I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia I TRE AMORI BIANCHI – Gli Araldi del Vangelo in Italia

L’Eucaristia, l’Immacolata e il Sommo Pontefice!

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Nostra Signora del Pilar

La notte tra il 2 il 3 gennaio del 40, la Vergine apparve all’apostolo Giacomo che stava pregando per l’evangelizzazione della Spagna e supplicando Maria quale “base e colonna della Chiesa in terra”. All’intercessione della Madonna del Pilar è attribuito uno dei più grandi miracoli di sempre, riguardante la guarigione del contadino Miguel Juan Pellicer

La notte tra il 2 il 3 gennaio del 40, nel corso della sua vita terrena, la Beata Vergine apparve all’apostolo Giacomo che stava pregando sulla riva dell’Ebro e supplicando l’intercessione di Maria per la buona riuscita dell’evangelizzazione in Spagna. La Madonna, accompagnata da diversi cori di angeli che portavano una sua raffigurazione e una piccola colonna di diaspro, comunicò all’apostolo la volontà divina di edificare un tempio a Lei dedicato. Iniziò così la storia del primo santuario della Spagna e certamente tra i primissimi dell’intera cristianità. Solo dopo aver costruito la primitiva cappella, Giacomo tornò a Gerusalemme dove, primo tra tutti gli apostoli, subì il martirio durante le persecuzioni di Erode Agrippa.

La tradizione del Pilar è antichissima ed è confermata dalle rivelazioni avute nell’età moderna dalla beata Anna Caterina Emmerick e, prima ancora, dal dettagliato racconto della venerabile Maria di Agreda che riporta le parole della Vergine all’apostolo: «L’eccelso Re ha prescelto questo posto affinché in esso gli innalziate un tempio, dove sotto il titolo del mio nome il Suo sia magnificato […]. Egli darà libero corso alle Sue antiche misericordie a vantaggio dei credenti e questi per mezzo della mia intercessione le otterranno, se le domanderanno con autentica confidenza e pia devozione». Aggiunse la Madonna: «Questo pilastro con sopra la mia immagine resterà qui e durerà con la santa fede fino alla fine dei tempi».

Sono passati quasi duemila anni e l’attuale gigantesco santuario di Saragozza – sopravvissuto a tre bombe sganciate all’inizio della Guerra civile spagnola (1936-1939), nessuna delle quali esplose – sorge sullo stesso luogo dell’apparizione. Custodisce il prezioso pilastro all’interno di una cappella, con un oculo che consente ai pellegrini di baciarlo e venerarlo. Questa grande devozione verso la Vergine, patrona della Spagna e di tutta l’ispanità, è constatabile anche nella diffusione del nome Pilar, nelle tantissime edicole e nei canti che le sono dedicati.

Ma tornando all’apparizioneun fatto è degno di nota: dopo aver vissuto nel nascondimento nel corso della vita terrena del Redentore e Figlio, la Madre celeste era già venerata dagli apostoli per il suo ruolo speciale nella storia della salvezza. E veniva invocata, come informa la Emmerick riferendo le parole di san Giacomo, quale «base e colonna della Chiesa in terra».

All’intercessione di Nostra Signora del Pilar è attribuito uno dei più grandi miracoli di sempre, avvenuto nel 1640 e riguardante la vicenda del contadino Miguel Juan Pellicer. Tale storia è raccontata dettagliatamente nel libro Il miracolo di Vittorio Messori, che attinge a diversi documenti dell’epoca con decine di testimonianze, comprese quelle dei medici che non poterono fare altro che constatare il prodigio.

San Giovanni XXIII

Denunciò «le cinque piaghe d’oggi del Crocifisso»: la democrazia progressista, l’imperialismo, il laicismo, il marxismo e la massoneria. E poi, pochi giorni prima di morire, già in agonia, rivelò: «Il segreto del mio sacerdozio sta nel crocifisso che vedete davanti a me, di fronte al mio letto. Egli mi guarda e io gli parlo»

Prima di essere eletto al soglio petrino e conquistare l’appellativo di «Papa buono», san Giovanni XXIII (1881-1963) aveva già manifestato molti di quelli che sarebbero stati i tratti del suo pontificato. Giuseppe Angelo Roncalli, quarto di tredici figli in una famiglia di contadini, era nato a Sotto il Monte (Bergamo). Crebbe con una grande devozione alla Beata Vergine, anche grazie alla vicinanza al Santuario della Madonna del Bosco, che definì «il sorriso della mia infanzia, la custodia e l’incoraggiamento della mia vocazione sacerdotale».

Fu cappellano militare durante la Prima Guerra Mondiale e oggi è patrono dell’Esercito italiano (nonostante qualche polemica da parte di chi confonde la pace con il pacifismo). Negli anni ’20-’40, mostrò le sue capacità diplomatiche nelle missioni apostoliche in Bulgaria, Turchia e Francia. A Istanbul e Parigi, parallelamente a quanto Pio XII faceva in Vaticano, si adoperò per salvare gli ebrei dalle deportazioni, fornendo loro documenti falsi, medicine, viveri e sollecitando l’aiuto di re e ambasciatori. Da patriarca di Venezia rivelò tutta la sua spontaneità nei rapporti col popolo unita allo zelo pastorale, che gli faceva mettere al centro il sacramento della Confessione: «Chiunque può aver bisogno di confessarsi e non potrei rifiutare le confidenze di un’anima in pena». Nella stessa fase definì la democrazia progressista, l’imperialismo, il laicismo, il marxismo e la massoneria «le cinque piaghe d’oggi del Crocifisso».

Il 28 ottobre 1958 fu eletto papa tra la sorpresa dei fedeli, iniziando un pontificato che sarebbe durato meno di cinque anni, ma dall’impatto notevole. Sono celebri alcuni gesti che suscitarono una viva impressione, dalla visita ai bambini malati a quella ai carcerati, fino al cosiddetto «Discorso della Luna». Fu pure il primo pontefice dopo l’Unità d’Italia a uscire dai confini romani. È poi ricordato per i suoi incontri con i rappresentanti di altre confessioni e religioni (dagli anglicani agli ebrei) e per il suo ruolo da mediatore durante la crisi dei missili di Cuba. Allora contribuì a salvare il mondo dalla guerra nucleare, come lo stesso ateo Nikita Kruscev riconobbe implicitamente in una lettera di auguri inviatagli per il Natale.

La figura di san Giovanni XXIII nella storia della Chiesa è legata in modo particolare alla convocazione del Concilio Vaticano II, che annunciò appena tre mesi dopo la sua elezione e organizzò in poco tempo. «Quel che più di tutto interessa il Concilio è che il sacro deposito della dottrina cristiana sia custodito e insegnato in forma più efficace», disse nell’articolato discorso d’apertura dell’11 ottobre 1962. Indicò di combattere gli errori e annunciare la «dottrina certa ed immutabile» con un linguaggio rinnovato ma sempre chiaro, secondo «quella forma di esposizione che più corrisponda al magistero, la cui indole è prevalentemente pastorale». Specificò che «è necessario prima di tutto che la Chiesa non distolga mai gli occhi dal sacro patrimonio della verità ricevuto dagli antichi».

Morì il 3 giugno 1963, a Concilio in corso. Pochi giorni prima, già in agonia, rispondendo ai molti che domandavano il segreto del suo sacerdozio disse: «Il segreto del mio sacerdozio sta nel crocifisso che vedete davanti a me, di fronte al mio letto. Egli mi guarda e io gli parlo». Aggiunse poi: «Ho avuto la somma grazia di nascere in una famiglia cristiana modesta e povera, ma timorata di Dio, e di esser chiamato al sacerdozio. Fin da bambino non ho pensato ad altro, non ho desiderato altro. La mia giornata terrena finisce, ma il Cristo vive, la Chiesa continua».

