I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia

L’Eucaristia, l’Immacolata e il Sommo Pontefice!

Categoria: Araldi del Vangelo (Page 1 of 106)

XXXIII Domenica del Tempo Ordinario – Anno B.

Giudizio Universale

Vangelo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 24 “In quei giorni, dopo quella tribolazione, il Sole si oscurerà, la Luna non darà più la sua luce, 25 le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte. 26 Allora vedranno il Figlio dell’Uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. 27 Egli manderà gli Angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremitàdella Terra fino all’estremità del cielo. 28 Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina. 29 Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che Egli è vicino, è alle porte. 30 In verità Io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga. 31 Il cielo e la Terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. 32 Quanto però a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa,  gli Angeli nel Cielo  il Figlio, eccetto il Padre” (Mc 13, 24-32).

Liturgia della contrizione o della gloria?

L’Anno Liturgico, sintesi perfetta dell’esistenza terrena di Cristo, ci trasmette sollievo, luce e pace a ogni passo, facendoci partecipare alle più svariate grazie. Nelle letture delle ultime tre domeniche di questo mese, la Chiesa colloca alla nostra portata doni soprannaturali speciali, proponendo alla nostra considerazione la grandezza e la terribilità del Giudizio Universale.

I – Inizio e fine del Ciclo Liturgico

Con sapienza divina e facendo uso di un’insuperabile arte, alla fine del mese di novembre la Chiesa termina un Ciclo Liturgico e dà inizio ad un altro. L’apertura del nuovo anno è molto simile alla chiusura del precedente: la 1ª Domenica d’Avvento prende in considerazione il passo del Vangelo di San Luca a proposito della seconda venuta di Cristo (cfr. Lc 21, 25-28.3436) e la 33ª del Tempo Ordinario focalizza la stessa tematica, secondo San Marco.

Perché la Chiesa utilizza un metodo, a prima vista, ripetitivo, essendo il suo tesoro insuperabilmente ampio e variato? A chiunque venga in mente questa domanda subito capirà che essa proviene da un’impressione superficiale ed errata. In realtà, l’Incarnazione e la Natività del Salvatore assumono colori più ricchi quando sono focalizzati nella prospettiva del ritorno di Cristo alla fine del mondo, poiché tutti questi avvenimenti si riferiscono ad un unico Essere e hanno, per questo motivo, profonde analogie tra loro. Il Natale e il Giudizio Universale costituiscono gli estremi opposti di un solo e immenso arco. Nel la mangiatoia, troviamo il Bambino “che verrà a giudicare i vivi e i morti” (II Tm 4, 1). Nella Valle di Josafat, vedremo lo stesso Innocente nato nella Grotta di Betlemme “venire sulle nubi con grande potenza e gloria”. Venendo, Gesù ha diviso la storia in due epoche, e al suo ritorno porrà fine al tempo e aprirà le porte dell’eternità. “Gli furono dati potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue Lo servivano: il suo potere è un potere eterno, che non finirà mai, e il suo Regno non sarà mai distrutto” (Dn 7, 14); “Il Signore regna, Si riveste di maestà: Si riveste il Signore, Si cinge di forza” (Sal 92, 1a). Questi sono, del resto, passi della prima lettura (Dn 7, 13-14) e del Salmo Responsoriale dellaSolennità di Cristo Re dell’Universo, che farà il collegamento tra il Tempo Ordinario e l’Avvento.

La regalità di Cristo
Agnello di Dio

Questa commemorazione fu stabilita da Pio XI, meno di un secolo fa, nel 1925. Tuttavia, la considerazione della divina regalità è così antica nella pietà dei fedeli quanto la stessa Liturgia. Riferimenti a questa traboccano dall’Avvento al Tempo Pasquale, passando per la Natività,Epifania e Passione.

La teologia è ricca di riflessioni suquesta tematica, secondo i più svariati aspetti. Per esempio, San Tommaso,1 discorrendo sull’origine del potere reale di Cristo, ci dimostra che Gesù è Re per diritto di natura, per la sua dignità di Capo di tutti quelli che sono uniti a Lui, per la pienezza della grazia abituale, titoli questi gratuiti, ossia, indipendenti dai meriti ottenuti dall’Uomo-Dio.

La Liturgia di questa domenica, però, focalizzerà soprattutto i meriti infiniti del Redentore come fondamento della sua regalità sacra, per dirittodi conquista.2

L’Antifona d’ingresso della Solennità di Cristo Re affermerà: “L’Agnello immolato è degno di ricevere potenza e ricchezza e sapienza e forza e onore: a Lui gloria e potenza nei secoli, in eterno”.3 Il Vangelo canterà: “Pilato Gli disse: ‘Dunque Tu sei Re?’. Rispose Gesù: ‘Tu lo dici; Io sono Re’” (Gv 18, 37). E il Prefazio darà una nota tutta speciale a questa regalità: “Assoggettate al suo potere tutte le creature, offrì alla tua maestà infinita il Regno eterno e universale: Regno di verità e di vita, Regno di santità e di grazia, Regno di giustizia, di amore e di pace”.4

Questo mese parteciperemo, pertanto, a tre domeniche di grande importanza per la nostra vita spirituale. Prima di contemplare il bellissimopanorama che esse ci presentano, sarà di ogni convenienza fare un’incursione nei sentieri della Liturgia per beneficiarci, in questo modo, ancor più delle grazie a loro inerenti.

