cielo, “udì parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunziare” (II Cor 12, 4). Tali prerogative lo portarono a intraprendere un annuncio della Buona Novella più efficace di quello dei Dodici (cfr. I Cor 15, 10). Potremmo comparare la predicazione dell’Apostolo alla situazione di uno che andasse a raccontare alle persone di una civiltà ipotetica esistente sotto terra quello che succede alla luce del Sole. In questo caso forse ci sarebbe una certa proporzione tra un mondo e l’altro, ma quello che fu concesso a San Paolo di intravvedere è talmente al di sopra di quello che conosciamo, che lui è riuscito appena a dire: “Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che Lo amano” (I Cor 2, 9).

Simile difficoltà affrontano coloro che, contemplati con grazie mistiche che fanno sentire nel loro intimo chi è Dio, non trovano termini adeguati nel vocabolario umano per spiegare la loro esperienza: “La ragione umana viene meno di fronte a tali incomprensibili misteri, ma i cuori illuminati sentono e sperimentano, già in questa vita, tale realtà ineffabile che non può essere espressa con parole né con concetti e, meno ancora, con sistemi umani. Quello che queste anime riescono a balbettare sconcerta le nostre deboli valutazioni: esse moltiplicano i termini che sembrano più esagerati, senza ancora esser soddisfatte di ciò, poiché vedono sempre che rimangono al di qua, che la realtà è incomparabilmente maggiore di quanto possa esser detto”.2

Il segreto della profondità degli scritti paolini

La Lettera agli Efesini – dalla quale la Liturgia trae un brano per una delle opzioni per la seconda lettura (Ef 1, 17-23) – è chiarificatrice in questo senso. Più che una missiva, essa è quasi un trattato nel quale San Paolo s’impegna a trasmettere quello che gli è stato manifestato riguardo a Nostro Signore e alla gloria eterna che ci è riservata. Le sue affermazioni dimostrano fin troppo bene che lui ha visto più di quello che ha scritto: “il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di Lui” (Ef 1, 17). San Paolo desidera istruire su qualcosa che a tal punto sfugge agli interessi umani, materiali e immediati, che senza lo spirito della sapienza di Dio non può esser assimilato. Insomma, com’è possibile discorrere su ciò che nessuno vede? In che modo trattare di una realtà al di sopra di ogni possibile pensiero umano? Come parlare di quello che dipende da un fenomeno mistico? Per intendere è necessaria una rivelazione proveniente dal Cielo, ed è a questo che egli si riferisce, come indica la costruzione della sua frase in greco: “i due genitivi ‘di sapienza e di rivelazione’ […], dipendenti dal sostantivo ‘spirito’, si completano mutuamente e qui significano una conoscenza intima e profonda di Dio e dei suoi piani di salvezza, alla quale l’uomo, con le proprie forze, non può arrivare”.3 Per questo motivo insiste, chiedendo a Nostro Signore che “possa Egli davvero illuminare gli occhi della vostra mente per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i Santi” (Ef 1, 18).

La nostra speranza si fonda sul potere di Dio

La speranza! Questa virtù teologale ci fa possedere, per anticipazione, le meraviglie inimmaginabili che riceveremo in pienezza alla fine dello stato di prova e che l’Apostolo indica nella sua lettera.

Dio ci ha predestinato alla salvezza da tutta l’eternità e, prima ancora di essere creati, aveva già deciso la via di santificazione di ognuno, pregustando il momento in cui saremmo nati e avremmo cominciato a percorrerla. Alimentando la nostra speranza in mezzo ai dolori della vita, Egli agisce con noi come chi, avendo costruito un palazzo per noi in un luogo di difficile accesso, ci conduce a lui per un sentiero in mezzo a un bosco, pieno di rovi e stagni atti a causare apprensione. E anela a condurci quanto prima fino a una radura da dove possa mostrare, a distanza, l’edificio, per incoraggiarci a continuare il cammino.

Più avanti, San Paolo menziona “la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi, che crediamo, secondo l’efficacia della sua forza” (Ef 1, 19). Infatti, se la salvezza fosse soggetta ai nostri sforzi noi non andremmo in Cielo, come mostra l’episodio del giovane ricco che, chiamato da Nostro Signore, si rifiutò di abbandonare tutto per seguirLo, cosa che portò Gesù a dire: “È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel Regno di Dio” (Mc 10, 25). L’affermazione sorprese gli Apostoli, che “ancora più sbigottiti, dicevano tra loro: ‘E chi mai si può salvare?’. Ma Gesù, guardandoli, disse: ‘Impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio! Perché tutto è possibile presso Dio’” (Mc 10, 26-27). Sì, grazie al suo potere progrediamo nella via della perfezione e, soprattutto, perseveriamo fino al termine della nostra peregrinazione terrena. Ecco la principale ragione che deve muoverci a porre in Lui tutta la nostra speranza. Ma, ci sarà una garanzia che essa sarà ricompensata?