I primi documenti conciliari vennero pubblicati nel dicembre dello stesso anno, in un solco che in genere privilegiò «il linguaggio parenetico su quello dogmatico» (per dirla con le parole di monsignor Antonio Livi). Ciò nonostante, hanno contenuti tali da non giustificare le indebite interpretazioni spesso sostenute – nel nome di un mai precisato «spirito del Concilio» – da certe correnti ecclesiali inclini ad appiattirsi sul pensiero del mondo. Correnti all’opera ancora oggi che Benedetto XVI, nel discorso del 22 dicembre 2005 alla Curia romana, disapprovò definendole portatrici di un’«ermeneutica della discontinuità e della rottura. Essa non di rado si è potuta avvalere della simpatia dei mass-media, e anche di una parte della teologia moderna. Dall’altra parte c’è l’ermeneutica della riforma, del rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto Chiesa, che il Signore ci ha donato. […] All’ermeneutica della discontinuità si oppone l’ermeneutica della riforma, come l’hanno presentata dapprima Papa Giovanni XXIII nel suo discorso d’apertura del Concilio l’11 ottobre 1962 e poi Papa Paolo VI nel discorso di conclusione del 7 dicembre 1965».

XXVIII Domenica del tempo ordinario – Anno B.

Nostro Signore e i dodici Apostoli

Vangelo

In quel tempo, 17 mentre Gesù andava per la strada, un tale Gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a Lui, Gli domandò: “Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?” 18 Gesù gli disse: “Perché Michiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. 19 Tu conosci i Comandamenti: ‘Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre’”. 20 Egli allora Gli disse: “Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza”. 21 Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: “Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in Cielo; e vieni! SeguiMi!” 22 Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni. 23 Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: “Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel Regno di Dio!” 24 I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: “Figli, quanto è difficile entrare nel Regno di Dio! 25 Èpiù facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel Regno di Dio”. 26 Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: “E chi può essere salvato?” 27 Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: “Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio”. 28 Pietro allora prese a dirGli: “Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e Ti abbiamo seguito”. 29 Gesù gli rispose: “In verità Io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, 30 che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà” (Mc 10, 17-30).

Il tredicesimo Apostolo?

Colui che era venuto correndo e si era inginocchiato ansioso davanti a Nostro Signore, si allontanò triste e abbattuto dalla sua presenza. Preferì conservare i suoi beni terreni, disprezzando – fatto inedito nel Vangelo – il “tesoro in Cielo” offerto da Dio stesso.

I – Siamo stati creati con una vocazione

Fin dall’eternità, è stata prevista nella mente divina la creazione di Nostro Signore Gesù Cristo, nel tempo, come Uomo,1 e di sua Madre, Maria Santissima.2

Dio non ha però concepito entrambi in modo isolato: Egli voleva che come in una corte, ci fosse chi Li servisse. Tutti noi siamo stati inclusi in questo atto di pensiero e siamo stati amati da Lui, come fu rivelato a Geremia: “Ti ho amato di amore eterno, per questo continuo a esserti fedele” (Ger 31, 3).

Il Signore Gesù è il modello adottato da Dio per la nostra creazione, è Lui la nostra causa esemplare. Dovendo rendere possibile, per i suoi meriti, la nostra esistenza come figli di Dio – poiché “dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia” (Gv 1, 16) – Egli Si costituisce in nostra causa efficiente. E’ anche la nostra causa finale poiché siamo stati creati per servirLo e adorarLo.
Madonna con il Bambino Gesù

Siamo stati concepiti in, da e per Gesù, “perché in Lui furono createtutte le cose nei Cieli e sulla Terra,quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potenze. Tutte le cose sono state create per mezzo di Lui e in vista di Lui” (Col 1, 16).

Questo configura un richiamo checi viene rivolto fin dall’eternità, come afferma l’Apostolo: Dio “ci ha salvati e ci ha chiamati con unavocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo progetto e la sua grazia. Questa ci è stata data in Cristo Gesù fin dall’eternità” (II Tm 1, 9). Dio ci invita a far parte della SantaChiesa e ci chiama alla santità. Insieme a questo appello generico, siamo chiamati anche ad esercitare una funzione specifica all’interno del Corpo Mistico di Cristo. È una missione che ognuno ha particolarmente e non sarà data a nessun altro.

Il Nuovo Testamento ci presenta numerosi esempi del richiamo fatto da Gesù stesso a coloro che erano stati da Lui prescelti per essere suoi Apostoli: vede Matteo nella riscossione delle imposte e gli dice: “SeguiMi” (Mt 9, 9); sulla via di Damasco, San Paolo è gettato a terra e, ascoltando la voce che lo interpella, risponde: “Signore, che vuoi che io faccia?” (At 9, 6); pieno di meraviglia dopo la pesca miracolosa, Pietro si prosterna davanti alMaestro, esclamando: “Signore, allontanaTi da me, perché sono un peccatore” (Lc 5, 8), e ascolta la divina promessa: “d’ora in poi sarai pescatore di uomini” (Lc 5, 10).

Proprio come Matteo, Paolo e Pietro, che hanno immediatamente abbandonato tutto per seguire il Maestro, dobbiamo rispondere con prontezza, generosità e gioia al richiamo che Gesù fa a ognuno di noi.

Questo è l’insegnamento contenuto nel Vangelo della 28ª Domenica del Tempo Ordinario, come ci apprestiamo a vedere.

II – L’episodio del giovane ricco

San Marco, tanto sintetico in altri passi, si mostra minuzioso nel narrare l’episodio del giovane ricco. Già il primo versetto contiene dettagli interessanti degni di particolare attenzione.

Cerca ansioso la via della salvezza

In quel tempo, 17 mentre Gesù andava per la strada, un tale Gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a Lui, Gli domandò: “Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?”

Per il fatto che “corse incontro” al Signore, possiamo supporre quanto questo “tale” fosse ansioso di ottenere ciò che stava per chiedere. Certamente aveva sentito la predicazione di Gesù e, sotto l’impulso di una grazia sensibile, si era lasciato trasportare dai suoi divini insegnamenti. Desiderando, da un lato, ottenere la vita eterna e, dall’altro, non avendo la certezza di meritarla, sentiva nel profondo dell’animo che Gesù era in grado di mostrargli con sicurezza la via della salvezza.

La stessa domanda posta al Salvatore, parla in questo senso, perché, come sottolinea Didon, essa “rivelava una natura superiore e un’anima sincera. Le dottrine della scuola sul merito delle giuste opere, sulla santità per la virtù dei riti, non soddisfacevano la sua coscienza; certamente ascoltava il Maestro parlare della vita eterna con un tono che lo aveva toccato profondamente”.3

Da qui deriva il fatto che lui corresse fino a Gesù, inginocchiandosi e chiamandoLo “Maestro buono”, un attributo estraneo ai costumi e alle gentilezze correnti all’epoca. “Non vi è alcun esempio conosciuto di chi chiamava in questo modo un rabbino”, commenta Lagrange, aggiungendo che questo saluto “oltrepassava le abitudini di cortesia allora vigenti”.4

È anche interessante mettere in rilievo il tenore della domanda, così differente dai temi sui quali si conversa oggigiorno. A quell’epoca, le persone si preoccupavano di sapere come guadagnarsi il Regno dei Cieli. Eoggi?…

Riguardo alla fretta del giovane, Fillion osserva: “Correva per non perdere l’occasione di fare al Salvatore una domanda che lo preoccupava molto”.5 Duquesne elogia questo atteggiamento e lo propone come esempio: “È con questo fervore dello spirito e questa rapidità fisica, questa prontezza e questa gioia spirituale, che si deve andare a Gesù”.6

Gesù lo ama e gli fa un invito: “vieni! SeguiMi!”

18 Gesù gli disse: “Perché Mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo”.

Questa risposta, a prima vista, causa perplessità, ma subito si comprendono le ragioni divine che hanno portato il Signore a darla.