La Liturgia e l’avanzamento nella vita spirituale

“La vita liturgica – con le sue cerimonie, che parlano ai sensi, coi riti pervasi di gravità e di profonda religione – è l’educatrice dei popoli”.5 La Chiesa ha stabilito un Ciclo Liturgico che abbraccia tutta la vita di Nostro Signore e si ripete nel corso dei tempi. Così, la Liturgia finisce per essere una riproduzione della vita mortale di Gesù, la quale, nei suoi vari episodi, costituisce un vero cielo di meravigliosi misteri ed esempi, una prodigiosa fonte di grazia. “L’Anno Liturgico, espansione della vita soprannaturale al Corpo Mistico nel suo insieme, sostiene, inoltre, la vita spirituale di ognuno dei suoi membri”.6

Per questo è indispensabile, ogni giorno e, più ancora, le domeniche, che concentriamo il nostro spirito nella contemplazione delle letture e prospettive che sono proposte dalla Liturgia, proprio come ci insegna il Concilio Vaticano II: “È ardente desiderio della Madre Chiesa che tutti i fedeli vengano formati a quella piena, consapevole e attiva partecipazione alle celebrazioni liturgiche, che è richiesta dalla natura stessa della Liturgia e alla quale il popolo cristiano, ‘stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo acquistato’ (I Pt 2, 9; cfr. 2, 4-5), ha diritto e dovere inforza del Battesimo”.7

II – Il Giudizio Universale, ultimo atto dell’opera redentrice di Cristo

Focalizziamo alcuni aspetti essenziali e più salienti della 33ª Domenica del Tempo Ordinario, nella quale la Chiesa mira a farci partecipare ai benefici soprannaturali che gli ultimi fedeli della Storia riceveranno.

La fine del mondo: giubilo o terrore?

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 24 “In quei giorni, dopo quella tribolazione, il Sole si oscurerà, la Luna non darà più la sua luce, 25 le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte”.
Riproduzione dell’opera Il Giudizio Universale e l’inferno

La scena che il Vangelo ci proponeè quella della catastrofe escatologica seguita dalla venuta trionfale del Signore, e tanto potràessa esser meditata da un’ottica digiubilo e speranza, come di terrore e orrore.

Nella Chiesa nascente, molto segnata nella sua formazione dalla dottrina diSan Paolo, i fedeli furono condotti a estasiarsi per gli aspetti trionfali di quei giorni venturi, come si può verificare da questo passo della Lettera ai Tessalonicesi: “Il Signore stesso, a un ordine, alla voce dell’Arcangelo e al suono della tromba di Dio, discenderà dal Cielo. E prima risorgeranno i morti in Cristo; quindi noi, che viviamo e che saremo ancora in vita, verremo rapiti insieme con loro nelle nubi, per andare incontro al Signore in alto, e così per sempre saremo con il Signore” (I Ts 4, 16-17). Era la divinadidattica dello Spirito Santo, molto adeguata a quei tempi di persecuzione e martirio, durante i quali i fedeli necessitavano di gloriose e animatrici speranze.

Molto più tardi, a mano a mano che la Cristianità vedeva ergersi le mura dei suoi castelli e brillare le vetrate delle sue cattedrali, l’uomo medievale, in funzione della contingenza di un equilibrio di virtù, aveva bisogno di appassionarsi alla Croce e sentire dolore per i suoi peccati, che hanno causato i tormenti della Passione del Signore. Il preziosissimo Sangue di Cristo, con forza e dinamismo divini, fruttificava giorno dopo giorno in nuove realizzazioni, aprendo le vie per un futuro promettente. Di qui il fatto che lo Spirito Paraclito abbia ispirato quell’epoca storica a tremare, piangere e gemere di fronte alle prospettive poste da San Marco nel Vangelo in questione.

Qualunque sia il punto di vista – terribile o meraviglioso – in cui ci poniamo per analizzare la Liturgia della 33ª Domenica del Tempo Ordinario, è certo che l’opera redentrice di Nostro Signore Gesù Cristo non raggiungerà la sua pienezza fino a quando non si realizzerà il Giudizio Universale. Essa è iniziata con la Vita, Passione e Morte di Cristo, si perpetua con la distribuzione delle grazie conquistate attraverso i Sacramenti e terminerà nel giudizio dell’umanità , in funzione della corrispondenza ai benefici ricevuti.

Ecco qui, in rapide parole, il panorama liturgico-storico per meglio seguirela sequenza di queste tre importanti domeniche, a cominciare dai primi due versetti di Marco.

Cristo, Giudice dei morti e dei vivi

26 “Allora vedranno il Figlio dell’Uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria”.
Giudizio Universale

Subito dopo, Marco cerca di dare enfasi alla “grande potenza e gloria” del Figlio dell’Uomo che viene “sulle nubi”. Gesù possiede due nature: quella umana e quella divina. Per la divina, è Giudice da tutta l’eternità. Ma come si potrà comprendere l’origine del suo umano potere di giudicare?

Consideriamo inizialmente che Gesù, con la sua Passione e Morte, è diventato nostro Salvatore. San Tommaso insegna che il suo potere di Giudice universale proviene da questa nostra liberazione dalla morte e dal peccato, operata da Lui attraverso la sua umanità: “C’è da dire che, secondo la natura umana, Cristo ci ha liberato tanto dai mali spirituali quanto da quelli temporali, e ci ha ottenuto i beni spirituali ed eterni. È naturale che chi ha acquisito i beni, li distribuisca. Questa distribuzione esige un Giudizio affinché ognuno li riceva in base al suo grado. Pertanto, Cristo, secondo la sua umana natura, è stato costituito da Dio Giudice degli uomini che ha salvato. […] Cristo Si è umiliato fino all’estremo sottomettendoSi a un giudizio umano che Lo ha giudicato ingiustamente. Come premio per questo, Dio Lo ha costituito Giudice dei morti e dei vivi”.8

È stato Gesù stesso a dirci: “Chi si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato” (Mt 23, 12).

