I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia

L’Eucaristia, l’Immacolata e il Sommo Pontefice!

Autore: Araldi del Vangelo (Page 2 of 102)

Novena a Padre Pio

1° GIORNO

O Padre Pio da Pietrelcina, che hai portato sul tuo corpo i segni della Passione di Nostro Signore Gesù Cristo. Tu che hai portato la Croce per tutti noi, sopportando le sofferenze fisiche e morali che ti flagellavano anima e corpo in un martirio continuo, intercedi presso Dio affinché ognuno di noi sappia accettare le piccole e le grandi Croci della vita, trasformando ogni singola sofferenza in un sicuro vincolo che ci lega alla Vita Eterna.

« Conviene addomesticarsi coi patimenti, che piacerà a Gesù mandarvi . Gesù che non può soffrire di tenervi in afflizione, verrà a sollecitarvi ed a confortarvi con l’infondere al vostro spirito nuovo coraggio ». Padre Pio

Recita della coroncina al Sacro Cuore di Gesù (in fondo)

2° GIORNO

O Padre Pio da Pietrelcina, che al fianco di Nostro Signore Gesù Cristo, hai saputo resistere alle tentazioni del maligno. Tu che hai subito le percosse e le vessazioni dei demoni dell’inferno che volevano indurti ad abbandonare la tua strada di santità, intercedi presso l’Altissimo affinché anche noi con il tuo aiuto e con quello di tutto il Paradiso, troviamo la forza per rinunciare al peccato e conservare la fede sino al giorno della nostra morte.

« Fatti animo e non temere le fosche ire di Lucifero. Rammentati per sempre di questo : che è buon segno allorché il nemico strepita e ruggisce all’intorno della tua volontà, poiché questo dimostra che egli non è al di dentro ». Padre Pio

Recita della coroncina al Sacro Cuore di Gesù (in fondo)

3° GIORNO

O Padre Pio da Pietrelcina, che hai tanto amato la Mamma Celeste da riceverne quotidiane grazie e consolazioni, intercedi per noi presso la Vergine Santa deponendo nelle Sue mani i nostri peccati e le nostre fredde preghiere, affinché cosi’ come a Cana di Galilea, il Figlio dica di si alla Madre ed il nostro nome possa essere scritto nel Libro della Vita.

« Maria sia la stella, che vi rischiari il sentiero, vi mostri la via sicura per andare al Celeste Padre ; Essa sia quale àncora, a cui dovete sempre più strettamente unirvi nel tempo della prova ». Padre Pio

Recita della coroncina al Sacro Cuore di Gesù (in fondo)

4° GIORNO

O Padre Pio da Pietrelcina che hai tanto amato il tuo Angelo Custode il quale ti faceva da guida, da difensore e da messaggero. A te le Figure Angeliche portavano le preghiere dei tuoi figli spirituali. Intercedi presso il Signore affinché anche noi impariamo a servirci del nostro Angelo Custode che per tutta la nostra vita è pronto a suggerirci la via del bene ed a dissuaderci dal compiere il male.

« Invoca il tuo Angelo Custode, che ti illuminerà e ti guiderà. Il Signore te lo ha messo vicino appunto per questo. Perciò’ serviti di lui ». Padre Pio

Recita della coroncina al Sacro Cuore di Gesù (in fondo)

5° GIORNO

O Padre Pio da Pietrelcina, che hai nutrito una grandissima devozione per le Anime del Purgatorio per le quali ti sei offerto quale vittima espiatrice, prega il Signore affinché infonda in noi i sentimenti di compassione e di amore che tu avevi per queste anime, di modo che anche noi riusciamo a ridurre i loro tempi di esilio, procurandoci di guadagnare per Esse, con i sacrifici e le preghiere, le Sante Indulgenze loro necessarie.

“O Signore, ti supplico di voler versare sopra di me i castighi che sono preparati ai peccatori e alle anime purganti ; moltiplicali pure sopra di me, purché converti e salvi i peccatori e liberi presto le anime del purgatorio ». Padre Pio

Recita della coroncina al Sacro Cuore di Gesù (in fondo)

6° GIORNO

O Padre Pio da Pietrelcina, che hai amato gli ammalati più di te stesso, vedendo in essi Gesù. Tu che nel nome del Signore hai operato miracoli di guarigione nel corpo ridonando speranza di vita e rinnovamento nello Spirito, prega il Signore affinché tutti gli ammalati, per intercessione di Maria, possano sperimentare il tuo potente patrocinio e per mezzo della guarigione corporale possano trarre vantaggi spirituali per ringraziare e lodare il Signore Dio in eterno.

« Se so poi che una persone è afflitta, sia nell’anima che nel corpo, che cosa non farei presso del Signore per vederla libera dai suoi mali ? Volentieri mi addosserei , pur di vederla andar salva, tutte le sua afflizioni, cedendo in suo favore i frutti dei tali sofferenze, se il Signore me lo permettesse… ». Padre Pio 

Recita della coroncina al Sacro Cuore di Gesù (in fondo)

7° GIORNO

O Padre Pio da Pietrelcina che hai aderito al progetto di salvezza del Signore offrendo le tue sofferenze per slegare i peccatori dai lacci di satana, intercedi presso Dio affinché i non credenti abbiano la fede e si convertano, i peccatori si pentano nel profondo del loro cuore, i tiepidi si infervorino nella loro vita cristiana ed i giusti perseverino sulla via della salvezza.

« Se il povero mondo potesse vedere la bellezza dell’anima in grazia, tutti i peccatori, tutti gli increduli si convertirebbero all’istante ». Padre Pio

Recita della coroncina al Sacro Cuore di Gesù (in fondo)

8° GIORNO

O Padre Pio da Pietrelcina, che hai tanto amato i tuoi figli spirituali, molti dei quali ha conquistato a Cristo al prezzo del tuo sangue, concedi anche a noi, che non ti abbiamo conosciuto personalmente, di considerarci tuoi figli spirituali cosicché con la tua paterna protezione, con la tua santa guida e con la forza che otterrai per noi dal Signore, potremo, in punto di morte, incontrarti alle porte del Paradiso in attesa del nostro arrivo.

« Se mi fosse possibile, vorrei ottenere dal Signore, una cosa soltanto : vorrei se mi dicesse : « Va in Paradiso », vorrei ottenere questa grazia : « Signore, non lasciatemi andare in Paradiso finché l’ultimo dei miei figli, l’ultima delle persone affidate alla mia cura sacerdotale non sia entrata prima di me ». Padre Pio

Recita della coroncina al Sacro Cuore di Gesù (in fondo)

9° GIORNO

O Padre Pio da Pietrelcina, che hai tanto amato la Santa Madre Chiesa, intercedi presso il Signore affinché mandi operai nella sua messe e doni ad ognuno di essi la forza e l’ispirazione dei figli di Dio. Ti preghiamo inoltre di intercedere presso la Vergine Maria affinché guidi gli uomini verso l’unità dei cristiani, raccogliendoli in un’unica grande casa, la quale sia il faro di salvezza nel mare di tempesta che è la vita.

« Tieniti sempre stretto alla Santa Chiesa cattolica, perché ella sola ti può dare la vera pace, perché ella sola possiede Gesù sacramentato, che è il vero principe della pace ». Padre Pio

Recita della coroncina al Sacro Cuore di Gesù

CORONCINA AL SACRO CUORE DI GESÙ

1. O mio Gesù, che hai detto “in verità vi dico, “chiedete ed otterrete”, “cercate e troverete”, “picchiate e vi sarà aperto!”, ecco che io picchio, io cerco, io chiedo la grazia…

Pater, Ave, Gloria. – S. Cuore di Gesù, confido e spero in Te.

2. O mio Gesù, che hai detto “in verità vi dico, qualunque cosa chiederete al Padre mio nel mio nome, Egli ve la concederà!”, ecco che al Padre Tuo, nel Tuo nome, io chiedo la grazia…

Pater, Ave, Gloria. – S. Cuore di  Gesù, confido e spero in Te.

3. O mio Gesù, che hai detto “in verità vi dico, passeranno il cielo e la terra, ma le mie parole mai!” ecco che appoggiato all’infallibilità delle Tue sante parole io chiedo la grazia…

Pater, Ave, Gloria. – S. Cuore di  Gesù, confido e spero in Te.

O Sacro Cuore di Gesù, cui è impossibile non avere compassione degli infelici, abbi pietà di noi miseri peccatori, ed accordaci le grazie che ti domandiamo per mezzo dell’ Immacolato Cuore di Maria, tua e nostra tenera Madre, S. Giuseppe, Padre Putativo del S. Cuore di Gesù, prega per noi.

Esaltazione della Santa Croce

La festa dell’Esaltazione della Santa Croce arrivò in Occidente dall’Oriente, dove è celebrata con una solennità pari alla Pasqua. Sant’Andrea di Creta spiegava che la croce «è insieme patibolo e trofeo di Dio. Patibolo per la sua volontaria morte su di essa. Trofeo perché con essa fu vinto il diavolo e col diavolo fu sconfitta la morte. Inoltre la potenza dell’inferno venne fiaccata, e così la croce è diventata la salvezza…»

La data di questa festa trae le sue origini dalla dedicazione e inaugurazione, tra il 13 e il 14 settembre 335, delle due chiese del Martyrion e dell’Anastasis (Risurrezione), che componevano la basilica costantiniana del Santo Sepolcro, eretta sul Calvario su impulso di sant’Elena. La tradizione attribuisce proprio alla madre di Costantino il merito di aver ritrovato, pochi anni prima, la Vera Croce.

Le reliquie della Vera Croce risultavano sparse in tutta la cristianità già all’epoca delle Catechesi (348-350) di san Cirillo di Gerusalemme. Nel 614 era divenuta bottino di guerra dei persiani. Ma nel 628 venne recuperata grazie alla vittoria dell’imperatore Eraclio, che al suo ritorno a Costantinopoli celebrò il trionfo il 14 settembre di quell’anno e restituì poi la reliquia al Santo Sepolcro.

Dall’Oriente, dove è celebrata con una solennità pari alla Pasqua, la festa dell’Esaltazione della Santa Croce arrivò in Occidente e in particolare a Roma, dove è attestata prima della fine del VII secolo.