Il Divino Redentore non voleva rimproverarlo, ma richiamare la sua attenzione a questa realtà: Dio è la Bontà e la bontà assoluta esiste solo in Dio. Sant’Efrem insegna a tal riguardo che Cristo “rifiuta il titolo di ‘buono’,dato da un uomo, per indicare che Lui questa bontà l’aveva acquisita dal Padre, per natura e generazione, e non la aveva semplicemente di nome”.7
Cristo e il giovane ricco

Nel chiamarLo “Maestro buono”, ilgiovane ricco mostrava soprattutto di vedere il lato umano del Messia: la sua intelligenza, la capacità e la saggezza naturali. Ora, Gesù ha voluto che lui Lo considerasse nonsolo come un Uomo, ma soprattutto come Dio. Per questo lo interpella: “Perché Mi chiami buono?”.

Con questa domanda, lo invita a fare un passo avanti, come a dire: “Tu stai vedendo solo il mio lato umano, contempla anche quello divino. In fondo, senza rendertene conto, Mi stai attribuendo una divinità che effettivamente ho, perché sono Dio. Abbi coscienza di questo, comprendi questa realtà con chiarezza e, comprendendola, amala ancora di più”.

Questo invito è dolce e altamente didattico, come afferma padre Duquesne:Gesù infatti “gli fa abilmente penetrare nell’animo che lui non ha a suo riguardo la nozione completa che avrebbe dovuto e, dicendogli che questo titolo si addice solo a Dio, lo porta a capire che dovrebbe considerare comeFiglio di Dio Colui al quale egli lo dà, non come un maestro semplicementeumano”.8

19 “Tu conosci i Comandamenti: ‘Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre’”. 20 Egli allora Gli disse: “Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza”.

Questo versetto ci dà una nuova dimostrazione della divinità di Gesù. Egli non chiede al giovane se conosce i Comandamenti, ma lo afferma con certezza. Colui che ora vedeva con i suoi occhi umani, già lo conosceva, come Dio, da tutta l’eternità e sapeva che stava praticando la virtù, osservando la Legge.

21 Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: “Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in Cielo; e vieni! SeguiMi!”

Cristo lo guardò con amore e gli porse lo stesso invito che aveva fatto agli Apostoli: “vieni! SeguiMi!”. Commenta Fillion: “Pertanto, Gesù era disposto ad ammettere questo giovane tra i suoi discepoli intimi, con i quali, seguendoLo dappertutto e in compagnia del migliore e più santo dei maestri, avrebbe potuto acquisire, senza indugio, la perfezione con la quale avrebbe ottenuto facilmente il Cielo”.9 Maldonado corrobora questa opinione: “Cosa intende Cristo con il ‘vieni e seguiMi’? […] La parola ‘vieni’ sembra esprimere, più che la semplice imitazione, il seguire materiale: lo invita a far parte dei suoi Apostoli e familiari”.10

A quell’uomo, che stava praticando i Comandamenti, Dio aveva riservato da tutta l’eternità l’altissima vocazione di seguire Gesù. Per compierla, gli èstata chiesta una rinuncia: “va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri”; e offerta una ricompensa infinita: “avrai un tesoro in Cielo”. Gli toccava rispondere a questa chiamata, con gioia completa e disponibilità, come avevano fatto Simone, Levi e molti altri.

La causa più profonda del rifiuto

22 Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni.

Tuttavia, lo stesso giovane che era venuto di corsa e si era inginocchiato ansioso davanti a Gesù, se ne andò triste e “scuro in volto”, perché “possedeva infatti molti beni” e preferì conservarli che seguire la sua vocazione, disprezzando il “tesoro in Cielo” che il Messia stesso gli offriva. Fatto inedito, poiché gli evangelisti non narrano un rifiuto simile a questo. Non crediamo, tuttavia, che sia stato l’attaccamento alle ricchezze la causa principale della sua rinuncia. Il giovane ricco aveva praticato i Comandamenti fin dalla sua infanzia, ma non perfettamente. Aveva trascurato, soprattutto, il primo e più fondamentale: “Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze” (Dt 6, 5). Come ben osserva il noto biblista Lagrange, i precetti che gli vengono menzionati dal Signore “ben possono essere osservati senza eroismo. Se Gesù gli avesse chiesto se avesse amato Dio con tutto il cuore, sarebbe stato molto più turbato”.11Il giovane ricco

Il grande peccato di quest’uomo non è stato, pertanto, di avarizia ma di orgoglio. Dopo essere stato invitato a seguire Nostro Signore ed aver sentito dentro di sé la sua debolezza e la propria insufficienza, avrebbe dovuto dire:“Signore, non ho la forza di seguirTi. Sono attaccato alle mie ricchezze e, soprattutto, mi mancaun amore esclusivo per Te”.

Di fronte a quest’atto di umiltà, Gesù gli avrebbe dato grazie sovrabbondanti per corrisponderealla chiamata e così oggi avremmo potuto avere nel Calendario Romano, una festa dedicata al giovane ricco, fattosi povero per acquisire una ricchezza molto più grande: essere il tredicesimo Apostolo!

Tuttavia, egli non seppe riconoscere che, se praticava i Comandamenti, non era per le sue forze personali, ma per la grazia divina e che, quindi, senza l’aiuto della grazia, non sarebbe riuscito a disprezzare le ricchezze e seguire Gesù.

III – Solo i poveri di spirito entreranno nel Regno dei Cieli

23 Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: “Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel Regno di Dio!” 24 I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: “Figli, quanto è difficile entrare nel Regno di Dio! 25 È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio”.

In quest’ultimo versetto, il Signore Si serve di un proverbio utilizzato dagli Ebrei per esprimere qualcosa di estremamente difficile e quasi impossibile. Ricorre deliberatamente a tale comparazione in apparenza esagerata – “È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago” – per mostrare la gravità del “disordine proprio di questa passione, consistente nel tenere il cuore attaccato alla Terra, indurirlo in ciò che riguarda Dio e il prossimo, renderlo insensibile alle cose del Cielo”.12

Per ben analizzare queste parole di Gesù, dobbiamo cominciare evitando l’errore d’interpretazione secondo il quale tutti i ricchi sarebbero condannati e tutti i poveri, al contrario, sarebbero sulla via della salvezza. Infatti il Maestro non Si riferisce qui alla ricchezza materiale ma alla deviazione che porta l’uomo a riporre la sua fiducia nei beni terreni, anteponendoli ai beni superiori.

Su questo particolare, chiarisce Fillion: “Non si tratta qui dei ricchi in quanto tali, perché il possesso dei beni temporali non è, di per sé, uno stato di peccato né causa di condanna, anche se offre seri pericoli. Gesù esclude dal suo Regno solo quei ricchi che si aggrappano alle loro ricchezze e in queste ripongono il loro scopo e tutto il loro affetto”.13

Come avvalersi della ricchezza per ottenere la vita eterna
San Luigi, re di Francia

La finalità ultima dell’uomo è in Cielo. Il denaro e le ricchezze possono essere solo mezzi – effimeri, instabili e superflui – perraggiungere questo fine supremo. Così, è legittimo accumulare beni e usufruirne, a patto che siano acquisiti in forma lecita e il loro utilizzo sia subordinato alla gloria di Dio.

Su questa linea si inserisce il commento fatto da Clemente di Alessandria a questo passo del Vangelo: “La parabola insegna ai ricchi che non devono trascurare la loro salvezza eterna, come se in anticipo, disperassero di essa; nonche debbano buttare la ricchezza a mare, né condannarla come insidiosa e nemica della vita eterna. Ciò che conta è sapere qual è il modo di avvalersi di questa per possedere la vita eterna”.14 Infatti, quanti re, principi o semplici persone riccheche, amministrando i propri beni con completo distacco, ora si trovano in Cielo come testimonia il Martirologio?

