I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia

L’Eucaristia, l’Immacolata e il Sommo Pontefice!

Categoria: Araldi del Vangelo (Page 1 of 116)

Santa Maria Salome a Veroli

Santa Maria Salomè a Veroli 

Giuseppe Cesari, detto Cavalier d’Arpino (1568-1640)

Pala d’altare raffigurante Santa Maria Salomè, ca. 1621-1625 

dipinto di Santa Maria Salomè a Veroli
Abside della Chiesa di Santa Maria in Salomè, piazza Santa Maria in Salomè, Veroli (FR)

La pala di Santa Maria Salomè nell’omonima chiesa di Veroli, opera del pittore seicentesco Giuseppe Cesari, è immersa in un contesto settecentesco e dialoga con le opere al suo fianco. La santa, che secondo la tradizione arrivò a Veroli nel 1209, viene effigiata dal Cavalier d’Arpino in una posa ieratiche e severa, che rimanda alla produzione pittorica degli anni venti. 

Collocazione 

L’opera è collocata nel catino absidale della basilica di Santa Maria Salomè a Veroliall’interno di una  cornice in gesso dorato sorretta da due putti, che risale al  settecento. Originariamente, come risulta dalla descrizioni  redatta in occasione della Visita del Vescovo Francesco  Lombardi del 1656, la pala era di forma rettangolare,  collocata sempre nella parte absidale della chiesa e  sull’altare maggiore. Il discorso artistico che andava ad  instaurarsi vedeva la pala di Santa Salomè al centro, le  statue dei santi Giacomo e Giovanni ai lati dell’altare ed una madonna in stucco in alto. La pala si deduce già in loco da  quanto si legge nel resoconto della Visita del Vescovo  Baglione Corradini nell’aprile del 1627, che riporta:  <<Visitò l’altare maggiore e lo trovò decorosamente  ornato>>. 

I rinnovamenti settecenteschi

I rinnovamenti settecenteschi (che coincidono  con l’attuale aspetto della chiesa) mutano l’impianto  artistico, senza stravolgere i rapporti tra i vari personaggi.  Infatti, sebbene la pala venne spostata leggermente più in  alto e collocata all’interno della sontuosa cornice dorata, ai  lati dell’abside vennero disposte che ritraggono i santi figli Giacomo e Giovanni. Inoltre, sebbene il Rottgen indichi genericamente lo spostamento della pale nel settecento, è probabile che  questo sia avvenuto attorno al 1742. Il vescovo  Tartagni volle quindi far costruire l’altare maggiore e la  confessione con marmi preziosi e alabastro. Questi diventarono lo scrigno delle reliquie di Sàlome e dei suoi compagni martiri Biagio e Demetrio. 

Lo stile del Cavalier d’Apino al momento della realizzazione dell’opera 

La pala del Cesari raffigura Maria Salomè, santa è particolarmente venerata a  Veroli. Secondo la tradizione Salomè sarebbe giunta a Veroli e nel 1209 furono rinvenuti i suoi resti nel luogo ove  è edificata l’attuale basilica. La pala rientra in una produzione  artistica del Cavalier D’Arpino limitata a pale d’altare e  quadretti dal contenuto biblico o mitologico. Dal 1620 il  Cesari sviluppa uno stile severo, con figure immobili e ieratiche rifacendosi quasi a forme paleocristiane . L’orientamento  bizantineggiante ed il gusto figurativo paleocristiano  trovano coerenza con l’arte romana attorno al 1600, sotto  l’influsso del cardinale Baronio. 

La pala 

La Pala d'altare della chiesa di Santa Maria Salomè che raffigura l'omonima santa

Questa tendenza è dimostrata dalla pala di Salomè, vicina pure alla pala del  San Michele ad Arpino dello stesso periodo. Il tardo stile  manieristico sembra spingere l’autore ad abbandonare la  retorica dei gesti ed a concentrarsi sulla scelta cromatica.  Una scelta costituita da tonalità delicate, ma fredde con  accordi di grigio- azzurro e giallo-oro. Assieme alle statue  dei santi Giacomo e Giovanni e dai successivi dipinti che le  sostituirono, il dipinto interpreta la liturgia pasquale. Infatti, la seguace di Gesù compare sull’altare, come se fosse la  mattina di Pasqua, con la pisside contenente gli unguenti  nella mano sinistra e con la mano destra aperta ad indicare il sepolcro vuoto. Quest’ultima sporge dal mantello in  maniera un po’ infelice e troppo in basso. Ciò, riconduce  alla levatrice Salomè (identificata con Maria Salomè) che,  secondo il protovangelo di Giovanni, nei capitoli 19 e 20,  avrebbe dubitato della verginità di Maria durante il parto,  per questo la sua mano si sarebbe seccata, ma guarì dopo  aver toccato Gesù. 