L’Ascensione di Gesù è fonte di speranza

Santissima Trinità

San Paolo risponde a questa questione nei versetti seguenti, alludendo all’evento grandioso commemorato in questa Solennità: Dio “manifestò in Cristo, quando lo risuscitò dai morti e lo fece sedere alla sua destra nei Cieli, al di sopra di ogni Principato e Potenza, al di sopra di ogni Forza e Dominazione e di nome che viene nominato non solo nel tempo presente ma anche in quello futuro” (Ef 1, 20-21).

Con l’Ascensione, magnifico mistero della nostra Fede ricordato in uno degli articoli del Credo – “è salito al Cielo e siede alla destra del Padre” –, Nostro Signore Gesù Cristo ha cominciato a occupare il suo posto alla destra del Padre come Uomo, poiché in quanto Dio già Si trovava presso di Lui da tutta l’eternità.4 EssendoSi unito alla natura umana con l’Incarnazione, desiderava che questa natura, da Lui rappresentata, fosse introdotta nella gloria. Fino ad allora nessuno aveva varcato le soglie del Cielo, inaccessibile agli uomini in conseguenza del peccato originale; solo Dio Padre, Dio Figlio, Dio Spirito Santo e i suoi Angeli vi abitavano. Le anime dei giusti rimanevano nel Limbo in attesa della Redenzione e anche lì hanno goduto della visione beatifica, essendo visitati da Nostro Signore nell’istante della sua Morte.5 Ma solo quando Gesù ascese al Cielo questi eletti vi sono penetrati,6 occupando i posti vuoti lasciati da Lucifero e dai suoi seguaci. Preceduta da Nostro Signore Gesù Cristo, quella miriade di anime sante entrò nella gloria, a cominciare da San Giuseppe, suo padre adottivo, seguito da Adamo ed Eva, dai profeti, patriarchi, martiri dell’Antica Legge e una milizia di uomini e donne, che costituivano “un popolo così numeroso tra questa razza giustamente condannata, che viene a occupare il posto vacante lasciato dagli angeli [decaduti]. E, così, questa Città amata e sovrana, lungi dal vedersi defraudata nel numero dei suoi cittadini, si rallegra nel riunire un numero forse maggiore”.7

Essendo Gesù Cristo il “Capo della Chiesa, la quale è il suo Corpo” (Ef 1, 22-23) – come dichiara l’Apostolo, con molta chiarezza e senso teologico –, e visto che il Corpo non può sussistere distaccato dal Capo, anche noi, in quanto suoi membri, entreremo nella Dimora Celeste.8 La sua Ascensione è per noi una prova che seguiremo lo stesso cammino: nel giorno del Giudizio Finale riprenderemo il nostro corpo in stato glorioso e saliremo al Cielo, “incontro al Signore nell’aria” (I Ts 4, 17). La realizzazione di questa promessa è una questione di tempo. Tuttavia, se il tempo esiste per noi nella vita presente e ci fa sentire l’attesa, esso scompare dopo la morte e, di fronte all’eternità, tale intervallo non significa neppure un “battito di ciglia”. Sia questo destino motivo di contentezza ed entusiasmo per noi, secondo la richiesta della Colletta: “Esulti di santa gioia la tua Chiesa, o Padre, per il mistero che celebra in questa liturgia di lode, poiché nel tuo Figlio asceso al Cielo la nostra umanità è innalzata accanto a Te, e noi, membra del suo Corpo, viviamo nella speranza di raggiungere Cristo, nostro Capo, nella gloria”.9

II – L’Ascensione indica il nostro fine e i mezzi per raggiungerlo

Molti sarebbero gli aspetti degni di analisi nella ricca Liturgia di questa Solennità, ma fissiamo l’attenzione su alcuni di loro ancora non commentati in altre occasioni.10 Nel passo degli Atti degli Apostoli scelto per la prima lettura (At 1, 1-11), San Luca, avendo già narrato la vita pubblica di Gesù nel suo Vangelo, si dispone a storicizzare lo sviluppo della Chiesa primitiva, cominciando da alcuni episodi avvenuti nel periodo di quaranta giorni che Gesù passò nella Terra in seguito alla Resurrezione. Delle sue apparizioni ci sono rimasti i racconti fatti dagli evangelisti, tra cui quelli dello stesso San Luca; tuttavia, è certo che non furono le uniche, poiché non sarebbe ragionevole che Egli risorgesse così gloriosamente e Si manifestasse soltanto le scarse volte riportate nella Scrittura.