Il glorioso Giudice: gaudio per i buoni, tristezza per i cattivi

Ci si potrebbe chiedere se non sarebbe meglio, per il castigo dei cattivi, se il Redentore apparisse nel giorno del Giudizio senza esternare tutta la sua “grande potenza e gloria”. San Tommaso d’Aquino, con la sua insuperabile chiarezza, discorre sulla questione, cominciando col provare la necessità che il Giudice Eterno sia annunciato da eventi grandiosi: “Cristo apparirà per giudicare gli uomini, rivestito di gloria, in virtù dell’autorità propria di giudice. Ora, la dignità del potere giudiziario deve esser preceduta da certi segni che suscitino riverenza e soggezione. Per questo, l’avvento di Cristo, come Giudice, sarà preceduto da molti segnali, che avvertiranno gli uominiad avere i cuori disposti a sottomettersi alla sentenza del Giudice in procinto di arrivare e a prepararsi per il Giudizio”.9
Presentazione di Gesù Bambino nel Tempio

Di fronte a questa prospettiva, si porrebbe una questione: se sarà così, avranno i cattivi, per lo menodurante il Giudizio, la possibilità di vedere Dio faccia a faccia? Ci risponde San Tommaso: “Se i cattivi vedessero Dio nella proprianatura, ossia, nella sua divinità, avrebbero già con questo un premio, di cui si sono resi indegni col peccato. È, pertanto, molto conveniente che Dio giudichi, nonsecondo la sua natura propria, masecondo la sua natura umana assunta. In questo modo, potrà giudicare i buoni e i cattivi, senza che questi ultimi ricevano premio alcuno.

“Appartenendo il potere giudiziale di Cristo al suo trionfo ed esaltazione, come anche alla gloria della Resurrezione, apparirà nel Giudizio non in forma umile, che appartiene al merito, ma gloriosa, che è propria del premio. Per questa ragione si dice nel Vangelo che si vedrà il Figlio dell’Uomo venire sulle nubi con grande potenza e maestà”.10

Non dimentichiamoci che questo glorioso Giudice è quello stesso Bambino presentato da Maria al vecchio Simeone, il quale fece la profezia: “Egli è quiper la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione” (Lc 2, 34). Ossia, sarà lo stesso Gesù, nella sua gloria, motivo di giubilo per i buoni e di tristezza e terrore per i cattivi.

La resurrezione dei corpi

27 “Egli manderà gli Angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della Terra fino all’estremità del cielo”.

San Marco riferisce, oltretutto, questa affermazione del Maestro, con un evidente riferimento alla resurrezione dei corpi. Un altro fatto grandioso. Quel giorno, ognuno riprenderà il proprio corpo nella sua integrità, come ci insegna San Tommaso nella Somma Teologica: “L’uomo deve risorgere perfetto, poiché si ricostituirà per ricevere la sua ultima perfezione. Pertanto, tutte le membra che il corpo umano ha in questa vita dovranno ricostituirsi nella resurrezione”.11

Inoltre, in un’altra opera San Tommaso afferma: “Siccome l’uomo deve ricevere una pena o un premio, secondo gli atti eseguiti durante la vita, è conveniente che gli uomini conservino le stesse membra con le quali hanno servito o il peccato o la santità, affinché così siano o castigati o premiati gli stessi che hanno peccato o meritato”.12

III – È ancora tempo di pentimento e conversione

28 “Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina. 29 Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che Egli è vicino, è alle porte. 30 In verità Io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga. 31 Il cielo e la Terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. 32 Quanto però a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa, né gli Angeli nel Cielo né il Figlio, eccetto il Padre”.
Riproduzione dell’opera Il Giudizio Universale e l’inferno

Questo mondo, macchiato dai peccati dell’umanità, dovrà esserepurificato dal fuoco addirittura prima del Giudizio Universale. Che magnifico spettacolo ci offre la Liturgia di queste tre domeniche consecutive! Eccellente occasione per meditaresui nostri Novissimi, come ci consiglia il Siracide: “Memorare novissima tua et in æternum non peccabis – Ricordati della tua fine e non cadrai mai nel peccato” (7, 36). Ottima occasione per analizzare il nostro comportamento di fronte alle grazie ricevute, dal nostro Battesimo a oggi. Siamo stati fedeli a tutti gli inviti fatti dallo Spirito Santo nelle nostre anime? Se noi, oggi, dovessimo presentarci davanti al giudizio di Dio, certamente tremeremmo per tanti capricci e disordini che ostacolano il nostro progresso nella vita spirituale. Per fortuna c’è ancora possibilità peri buoni propositi e per un cambiamento di vita.

Questo è uno degli obiettivi della Liturgia di oggi. Non sappiamo quale saràil giorno del nostro giudizio particolare, né quello del Giudizio Universale. La morte si avvicina a noi ad ogni secondo che passa, il peccato guadagna terreno sulle nostre abitudini, il nostro cuore si va indurendo passo a passo e il libro quotidiano della nostra vita viene scritto da Dio, senza che un solo minimo atto, pensiero o desiderio sia da Lui trascurato.

Questo diario minuzioso e implacabile sarà oggetto del giudizio di ogni uomo nell’ora della sua morte, e proclamato per la conoscenza di tutta l’umanità e degli Angeli nel giorno del Giudizio Universale. Ci resta ancora tempo per la misericordia e il perdono; sappiamo umiliarci e supplicare speciali grazie di conversione, per spegnere così, col pentimento, gli orroriche ci riempiranno di vergogna in quel giorno d’ira, calamità e miseria. “Il timore del Signore vale più di ogni cosa; chi lo possiede a chi potrà essere paragonato?” (Sir 25, 11), dice ancora il Siracide. E più avanti, aggiunge: “Se non ti afferri con forza al timore del Signore, la sua casa andrà presto in rovina” (27, 3). L’Anno Liturgico è pieno della soavità, dolcezza e mansuetudine di Cristo, ma non dobbiamo sottovalutare il timore, soprattutto in queste domeniche in cui sono focalizzati i fenomeni escatologici.

Come ci insegna il Cardinale John Henry Newman, “il timore e l’amore devono andare insieme; continuate a temere, continuate ad amare fino all’ultimo giorno della vostra vita. […] dovete sapere quello che significa seminare quaggiù con lacrime, se volete cogliere con gioia nell’aldilà”.13

E Sant’Agostino commenta: “Se sentiamo timore o terrore, se sono trasalite le nostre viscere, cambiamo vita finché siamo in tempo. Questo è il più benefico timore. Nessuno può, fratelli, cambiare senza il timore, senza la tribolazione, senza tremare. Battiamoci il petto quando la coscienza ci accusa dei nostri peccati”.14

1) Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO. Somma Teologica. III, q.59, a.2; a.3.