La festa odierna, già nella sua denominazione, aiuta a ricordare che l’eternità nella gloria e la salvezza del genere umano passano dalla croce, attraverso cui Nostro Signore ha vinto il peccato e la morte, contro ogni aspettativa del mondo. «Ave, o croce, unica speranza!», canta perciò la Chiesa nella liturgia, dando seguito all’insegnamento lasciato da Gesù nel suo apostolato terreno, prima ancora di vivere i dolori della Passione: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà» (Mt 16, 24-25). Non può esistere quindi cristianesimo senza croce, che è la premessa della Risurrezione e ha fatto scoprire ai fedeli di ogni tempo il senso della sofferenza sulla terra: «Essa – si legge nel Catechismo – può ormai configurarci a Lui e unirci alla sua passione redentrice» (CCC 1505).

Sant’Andrea di Creta spiegava che la croce «è insieme patibolo e trofeo di Dio. Patibolo per la sua volontaria morte su di essa. Trofeo perché con essa fu vinto il diavolo e col diavolo fu sconfitta la morte. Inoltre la potenza dell’inferno venne fiaccata, e così la croce è diventata la salvezza…». Ecco perché Gesù, prima di essere crocifisso, annunciando la Sua glorificazione attraverso il Suo sacrificio, disse: «Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12, 32).

San Giovanni Crisostomo

«Il Sangue di Cristo rinnova in noi l’immagine del nostro Re, produce una bellezza indicibile e non permette che sia distrutta la nobiltà delle nostre anime, ma di continuo la irriga e la nutre». Così parlava del mistero eucaristico san Giovanni Crisostomo (c. 347-407) uno dei grandi Padri di lingua greca a essere stato proclamato Dottore della Chiesa da san Pio V

«Il Sangue di Cristo rinnova in noi l’immagine del nostro Re, produce una bellezza indicibile e non permette che sia distrutta la nobiltà delle nostre anime, ma di continuo la irriga e la nutre». Così parlava del mistero eucaristico san Giovanni Crisostomo (c. 347-407), uno dei grandi Padri di lingua greca a essere stato proclamato Dottore della Chiesa da san Pio V nel 1568, insieme ai contemporanei sant’Atanasio (c. 295-373), san Basilio Magno (c. 329-379) e san Gregorio Nazianzeno (c. 329-390). Molti pontefici hanno esortato teologi e fedeli a imitare le sue virtù. Tra loro si annoverano Benedetto XVI, soffermatosi più volte sulla figura del santo celebrato oggi, e san Giovanni Paolo II, che nel 2004 consegnò al patriarca di Costantinopoli parte delle reliquie di Giovanni Crisostomo e Gregorio Nazianzeno venerate a Roma, vedendo in quel gesto «un’occasione benedetta per purificare le nostre memorie ferite, per rinsaldare il nostro cammino di riconciliazione».

Nativo di Antiochia, era rimasto orfano del padre nell’infanzia.Aveva trascorso la prima giovinezza da «incatenato alle passioni del mondo», come lui stesso scriverà. Durante gli studi incontrò il vescovo Melezio, chiese di essere battezzato e iniziò a seguire dei corsi di esegesi biblica sotto la guida di Diodoro di Tarso, maturando la decisione di rimanere celibe e abbracciare la vita ascetica. Per sei anni si ritirò nel deserto della Siria, consacrando le sue giornate alla preghiera, al digiuno e allo studio delle Sacre Scritture, nonché alla stesura di trattati spirituali, come il fondamentale De Sacerdotio. In quest’opera, rivolgendosi a san Basilio, esprimerà così lo stupore e il sacro timore suscitatogli dal sacrificio di Gesù nell’Eucaristia: «Quando tu vedi il Signore immolato giacere sull’altare e il sacerdote che, stando in piedi, prega sulla vittima… puoi ancora pensare di essere tra gli uomini, di stare sulla terra? Non sei, al contrario, subito trasportato in cielo?».

Dopo il ritorno ad Antiochia venne ordinato diacono e poi, trascorsi altri cinque anni di preparazione, sacerdote. Confutò l’eresia ariana e divenne un celebre predicatore, capace di trasmettere le Scritture in modo comprensibile a tutti i fedeli: proprio per la sua eloquenza, un secolo dopo la morte gli verrà dato il soprannome greco di Crisostomo, cioè «Bocca d’oro». Esortava i più istruiti nelle verità di fede ad ammaestrare gli altri. Raccomandava ai ricchi di donare ai poveri. Lui stesso era generosissimo nelle elemosine e viveva in modo austero. Svolse il suo ministero sacerdotale mettendo in pratica le meditazioni scritte durante l’eremitaggio nel deserto: «Il Signore ha esplicitamente detto che la sollecitudine per il suo gregge era una prova d’amore verso di Lui». Sapendo della grandezza dei sacramenti, istituiti da Cristo stesso, scriveva che i sacerdoti «hanno ricevuto un potere che Dio non ha concesso né agli angeli né agli arcangeli. […] Quello che i sacerdoti compiono quaggiù, Dio lo conferma lassù».

A questa profonda consapevolezza accompagnò sempre l’umiltà, che custodì grazie alla costante preghiera: «Niente vale quanto la preghiera; essa rende possibile ciò che è impossibile, facile ciò che è difficile». Nel 398 divenne vescovo di Costantinopoli. Diede impulso all’evangelizzazione delle campagne e alla costruzione di ospedali, denunciando allo stesso tempo il peccato e i vizi. Il suo zelo gli procurò dei nemici, sia tra la corte imperiale che in una parte del clero d’Oriente fomentata da Teofilo di Alessandria: nel 403 subì una prima condanna all’esilio, da cui fu presto richiamato rientrando a Costantinopoli tra le acclamazioni del popolo.

Ma le trame contro di lui continuaronononostante i ripetuti interventi in suo favore di papa Innocenzo I («Giovanni, il vostro Vescovo, ha sofferto ingiustamente», scrisse in una lettera ai fedeli di Costantinopoli). Il 9 giugno 404 l’imperatore lo fece definitivamente allontanare dalla città e dal suo amato gregge. Dall’esilio scriverà al Santo Padre: «Tu hai superato anche il padre più affettuoso nella tua benevolenza e nel tuo zelo verso di noi». Dopo tre anni di confino sulle montagne dell’Armenia fu trasferito nel Ponto, dove morì il 14 settembre 407. Le sue ultime parole terrene furono: «Gloria a Dio in tutte le cose».

XXIV Domenica Del Tempo Ordinario – (Anno – C)

Vangelo

In quel tempo, 1 si avvicinavano a Lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo.2 I farisei e gli scribi mormoravano: “Costui riceve i peccatori e mangia con loro”. 3 Allora Egli disse loro questa parabola: 4 “Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella perduta, finché non la ritrova? 5 Ritrovatala, se la mette in spalla tutto contento, 6 va a casa, chiama gli amici e i vicini dicendo: ‘Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora che era perduta!’ 7 Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione. 8 “O quale donna, se ha dieci dramme e ne perde una, non accende la lucerna e spazza la casa e cerca attentamente finché non la ritrova? 9 E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, dicendo: ‘Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la dramma che avevo perduta!’ 10 Così, vi dico, c’è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte”. 11 Disse ancora: “Un uomo aveva due figli. 12 Il più giovane disse al padre: ‘Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta’. E il padre divise tra loro le sostanze. 13 Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto. 14 Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. 15 Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci. 16 Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava. 17 Allora rientrò in se stesso e disse: ‘Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame. 18 Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; 19 non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni’. 20 Partì e si incamminò verso suo padre. Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. 21 Il figlio gli disse: ‘Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio’. 22 Ma il padre disse ai servi: ‘Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l’anello al dito e i calzari ai piedi. 23 Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, 24 perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato’. E cominciarono a far festa. 25 Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze. 26 Chiamò allora un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. 27 Il servo gli rispose: ‘È tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo’. 28 Egli si arrabbiò, e non voleva entrare. Il padre allora uscì a pregarlo. 29 Ma lui rispose a suo padre: ‘Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. 30 Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso’. 31 Gli rispose il padre: ‘Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo. 32 Ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato’” (Lc 15, 1-32).

Tra il perdono e la perseveranza, cosa preferisce Dio?

Mons. João Scognamiglio Clá Dias,EP

Di fronte alle obiezioni farisaiche, Nostro Signore traduce in parabole il suo incanto nel perdonare gli uomini, colmandoli di misericordia. Allo stesso tempo, mostra come non tutti accettino l’invito a beneficiarsi delle ricchezze di questo perdono redentore.

I – Una concezione errata della giustizia e della misericordia

Gli uomini sono soliti giudicare gli atteggiamenti altrui, generalmente, con il seguente criterio: Ha agito bene? Merita premio e stima. Ha agito male? Merita castigo e disprezzo. Tale mentalità, oltre a macchiare la purezza d’intenzione delle buone opere, portando la persona a fare il bene per il semplice interesse di ricevere una ricompensa, crea nell’anima condizioni favorevoli allo sviluppo di ogni sorta di vizi, seminati dall’amor proprio ferito, tali come la vendetta, il risentimento e il rancore. Nel rapporto con Dio, di conseguenza, molti si basano sulla stessa concezione e Lo immaginano come un intransigente legislatore, che la minima infrazione fa infuriare e fa scagliare sul colpevole, immediatamente, il meritato castigo. Sempre secondo questo criterio, la benevolenza divina sopravviene soltanto, sotto forma di benedizioni, consolazioni e altri favori soprannaturali, su coloro che, avendo compiuto in modo esimio i Comandamenti, meritano di essere ricompensati.

Ora, questa visione della perfezione infinita di Dio è molto distorta, poiché Gli attribuisce una giustizia in base ai limitati criteri umani e ignora la sua misericordia. Tale attributo è così vigoroso in Lui che arriva a vincere la giustizia stessa. Una prova dell’insuperabile forza della sua compassione sono le parole rivolte ai nostri progenitori, subito dopo il peccato originale: prima di emetere la sentenza alle sofferenze alle quali la natura umana sarebbe stata soggetta nella Terra di esilio, Egli gli ha promesso la venuta di un Salvatore, nato dalla discendenza di Adamo (cfr. Gen 3, 15). Non appena l’uomo aveva peccato, il Signore gli ha garantito il perdono. Per questo, potremmo parafrasare l’affermazione di San Giovanni e dire che, nel “fiat!” di Maria Santissima, il perdono di Dio si è fatto carne e ha abitato tra noi (cfr. Gv 1, 14).