Sono note le narrazioni contenute in rivelazioni particolari – alle quali, malgrado non appartengano al deposito della Fede, si può dar credito, poiché illustrano legittimamente la nostra pietà –, come quelle della Venerabile Suor Maria di Gesù di Agreda o della Beata Anna Caterina Emmerick.11 Secondo quest’ultima, il Divino Maestro apparve rifulgente e silenzioso a Simone di Cirene, che lo meritava per averLo aiutato a caricare la Croce, e a diverse persone di Betlemme e di Nazareth, con cui Lui o sua Madre Santissima ebbero più contatti. Gesù rimase anche per lungo tempo con gli Apostoli, i discepoli e le Sante Donne – che erano tristi perché capivano che era prossimo l’istante della separazione –, per trasmettere gli ultimi insegnamenti prima di partire.

Secondo San Luca, alcuni Apostoli chiesero se fosse arrivata l’ora della restaurazione del regno di Israele (cfr. At 1, 6). Sebbene fossero testimoni di un miracolo portentoso come la Resurrezione, insistevano in una visione politica e naturalista di Nostro Signore, volendo sapere se, alla fine, avrebbero visto la conquista della supremazia del popolo giudeo su tutti gli altri. E Gesù rispose: “Non spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere, ma riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi” (At 1, 7-8). In seguito, Si elevò alla loro vista, probabilmente circondato da una luce straordinaria.
L’Ascensione di Gesù L’Ascensione di Gesù

E dopo l’Ascensione?

Immaginiamo la gioia nel Cielo, il grande omaggio della Santissima Trinità a Cristo-Uomo e a tutti i giusti dell’Antico Testamento che, coi meriti infiniti della Passione, entravano nella Patria Celeste. Mentre le schiere angeliche erano colte da giubilo, intonando canti, sulla Terra i discepoli manteneva no gli occhi fissi su quel punto che andava scomparendo, fino a che una nuvola coprì Nostro Signore (cfr. At 1, 9). Sorsero allora due Angeli, latori di un messaggio: “Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in Cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in Cielo” (At 1, 11).

La promessa – “verrà” – forse gli ha dato l’idea che il ritorno sarebbe stato il giorno seguente o di lì a una settimana. Però ormai si sommano quasi duemila anni che Gesù Cristo è salito avvolto in gloria e ancora non è tornato… Sant’Agostino spiega come questo succederà, nel giorno del Giudizio: “‘Questo Gesù verrà allo stesso modo in cui lo avete visto andare in Cielo’. Cosa significa verrà allo stesso modo? Che sarà Giudice nella stessa forma come fu giudicato. Visibile non solo ai giusti, visibile anche ai perversi, verrà per essere visto da giusti e malvagi. I cattivi potranno vederLo, ma non potranno regnare con Lui”.12 In questa prospettiva, ci conviene mantenere l’attenzione focalizzata sugli ultimi avvenimenti della nostra vita – morte, giudizio, inferno o Paradiso –, secondo il consiglio del Siracide: “In tutte le tue opere ricordati della tua fine e non cadrai mai nel peccato” (7, 36).

Se oggi ricevessimo la notizia che andremo in viaggio in un paese lontano entro un mese, cominceremmo a organizzare la partenza con anticipo, adottando provvedimenti per quanto riguarda il vestiario, medicine, denaro, documenti… Invece, il viaggio è più lungo! Da questo non torneremo! Pertanto, è indispensabile prepararlo in maniera adeguata. Agiamo come insensati quando ci preoccupiamo soltanto dei problemi concreti che terminano in questa vita e non ci interessiamo di ottenere un buon posto nell’altra. È normale che chi intraprenda un viaggio voglia conoscere l’hotel nel quale alloggerà. Ricordiamoci, senza dubbio, che esiste un alloggio eterno chiamato inferno, molto più scomodo di qualsiasi situazione terribile che possiamo attraversare sulla Terra. Così, contemplando l’Ascensione di Gesù, intravvediamo orizzonti e cerchiamo di meritare un’eternità felice, come ammonisce Papa Benedetto XVI: “Per il ‘tempo intermedio’ ai cristiani è richiesta, come atteggiamento di fondo, la vigilanza. Questa vigilanza significa, da una parte, che l’uomo non si rinchiuda nel momento presente dandosi alle cose tangibili, ma alzi lo sguardo al di là del momentaneo e della sua urgenza”.13 Di conseguenza, apriamo l’anima agli ultimi insegnamenti del Figlio di Dio registrati da San Marco e raccolti dalla Liturgia di oggi.