D’altro canto, quanti poveri ci sono che si rifiutano di praticare la virtù! Farebbero bene ad ascoltare l’acclamazione di San Cesario d’Arles: “Ricchi e poveri, ascoltate ciò che dice Cristo. Parlo al popolo di Dio. Per la maggior parte di voi, siete poveri o dovete imparare a essere così. Tuttavia, ascoltate, perché possiamo anche vantarci di essere poveri; attenti con la superbia, che non succeda che i ricchi umili vi superino; cautelatevi control’empietà, non succeda che i ricchi pii vi lascino alle spalle”.15

Il problema non è, pertanto, nella quantità di beni materiali posseduti da uno, ma nell’uso che di questi si fa. Per poter entrare nel Regno dei Cieli, non si deve avere alcun attaccamento ad essi. La povertà di spirito consistenel renderci conto che noi siamo creature contingenti, che dipendono da Dio. Si può lottare per avere sostanze, in vista della diffusione del Regno di Dio e fare in modo che Lui regni di fatto in tutti i cuori.

Col nostro semplice sforzo non conquisteremo mai il Cielo

26 Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: “E chi può essere salvato?” 27 Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: “Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio”.

Non sorprende lo stupore dei discepoli di fronte alla forza del paragone usato dal Signore ma questa stessa perplessità li porta a considerare meglio la propria contingenza e fissare nell’animo l’insegnamento del Divino Maestro: con i suoi semplici sforzi, l’uomo non sarà mai in grado di conquistare il Cielo ma ciò che per l’uomo è impossibile, non lo è per Dio.

Dio è onnipotente, ci ama fin dall’eternità ed è desideroso di aprirci le porte del Cielo. Per entrarvi, è necessario soltanto essere umili e riconoscere le nostre miserie, chiedendo l’aiuto divino, senza scoraggiarci.

La salvezza, come la vita stessa, è un dono di Dio. È la sua grazia che ci dà la forza di praticare i Comandamenti e ci rende degni di entrare nel suo Regno. Non facciamo, dunque, come il giovane ricco, ma umili, confidiamo nella sua bontà, come insegna San Paolo: “Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia per ricevere misericordia e trovare grazia, così da essere aiutati al momento opportuno” (Eb 4, 16).

Sempre su questi due versetti, conviene notare, con Maldonado, che la domanda “chi può essere salvato?”, gli Apostoli l’hanno rivolta “tra loro”, in quanto solamente loro hanno potuto udirla. Cristo però li guarda e dà loro la risposta, mostrando così che “legge i loro pensieri e ascolta le loro conversazioni, per quanto riservate siano”.16

Il centuplo già in questo mondo

28 Pietro allora prese a dirGli: “Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e Ti abbiamo seguito”. 29 Gesù gli rispose: “In verità Io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, 30 che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà”.

Forse per il fatto di sentirsi presi, San Pietro, impulsivo portavoce di tutte le perplessità degli Apostoli, formula una frase che, secondo Lagrange, “riassume tutto l’episodio precedente, dal punto di vista dei discepoli”.17
San Pietro

Secondo Maldonado18 – che seguel’opinione di Origene, San Girolamo e San Giovanni Crisostomo – Pietro ha voluto, con la sua affermazione, ricordarea Cristo il fatto che gli Apostoli avevano già compiuto in precedenza quello che ora viene chiesto al giovane ricco. Nello stesso senso si pronuncia Lagrange, osservando che l’affermazione del Principe degli Apostoli è stata fatta “con una certa soddisfazione, che sembra sollecitare l’approvazione”.19

Ma sarebbe il caso di chiedere, come Maldonado: “Perché, allora, dubitava: ‘Cosa ci sarà per noi’? Perché non credette fermamente che anche per loro ci sarebbe stato un tesoro nel Cielo?”. Maldonado stesso risponde: “Forse perché pensassero che Cristo prometteva una onorificenza così grande a quel giovane a causa delle molte ricchezze che questo doveva abbandonare; ora, siccome gli Apostoli possedevano solo cose di poco valore, si aspettavano di ricevere qualcosa, sì, ma non osavano sperare tanto; per questo chiedono come e quanto sarà”.20

In fondo all’affermazione di Pietro c’è una diffidenza e un’obiezione. Gesù, tuttavia, non li rimprovera. Essendo la Bontà in essenza, Egli li tratta con affetto e aggiunge, al premio della vita eterna in Cielo, una ricompensa anche qui sulla Terra. Certi autori commentano che il Signore, facendo questa promessa, volle affermare che chi per causa sua lascia i beni di questa Terra, riceverà in cambio beni di valore infinito. Ossia: chi per Lui abbandona ciò che è carnale, in cambio riceverà il premio del bene spirituale. Ci sembra, tuttavia, che le parole del versetto 30 – “in questo tempo” – rendano chiaro il carattere terreno di questa ricompensa, la cui concreta realizzazione in età apostolica è così segnalata da Fillion: “Nei primordi della Chiesa, quando tanto spesso i neofiti dovevano rompere i legami più stretti di famiglia per arruolarsi al servizio di Cristo, essi trovavano nella grande comunità cristiana fratelli e sorelle, padri e madri che attenuavano in loro la sofferenza causata dalla separazione violenta e riempivano di conforto i loro cuori dolenti”.21

Sotto una prospettiva più atemporale, padre Didon segnala che lo Spirito Divino “non porta solo a tutti coloro che invisibilmente Lo ricevono l’assaggio dei beni celesti, eterni, infiniti, ma, oltre questo, esalta ancor piùla vita di questo mondo, aumenta le sue risorse, armonizza le sue energie, trasfigura tutti i suoi atti. Tra gli esseri eletti che questo Spirito avvicina, si formano legami più intimi, più profondi, più dolci rispetto a quelli che vi sono tra i parenti e dello stesso sangue”.22

Padre Fernández Truyols, riferendosi in particolare alle persone che corrispondono alla vocazione religiosa e fanno una resa totale di se stesse, commenta: “Il sacrificio dei beni del mondo avrà la sua ricompensa già in questa vita. E non solo con vantaggi esclusivamente spirituali, ma anche con beni temporali, anche se su un piano superiore di quello puramente materiale. Chi si spoglia di tutto per seguire Gesù Cristo, riceverà dalla Divina Provvidenza, e forse con aggiunta e sovrabbondanza, quanto necessita per la sua sussistenza. Lascia suo padre e sua madre, e Dio gli dà padri e madri che lo adottano come un figlio prediletto. Fanciulle nel fiore della giovinezza rinunciano alla maternità, e Dio le fa madri non di alcuni, ma di innumerevoli figli, ai quali elargiscono una tenerezza di un cuore veramente materno”.23

IV – Una domanda decisiva per la nostra vita spirituale

Siamo tutti “partecipi di una vocazione celeste” (Eb 3, 1). Tuttavia, mentre Gesù ci chiama a seguirLo nel cammino verso il Regno di Dio, le nostre tendenze disordinate in conseguenza del peccato originale ci trascinano verso ciò che è inferiore.
Sacro Cuore di Gesù

Esempio paradigmatico di questa dicotomia è l’episodio del Vangelo che abbiamo appena commentato.Il giovane ricco era buono. Praticava i Comandamenti, al punto che Nostro Signore lo fissava con amore ma quando il Maestro lo invitò ad essere uno dei suoi discepoli, se ne andò triste e abbattuto, perché ogni volta che qualcuno rifiuta un invito della grazia, è pervaso dalla tristezza e dal rimorso. Padre Duquesne descrive con singolare chiarezza questo deplorevole statod’animo: “Nessuno rinuncia alla sua vocazione, senza sentire un dolore nel cuore, senza una segreta tristezza che rimprovera la sua codardia, una tristezza che diffonde amarezza durante tutto ilcorso della vita e aumenta nell’oradella morte”.24

La Liturgia di questa domenica ci pone di fronte ad una questione cruciale per la nostra vita spirituale: a che distanza si trova la nostra anima dall’atteggiamento del giovane ricco? Se Cristo oggi ci invitasse a seguirLo, come risponderemmo? Urleremmo di gioia, come Samuele: “Præsto sum – Mi hai chiamato, eccomi” (I Sam 3, 16)? O, presi dalla tristezza, rifiuteremmo l’invito del nostro Salvatore? Quando arriveràquesto richiamo – ed esso può giungere in un momento inatteso –, potremo dare una risposta affermativa se ci saremo preparati in anticipo. Per questo, è necessario che in tutte le circostanze della vita il nostro cuoresia alla ricerca del Divino Maestro, combattendo l’attaccamento ai beni terreni, aumentando incessantemente il fuoco dell’amore per Dio e ponendo la domanda di San Paolo sulla via di Damasco: “Signore, che vuoi che io faccia?”.