Durante la sua vita mortale, Gesù ha ampiamente manifestato il desiderio di salvare, accogliendo con indulgenza i peccatori pentiti che a Lui accorrevano, fiduciosi di trovarvi il perdono. Ma, la stessa misericordia che tanto attirava gli uni, risvegliava un’aspra indignazione in altri…

II – La misericordia messa in parabole

 In quel tempo, 1 si avvicinavano a Lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. 2 I farisei e gli scribi mormoravano: “Costui riceve i peccatori e mangia con loro”.

Per intendere a fondo il motivo di tale obiezione, basta considerare che i farisei e maestri della Legge esemplificano alla perfezione la mentalità distorta alla quale ci riferiamo. Per loro “Dio è, soprattutto, Legge; si ritengono in rapporto giuridico con Dio e, sotto questo aspetto, liberi con Lui”,1 commenta Papa Benedetto XVI. Era sempre seguendo lo stesso criterio che valutavano gli altri, discriminando come peccatores – e, in quanto tali, oggetto dell’ira divina e del disprezzo degli uomini – tutti i giudei negligenti nel compimento delle prescrizioni legali relative alla purezza rituale o alimentare. Nella stessa categoria includevano i pubblicani, poiché, oltre a collaborare col dominio pagano esercitato da Roma, molte volte erano disonesti nel riscuotere le imposte, commettendo estorsioni a beneficio proprio. Tuttavia, il principale bersaglio di ripulsa erano i pagani, a causa dell’errata idea, molto diffusa tra i Giudei, che l’elezione divina del popolo ebreo fosse sinonimo di condanna eterna per tutte le altre nazioni. In tal modo, se per gli israeliti non osservanti della Legge e per gli esattori di imposte c’era ancora una remota possibilità di salvezza, nel caso si pentissero e si riconciliassero con Dio, tale ipotesi non si applicava ad uno straniero, per il semplice fatto di non essere beneficiario delle promesse fatte ai patriarchi.

Niente avrebbe potuto colpire con veemenza questa mentalità quanto il modo di procedere di Nostro Signore. La guarigione del servo del centurione romano (cfr. Lc 7, 1-10; Mt 8, 5-13), la peccatrice perdonata nella casa di Simone, il fariseo (cfr. Lc 7, 36- 50) e l’inclusione di un esattore di imposte nel Collegio Apostolico, con la chiamata di Levi (cfr. Mt 9, 9-17; Mc 2, 13-22; Lc 5, 27-39), sono alcuni esempi di atteggiamenti scandalosi per i farisei, alle cui orecchie suonavano come blasfeme le parole: “Io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a convertirsi” (Lc 5, 32). Per questa ragione, in ogni occasione cercavano di mostrare la loro ferrea opposizione a Lui, come ci narra l’inizio del Vangelo di questa domenica. 2

Però, siccome Gesù desiderava salvare tutti – inclusi i farisei e i maestri della Legge –, la sua risposta a tali obiezioni è stata una triade di parabole, registrate da San Luca alla maniera di uno stesso argomento presentato in successione, sotto differenti involucri. In ognuno di essi, Nostro Signore mirava non solo a incoraggiare i peccatori che Lo ascoltavano a confidare nel perdono, ma anche a convincere gli oppositori sulla necessità della misericordia, senza la quale nessuno può salvarsi.

 La pecorella smarrita 

3 Allora Egli disse loro questa parabola: 4 “Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella perduta, finché non la ritrova?”

Il pastore e il gregge, realtà molto comuni nella società giudaica di quell’epoca, acquistano in questa parabola il loro più elevato simbolismo. Sebbene tale immagine fosse già stata utilizzata nell’Antico Testamento per rappresentare lo zelo di Dio per il suo popolo (cfr. Ez 34), la sua forza di espressività è sublimata dai dettagli aggiunti dal Divino Maestro, in modo da rendere il significato del mistero della Redenzione.

In primo luogo, menzionando la quantità esatta di pecore, Nostro Signore “si riferisce a tutta la moltitudine di creature razionali che Gli sono subordinate, perché il numero cento, composto da dieci decine, è perfetto. Ma di queste, se ne è persa una, che è il genere umano”,3 spiega San Cirillo. Nella vita quotidiana il pastore è preso da angoscia nel notare la mancanza di una pecora e, lasciando da parte il gregge, non risparmia sforzi per recuperare quella smarrita, concentrando su di essa tutta la sua attenzione. Analogo è l’atteggiamento di Dio nella Redenzione: incarnandosi, il Figlio ha lasciato nel Cielo “innumerevoli greggi di Angeli, Arcangeli, Dominazioni, Potestà, Troni”,4 per riscattare, sulla Terra, l’umanità, perduta col peccato.

La gioia del pastore nel trovare la pecora 

5 “Ritrovatala, se la mette in spalla tutto contento, 6 va a casa, chiama gli amici e i vicini dicendo: ‘Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora che era perduta!’”

Pastore con le sue pecore

Oltre a non castigare la pecorella smarrita quando la trova, il pastore la tratta con estremo affetto e la carica sulle spalle, con una cura che egli non ha avuto con nessuna delle pecore obbedienti. Tale zelo rappresenta le carezze del perdono restauratore di Dio destinato ai peccatori pentiti: invece di punirli per le offese ricevute e così soddisfare le esigenze della giustizia, Egli preferisce manifestare la sua onnipotenza rispondendo agli appelli della misericordia. È l’infinito desiderio di salvare, che soppianta anche la cattiveria umana, come indica San Gregorio Magno: “Ci separiamo da Lui, ma Lui non Si separa da noi. […] Voltiamo le spalle al nostro Creatore, e Lui ancora ci tollera; ci allontaniamo da Lui con superbia, ma Lui ci chiama con somma benevolenza e, potendo castigarci, ancora promette premi affinché torniamo”.5

Tuttavia, la nostra principale attenzione, considerando questa parabola, deve concentrarsi sulla gioia effusiva del pastore nel recuperare la pecora, invitando gli altri a rallegrarsi con lui. È questo il principale dettaglio della narrazione, con il quale Nostro Signore vuol significare la gioia di Dio nel trovare un’anima docile all’azione della grazia e, sebbene abbia deviato dalle vie della virtù, si abbandona alle cure del Buon Pastore e si lascia ricondurre da Lui. Tale flessibilità è l’unica condizione per perdonare e recuperare il peccatore. Con ciò l’anima è presa dalla felicità di vedersi nuovamente in ordine con Dio e in pace con la sua coscienza, dandoGli la gioia di poter manifestare la sua misericordia. E, di conseguenza, parteciperanno a questa contentezza tutti coloro che Lo amano veramente.

7 “Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione”.

Il peccatore e i novantanove giusti simbolizzano, secondo alcuni, l’umanità e gli Angeli, poiché soltanto questi ultimi sono “giusti che non hanno bisogno di conversione”. Mettendo in risalto la sproporzione numerica tra gli uni e gli altri , il Maestro ci dà un prezioso insegnamento circa la superiorità numerica del mondo angelico, il quale “eccede il ristretto campo dei nostri numeri fisici”.6

D’altra parte, si vede la forza del perdono: i suoi effetti ripercuotono tra gli Angeli, causando in loro un maggior giubilo che la loro stessa perseveranza. È un incentivo a non disperarci mai quando ci accorgiamo, pentiti, di esserci allontanati dal gregge, seguendo le nostre cattive inclinazioni. Nel Sacramento della Penitenza, Gesù stesso ci aspetta, disposto a portarci sulle spalle con tutte le nostre miserie.

Un esempio per il pubblico femminile 

8 “O quale donna, se ha dieci dramme e ne perde una, non accende la lucerna e spazza la casa e cerca attentamente finché non la ritrova? 9 E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, dicendo: ‘Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la dramma che avevo perduta!’ 10 Così, vi dico, c’è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte”.

Senza dubbio, considerevole era il contributo femminile tra il pubblico presente alla predicazione di Nostro Signore. Per questo, Egli compone una seconda parabola, adattando il contenuto precedente a una situazione nella quale la protagonista è una donna di casa, responsabile dell’amministrazione dell’economia domestica, secondo i costumi giudaici. Impiegando tali energie per riavere la moneta perduta, questa donna è presentata da Gesù come immagine dell’instancabile impegno di Dio a far sì “che tutti gli uomini si salvino e giungano alla piena conoscenza della verità” (I Tm 2, 4). Avendo sofferto la Passione e Morte in Croce per redimere l’umanità, Cristo ama ciascuno di noi, individualmente. Un’anima, anche se sembra insignificante a paragone degli inesauribili tesori della sua onnipotenza, è una “monetina” di valore infinito, perché vale il prezzo del suo Preziosissimo Sangue. Ancora una volta, il Salvatore sottolinea il giubilo prodotto tra gli Angeli dalla conversione di “un solo peccatore”.

Narrate dal Divino Maestro, tali scene comuni della vita pastorale e domestica rendono più accessibile alla nostra comprensione il sublime mistero dell’amore di un Dio che, facendo- Si uomo, “è venuto a cercare e a salvare colui che era perduto” (Lc 19, 10).

III – La parabola del Padre perfetto 

A somiglianza di un buon vino, il cui cangiante sapore sorprende il palato a ogni degustazione, in modo che mai i suoi estimatori possono affermare di conoscerlo completamente, la terza parabola narrata da Nostro Signore in quest’occasione possiede una tale ricchezza di insegnamento da trarre sempre nuovi aspetti da considerare. È il celebre dramma del figliol prodigo, una delle più belle pagine delle Sacre Scritture. Essendo già stata affrontata in questo ciclo liturgico, in occasione della Quaresima,7 oggi essa ci viene presentata ancora una volta, a partire da un’altra prospettiva.

Il padre consegna i beni al figlio

Il padre consegna i beni 

11 Disse ancora: “Un uomo aveva due figli. 12 Il più giovane disse al padre: ‘Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta’. E il padre divise tra loro le sostanze”.

Il padre, senza dubbio, è stato preso da un profondo disgusto nel ricevere la richiesta del figlio minore. Oltre a denunciare l’intenzione del giovane di abbandonare la casa paterna – poiché solo in questo caso si faceva la ripartizione dell’eredità prima della morte del padre8–, la sollecitazione confermava le sue preoccupazioni rispetto a quel figlio, nella cui anima già aveva compreso il tumultuare delle passioni disordinate. Con dolore, ha previsto i cammini tortuosi per i quali il giovane si sarebbe invischiato, ma comprendendo che era impossibile farlo desistere dai suoi intenti, non ha fatto niente per fermarlo e gli ha consegnato la sua parte della fortuna. È esattamente come Dio agisce con noi: ci concede in abbondanza le sue grazie e doni, nonostante conosca, nella sua onniscienza, il cattivo uso che potremo fare di questi beni, sia valorizzandoli poco, sia trascurandoli o addirittura usandoli per peccare.