I restauri

L’opera ha subito due diversi restauri,  uno da riferirsi al 1973 in occasione delle mostre (tenute  rispettivamente ad Arpino ed a Roma a Palazzo Venezia ).  L’altro restauro, probabilmente più incisivo, è del 1980 e  dalla perizia di spesa risulta che il dipinto è stato: foderato  su una nuova tela, consolidato il colore, pulito, stuccato,  reintegrato nella superficie pittorica e verniciato secondo le indicazioni del direttore del Consorzio Associato di Nuovi  restauratori, che nel 1980 era Spada Laura.

Bibliografia 

G. D’Onorio – G. Trulli, Veroli un percorso di storia e di arte, Veroli 2014, pp.116-117.

H. Röttgen, Modello storico, modus e stileIl ritorno dell’età paleocristiana attorno al 1600, in Arte e committenza nel Lazio nell’età di Cesare Baronio, a cura di P. Tosini, 2007, pp. 38 -39.

H. Röttgen, Il Cavalier Giuseppe Cesari D’Arpino, Roma, 2002, pp.169-177; p. 443

F. Mancini, Santa Salome e Veroli…quasi la storia, Alatri, 1997, pp. 348-352.

A Veroli si festeggia Santa Maria Salome

Oggi a Veroli, comune della provincia di Frosinone, si festeggia la Santa Patrona: SANTA MARIA SALOME, madre degli Apostoli Giacomo e Giovanni!
Il 25 maggio ricorre appunto la data del ritrovamento dei suoi Santi e miracolosi resti. Preghiamo e supplichiamo che Santa Salome ci ottenga dal Signore la Sua protezione, custodendo in particolar modo i fratelli maggiormente bisognosi.

STORIA
Un avvenimento molto sentito da tutta la popolazione, sia per la devozione cristiana e sia perchè Maria di Salome è la santa patrona di Veroli e dell’intera Diocesi di Frosinone – Veroli – Ferentino.

Il suo nome in ebraico shalom significa pace. Santa Maria Salome nel Vangelo viene nominata (oltre che col proprio nome), come moglie di Zebedeo, madre degli apostoli Giacomo e Giovanni e anche come suocera di Pietro e Andrea.

L'urna contenente i resti mortali della santaDopo l’Ascensione di nostro Signore, superato un periodo di smarrimento per essere “rimasti soli” gli apostoli seppero cogliere il significato del “nuovo messaggio” e partirono per portare il Vangelo agli altri popoli.
Anche santa Salome partì. Accompagnata da San Biagio e San Demetrio. Dopo un longo pellegrinaggio evangelizzante, giunse a Veroli. La santa venne ospitata presso l’abitazione di un pagano: un uomo che si convertì e venne battezzato e chiamato Mauro.
I suoi compagni di viaggio però non ebbero molta fortuna perchè vennero perseguitati ed uccisi.

Nella casa di Mauro Santa Salome godette della tranquillità necessaria per evangelizzare Mauro e le persone del circondario, ma dopo pochi mesi morì. Recenti indagini fanno affiorare l’ipotesi che anche la santa subì una serie di percosse che la portarono alla morte.

Mauro ebbe la sensibilità di curare personalmente la sepoltura di Salome; ne raccolse le spoglie e le racchiuse in una urna di pietra, sulla quale incise le parole: Hae sunt reliquiae B. Mariae Matris apostolorum Jacobi et Joannis.
Timoroso e impaurito dall’eventualità di subire anch’egli il martirio, da parte dei suoi stessi concittadini, Mauro lasciò la propria abitazione e trovò rifugio nella Grotta di Paterno, ove morì dopo tre giorni.

La chiesa della patrona di Veroli - Santa Maria SalomeLa storia di Salome, dopo la sua morte, si tinge di mistero. La sua urna, con le spoglie mortali, venne rinvenuta. Tutti gli intervenuti credettero di aver trovato un grande tesoro ma, ben presto delusi, abbandonarono i resti mortali rinvenuti e nessuno prestò attenzione particolare all’epigrafe.

Un Greco, di religione cristiana, interpretò la scrittura, raccolse le ossa, le avvolse in un panno e le nascose, momentaneamente, in un anfratto delle mura della città. Era sua intenzione trasportarle nella sua patria. Su una pietra incise le parole: Maria Mater Joannis Apostoli et Jacobi ene ista.