2) Cfr. Idem, q.49, a.6; q.59, a.3.

3) SOLENNITA’ DI NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO, RE DELL’UNIVERSO.

Antifona d’ingresso. In: MESSALE ROMANO. Riformato a norma dei

decreti del Concilio Ecumenico Vaticano II e promulgato da

Papa Paolo VI. 2.ed. Città del Vaticano: L. E. Vaticana, 2000, p.280.

4) RITO DELLA MESSA. Preghiera Eucaristica: Prefazio della

Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo, Re dell’Universo.

In: MESSALE ROMANO, op. cit., p.281.

5) MURA, Ernest. Il Corpo Mistico di Cristo. Alba: Paoline,

1949, p.327.

6) Idem, p.343.

7) CONCILIO VATICANO II. Sacrosanctum Concilium, n.14.

8) SAN TOMMASO D’AQUINO. Compendium Theologiæ. L.I, c.241.

9) SAN TOMMASO D’AQUINO. Somma Teologica. Suppl., q.73, a.1.

10) SAN TOMMASO D’AQUINO. Compendium Theologiæ. L.I, c.241.

11) SAN TOMMASO D’AQUINO. Somma Teologica. Suppl., q.80, a.1.

12) SAN TOMMASO D’AQUINO. Compendium Theologiæ. L.I, c.157.

13) NEWMAN, John Henry. Sermon 24. The religion of the day.

In: Parochial and plain sermons. San Francisco: Ignatius,

1997, p.206.

14) SANT’AGOSTINO. Sermo CXIII/B, n.3. In: Obras. Madrid:

BAC, 1983, v.X, p.851.

Santi Nicola Tavelić e compagni

Questi quattro gloriosi martiri francescani (†14 novembre 1391) passarono anni in Terrasanta per custodire i luoghi della vita, morte e risurrezione di Nostro Signore e, imitando san Francesco nell’incontro con il sultano, annunciarono Gesù Cristo ai musulmani

Non va dimenticato l’esempio di questi quattro gloriosi martiri francescani (†14 novembre 1391), che passarono anni in Terrasanta per custodire i luoghi della vita, morte e risurrezione di Nostro Signore. Imitando san Francesco nell’incontro con il sultano, annunciarono Gesù Cristo ai musulmani.

Il croato Nicola Tavelić, l’italiano Stefano da Cuneo e i francesi Deodato da Ruticinio e Pietro da Narbona partirono missionari per la Palestina tra il 1381 e il 1383. Operarono per il resto dei loro giorni terreni nel convento sul Monte Sion, da secoli base della Custodia di Terra Santa, la provincia dell’Ordine francescano che era stata istituita nel 1217 nel corso del Capitolo generale convocato dallo stesso san Francesco e nata proprio dalla profonda venerazione verso i Luoghi Santi.

I quattro frati si trovarono a fare apostolato in un territorio ormai prevalentemente occupato dagli islamici. Era una fase storica in cui si era esaurita da tempo la spinta missionaria per liberare la Terrasanta dalle persecuzioni che insidiavano i pellegrini e le chiese, visto che l’ultima crociata del genere si era conclusa (1272) nel secolo precedente. Il contesto difficile non scoraggiò tuttavia lo slancio di Nicola e compagni, che si sentivano chiamati ad annunciare il Vangelo ai maomettani. Si consultarono perciò con due teologi e prepararono uno scritto nel quale esponevano la dottrina cristiana, ricorrendo a diversi riferimenti storici e teologici con cui confutavano l’islam e dimostravano la verità del cristianesimo.

L’11 novembre del 1391 si presentarono infine davanti al cadì, un giudice musulmano, e alla presenza di altri seguaci di Maometto lessero coraggiosamente il loro documento dottrinale. Dopo averli ascoltati, i musulmani si adirarono e chiesero loro di ritrattare quello che avevano detto. Ma i francescani non rinnegarono nulla. Per questo vennero rinchiusi in prigione, subendo torture di ogni tipo in attesa dell’esecuzione della condanna a morte. Tre giorni dopo furono condotti in piazza dove si rifiutarono nuovamente di abiurare, rinnovando la loro professione di fede in Cristo Risorto. Vennero perciò fatti a pezzi e bruciati.

I loro carnefici fecero scomparire perfino le ceneri dei quattro martiri perché non volevano che venissero onorati dai cristiani. Ma la Divina Provvidenza ha disposto diversamente. Già due mesi dopo, il loro martirio fu raccontato accuratamente in una relazione di padre Geraldo Calveti, allora Custode di Terra Santa. E oggi il Martirologio (nell’edizione del 2004) li ricorda così: «A Gerusalemme, santi Nicola Tavelić, Deodato Aribert, Stefano da Cuneo e Pietro da Narbonne, sacerdoti dell’Ordine dei Minori e martiri, che furono arsi nel fuoco per aver predicato coraggiosamente nella pubblica piazza la religione cristiana davanti ai Saraceni, professando con fermezza Cristo Figlio di Dio».

Tu le risponderai? – L’ultima apparizione di Garabandal

Sant’Agostina Pietrantoni

Negli anni immediatamente successivi all’Unità d’Italia, segnati dalla radicale ostilità al cattolicesimo da parte del potere, sant’Agostina Pietrantoni (1864-1894) servì Dio donandosi ai malati. Diceva che «non dobbiamo trascurare il nostro dovere di carità per sfuggire il pericolo, dovesse pure costarci la vita. Dobbiamo aspettarci tutto. Gesù fu trattato così»

Sant’Agostina Pietrantoni (1864-1894) visse negli anni immediatamente successivi all’Unità d’Italia, segnati dalla radicale ostilità al cattolicesimo da parte del potere. Servì Dio donandosi ai malati, con una premura verso il prossimo che arrivò fino al sacrificio della vita, che le fu tolta dal gesto folle di uno degli infermi che aveva assistito.