Pazienza: uno dei nomi della misericordia 

13 “Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto”.

Il figlio ha scambiato l’innocenza della famiglia con la vita dissoluta. Immagine espressiva di tutti i battezzati che, disprezzando la condizione di figli di Dio, abbandonano lo stato di grazia commettendo una mancanza grave! Sperperando il tesoro soprannaturale consegnato dal Padre celeste, preferiscono il piacere fugace del peccato alla felicità della comunione con Dio e Maria Santissima, nell’eternità.

A sua volta, in nessun momento il padre si è dimenticato del giovane e, senza mai perdere la speranza di rincontrarlo, continuamente elevava al Cielo afflitte preghiere per la sua conversione. Con uguale indulgenza Dio reagisce con noi quando Lo offendiamo e, nella sua bontà, non ci abbandona mai, anche quando ci allontaniamo da Lui con il peccato. Riflettendo su questa clemenza, scrive Sant’Alfonso de’ Liguori: “Se aveste insultato un uomo come avete insultato Dio, anche se fosse il vostro migliore amico o anche il vostro stesso padre, egli non avrebbe avuto altra risposta se non vendicarsi. Quando offendevate Dio, avrebbe potuto castigarvi in quello stesso istante; siete tornati ad offenderLo e, invece di castigarvi, vi ha offerto bene per male, vi ha conservato la vita, vi ha circondato di tutte le sue attenzioni provvidenziali, ha finto di non vedere i peccati, nell’attesa che vi emendaste e cessaste di ingiuriarLo”.9 Di conseguenza, mentre le due parabole precedenti mettono in risalto l’iniziativa di Dio nella conversione degli uomini, questa illustra un altro aspetto della sua misericordia, che consiste nella pazienza di aspettare che “il peccatore si ravveda, e possa perdonarlo e salvarlo”.10

 Nell’estrema decadenza, ricordo della bontà del padre 

14 “Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. 15 Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci. 16 Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava”.

Il figlio prodigo

Il giovane, un tempo ricco, è diventato un indigente affamato, la cui situazione disperata gli ha fatto accettare l’umile lavoro di custode di maiali. È un simbolo della completa miseria alla quale il peccato mortale riduce l’anima, strappandole tutti i meriti e rendendola degna dell’inferno, realtà tanto più terribile di quella del figliol prodigo. “Non c’è catastrofe né calamità pubblica o privata che possa esser comparata alla rovina causata nell’anima da un solo peccato mortale. È come una frana istantanea della nostra vita soprannaturale, un vero suicidio dell’anima in relazione alla vita della grazia”.11

 Non è raro, tuttavia, che Dio permetta che il peccatore cada in quest’infimo stato per far nascere allora nella sua anima la nostalgia per l’innocenza perduta.

17 “Allora rientrò in se stesso e disse: ‘Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame. 18 Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; 19 non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni’”.

Solo allora, nelle amare frustrazioni del peccato, il giovane ha cominciato a riflettere, contrapponendo la penuria in cui si trovava all’abbondanza della casa paterna. Gli sono venuti in mente la bontà e l’affetto di suo padre, il maggior bene perso con la vita sregolata che conduceva. Le sue parole lasciano trasparire questa disposizione d’animo, poiché si riferiscono non a un semplice ritorno a casa, ma a un desiderio di mettersi nuovamente sotto tale protezione: “Tornerò da mio padre”.

Egli però non avrebbe mai deciso di abbandonare il peccato se non ci fosse stata l’azione della grazia nella sua anima, perché è impossibile per l’uomo convertirsi, mosso soltanto dalla propria forza di volontà, come sottolinea Sant’Agostino: “Nessuno si pentirebbe del suo peccato se non ci fosse una chiamata di Dio”.12

L’inattesa accoglienza 

20 “Partì e si incamminò verso suo padre. Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò”.

È molto probabile che il padre abbia sentito accendersi, molte volte, la sua speranza quanto al ritorno del figlio. Si dirigeva, allora, in un luogo da dove poteva vedere le strade della regione e lì trascorreva lunghi periodi a pregare, in una fiduciosa attesa… Fino al giorno in cui “lo avvistò e sentì compassione”. Il giovane, straccione e con la fisionomia sfigurata dalla vita di peccato, era ben cambiato rispetto all’ultima volta che il padre lo aveva visto. Molto più profonda, tuttavia, era la sua trasformazione interiore. Era uscito da casa orgoglioso e ritenendosi autosufficiente; ritornava umile, cosciente della propria debolezza e fiducioso nella bontà del padre. Corsogli incontro, il padre subito ha constatato tale cambiamento e, vincendo tutta la ripugnanza che l’apparenza miserabile del figlio gli causava, non ha esitato a manifestargli con profusione il suo affetto.Questa toccante scena narrata da Gesù rappresenta, in maniera eloquente, l’accoglienza del Padre celeste alle anime pentite, che non è altro che una potente manifestazione del suo amore infinito. “Con quanta tenerezza Dio abbraccia il peccatore che si converte! […] È il Padre che, al ritorno del figlio perduto, gli va incontro, lo abbraccia, lo bacia e, accogliendolo, non può contenere la gioia che trattiene. […] Non appena il peccatore si pente, gli sono perdonati i suoi peccati e [Dio] se ne dimentica, come se mai Lo avesse offeso”,13 mette in risalto Sant’Alfonso de’ Liguori.

Gioia per il ritorno del figlio 

21 “Il figlio gli disse: ‘Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio’. 22 Ma il padre disse ai servi: ‘Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l’anello al dito e i calzari ai piedi. 23 Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, 24 perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato’. E cominciarono a far festa”.

Il ritorno del figliol prodigo

La buona disposizione d’animo con cui il giovane si presentava, riconoscendo con umiltà il suo errore, era sufficiente perché il cuore paterno traboccasse di contentezza e prendesse provvedimenti per una grande festa. Ponendo per la terza volta l’accento sulla gioia di Dio nel perdonare – personificato qui dal padre –, Nostro Signore insegna anche in questo passo quanto il vero pentimento possa concedere all’anima un grado maggiore di grazia di quello perduto con il peccato,14 poiché il figlio mai era stato onorato con una festa di tale portata quando era vissuto in casa, prima di rovinarsi.

Ancora in questo passo, la nostra attenzione si volge a un piccolo dettaglio: quale la provenienza dell’abito che il padre fa portare per vestire il figlio, in sostituzione degli stracci con i quali si copriva, visto che il giovane aveva raccolto “tutto quello che era suo” prima di partire? Magari è stato preso da quelli appartenenti al figlio più vecchio… In questo caso, si applicherebbe l’affermazione del Maestro: “A chi ha, sarà dato e a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha” (Mc 4, 25). Si nota, dunque, che sebbene il giovane fosse in miseria, possedeva una cosa che da molto il primogenito aveva smesso di avere, un bene inestimabile: l’amore per il padre. I prossimi versetti offrono delucidazioni che confermano tale ipotesi.

Un figlio senza amore per il padre 

25 “Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze. 26 Chiamò allora un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. 27 Il servo gli rispose: È tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. 28a Egli si arrabbiò, e non voleva entrare”.

Può essere comprensibile che, in un primo momento, l’impatto della festa suscitasse una certa indignazione nel figlio maggiore, perché gli faceva venire in mente l’ingratitudine del fratello verso il padre e il profondo disgusto che questi aveva sofferto a causa di ciò. Nonostante ciò, prendendo coscienza del giubilo in cui egli ora si trovava per il ritorno di questo fratello, tale sentimento avrebbe presto dovuto essere controllato e, dimostrando una consonanza affettiva con il padre, sarebbe dovuto rientrare immediatamente per la festa.

Ben diversa, invece, è stata la sua reazione. Che cosa l’avrà motivata? Da un punto di vista umano, il primogenito aveva agito con maggior astuzia dell’altro, rimanendo in casa mentre il fratello si lanciava nei rischi del mondo. In una comoda situazione, con tutte le necessità materiali garantite, serviva il padre per interesse, vivendo in casa più come un ospite che come un figlio. La sua obbedienza all’autorità paterna traeva origine da motivi di convenienza e non dall’affetto filiale. Malgrado fosse fisicamente vicino al padre, era da lui separato dalle gelide distanze dell’indifferenza. Tale disposizione d’animo è indicata da Nostro Signore quando dice che il giovane “era nel campo”, ossia, dedito “alle opere terrene, lontano dalla grazia dello Spirito Santo, estraneo ai disegni di suo padre”,15 spiega San Girolamo.

Congetture sull’ atteggiamento del primogenito

Essendo tale il suo disamore, è probabile che egli sia rimasto in casa a causa di una certa ambizione di appropriarsi della restante fortuna del genitore, quando questi sarebbe morto. E, mentre il più giovane era fuggito dallo sguardo paterno, andando a dissipare i suoi beni in un “luogo distante”, il primogenito, sotto l’apparenza di una condotta corretta, faceva anche lui un cattivo uso dei beni di famiglia, tentando di dissimulare al padre i cammini tortuosi nei quali andava. L’accesso di rabbia per il ritorno del fratello non sarà stato, pertanto, la manifestazione di una coscienza sporca e di un’anima amareggiata per le frustrazioni del peccato, consumandosi di invidia nel vedere l’altro godere delle gioie del perdono? E non sarà la sua collera aumentata ancor più pensando che il reintegro del fratello nel nucleo familiare impediva la realizzazione della sua avidità, implicando una nuova divisione di beni tra i due eredi?

Per questo, sebbene l’interpretazione classica di questa parabola consideri i due figli come immagine del popolo giudeo e dei gentili,16 rispettivamente, ha una dimensione di significato molto più ampia in entrambe le figure. Il minore è il peccatore pubblico, il quale non nasconde le sue sregolatezze e, per placare la coscienza, cerca di dimenticarsi di Dio, allontanandosi da tutto ciò che possa ravvivarLo nella memoria. Il primogenito è il peccatore occulto, con la fisionomia tranquilla e attitudini esteriori conformi alla virtù, che sembra giusto agli occhi degli uomini; dentro, però, è pieno di ipocrisia e iniquità (cfr. Mt 23, 28).