Storia e mistero si infittiscono. Il greco non potè realizzare il suo progetto e i resti mortali furono ritrovati il 25 maggio del 1209, da un certo Tommaso. Tommaso aveva sognato San Pietro e Santa Salome e vaveva ottenuto la rivelazione del luogo della sepoltura.

I resti della sepoltura vennero presentati al Vescovo di Penne, all’abate di Casamari e di S. Anastasia in Roma e ad altri monaci.
I Vescovi presenti sollevarono le Reliquie per mostrarle alla folla numerosa: circa cinque mila persone e da un osso della tibia iniziò a sgorgare del sangue.
Il prodigio apparve subito inspiegabile: Vecchie ossa calcinate versavano sangue vivo. Nel vedere ciò, tutto il popolo si raccolse in preghiera e rese grazie a Dio”.

Maria di salome nella Sacra Srittura

Maria Salomè viene menzionata due volte nel Vangelo di Marco con il nome di “Salome” (Mc 15,40 e 16,1), ma grazie ad un confronto parallelo col testo di Matteo (Mt 27,56) la si può identificare come “la madre dei figli di Zebedèo“: Giacomo il Maggiore venerato a Compostela e Giovanni l’Evangelista.

La tradizione la chiamerà, in seguito, “Maria Salomè“.
Insieme all’altra Maria, la madre di Giacomo detto il Minore, andava al seguito di Gesù come discepola fin da quando era ancora in Galilea (Mc 15, 40-41).

È presente durante l’esecuzione di Gesù (Mc 15-40; Mt 27,56) insieme a Maria di Giacomo ed a Maria Maddalena: insieme verranno in seguito indicate dalla tradizione come “le Tre Marie“.
Esse «stavano ad osservare dove veniva deposto» (Mc 15,47) e trascorso il sabato «comprarono oli aromatici per andare ad imbalsamare Gesù» (Mc 16,1). Saranno le prime a ricevere l’annuncio della sua resurrezione e l’incarico di diffondere tale novella

Maria Ausiliatrice. Una storia che attraversa secoli

San Giovanni Bosco è colui che notoriamente ha fatto di più per propagare la devozione alla Madonna con il titolo di Maria Ausiliatrice. Comunque, il diretto riferimento al soccorso prestato da Maria ai suoi figli era già diffuso nella cristianità di lingua greca dei primi secoli. Lo mostrano antiche iscrizioni in cui la Beata Vergine – oltre che con titoli celebri come Theotókos (Madre di Dio) e Panaghia (Tutta Santa) – era invocata come Boetheia, che sta per “aiuto”. San Giovanni Crisostomo si riferì così alla Madre celeste in un’omelia del 345. E così la invocarono diversi altri santi del primo millennio, come per esempio Germano di Costantinopoli (c. 634-733), il quale diceva: “Noi, allontanatici da Dio nella moltitudine dei peccati, attraverso di te abbiamo ricercato Dio e lo abbiamo trovato; e avendolo trovato, siamo stati salvati. Perciò potente è il tuo aiutoper la salvezza, o Madre di Dio”.

In seguito alla vittoriosa battaglia di Lepanto del 7 ottobre 1571, che indusse san Pio V a istituire la festa di Santa Maria della Vittoria (oggi Beata Vergine Maria del Rosario), l’invocazione Auxilium christianorum, “Aiuto dei cristiani”, venne inserita nelle Litanie Lauretane. Oltre due secoli più tardi, il 15 settembre 1815, Pio VII stabilì la celebrazione della festa di “Maria, Aiuto dei cristiani” al 24 maggio, anniversario del suo ritorno trionfale a Roma (24 maggio 1814) dopo i quasi cinque anni di prigionia sotto Napoleone. In origine la festa, già diffusa tra i Servi di Maria fin dal XVII secolo, era limitata alla diocesi di Roma. Ma poi si è estesa in altri luoghi della cristianità, pur senza essere inserita nel Calendario Romano Generale.

Don Bosco aveva appena trent’anni quando nel 1845 la Vergine gli apparve nel rione torinese di Valdocco (toponimo che tradizionalmente sta per Vallis occisorum, “Valle degli uccisi”). E qui gli ordinò la costruzione di una chiesa nel punto esatto del martirio dei santi Avventore e Ottavio, due soldati del III secolo, ritenuti i primi martiri di Torino e celebrati insieme al compagno d’armi san Solutore (decapitato ad alcuni chilometri di distanza dai due). “In questo luogo – disse la Madonna – dove i gloriosi martiri di Torino Avventore e Ottavio soffrirono il loro martirio, su queste zolle che furono bagnate e santificate dal loro sangue, io voglio che Dio sia onorato in modo specialissimo”. Mentre diceva queste parole, trascritte da don Bosco nelle sue Memorie, Maria “avanzava un piede posandolo sul luogo ove avvenne il martirio e me lo indicò con precisione”. Vent’anni più tardi fu posata la prima pietra. E il 9 giugno 1868 avvenne la consacrazione del Santuario di Maria Ausiliatrice.