Che cos’è evangelizzare?

15 “Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo ad ogni creatura”.

Cosa intendiamo per “proclamate il Vangelo”? Sappiamo che Nostro Signore Gesù Cristo non lasciò nulla di scritto, neppure un biglietto, quando avrebbe potuto redigere testi di straordinario valore. Che sarebbe l’opera di un Dante Alighieri, un Camões o un Calderón de la Barca vicino alla sua divina letteratura? Nei Vangeli risulta che Egli scrisse soltanto una volta e sulla sabbia (cfr. Gv 8, 6.8), poiché uno dei suoi obiettivi era costituire un’opera e, ben oltre qualsiasi libro, avere modelli, tipi umani per realizzare un’azione diretta, da persona a persona. È quello che Lui ha fatto: ha fondato la Chiesa, istituzione immortale che si basa molto più sull’apostolato personale e sull’azione di presenza che attraverso una produzione intellettuale. È importante la dottrina, ma essa, in sé, non è sufficiente a convertire le anime, perché “la lettera uccide, lo Spirito dà vita” (II Cor 3, 6). Dunque, essa deve esser diffusa “in tutto il mondo”, mediante l’involucro del Vangelo, cioè, i principi diventati vita.

Inoltre, San Marco è l’unico degli evangelisti a sostenere che Nostro Signore ha dato il mandato di portare la Buona Novella “ad ogni creatura”, il che comprende non solo gli uomini, ma anche i minerali, vegetali, animali e anche gli Angeli. A prima vista crederemmo che il Vangelo sia destinato soltanto agli esseri umani, infatti come predicarlo, per esempio, a una grata, a un panorama o a uno stormo di uccelli? L’universalità dell’annuncio si lega al fatto che tutto è stato concepito in funzione dell’Uomo-Dio. Il Verbo è la causa efficiente, la causa esemplare e la causa finale di tutta la creazione (cfr. Col 1, 16-17). Da Lui parte e a Lui deve volgersi la sua opera. In questo modo, la nostra azione, in quanto battezzati, deve avere come obiettivo disporre ogni cosa avendoLo come centro. Predicare, allora, il Vangelo a una grata implica farla bella e allo stesso tempo funzionale, affinché dia gloria a Dio per il fatto di esistere. La bellezza è uno dei riflessi più salienti e penetranti dell’esistenza di Dio e chi contempla qualcosa di splendido facilmente si eleva fino a Lui. Per portare il Vangelo a ogni creatura è necessario abbracciare la via pulchritudinis, uno dei mezzi più efficaci di diffondere le meraviglie tratte al mondo da Cristo. Questo significa sacralizzare i gesti, il modo di comportarsi o di eseguire qualsiasi compito, dal coltivare la terra in modo da ottenere frutti dall’aspetto attraente all’erigere edifici secondo i modelli ispirati nel Vangelo. In una parola, è volere che la Terra si trasformi in un vero Paradiso.

Chiamati a esser modello per il prossimo

La Solennità dell’Ascensione ci pone davanti alla responsabilità ricevuta nel giorno del Battesimo: quella di essere veri apostoli, poiché non siamo creature indipendenti dall’ordine dell’universo, ma “siamo dati in spettacolo al mondo, agli Angeli e agli uomini” (I Cor 4, 9). Viviamo in società, in un rapporto costante con altre persone, con la nostra famiglia e gli amici, nell’ambiente di lavoro e dove ci muoviamo. Per questo, tanto nella famiglia quanto in una comunità religiosa, ci accompagna l’obbligo serissimo, sublime e grandioso di essere modello per gli altri. Ognuno è chiamato a rappresentare qualcosa di Dio che non spetta a nessun’altra creatura, sia Angelo o uomo. Predicare il Vangelo non è solo insegnare, è anche dare il buon esempio, molto più eloquente di qualsiasi parola. Nella vita religiosa o in seno alla famiglia, tutti devono cercare di vincere le loro cattive inclinazioni ed edificare il prossimo, cercando la propria santificazione.

