I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia

L’Eucaristia, l’Immacolata e il Sommo Pontefice!

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Preghiera a San Colombano

SAN COLOMBANO (Monaco, missionario ed evangelizzatore)

«O Signore Iddio, sradicate, estirpate dalla mia anima tutto ciò che il nemico vi ha piantato. Togliete dal mio cuore e dalle mie labbra tutta l’iniquità, datemi l’intelligenza e l’abitudine del bene, affinché in opere e verità io non serva che Voi solo: io sappia compiere i precetti del Cristo e cercare Voi, o mio Dio! Accordatemi la memoria, la carità, la fede. Signore operate in me il bene e donatemi ciò che Voi giudicate essermi utile. Amen.»

San Colombano

Benedetto XVI lo ha definito «uno dei Padri dell’Europa» perché la vita di san Colombano (543-615) ricorda in modo esemplare le radici cristiane del Vecchio Continente, che lui e i suoi monaci contribuirono a plasmare annunciando il Vangelo e incidendo profondamente sulla cultura europea

Benedetto XVI lo ha definito «uno dei Padri dell’Europa», perché la vita di san Colombano (543-615) ricorda in modo esemplare le radici cristiane del Vecchio Continente. Lui e i suoi monaci annunciarono il Vangelo incidendo profondamente sulla cultura europea, attraverso l’opera dei vari monasteri fondati in più Paesi. Cosciente di queste radici comuni, oggi rinnegate dal relativismo dominante, il santo irlandese fu il primo a usare l’espressione totius Europae («di tutta l’Europa») in una lettera a san Gregorio Magno, riferendosi alla presenza della Chiesa nel continente.

La sua vocazione monastica lo indusse a lasciare la famiglia a 15 anni, nonostante la madre avesse cercato di trattenerlo. «Chi ama il padre e la madre più di me non è degno di me», le disse Colombano, già deciso a essere pellegrino per Dio. Si formò al monastero di Cleenish Island per poi trasferirsi a quello di Bangor, dove vigeva uno stretto ascetismo sotto la guida dell’abate Comgall: la vita dei monaci era scandita dalla preghiera, dalle mortificazioni corporali e dal lavoro, compreso lo studio di pergamene e codici antichi. Intorno ai cinquant’anni, dopo aver vinto le resistenze di san Comgall che sperava di avere in lui il proprio successore, lasciò la patria assieme ad altri 12 monaci, tutti animati dall’ideale irlandese della peregrinatio pro Christo.

Colombano sentì infatti l’urgenza missionaria di evangelizzare le regioni europee, in diverse delle quali era ricomparso il paganesimo a causa delle continue migrazioni dal Nord e dall’Est. Fondò un monastero dopo l’altro. Spesso recuperò vecchi ruderi, come nell’odierna Luxeuil (in Francia), un’antica città termale che era caduta in rovina e che lui e i compagni fecero ridiventare un centro vivissimo, che ruotava attorno all’abbazia, in modo simile a quanto avvenne più tardi a Bobbio. Quei monasteri sorsero anche per rispondere alle numerose vocazioni attratte dall’esempio dei monaci. I fedeli vi si recavano sia per ricevere aiuto spirituale sia per consigli pratici, per esempio su come coltivare e arare le terre.

Negli stessi monasteri nacquero gli scriptoria, che si specializzarono nel copiare i manoscritti e si rivelarono perciò fondamentali nella trasmissione dei libri religiosi e dei testi dell’antichità greca e latina. Accanto alla penitenza e alla preghiera, la Regola di san Colombano (col tempo assimilata a quella benedettina) prevedeva la lettura e la scrittura quotidiana come mezzi di elevazione dello spirito, chiaro segno dello strettissimo legame tra fede e cultura.

Diede grande importanza al sacramento della Riconciliazione. Introdusse nel continente la confessione privata e reiterata e la penitenza detta «tariffata» per la proporzione stabilita tra la gravità del peccato e la penitenza ordinata dal confessore. Il suo rigore morale gli faceva respingere il compromesso. Rimproverò i costumi di alcuni regnanti (che lo fecero arrestare) e anche di membri del clero. Era mosso dalla consapevolezza che solo nella fedeltà a Dio l’anima può realizzare la felicità per sé e il prossimo: «Se l’uomo userà rettamente di quelle facoltà che Dio ha concesso alla sua anima, allora sarà simile a Dio. Ricordiamoci che gli dobbiamo restituire tutti quei doni che Egli ha depositato in noi quando eravamo nella condizione originaria. Ce ne ha insegnato il modo con i suoi comandamenti. Il primo di essi è quello di amare il Signore con tutto il cuore, perché Egli per primo ci ha amato».

Santa Cecilia

È patrona della musica e in suo onore sorse alla fine del XIX secolo il Movimento Ceciliano, che intendeva ridare spazio nella liturgia al canto gregoriano e alla polifonia classica. Una celebre statua del Maderno la raffigura in quello che fu il suo ultimo gesto prima di entrare nella gloria eterna, una professione di fede nella Santissima Trinità, con le dita delle mani…

Santa Cecilia fu una vergine di Roma che subì il martirio durante il pontificato di sant’Urbano I (222-230). Dalla sua storia emerge l’amore incondizionato per Dio, cui questa giovane si consacrò, dimostrando una fede così pura e salda da convertire al cristianesimo diverse anime.

Il suo culto è antichissimo. Altrettanto antico è l’omonimo titulusassociato alla Basilica di Santa Cecilia in Trastevere, anteriore all’editto del 313 e probabilmente già creato da Urbano I, che «seppellì il corpo di Cecilia tra quelli dei vescovi e consacrò la sua casa trasformandola in una chiesa, così come gli aveva chiesto», come riferisce la Legenda Aurea del beato Jacopo da Varagine. Sul sito di quella chiesa sorse poi la basilica dove oggi sono custodite le reliquie di Cecilia, inizialmente poste dal pontefice nelle Catacombe di San Callisto.

Dalla Passio più antica che si è conservata, poi ripresa da Jacopo da Varagine, risulta che era stata data in sposa al nobile Valeriano. Cecilia lo convertì nel giorno del matrimonio comunicandogli il suo voto di verginità: «Nessuna mano profana può toccarmi, perché un angelo mi protegge. Se tu mi rispetterai, Egli ti amerà, come ama me». Valeriano andò a farsi battezzare da Urbano I e, dopo aver assistito a un prodigio dell’angelo (che fece apparire dal nulla due corone di rose e gigli, ponendole sul capo degli sposi), superò gli ultimi dubbi. Assieme alla moglie convertì il fratello Tiburzio. I due fratelli furono poi condannati a morte per aver dato sepoltura a dei martiri cristiani, contravvenendo a un ordine del prefetto Almachio. Sulla via verso il patibolo Valeriano e Tiburzio riuscirono a convertire l’ufficiale Massimo, che finì a sua volta per essere martirizzato.