Seconda di undici figli, venne battezzata con il nome di Livia. La fede ardente le fu trasmessa in famiglia, dove «tutti badavano a far bene e si pregava spesso», come raccontò un testimone. Crebbe aiutando nel lavoro i genitori, due umili agricoltori. Decise poi di entrare tra le Suore della Carità di Santa Giovanna Antida Thouret, con un comandamento alla base della Regola: «Tu amerai».

Svolse la sua opera di carità all’Ospedale Santo Spirito. Qui, un paio d’anni dopo l’arrivo di suor Agostina, divenne direttore Achille Ballori, futuro Gran Maestro Aggiunto del Grande Oriente d’Italia. Appena assunta la guida dello storico ospedale – nel quale avevano servito santi come Filippo Neri, Carlo Borromeo e Giovanni Bosco -, il massone Ballori espulse i 37 Padri concezionisti che curavano l’assistenza spirituale, fece rimuovere i crocifissi e le immagini sacre, vietò alle suore di pregare in pubblico e parlare di Dio agli ammalati. Col tempo suor Agostina riuscì a nascondere in uno sgabuzzino un’immagine della Beata Vergine, a cui ogni giorno offriva dei fiori e scriveva bigliettini. «Madonna Santissima», si legge in uno di questi, «consolate, calmate, convertite voi quell’infelice a cui io non posso parlare».

Assieme alle altre suore subiva spesso offese e insulti, ma la sua generosità verso gli infermi non veniva mai meno: «Sempre dolcissima, si prestava a fare non solo quello che era suo dovere, ma anche di più e molto volentieri. Pronta, umile, ilare», ricordava un dottore. Dopo essere guarita da una malattia infettiva contratta in ospedale, fu assegnata ad assistere i tubercolotici. A loro, con discrezione, continuò a donare gesti di carità, malgrado tutto ciò che doveva sopportare, come quando fu bastonata da un infermo a cui aveva sequestrato un coltello. Alle consorelle che si preoccupavano per lei, diceva che «non dobbiamo trascurare il nostro dovere di carità per sfuggire il pericolo, dovesse pure costarci la vita. Dobbiamo aspettarci tutto. Gesù fu trattato così».

Rifiutò di abbandonare la cura dei tubercolotici anche quando ne fu contagiata a sua volta. Aveva appena 30 anni quando Giuseppe Romanelli, un pregiudicato che l’ospedale aveva espulso per le continue intemperanze, le scrisse un biglietto minacciandola di morte, nonostante lei non c’entrasse nulla. La uccise la mattina del 13 novembre 1894. Al suo funerale c’era una folla immensa. Come scrisse un cronista dell’epoca, «non era la solita lunga fila di soldati allineati, la folla dell’ufficialità dai colori rari e smaglianti. Era la Roma del popolo; era la gentile, caritatevole santa Roma che dava l’ultimo saluto a colei che, sacrificando palpiti, pensieri, vita, si era data angelicamente alla carità, al sollievo dei miseri».

San Giosafat Kuncewycz

Pio XI lo definì «Apostolo dell’unità», ricordandolo nel terzo centenario del martirio con l’enciclica Ecclesiam Dei. Il suo apostolato fu così efficace che i suoi oppositori lo chiamarono «rapitore di anime» per il numero di persone che riconciliò con la Chiesa cattolica

San Giosafat Kuncewycz (1580-1623) nutriva un tale amore per la Chiesa e la sua unità da domandare a Dio la grazia del martirio. Desiderava offrirsi in sacrificio per riconciliare all’unico ovile tutte le chiese scismatiche. Crebbe infatti in quella fase cruciale che culminò nell’Unione di Brest del 1595-96, in cui buona parte dell’episcopato ucraino e bielorusso abiurò lo scisma d’Oriente del 1054 e riconobbe il primato del papa. Il sinodo di Brest fu in sostanza la base da cui originò la Chiesa greco-cattolica ucraina, di rito bizantino-slavo, che fa parte di quell’insieme di Chiese dell’Est Europa tornate in comunione con Roma tra il XVI e il XVII secolo. I loro membri sono comunemente definiti «uniati» (dal russo unija, «unione»), da cui deriva il termine «uniatismo» che alcuni ambienti ortodossi usano perlopiù in senso spregiativo.

Il santo nacque da genitori ucraini ortodossi. Fin da giovanissimo visse con sofferenza i contrasti che laceravano la cristianità in Rutenia. Dopo una profonda riflessione, confortato dalla preghiera, aderì al cattolicesimo e si ritirò a Vilnius nell’antico monastero basiliano della Santissima Trinità, scegliendo il nome religioso di Giosafat. I confratelli si accorsero presto della sua tenerezza verso Gesù Crocifisso, del modo in cui esercitava la pietà e la penitenza. «In breve tempo fece tali progressi nella vita monastica da poter essere maestro agli altri», come disse il metropolita Giuseppe Rutsky, assieme al quale riformò il monachesimo ruteno-ucraino. Diversi altri monaci furono attirati dal suo esempio e per accoglierli fondò altri monasteri. Esortò sempre all’unità della Chiesa fondata su Pietro, opera che continuò anche come vescovo di Vicebsk e poi come arcivescovo di Polack.

Il suo apostolato fu così efficace che i suoi oppositori lo chiamarono «rapitore di anime» per il numero di persone che riconciliò con la Chiesa cattolica. Giosafat conosceva approfonditamente la Sacra Scrittura, i libri liturgici orientali, gli insegnamenti degli antichi Padri. E con questa preparazione, alimentata dall’autentico desiderio di fare la Divina Volontà, divulgò scritti sul primato di san Pietro, sulla figura di san Vladimiro e la necessità dell’unione con Roma. Aveva una devozione filiale per la Beata Vergine e venerava in particolare una sua icona, nota con il titolo di Regina dei Pascoli. Per il ritorno all’unità, confidava tantissimo proprio nel comune e grande amore per la Madonna di cattolici e ortodossi.