Il santo educatore commissionò a Tommaso Lorenzone la pala dell’altare maggiore. Questo dipinto raffigura Maria con Gesù Bambino nel braccio sinistro e lo scettro – terminante con un piccolo globo sormontato dalla croce – nella mano destra. Attorno ci sono gli apostoli, gli evangelisti e degli angioletti, e in alto l’irradiazione dello Spirito Santo, rappresentato da una colomba. L’immagine ricevette l’incoronazione canonica nel 1903, sotto Leone XIII, per mezzo dell’arcivescovo Agostino Richelmy.

Il titolo di Ausiliatrice venne poi riportato nella Lumen Gentium, la costituzione dogmatica del Concilio Vaticano II sulla Chiesa che sottolineò la speciale cooperazione di Maria alla Redenzione operata dal divin Figlio: “Questa maternità di Maria nell’economia della grazia perdura senza soste dal momento del consenso prestato nella fede al tempo dell’Annunciazione, e mantenuto senza esitazioni sotto la croce, fino al perpetuo coronamento di tutti gli eletti. […] Per questo la Beata Vergine è invocata nella Chiesa con i titoli di Avvocata, Ausiliatrice, Soccorritrice, Mediatrice” (LG 62).

24 maggio MARIA AUSILIATRICE

MARIA AUXILIUM CHRISTANORUM
Ora pro nobis.

“O Maria,
Vergine potente:
Tu, grande e illustre
difesa della Chiesa,
Tu, aiuto mirabile dei cristiani,
Tu, terribile come esercito schierato
a battaglia,
Tu, che hai distrutto da sola
tutte le eresie del mondo,
Tu nelle angustie, nelle lotte,
nelle necessità
difendici dal nemico
e nell’ora della morte
accoglici nel Paradiso.
Amen”.

(Preghiera composta da San Giovanni Bosco)

24 Maggio: Maria Auxiliadora

𝐌𝐚𝐫𝐢́𝐚 𝐀𝐮𝐱𝐢𝐥𝐢𝐚𝐝𝐨𝐫𝐚 (𝐌𝐚𝐫𝐢𝐚 𝐀𝐮𝐱𝐢𝐥𝐢𝐮𝐦 𝐜𝐡𝐫𝐢𝐬𝐭𝐢𝐚𝐧𝐨𝐫𝐮𝐦).

Todos conocemos la enorme devoción que en todo el mundo cristiano tenemos hacia la Madre de Dios, la Santísima Virgen María, a la que veneramos bajo infinidad de advocaciones. Tenemos que reconocer que entre ellas, una de las más populares es esta: María Auxiliadora, hasta el punto de que tiene una festividad establecida en el calendario de la Iglesia Universal. Intentemos profundizar un poco sobre esta advocación mariana.

“𝐌𝐚𝐫𝐢́𝐚, 𝐚𝐮𝐱𝐢𝐥𝐢𝐨 𝐝𝐞 𝐥𝐨𝐬 𝐜𝐫𝐢𝐬𝐭𝐢𝐚𝐧𝐨𝐬”, es uno de los títulos más antiguos dado a la Madre de Dios. Desde los primeros siglos del cristianismo, la advocación “𝐀𝐮𝐱𝐢𝐥𝐢𝐚𝐝𝐨𝐫𝐚” ya era conocida y utilizada. Entre las muchas inscripciones cristianas encontradas en Oriente, existen dos títulos predominantes referidos a la Santísima Virgen: Θεοτόκος (o Madre de Dios) y Βοήθεια (o Auxiliadora)

Ya San Juan Crisóstomo, arzobispo de Constantinopla en el siglo IV decía que “𝐌𝐚𝐫𝐢́𝐚 𝐞𝐬 𝐮𝐧 𝐚𝐮𝐱𝐢𝐥𝐢𝐨 𝐩𝐨𝐭𝐞𝐧𝐭𝐢́𝐬𝐢𝐦𝐨, 𝐟𝐮𝐞𝐫𝐭𝐞 𝐲 𝐦𝐮𝐲 𝐞𝐟𝐢𝐜𝐚𝐳 𝐝𝐞 𝐪𝐮𝐢𝐞𝐧𝐞𝐬 𝐬𝐞𝐠𝐮𝐢𝐦𝐨𝐬 𝐚 𝐂𝐫𝐢𝐬𝐭𝐨”. Proclo, filósofo griego en el siglo V y San Sabas de Cesarea en el siglo VI también se refieren a María en estos términos, haciéndolo también siglos más tarde San Sofronio de Jerusalén, San Juan Damasceno y San Germán de Constantinopla.