Il martirio di Cecilia, anche lei «colpevole» di pietà verso i martiri, seguì poco tempo dopo. Sopravvissuta a un primo tentativo di ucciderla, ne fu ordinata la decapitazione. I tre colpi di spada che il carnefice le inflisse non bastarono però a staccarle la testa e la santa agonizzò per tre giorni, durante i quali – assistita da Urbano I – continuò a professare la fede cristiana nel Dio Uno e Trino con le dita delle mani. Quest’ultimo fatto è immortalato nella celebre statua di Stefano Maderno, che fu commissionata all’artista dopo l’apertura del sarcofago nel 1599, quando si trovò il corpo di Cecilia in ottimo stato di conservazione.

Santa Cecilia è patrona della musica. In suo onore sorse alla fine del XIX secolo il Movimento Ceciliano, che intendeva ridare spazio al canto gregoriano e alla polifonia classica nella liturgia. Nacquero così varie Scholae cantorum. Il Movimento Ceciliano ebbe tra i suoi principali sostenitori san Pio X, il quale con il motu proprio Inter Sollicitudines (Tra le sollecitudini) sottolineò la necessità di correggere gli abusi nella musica liturgica e ricordò che «la musica sacra, come parte integrante della solenne liturgia, ne partecipa il fine generale, che è la gloria di Dio e la santificazione ed edificazione dei fedeli» (IS, 1).

Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’universo, solennità – Anno B.

Cristo Re – Sainte – Chapelle – Paris, Francia

Vangelo

In quel tempo, Pilato disse a Gesù: 33b “Sei Tu il Re dei Giudei?” 34 Gesù rispose: “Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di Me?” 35 Pilato disse: “Sono forse io giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti Ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?” 36 Rispose Gesù: “Il mio Regno non è di questo mondo; se il mio Regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebberocombattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio Regno non è di quaggiù”. 37 Allora Pilato Gli disse: “Dunque Tu sei Re?” Rispose Gesù: “Tu lo dici: Io sono Re. Per questo Io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce” (Gv 18, 33b-37).

Re dell’eternità

Prima di essere flagellato, coronato di spine e crocifisso, Nostro Signore Gesù Cristo dichiara davanti a Pilato la sua sovranità su tutta la creazione: “Io sono Re”.

I – La più autentica delle monarchie

Percorrendo le pagine dell’Antico Testamento, uno degli episodi della storia della nazione eletta attira l’attenzione in modo speciale. Qual è il suo vero significato?

A un certo punto, gli Israeliti sentono di essere diventati inferiori rispetto ad altri popoli governati da re, in quanto essi vivono in un regime teocratico, guidati da Dio per mezzo dei giudici. Allora, chiedono un monarca a Samuele. Discutono col profeta, che viene colto da indignazione, ma sono alla fine esauditi nei loro desideri. Alla fine, giunge l’ora di stabilire il nuovo regime e Dio stesso manda Samuele a ungere Saulcome re (cfr. I Sam 8, 4-22; 9, 17; 10, 1).
Cristo Re

Ora, questa monarchia, così istituita, nasce da una infedeltà, e le parole divine, che spiegano all’ultimo giudice di Israele le ragioni che portano il popolo ad agire in questa maniera, non lasciano spazio a dubbi: “Non hanno rigettato te, ma hanno rigettato Me, perché Io non regni più su di loro” (I Sam 8, 7). Pertanto, la nazione eletta non vuole più essere governata da Dio direttamente. Va aggiunto che i vantaggi del personaggio scelto sembrano essere del tutto terreni e naturali: “Non c’era nessuno più bello di lui tra gli Israeliti; superava dalla spalla in su chiunque altro del popolo” (I Sam 9, 2). A giudicare dalla descrizione, bastò solo un aspetto fisico di spicco e 30 centimetri di statura in più rispetto a un uomo comune per conferire a Saul la supremazia.

Samuele unge Saul

Tuttavia, si possono fare congetture sulle cause dell’accaduto. Non avrebbe Dio ispirato in fondo all’anima degli Israeliti il desiderio, probabilmente implicito, di una regalità da stabilire in forma inedita sulla Terra e, in un certo modo, legata all’eternità? Non si aspettavano un re molto al di sopra di ogni immaginazione umana? Sotto l’influsso di tale ispirazione, avrebbe dovuto essere molto diversa la formulazione della supplica degli anziani al profeta: “Samuele, intercedi per noi presso Dio! Questi re, che governano altre nazioni, sono uomini miserabili, egoisti e egolatri, che disprezzano la natura umana e cercano di schiavizzare i sudditi, per il loro servizio e la loro gloria personale. Chiedi al Signore un monarca come mai è stato dato a nessun popolo! Sia egli tra noi il riflesso della bontà divina! Regni su di noi come Dio stesso e ci ottenga la più bella manifestazione della nostra teocrazia”.

Ma essi, sconvolti dall’anelito di essere anche loro “come tutti i popoli” (I Sam 8, 20), non seppero interpretare il soffio della grazia. Anzi al contrario,lo materializzarono, dicendo soltanto “stabilisci per noi un re che sia nostro giudice” (I Sam 8, 5), e sollecitarono l’umanizzazione di quello che Dio certamente voleva dare loro, con immensa abbondanza, in campo soprannaturale. Ma Dio approfitterà di questa infedeltà per realizzare la maggiore delle meraviglie, incomparabilmente superiore a quella che gli Ebrei desideravano: una volta fondata la monarchia in Israele e, in seguito, stabilita la nuova dinastia a partire da Davide, da essa nascerà il vero Sovrano, non solo del popolo giudeo, ma di tutto l’universo. Re di maestà e grandezza divina, la cui origine si perde nell’eternità, che scende da altezze infinite per salvarci; Re che dà il suo prezioso Sangue per i sudditi: Cristo Re, che celebriamo in questa Solennità.

II – Solenne proclamazione contro il relativismo
Ciclo Liturgico – Seminario degli Araldi del Vangelo, Caieiras (Brasile)

Papa Pio XI1 insegna come, nel corso della Storia, le feste della Santa Chiesa sono nate e sono andate ad aggiungersi all’Anno Liturgico, istituite e organizzate dalla Cattedra infallibile di Pietro con lo scopo di beneficiare i fedeliin funzione delle necessità di ogni epoca. Così, nel prestare il culto aimartiri, fin dai primi tempi, la Liturgia incentivava alla fedeltà, facendo sì che le persone si sentissero sostenute dal loro esempio e non rinnegassero la Fede in nessuna circostanza. Più tardi, debellate le persecuzioni con l’azione della grazia ed entrando i cristiani in un periodo di pace, si commemorarono anche le vergini, i confessori e le vedove, innumerevoli figure con le quali la Chiesa andava arricchendosi. Sorgono allora le feste in onore di Maria e, alla fine del Medioevo, quando diminuisce il fervore per il Santissimo Sacramento, si costituisce una celebrazione appropriata, con la finalità di adorare il Corpo Sacro di Nostro Signore Gesù Cristo sottole Specie Eucaristiche. Posteriormente, prosperando la freddezza rigorista che gli errori del giansenismo avevano diffuso, fu istituita la festività del Sacro Cuore di Gesù. Infondere il coraggio e riaccendere la speranza della salvezza eterna fu il suo effetto.