28b “Il padre allora uscì a pregarlo. 29 Ma lui rispose a suo padre: ‘Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. 30 Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso’”.

Questa insolente risposta conferma che non si trattava di una ribellione contro le pazzie del fratello, ma contro la benevola accoglienza del padre. Ritenendosi degno di ricompensa e l’altro meritevole del castigo, si sentiva maltrattato nel vedere la bontà paterna agire in modo differente, non solo perdonando il colpevole, ma anche dandogli dimostrazione di estremo affetto. È la reazione caratteristica di coloro che non hanno mai sperimentato gli effetti del perdono e non riescono a comprendere la misericordia con la quale gli altri sono trattati. A questo figlio invidioso, al padre sarebbe toccato rispondere con le parole poste da Gesù sulle labbra del padrone della vigna quando si rivolse agli operai turbati per il generoso pagamento fatto ai lavoratori dell’ultima ora: “per caso sei invidioso perché io sono buono?” (Mt 20, 15). Il padre, tuttavia, respinge con benignità persino questa irrispettosa accusa.

Ammonimento a coloro che rifiutano la misericordia 

31 “Gli rispose il padre: ‘Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo. 32 Ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato’”.

Appare qui una nuova sfumatura della bontà paterna: chiarendo il reale motivo della festa – non si trattava di un omaggio ai vizi di chi era stato fino a quel momento un perditempo, quanto, piuttosto, di una festa per il suo ritorno –, il padre “non tiene in considerazione quello che il figlio afferma riguardo al non aver mai mancato a nessuno dei suoi ordini. Egli non conferma che era vero quello che lui aveva detto, ma fa in modo di calmare la sua ira per un’altra via: ‘Figlio, tu sei sempre con me’”.17 In questo modo, prova di aver conoscenza delle vie estranee alla virtù in cui il figlio andava e, allo stesso tempo, gli dimostra quanto fosse anche lui oggetto della sua pazienza misericordiosa, poiché sopportava tale ipocrisia e disamore nella quotidianità, in fiduciosa attesa di una rigenerazione.

Concludendo la parabola, Gesù riprendeva tacitamente i farisei e maestri della Legge, mostrando la necessità di aggiustare sempre i propri criteri secondo l’azione di Dio, non analizzando mai l’agire divino secondo l’angusto modo del vedere umano. Tra le righe della narrazione, gli dava un ammonimento, a loro e a tutti coloro che sono chiusi al perdono: “Conosco i vostri peccati da tutta l’eternità, e desidero perdonarvi, così come perdono questi che a Me ricorrono, ma voi rifiutate di ricevere la mia compassione e vi ribellate vedendo altri beneficiati da essa. Agendo in questo modo mettete a rischio la vostra salvezza, perché a coloro che rifiutano la misericordia in questa vita è riservata la mia giustizia nell’eternità”.

IV – Conclusione 

La sequenza di parabole presentata nel Vangelo di questa 24ª Domenica del Tempo Ordinario sorge davanti a noi come un prisma attraverso cui la Storia della Salvezza acquista un colore speciale. Per riscattare l’umanità perduta col peccato, il Buon Pastore ha assunto la nostra natura, è morto in Croce e dal suo costato aperto dalla lancia ha fatto nascere la Chiesa, autentico ovile di Cristo, nel quale gli uomini sono introdotti con le acque del Battesimo, conferendo loro anche la superiore dignità di diventare figli di Dio. Docili alla grazia, gli uomini hanno prodotto frutti all’altezza della loro condizione di eredi del Cielo, costruendo una civiltà fondata sugli insegnamenti del Vangelo.

Senza dubbio, col passare del tempo l’umanità ha cominciato a disprezzare questa filiazione divina e si è andata allontanando dal Padre celeste. Ai nostri giorni, molti sono coloro che vivono come se Egli non esistesse. Consegnandosi al peccato, hanno dissipato i tesori affidatigli con la venuta di Nostro Signore Gesù Cristo al mondo e hanno proceduto di pazzia in pazzia. Se tracciassimo un parallelo tra l’umanità attuale e il figliol prodigo, con tristezza vedremmo che essa non è molto distante dallo stadio nel quale, ridotto alla completa miseria, il giovane ha voluto alimentarsi con le ghiande dei maiali. Permettendo che gli uomini cadano negli orrori di un mondo contrario alla virtù, Dio aspetta pazientemente il momento esatto per concedere loro i lumi della sua misericordia, attraverso un’azione dello Spirito Santo. Tale azione li renderà capaci di vedere con chiarezza il proprio deplorabile stato e susciterà in loro la nostalgia delle meraviglie della grazia, abbandonate ormai da tanti secoli.

Madonna Rifugio dei peccatori

I simboli, però, zoppicano sempre in rapporto alla realtà e la fede ci fa credere che il futuro degli uomini supererà di molto la conclusione della parabola, soprattutto a causa di un elemento. Nella narrazione, non appare una figura che nella Storia ha un ruolo fondamentale: Maria Santissima, che Dio ha costituito Avvocata e Rifugio dei peccatori, Madre degli uomini. Quando l’umanità prodiga comincerà a intraprendere la via del ritorno, questa Madre le verrà incontro e la riceverà con incommensurabile bontà. Basterà allora che Le sia rivolta la supplica umile e fiduciosa: “Abbiamo peccato contro Dio e contro di Te; ora non meritiamo di essere chiamati tuoi figli. Trattaci come se fossimo servi”. Ella stessa intercederà, allora, presso suo Figlio, portandoGli la richiesta di clemenza. Nel momento in cui gli uomini si presenteranno davanti al trono della Divina Misericordia, mettendosi nella condizione di schiavi della Sapienza Eterna e Incarnata, per le mani di Maria, sarà concesso il perdono restauratore.

E così come il padre ha festeggiato il giovane pentito, Dio tratterà come figli prediletti quelli che si consegneranno senza riserve, e promuoverà la festa inaugurale di un nuovo regime di grazie sul piano della salvezza: il Regno di Maria, era storica della misericordia, costituita da anime che, riconoscendosi peccatrici, si lasceranno trasformare dalla forza del perdono.

1) BENEDETTO XVI. Jesús de Nazaret. Primera parte. Desde el 
Bautismo a la Transfiguración. Bogotá: Planeta, 2007, p.252-253.



2) Lo spirito critico di cui i farisei davano prova in diverse 
circostanze è insinuato nell’originale greco. 
Il tempo verbale impiegato da San Luca è l’imperfetto 
διεγόγγυζον, che indica continuità d’azione. Non si trattava 
di un atto, ma di una costante attitudine di critica.



3) SAN CIRILLO, apud SAN TOMMASO D’AQUINO. Catena Aurea. 
In Lucam, c.XV, v.1-7.



4) SANT’AMBROGIO. Tratado sobre el Evangelio de San Lucas. 
L.VII, 210. In: Obras. Madrid: BAC, 1966, v.I, p.456-698.



5) SAN GREGORIO MAGNO. Homiliæ in Evangelia. L.II, hom.14, 
n.17. In: Obras. Madrid: BAC, 1958, p.722.



6) DIONIGI AREOPAGITA. La Jerarquía Celeste. c.XIV, 321 A. 
In: Obras Completas. Madrid: BAC, 1990, p.175.



7) Cfr. CLÁ DIAS, EP, João Scognamiglio. O Filho Pródigo: 
Justiça e Misericórdia. In: Arautos do Evangelho, São Paulo.
n.27 (Mar., 2004); p.6-11; Commento al Vangelo della 
IV Domenica della Quaresima - Anno C, nel Volume V di 
questa collezione.



8) Cfr. SÁENZ, SJ, Alfredo. Las Parábolas del Evangelio 
según los Padres de la Iglesia. La misericordia de Dios. 
2.ed. Guadalajara: APC, 2001, p.160-161.



9) SANT’ALFONSO MARIA DE’ LIGUORI. Obras Ascéticas. 
Madrid: BAC, 1954, t.II, p.697.

10) Idem, p.699.



11) ROYO MARÍN, OP, Antonio. Teología de la Salvación. 
3.ed. Madrid: BAC, 1965, p.68-69.



12) SANT’AGOSTINO. Epistolæ ad Romanos inchoata expositio, 
n.9. In: Obras Completas. Madrid: BAC, 1959, t.XVIII, p.76.



13) SANT’ALFONSO MARIA DE’ LIGUORI, op. cit., p.699-700.



14) Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO. Somma Teologica. III, 
q.89, a.2.



15) SAN GIROLAMO. Epistola ad Damasum, XXI, 28. In: Cartas. 
Madrid: BAC, 1962, t.I, p.143.



16) Cfr. SAN BEDA. In Lucæ Evangelium. L.IV, c.XV: ML 92, 
526; SAN GIROLAMO, op. cit., 27, p.142-149; SANT’AGOSTINO. 
Sermo CXXXVI, n.8. In: Obras. Madrid: BAC, 1952, v.X, 
p.520-521; SANT’AMBROGIO, op. cit., p.470-472.



17) SAN GIROLAMO, op. cit., 34, p.146. 

Santissimo Nome di Maria

Per santa Brigida «il nome di Maria è soave per gli angeli e terribile per i demoni», per san Bonaventura è come una colonna di fuoco, per sant’Alfonso Maria de’ Liguori è «beato chi nelle battaglie con l’Inferno invoca sempre il bel nome di Maria!». Esistono decine di interpretazioni del significato del Santissimo Nome di Maria, ma c’è un unico disegno divino che lo riguarda: è fonte di salvezza

Illuminatrice, prima pioggia stagionale, signora, goccia o stella del mare. E, ancora, mare amaro (in riferimento ai dolori sopportati per la corredenzione dell’umanità, in unione e al servizio dell’opera del divin Figlio), amata da Dio oppure colei che ama Dio. Sono solo alcune delle decine e decine di interpretazioni – basate sull’origine ebraica, egiziana o siriaca del nome e sulla sua forma semplice o composta – che sono state date nel tempo al Santissimo Nome di Maria. Alla luce della fede sembra proprio che la divina Provvidenza abbia voluto rendere inafferrabile il significato esatto del nome della sua somma creatura – scelta dall’eternità per divenire la Madre di Dio – e che ai molteplici significati si accompagnino altrettante grazie. Perciò san Luigi Maria di Montfort, riprendendo un’esegesi del benedettino Pietro di Celle, scrive: «Dio Padre ha radunato tutte le acque e le ha chiamate mare, ha radunato tutte le grazie e le ha chiamate Maria».