A questo ci incita il Principe degli Apostoli: “Quindi, fratelli, cercate di rendere sempre più salda la vostra chiamata e la scelta che Dio ha fatto di voi. Se farete questo non cadrete mai. Così infatti vi sarà ampiamente aperto l’ingresso nel Regno eterno del Signore nostro e Salvatore Gesù Cristo” (II Pt 1, 10-11).

1) Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO. Somma Teologica. III, q.24, a.1.

2) Cfr. GIOVANNI PAOLO II. Redemptoris Mater, n.8.

3) DIDON, OP, Henri-Louis. Jésus-Christ. Paris: Plon, Nourrit et Cie, 1891, p.616.

4) LAGRANGE, OP, Marie-Joseph. Évangile selon Saint Marc. 5.ed. Paris: Lecoffre; J. Gabalda, 1929, p.264.

5) FILLION, Louis-Claude. Vida de Nuestro Señor Jesucristo. Vida pública. Madrid: Rialp, 2000, v.II, p.429.

6) DUQUESNE. L’Évangile médité. Lyon-Paris: Perisse Frères, 1849, v.III, p.266.

7) SANT’EFREM DI NISIBI. Comentario al Diatessaron, 15, 2, apud ODEN, Thomas C.; HALL, Christopher A. (Ed.). La Biblia comentada por los Padres de la Iglesia. Evangelio según San Marcos. Madrid: Ciudad Nueva, 2000, v.II, p.198-199.

8) DUQUESNE, op. cit., p.267.

9) FILLION, op. cit., p.431.

10) MALDONADO, SJ, Juan de. Comentarios a los Cuatro Evangelios. Evangelio de San Mateo. Madrid: BAC, 1950, v.I, p.692.

11) LAGRANGE, op. cit., p.266.

12) DUQUESNE, op. cit., p.273.

13) FILLION, op. cit., p.431.

14) CLEMENTE D’ALESSANDRIA. Quid dives salvetur. C.XXVII: MG 2, 631.

15) SAN CESARIO D’ARLES. Sermón, 153, 2, apud ODEN; HALL, op. cit., p.204.

16) MALDONADO, op. cit., p.695.

17) LAGRANGE, op. cit., p.271.

18) Cfr. MALDONADO, op. cit., p.695.

21) FILLION, op. cit., p.433.

22) DIDON, op. cit., p.620.

23) FERNÁNDEZ TRUYOLS, SJ, Andrés. Vida de Nuestro Señor Jesucristo. 2.ed. Madrid: BAC, 1954, p.482.

24) DUQUESNE, op. cit., p.270-271.

Tre ore di morte apparente. Fra Daniele Natale: sono stato in Purgatorio, ecco cosa ho visto

Sono un semplice fratello laico cappuccino. Ho svolto la mia vita facendo il lavoro che mi competeva: portinaio, sacrista, questuante, cuciniere. Spesso mi recavo, bisaccia in spalla, a chiedere l’elemosina di porta in porta. Ogni mattino facevo la spesa per il convento.

Mi conoscevano tutti e mi volevano bene. Ogni volta che compravo qualcosa mi facevano degli sconti. Quelle poche lire, anziché consegnarle al superiore, le conservavo per la corrispondenza, per le mie piccole necessità ed anche per aiutare dei militari che bussavano alla porta del convento.

Si era nell’immediato dopo guerra. Io ero a San Giovanni Rotondo, mio paese nativo, nel medesimo convento di Padre Pio. Da un po’ di tempo avvertivo dei dolori all’apparato digerente. Mi sottoposi a visita medica ed il medico diagnosticò un male incurabile: tumore.

Con la morte nel cuore andai a raccontare tutto a Padre Pio, il quale, dopo avermi ascoltato, bruscamente mi disse: «Operati!». Rimasi confuso e reagii. Dissi: Padre, non ne vale la pena! Il medico non mi ha dato nessuna speranza. Ormai so di dover morire. «Non importa ciò che ti ha detto il medico: operati, ma a Roma nella tale clinica e dal tale professore». Il Padre mi disse queste cose con tale forza e con tanta sicurezza che io risposi: «Si, Padre, lo farò». Allora lui mi guardò con dolcezza e, commosso, aggiunse: «Non temere, io sarò sempre con te».

La mattina dopo ero già in viaggio per Roma. Mentre ero seduto sul treno, avvertii a fianco a me una presenza misteriosa: era Padre Pio che manteneva la promessa di starmi vicino. Quando arrivai a Roma, seppi che la clinica era «Regina Elena»; il professore si chiamava Riccardo Moretti. Verso sera feci il mio ingresso in clinica. Sembrava che tutti mi aspettassero, come se qualcuno avesse annunciato il mio arrivo. Mi accolsero immediatamente.

Subito dopo il consulto medico, il direttore sanitario venne a chiedermi il consenso per l’intervento previsto per il giorno dopo. Io apposi la firma richiesta. Alle ore 7.00 del mattino ero già in sala operatoria. Mi prepararono per l’intervento. Nonostante l’anestesia, rimasi sveglio e cosciente: mi raccomandai al Signore con le stesse parole che Lui rivolse al Padre prima di morire: «Padre, nelle tue mani raccomando il mio spirito».

I medici cominciarono l’intervento ed io sentivo tutto ciò che dicevano; soffrivo dolori atroci, ma non mi lamentai, anzi ero contento di sopportare tanto dolore che offrivo a Gesù e mi accorgevo come tutte quelle sofferenze rendevano la mia anima sempre più pura dai miei peccati. Ad un certo punto mi addor­mentai. Quando ripresi coscienza mi dissero che ero stato tre giorni in coma prima di morire. Mi presentai dinanzi al trono di Dio. Vedevo Dio, ma non come giudice severo, bensì come Padre affet­tuoso e pieno di amore. Allora capii che il Signore aveva fatto tutto per amor mio, che si era preso cura di me dal primo all’ultimo istante della mia vita, amandomi come se io fossi l’unica creatura esistente su questa terra. Mi resi anche conto però che, non solo non avevo ricambiato questo immenso amor divino, ma l’avevo del tutto trascurato.

Fui condannato a due/tre ore di purgatorio. «Ma come?- mi chiesi –  solo due/tre ore? E poi potrò rima­nere per sempre vicino a Dio eterno Amore?». Feci un salto di gioia e mi sentii come un figlio prediletto. La visione scomparve ed io mi ritrovai in purgatorio. Le due/tre ore di purgatorio mi erano state date so­prattutto per aver mancato al voto di povertà, per aver conservato per me quelle poche lire, come ho detto prima. Erano dolori terribili che non si sapeva da dove venissero, però si provavano intensamente. I sensi che più avevano offeso Dio in questo mondo: gli occhi, la lingua… provavano maggior dolore ed era una cosa da non credere perché laggiù nel purgatorio, uno si sente come se avesse il corpo e conosce/riconosce gli altri come avviene nel mondo. Intanto, non erano passati che pochi momenti di quelle pene e già mi sembrava che fosse un’eternità. Quello che più fa soffrire nel purgatorio non è tanto il fuoco, pur tanto intenso, ma quel sentirsi lontani da Dio, e quel che più addolora è di aver avuto tutti i mezzi a disposizione per la salvezza e di non averne saputo approfittare. Pensai allora di andare da un confratello del mio convento per chiedergli di pregare per me che ero nel purgatorio. Quel confratello rimase meravigliato perché sentiva la mia voce, ma non vedeva la mia persona, e chiese: «Dove sei? perché non ti vedo?». Io insistevo e, vedendo che non avevo altro mezzo per raggiungerlo, cercai di toccarlo; ma le mie braccia si incrociavano senza toccarsi. Solo allora mi resi conto di essere senza corpo. Mi accontentai di insistere perché pregasse molto per me e me ne andai.