Infine, il giorno 11 dicembre 1925, facendosi già sentire la terribile e travolgente ondata di laicismo che avrebbe invaso tutti i paesi e avrebbe portato l’umanità a girare le spalle a Dio, nel momento in cui molti cattolicidavano il loro sangue in difesa di Cristo e della sua Chiesa, Papa Pio XI2 fece uso del potere conferito a Pietro con le chiavi del Regno dei Cieli, e proclamò con la sua voce infallibile: Cristo è Re! L’Enciclica Quas primas, che stabilisce la festa della regalità di Nostro Signore Gesù Cristo al termine dell’Anno Liturgico,3 aveva uno speciale significato come opposizione al relativismo e all’ateismo: dichiarava al mondo che tutto ha ilsuo fine e il suo principio in Cristo, Re dell’Universo.

III – Gesù dichiara la sua regalità

Nella prima lettura (Dn 7, 13-14) di questa Liturgia, la visione di Daniele ci mostra il Signore Gesù nella manifestazione della sua grandezza regia: “Glifurono dati potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue Lo servivano” (Dn 7, 14a).

Infatti, Egli è il Re glorioso, coronato nell’eternità e detentore dell’autorità su tutta la creazione. Ma, paradossalmente, il Vangelo di San Giovanni presenta la figura di questo Re in una situazione di umiliazione, con le mani legate, in procinto di essere flagellato, coronato di spine, condannato dal suo stesso popolo, ucciso e crocifisso. E, allora, ha inizio uno dei più beidialoghi di tutta la Scrittura.

Il governatore interroga l’Onnipotente

In quel tempo, Pilato disse a Gesù: 33b “Sei Tu il Re dei Giudei?”
Cristo davanti a Pilato

Dalla domanda, si capisce che il governatore aveva già udito le denunce dei membri del Sinedrio contro il Divino Prigioniero (cfr. Mc 15, 3; Gv 18, 28-30) e desideravaconoscere le sue intenzioni. Avrebbe Egli voluto salire al trono di Israele e far insorgere i Giudei contro il dominio di Roma (cfr. Lc 23, 1-2)? Che si fosse arrogato, di fatto, il titolo di Messia, quando fu acclamato dalla moltitudine come Figlio di Davide, entrando a Gerusalemme pochi giorni prima (cfr. Mc 11, 9-10)? Invece, il romano vedeva davanti a sé un Uomo così rispettabile, virtuoso, equilibrato e sottomesso! Si trattava realmente di un rivoluzionario?

34 Gesù rispose: “Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di Me?”
Nostro Signore davanti a Pilato

La domanda con la quale Gesù replica a Pilato è piena di simbolismo. Quest’ultimo si pone come signore assoluto rispetto a Lui, visto che Lo giudicherà. Ora, Gesù è l’Onnipotente e, se avesse voluto, avrebbe fatto tornare il suointerlocutore al nulla, o anche avrebbe potuto cancellarlo dalla memoria degli uomini. Egli sa che i Giudei Lo hanno calunniato e che il governatore agisce pressato da loro, nel timore di essere pregiudicato dai loro intrighi presso l’imperatore. Allora gli risponde pacatamente, ponendolodinanzi al problema, come ad ammonirlo: “Questo viene da dentro di te o hai paura delle calunnie che riverseranno contro di te?”.

“Con queste parole” – commenta Teofilatto – “Gesù insinua che Pilato è un giudice parziale, come se dicesse: ‘Se dici questo per te stesso, presenta i segni della mia ribellione; se, invece, hai sentito questo da altri, apri un’inchiesta ordinaria’”.4 E Sant’Agostino sottolinea: “Gesù conosceva molto bene tanto la domanda quanto la risposta che Gli avrebbe dato Pilato. Ha voluto, però, che questa fosse espressa con parole, non affinché Lui la conoscesse, ma perché fosse scritto quello che desiderava che noi sapessimo”.5

Gesù, segno di contraddizione

35 Pilato disse: “Sono forse io giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti Ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?”

Il governatore continua ad argomentare, adducendo di non essere interessato all’arresto di Nostro Signore, che gli è stato consegnato dagli stessi Ebrei. Era questa l’occasione scelta da Gesù per dichiararSi Re, malgrado le circostanze suggerissero il contrario. Egli era entrato a Gerusalemme acclamato come Re, ma tale acclamazione corrispondeva a una concezione bassa, naturalista e terrena della regalità. La nazione voleva portare in trionfo un potentato di questo mondo, un messia politico,che, aiutato da miracoli, avrebbe dovuto procurarle una salvezza strettamente umana: l’eliminazione delle imposte e la supremazia sui Romani.

Rispetto a questa mentalità materialista, Nostro Signore sarà pietra di scandalo e segno di contraddizione (cfr. Lc 2, 34). Davanti a Pilato, rappresentante del potere supremo dell’epoca, Egli darà di Se stesso e della sua autorità regia una visione molto differente – l’unica valida –, tuttasoprannaturale, che sarà odiata e perseguitata da non pochi nel corso di tutta la Storia, ma rimarrà come segno del Cristianesimo fino alla fine dei tempi.

L’onnipotenza della verità

36 Rispose Gesù: “Il mio Regno non è di questo mondo; se il mio Regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio Regno non è di quaggiù”.

Nostro Signore davanti a Pilato

Si potrebbe forse concludere che, con questa rivelazione, Gesù aveva rinunciato al suo dominio sul mondo. Tale affermazione è priva di senso essendo Lui l’Onnipotente, cui è assoggettato l’universo intero. Al contrario, vuole ricordare che Lui è innanzitutto l’Uomo-Dio, spiega San Tommaso, menzionando il pensiero di San Giovanni Crisostomo su questo passo del Vangelo: “Tu chiedi se sono Re e Ioti dico di sì. Ma lo sono per un potere divino, poiché per questo sono nato dal Padre, con una natività eterna, come Dio da Dio, ecome Re da Re”.6

Pertanto, la vera portata della sua dichiarazione è questa: “Il mio Regno non è come i governi di questo mondo, né è in accordo con le sue massime”. Più ancora: come Autore della grazia e, in maniera speciale, per la Redenzione che opererà, Gesù è il Re dei cuori. Egli è venuto a offrire agli uomini la filiazione soprannaturale, che non consiste in un’adozione secondo il concetto umano, ma nella partecipazione reale alla sua natura divina, come dirà più tardi l’Apostolo San Giovanni: “Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!” (I Gv 3, 1). Sì, figli di Dio, eredi del trono celeste e principi di una casa eterna!