Come San Paolo desiderava risvegliare negli efesini la speranza che un giorno avrebbero raggiunto la gloria, così la Chiesa, attraverso la Liturgia, vuole che sentiamo nel fondo dell’anima quanto Dio ha preparato per godere nell’eternità, conquistato da Nostro Signore Gesù Cristo nel giorno dell’Ascensione. A che valgono le afflizioni terrene su cose transitorie? A che giova godere i piaceri che il mondo può offrire? Accumulare onori, applausi, benefici, e giunta l’ora di partire, lasciare tutto e presentarci con le mani vuote davanti a Dio? Approfittiamo di questa Solennità per affermare il proposito di abbandonare qualsiasi attaccamento al peccato che ci allontana da quest’obiettivo e non ci fa comprendere “a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i Santi” (Ef 1, 18). A questo riguardo, conviene ricordare il consiglio di Sant’Agostino: “Pensa a Cristo seduto alla destra del Padre; pensa che verrà per giudicare i vivi e i morti. È quello che indica la fede; la fede si radica nella mente, la fede sta nelle fondamenta del cuore. Guarda chi è morto per te; guardaLo quando ascende e amaLo quando soffre; guardaLo ascendere e afferrati a Lui nella sua Morte. Hai una garanzia di una grandissima promessa fatta da Cristo: quello che Lui ha fatto oggi – la sua Ascensione – è una promessa per te. Dobbiamo avere la speranza che resusciteremo e ascenderemo al Regno di Dio, e lì stare mo per sempre con Lui, in una vita senza fine, gioendo senza alcuna tristezza e vivendo senza nessuna infermità”.14

Che la fede e la speranza alimentino la nostra anima nell’arduo cammino del cristiano dei nostri giorni, e con questa fiamma sempre accesa affronteremo le avversità. Il mandato di evangelizzare ci invita a salire misticamente con Nostro Signore alla Patria Eterna, dove andremo in corpo e anima dopo la resurrezione. Chiediamo per mezzo di Colei che fu assunta al Cielo, Maria Santissima, di essere condotti là, a celebrare esultanti questo mistero.
Assunzione della Madonna

1) Cfr. DAL GAL, OFMCap, Girolamo. Beato Pio X, Papa.

Padova: Il Messaggero di S. Antonio, 1951, p.402.

2) GONZÁLEZ ARINTERO, OP, Juan. Evolución mística.

Salamanca: San Esteban, 1989, p.41-42.

3) TURRADO, Lorenzo. Biblia Comentada. Hechos de los Apóstoles

y Epístolas paulinas. Madrid: BAC, 1965, v.VI, p.569.

4) Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO. Somma Teologica. III, q.57, a.2.

5) Cfr. Idem, q.52, a.4, ad 1; a.5, ad 3.

6) Cfr. Idem, q.57, a.6.

7) SANT’AGOSTINO. De Civitate Dei. L.XXII, c.1, n.2.

In: Obras. Madrid: BAC, 1958, v.XVI-XVII, p.1627.

8) Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO, op. cit., q.57, a.6.

9) SOLENNITA’ DELL’ASCENSIONE DEL SIGNORE. Preghiera Colletta.

In: MESSALE ROMANO. Riformato a norma dei decreti del Concilio

Ecumenico Vaticano II e promulgato da Papa Paolo VI. 2.ed.

Città del Vaticano: L. E. Vaticana, 2000, p.230.

10) Per altri commenti su questo tema, si veda: CLÁ DIAS, EP,

João Scognamiglio. A Ascensão do Senhor. In: Arautos do Evangelho.

São Paulo. N.65 (Mag., 2007); p.1219; Commento al Vangelo

della Solennità dell’Ascensione – Anni A e C, nei Volumi I e V

di questa collezione, rispettivamente.

11) Cfr. MARIA DI GESÙ DI AGREDA. Mística Ciudad de Dios.

Vida de María. P.II, l.VI, c.28, n.1496. Madrid: Fareso, 1992,

p.1088; BEATA ANNA CATERINA EMMERICK. Visiones y revelaciones

completas. Visiones del Antiguo Testamento. Visiones de la vida

de Jesucristo y de su Madre Santísima. Buenos Aires: Guadalupe,

1954, t.IV, p.242.

12) SANT’AGOSTINO. Sermo CCLXV/F, n.3. In: Obras. Madrid: BAC,

1983, v.XXIV, p.720.

13) BENEDETTO XVI. Gesù di Nazareth. Dall’ingresso in Gerusalemme

fino alla Risurrezione. Città del Vaticano: L. E.

Vaticana, 2011, p.319.

14) SANT’AGOSTINO. Sermo CCLXV/C, n.2. In: Obras,

op. cit., v.XXIV, p.704.

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