«Ma come? – dicevo a me stesso – non dovevano essere solo due/tre ore di purgatorio?… e sono tra­scorsi già trecento anni?». Almeno così mi sembrava.

Ad un tratto mi apparve la Beata Vergine Maria e la scongiurai, la implorai dicendole: «O Santissima Vergine Maria, madre di Dio, ottienimi dal Signore la grazia di tornare sulla terra per vivere ed agire solo per amore di Dio!».

Mi accorsi anche della presenza di Padre Pio e supplicai anche lui: «Per i tuoi atroci dolori, per le tue benedette piaghe, Padre Pio mio, prega tu per me Id­dio che mi liberi da queste fiamme e mi conceda di continuare il purgatorio sulla terra». Poi non vidi più nulla, ma mi resi conto che il Padre parlava alla Ma­donna. Dopo pochi istanti mi apparve di nuovo la Beata Vergine Maria: era la Madonna delle Grazie, ma senza Gesù Bambino. Ella chinò il capo e mi sorrise. In quel preciso momento ripresi possesso del mio cor­po, aprii gli occhi e stesi le braccia. Poi, con un movi­mento brusco, mi liberai del lenzuolo che mi copriva. Ero stato accontentato, avevo ricevuto la grazia! La Madonna mi aveva esaudito. Subito dopo, quelli che mi vegliavano e pregavano, spaventatissimi, si precipitarono fuori dalla sala per andare in cerca di infermieri e di dottori. In pochi minuti la clinica era in subbuglio. Credevano tutti che io fossi un fanta­sma e decisero di chiudere bene la porta e sparire per un certo timore degli spiriti.

Al mattino seguente, mi alzai molto presto e mi sedetti su di una poltrona. Malgrado la porta fosse accuratamente custodita, alcuni riuscirono ad entra­re e mi chiesero spiegazione dell’accaduto. Per tran­quillizzarli, dissi che stava arrivando il medico di guardia, il quale avrebbe raccontato l’accaduto.

Di solito i medici non arrivavano prima delle ore dieci. Quella mattina erano ancora le ore sette e io dissi ai presenti: «Guardate: il medico sta arrivando, ora sta parcheggiando la macchina nel tal posto». Ma nessuno volle credermi. Ed io: «Ora sta attraversando la strada, porta la giacca sul braccio e si passa la mano sulla testa come fosse preoccupato, non so cosa avrà!». Ma nessuno dava credito alle mie parole. Allora dissi: affinchè crediate che io non vi mento, vi confermo che ora il medico sta salendo in ascensore e sta per bussare alla porta. Avevo appena finito di parlare, che la porta si aprì ed il medico entrò con grande meraviglia di tutti i presenti. Con le lacrime agli occhi il dottore disse: «Sì, adesso credo: credo in Dio, credo nella Chiesa, credo in Padre Pio…».

Quel dottore, che prima non credeva o la cui fede era ad acqua di rose, confessò che quella notte non era riuscito a chiudere occhio pensando alla mia morte da lui accertata senza darsi spiegazione. Disse che malgrado il certificato di morte da lui stilato era tornato per rendersi conto di cosa era successo quel­la notte che tanti incubi gli aveva procurato, perché quel morto (che ero io) non era un morto come gli altri. In effetti, non si era sbagliato!

CONCLUSIONE

Dopo questa esperienza, fra Daniele visse vera­mente il purgatorio su questa terra purificandosi attraverso malattie, sofferenze e dolori, e uniforman­dosi sempre e in tutto alla volontà di Dio. Ricordiamo solo alcuni interventi da lui subiti: prostata, colicisti, aneurisma della vena porta addominale con relativa protesi, tumore alla vescica, intervento dopo un ter­ribile incidente stradale nei pressi di Bologna, trala­sciando altri ricoveri e dolori non solo fisici, ma anche morali.

Alla sorella Felicetta che gli chiedeva come si sentisse in salute, fra Daniele confidò: «Sorella mia, sono più di 40 anni che non ricordo cosa significhi star bene!».

Fra Daniele è morto il 6 luglio 1994.

Mentre la sua salma era composta nella cappella dell’Infermeria del convento dei Frati Cappuccini in San Giovanni Rotondo e si recitava il Santo Rosario in suf­fragio della sua anima benedetta, ad alcuni dei pre­senti parve che fra Daniele muovesse le labbra, come per rispondere al Rosario, alle Ave Maria.

La voce si sparse in un baleno, tanto che il supe­riore padre Livio Di Matteo, per una certa serenità interiore, volle accertarsi che non si trattasse di morte apparente. Per questo fece venire dalla vicina Casa Sollievo della Sofferenza il dottor Nicola Silvestri Aiuto di Medicina legale ed il dottor Giuseppe Fasanella Assistente di Medicina legale i quali praticaro­no a fra Daniele l’elettrocardiogramma e gli misura­rono anche la temperatura, accertandone così definitivamente il decesso.

Ora fra Daniele gode certamente la visione beatifica di Dio e dal cielo sorride, benedice e protegge.

(tratto da “Fra Daniele racconta…le sue esperienze con Padre Pio” di Padre Remigio Fiore cappuccino – Edizioni Frati Cappuccini 2001)

San Daniele Comboni

«O Nigrizia o morte», o l’Africa o la morte, era il motto di san Daniele Comboni (1831-1881), formatosi alla scuola di don Nicola Mazza, che gli aveva trasmesso l’amore per il continente nero assieme all’idea di «salvare l’Africa con l’Africa», evangelizzandola e fondando scuole per formare sacerdoti, suore, medici e insegnanti

«O Nigrizia o morte», o l’Africa o la morte, era il motto di san Daniele Comboni (1831-1881). Era nato da genitori contadini e si era formato alla scuola di don Nicola Mazza, che gli aveva trasmesso l’amore per il continente nero assieme all’idea di «salvare l’Africa con l’Africa», vero cuore del suo progetto. Il santo nutriva infatti un’enorme fiducia nelle capacità umane degli africani, a dispetto di un pensiero sull’Africa oggi in voga che favorisce la fuoriuscita dei suoi giovani e ragiona secondo logiche di mero assistenzialismo. Proprio nell’ottica di far emergere quelle capacità, il santo si adoperò per la fondazione di scuole in cui formare sacerdoti, suore, medici e insegnanti.

Quarto di otto figli, quasi tutti morti in tenera età, Daniele era stato educato alla fede cristiana dalla famiglia. Aveva scoperto la sua vocazione sacerdotale e missionaria durante gli anni a Verona da don Mazza. Nel 1857 intraprese il suo primo viaggio per l’Africa con altri quattro sacerdoti (legati a don Mazza), due dei quali morti poco tempo dopo; lui stesso, due anni più tardi, fu costretto una prima volta a rientrare in Italia per continue febbri malariche. Scriveva ai genitori: «Dovremo faticare, sudare, morire, ma il pensiero che si suda e si muore per amore di Gesù Cristo e della salute delle anime più abbandonate del mondo è troppo dolce per farci desistere dalla grande impresa».