Pilato comprese qualcosa del significato della risposta di Gesù. Insicuro e spaventato, può darsi abbia ricevuto una grazia data dallo stesso Salvatore. Allora manifestò l’inquietudine che lo invadeva davanti a quel maestoso e incomparabile Accusato, che Si proclamava Re dell’eternità.

37a Allora Pilato Gli disse: “Dunque Tu sei Re?”

Ancora una volta Gesù non negherà la sua regalità, e su di essa farà l’ultimae più sublime delle affermazioni: l’Unigenito del Padre non è venuto a governare con la forza, ma con l’onnipotenza della verità. Egli portava la spiegazione e il senso di tutto l’ordine della creazione, iniziando così il “Regno di verità e di vita, Regno di santità e di grazia”.7

37b Rispose Gesù: “Tu lo dici: Io sono Re. Per questo Io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce”.

E concludendo il dialogo – registrato in ogni suo particolare dal Discepolo Amato –, come estremo invito “intendeva convincere Pilato a unirsi a coloro che erano ricettivi ai suoi insegnamenti”.8 Come se gli chiedesse: “E tu, Pilato, sentirai la mia voce?”. Il governatore romano, tuttavia, non ha voluto rispondere a quella chiamata e ha condannato il Giusto, mosso dall’attaccamento alla sua carica. Ascoltiamo noi la voce della Verità e adoriamo il Divino Re che oggi ci incita, attraverso la Liturgia, a meditare sui fondamenti della sua regalità.

IV – Il triplice fondamento della regalità di Gesù

Re per natura divina
Sacro Cuore di Gesù

“Il Signore regna, Si riveste di maestà: Si riveste il Signore, Si cinge di forza. È stabile il mondo, non potrà vacillare. Stabile è il tuotrono da sempre, dall’eternità Tu sei” (Sal 92, 1-2), canta il Salmo Responsoriale di questa Solennità di Cristo Re. Infatti, in quanto Figlio Unigenito del Padre e Seconda Persona della Santissima Trinità, Egli è esistito da tutta l’eternità e ha creato l’universo come suo Regno, su cui ha il diritto di governare, essendo il Signore assoluto degli Angeli e degli uomini, e il Dominatore degli inferni, tra gli altri titoli. Di conseguenza, la prima ragione delpotere regio di Gesù è la sua natura divina. Prima di tutto Egli èRe perché è Dio. Tuttavia, non è attribuita la regalità alle altre due Persone della Trinità, né c’è nella Liturgia Cattolica una festa per venerare il Padre o lo Spirito Santo come Re, sebbene Essi siano stati associati al Figlio in tutta l’opera della creazione. Perché?

Re in quanto Uomo

Perché qualcuno sia re – nel senso stretto del termine – è indispensabile avere la stessa natura dei sudditi. Ora, tra le Persone Divine questa caratteristica si trova soltanto nel Figlio, visto che è stato l’unico a incarnarSi, conservando nella sua umanità la pienezza della natura divina. E a partire da allora, oltre che Creatore e Signore, Egli è diventato nostro Capo.

E qual è stato il primo trono della sua regalità? Maria Santissima! Nel suo chiostro materno e virginale l’Onnipotente ha assunto una configurazione umana, è di fatto diventato Re ed è cominciato il suo regno. Ma era necessario che la gloria di Nostro Signore, in quanto Figlio dell’Uomo, fosse totale e, per questo, sebbene avesse ricevuto il titolo di Re con l’Incarnazione, conveniva che Egli lo conquistasse anche attraverso la Redenzione.

Re per diritto di conquista

Creati nella grazia e godendo dell’amicizia di Dio nel Paradiso Terrestre, Adamo ed Eva, però, hanno peccato, abbandonando le meraviglie della partecipazione alla natura divina. Di conseguenza, i Cieli si sono chiusi e gli uomini hanno cominciato a essere concepiti nel peccato, privati della vita sopranaturale. Tutta l’umanità, schiavizzata e condannata alla morte spirituale, si trovava nelle maglie di satana.

Ciò nonostante, da quando il Verbo di Dio ha deciso di incarnarSi, il suo Sacro Cuore, divino e umano, pieno di bontà, misericordia e amore, è statomosso dall’affetto per ognuno di noi come se fossimo tutti figli unici. Sconfiggendo il demonio, Egli ha riparato l’offesa causata dalla trasgressione dei nostri progenitori, ci ha liberato dalla macchia originale e ci ha aperto le porte della beatitudine; ha riconquistato e ci ha restituito, in alto grado, quello che era stato perso nel Paradiso, portandoci lo straordinario premio dei Sacramenti, soprattutto il Battesimo e il perdono dei peccati, beni insuperabili perché eterni, che ci santificano e ci elevano fino alla sua natura.

Inoltre, invece di incarnarSi in stato glorioso, Egli ha assunto un corpo sofferente, al punto da soffrire necessità, angustie e privazioni per noi, in tutta la sua esistenza terrena. Avendo il potere di operare la Redenzione del genere umano con un semplice atto di volontà – appena nato, con un sorriso, rivolto a sua Madre Santissima! –, ha voluto compiere la sua missione passando attraverso i tormenti indicibili della Passione e consegnando la propria vita. Ha permesso che fosse scaricato su di Lui tutto l’odio che c’è contro Dio, ha accettato di essere condannato in un giudizio totalmente ingiusto e Si è lasciato portare dai carnefici alla morte in Croce, quando aveva potere per sgominarli e annientarli in un istante. Infine, con la sua Resurrezione ha conquistato la nostra e, salito al Cielo, incessantemente offre il suo sacrificio al Padre, lungo tutta l’eternità. Così, Egli che già era Re, per natura divina e per tutte le prerogative inerenti all’Incarnazione, ha acquisito ancor più autenticamente il titolo della regalità come Redentore, per diritto di conquista.

La pienezza della regalità
Cristo Re – Basilica Santuario Nazionale della Madonna della Consolazione Ohio (Stati Uniti)

Sì, Nostro Signore Gesù Cristo è Re e il suo impero si stabilisce in due tappe. Nella prima, quella di questo mondo, il suo campo di realizzazione è la Santa Chiesa Cattolica e il suo obiettivo la santificazione delle anime. La giurisdizione di Nostro Signore si esercita nell’intimo dei cuori con la grazia e, in apparenza, lascia agire gli uomini secondo i loro desideri, visto che sono ancora in stato di prova. Legifera per mezzo dell’infallibilità pontificia, giudica nel confessionale ed esegue i suoi decreti in modo non manifesto. Tuttavia, questo Regno è invincibile, come Egli stesso ha affermato quando ha promesso l’immortalità alla sua Chiesa, dicendo “le potenze degli inferi non prevarranno su di essa” (Mt 16, 18), e come già preannunciava anche la profezia di Daniele: “il suo potere è un potere eterno, che non finirà mai, e il suo Regno non sarà mai distrutto” (Dn 7, 14b).