Y es cierto, que María es nuestra auxiliadora, que nos protege contra el mal, porque ya en el mismo libro del Génesis se dice: “𝐏𝐨𝐧𝐝𝐫𝐞́ 𝐞𝐧𝐞𝐦𝐢𝐬𝐭𝐚𝐝 𝐞𝐧𝐭𝐫𝐞 𝐭𝐢 𝐲 𝐥𝐚 𝐦𝐮𝐣𝐞𝐫, 𝐞𝐧𝐭𝐫𝐞 𝐭𝐮 𝐝𝐞𝐬𝐜𝐞𝐧𝐝𝐞𝐧𝐜𝐢𝐚 𝐲 𝐥𝐚 𝐬𝐮𝐲𝐚; 𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐭𝐞 𝐩𝐢𝐬𝐚𝐫𝐚́ 𝐥𝐚 𝐜𝐚𝐛𝐞𝐳𝐚, 𝐦𝐢𝐞𝐧𝐭𝐫𝐚𝐬 𝐭𝐮 𝐚𝐜𝐞𝐜𝐡𝐚𝐬 𝐬𝐮 𝐜𝐚𝐥𝐜𝐚𝐧̃𝐚𝐫” (Gen. 3, 15). Los cristianos vemos en este texto bíblico una alusión a la Santísima Virgen, ya que al ser la Madre de Jesús, es la mujer que lleva la salvación en su linaje, en su descendencia. Y por si tuviésemos dudas acerca de si esta referencia se refiere a María, el mismo San Juan Evangelista, en el libro del Apocalipsis lo deja aun más claro: “𝐔𝐧𝐚 𝐠𝐫𝐚𝐧 𝐬𝐞𝐧̃𝐚𝐥 𝐚𝐩𝐚𝐫𝐞𝐜𝐢𝐨́ 𝐞𝐧 𝐞𝐥 𝐜𝐢𝐞𝐥𝐨: 𝐮𝐧𝐚 𝐌𝐮𝐣𝐞𝐫, 𝐯𝐞𝐬𝐭𝐢𝐝𝐚 𝐝𝐞 𝐬𝐨𝐥, 𝐜𝐨𝐧 𝐥𝐚 𝐥𝐮𝐧𝐚 𝐛𝐚𝐣𝐨 𝐬𝐮𝐬 𝐩𝐢𝐞𝐬 𝐲 𝐮𝐧𝐚 𝐜𝐨𝐫𝐨𝐧𝐚 𝐝𝐞 𝐝𝐨𝐜𝐞 𝐞𝐬𝐭𝐫𝐞𝐥𝐥𝐚𝐬 𝐬𝐨𝐛𝐫𝐞 𝐬𝐮 𝐜𝐚𝐛𝐞𝐳𝐚; 𝐭𝐢𝐞𝐧𝐞 𝐮𝐧 𝐧𝐢𝐧̃𝐨 𝐞𝐧 𝐬𝐮 𝐯𝐢𝐞𝐧𝐭𝐫𝐞 𝐲 𝐥𝐥𝐨𝐫𝐚𝐛𝐚 𝐦𝐢𝐞𝐧𝐭𝐫𝐚𝐬 𝐝𝐚𝐛𝐚 𝐚 𝐥𝐮𝐳, 𝐜𝐨𝐧 𝐠𝐫𝐚𝐧 𝐝𝐨𝐥𝐨𝐫 𝐝𝐞 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐨” (Apocalipsis, 12, 1-2).

Esta advocación, con el paso de los siglos, fue tomando fuerza en toda la Iglesia, en Oriente y en Occidente, llegando su punto culminante en el siglo XIX, cuando San Juan Bosco, puso toda su actividad educativa y apostólica bajo la protección de María Auxiliadora. De todas formas, no olvidemos que ya San Pío V, en el siglo XVI, cuando instituyó la fiesta de Santa María de las Victorias, incluyó la advocación “𝐀𝐮𝐱𝐢𝐥𝐢𝐮𝐦 𝐜𝐡𝐫𝐢𝐬𝐭𝐢𝐚𝐧𝐨𝐫𝐮𝐦” en las letanías lauretanas.