Le diverse interpretazioni convergono comunque nell’unico e più importante senso del nome di Maria: per chi lo invoca con devozione, è fonte di salvezza. Aiuta a vincere le tentazioni, è potentissimo nel combattimento spirituale, rifugio sicuro per i peccatori. «Beato chi nelle battaglie con l’Inferno invoca sempre il bel nome di Maria!», afferma sant’Alfonso Maria de’ Liguori. Per santa Brigida «il nome di Maria è soave per gli angeli e terribile per i demoni». Per san Bonaventura è come una colonna di fuoco perché «come la cera si liquefà davanti al fuoco, così i demoni perdono le forze davanti a quelle anime che si ricordano spesso del nome di Maria, devotamente la invocano e cercano diligentemente di imitarla». Anche nel nome, pur nelle rispettive specificità, la Madre è intimamente legata al Figlio e al Suo disegno, che è svelato in pienezza nel Santissimo Nome di Gesù, cioè «Dio salva», compimento delle graduali rivelazioni e promesse dell’Antica Alleanza.

La venerabile Maria di Agreda, nella Mistica Città di Dio, descrive così le visioni avute sulla nascita della Madonna: «… le tre divine Persone avevano decretato e formulato, sin dall’eternità, i dolcissimi nomi di Gesù e di Maria per il Figlio e per la Madre; e si erano compiaciute in essi, tenendoli scolpiti nella loro mente eterna, e presenti in tutte le cose a cui avevano dato esistenza, poiché proprio per il loro servizio le avevano create. Mentre i santi angeli venivano a conoscenza di questi e di altri misteri, udirono una voce dal trono, che, nella persona del Padre eterno, diceva: “La nostra eletta sarà chiamata Maria e questo nome deve essere meraviglioso e grande; quelli che lo invocheranno con devoto affetto, riceveranno copiosissime grazie; quelli che lo apprezzeranno e pronunceranno con riverenza, saranno consolati e vivificati; tutti ritroveranno in esso il rimedio dei loro mali, i tesori per arricchirsi e la luce che li guidi verso la vita eterna. Questo nome sarà terribile contro l’Inferno, schiaccerà il capo al serpente, e otterrà insigni vittorie sui principi delle tenebre”».

Riguardo alla festa liturgica del Santissimo Nome di Maria, nel 1513 Giulio II autorizzò la diocesi spagnola di Cuenca a celebrarla. Fu il beato Innocenzo XI a estenderla a tutta la Chiesa (lo stesso papa prescrisse la lettura della già citata Mistica Città di Dio); la spostò inoltre alla domenica fra l’Ottava della Natività di Maria, per ringraziare il Cielo della vittoria del 12 settembre 1683 nella battaglia di Vienna (preceduta da una Messa celebrata all’alba di quel giorno dal beato Marco d’Aviano), dove le forze guidate da Giovanni III Sobieski, re di Polonia, sconfissero gli invasori Turchi che minacciavano la cristianità. Tra i vari passaggi, dopo la riforma del 1969 che la eliminò dal Calendario Romano Generale, è stato infine san Giovanni Paolo II a reintrodurla come memoria e rifissarla alla data del 12 settembre.

Fondatore: un nuovo modo di seguire Gesù Cristo

San Nicola da Tolentino

Particolarmente invocato per la liberazione delle anime del Purgatorio, san Nicola da Tolentino (1245-1305) venne gratificato con straordinarie esperienze mistiche, tra cui la visione avuta la notte tra il 9 e il 10 dicembre 1294 quando osservò gli angeli nell’atto di traslare per la prima volta la Santa Casa in terra marchigiana

È famoso per i suoi doni da taumaturgo e particolarmente invocato per la liberazione delle anime del Purgatorio. San Nicola da Tolentino (1245-1305) nacque a Sant’Angelo in Pontano, un piccolo comune delle Marche, da due devoti cristiani. Secondo la tradizione i genitori lo chiamarono così per gratitudine a san Nicola di Bari, che avevano pregato perché non riuscivano ad avere figli. Decise di abbracciare la vita religiosa dopo aver ascoltato la predica di un monaco agostiniano, incentrata su un insegnamento della Prima Lettera di Giovanni: «Non amate il mondo, né le cose del mondo, perché il mondo passa e passa la sua concupiscenza» (cfr. 1 Gv 2).

Professò i voti solenni tra gli Eremiti di Sant’ Agostino a meno di 19 anni. A 24 venne ordinato sacerdote da san Benvenuto Scotivoli. Passò di convento in convento, fino a quando nel 1275 fu trasferito stabilmente a Tolentino (distante una ventina di chilometri dal suo paese natale), dove visse predicando quasi ogni giorno fino alla morte terrena, che lo colse trent’anni più tardi. Venne chiamato «l’angelo del confessionale» per il tempo che dedicava al sacramento della Riconciliazione e perché, per aiutare i fedeli ad avvicinarsi a Dio, prendeva spesso su di sé il peso delle penitenze. Digiunava quattro giorni a settimana a pane e acqua e vegliava in preghiera fino a tarda notte, dormendo poche ore su un pagliericcio. Il venerdì, in unione alla Passione di Cristo, si flagellava con una particolare disciplina che lui stesso aveva fabbricato.

Verso i poveri aveva una sollecitudine senza pari. Esortava continuamente il priore a essere generoso nelle donazioni, portava di persona il pane ai bisognosi e in loro favore andava a bussare alle porte dei ricchi per raccogliere elemosine. Era anche molto noto come esorcista e di questo suo carisma c’è traccia pure dopo la sua nascita al Cielo, come testimoniano i diversi ex voto che lo indicano come liberatore di indemoniati. Nutriva un amore filiale per la Madonna. In mezzo alle sofferenze e alle rinunce offerte a Dio, venne gratificato con straordinarie esperienze mistiche. La più celebre è la visione avuta la notte tra il 9 e il 10 dicembre 1294 quando osservò gli angeli nell’atto di traslare per la prima volta la Santa Casa in terra marchigiana, allora parte dello Stato Pontificio.

Sul letto di morte, a un confratello che gli domandava quale fosse il motivo del suo sguardo contemplante, rispose: «Io veggo il Signore mio Dio, accanto la sua santissima Madre e il padre mio sant’Agostino». Le sue spoglie mortali sono custodite nella cripta della basilica a lui dedicata a Tolentino, con le Sante Braccia in una cappella a parte.

San Pietro Claver

Il suo campo di missione fu l’odierna Colombia all’epoca della tratta degli schiavi. Affrontò tale fenomeno con vera carità cristiana, portando soccorso materiale agli africani deportati e insegnando loro la via di Gesù

Il suo campo di missione fu l’odierna Colombia all’epoca della tratta degli schiavi. San Pietro Claver (1580-1654) affrontò tale fenomeno con vera carità cristiana, portando soccorso materiale agli africani deportati e insegnando loro la via di Gesù.

Nativo della Catalogna, era figlio di un contadino ed era rimasto orfano della madre nella primissima adolescenza. Le sue origini dovettero aiutarlo a progredire nell’umiltà, come si evince da un suo scritto in età adulta: «Tutte le volte che non ho imitato l’asino non ho ottenuto buoni risultati. E che cosa fa l’asino? Si parla male di lui, e lui tace; non gli si dà da mangiare, e lui tace; lo si carica fino a farlo cadere per terra, e lui tace; si impreca contro di lui, e lui tace; mai un lamento, qualunque cosa debba fare o che lo si maltratti; è resistente, essendo un asino. È così che dev’essere un servo di Dio, come recita il salmo 72: Io sono come una bestia da soma davanti a te».

Rivelò un grande talento negli studi e a 22 anni fece il suo ingresso nella Compagnia di Gesù. Fu proprio tra i gesuiti che conobbe il buon vecchio Alfonso Rodriguez (1532-1617), portinaio al collegio di Palma di Maiorca e grande maestro spirituale. Fu Alfonso, che era divenuto gesuita come fratello coadiutore dopo aver perso precocemente la moglie e i tre figli, a instillare nel cuore di Pietro l’amore per la missione: «Le anime degli indiani hanno un valore infinito, perché hanno lo stesso prezzo del sangue di Cristo… Va’ nelle Indie a comprare tutte quelle anime che si perdono!». Il santo ascoltò il consiglio e nel 1610 partì per il Nuovo Mondo. Sei anni più tardi i superiori lo mandarono a Cartagena. Qui ricevette l’ordinazione sacerdotale e iniziò un quasi quarantennale ministero che lo avrebbe portato a battezzare circa 300.000 tra schiavi e indigeni.

Cartagena era tra i più grandi porti negrieri di tutto il Sudamerica e ogni anno vi arrivavano 12-14 navi cariche di schiavi, nonostante i vari pronunciamenti papali (già nel 1537 la bolla Veritas Ipsa di Paolo III stabiliva la scomunica per chi riduceva in schiavitù, un divieto ribadito da diversi suoi successori). Di fronte a quella tratta disumana il santo reagì facendo voto di «dedicare tutta la vita alla conversione dei neri» e per suggellare la promessa si firmò così: «Pietro Claver, servo degli etiopi per sempre», laddove etiopi era il termine usato genericamente dagli spagnoli per indicare tutte le popolazioni di colore. Pietro si circondò di interpreti di varia nazionalità. All’arrivo di ogni nave si precipitava con ceste cariche di pane, frutta, dolci e bevande. Si prendeva cura dei malati, riscaldava gli infreddoliti, sollevando dal terrore quei derelitti e intercedendo per loro presso i padroni, senza fermarsi davanti alle resistenze.

Il santo, subito dopo il primo contatto, si curava dell’anima degli schiavi e iniziava il catechismo con grandi cartelli pieni di immagini. Così scriveva nel 1627: «Ci siamo messi a catechizzarli sul Battesimo, a spiegar loro cioè quali ne siano i mirabili effetti per il corpo e per l’anima; quando ci è sembrato che rispondendo alle nostre domande avessero abbastanza capito, siamo passati a un più esteso insegnamento riguardo al Dio unico, che distribuisce premi o castighi secondo i meriti di ciascuno, e tutto il resto. Allora li abbiamo invitati a fare un atto di contrizione e a manifestare pentimento dei loro peccati. Alla fine, quando ci sono sembrati abbastanza preparati, abbiamo esposto loro i misteri della Trinità, Incarnazione e Passione, e mostrando loro il crocifisso, come è dipinto sopra il fonte battesimale – vi appaiono infatti rivoli di sangue scorrere dalle piaghe di Cristo – abbiamo recitato nella loro lingua l’atto di contrizione, da loro ripetuto parola per parola».