Oltre a non essere distrutta – malgrado tutti i tentativi dei suoi nemici –, laSanta Chiesa continuerà a produrre innumerevoli frutti nel corso dei secoli, sempre superiori gli uni agli altri; ma i suoi ultimi e più begli aspettibrilleranno alla fine del mondo, nel giorno in cui il Divino Re consumerà lasua vittoria sulla morte, il peccato e il demonio, e sarà glorificato come fedelissimo Figlio del Padre.

Inizierà, allora, l’altra fase del suo Regno. Per questo, nella seconda lettura (Ap 1, 5-8) di questa Solennità, il Libro dell’Apocalisse ci pone davanti a un orizzonte fatto di grandezza che culmina nel Giudizio Universale: “Gesù Cristo è il testimone fedele, il primogenito dei morti e il Sovrano dei re della Terra. A Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo Sangue […], a Lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen” (1, 5-6). Tutti i popoli vedranno la gloria di Nostro Signore Gesù Cristo come Re – ora in modo evidente e ostensivo –, buoni e cattivi, quelli che vanno in Cielo e i condannati all’inferno.

“Ecco, viene con le nubi e ogni occhio Lo vedrà, anche quelli che Lo trafissero, e per Lui tutte le tribù della Terra si batteranno il petto. Sì, Amen!” (Ap 1, 7). Restaurata la creazione nel suo ordine perfetto, Egli la restituirà al Padre e dirà: “Ecco qui il potere che Io ho conquistato. Consegno nuovamente l’universo nelle tue mani”. E, in questo momento, il nostro Re avrà ricevuto la pienezza della regalità per diritto di conquista.

V – Siamo del lignaggio del Re

La Solennità di Cristo Re, invitandoci a rivolgere l’attenzione e il cuore a questi panorami grandiosi, chiede la compenetrazione di speciali responsabilità nella nostra vita.

Visto che partecipiamo alla natura divina e diventiamo figli di Dio col Battesimo, tra gli altri privilegi ci spetta anche la sua regalità, poiché, oltre a essere cortigiani di Nostro Signore Gesù Cristo, Re dei re, apparteniamo alla sua famiglia come suoi veri fratelli, elevati alla categoria di principi. Egli vuol farci partecipi della felicità che possiede dall’eternità come Figlio Unigenito, godendo della convivenza e della familiarità con il Padre e lo Spirito Santo, e ci deve associare anche alla manifestazione della sua magnificenza, quando verrà alla fine dei tempi. Questa è la nostra nobiltà.

Pertanto, se ci rallegriamo per essere dello stesso lignaggio e della famigliareale di Nostro Signore, templi della Santissima Trinità, siamo obbligati a portare questa filiazione fino alle sue ultime conseguenze nella nostra esistenza quotidiana.

Signore, sono tuo!

Cosa chiediamo nella Colletta, nella Messa della Solennità di Cristo Re? “Dio onnipotente ed eterno, che hai voluto rinnovare tutte le cose in Cristotuo Figlio, Re dell’universo, fa’ che ogni creatura, libera dalla schiavitù del peccato, Ti serva e Ti lodi senza fine”.9 Che le creature Lo glorifichino nellasua grandezza regia! Ora, per glorificare il suo sovrano, un suddito deve, innanzitutto, essere fedele alle sue leggi e raccomandazioni.

Le Leggi del mio Re si trovano nei Dieci Comandamenti, nel Vangelo e anche dentro di me, col senso morale che ho ricevuto fin dall’infanzia. Rispetto a loro devo essere interamente retto, perseverare nella grazia di Dio, cercando di praticare la virtù al massimo, con aspirazione sempre più accentuata per la perfezione e per la santità, poiché nulla offende di più questo Re del peccato. Se, al contrario, io scelgo le vie del vizio e deformo la mia stessa coscienza per vivere nell’indifferenza, rinuncio alla partecipazione alla sua regalità e seguirò altri re: il demonio, il mondo e la carne. In questa magnifica Solennità della regalità del Signore Gesù, avendo l’anima pervasa da tante meraviglie, benedizioni e grazie, desidero rivolgermi a Lui e dire: “Signore, sono tuo! Sono tua! Nonostante le mie debolezze e fragilità, regna nel mio cuore, nei miei pensieri e sentimenti. Regna nella mia anima attraverso Maria Santissima, il trono che hai scelto per nascere, Regina perché Madre tua, e anche Madre mia”.

1) Cfr. PIO XI. Quas primas, n.21-23.

2) Cfr. Idem, n.25.

3) Secondo la deliberazione di Papa Pio XI nell’Enciclica

Quas primas, la Solennità di Cristo Re dovrebbe esser celebrata

nell’ultima domenica di ottobre: “Ci sembrò poi più d’ogni altra

opportuna a questa celebrazione l’ultima domenica del mese di

ottobre, nella quale si chiude quasi l’Anno Liturgico, così infatti

avverrà che i misteri della vita di Gesù Cristo, commemorati nel

corso dell’Anno, terminino e quasi ricevano coronamento da questa

Solennità di Cristo Re” (Idem, n.31). Nella Liturgia attuale, però,

si celebra nell’ultima domenica del Tempo Ordinario.

4) TEOFILATTO, apud SAN TOMMASO D’AQUINO. Catena Aurea.

In Ioannem, c.XVIII, v.33-38.

5) SANT’AGOSTINO. In Ioannis Evangelium. Tractatus CXV, n.1.

In: Obras. 2.ed. Madrid: BAC, 1965, v.XIV, p.565.

6) SAN TOMMASO D’AQUINO. Super Ioannem. C.XVIII, lect.6.

7) RITO DELLA MESSA. Preghiera Eucaristica: Prefazio della

Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo, Re dell’Universo.

In: MESSALE ROMANO. Riformato a norma dei decreti del Concilio

Ecumenico Vaticano II e promulgato da Papa Paolo VI. 2.ed.

Città del Vaticano: L. E. Vaticana, 2000, p.281.

8) SAN GIOVANNI CRISOSTOMO. Homilía LXXXIV, n.1. In: Homilías

sobre el Evangelio de San Juan (61-88). Madrid: Ciudad Nueva,

2001, v.III, p.260.

9) SOLENNITA’ DI NOSTRO SIGNORE GESU’ CRISTO, RE DELL’UNIVERSO.

Preghiera Colletta. In: MESSALE ROMANO, op. cit., p.280.

Cristo Re

La solennità di Cristo Re venne introdotta da Pio XI con l’enciclica Quas Primas dell’11 dicembre 1925, per ricordare la regalità di Dio Figlio sulla storia e il suo significato nella nostra vita, così cercando di porre rimedio a un male che già allora affliggeva la società: il laicismo

«Allora Pilato gli disse: Dunque tu sei re? Rispose Gesù: Tu lo dici. Io sono re» (Gv 18, 37). La risposta che Nostro Signore diede a Pilato risuona oggi nella solennità di Cristo Re dell’Universo, introdotta da Pio XI con l’enciclica Quas Primas dell’11 dicembre 1925 per ricordare la regalità di Dio Figlio sulla storia e porre rimedio a un male che già allora affliggeva la società: il laicismo. «Ora, se comandiamo che Cristo Re venga venerato da tutti i cattolici del mondo, con ciò Noi provvederemo alle necessità dei tempi presenti, apportando un rimedio efficacissimo a quella peste che pervade l’umana società», scriveva papa Ratti, esplicitando subito dopo: «La peste dell’età nostra è il così detto laicismo coi suoi errori e i suoi empi incentivi».