Pero volviendo a Don Bosco, tenemos que resaltar que fue él quien popularizó en todo Occidente la invocación “𝐌𝐚𝐫𝐢́𝐚, 𝐀𝐮𝐱𝐢𝐥𝐢𝐨 𝐝𝐞 𝐥𝐨𝐬 𝐜𝐫𝐢𝐬𝐭𝐢𝐚𝐧𝐨𝐬”. El no podía concebir que el éxito de su labor entre los jóvenes no estuviese favorecido por la acción directa de la Santísima Virgen. El veía ese éxito como una obra directa de María y por eso, en el año 1860 retoma la antigua advocación de “𝐌𝐚𝐫𝐢́𝐚 𝐀𝐮𝐱𝐢𝐥𝐢𝐚𝐝𝐨𝐫𝐚”, ya que fue la misma Virgen María quien le manifestó su deseo de que se la nombrara y honrara bajo esa antigua advocación y esta advocación se expandió por los cinco continentes simultáneamente a la expansión de los salesianos por todo el mundo. San Juan Bosco y Santa María Dominica Mazzarello fundaron una nueva congregación religiosa y no es casual que le pusieran este nombre: “𝐈𝐧𝐬𝐭𝐢𝐭𝐮𝐭𝐨 𝐝𝐞 𝐥𝐚𝐬 𝐇𝐢𝐣𝐚𝐬 𝐝𝐞 𝐌𝐚𝐫𝐢́𝐚 𝐀𝐮𝐱𝐢𝐥𝐢𝐚𝐝𝐨𝐫𝐚”.

A fin de ponerla en la iglesia erigida en Valdocco, San Juan Bosco mandó pintar a Tomás Lorenzone una imagen de la Virgen con el Niño, puesta de forma que apareciese venerada por los doce apóstoles, otros santos y ángeles, siendo esta pintura aquella en la que se han basado otras muchas representaciones de María Auxiliadora. Lorenzone tardó tres años en realizar el trabajo el cual, finalmente, fue puesto en la Basílica de María Auxiliadora en Turín.

Asimismo, San Juan Bosco compuso una oración que es conocida como la “𝐎𝐫𝐚𝐜𝐢𝐨́𝐧 𝐝𝐞 𝐝𝐨𝐧 𝐁𝐨𝐬𝐜𝐨 𝐚 𝐌𝐚𝐫𝐢́𝐚 𝐀𝐮𝐱𝐢𝐥𝐢𝐚𝐝𝐨𝐫𝐚” y que es esta:

Oh, María, Virgen poderosa, grande e ilustre defensora de la Iglesia, singular auxilio de los cristianos, terrible como un ejército ordenado para la batalla. Tú sola has triunfado de todas las herejías del mundo. Oh Madre, en nuestras angustias, en nuestras luchas, en nuestros apuros, líbranos del enemigo y en la hora de la muerte, llévanos al cielo. Amén.

Pidamos en el día de hoy a la Santísima Virgen por la salud y fortaleza del Papa Francisco y por el fin de la guerra en Ucrania. 𝐌𝐚𝐫𝐢𝐚, 𝐚𝐮𝐱𝐢𝐥𝐢𝐮𝐦 𝐜𝐡𝐫𝐢𝐬𝐭𝐢𝐚𝐧𝐨𝐫𝐮𝐦, 𝐨𝐫𝐚 𝐩𝐫𝐨 𝐧𝐨𝐛𝐢𝐬.

La fede che rende possibile l’impossibile

I santi – come Rita da Cascia, invocata per le cause impossibili – possono intercedere per noi. Ma bisogna ricordare che le grazie vanno chieste con fede.

Nel ‘68 era molto in voga lo slogan: siamo realisti, pretendiamo l’impossibile! Ovviamente questo slogan ci può anche far sorridere, ma in realtà, se letto cristianamente, ci dice anche una grande verità.

Crediamo nel potere di intercessione? Se ci crediamo dobbiamo pensare che i santi possono impetrare grazie e protezione per noi. Se crediamo di essere parte di una comunione dei santi che si estende nel tempo e nello spazio, dobbiamo anche credere che i nostri fratelli più avanti di noi nella fede, come i santi, come coloro che ci hanno lasciato e che ora conoscono la gloria del Paradiso, possono intercedere in nostro favore. Il nostro realismo cristiano deve portarci a sentire questa verità come tangibile, reale, concreta.