Tra una missione in Africa e l’altra, girava per l’Europa in cerca di finanziamenti a sostegno dei suoi progetti (tra cui quello noto come «Piano di rigenerazione per l’Africa») e per animare lo spirito missionario. Nel 1867 fondò un istituto di religiosi e nel 1872 il suo equivalente ramo femminile, oggi conosciuti come Missionari Comboniani del Cuore di Gesù e Suore Missionarie Pie Madri della Nigrizia. Diede inoltre vita a una rivista, consapevole dell’importanza della comunicazione in chiave missionaria. Al Concilio Vaticano I fece addirittura firmare una petizione a 70 vescovi per l’evangelizzazione dell’Africa centrale, chiedendo che ogni Chiesa locale fosse coinvolta nell’opera, a riprova – come scrisse poco prima di morire – che la cosa che gli premeva più di tutte «è che si converta la Nigrizia. E questa è stata l’unica e vera passione della mia vita intera, e lo sarà fino alla morte, e non ne arrossisco per nulla».

Si batté per l’abolizione della tratta degli schiavi nelle terre da lui visitate e per la cattura dei briganti, imprese in cui riuscì, tanto che «quelle popolazioni […] riconoscono ad unanimità che fu la Chiesa cattolica che li ha liberati». E se oggi quelle terre, malgrado le persecuzioni, testimoniano una fede e un attaccamento a Cristo così forti, molto lo dobbiamo ai semi di conversione gettati da san Daniele.

San John Henry Newman

Diversamente da quanto avviene per la gran parte degli altri santi, il grande teologo e cardinale inglese viene celebrato dalla Chiesa non nel suo dies natalis, bensì nel giorno della sua conversione al cattolicesimo, avvenuta il 9 ottobre 1845. Newman giunse a compiere quel passo dopo un lungo cammino di ricerca della verità

Ricorre oggi, per una scelta ben precisa, la memoria liturgica di san John Henry Newman (1801-1890). Diversamente da quanto avviene per la gran parte degli altri santi, il grande teologo e cardinale inglese viene celebrato dalla Chiesa non nel suo dies natalis (il giorno della morte terrena, dunque della nascita al Cielo), bensì nel giorno della sua conversione al cattolicesimo, avvenuta il 9 ottobre 1845, all’età di 44 anni e mezzo. Newman giunse a compiere quel passo, un vero spartiacque nella sua vita, dopo un lungo e travagliato cammino di ricerca della verità.

Era nato da genitori anglicani, a Londra. La sua «prima conversione», come la chiamò lui stesso, la ebbe a 15 anni, quando diradò le nebbie interiori sull’esistenza di Dio e comprese la vacuità delle cose terrene. Preziosa in tal senso si rivelò la lettura del calvinista Thomas Scott, di cui gli rimasero impresse due frasi: «La santità piuttosto che la pace»; «La crescita è la sola dimostrazione della vita». Nel 1825 divenne pastore anglicano. Negli anni seguenti fu uno degli esponenti più in vista del Movimento di Oxford, che rigettava il liberalismo religioso e si proponeva di rinnovare l’anglicanesimo secondo tre direttrici fondamentali: il principio del dogma, i sacramenti, il carattere anti-romano. Tratto, quest’ultimo, emerso soprattutto dopo le accuse di “papismo” ricevute dalle personalità anglicane più influenti.

Newman pensò per anni che l’anglicanesimo fosse l’unico fedele erede della Chiesa fondata da Cristo, ma l’approfondimento degli scritti dei Padri e della storia dei primi secoli cristiani lo convinse via via che questa fedeltà era propria solo della Chiesa di Roma. Nel 1843 ritrattò tutti i suoi attacchi contro di essa e rinunciò al suo incarico di ministro anglicano. A causa degli ultimi dubbi e del timore che le anime da lui abbandonate potessero cadere nel liberalismo, trascorsero ancora due anni prima del passo definitivo. In questa fase, già a Littlemore, scrisse Lo sviluppo della dottrina cristiana, in cui spiegava come le “aggiunte” apportate nei secoli dalla dottrina cattolica – e messe sotto accusa da protestanti e anglicani – non fossero altro che il frutto della graduale comprensione della verità già implicitamente contenuta nelle Sacre Scritture.

Arrivò il 9 ottobre 1845, quando a Littlemore giunse di passaggio, dopo cinque ore sotto la pioggia, il beato italiano Domenico della Madre di Dio (Domenico Barberi), un passionista che molti anni prima aveva sentito una voce interiore che gli diceva che sarebbe stato vittima per la conversione dell’Inghilterra. «Mi sedetti accanto al fuoco – ricorderà poi padre Domenico – per asciugarmi. La porta si aprì e quale impressione fu per me quella di vedere comparire improvvisamente John Henry Newman che mi chiedeva di ascoltare la sua confessione e di essere accolto fra le braccia della Chiesa! E lì, accanto al fuoco, iniziò la sua confessione generale con straordinaria umiltà e devozione». La notizia della conversione suscitò un clamore notevole.

Due anni più tardi Newman ricevette l’ordinazione sacerdotale a Roma e fece il suo ingresso tra gli oratoriani di san Filippo Neri, ritrovandosi pienamente a suo agio con il carisma del santo che all’amore per Gesù univa la cura per il prossimo, la giovialità e la cultura. Con il benestare di Pio IX, importò l’Oratorio in Inghilterra. Molte furono le conversioni da lui suscitate, ma non gli mancarono incomprensioni e attacchi esterni e interni alla Chiesa. Il suo grande contributo alla Sposa di Cristo ottenne infine un solenne riconoscimento oltre trent’anni dopo, quando Leone XIII gli offrì la porpora (Newman era il primo nella lista dei nuovi cardinali di papa Pecci).

Nel giorno in cui fu creato cardinale, il 12 maggio 1879, pronunciò a Roma il celebre Discorso del biglietto, dove analizzò con lucidità profetica i principali mali dell’età contemporanea, dall’indifferentismo religioso alla riduzione della fede a fatto privato: «Il liberalismo in campo religioso è la dottrina secondo cui non c’è alcuna verità positiva nella religione, ma un credo vale quanto un altro». Altro male del liberalismo, avvertiva Newman nel Discorso, è sostenere che «la religione rivelata non è una verità, ma un sentimento e una preferenza personale; non un fatto oggettivo o miracoloso; ed è un diritto di ciascun individuo farle dire tutto ciò che più colpisce la sua fantasia».

Nel pensiero di Newman è chiaro il legame inscindibile tra coscienza e verità, il che significa che la prima – rettamente intesa – non può mai cedere al relativismo. Come spiegava nel 1990 l’allora cardinale Joseph Ratzinger, «Newman insegnava che la coscienza doveva essere nutrita come “un modo di obbedienza alla verità oggettiva”», dunque a Dio. Fu mirabile anche la sintesi che operò tra fede e ragione, rigettando gli errori opposti del fideismo e del razionalismo. Era convinto che l’evangelizzazione e l’educazione debbano procedere insieme. Riteneva fondamentale il ruolo del laicato e diceva di volere dei laici «che conoscono la propria religione, […] che sanno cosa credono e cosa non credono, che conoscono il proprio credo così bene da dare conto di esso, che conoscono così bene la storia da poterlo difendere».

Alla luce di tanta, sana, dottrina, si capisce l’enorme stima nutrita da molti pontefici verso il grande convertito inglese. Tra loro Pio XII, che un giorno disse a Jean Guitton: «Non dubiti, Newman sarà un giorno dottore della Chiesa».

San Felice di Como

Da due lettere di sant’Ambrogio a san Felice si evince la confortante diffusione della fede a Como nel IV secolo, sebbene permanesse il problema della carenza di diaconi e sacerdoti. Rispetto a cui il primo così scriveva al secondo: «Colui che ti ha favorito nella conversione di queste anime ti favorirà anche con ministri necessari al tuo bisogno»

San Felice (†391) fu il primo vescovo di Como. Venne consacrato da sant’Ambrogio che lo inviò a evangelizzare il municipium lariano, a testimonianza della grande spinta missionaria della Chiesa di Milano in quella particolare fase storica. Dopo le persecuzioni dei primi tre secoli e la libertà di culto ottenuta con gli editti del 311 e 313, il cristianesimo era stato dichiarato religione ufficiale dell’Impero dall’editto di Tessalonica del 380. È possibile che quando Felice iniziò la sua missione fosse già presente una comunità di cristiani, visto che san Fedele era stato inviato a Como alla fine del secolo precedente, subendo il martirio durante le persecuzioni di Diocleziano.