Era l’epoca in cui sorgevano i totalitarismi atei (il comunismo) e neopagani (il nazismo), responsabili insieme di oltre cento milioni di morti e miranti a eliminare il cristianesimo. In Messico, nello stesso frangente storico, si consumava la tragedia dei cristeros perseguitati dal governo massonico.

All’espulsione di Dio dalla sfera pubblica si era arrivati gradualmente, sull’onda dell’Illuminismo ispiratore della Rivoluzione francese e di altre ideologie (che oggi continuano a proliferare, magari trasformate). Il loro elemento comune era la pretesa di poter fare a meno di Cristo. Consapevole delle radici del laicismo, Pio XI ricordava lucidamente che «tale empietà non maturò in un solo giorno ma da gran tempo covava nelle viscere della società. Infatti si cominciò a negare l’impero di Cristo su tutte le genti; si negò alla Chiesa il diritto – che scaturisce dal diritto di Gesù Cristo – di ammaestrare, cioè, le genti, di far leggi, di governare i popoli per condurli all’eterna felicità. E a poco a poco la religione cristiana fu uguagliata con altre religioni false […]; quindi la si sottomise al potere civile e fu lasciata quasi all’arbitrio dei principi e dei magistrati».

La solennità di Cristo Re viene celebrata l’ultima domenica dell’anno liturgico nella forma ordinaria del Rito Romano. La sua istituzione aveva ricevuto un grande impulso già nel 1899, quando Leone XIII, con l’enciclica Annum Sacrum, stabilì la consacrazione dell’umanità al Sacro Cuore di Gesù, e fu presentata una petizione di 49 vescovi per istituire una festa liturgica. A riprova di quanto fosse sentita nel popolo di Dio l’urgenza di onorare la regalità di Cristo, una seconda supplica fu presentata a Pio XI all’inizio del suo pontificato. La terza e definitiva petizione venne sottoscritta da 340 tra cardinali, vescovi e superiori generali, sostenuta da 200 congregazioni e ordini religiosi, 12 università cattoliche e centinaia di migliaia di fedeli in tutto il mondo.

Era un popolo cosciente che solo riconoscendo i diritti regali di Cristo, principio e fine ultimo di tutte le cose, può edificarsi non solo il cuore dell’uomo ma l’intera società. La quale è chiamata a obbedire innanzitutto alla legge del suo Creatore se vuole che in essa regnino giustizia e vera pace. Il venir meno del principio di autorità, spiegava Pio XI, nasce proprio dall’aver allontanato il Redentore «dalle leggi e dalla società […]. Dal che è derivato un generale turbamento della società». Da un lato, il pontefice rimarcava che siamo in attesa del Regno dei Cieli, dove entreranno gli uomini che nella penitenza e nell’accettazione della croce faranno la volontà di Dio («Questo Regno è opposto unicamente al regno di Satana»). Dall’altro, affermava che «sbaglierebbe gravemente chi togliesse a Cristo Uomo il potere su tutte le cose temporali» e ammoniva le nazioni sul dovere di venerare pubblicamente Cristo, perché «è Lui solo l’autore della prosperità e della vera felicità sia per i singoli sia per gli Stati».

Sant’Edmondo

L’Inghilterra è piena di chiese dedicate a sant’Edmondo (c. 841-870) e di affreschi del suo martirio, avvenuto durante l’occupazione delle terre inglesi da parte della Grande Armata Danese

L’Inghilterra è piena di chiese dedicate a sant’Edmondo (c. 841-870) e di affreschi del suo martirio, avvenuto durante l’occupazione delle terre inglesi da parte della Grande Armata Danese. Re dell’Anglia Orientale, secondo la tradizione fu incoronato dal vescovo Umberto di Elmham il 25 dicembre 855, quando era ancora un adolescente. Fu un re giusto, che durante gli inverni faceva prelevare i viveri delle dispense reali per donarle ai suoi sudditi. Quando dovette fronteggiare una delle tante invasioni dei Vichinghi, si rifiutò di accettare un trattato gravoso per il suo popolo e che avrebbe implicato l’abbandono della religione cristiana.

L’agiografia più nota è la Passio Sancti Eadmundi scritta da sant’Abbone di Fleury (945-1004), che dedicò il lavoro a san Dunstano di Canterbury (909-988). Quest’ultimo, a sua volta, aveva appreso la storia del martirio da un anziano testimone oculare, ossia l’uomo che in quel giorno aveva portato la spada del martire. Nella sua dettagliata cronaca, sant’Abbone riferisce che i pagani, forti di un esercito numericamente superiore, bastonarono e ferirono Edmondo. Poi lo legarono a un albero e lo frustarono, mentre il santo «proclamava continuamente la vera fede in Cristo. Allora i pagani impazzirono di rabbia a causa della sua fede, poiché continuava a chiedere l’aiuto di Cristo. Lo colpirono con i giavellotti per loro divertimento, finché fu crivellato dai colpi, simile a un porcospino, com’era stato per [san] Sebastiano».

Seguì la decapitazione di Edmondo, le cui spoglie furono recuperate dai cristiani. Nell’XI secolo le reliquie furono traslate in una chiesa della città oggi nota come Bury St. Edmunds, che divenne meta di pellegrinaggi e oggetto di donazioni da parte di diversi re d’Inghilterra. Si ricorda in particolare il pellegrinaggio di Canuto il Grande, re di origine scandinava convertitosi al cristianesimo, che nel 1020 depose la corona sul reliquiario di sant’Edmondo come espiazione per i peccati dei propri antenati. Lo stesso reliquiario fu distrutto nel 1539 a seguito dello Scisma anglicano, nel corso della soppressione dei monasteri voluta da re Enrico VIII.

Santa Matilde di Hackeborn

A santa Matilde è legata la promessa, valida per tutti i fedeli, delle tre Ave Maria. La Madonna le promise di assisterla con la propria presenza nell’ora della morte se avesse recitato ogni giorno un’Ave Maria per ogni Persona della Trinità, come segno di ringraziamento a Dio per i doni particolari di potenza, sapienza e amore che il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, rispettivamente, hanno fatto alla Vergine

La mistica ha raggiunto vette altissime con Matilde di Hackeborn (c. 1240-1298), una delle grandi sante cresciute al monastero di Helfta nel XIII secolo. La sua vita spirituale è tracciata in quello scrigno di tesori che è Il libro della Grazia speciale, nato dalle confidenze fatte per obbedienza a due consorelle, che annotarono le sue rivelazioni. Quando Matilde seppe degli appunti presi dalle monache (una delle quali era l’allieva santa Gertrude la Grande), rimase turbata, in ragione della sua profonda umiltà. Ma fu Gesù stesso a rassicurarla, dicendole che quello scritto si sarebbe diffuso a maggior gloria di Dio e a beneficio del prossimo. A quel punto la santa si decise a rivedere con cura il manoscritto, nel quale le sue visioni, l’unione sponsale con Cristo, i dialoghi con la Beata Vergine sono descritti in modo da far cogliere l’intimità che aveva con il sacro.