Pio XI lo definì «Apostolo dell’unità», ricordandolo nel terzo centenario del martirio con l’enciclica Ecclesiam Dei. Un’enciclica che andrebbe riscoperta perché annunciatrice di un dialogo ecumenico alla luce della verità nella carità, da cui fu animata tutta la missione di san Giosafat. Il quale, avvertito delle trame contro di lui, così disse pochi giorni prima di morire: «Signore, concedimi di poter versare il sangue per l’unità e per l’obbedienza della Sede Apostolica». Il martirio avvenne la notte del 12 novembre 1623 e fu accolto dal santo con benignità. Chiese a Dio di perdonare i propri carnefici, alcuni dei quali furono così colpiti da quella testimonianza da tornare in comunione con la Chiesa, imitati da molti altri fratelli nella fede.

San Martino di Tours

Tanti conoscono l’episodio del mantello, ma pochi sono consapevoli dell’impronta straordinaria lasciata da san Martino di Tours (316-397) nella storia della Chiesa. Chiamato non a caso «l’Apostolo delle Gallie», il santo è tra i fondatori del monachesimo in Europa, alla cui evangelizzazione ha mirabilmente contribuito

Tanti conoscono l’episodio del mantello, ma pochi sono consapevoli dell’impronta straordinaria lasciata da san Martino di Tours (316-397) nella storia della Chiesa. Chiamato non a caso «l’Apostolo delle Gallie», il santo è tra i fondatori del monachesimo in Europa, alla cui evangelizzazione ha mirabilmente contribuito. Ha diffuso la parola e l’amore di Cristo per tutti gli uomini e combattuto sia l’eresia ariana che il paganesimo.

Nativo della Pannonia, nel territorio dell’odierna Ungheria, lui stesso era cresciuto in una famiglia pagana: il padre, un tribuno militare, lo aveva chiamato Martino proprio in onore del dio Marte. La sua prima conversione maturò grazie all’incontro con una famiglia cristiana, che lo conquistò per il modo in cui viveva. Iniziò il catecumenato, ma a 15 anni fu obbligato da un editto imperiale ad arruolarsi nell’esercito. Fu durante una ronda notturna, nell’inverno del 335, che avvenne il celebre incontro con il mendicante a cui donò metà del suo mantello, tagliandolo con la spada. «Ecco qui Martino, il soldato romano che non è battezzato. Egli mi ha vestito», si sentì dire la notte seguente da Gesù, apparsogli in sogno e circondato dagli angeli. Al risveglio, si ritrovò col mantello miracolosamente intero e di lì a breve si fece battezzare. L’ultima svolta fu il congedo militare, avvenuto intorno ai quarant’anni.

Nella seconda fase della sua vita Martino si impegnò nella lotta all’arianesimo, a quel tempo molto diffuso nonostante fosse già stato condannato, nel 325, dal Concilio di Nicea. Aveva trovato una guida sicura nel vescovo Ilario di Poitiers, per alcuni anni esiliato in Frigia a causa della malizia degli ariani che avevano chiesto all’imperatore Costanzo II di intervenire contro di lui. E anche Martino subì persecuzioni per la sua difesa dell’ortodossia. Egli, già dedito alla vita eremitica, raggiunse Ilario – di rientro dall’esilio – a Poitiers. Fu ordinato esorcista (da intendersi come uno degli antichi ordini minori) e per una decina d’anni si ritirò nella vicina Ligugé, dove fondò uno dei primissimi monasteri europei. Condusse con i suoi discepoli una vita in comune, fatta di preghiere e mortificazioni.

Nel 371 la sua fama di santità era ormai tale che i cristiani di Tours ricorsero a uno stratagemma pur di averlo come vescovo (lo invitarono ad assistere una donna malata per poi condurlo davanti alla comunità che lo acclamava). Alla fine, senza abbandonare la vita ascetica, accettò ed esercitò il ministero episcopale con grande sollecitudine. Battezzò, liberò gli ossessi, operò miracoli, predicò e si prese cura ovunque di malati, poveri e prigionieri, assistendoli nei bisogni del corpo e dell’anima. Come scrisse Sulpicio Severo (c. 360-420), uno dei suoi discepoli, «colui che tutti già reputavano santo fu così anche reputato uomo potente e veramente degno degli Apostoli».

A Tours fondò un altro monastero, poi noto come Marmoutier, in cui preparava i religiosi alla missione. Martino si preoccupò infatti di evangelizzare le campagne. Fece abbattere i templi e gli idoli pagani. Difese i più deboli senza temere di affrontare i potenti. Quando capì che stava per morire si fece stendere su una tavola cosparsa di cenere e attese in preghiera il ritorno alla casa del Padre, già circondato da un culto che si estese presto in tutta Europa.

San Leone Magno

Si adoperò per consolidare l’unità della Chiesa, proteggendola dalle eresie e dalle spinte disgregatrici. Al Concilio di Calcedonia (451) i vescovi lessero solennemente la sua epistola dogmatica a Flaviano, il famoso Tomus ad Flavianum, che sconfessò il monaco orientale Eutiche e il suo monofisismo. «Pietro ha parlato per bocca di Leone», dissero i Padri conciliari

Fu consapevole dell’altissima responsabilità del ministero petrino e tra i più grandi pontefici di sempre. San Leone Magno (c. 390-461) guidò la Chiesa per oltre 21 anni, proteggendola dalle eresie e dalle spinte disgregatrici, mentre in Occidente andava in scena lo sgretolamento dell’Impero romano. Già da diacono era uno dei personaggi più ascoltati nel clero. Lo consultavano altri santi come Giovanni Cassiano e Cirillo di Alessandria. Il suo prestigio era enorme anche presso la corte imperiale, tanto che fu scelto per una missione in Gallia, dove riuscì a disinnescare il pericolo di una guerra civile. Mentre si trovava ancora Oltralpe, gli arrivò la notizia della morte di Sisto III e l’invito a tornare a Roma perché era stato eletto come suo successore. Era il 440.