Prendiamo santa Rita da Cascia, che la Chiesa festeggia il 22 maggio. Ella è conosciuta come “la santa degli impossibili”, cioè santa delle cause disperate. Dobbiamo imparare che spesso il problema non è nella potenza salvifica dei santi, ma nella nostra poca fede: “In verità vi dico: chi dicesse a questo monte: Levati e gettati nel mare, senza dubitare in cuor suo ma credendo che quanto dice avverrà, ciò gli sarà accordato” (Marco 11, 23); “In verità vi dico: se avrete fede pari a un granellino di senapa, potrete dire a questo monte: spostati da qui a là, ed esso si sposterà, e niente vi sarà impossibile” (Matteo 17, 20); “In verità vi dico: Se avrete fede e non dubiterete, non solo potrete fare ciò che è accaduto a questo fico, ma anche se direte a questo monte: Levati di lì e gettati nel mare, ciò avverrà” (Matteo 21, 21); «Gli apostoli dissero al Signore: “Aumenta la nostra fede!”. Il Signore rispose: “Se aveste fede quanto un granellino di senapa, potreste dire a questo gelso: Sii sradicato e trapiantato nel mare, ed esso vi ascolterebbe”». (Luca 17, 5-6).

La Scrittura è chiara a questo riguardo. In questo senso, non è meglio la fede dei semplici che quella dei sapienti? I semplici credono e si affidano, mentre i sapienti sono divorati dalla loro curiosità.

Qualche anno fa sono stato organista in una chiesa in cui la festa di Santa Rita da Cascia era celebrata con grande solennità. Vedevo tutta questa gente semplice che portava ai piedi della santa le proprie aspirazioni, sofferenze, i propri tormenti. E nel loro volto si leggeva quel realismo cristiano di cui parlavo prima, e si capiva che cristianamente pretendevano l’impossibile. Sapevano che nel piano di Dio alcuni di loro sarebbero stati esauditi. E chi non lo sarebbe stato, impossibile per impossibile, continuava a fidarsi.

Preghiera alla Santissima Trinità dettata a Bruno Cornacchiola dalla Vergine della Rivelazione

Sala dell’Immacolata.Parete sud. F. Podesti: Proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione

«Ti glorifico o Dio, divino e uno, nella divina santità del Padre, perché mi hai creato quel dì che ti compiacesti di crearmi. Ti benedico o Figlio del Padre, nella perfezione umanistica divina, perché mi hai salvato, spargendo, nella via del soffrire, il Sangue benedetto, divino e umano. Ti ubbidisco o Spirito Santo, nei doveri per la mia santificazione, affinché mi infiammi d’amore, di fede, di speranza, per il Padre. Ti innalzo e metto nel mio cuore, o Trinità divina, in un solo Dio, nell’unità perfetta d’amore e di giustizia, perché mi dai Maria, Figlia, Sposa e Madre, nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo, via, verità e vita d’ogni essere, per incamminarmi nella via che porta a te, nella verità che fa conoscere te, nella vita che scaturisce solo da te, per amarti, glorificarti e benedirti in eterno, nella gloria degli angeli osannanti te, perfetto e santo, uno e trino, in Maria santissima per te nostra Madre».

Fulton Shenn: La Croce e la Volontà di Dio

Nostro Signore non ci ha mai promesso che saremmo stati senza croce; ha solo promesso che non saremmo mai stati sopraffatti da essa. San Pietro amava così tanto la croce che, quando arrivò il momento della sua esecuzione, chiese di essere crocifisso a testa in giù. Colui che non fu ritenuto colpevole di nessun altro crimine se non quello dell’eccesso d’Amore, ci faccia odiare il carico di peccato che ha formato la Sua croce. L’intera croce, portata in unione con la Sua volontà e seguendo le Sue orme, è più facile da sopportare rispetto alle schegge contro cui ci ribelliamo.

(Fulton J. Sheen)

San Giovanni Battista de’ Rossi

Nonostante il timore delle crisi epilettiche lo avesse tenuto a lungo lontano dal confessionale, divenne popolare per il moltissimo tempo dedicato al sacramento della Confessione

Nonostante il timore delle crisi epilettiche lo avesse tenuto a lungo lontano dal confessionale, san Giovanni Battista de’ Rossi (1698-1764) divenne popolare per il moltissimo tempo dedicato al sacramento della Confessione. Nato in provincia di Alessandria, ultimo di quattro figli, rimase orfano del padre quando aveva appena 12 anni. Poco tempo dopo perse anche il fratello. A 13 anni si trasferì a Roma dove studiò dai gesuiti, dedicandosi poi all’approfondimento di filosofia e teologia.