In monastero vi entrò a sette anni, per la felicità provata dopo una visita con la madre e nonostante l’iniziale contrarietà dei genitori. Divenne monaca verso i 17 anni. Si formò sotto la guida della sorella Gertrude (da non confondere con Gertrude la Grande), che nel frattempo era stata eletta badessa. Fin dai primi passi in monastero Dio la ricolmò di doni soprannaturali, che si univano a ricorrenti prove e sofferenze anche fisiche, offerte con gioia da Matilde per la salvezza delle anime. Venne chiamata «l’Usignolo di Dio» per il canto soave. Fu autrice di diverse orazioni e sviluppò presto un tale amore per la Sacra Scrittura che per il suo modo di leggerla «in tutti suscitava la devozione». Prediligeva il Vangelo, raccomandatole particolarmente da Gesù: «Considera quanto sia immenso il mio amore: se vorrai conoscerlo bene, in nessun luogo lo troverai espresso più chiaramente che nel Vangelo».

Il libro della Grazia speciale ha influito sulla devozione al Sacro Cuore di Gesù, preparando il terreno – assieme all’Araldo del divino Amore di santa Gertrude – per l’affermazione definitiva del culto, avvenuta in seguito alle rivelazioni a santa Margherita Alacoque nel XVII secolo. Nelle sue pagine un posto centrale è occupato dai sacramenti della Confessione e Comunione quali mezzi di santificazione, dalla beatitudine del Paradiso in cui vide immersi i suoi contemporanei Tommaso d’Aquino e Alberto Magno («quando furono arrivati davanti al trono di Dio, tutte le parole dei loro scritti apparvero sulle loro vesti in lettere d’oro»), dalla pietà verso le anime del Purgatorio (per le quali offriva continui sacrifici), dalle visioni delle anime dell’Inferno («all’uscire dal loro corpo, sono invase dalle tenebre») e dai colloqui con la Madonna. La chiamava Immacolata, perché Maria le aveva già rivelato il dogma proclamato dalla Chiesa sei secoli dopo. A Lei domandò un giorno quale fosse stata la prima virtù praticata nell’infanzia: «L’umiltà, l’obbedienza e l’amore», rispose la Madre celeste.

A santa Matilde è legata anche la promessa delle tre Ave MariaLa Madonna le promise di assisterla con la propria presenza nell’ora della morte se avesse recitato ogni giorno un’Ave Maria per ogni Persona della Trinità, come segno di ringraziamento a Dio per i doni particolari di potenza, sapienza e amore che il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, rispettivamente, hanno fatto alla Vergine. La promessa delle tre Ave Maria, che vale per tutte le anime che le recitano con devozione, è stata propagata nei secoli da diversi santi e pontefici.

Dedicazione delle basiliche dei santi Pietro e Paolo

Erette sui sepolcri dei santi Pietro e Paolo, a poca distanza dai luoghi in cui subirono il martirio sotto Nerone, le basiliche a loro dedicate sono ricordate in un’unica commemorazione, attraverso la quale, si legge nel Martirologio Romano, «viene simbolicamente espressa la fraternità degli Apostoli e l’unità della Chiesa»

Erette sui sepolcri dei santi Pietro e Paolo, a poca distanza dai luoghi in cui subirono il martirio sotto Nerone, le basiliche a loro dedicate sono ricordate in un’unica commemorazione. Attraverso di essa, si legge nel Martirologio Romano, «viene simbolicamente espressa la fraternità degli Apostoli e l’unità della Chiesa».

La Basilica di San Pietro fu fatta costruire da Costantino durante il pontificato di Silvestro I (314-335). Secondo il Liber Pontificalis, il papa suggerì l’opera all’imperatore, il quale con l’editto di Milano del 313 aveva consolidato la libertà di culto per i cristiani (già riconosciuta nel 311 dall’editto di Galerio) e favorito l’edificazione di numerose chiese, prima fra tutte la Basilica Lateranense. Per erigere la Basilica di San Pietro, Costantino fece spianare quasi tutti i mausolei che sorgevano sulla necropoli vaticana, interrare le camere funerarie con materiale di riporto e livellare l’intera area chiamata platea Sancti Petri. Tutto questo fu fatto affinché l’altare maggiore coincidesse perfettamente con la tomba di Pietro, segnata da una piccola edicola, nota come «edicola di Gaio» (dal nome del cristiano che scrisse all’eretico Proclo: «Se andrai al Vaticano o sulla via Ostiense, vi troverai i trofei dei fondatori della Chiesa»).

Nella sua forma attuale, la basilica è stata ricostruita tra il XV e il XVII secolo e consacrata da Urbano VIII il 18 novembre 1626. Gli scavi archeologici del XX secolo (fatti sotto il pontificato di Pio XII) hanno confermato che la basilica era stata costruita proprio sul sepolcro del Principe degli Apostoli, circondato da diverse altre tombe orientate verso di esso e delimitato da un muro pieno di graffiti riportanti più volte i nomi di Cristo, Maria e Pietro.

La Basilica di San Paolo fuori le Mura sorge a sua volta sul sepolcro dell’Apostolo delle genti, sulla via Ostiense. Qui Costantino fece erigere una piccola basilica, consacrata da Silvestro I il 18 novembre 324, ma poi ricostruita completamente sotto Teodosio e Valentiniano II per accogliere meglio il gran numero di pellegrini. Quella struttura rimase sostanzialmente intatta fino all’incendio del 1823, in conseguenza del quale è stata eseguita la ricostruzione che ha dato alla basilica la forma attuale.

Il fatto che Pietro e Paolo abbiano predicato a Roma e qui concluso il corso della loro vita terrena con il martirio – il primo crocifisso a testa in giù e il secondo decapitato – illumina sul perché la Chiesa sia al tempo stesso inscindibilmente cattolica, apostolica e romana. Proprio parlando di Roma e della gloriosa presenza di Pietro e Paolo in accordo alla volontà divina, san Leone Magno disse in un famoso sermone: «Questi sono i santi che ti hanno promossa alla gloria di essere la nazione santa, il popolo eletto, la città sacerdotale e regale. Divenuta capitale dell’universo per la santa sede di Pietro, ti hanno permesso di stendere, con la divina religione, la tua presenza oltre i confini raggiunti dalla tua dominazione terrena. […] quanto la fatica di guerra ti aveva conquistato è inferiore a quanto la pace cristiana ti ha sottomesso».