Leone si adoperò per consolidare l’unità della Chiesa. Promosse instancabilmente il primato romano come frutto della volontà divina di affidare a Pietro il ruolo di pastore universale, perché «a un solo apostolo è affidato ciò che a tutti gli apostoli è comunicato». Difese con vigore la disciplina ecclesiastica, non esitò a rimproverare i vescovi che se ne discostavano, gestì lucidamente le vicende che riguardarono i vicariati di Arles e Tessalonica e riportò al suo giusto rango il patriarcato di Costantinopoli, che ambiva a elevarsi sopra le altre sedi patriarcali dell’Oriente. Questo suo zelo nella cura delle anime si può constatare nelle 143 lettere e 96 sermoni che ci sono pervenuti, in cui espone contenuti dogmatici ed esorta al bene i fedeli con la stessa eleganza e chiarezza.

Il suo contrasto alle eresie fu energico. Combatté i pelagiani, i nestoriani, i manichei. E, soprattutto, con il famoso Tomus ad Flavianum – una lettera dogmatica inviata al patriarca Flaviano, anche lui difensore dell’ortodossia cattolica e per tale ragione perseguitato – sconfessò il monaco orientale Eutiche e il suo monofisismo, che negava ereticamente la natura umana di Gesù: il Santo Padre confermò la dottrina dell’Incarnazione e la coesistenza della natura umana e divina nell’unica persona del Cristo. Dopo la farsa del Secondo Concilio di Efeso, in cui ai legati papali fu impedito di leggere la lettera di Leone, il papa riuscì a far convocare il Concilio di Calcedonia (451), durante il quale i vescovi lessero solennemente la sua epistola dogmatica a Flaviano. «Pietro ha parlato per bocca di Leone», dissero i Padri conciliari. Ed era vero. Calcedonia è una pietra miliare della cristologia, coronamento dei concili di Nicea (325), Costantinopoli (381) e del primo di Efeso (431).

Fu attorno a lui che si strinse il popolo romano, provato da carestie e invasioni barbariche. Anche l’imperatore gli chiese aiuto quando gli Unni varcarono le Alpi nel 452. Pregato da Valentiniano III, Leone andò infatti nei pressi di Mantova per incontrare Attila (al quale, secondo la tradizione, apparvero Pietro e Paolo con le spade sguainate a difesa del papa; nella foto un dipinto a tema di Raffaello) e lo dissuase dal proseguire l’invasione. Tre anni più tardi, quando i Vandali di Genserico invasero Roma, il santo andò inerme e circondato dal clero incontro all’invasore, che gli concesse di non incendiare la città e risparmiò dal sacco le basiliche dove nel frattempo si era rifugiata la popolazione. In una fase critica per la Chiesa e di decadenza per l’impero, san Leone Magno contribuì perciò a rafforzare l’autorità del papato, agendo sia da eccelso teologo che da grande pastore. Nel 1754, Benedetto XIV lo ha proclamato Dottore della Chiesa.

Dedicazione della Basilica Lateranense

Il titolo con cui è onorata: Omnium Urbis et Orbis Ecclesiarum Mater et Caput, Madre e Capo di tutte le chiese di Roma e del mondo. La sua denominazione completa: «Arcibasilica Papale del Santissimo Salvatore e dei Santi Giovanni Battista ed Evangelista in Laterano». In quanto cattedrale di Roma, è in questa basilica che si celebra l’insediamento del papa sulla Cathedra romana quale successore di Pietro

La Basilica Lateranense è la più antica dell’Occidente e soprattutto, essendo la cattedrale di Roma, la più importante di tutta la cristianità. Lo si comprende dal titolo con cui è onorata e che ben riassume il motivo della commemorazione odierna: Omnium Urbis et Orbis Ecclesiarum Mater et Caput, Madre e Capo di tutte le chiese di Roma e del mondo.

La sua denominazione completa è «Arcibasilica Papale del Santissimo Salvatore e dei Santi Giovanni Battista ed Evangelista in Laterano». La dedicazione ufficiale al Santissimo Salvatore risale a san Silvestro I (pontefice dal 314 al 335), mentre la fondazione della basilica avvenne probabilmente già sotto il pontificato del suo predecessore, san Milziade (311-314). Quest’ultimo ricevette in dono il terreno da Costantino come segno di gratitudine a Dio per la vittoria nella battaglia di Ponte Milvio del 312, preceduta dalla visione della Croce e del celebre motto: In hoc signo vinces (traduzione latina della corrispondente scritta greca apparsa all’imperatore), «in questo segno vincerai». A partire dal pontificato di san Gregorio Magno l’intitolazione si estese ai santi Giovanni Battista ed Evangelista, a ciascuno dei quali era stato dedicato un oratorio annesso al battistero, e divenne definitiva nel XII secolo.

La consacrazione della Basilica Lateranense nel IV secolo arrivò in una fase storica cruciale per il cristianesimo, segnata dagli editti del 311 e 313. Era l’epoca della fine delle persecuzioni che fino allora, tra alterne vicende, avevano costretto i cristiani a riunirsi perlopiù nelle case private per la celebrazione dell’Eucaristia. Con la libertà di culto sorsero chiese su chiese. Da quel momento, il Patriarchio Costantiniano (l’attuale Palazzo del Laterano), adiacente alla basilica, divenne la residenza dei pontefici e tale rimase ininterrottamente fino all’inizio del XIV secolo, quando il papato fu trasferito ad Avignone. L’antica basilica fondata ai tempi di Costantino è stata ricostruita più volte. Tra le sue mura si sono tenuti ben cinque Concili Ecumenici, dal Lateranense I del 1123 al Lateranense V del 1512-1517.