Al suo confessionale si formavano file interminabili. Esercitò il suo apostolato pure in mezzo ai condannati a morte e ai lebbrosi, ai quali procurava cibo, medicine, sistemava i letti. E se con i lebbrosi gli capitava di provare talvolta ripugnanza, si slanciava poi per baciarne le piaghe, volendo sempre far capire a tutti la dignità dei figli di Dio. Si ammalò di peste nel 1650 e trascorse gli ultimi quattro anni quasi interamente nella sua cella, spesso trascurato, ma senza mai stancarsi di contemplare e lodare Dio. Alla notizia della sua morte migliaia di persone di ogni età e condizione sociale si riversarono al suo convento, con i bambini e gli schiavi che dicevano: «Andiamo dal santo!». Venne canonizzato da Leone XIII nel 1888, insieme al suo antico consigliere Alfonso Rodriguez. Otto anni dopo fu proclamato patrono di tutte le missioni cattoliche tra i neri.

8 settembre brevi meditazioni

Natività della Mamma del Cielo!

Venite, tutte le nazioni, venite, uomini di tutte le razze, lingue ed età, di tutte le condizioni: con allegria celebriamo la natività della gioia del mondo intero! Se i greci sottolineavano con tutti i tipi di onori – con i doni che ognuno poteva offrire – il compleanno delle divinità, imposti agli spiriti da miti bugiardi che oscuravano la verità, e anche quello dei re, pur essendo essi il flagello di tutta l’esistenza, cosa dovremmo fare noi per onorare il compleanno della Madre di Dio, grazie alla quale tutta la razza mortale fu trasformata, grazie alla quale il castigo di Eva, la nostra prima madre, fu trasformata in allegria? In effetti, una di esse sentì la sentenza divina «Darai alla luce in mezzo alle pene»; l’altra sentì, a sua volta: «Rallegrati, o Piena di Grazia». Alla prima fu detto «Ti inchinerai a tuo marito», ma alla seconda: «Il Signore è con te». Che omaggio offriamo allora alla Madre del Verbo, se non un’altra parola? Che tutta la creazione si rallegri e festeggi, e canti la natività di una santa donna, perché ella generó per il mondo un tesoro imperituro di bontà, e perché per lei il Creatore cambiò tutta la natura in uno stato migliore, grazie alla mediazione dell’umanitá. Perché se l’uomo, che occupa il luogo tra lo spirito e la materia, è il legame di tutta la creazione visibile e invisibile, il Verbo creatore di Dio, unendosi alla natura umana, si unì attraverso di essa a tutta la creazione. Festeggiamo così la sparizione della sterilità umana, perché cessó per noi l’infermità che ci impediva il possesso dei beni.

Ma perché la Vergine Maria nacque da una donna sterile? A colui che è l’unico veramente nuovo sotto il sole, per incoronare le Sue meraviglie dovevano essere preparate le strade con meraviglie affinché lentamente le realtà più basse si elevassero in modo da essere le più alte. Ed ecco un’altra ragione, la più alta e la più divina: la natura cedette il posto alla grazia, perché nel vederla tremò, e non volle più avere il primo posto. Siccome la Vergine Madre di Dio doveva nascere da Anna, la natura non osò prevenire il frutto della grazia, ma rimase ella stessa senza frutto, finché la grazia non portasse il suo. Era necessario che fosse primogenita, colei che doveva generare «il Primogenito di tutto il creato, in Cui tutto sussiste». O Gioacchino e Anna, coppia beata! Tutto il creato è in debito con voi, perché attraverso di voi ella potè offrire al Creatore il dono – tra tutti il più eccelso- di una Madre venerabile, l’unica degna di Colui che la creò. Beati i reni di Gioacchino, da cui uscì un seme completamente immacolato, e ammirevole il grembo di Anna, grazie al quale si sviluppò lentamente, dove si formò e da cui nacque una così santa bambina! O viscere che portaste un cielo vivo, più vasto dell’immensità dei cieli! O mulino in cui fu impastato il Pane vivificante, secondo le stesse parole di Cristo: « Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo ». O grembro che allattò Colui che alimenta il mondo! Meraviglia delle meraviglie, paradosso dei paradossi! Sì, l’inesprimibile Incarnazione di Dio, piena di condiscendenza, doveva essere preceduta da queste meraviglie. (…)

Oggi le porte della sterilità si aprono, e una porta verginale e divina avanza: a partire da essa, tramite essa, il Dio che sta al di sopra di tutti gli esseri deve «venire al mondo» «corporalmente», secondo l’espressione di Paolo, ascoltatore dei segreti ineffabili. Oggi, dalle radici di Iesse spuntò un virgulto, da cui germoglierà per il mondo un fiore in sostanza unito alla divinità.

Oggi, a partire dalla natura terrena, un cielo è stato formato sulla terra da Colui che una volta lo aveva reso solido separandolo dalle acque, elevando il firmamento nelle altezze. È un cielo veramente più divino e più elevato del primo, perché Colui che nel primo cielo aveva creato il sole elevò Sé stesso in questo nuovo come un sole di giustizia. (…)

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Nostra Signora Bambina e sua madre, Sant’Anna 

Oggi, il «Figlio del Falegname», Il Verbo universalmente attivo di Colui che tutto costruì attraverso di Lui, il Braccio Potente del Dio Altissimo, volendo affilare tramite lo Spirito – che è come il suo dito – la lama smussata dalla natura, costruì per Sé una scala viva, la cui base è conficcata nella terra, e la cui cima tocca i cieli: Dio riposa su di essa. È sua la figura che Giacobbe contemplò, e tramite essa scese dalla Sua immobilità, o meglio, Si chinò con condiscendenza, rendendoSi così «visibie sulla terra, e conversando con gli uomini».(…). La scala spirituale, la Vergine, è fissa nella terra, perché nella terra Ella ha la sua origine, ma la sua testa si eleva al cielo. La testa di ogni donna è l’uomo, ma per lei, che non conobbe uomo, Dio Padre occupa il posto della sua testa: attraverso lo Spirito Santo, Egli concluse un’alleanza e come seme divino e spirituale inviò Suo Figlio e Verbo, forza onnipotente. In virtù del beneplacito del Padre, non è tramite un’unione naturale, ma è superando le leggi della natura, attraverso lo Spirito Santo e attraverso la Vergine Maria, che il Verbo Si fece carne e visse tra noi. È grazie a ciò che si vede che l’unione di Dio con gli uomini si compie attraverso lo Spirito Santo.

Oggi è edificata la Porta dell’Oriente, che darà a Cristo «ingresso e uscita», e «questa porta sarà chiusa». In essa si trova Cristo, «la Porta delle Pecore», e «il Suo nome è Oriente»: attraverso di Lui avemmo accesso al Padre delle Luci. Oggi hanno soffiato le brezze annunciatrici di una gioia universale. Si rallegri il cielo nelle altezze, che sotto di esso «esulti la terra», che i mari del mondo ambiscono, perché nel mondo si è appena concepita una conchiglia, che tramite il chiarore celeste della divinità concepirà nel suo seno, generando la perla inestimabile, Cristo. Da essa uscirà il «Regno della Gloria», rivestito dalla porpora della sua carne, per «visitare i prigionieri», e per «proclamare la liberazione». Che la natura trabocchi di gioia: l’agnellino viene al mondo, grazie al quale il Pastore rivestirà la pecora, togliendole le tuniche dell’antica mortalità. Che la verginità formi i suoi cori di danza, perché nacque la Vergine che, secondo Isaia, «concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuele, che significa “Dio con noi”». Imparate, o Nestoriani, e fuggite alla vostra sconfitta: «Dio con noi»! Non è né soltanto un uomo, né un messaggero, ma il Signore in Persona che verrà e ci salverà.

La nascita della nuova EvaRallegrati, padre Adamo, ma soprattutto tu, o madre Eva, esulta, voi che foste i progenitori di tutti gli uomini, ma ne foste pure uccisori, e, cosa più triste, prima uccisori che progenitori. Consolatevi entrambi per questa figlia, e per tale figlia; ma Eva maggiormente, che fu la prima causa del male, e ne trasfuse l’obbrobrio in tutte le donne. Sta per venire il tempo in cui tale obbrobrio sarà tolto, e l’uomo non avrà più motivo di lamentarsi della donna; cercando infatti imprudentemente di scusare se stesso, non aveva esitato ad accusarla crudelmente dicendo: La donna che hai dato, mi ha offerto di quelfrutto, e io ne ho mangiato (Gen 3, 12). Perciò corri, o Eva, da Maria, corri, madre dalla figlia; risponda la figlia per la madre, essa tolga la vergogna della madre, essa sia soddisfazione al padre per la madre, perché ecco, se l’uomo è caduto per causa della donna, d’ora in poi non si rialzerà se non per merito di una donna.Che cosa dicevi Adamo? La donna che mi hai dato, mi ha offerto di quelfrutto, e io ne ho mangiato. Son queste parole piene di malizia che aumentano, più che togliere, la colpa. Tuttavia la Sapienza vinse la malizia quando Dio trovò nel tesoro inesauribile della sua pietà quell’occasione di perdono che aveva inutilmente tentato di far nascere da te quando ti interrogò.Ecco, ti viene data una donna in cambio di un’altra donna, una donna prudente invece di quella sciocca, umile, al posto di quella superba, la quale ti porge, in cambio del frutto della morte, il sapore della vita, e invece dell’amarezza di un cibo velenoso ti procura la dolcezza di un frutto. Cambia pertanto le tue parole di scusa iniqua in parole di ringraziamento, dicendo: “Signore, la donna che mi hai dato mi ha offerto il frutto della vita, e io ne ho mangiato, e divenne nella mia bocca più dolce del miele, perché per esso mi hai ridato la vita”. Ecco, per questo fu mandato l’Angelo alla Vergine. O Vergine mirabile e degnissima di ogni onore! O donna sopra ogni altra veneranda e meravigliosa, che ha riparato il male dei progenitori e ridato la vita ai loro discendenti!S. Bernardo (1091-1153): Lodi della Vergine Maria – omelia 2

«Benedetto colui che viene in nome del Signore», «il Signore è Dio, e ci illuminò»; «Celebriamo una festa» per la nascita della Madre di Dio. Riempiti di giubilo, Gioacchino: da tua figlia «un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio (…) e gli sarà dato questo nome: Angelo del grande Consiglio (vuol dire, Salvezza dell’Universo) Dio Forte». Che Nestorio divenga rosso e porti la mano sulla bocca. Il bambino è Dio; per cui, perché non sarebbe la Madre di Dio, colei che Lo mise al mondo? «Se qualcuno non riconosce per Madre di Dio la Santa Vergine, è separato dalla divinità» La frase non è mia, ma tuttavia mi appartiene: la ricevetti come un prezioso tesoro e eredità teologica da mio padre Gregorio, il Teologo.