Santa Elisabetta d’Ungheria

Fu principessa, sposa, madre di tre figli, vedova e terziaria francescana. Arrivò a mendicare per poveri e ammalati. Per il suo sostegno ai frati presenti in Turingia, san Francesco d’Assisi le mandò un messaggio pieno di benedizioni. A lei sono intitolate diverse congregazioni, che continuano la sua opera di dedizione agli infermi

Fu tra gli esempi più alti della carità cristiana, da lei esercitata fino a mendicare per poveri e ammalati. Nella sua breve ma intensissima vita terrena, santa Elisabetta d’Ungheria (1207-1231) fu principessa, sposa, madre di tre figli (tra cui la beata Gertrude di Altenberg), vedova e terziaria francescana.

Figlia del re d’Ungheria Andrea II, si sposò a quattordici anni con il langravio di Turingia Ludovico IV. Era un matrimonio combinato da tempo dalle due famiglie per consolidare la loro alleanza, ma si trattò comunque di un matrimonio felice. «Se io amo tanto una creatura mortale, quanto dovrei più amare il Signore!», diceva infatti la santa. Fu attratta presto dall’esempio del contemporaneo Francesco d’Assisi, di cui conobbe l’insegnamento attraverso i frati giunti in Turingia nel 1223. Si diede con slancio alla carità. «Nutrì alcuni, ad altri procurò un letto, altri portò sulle proprie spalle, prodigandosi sempre, senza mettersi tuttavia in contrasto con suo marito», rivelò Corrado di Marburgo, divenuto il suo confessore. Il marito, che pure apprezzava quelle buone opere e credeva nella ricompensa eterna, morì improvvisamente per una febbre mentre attendeva di imbarcarsi per la Sesta Crociata.

Alla morte di Ludovico aveva appena vent’anni. Fece poi voti solenni simili a quelli di una suora, resistendo ai tentativi di alcuni familiari che cercarono di farla risposare. Decise di morire al mondo per fare in tutto la volontà di Dio, che ormai amava con tutta sé stessa. Alla fine andò a vivere a Marburgo, dove fece costruire a proprie spese un ospedale per i bisognosi, impegnando anche la dote che nel frattempo le era stata restituita. Servì con i lavori più umili i poveri e gli ammalati. Per il suo sostegno ai frati presenti in Turingia, lo stesso Francesco d’Assisi le mandò un messaggio pieno di benedizioni. Da terziaria francescana della prima ora, era ormai principessa per gli ultimi. E quando, a 24 anni, morì, per il popolo era normale considerarla già santa.

La fama di santità che la circondava fu arricchita da miracoli compiuti già in vita (il più noto, riferito dalla tradizione, è la trasformazione in rose dei pani che nascondeva sotto il suo manto per portarli ai poveri). Gregorio IX aprì subito un’inchiesta sulle sue virtù e nel giro di soli quattro anni Elisabetta venne canonizzata. A lei sono intitolate diverse congregazioni, che continuano la sua opera di dedizione agli infermi.

Santa Gertrude la Grande

Precorritrice del culto al Sacro Cuore di Gesù, santa Gertrude o Geltrude (1256-1302), detta la Grande, fu una mistica che ricevette in dono le stimmate e una speciale protezione della Madonna, con una grande pietà per le anime del Purgatorio

Precorritrice del culto al Sacro Cuore di Gesù, santa Gertrude o Geltrude (1256-1302), detta la Grande, fu una mistica che trascorse quasi tutta la vita in quell’eccezionale centro di spiritualità e cultura che fu il monastero di Helfta, «dove sono nati alcuni dei capolavori della letteratura religiosa femminile latino-tedesca» (Benedetto XVI).

Già a quattro anni Gertrude entrò nella scuola del monastero. Qui apprese le discipline del trivio e del quadrivio, mostrando un’intelligenza vivissima e una passione particolare per la letteratura e la musica. Sua maestra fu santa Matilde di Hackeborn e come consorella ebbe pure santa Matilde di Magdeburgo, anche loro mistiche tedesche. Un fatto che conferma lo straordinario clima di santità che si respirava all’epoca nel monastero di Helfta, dove si seguiva la Regola benedettina con importanti influssi cistercensi.

Durante l’Avvento del 1280 ci fu la svolta nel suo cammino spirituale, fino allora ostacolato dall’attrazione per il mondo e da «un tale accecamento di mente […] che sarei stata capace di pensare, dire o fare senza alcun rimorso tutto ciò che mi fosse piaciuto e dovunque avessi potuto, se Tu non mi avessi prevenuta», scrisse in seguito ringraziando il Signore. Provò disgusto per la vanità della sua giovinezza. E il 27 gennaio 1281 ebbe la prima visione di Gesù Cristo, che gli apparve «più lucente di tutta la luce, più profondo di ogni segreto, cominciò dolcemente a placare quei turbamenti che aveva acceso nel mio cuore». Abbandonò gli studi profani e si dedicò totalmente al sacro, approfondendo la conoscenza della Bibbia e dei Padri della Chiesa. Intensificò la preghiera, i digiuni e le veglie notturne.

Al suo radicale cambiamento seguirono una serie di esperienze mistiche, accompagnate da malattie che le forgiarono lo spirito. Un giorno, durante la festa di san Giovanni Evangelista, si vide mentre appoggiava la testa sul fianco di Gesù e ne sentì battere il Sacro Cuore. Chiese allora all’apostolo se durante l’Ultima Cena avesse sentito quei battiti e perché non ne avesse parlato nel Vangelo: Giovanni le rispose che questa rivelazione era riservata alle generazioni future per far riscoprire al mondo, divenuto freddo, il fuoco dell’amore di Gesù. Tra gli altri doni di cui Dio la arricchì ci furono le stimmate e una protezione speciale della Madonna, doni di cui Gertrude si sentiva indegna: «Ho così poco approfittato delle tue grazie che non posso risolvermi a credere che mi siano state elargite per me sola, non potendo la tua divina Sapienza venir frustrata da alcuno».

Condivise queste grazie attraverso scritti come L’Araldo del divino Amore (o Rivelazioni), gli Esercizi spirituali e diverse orazioni, che nei secoli successivi divennero familiari a santi come Filippo Neri, Francesco di Sales e Teresa d’Avila. Il valore della sofferenza offerta a Dio, la preparazione alla morte e la pietà per le anime del Purgatorio sono alcuni dei temi ricorrenti nell’opera della santa. Poco prima di morire, fu confortata da Gesù dopo una tentazione del diavolo, che l’aveva turbata dicendole che con i suoi sacrifici per le altre anime aveva trascurato la sua. «Figlia mia, perché ti turbi? Devi sapere – le disse il Signore – che la tua carità verso gli altri mi è stata molto cara e io ora per questo ti libero da tutte le sofferenze a cui eri destinata. Poiché ho promesso una grande ricompensa a coloro che si offrono per la salvezza dei loro fratelli e sorelle, io centuplicherò la tua gioia nel Cielo».

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