In quanto cattedrale di Roma, è in questa basilica che si celebra l’insediamento del papa sulla Cathedra romana quale successore di Pietro e quindi pastore in terra della Chiesa universale. «Questo è il compito di tutti i Successori di Pietro: essere la guida nella professione di fede in Cristo, il Figlio del Dio vivente. La Cattedra di Roma è anzitutto Cattedra di questo credo», ricordò Benedetto XVInel giorno del suo insediamento. «Colui che siede sulla Cattedra di Pietro deve ricordare le parole che il Signore disse a Simon Pietro nell’ora dell’Ultima Cena: E tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli (Lc 22, 32). Colui che è il titolare del ministero petrino deve avere la consapevolezza di essere un uomo fragile e debole – come sono fragili e deboli le sue proprie forze – costantemente bisognoso di purificazione e di conversione. Ma egli può anche avere la consapevolezza che dal Signore gli viene la forza per confermare i suoi fratelli nella fede e tenerli uniti nella confessione del Cristo crocifisso e risorto».

Santi Quattro Coronati

Gli scalpellini Semproniano, Claudio, Nicostrato e Castorio, detti i Santi Quattro Coronati (†304), subirono il martirio durante le persecuzioni di Diocleziano, dopo essersi rifiutati, in ragione della loro fede in Gesù Cristo, di scolpire una statua della divinità pagana Esculapio

Memori dell’esempio di san Pietro e degli apostoli di fronte al sinedrio, sapevano di dover obbedire a Dio piuttosto che agli uomini, a partire innanzitutto dall’esercizio della loro professione. Fu così che gli scalpellini Semproniano, Claudio, Nicostrato e Castorio, detti i Santi Quattro Coronati (†304), subirono il martirio durante le persecuzioni di Diocleziano. Da tempi antichissimi sono venerati dalla Chiesa cattolica, che insieme a loro nel Martirologio Romano ricorda un quinto martire e compagno di lavoro, Simplicio, giustiziato dopo averne recuperato le spoglie. Secondo la tradizione riferita nel Sacramentario Gregoriano, i quattro praticavano la religione cristiana clandestinamente.

Vivevano nell’antica città romana di Sirmioin Pannonia, e qui Diocleziano si rivolse a loro perché scolpissero una statua della divinità pagana Esculapio. I quattro avevano già realizzato per l’imperatore altre opere di carattere puramente decorativo ed erano per questo apprezzati. Ma si rifiutarono di realizzare l’immagine di un idolo come Esculapio e confessarono di essere cristiani. Vennero fatti flagellare dal tribuno militare Lampedio. Poi, al loro rifiuto di rinnegare Gesù Cristo, furono rinchiusi in casse di piombo e gettati nelle acque di un fiume. Ai martiri di Sirmio fu presto dedicata la chiesa romana dei Santi Quattro Coronati (nella foto), attestata nei documenti a partire dal VI secolo ma esistente probabilmente già dal IV. In seguito, la chiesa divenne sede dell’omonimo titolo cardinalizio e poi fu elevata a basilica da san Leone IV (†855).

San Vincenzo Grossi

Passava ore nel confessionale, educava le coscienze alle virtù cristiane e si nutriva di preghiera, penitenza e contemplazione del Santissimo Sacramento. Paolo VI lo indicò quale «esempio sereno e suadente per i sacerdoti direttamente impegnati nella cura d’anime» poiché in lui possono trovare «un nuovo modello di santificazione e di zelo»

Questo sacerdote è diventato santo svolgendo il suo ministero in fedeltà a Dio, che ha servito nella quotidianità. Passava ore nel confessionale, educava le coscienze alle virtù cristiane e si nutriva di preghiera, penitenza e contemplazione del Santissimo Sacramento. Parroco per 44 anni, la vita di san Vincenzo Grossi (1845-1917) è straordinaria per la sua ordinarietà e dimostra ancora una volta che le vie della santità, nell’unica obbedienza a Dio, sono molteplici. In questo senso, nel beatificarlo, Paolo VI lo indicò quale «esempio sereno e suadente per i sacerdoti direttamente impegnati nella cura d’anime» poiché in lui possono trovare «un nuovo modello di santificazione e di zelo».

Penultimo di dieci figli, nacque in una famiglia di mugnai. Già dopo la Prima Comunione manifestò ai genitori il desiderio di diventare sacerdote sull’esempio del fratello Giuseppe. Fino a 19 anni rimase comunque con i suoi per aiutarli con il lavoro. Nel 1873, quattro anni dopo l’ordinazione sacerdotale, ebbe il primo incarico da parroco in una frazione del suo paese natìo, Pizzighettone (provincia di Cremona), dove aveva operato un «disgraziato antecessore», secondo la definizione che ne aveva dato il vescovo. Con pazienza e sacrificio, il santo riuscì a riavvicinare molte anime a Dio, trasformando il borgo in un «conventino», come lo chiamavano alcuni confratelli. Si dimostrò attentissimo alla formazione dei giovani, anche perché si era reso conto della fragilità sociale e morale in cui molti di loro crescevano. Attorno a lui si formò in particolare un gruppo di ragazze che indirizzò alla vita comunitaria.

Fu poi inviato in una parrocchia alle prese con una forte presenza metodista. «I metodisti devono comprendere che amo anche loro», era il suo proponimento. La missione riuscì. Il loro pastore andava ad ascoltare le sue prediche e le famiglie protestanti iniziarono a mandare i figli alla scuola parrocchiale. Il suo progetto sulla comunità femminile si concretizzò con la fondazione delle Figlie dell’Oratorio: mise il nuovo istituto sotto la protezione di san Filippo Neri. Istruì le religiose con catechesi e letture continue, affinché avessero una solida preparazione cattolica, e le esortò a educare i giovani cristianamente con la «santa giovialità» del loro protettore. A tutti insegnava ad avere una fede ravvivata dalle buone opere: «Lavorate, lavorate perché in Paradiso bisogna arrivare stanchi… là si vive di rendita».

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