O Gioacchino ed Anna, coppia castissima, «coppia di tortore» nel senso mistico! Osservando la legge della natura, la castità, meritaste i doni che superano la natura: metteste al mondo una Madre di Dio senza sposo. Dopo un’esistenza santa e pia in una natura umana, generaste una figlia superiore agli angeli e che adesso regna su di essi. O Figlia graziosissima e dolcissima, o giglio fiorito tra le spine, dalla discendenza nobilissima e regale di Davide! Attraverso te la regalità si riempì con il sacerdozio; attraverso te si compì «il cambiamento della Legge», e si rivelò lo spirito nascosto sotto la lettera, perché la dignità sacerdotale passò dalla tribù di Levi a quella di Davide. O Rosa fiorita dalle spine dell’ebraismo, che riempie l’universo con un profumo divino! O figlia di Adamo e Madre di Dio! Beati i reni e il grembo da cui sorgesti! Beate le braccia che ti portarono, le labbra che sperimentarono i tuoi casti baci, le labbra dei tuoi genitori, affinché tu fossi in tutto eternamente vergine. Oggi è per il mondo l’inizio della salvezza. «Acclami al Signore tutta la terra, gridate, esultate con canti di gioia». Alzate la vostra voce, «fatela ascoltare senza timore», perché nella Santa Probatica ci nacque una Madre di Dio, da cui volle nascere l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo.

Tremate di gioia, o montagne, nature razionali, rivolte verso l’acume della contemplazione spirituale: la montagna del Signore, risplendente, viene al mondo, superando tutte le montagne e tutte le colline, cioè gli angeli e gli uomini; Cristo volle separarsi da lei senza intervento della mano dell’uomo, Egli che è la Pietra Angolare, Persona Una, che avvicina a Sé ciò che è lontano: la divinità e l’umanità, gli angeli e gli uomini, i gentili e l’Israele carnale in uno solo Israele spirituale. «Montagna di Dio, montagna di abbondanza, montagna che Dio scelse per il suo riposo. I carri di Dio vengono a migliaia, con esseri risplendenti» della grazia divina, cherubini e serafini. O cima più santa del Sinai, non coperta né dal fumo, né dalle tenebre, né da tempeste, nemmeno dal fuoco mortale, ma dallo splendore che emana dal Santissimo Spirito. Nel Sinai il Verbo di Dio aveva scritto la Legge su tavole di pietre, attraverso lo Spirito, dito divino. Qui, dall’azione dello Spirito Santo e dal sangue di Maria, il Verbo stesso si è incarnato, dandosi alla nostra natura come la più efficace medicina di salvezza. Prima era la manna; qui vi è Colui che diede la manna e la sua dolcezza.

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I Vangeli non dicono nulla sulla sua nativià. Nessun
resoconto della profezia, né apparizioni di angeli
e neppure segni straordinari sono narrati
dagli Evangelisti 

Che la celebre dimora che Mosè costruì nel deserto con materiali preziosi di ogni tipo, e ancora prima di essa la dimora di nostro padre Abramo, svaniscano dinnanzi alla dimora di Dio, viva e spirituale. Essa fu il riposo, non soltanto dell’energia divina, ma della Persona del Figlio, che è Dio, presente sostanzialmente. Che l’arca ricoperta d’oro riconosca che non ha niente paragonabile con Maria, e alla stessa maniera l’urna d’oro con la manna, il candelabro, il tavolo e tutti gli oggetti del culto antico: essi furono onorati perché tutti la prefiguravano, come ombre del vero prototipo.

Oggi il Creatore di tutte le cose, Dio Verbo, ha fatto un libro nuovo, uscito dal cuore del Padre per essere scritto, come se fosse da una canna, dallo Spirito, che è la lingua di Dio. Questo libro fu dato a un uomo che conosceva le lettere, ma che non lo leggeva. Giuseppe, in effetti, non conobbe Maria, né il significato del mistero in sé. O figlia tutta santa di Gioacchino e di Anna, che fuggisti agli sguardi dei Principati e delle Potestà e agli «assedi infiammati del maligno», e che vivesti nel talamo dello Spirito, per essere custodita intatta e per diventare sposa di Dio e Madre di Dio per natura! O figlia tutta santa, che apparisti nelle braccia di tua madre, tu sei il terrore delle potenze di ribellione! O figlia tutta santa, alimentata dal latte materno e circondata da legioni angeliche! O figlia amata di Dio, onore dei tuoi genitori, generazioni di generazioni ti proclamano beata, come tu stessa affermasti con verità! O figlia degna di Dio, bellezza della natura umana, riabilitazione di Eva, la nostra prima madre! Grazie alla tua nascita, colei che cadde fu redenta. O figlia tutta santa, splendore del sesso femminile! Se la prima Eva, in effetti, fu colpevole di trasgressione, e se a causa sua «la morte fece il suo ingresso nel mondo» (perché ella si mise a servizio del serpente contro il nostro primo padre), Maria che si fece serva della volontà divina, ingannò il serpente ingannatore e introdusse nel mondo l’immortalità.

O figlia sempre Vergine, che può concepire senza intervento umano, perché Colui che concepisti ha un Padre Eterno! O figlia della razza terrena, che porti nelle tue braccia divinamente materne il Creatore! I secoli rivaleggiavano tra di loro per sapere chi avrebbe avuto l’onore di vederti nascere, ma il disegno fissato in anticipo da Dio, «che fece i secoli» pose fine a questa rivalità, e gli ultimi divennero i primi, essi a cui fu attribuita la felicità della tua Natività. In verità, tu sei più preziosa di tutto il creato, perché soltanto da te il Creatore ricevette in condivisione le primizie della nostra materia umana. La Sua Carne fu fatta dalla tua carne, il Suo Sangue dal tuo sangue; Dio Si nutrì del tuo latte, e le tue labbra toccarono le labbra di Dio. O meraviglie incomprensibili e ineffabili! Nella prescienza della tua dignità, il Dio dell’universo ti amò; perché ti amò, ti predestinò, e negli «ultimi tempi» ti chiamò all’esistenza, e ti fece Madre per generare un Dio e alimentare il Suo proprio Figlio e Verbo.

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Nostra Signora Bambina e San Gioacchino, suo padre 

O donna amabilissima, tre volte beata «Tu sei la benedetta fra le donne e benedetto il frutto del tuo seno»! O donna, figlia del Re Davide e Madre di Dio, Re dell’Universo! O divino e vivente capolavoro, in cui Dio Creatore si rallegrò, il cui lo spirito è governato da Dio e attento soltanto a Lui, e il cui desiderio si eleva soltanto a Colui che è l’unico amabile e desiderabile, che non ti fa incollerire se non contro il peccato e contro quello che lo fece nascere! Avrai una vita superiore alla natura, perché non è per te che la avrai, giacché non è neanche per te che tu nascesti! Avrai prima la tua vita per Dio, ed è per causa Sua che venisti in vita, per causa di Chi servirai alla salvezza universale, affinché l’antico disegno di Dio, l’Incarnazione del Verbo e la nostra divinizzazione si compia tramite te.

Il ti saluto, Maria, figlia dolcissima di Anna. Di nuovo a te l’amore mi spinge. Come descrivere il tuo camminare pieno di serietà, i tuoi abiti, la grazia del tuo viso, la maturità del discernimento in un corpo giovanile? Il tuo modo di essere era modesto, lontano da qualsiasi lusso e da qualsiasi indolenza; il tuo camminare era grave, senza fretta, senza pigrizia; il tuo carattere era serio, temprato dal giubilo, da una perfetta riserva riguardo agli uomini – testimonianza di ciò è l’inquietudine che ti assalì quando l’angelo ti fece la proposta. Docile e ubbidiente ai tuoi genitori, avevi umili sentimenti nelle più alte contemplazioni, parola amabile, proveniente da un’anima pacifica. In sintesi: che altra degna dimora se non tu per Dio? Con ragione tutte le generazioni ti proclamano beata, o glora insigne dell’umanità! Tu sei l’onore del sacerdozio, la speranza dei cristiani, la pianta feconda della verginità, perché è attraverso di te che la fama della verginità si estese ai confini del mondo. «Tu sei la benedetta fra le donne e benedetto il frutto del tuo seno». Coloro che confessano la tua maternità divina sono benedetti, e maledetti coloro che la negano.

Gioacchino ed Anna, coppia benedetta, ricevete da me queste parole di anniversario. O figlia di Gioacchino e di Anna, o Sovrana, accogli la parola di questo tuo servo peccatore, ma infiammata dall’amore, e per chi tu sei l’unica speranza e gioia, la protettrice della vita e, insieme a tuo Figlio, la riconciliatrice e solida garanzia di salvezza. Che tu possa alleggerirmi dal fardello dei miei peccati, dissipare la nebbia che oscura il mio spirito e il peso che mi lega alla materia. Che tu possa fermare le tentazioni, governare felicemente la mia vita e condurmi per mano fino alla felicità dell’Alto. Concedi la pace al mondo, e a tutti gli abitanti ortodossi di questa città concedi un’allegria perfetta e la salvezza eterna, attraverso le preghiere dei tuoi genitori e da tutto il Corpo della Chiesa. Così sia, così sia! «Salve, o piena di grazia, il Signore è con te! «Tu sei la benedetta fra le donne e benedetto il frutto del tuo seno», Gesù Cristo, il Figlio di Dio. A Lui la Gloria, con il Padre e lo Spirito Santo, nei secoli dei secoli. Amen.

(Omelia Sulla Natività di Maria: San Giovanni Damasceno, (c. 676-749) –  monaco, teologo)

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