In questo periodo iniziarono a manifestarsi forti attacchi epilettici, che misero a rischio il suo sogno di divenire sacerdote. Nel 1721 ottenne una dispensa canonica e poté vestire la talare a soli 23 anni, grazie alla rapidità con cui concluse gli studi, figlia di un’intelligenza fuori dal comune. Diede vita alla Pia Unione di Sacerdoti Secolari (che nel secolo successivo avrà alla sua guida il futuro Pio IX, il papa che lo beatificò), spendendosi in vari modi: aiutava le donne senzatetto a trovare un ospizio, andava a confortare i malati nelle loro case, insegnava ai giovani le verità di fede e di morale. Tra i romani divenne noto come un secondo san Filippo Neri (1515-1595). Suo cugino Lorenzo, canonico all’antica Basilica di Santa Maria in Cosmedin, lo volle come assistente, con l’intento di farlo divenire suo successore: Giovanni Battista, pur tra le lacrime, accettò.

Il cugino fu poi colpito da un grave ictus, in seguito al quale divenne intrattabile. Arrivò ad attribuire a Giovanni Battista la causa delle sue sofferenze e, al culmine della rabbia, gli lanciava le bottigliette delle medicine in modo così violento che non di rado il santo usciva dalla stanza con la testa sanguinante. Ma il buon sacerdote stette sempre accanto al suo familiare fino a quando questi morì.

Nel 1737 divenne canonico a Santa Maria in Cosmedin, donando ai poveri quanto ricavato dalla vendita della casa del cugino. Un paio di anni più tardi, incoraggiato da un amico e consigliato da un vescovo (il quale gli disse che il confessionale era tutt’uno con la sua vocazione), chiese e ottenne la facoltà di confessare.

I fedeli facevano la fila per confessarsi con lui. Non gli mancarono però altre sofferenze, dovute agli attacchi rancorosi di un canonico che lo accusò di aver mentito per ottenere la dispensa papale. Giovanni Battista arrivò ad ammalarsi per il dolore causatogli dall’ingiusta accusa. Ma anche in questo caso non perse la sua carità, visitando più volte quel sacerdote, a sua volta ammalatosi. Nel 1748 la salute del santo subì un peggioramento, ma lui continuò a svolgere il suo ministero, celebrando Messa, ascoltando confessioni e andando a cercare le sue anime perfino nelle taverne. L’ultimo anno e mezzo lo passò quasi sempre a letto, tornando alla casa del Padre il 23 maggio 1764. È stato canonizzato da Leone XIII l’8 dicembre 1881, giorno dell’Immacolata. Una sua biografia è stata composta dalla scrittrice inglese Elizabeth Herbert.

ROCCAPORENA E SANTA RITA: INCANTO MISTICO!

Lo Scoglio Sacro

Lo Scoglio Sacro s’innalza per 120 metri sul borgo di Roccaporena.

La tradizione vuole che Rita salisse, attraverso un sentiero scosceso, in cima alla montagna per pregare e sentirsi più vicina a Dio. Oggi quel sentiero è stato sostituito da un comodo cammino scandito dalle stazioni della Via Crucis. Lungo tutto il sentiero, lastre di pietra coprono il parapetto e recano incisi i nomi dei devoti che le hanno donate.

In cima alla montagna, nel 1919 venne costruita una cappellina, restaurata e ricostruita nel 1979 dall’architetto romano Riccardo Leoni, a racchiudere lo sperone di roccia su cui Rita pregava.

Le due concavità contigue scavate, in basso, nella tavola rocciosa inclinata, vengono mostrate ai fedeli come impronte delle ginocchia di Rita; le più piccole, come impronte dei gomiti, e da lì sempre secondo la tradizione, sia stata prelevata dai santi, suoi protettori, per essere condotta in volo a Cascia nel Monastero di Santa Maria Maddalena. Choose and download 8 best spy phone apps from Spy Sniper!

Poco sotto la Cappellina, una fontanella di acqua cristallina spegne l’arsura dei pellegrini dopo la salita. I fedeli raccolgono quell’acqua chiamandola “acqua di Rita”.

La vista dal punto più alto dello Scoglio Sacro toglie il fiato: il borgo di Roccaporena, il Santuario, la Chiesa di San Montano, la Grotta d’Oro, il Lazzaretto, l’Orto del Miracolo e, dal lato opposto, la vegetazione rigogliosa delle vallate umbre regalano al pellegrino scorci meravigliosi.

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