Da due lettere di Ambrogio a Felice si evince la confortante diffusione della fede a Como, sebbene permanesse il problema della carenza di diaconi e sacerdoti: «Ringrazio assai il Signore – scriveva il vescovo di Milano – e mi felicito cordialmente con te sentendo come parecchi di questi cittadini di Como abbiano già accettato la fede cattolica. Colui che ti ha favorito nella conversione di queste anime ti favorirà anche con ministri necessari al tuo bisogno». Felice si adoperò per la formazione dei ministri del culto e per la costruzione di una basilica poi dedicata a san Carpoforo [in alto una foto della cripta], in cui fece custodire le spoglie dell’omonimo soldato romano della Legione Tebea e dei compagni Essanto, Cassio, Severino, Secondo e Licinio, martirizzati a Como intorno al 303. Lo stesso Felice volle essere sepolto accanto a loro.

Oltre al consolidamento del cristianesimo in città, il santo contribuì anche all’evangelizzazione delle campagne e dei territori circostanti. In quest’ottica donò alla piccola comunità di Griante le reliquie di altri due martiri, Nabore e Felice, che gli erano state a sua volta affidate da Ambrogio.

Beata Vergine Maria del Rosario

Il 7 ottobre 1571, nelle acque greche di Lepanto, la flotta musulmana dell’Impero Ottomano si scontrò con la flotta cristiana della Lega Santa. Prima della battaglia, i cristiani recitarono il Rosario e chiesero l’intercessione di Maria…

Il 7 ottobre 1571, nelle acque greche di Lepanto, la flotta musulmana dell’Impero Ottomano si scontrò con la flotta cristiana della Lega Santa, che riuniva le repubbliche di Venezia e Genova, lo Stato Pontificio, l’Impero spagnolo, i maggiori ducati italiani e i Cavalieri di Malta. Lo stendardo della Lega Santa, benedetto prima della partenza da san Pio V, raffigurava il Crocifisso tra gli apostoli Pietro e Paolo, sormontato dal motto In hoc signo vinces. Fu l’unico simbolo a sventolare nello schieramento cristiano, assieme a un’immagine della Madonna con la scritta Sancta Maria succurre miseris, mentre il vessillo della flotta turca riportava migliaia di volte il nome di Allah. Prima della battaglia, i cristiani recitarono il Rosario e chiesero l’intercessione di Maria.

Quel 7 ottobre segnò la prima grande vittoria di un’armata cristiana dell’Europa – allora consapevole delle proprie radici e della necessità di difenderle – contro l’Impero ottomano e il suo espansionismo che aveva già islamizzato molti territori. I messaggeri informarono Roma solo 23 giorni dopo, ma il giorno stesso della battaglia san Pio V aveva avuto una visione e ordinato: «Sono le 12, suonate le campane, abbiamo vinto a Lepanto per intercessione della Vergine Santissima». Così nacque la festa di Santa Maria della Vittoria, chiamata poi Madonna del Rosario, fino alla denominazione attuale che nasce dalla riforma del calendario del 1969. Nel 1883, intanto, Leone XIII aveva «consacrato e dedicato alla celeste Vergine del Rosario» tutto ottobre, incoraggiando la recita quotidiana dell’orazione per l’intero mese.

Il Rosario aveva conosciuto uno straordinario impulso già nel XIII secolo grazie ai domenicani (san Domenico, che aveva pregato per capire come sconfiggere l’eresia catara, vide la Vergine che gli consegnava la coroncina) e alle varie confraternite nate proprio con lo scopo di diffondere questa preghiera, che pure nei secoli precedenti stava pian piano prendendo forma. Le apparizioni di Fatima hanno poi fatto aumentare la consapevolezza sull’importanza del Rosario nel disegno salvifico di Dio, come arma contro Satana. La Madonna ne raccomandò ai pastorelli la recita quotidiana già nella prima apparizione del 13 maggio 1917, «per ottenere la pace nel mondo e la fine della guerra».

Suor Lucia ne spiegò ulteriormente la potenza in un’intervista con padre Fuentes: «La Santissima Vergine ha voluto dare, in questi ultimi tempi in cui viviamo, una nuova efficacia alla recita del Santo Rosario. Ella ha talmente rinforzato la sua efficacia che non esiste problema, per quanto difficile, di natura materiale o specialmente spirituale, nella vita privata di ognuno di noi o in quella delle nostre famiglie, delle famiglie di tutto il mondo, delle comunità religiose o addirittura nella vita dei popoli e delle nazioni, che non possa essere risolto dalla preghiera del Santo Rosario. Non c’è problema, vi dico, per quanto difficile, che non possa essere risolto dalla recita del Santo Rosario. Con il Santo Rosario ci salveremo, ci santificheremo, consoleremo Nostro Signore e otterremo la salvezza di molte anime».

Il grande silenzio-monologo del monaco cieco

San Bruno

Per san Bruno (c. 1030-1101), fondatore dei Certosini, la vita eremitica era il paradiso in terra, che gli consentiva di meditare su Dio e gustare «una pace che il mondo non conosce, propizia alla gioia dello Spirito Santo»

La vita eremitica era il suo paradiso in terra, che gli consentiva di meditare su Dio e gustare «una pace che il mondo non conosce, propizia alla gioia dello Spirito Santo». Prima di distaccarsi dal mondo, san Bruno di Colonia (c. 1030-1101), dotto in teologia e filosofia, aveva diretto per vent’anni la scuola di Reims. Lì ebbe tra i suoi allievi il benedettino Ottone di Chatillon, il futuro beato Urbano II. Lo scontro con un vescovo da lui accusato di simonia lo costrinse a lasciare la Francia nel 1076, ma vi poté tornare quattro anni più tardi in seguito alla deposizione del prelato. Fu in quel periodo difficile che maturò la vocazione per la vita monastica.

Visse per un po’ a Molesme sotto la guida di san Roberto (prima che quest’ultimo fondasse l’Ordine cistercense), ma poi se ne staccò alla ricerca di un luogo più solitario. Con altri sei compagni chiese aiuto al vescovo di Grenoble, sant’Ugo (1053-1132), che li guidò personalmente – spinto da una visione in sogno di sette pellegrini e sette stelle (il simbolo dei certosini è formato da un globo sormontato da una croce, con intorno proprio sette stelle) – in una valle nel massiccio della Chartreuse: nel 1084 sorse così la Gran Certosa, il primo monastero di quello che sarebbe divenuto l’Ordine certosino, uno dei più rigorosi ordini monastici della Chiesa. Bruno e i confratelli iniziarono a vivere in modo molto austero. Le loro giornate erano scandite da lavori soprattutto manuali e dalla preghiera, anche notturna.

L’amico Urbano II lo volle come consigliere a Roma, ma non vi restò molto perché il pontefice fu scacciato dai sostenitori dell’antipapa Clemente III (Guiberto di Ravenna), e Bruno lo seguì nell’Italia meridionale. Urbano II voleva nominarlo arcivescovo, ma il santo si sentiva chiamato ad altro e ottenne il permesso di tornare alla vita contemplativa. Ruggero d’Altavilla gli donò un territorio in Calabria a circa 800 metri d’altezza, che oggi si chiama in suo onore Serra San Bruno. Qui fondò un’altra certosa e un eremo, il suo luogo prediletto per incontrare Dio meditando sui misteri celesti: «Nella mia meditazione, l’amore che già possedevo ha cominciato a crescere sempre più, a somiglianza di fuoco che divampa». Suoi comuni attributi iconografici sono il teschio, il libro e la croce.

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